le lenti di Gramsci

martedì 29 ottobre 2019

La scuola al bivio


Massimo Baldacci è ordinario di Pedagogia generale e sociale all'Università di Urbino. Profondo studioso della filosofia di Gramsci e della sua pedagogia, ha scritto un fondamentale testo, Oltre la subalternità. Praxis ed educazione in Gramsci, ed. Carocci, 2017, in cui analizza l'intento pedagogico in tutta l'opera di Gramsci e in particolare nei 'Quaderni'. E' direttore della rivista Erikson Pedagogia più didattica, da cui riprendiamo l'editoriale del nr. 1 vol.5 (aprile 2019).

--------- La dittatura del mercato, la scuola-azienda piegata alle logiche neoliberiste, oppure la scuola della Costituzione, finalizzata alla formazione omnilaterale di cittadini democratici.

Oggi la scuola è arrivata a un bivio: da un lato il mercato, che la spinge sulla strada della concorrenza e dell’efficienza; dall’altro lato la democrazia, che la indirizza verso l’emancipazione umana. E la scuola deve scegliere quale via prendere.
L’odierna rivoluzione economica (globalizzazione, nuove tecnologie produttive, ecc.) crea una forte pressione sulla scuola, per indurla a dare priorità alla preparazione dei futuri produttori, mettendo in secondo piano la formazione generale. Questa pressione si colloca nel quadro di una supremazia dell’ideologia neoliberista, che fa del mercato il principio organizzativo di tutta la vita sociale. La democrazia assume così un ruolo secondario, ridotto entro i limiti compatibili con gli imperativi del mercato. Tramonta, cioè, il connubio paritario su cui si erano rette le società occidentali: il mercato assume una posizione predominante; la democrazia –  benché formalmente conservata – tende a svuotarsi. In questo contesto, la richiesta della preparazione dei produttori adeguati all’economia basata sulle tecnologie avanzate porta a trascurare l’esigenza della formazione dei nuovi cittadini.
La scuola si trova così a un bivio: dalla crisi in cui versa può uscire solo compiendo una scelta storica, le cui conseguenze saranno cruciali per il futuro. La responsabilità che ne deriva è perciò grande. La metafora del bivio riprende quella usata da Maritain in Education at the Crossroads (1943). La scelta prospettata allora era quella tra la democrazia e il totalitarismo. Oggi la democrazia è di fronte a una nuova minaccia, benché morbida e seducente: la dittatura del mercato. Pertanto la scuola è nuovamente di fronte a un bivio: deve scegliere se formare un uomo unilaterale, il produttore competente ma politicamente disimpegnato e conformista, o l’uomo completo: cittadino partecipe e produttore al tempo stesso.
Si tratta d’una alternativa tale da non ammettere un compromesso, che risulterebbe inevitabilmente velleitario. La logica del mercato è ormai vista come prioritaria, e l’educazione tende così a ridursi alla formazione dell’imprenditore di se stesso, piegandosi a un principio eteronomo e unilaterale, incapace di assicurare il pieno sviluppo individuale. Eteronomo, poiché la persona non è vista come un fine in sé, ma come un mezzo per la crescita economica. Unilaterale, in quanto la formazione si limita al produttore, trascurando il cittadino.
Vista l’egemonia del neoliberismo, ci si deve però chiedere se è ancora possibile una scuola diretta alla piena emancipazione umana, alla crescita intellettuale e morale. In questo senso, un riferimento ineludibile  è rappresentato dalla Carta Costituzionale, i cui valori fondamentali sono quelli della democrazia, del lavoro e del pieno sviluppo della persona. 
Col neoliberismo si va diffondendo l’opinione secondo cui la Costituzione sarebbe ormai anacronistica, superata da una realtà storico-sociale che vede la sovranità dei mercati, per cui occorrerebbe ridimensionare la vita democratica a livelli compatibili con gli imperativi del sistema. A questo proposito, parafrasando Habermas (Il discorso della modernità, Roma-Bari, 1988), si può asserire che la realizzazione di una Scuola della Costituzione non è tramontata, è solo incompiuta. Si tratta di un compito etico-politico che sta ancora di fronte a noi. L’egemonia del neoliberismo non è né completa né definitiva. L’egemonia si dà sempre nel quadro di un conflitto tra prospettive diverse, e perciò è sempre precaria (Gramsci, Quaderni del carcere, Torino, 1975). Il rischio è che una prolungata supremazia del pensiero unico neoliberista riesca a colonizzare la cultura dell’educazione (Bruner, La cultura dell’educazione, Milano, 1997). Occorre, perciò, tenere desta una battaglia culturale di lungo corso, capace di ostacolare la diffusione del credo neoliberista. Contro l’idea triste di una scuola-azienda, piegata al mercato, occorre rammentare costantemente  che vi è un’altra possibilità: una Scuola della Costituzione, capace di realizzare uno sviluppo completo della persona (sia come cittadino, sia come produttore), e promuovere una crescita civile e democratica del Paese.


