le lenti di Gramsci

giovedì 31 maggio 2018

Educare alla precarietà fin da bambini


fonte: lariscossa.com 


Educare alla precarietà fin da bambini. A questo introduce una delle domande presenti nel questionario della prova Invalsi di Italiano imposto agli alunni delle classi quinte della scuola primaria. Un futuro annunciato che non lascia alcuno spazio all'immaginazione e alla fantasia ma indica al bambino una ricetta ben precisa. 

"Pensando al tuo futuro, quanto pensi che siano vere queste frasi?". Con una risposta chiusa graduale che va dal "Per niente" al "Totalmente", i bambini di 10 anni sono chiamati ad esprimersi circa le proprie aspettative di studio e di lavoro, ma anche riguardo a mercato e logiche di consumo.

"Raggiungerò il titolo di studio che voglio"; "Avrò sempre abbastanza soldi per vivere"; "Nella vita riuscirò a fare ciò che desidero"; "Riuscirò a comprare le cose che voglio"; "Troverò un buon lavoro". 

Risulta evidente come la scelta di queste frasi sia volta a suggerire come metro di valutazione delle proprie capacità e possibilità il denaro di cui si dispone. Oltre a mortificare il bambino proveniente da famiglie meno abbienti, l'intenzione è chiaramente quella di assoggettare le giovanissime menti alla formula imposta dal sistema capitalistico alla stragrande maggioranza della popolazione, ovvero il "nasci, consuma e crepa", dove il diritto allo studio e al lavoro sono ormai messi in discussione e diventano un privilegio per pochi, il primo, e una concessione dei padroni a cui piegarsi, il secondo. 

Le domande, del resto, sono coerenti con uno degli obiettivi politici chiave dell'Unione europea e degli Stati membri nell'ambito del sistema d'istruzione, ovvero sviluppare e promuovere l'educazione all'imprenditorialità.

Come possiamo leggere in un recente studio della rete Eurydice1, Entrepreneurship education at School in Europe2:

«Vi è una sempre maggiore consapevolezza delle potenzialità dei giovani di avviare e sviluppare imprese commerciali e sociali, diventando così innovatori nei settori in cui vivono e lavorano. L'educazione all'imprenditorialità è essenziale non solo per forgiare la mentalità dei giovani, ma anche per fornire le competenze, conoscenze e attitudini che sono centrali per lo sviluppo di una cultura imprenditoriale».

I campi presi in considerazione nello studio sono le azioni strategiche e i meccanismi di finanziamento a sostegno dell'educazione all'imprenditorialità, il livello di integrazione dell'educazione all'imprenditorialità nei curricoli di studio nazionali e i risultati dell'apprendimento, oltre ai curricoli della formazione degli insegnanti iniziale e continua. 

«In Europa – continua il rapporto – lo sviluppo e l'attuazione dell'educazione all'imprenditorialità sono finanziati con fondi nazionali e/o europei. I fondi nazionali sono spesso erogati dal Ministero dell'istruzione, di concerto con altri ministeri competenti. Ventisette dei paesi/regioni europei esaminati destinano fondi nazionali all'educazione all'imprenditorialità, principalmente per l'attuazione delle proprie strategie specifiche o più generiche in tale campo.

I fondi vengono stanziati sotto forma di un budget specifico destinato all'educazione all'imprenditorialità o, più spesso, nell'ambito del budget nazionale complessivo. Oltre ai finanziamenti nazionali, 24 paesi/regioni europei ricevono fondi dall'UE per l'educazione all'imprenditorialità. 

Anche se in Italia, non esiste attualmente una strategia nazionale sull'educazione all'imprenditorialità, tuttavia questa, definita come "spirito di iniziativa e imprenditorialità", costituisce una competenza cross-curricolare, introdotta attraverso la Certificazione delle competenze, rilasciata al termine della classe quinta della scuola primaria e della classe terza della scuola secondaria di primo grado. 

Inoltre, "spirito di iniziativa e imprenditorialità" sono inclusi nei contenuti specifici di una materia chiamata "Diritto ed economia" e all'interno dell'alternanza scuola-lavoro.

In particolare, nella materia "Diritto ed economia", è prevista un'abilità che si riferisce all'educazione all'imprenditorialità. Nei primi due anni degli istituti tecnici (settori economico e tecnologico), l'acquisizione delle competenze imprenditoriali è inoltre stimolata attraverso la gestione di progetti, la gestione di processi produttivi relativi alle funzioni aziendali e l'attuazione dei regolamenti nazionali ed europei, in particolare nel campo della sicurezza e protezione ambientale.  Una delle abilità che gli studenti dovrebbero acquisire consiste nel "riconoscere gli aspetti giuridici ed economici che connotano l'attività imprenditoriale".