lunedì 21 ottobre 2019

Dichiarazione Internazionale di Solidarietà con il Rojava



Un gruppo internazionale di studiosi, studenti, attivisti ed organizzazioni - attraverso il comunicato qui sotto riportato - esprime solidarietà alla lotta dei curdi e dei popoli della Siria settentrionale.

In risposta al ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria, deciso dal presidente Donald Trump e dal suo omologo turco Recep Tayyip Erdoğan, e in previsione dell'attacco militare contro il popolo libero nel Rojava che questo accordo consente, riteniamo urgente e necessario dichiarare ciò che segue:

L'Amministrazione autonoma della Siria nord-orientale, nota come Rojava, rappresenta il primo progetto politico anticapitalista in Medio Oriente che, basandosi sul confederalismo democratico, promuove una visione alternativa dell'organizzazione sociale fondata sui principi dell’autonomia non-statale, dell’autodeterminazione, della democrazia diretta e della lotta al patriarcato. L'autonomia del Rojava è un possibile mondo utopico in cui interculturalità, corrette relazioni di genere e rispetto per Madre Terra si sviluppano giorno dopo giorno. Il Rojava dimostra che non dobbiamo rassegnarci alle atrocità dei nostri tempi.

Il primo risultato della lotta per l'autonomia del Rojava è stato quello di fermare l’avanzata dello Stato islamico ed il suo fondamentalismo. Oggi, questo accordo mina gli sforzi compiuti dalle forze democratiche siriane a guida curda (SDF), mettendo a repentaglio gli importanti risultati raggiunti finora contro l'IS in Siria. Le forze curde dovranno, infatti, trasferirsi per proteggere il confine settentrionale del Rojava dall'invasione turca.
La guerra contro l'autonomia del Rojava, che è stata costruita sulle rovine dello stato siriano, è andata avanti sistematicamente per anni: gli attacchi e le invasioni sono stati la norma. In seguito al ritiro delle forze militari statunitensi dal confine turco-siriano, questa minaccia diventa più pericolosa e l'ostilità della Turchia nei confronti di coloro che combattono per la democrazia si trasforma in una reale possibilità di genocidio.

Per questi motivi, noi firmatari di questa dichiarazione - studiosi, studenti, attivisti, organizzazioni sociali e politiche, popoli che si coordinano e resistono - esprimiamo la nostra solidarietà con la lotta dei curdi e del popolo della Siria settentrionale e gridiamo la nostra rabbia a questo ultimo attacco capitalista e patriarcale da parte dello Stato turco, che sta avvenendo nel silenzio complice dell'Unione Europea e delle organizzazioni internazionali, e dimostra come i diritti umani vengano difesi solo quando obbediscono alle leggi dei mercati.
Difendere il Rojava significa difendere coloro che resistono ogni giorno, in Medio Oriente come in ogni altra parte del mondo, contro le atrocità incombenti. Questa dichiarazione è un grido di rabbia, indignazione e di solidarietà con i nostri fratelli e sorelle curdi, che combattono e muoiono in nome della libertà e della democrazia.

Que viva la vida! Que muera la muerte!
Il Rojava non è solo! 

*** Traduzione a cura di Dario Fichera


giovedì 17 ottobre 2019

Il percorso unitario del PCI, di Fronte Popolare e di Città Futura


Il Partito Comunista Italiano, Fronte Popolare e La Città Futura si sono incontrati a Bologna per un terzo appuntamento del comune percorso unitario.
L’impegno per un processo aperto e inclusivo di costruzione dal basso dell’opposizione politica e sociale al governo Conte e all’Unione Europea, al centro degli incontri precedenti, ci ha permesso di assumere l’indispensabile profilo propositivo nell’affrontare gli appuntamenti di lotta dell’autunno e ha aperto uno spazio concreto alla riflessione sulla costruzione teorica e pratica dell’unità comunista entro un fronte della sinistra di classe.
A partire dalla mobilitazione sui territori riteniamo possibile dar vita all’ampia unità d’azione e al coordinamento di forze indispensabile per far crescere un’alternativa politica alla falsa dicotomia tra europeisti e sovranisti che riflette unicamente le contraddizioni interne alle classi dominanti e condanna le lavoratrici e i lavoratori alla sconfitta.
Nell’ assumerci la responsabilità di contribuire a dare una risposta all’urgenza non rinviabile dell’unità, confermiamo la grande rilevanza dello sciopero generale del 25 ottobre, cui parteciperemo insieme.
Nell’ immediato futuro, ci impegniamo a formulare e costruire nuove forme concrete di unità, anche di tipo federativo, attorno ad un programma minimo e nello spirito della massima apertura e inclusione.
Promuoviamo altresì una settimana di mobilitazione contro il governo, da tenersi tra il 12 e il 19 novembre, che ponga al centro i bisogni sociali e denunci per quella via la natura antipopolare delle politiche del governo Conte in obbedienza ai diktat europei.
Infine convintamente rilanciamo il nostro invito a tutte le forze comuniste e della sinistra di classe in Italia ad animare un tavolo di coordinamento finalizzato alla costruzione, dai territori fino al livello nazionale e in tempi politici utili (ad esempio in relazione alla presentazione della legge di bilancio), di una mobilitazione a sostegno della necessaria alternativa politica e sociale.

da Ufficio Stampa PCI, 16 ottobre 2019

Nell’assumerci la responsabilità di contribuire a dare una risposta all’urgenza non rinviabile dell’unità, confermiamo la grande rilevanza dello sciopero generale del 25 ottobre, cui parteciperemo insieme.
Nell’immediato futuro, ci impegniamo a formulare e costruire nuove forme concrete di unità, anche di tipo federativo, attorno ad un programma minimo e nello spirito della massima apertura e inclusione.
Promuoviamo altresì una settimana di mobilitazione contro il governo, da tenersi tra il 12 e il 19 novembre, che ponga al centro i bisogni sociali e denunci per quella via la natura antipopolare delle politiche del governo Conte in obbedienza ai diktat europei.
Infine convintamente rilanciamo il nostro invito a tutte le forze comuniste e della sinistra di classe in Italia ad animare un tavolo di coordinamento finalizzato alla costruzione, dai territori fino al livello nazionale e in tempi politici utili (ad esempio in relazione alla presentazione della legge di bilancio), di una mobilitazione a sostegno della necessaria alternativa politica e sociale.

venerdì 11 ottobre 2019

No all’invasione turca. UE e Italia fermino il terrorista Erdogan


Il Rojava è anche un laboratorio sociale avanzato - La Federazione Democratica della Siria del Nord (in curdo: Federaliya Demokratîk a Bakûrê Sûriyê) - socialista ed egualitario, di classe e di genere. Repubblica parlamentare fondata sul pluralismo etno-culturale ed il decentramento politico-economico, la forma di governo è basata sul confederalismo democratico formulato da Abdullah Öcalan, ispiratosi ai principi del municipalismo libertario e dell'ecologia sociale teorizzati dal pensatore socialista libertario statunitense Murray Bookchin e ‘O Connor (ecomarxismo), un esperimento di evoluzione “dall’utopia alla scienza”; in medio oriente. ~ fe.d.