Quindi non solo l'educazione dei giovani è indirizzata verso un'acquisizione acritica dell'ideologia dominante, come tutte le società oppressive hanno sempre fatto, ma ovviamente anche le risorse che la società borghese destina alla scuola sono finalizzate a promuovere un modello di educazione e di sistema basato sul profitto e la competizione, che spinge l'essere umano a misurare la propria felicità a seconda della quantità di beni che può permettersi e che oggi viene insistentemente introdotto già a partire dai primi gradi dell'istruzione. 

Boicottare i test Invalsi quindi è un primo passo contro il classismo e la dequalificazione della scuola pubblica.
Emilia Calabria e Sabrina Cristallolariscossa.com 


martedì 29 maggio 2018

«Sovranità» da Bruxelles, non da Washington


la nota di Manlio Dinucci su Il Manifesto, 29 maggio 2018


Steve Bannon – ex stratega di Donald Trump, teorico del nazional-populismo – ha espresso il suo entusiastico sostegno all’alleanza Lega-Movimento 5 Stelle per «il governo del cambiamento».

In una intervista (Sky TG24, 26 maggio) ha dichiarato: «La questione fondamentale, in Italia a marzo, è stata la questione della sovranità. Il risultato delle elezioni è stato quello di vedere questi italiani che volevano riprendersi la sovranità, il controllo sul loro paese. Basta con queste regole che arrivano da Bruxelles».

Non dice però significativamente «basta con queste regole che arrivano da Washington».

Ad esercitare pressione sull’Italia per orientarne le scelte politiche non è infatti solo l’Unione europea, dominata dai potenti circoli economici e finanziari soprattutto tedeschi e francesi, che temono una rottura delle «regole» funzionali ai loro interessi.

Forte pressione viene esercitata sull’Italia, in modo meno evidente ma non meno invadente, dagli Stati uniti, che temono una rottura delle «regole» che subordinano l’Italia ai loro interessi economici e strategici.

Ciò rientra nelle politiche che Washington adotta verso l’Europa, attraverso diverse amministrazioni e con metodi diversi, perseguendo lo stesso obiettivo: mantenere l’Europa sotto l’influenza statunitense. Strumento fondamentale di tale strategia è la Nato.

Il Trattato di Maastricht stabilisce, all’Art. 42, che «l’Unione rispetta gli obblighi di alcuni Stati membri, i quali ritengono che la loro difesa comune si realizzi tramite la Nato».

E il protocollo n. 10 sulla cooperazione stabilisce che la Nato «resta il fondamento della difesa» dell’Unione europea.

Oggi 21 dei 27 paesi della Ue, con circa il 90% della popolazione dell’Unione, fanno parte della Nato, le cui «regole» permettono agli Stati uniti di mantenere, sin dal 1949, la carica di Comandante supremo alleato in Europa e tutti gli altri comandi chiave; permettono agli Stati uniti di determinare le scelte politiche e strategiche dell’Alleanza, concordandole sottobanco soprattutto con Germania, Francia e Gran Bretagna, facendole quindi approvare dal Consiglio Nord Atlantico, in cui secondo le «regole» Nato non vi è votazione né decisione a maggioranza, ma le decisioni vengono prese sempre all’unanimità.

L’ingresso nella Nato dei paesi dell’Est – un tempo membri del Patto di Varsavia, della Federazione Jugoslava e anche dell’Urss – ha permesso agli Stati uniti di legare questi paesi, cui si aggiungono Ucraina e Georgia di fatto già nell’Alleanza atlantica, più a Washington che a Bruxelles.

Washington ha potuto così spingere l’Europa in una nuova guerra fredda, facendone la prima linea di un sempre più pericoloso confronto con la Russia, funzionale agli interessi politici, economici e strategici degli Stati uniti.

Emblematico il fatto che, proprio nella settimana in cui in Europa si dibatteva aspramente sulla «questione italiana», è sbarcata ad Anversa (Belgio), senza provocare alcuna significativa reazione, la 1a Brigata corazzata della 1a Divisione statunitense di cavalleria, proveniente da Fort Hood in Texas.