- L’invasione del Rojava è un’azione irresponsabile di terrorismo internazionale. Non ci sono aggettivi a sufficienza per commentare la scellerata decisione del Turchia di Erdogan, appoggiata dagli Stati Uniti di Trump, di invadere il nord della Siria, per combattere i partigiani kurdi che hanno liberato quell’area dall’Isis. Si contribuisce così a far ripiombare la Siria tutta in un caos, a ridare forza agli estremisti, a assecondare le politiche di potenza del regime turco. L’UE e l’Italia facciano di tutto per evitare questo scenario disastroso per tutta la regione e il massacro della più avanzata esperienza democratica del Medio Oriente. Riempiamo le piazze d’Europa con le bandiere della #pace, sosteniamo la comunità rivoluzionaria del #Rojava. Contro l’aggressione turca, per la pacifica convivenza dei popoli del Vicino Oriente. Il governo italiano chieda con decisione, in tutte le sedi, il ritiro immediato delle truppe turche dai confini del Rojava. Se ciò non avviene, l’Italia ritiri l’ambasciatore da Ankara e sospenda immediatamente le relazioni diplomatiche col regime di Erdogan.
Partito della Rifondazione Comunista #SinistraEuropea

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“Militanti comunisti e strutture comuniste devono essere impegnati nella mobilitazione, nella promozione di iniziative pubbliche in ogni città, sotto la parola d’ordine del No alla guerra imperialista contro la Siria, contro il massacro dei popoli. Nel registrare la complice inerzia delle principali istituzioni dell’UE, affermiamo che l’Italia deve non solo dissociarsi e contrastare l’iniziativa criminale della Turchia, ma dissociarsi e fuoriuscire dai meccanismi e sistemi di guerra che, ieri come oggi, fanno perno attorno alla NATO e agli Stati Uniti d’America; interrompere il vergognoso rifornimento di armi prodotte e vendute dal nostro Paese in favore dei conflitti imperialisti. Per la solidarietà internazionalista e antimperialista.”
leggi tutto in 




martedì 8 ottobre 2019

meno RAPPRESENTANZA meno DEMOCRAZIA


MENTRE I CANI ABBAIANO 
“L’Italia acquisterà 90 caccia F35. Il Governo Conte lo ha ribadito nel recente incontro con il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo.”
- da una parte i dazi protezionistici che causeranno danni economici enormi, dall’altra l’acquisto di inutili mezzi di offesa bellica, mentre al nostro popolo vengono chiesti sacrifici continui nei campi dello Stato sociale. Alleati degli USA? No, servi, e i servi servili che blaterano di Russia, Cina e Hong Kong. Gli pseudo-“sovranisti” della destra protezionistica (degli altri) intanto raccolgono firme contro lo ius cultura.

- meno RAPPRESENTANZA meno DEMOCRAZIA
“In questo sciagurato mo(n)do il Parlamento viene nominato dai cosiddetti leader, non viene assicurata alcuna governabilità politica, (ma solo quella delle convenienze del momento) le maggioranze sono drogate dai premi, la vera volontà popolare non conta niente, e le elezioni sono solo esercizi di posizionamento personale. ” (Enzo Paolini, il manifesto, 8/10/2019)
- eppure sono tutti lì a plaudire il taglio dei parlamentari, che in ogni caso riduce la rappresentatività territoriale. Fanno festa insieme a chi (la destra presidenzial-autoritaria) vuole anche una legge elettorale integralmente maggioritaria, con il furto di voti e l’impossibilità per le minoranze di contare ed essere rappresentate. Non vi sembra strano che il potere plauda a se stesso e richieda un consenso populistico, demagogico, che economicamente non vale quasi nulla, mentre sperpera euro per l’acquisto degli F-35 americani per dire sì a quel Trump che ci impone dazi e ora da’ il via libera ai turchi per combattere i curdi avamposto contro il terrorismo islamico? 
La democrazia sociale si nutre di rappresentanza politica, altrimenti si svuota di contenuto e diventa simulacro di poteri forti. 
E’ tutta demagogia: dalla democrazia diretta alla demagogia diretta, come la vignetta di Rolli, oggi sul Secolo XIX. 
                                                                                                                                                        ~fe.d.