Sono sbarcati 3.000 soldati, con 87 carri armati Abrams M-1, 125 veicoli da combattimento Bradley, 18 cannoni semoventi Paladin, 976 veicoli militari e altri equipaggiamenti, che saranno dislocati in cinque basi in Polonia e da qui inviati a ridosso del territorio russo.

Si continua in tal modo a «migliorare la prontezza e letalità delle forze Usa in Europa», stanziando dal 2015 16,5 miliardi di dollari.

Proprio mentre sbarcavano in Europa i carri armati inviati da Washington, Steve Bannon incitava gli italiani e gli europei a «riprendersi la sovranità» da Bruxelles.



MEZZ’ORA


“Dopo aver liquidato Giuseppe Conte e il candidato di Lega-M5S Paolo Savona il Quirinale, dopo neanche mezz’ora, ha convocato Carlo Cottarelli“
così Bruno Perini su Il Manifesto di oggi.
E aggiungo che anche la lista dei ministri del governo provvisorio era prontissima, tutto in meno di 24ore.
L’hastag “io sto con Mattarella” a egemonia PD è un hashtag di regime, di regime come le manifestazioni dirette dai poteri capitalistico-finanziari degli oligarchi eurocrati, che possono contare sui megafoni del potere, i media tradizionali, i gazzettieri “maitre a penser”.
Noi a sinistra non amiamo il termine “sovranista”: siamo internazionalisti, da sempre. Ma la “sovranita’ appartiene al popolo” lo dice la nostra Costituzione e sostanzia la democrazia repubblicana che comunisti e socialisti hanno contribuito a costruire. Se la sinistra antiNato e critica di questa Europa dei capitali, che usa il debito pubblico e la speculazione finanziaria per azzerare le prerogative costituzionali di ogni singolo paese, si fosse presentata al Capo dello Stato per contribuire alla formazione di un governo, forte di un cospicuo successo elettorale, cosa sarebbe accaduto? Ci avrebbero liquidato neanche in mezz’ora, in un quarto d’ora. 
Dal mattarello al manganello il passo è breve. Per ricostruirsi, la sinistra di classe, e i comunisti in essa, contribuisca all’organizzazione di un’opposizione sociale di massa. A rimorchio di nessuno, ma senza tentennamenti. (fe.d.) su FB, 29 maggio 2018
-- Molti confondono il sovranismo (ovviamente deve essere di classe e di sinistra) con nazionalismo: e invece il sovranismo di sinistra è popolare non populista. I populisti accarezzano la pancia del popolo diretti dalle classi dominanti. Popolare lo diventa chi interpreta i bisogni e gli interessi della maggioranza della popolazione diretta dalle classi produttrici e per l'egemonia dei subalterni. Alcuni governi, come quello del Venezuela chavista, lo sanno bene. Qui, nell'occidente del capitalismo europeo, la cultura della sinistra stenta a riconoscerlo. Per capirlo, basta leggere la nota di Manlio Dinucci su Il Manifesto di oggi, 29 maggio 2018.
ferdinando dubla


mercoledì 23 maggio 2018

L’ultima trappola della «Buona scuola»


Appello al Miur. L’inserimento di docenti Irc nelle Commissioni d’esame per la terza media è l’ultimo atto di un processo sotterraneo per recuperare all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche il ruolo di «materia obbligatoria» con diritto all’esonero.

Il Decreto legislativo 62/2017 stravolge tacitamente le disposizioni contenute nell’art. 185 comma 3 del Decreto 297 1994. Si tratta della sostituzione dell’elenco relativo alle materie all’Esame di Stato conclusivo della Scuola Secondaria di I°grado con la dicitura riferita a «tutti i docenti del Consiglio di Classe». Tra le materie indicate nel Decreto del 1994 non figurava l’Insegnamento della Religione Cattolica (Irc). È questa un’ultima trappola della legge denominata «Buona Scuola».
L’inserimento di docenti Irc nelle Commissioni d’esame per la terza media è l’ultimo atto di un processo sotterraneo – iniziato con il rinnovo del sistema concordatario – per recuperare all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche il ruolo di «materia obbligatoria» con diritto all’esonero. Solo con difficoltà sono state introdotte norme e istituti per rendere effettiva la nuova facoltatività con la formulazione delle quattro alternative fra cui la frequenza di una reale materia alternativa.
Nessuna promozione è stata fatta per informare le famiglie su tali alternative sulle quali, anche per la difficoltà a superare certe prassi e il timore di esporre i figli a discriminazioni, sono state esercitate, in particolare nella scuola primaria, ben poche opzioni. (…).
Le sottoscritte associazioni che si battono da anni per il rispetto della laicità della Scuola e dello Stato, si oppongono con forza a tale stravolgimento della Legge 121/1985, attuativa del Nuovo Concordato. Rivolgono pertanto al Miur la richiesta urgente di chiarimenti indispensabili per insegnanti e famiglie di alunni e alunne in procinto di affrontare la prova del citato Esame:
– l’Irc sarà materia d’esame? Se non lo sarà, a qual fine la presenza del docente? L’eventuale presenza di un docente di a. a. non si configura come discriminante nei confronti di coloro che hanno scelto attività di studio o di ricerca individuali o la non presenza a scuola durante l’Irc?
– nella prova d’esame, a differenza di quanto avviene nelle operazioni di scrutinio, i voti sono soltanto numerici: è quindi prevedibile una valutazione numerica dell’Irc?
– il docente di Rc nella votazione per promozione o bocciatura si comporta come previsto nel DPR 202/1990, ossia non vota se il suo voto fosse determinante?
Queste sono solo alcune delle ambiguità da chiarire.
*** Comitato Nazionale Scuola e Costituzione, Comitato bolognese Scuola e Costituzione, Associazione Nazionale per la Scuola della Repubblica, Manifesto dei 500, Ass.Naz. Sostegno Attivo, Cogedeliguria, Ass.Naz. del Libero Pensiero “Giordano Bruno”, Coordinamento Genitori Democratici (Cgd), Comitato Genovese Scuola e Costituzione, Crides (Centro di iniziativa per la difesa dei diritti nella scuola), Movimento di Cooperazione Educativa (Mce), Uaar, Fnism, Cidi, Osservatorio diritti scuola, Fcei (Fed.Chiese Evangeliche It.), Comitato Insegnanti Evangelici Italiani, Comitato Democrazia Costituzionale -Roma




domenica 20 maggio 2018

Potere nelle fabbriche e identità di classe


TEMPI MODERNI? NO, TEMPO ANTICO A TARANTO.
Potere nelle fabbriche e identità di classe
Taranto riconquista le prime pagine di tutti gli organi di informazione locali e nazionali. Ha suscitato grande emozione la morte di un giovane operaio di 28 anni, pari a quella, l’altro giorno, di un anziano lavoratore di 67 anni che è caduto da un' impalcatura…l’età sorprende in entrambi i casi. Queste non sono “morti bianche” ma omicidi sul lavoro. Ieri l’operaio lavorava su un impianto “fermo” che doveva essere in “sicurezza”. Ribadiamo ancora una volta che non è mai fatalità! Affermiamo con certezza che non basta cercare solo nella catena di comando le responsabilità e magari partendo sempre da una velata allusione della corresponsabilità del lavoratore. E’ invece nella organizzazione del lavoro che va cercata la soluzione delle tragedie. E’ lì che la proprietà oggi esprime il suo ruolo totalizzante nell’ubbidire ad un mercato senza regole ed utilizzando il ricatto di un misero salario e la vita stessa dei lavoratori. I problemi attuali aumenteranno con la nuova proprietà che incombe, e che prevede anche una gestione diversa tra i reparti di lavorazione nel ciclo produttivo mettendoli in competizione tra loro. Tempi moderni? No antichi! Ci adeguiamo in un mondo produttivo livellato al massimo sfruttamento dei lavoratori. Oggi si proclamerà uno sciopero nazionale sulla sicurezza del lavoro da parte dei maggiori sindacati ma non basta! Loro hanno una storica inadeguatezza nel livello dello scontro attuale che ribadiamo essere antico nei contenuti. Il passato insegna che occorre cambiare il modo di lavorare ed il controllo deve essere diretto da parte dei lavoratori sull’intero ciclo produttivo. Il potere nelle fabbriche va riconquistato con l’Identità di una classe che oggi drammaticamente è assente. I comunisti vengono da lontano e vogliono andare lontano, verso una economia ed una società diversa, a misura d’uomo e non del profitto. Non basta il cordoglio per l’ennesima vittima ma l’impegno per un radicale cambiamento.