TRUMP da' il via libera alla TURCHIA nella guerra contro i curdi


- Con quale legittimità parlate di guerra al terrorismo, quando i curdi sono l'avamposto armato avanzato contro l'ISIS?
Dovrete tacere e per sempre, la retorica non deve esservi concessa, ora e mai più, se mai ieri qualcuno vi ha creduto.
E l'Italia che fa, dopo aver subito i dazi doganali statunitensi, dopo aver chinato il capo sull'acquisto degli F-35, diventerà complice di questa ennesima nefandezza dell'imperialismo USA-Turchia? 

(fe.d.)

Ha scritto Tommaso Di Francesco:
"se i governi europei non saranno ancora più espliciti contro questa scelta potranno erigere nuovi muri contro i profughi dell’area; e con quale «innovativo decreto sicurezza» l’Italia avrà il coraggio di fermare la disperazione di chi fuggirà da questa nuova aggressione? «Aiutiamoli a casa loro», i curdi siriani, impediamo che questa nuova infamia si consumi sulla loro pelle.
Ma, purtroppo non basta. Emerge con chiarezza che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte rischia davvero il ruolo di «Giuseppi», avendo detto sì a Trump tramite il sottosegretario Usa Pompeo in visita a Roma, all’acquisto subito di tutti i famigerati e inutili cacciabombardieri F-35 «perché servono la nostra difesa» – e sono proprio quelli che il presidente turco non acquista più; e che ci costano come mezza finanziaria mentre si fa fatica a trovare i soldi per l’Iva e la sanità. Proprio non convince la mezza marcia indietro, a parole, con cui fanno sapere da Palazzo Chigi, per rassicurare i timori elettorali del M5s fin qui «inconsapevole» e che ora spinge per una revisione dell’accordo, che «Conte è d’accordo ad una rinegoziazione».
Non solo parmigiano dunque, il ricatto della Casa bianca che utilizza la nostra iper-fedeltà all’Alleanza atlantica, risulta tragicamente in piena sintonia, tematica e di tempi, con la nuova scelta di guerra avviata in Siria per interposto Sultano, atlantico anche lui. Davvero così facendo – se tace o peggio approva l’operato di Trump sulla Siria e se acquista gli F35 – questo governo non fa la cosa giusta."

(fonte: Il Manifesto, 8/10/2019)



martedì 1 ottobre 2019

Oggi, settant’anni fa: nasce la Repubblica Popolare Cinese


- - in estrema sintesi, questo è il percorso che porta alla nascita della Repubblica Popolare Cinese 70 anni fa.
Una storia volutamente cancellata perché porta alla luce i crimini dall’imperialismo.


di Manlio Dinucci

Settanta anni fa, il 1° ottobre 1949, Mao Zedong proclamava, dalla porta di Tien An Men, la nascita della Repubblica popolare cinese. L’anniversario viene celebrato oggi con una parata militare, di fronte alla storica porta a Pechino. Dall’Europa al Giappone e agli Stati uniti, i grandi media la presentano come una ostentazione di forza di una potenza minacciosa. Praticamente nessuno ricorda le drammatiche vicende storiche che portarono alla nascita della Nuova Cina.