Giancarlo Girardi -- Comitato Cittadino PCI Taranto



SPREAD BANG



a grande richiesta dei poteri forti viene richiamato lo SPREAD, il proiettile ad orologeria che le oligarchie eurocrati riservano a coloro che potrebbero mettere in discussione gli assetti capitalistico-finanziari di questa parte dell’occidente. Ma voi immaginate cosa accadrebbe se la pur debole democrazia rappresentativa portasse un domani ad un governo di sinistra, magari guidato dalla sinistra di classe? Capite ora il Venezuela? 🇻🇪
La diarchia demo/populista andrebbe invece, su questo, incalzata: siete davvero capaci di ricollocare l’Italia in un diverso scenario internazionale (Russia, paesi BRICS), a rinegoziare seriamente il debito, di riprendere un briciolo di sovranità nazionale? e il sistema pensionistico, dell’imposizione fiscale, dell’istruzione, della sanità e dei servizi essenziali del Welfare?
La sinistra di classe (e i comunisti in essa) deve ripartire dalle contraddizioni sociali che il prossimo governo legastellato inevitabilmente allarghera’: a partire dalle mobilitazioni, sempre più estese e combattive, contro la TAV, il TAP e l’Ilva di Taranto. Solo l’organizzazione di una forte opposizione sociale crea le premesse per una forte sinistra di classe, non i giochini politici e le discussioni sterili.

(fe.d.)

sabato 19 maggio 2018

La sovranità monetaria è una battaglia di sinistra

Debito. La categoria «sovranità» era emersa negli incontri internazionali di Porto Alegre, declinata come sovranità alimentare, energetica e, appunto, anche monetaria


Tonino Perna su Il Manifesto, 19/05/2018

Ha ragione Luigi Pandolfi a denunciare il fatto che l’opposizione alle politiche di austerity le abbiamo lasciate in mano alla destra fascistoide. Non basta che esponenti della sinistra radicale ogni tanto alzino la voce contro queste politiche.
Bisognerebbe anche trovare delle alternative credibili e praticabili.
Certamente, come viene suggerito nell’articolo citato, si potrebbe sterilizzare una parte del debito pubblico trasformato i titoli di Stato in possesso della Banca d’Italia in titoli “irredimibili”, ma questa operazione non è una passeggiata come dimostra la storia europea e italiana, perché colpisce la credibilità di uno Stato e la fiducia dei risparmiatori e investitori. Insomma, è una questione da approfondire, ma non è l’unica soluzione per uscire da questa situazione insostenibile e da rapporti di forza asimmetrici.
E questo è il punto: quando si parla di rivedere i Trattati europei o di sfondare il rapporto Deficit/Pil non si tengono in conto i rapporti di forza realmente esistenti.
Avendo perso i singoli stati europei la possibilità di battere moneta ed essendo costretti ad acquistarla dalle banche private pagando un interesse del 4 per cento (mentre le banche la ricevono dalla Bce a tassi vicino allo zero) uno Stato come il nostro con un debito pubblico che va oltre il 130 per cento del Pil e paga interessi annui legati alla speculazione finanziaria c’è ben poco da fare restando entro questi rapporti di forza asimmetrici.
Si può sbraitare contro i burocrati di Bruxelles quanto si vuole, aumentando per questa via il consenso popolare, ma se si alza lo spread perché “i mercati” puntano a speculare sui nostri titoli di Stato andremo a pagare interessi annui oltre i 70 miliardi attuali e ci avvicineremo al default (Argentina docet).
Un grande intellettuale, oltre che prestigioso sociologo e economista, come Luciano Gallino, nella prefazione ad un volume sulla “Moneta fiscale” curato da Marco Cattaneo, Stefano Sylos Labini, Enrico Grazzini, ha spiegato con estrema chiarezza e precisione come i nostri guai finanziari sono cominciati da quando abbiamo perso la «sovranità monetaria».
Ed essendo uomo di sinistra non avrebbe mai immaginato che in pochi anni avremmo regalato questa battaglia sacrosanta alla destra fascista e sfascista. Non a caso la categoria della «sovranità» era emersa negli incontri internazionali di Porto Alegre declinata come sovranità alimentare, energetica e, per l’appunto, monetaria.
Il movimento no/new global aveva espresso e articolato una critica diretta a questa globalizzazione finanziaria che sottomette al volere del capitale finanziario le stesse istituzioni politiche nazionali e locali. Tra le alternative emerse ci sono le monete locali e, nello specifico caso italiano, quella dei Certificati di Credito Fiscale , detta anche “moneta fiscale” proposta dagli autori qui già richiamati. Con il sostegno scientificamente approfondito da parte di Luciano Gallino e la critica, scontata, dei tecnici della Banca d’Italia e di altri economisti neoliberisti che condividono una visione sacrale del denaro.
Creare una moneta parallela da parte dello Stato, o come la definisce Gallino una forma di “denaro potenziale”, permetterebbe di immettere liquidità nel sistema e far ripartire la domanda aggregata senza aumentare il deficit dello Stato.
Purtroppo, anche a sinistra c’è una parte rilevante che di fronte ad ogni alternativa non ortodossa storce il naso perché ha interiorizzato il culto magico-sacrale del denaro, del novello “vitello d’oro” e le orazioni dei suoi sacerdoti (economisti e speculatori finanziari).
E’ fuorviante dividersi tra rigoristi e sovranisti, la vera divisione passa su chi deve pagare il debito pubblico nel medio periodo e su chi deve ricadere il costo della crisi finanziaria.



venerdì 11 maggio 2018

INTERNAZIONALISMO e/o SOVRANISMO


Sovranismo, globalismo, mondialismo, atlantismo, sono termini in uso alla cultura di destra e rischiano di mistificare i contenuti che ne dovrebbero sviluppare senso e significato. La sinistra di classe ha l'internazionalismo e l'imperialismo come valori fondanti non solo dell'identità politico-culturale, ma della sua prassi militante. Questo però non significa che gli interessi popolari delle singole nazionalità non siano preminenti, in particolar modo la salvaguardia dei livelli raggiunti dalle forze produttive di ogni singolo paese, che dunque deve conservare le proprie prerogative appunto di sovranità, contro l'offensiva delle frazioni dominanti del capitale economico-finanziario. Può esistere, dunque, un "sovranismo" di sinistra? In tempi di governo di unione tra eclettico qualunquismo e demagogia securitaria in nome di un inconseguente sovranismo, appunto di destra, è utile rileggere questa analisi di Francesco Maringiò per l'"Antidiplomatico". (fe.d.)

Costruire un “sovranismo di sinistra”. Primo passo: contribuire ad eliminare il pareggio di bilancio in Costituzione

L’editoriale di Sergio Fabbrini [Italia e Ue, il momento delle scelte strategiche, il Sole24Ore, p.1, 11/03/2018] sul giornale confindustriale è molto interessante. A partire dall’analisi del voto che individua chi ha vinto le elezioni (e per quale ragione principale): «domenica scorsa, più della metà dell’elettorato italiano, [ha] dato il voto a due partiti (5 Stelle e Lega) che avevano un programma (dichiaratamente) sovranista. 

Quelle elezioni, forse per la prima volta, ci hanno consegnato un’Italia politicamente unificata intorno a uno stato d’animo sovranista, rappresentato al nord dal centro-destra a guida leghista e al sud dai 5 Stelle. (…) Si tratta di un voto che esprime la richiesta (da parte di elettorati diversi) di recuperare il controllo su cruciali politiche nazionali, come quella di bilancio e quella migratoria. (…) Il 4 marzo ha portato alla superficie politica una diffusa insicurezza economica (negli elettori del sud) e una altrettanto diffusa insicurezza territoriale (negli elettori del nord). Il sud ha pagato più di altre aree la crisi economica e si è sentito escluso dalla ripresa successiva. Il nord ha subìto più di altre aree l’immigrazione e l’ha percepita come una minaccia identitaria alla propria coesione sociale. 


Il fatto è che entrambe le insicurezze sono state generate da politiche (quella economica e quella migratoria) su cui l’Italia ha competenze e risorse limitate. Si tratta di politiche che vengono decise nel sistema europeo dell’interdipendenza (l’Eurozona nel primo caso, l’Unione europea o Ue nel secondo caso) e non nel sistema nazionale dell’indipendenza».

Finalmente, vengono messi i piedi nel piatto della questione che, per la sinistra di questo paese è spesso un tabù: il tema della difesa degli interessi nazionali. Ovviamente, questo, non è un tema di classe tout court, ma attraversa l’arco destra-sinistra: si può difendere la sovranità nazionale per rafforzare la borghesia nazionale di un paese, oppure per difenderne le forze produttive, il cui sviluppo è imprescindibile per un processo di transizione socialista.


E l’approfondimento della crisi ha maturato nella testa del popolo (meno in quello dei gruppi dirigenti della sinistra politica) l’esigenza di una salvaguardia degli interessi nazionali in tutta Europa: «le forze sovraniste hanno conquistato il 13% degli elettori in Germania (nelle elezioni del 24 settembre scorso) mentre hanno ottenuto più del 50% in Italia (nelle elezioni del 4 marzo scorso)».