Scompare così la Cina ridotta allo stato coloniale e semicoloniale, sottomessa, sfruttata e smembrata, fin dalla metà dell’Ottocento, dalle potenze europee (Gran Bretagna, Germania, Francia, Belgio, Austria e Italia), dalla Russia zarista, dal Giappone e dagli Stati uniti. Si cancella il sanguinoso colpo di stato effettuato nel 1927 da Chiang Kai-shek – sostenuto sia dagli anglo-americani che da Hitler e Mussolini, alleati del Giappone – che stermina gran parte del Partito comunista (nato nel 1921) e massacra centinaia di migliaia di operai e contadini. Non si fa parola della Lunga Marcia dell’Esercito Rosso che, iniziata nel 1934 quale disastrosa ritirata, viene trasformata da Mao Zedong in una delle più grandi imprese politico-militari della storia. Si dimentica la guerra di aggressione alla Cina scatenata dal Giappone nel 1937: le truppe nipponiche occupano Pechino, Shanghai e Nanchino, massacrando in quest’ultima oltre 300 mila civili, mentre oltre dieci città vengono attaccate con armi biologiche. Si ignora la storia del Fronte unito antigiapponese, che il Partito comunista costituisce con il Kuomintang: l’esercito del Kuomintang, armato dagli Usa, da un lato combatte gli invasori giapponesi, dall’altro sottopone a embargo le zone liberate dall’Esercito rosso e fa sì che si concentri contro di esse l’offensiva giapponese; il Partito comunista, cresciuto da 40 mila a 1,2 milioni di membri, guida dal 1937 al 1945 le forze popolari in una guerra che logora sempre più l’esercito nipponico. Non si riconosce il fatto che, con la sua Resistenza costata oltre 35 milioni di morti, la Cina contribuisce in modo determinante alla sconfitta del Giappone il quale, battuto nel Pacifico dagli Usa e in Manciuria dall’Urss, si arrende nel 1945 dopo il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki. Si nasconde cosa avviene subito dopo la sconfitta del Giappone: secondo un piano deciso a Washington, Chiang Kai-shek tenta di ripetere quanto aveva fatto nel 1927, ma le sue forze, armate e sostenute dagli Usa, si trovano di fronte l’Esercito popolare di liberazione di circa un milione di uomini e una milizia di 2,5 milioni, forti di un vasto appoggio popolare. Circa 8 milioni di soldati del Kuomintang vengono uccisi o catturati e Chiang Kai-shek fugge a Taiwan sotto protezione Usa.

Questo, in estrema sintesi, è il percorso che porta alla nascita della Repubblica popolare cinese 70 anni fa. Una storia scarsamente o per niente trattata nei nostri testi scolastici, improntati a una ristretta visione eurocentrica del mondo, sempre più anacronistica. Una storia volutamente cancellata da politici e opinion makers perché porta alla luce i crimini dall’imperialismo, mettendo sul banco degli imputati le potenze europee, il Giappone e gli Stati uniti: le «grandi democrazie» dell’Occidente che si autoproclamano giudici supremi col diritto di stabilire, in base ai loro canoni, quali paesi siano e quali non siano democratici. Non siamo però più all’epoca delle «concessioni» (aree urbane sotto amministrazione straniera) che queste potenze avevano imposto alla Cina, quando al parco Huangpu a Shanghai veniva «vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi».

@Il Manifesto





LA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE è PROPORZIONALE


I “pieni poteri” invocati dal fascioleghista, sono l’espressione della cultura politica della destra scimmiottata come al solito dalla falsa sinistra borghese per nome e per conto del capitale, la famosa “vocazione maggioritaria”. Ma la democrazia costituzionale, se deve rivitalizzarsi socialmente, ha bisogno di rappresentatività, altrimenti si svuota e diventa compiutamente oligarchia.
Tra l’altro, il sistema elettorale maggioritario ha dato pessima prova di sè, non garantendo affatto quella presunta “stabilità “ del potere esecutivo che è la ragione per la quale è stato propagandato, e per una ragione molto semplice: i problemi politici vanno affrontati politicamente, non con ingegnerie di tecniche elettorali da furto di voti. E questa ingegneria, poi, ha provocato il fatto che la povera Italia sia l’unico paese al mondo che a seconda dell’ente e dell’istituzione, ha un diverso sistema elettorale.
Per una democrazia sociale avanzata, sistema proporzionale puro, senza sbarramenti, e che sia solo l’inizio di quella riforma democratica profonda, necessaria, per ridare non solo parola ma poteri, a quel popolo tradito proprio dalla demagogia “populista”.
~ fe.d.