L’editorialista del Sole vede una discontinuità tra l’orientamento europeista ed il voto: «secondo un recente policy brief di Eupinions, ben il 66% degli italiani continua a essere favorevole a una maggiore integrazione economica e politica.

Ciò che occorre spiegare è perché quel 66% era superiore di ben 10 punti solamente due anni fa», spiegabile con il sistema intergovernativo. «Il sistema intergovernativo – continua l’editoriale - creato per gestire collegialmente quelle politiche ha finito per generare effetti non previsti (…) [ed] ha finito per creare gerarchie di potere tra i governi nazionali oppure per generare stalli decisionali. Così, nella politica finanziaria, le decisioni prese (stabilità invece che crescita) sono risultate congruenti con gli interessi dei Paesi predominanti oppure, nella politica migratoria, le decisioni che non sono state prese (controllo sovranazionale delle frontiere e dei flussi) hanno favorito i Paesi meno esposti ai processi migratori. In tutti i Paesi europei c’è stata una reazione sovranista per gli effetti della crisi finanziaria e dell’immigrazione». E si aggiunge «l’interdipendenza europea (nelle politiche fiscali o migratorie) non ha portato a un ridimensionamento uniforme delle sovranità nazionali. Infatti, alcuni stati membri (come la Germania) hanno potuto combinare il sostegno alla sovranità europea con la preservazione della propria sovranità nazionale, mentre altri stati membri (come l’Italia) hanno dovuto rinunciare alla seconda per poter fare parte della prima».


Quello che, a mio modesto parere, non viene messo in evidenza è che questo non è un tema che attiene alla “tecnica”, ma alla politica a tutto tondo: l’Unione Europea ed il meccanismo dell’Eurozona non hanno smarrito “l’ispirazione originale”, ma rappresentano proprio l’attuazione del processo di integrazione, basato sul disequilibrio tra aree economiche ed una competizione inter-imperialistica tra i paesi di Kerneuropa (il nocciolo duro attorno all’area del marco tedesco) ed i paesi del sud Europa.
Quello che è colpevolmente mancato in questa campagna elettorale è stata una posizione chiara di sovranismo “di sinistra”, capace di indicare una prospettiva alternativa al paese e di rispondere alle esigenze di insicurezza economica e di insicurezza territoriale.


L’elusione di questo punto è gravida di conseguenze: dall’incapacità di interlocuzione con i vasti settori popolari che oggi hanno appoggiato il M5S e, soprattutto, impedire alcuna connessione sentimentale con le masse popolari che oggi soffrono la crisi.


Per cui, in conclusione, due sono le necessità che vedo di fronte: costruire ed avanzare una linea politica di “sovranismo di sinistra” e partecipare al referendum per l’abrogazione della modifica costituzione che ha introdotto il pareggio di bilancio in costituzione: primo mattone da sfilare per riguadagnare sovranità ed indipendenza nazionale.


(Francesco Maringiò)




giovedì 10 maggio 2018

PER L’ELEZIONE A PRESIDENTE DI CUBA DEL COMPAGNO MIGUEL-DIAZ CANEL




ALL’AMBASCIATA DI CUBA A ROMA
ALL’AMBASCIATORE, COMPAGNO JOSE’ CARLOS RODRIGUEZ RUIZ


Il Partito Comunista Italiano (PCI) invia i suoi più calorosi e fraterni saluti al nuovo Presidente di Cuba, il compagno Miguel-Diaz Canel!

Con lo stesso, profondo, spirito internazionalista il PCI saluta calorosamente il compagno Raul Castro, Segretario Generale del Partito Comunista di Cuba!

La grande e prestigiosa storia del popolo cubano rivoluzionario, della Rivoluzione Cubana, del Partito Comunista di Cuba, del compagno Fidel, di Ernesto “Che” Guevara, di tutti i compagni e le compagne che hanno costruito e vinto coraggiosamente la Rivoluzione, difendendola poi da tutti gli innumerevoli tentativi “golpisti” e controrivoluzionari dell’imperialismo USA, tutto ciò rassicura ogni comunista, ogni rivoluzionario e antimperialista del mondo che a Cuba la costruzione del socialismo continuerà, come ha voluto subito affermare, dopo la sua elezione, il nuovo compagno Presidente Miguel-Diaz Canel!

I compagni e le compagne del PCI hanno subito sentito come profondamente proprie le prime parole pronunciate, nel suo discorso d’insediamento, dal compagno Presidente Migue-Diaz Canel, che contro le mistificatorie e pregiudiziali critiche provenienti da Washington ha affermato con forza “il valore della democrazia socialista e popolare cubana”, attraverso la quale è giunta la sua stessa elezione; i compagni e le compagne del PCI hanno sentito anche come profondamente proprie le parole del compagno Presidente Miguel-Diaz Canel rivolte a ribadire la “centralità sociale e politica del Partito Comunista di Cuba, garante dell’unità del popolo cubano”. Hanno sentito come proprie le parole che il nuovo Presidente ha rivolto a Raul Castro, “che resta il leader della Rivoluzione Cubana”, e come proprie hanno sentito le parole che il nuovo Presidente ha usato per “la necessaria modernizzazione del sistema economico e sociale cubano, che non vorrà in nessun modo dire restaurazione del capitalismo!”.

Il PCI si schiera a fianco, in maniera totalmente internazionalista e solidale, del compagno Presidente Miguel-Diaz Canel, del compagno Raul Castro e di tutta la Rivoluzione Cubana, consapevole che ora come ieri e per il domani Cuba Socialista sempre sarà il primo argine dell’espansionismo, del golpismo e del terrorismo imperialista USA in tutta l’America Latina!

W il compagno Presidente Miguel-Diaz Canel!

W il Segretario Generale del Partito Comunista di Cuba Raul Castro!

W la Rivoluzione Cubana!

W il Popolo Cubano!

Mauro Alboresi,
Segretario Nazionale PCI;
Fosco Giannini,
Segreteria Nazionale PCI e Responsabile Dipartimento Esteri.

sabato 5 maggio 2018

RIBALTIAMO (a Dareen Tatour)


l’idea, già di per se’ farlocca, di far partire il giro, che è d’Italia, da un paese estero. In più il paese estero è Israele, paese avamposto dell’imperialismo in Medio Oriente, i cui governi sono attualmente responsabili della deportazione e repressione dei diritti del popolo palestinese. Facciamo conoscere al mondo la realtà dell’occupazione israeliana, e a voi, che alzate quella stridula voce con le parole “diritti umani” a senso unico, dedichiamo i versi della poetessa Dareen Tatour, condannata al carcere dallo squadrismo armato di giudici servi del potere sionista, per una poesia. Questa: «Resisti, mio popolo, resistigli, resisti ai furti dei coloni e segui il corteo dei martiri».


 UNA POETESSA DIETRO LE SBARRE 
di Dareen Tatour
Traduzione dall’arabo di Hadam Oudghiri
In carcere, ho visto prigionieri /non schedati: non si riesce a contarli.../ C’è l'assassino e il criminale,/ il ladro e il bugiardo, /l’onesto e il miscredente, / il confuso e lo smarrito, / l’affamato e il malfattore. /E poi ci sono gli ammalati di patria, / appena usciti dal grembo del dolore, / hanno vissuto ogni ingiustizia:/ violata, la loro innocenza dall’infanzia, /devastati dalla tirannia del mondo. Sono cresciuti.../anzi, sono cresciute le loro sventure /rese enormi dalla repressione. / Sono la rosa in un terreno di sale, / hanno abbracciato l'amore senza paura, /colpevoli solo di aver detto: /“Amiamo la patria senza alcun limite”. / Non conosceranno mai la loro colpa .../ poiché l’amore è il loro crimine /e per gli innamorati, la prigione è il destino. /Ho interrogato la mia anima,/ fra dubbio e sbalordimento:/ “Qual è il tuo crimine, anima mia?”. /Non lo so ancora. / Ho fatto una cosa sola:/ svelare i miei pensieri, /scrivere di questa ingiustizia .../ tracciare con l’inchiostro i miei sospiri .../Ho scritto una poesia.../ La colpa ha vestito il mio corpo,/ dalla punta dei piedi al capo. /Sono una poetessa in prigione,/una poetessa dalla terra dell’arte. /Sono accusata per le mie parole. /Lo strumento del delitto è la mia penna; /l'inchiostro, sangue dei sentimenti, l’impronta /che testimonia contro di me ... /Ascolta, o mio destino, o vita mia, /la condanna del giudice: /la mia poesia è sotto accusa, /la mia poesia è un crimine. /Nel Paese della libertà/ il carcere è il destino dell'artista.
2 novembre 2015
(Jalamah, Il giorno in cui ho ricevuto l’atto d'accusa)