OCCORRE UNA FORTE MOBILITAZIONE PER UNA LEGGE ELETTORALE PROPORZIONALE SENZA SBARRAMENTI. E’ QUESTA LA RISPOSTA A SALVINI E ALLA LEGA

Matteo Salvini ha annunciato che punta ad una consultazione referendaria per abrogare la quota proporzionale del Rosatellum 2, rendendo così tale legge totalmente maggioritaria. Il leader della Lega ha intenzione di far presentare la proposta da almeno 5 Consigli regionali delle Regioni in cui il suo partito ha una consistente rappresentanza.

La questione della legge elettorale è ritornata, dunque, al centro del dibattito politico ed è oggetto di duri scontri tra una parte della nuova maggioranza e le opposizioni di destra, alle cui posizioni pro maggioritario sembra essersi avvicinata Forza Italia. Per la verità, anche i “padri nobili “del centro sinistra (Prodi, D’Alema e Veltroni), che ancora avvertono il fascino discreto del maggioritario, forse immemori dei tanti guasti che ha provocato dal 1994 in poi, pensano che la proporzionale non sia la legge elettorale migliore per l’Italia e vorrebbero un ritorno ai farraginosi ed iniqui sistemi maggioritari che abbiamo tristemente conosciuto.
Eppure, tutti coloro che vogliono il maggioritario dovrebbero riflettere sul fatto che in Italia abbiamo votato tre volte con il Mattarellum (’94, ’96 e 2001) e tre volte con il Porcellum (2006,2008 e 2013), ma, pur nella diversità dei meccanismi previsti dalle due leggi, con entrambe (tranne che nelle legislatura 2001-2006) abbiamo avuto avvicendamenti di governi e cambi di maggioranza (e di casacche).
Si dice da più parti che occorre riportare al centro dell’agenda politica la questione della governabilità, che, nelle intenzioni di chi la propone, dovrebbe assicurare stabilità e continuità all’azione di governo. Ma la governabilità è un concetto astratto, che non tiene in alcun modo conto delle contraddizioni sociali, politiche ed economiche del Paese. La governabilità, quella che abbiamo conosciuto in Italia, è “un falso mito”, che di fatto, con la previsione di sbarramenti elettorali altissimi e di patti di potere tra le forze politiche, mortifica la rappresentatività, soffoca la dialettica politica, esclude le minoranze che rifiutano di farsi mera appendice dei partiti maggiori.
La governabilità fondata sul maggioritario fotografa un Paese fermo, registra rapporti di forza e li perpetua attribuendo ai partiti maggiori una rappresentanza molto più ampia di quella alla quale essi avrebbero avuto diritto secondo i consensi realmente ottenuti.
Il Partito Comunista italiano di fronte alla nuova offensiva che propone Il ritorno, in qualsiasi forma, al maggioritario ribadisce la necessità di una battaglia politica e civile per una legge proporzionale senza sbarramenti e senza alcuna forma di premio a chi arriva primo.
Una legge proporzionale che non preveda sbarramenti può riavvicinare al voto settori dell’astensione e rendere più libero il confronto elettorale. Tanti cittadini, infatti, consapevoli del fatto che la lista che vorrebbero votare non ha possibilità di raggiungere il quorum per poter accedere alla ripartizione dei seggi, restano a casa perché rifiutano di votare il “male minore”, vale a dire i partiti principali.
Con il proporzionale gli elettori che pensano di contrastare la vittoria all’avversario più temuto possono tranquillamente votare per la propria lista preferita, consapevoli del fatto che, senza sbarramenti, potrà ottenere dei seggi, che finiranno inevitabilmente con l’essere sottratti alle forze avverse.
Ovviamente i partiti cosiddetti maggiori nulla avrebbero da temere da una legge proporzionale perché, i consensi da loro eventualmente ottenuti garantirebbero comunque la formazione di adeguate e consistenti rappresentanze parlamentari.
Il proporzionale consente di far entrare nelle aule parlamentari le contraddizioni reali del Paese, offre una voce ai lavoratori, ai precari, agli esclusi.
Il Partito Comunista Italiano lancia, quindi, la proposta di una mobilitazione unitaria per una legge elettorale proporzionale senza sbarramenti.

Antonio Frattasi

Segretario Regionale Pci Campania