le lenti di Gramsci

domenica 18 aprile 2021

I margini della storia, Gramsci e i Subaltern Studies. Una pagina di Gramsci sullo studio dei gruppi subalterni

 

Quaderno 25 (XXIII), 1934, Ai margini della storia (Storia dei gruppi sociali subalterni)

1. Subaltern Studies  2. Subaltern Studies Italia  3. Subaltern Studies e ragione postcoloniale decostruzionista (G.C.Spivak)


1. Subaltern Studies

"La storia dei gruppi sociali subalterni è necessariamente disgregata ed episodica. E' indubbio che nell'attività storica di questi gruppi c'è la tendenza all'unificazione sia pure su piani provvisori, ma questa tendenza è continuamente spezzata dall'iniziativa dei gruppi dominanti, e pertanto può essere dimostrata solo a ciclo storico compiuto, se esso si conchiude con un successo. I gruppi subalterni subiscono sempre l'iniziativa dei gruppi dominanti, anche quando si ribellano e insorgono: solo la vittoria "permanente" spezza , e non immediatamente, la subordinazione. (..) Ogni traccia di iniziativa autonoma da parte dei gruppi subalterni  dovrebbe perciò essere di valore inestimabile per lo storico integrale.", pag.2283/2284.

I Subaltern Studies si configurano come svelamento di "tracce" in antitesi ai meccanismi di costruzione della storia come modalità egemone di relazione con il passato (e sono "tracce" culturali in assenza o disgregazione dell'autonomia politica), un tentativo dunque di esplorazione anche delle differenti modalità di relazione tra scrittura e passato.

2. Subaltern Studies Italia

Gruppi subalterni e Stato: la storia dei gruppi subalterni, senza autonomia politica, è intrecciata a quella della società civile.

"i gruppi subalterni, mancando di autonomia politica, le loro iniziative "difensive" sono costrette da leggi proprie di necessità, più semplici, più limitate e politicamente più compressive che non siano le leggi di necessità storica che dirigono e condizionano le iniziative della classe dominante.", pag.2286.

"L'unità storica delle classi dirigenti avviene nello Stato e la storia di esse è essenzialmente la storia degli Stati e dei gruppi di Stati. (..) Le classi subalterne, per definizione, non sono unificate e non possono unificarsi  finchè non possono diventare "Stato":  la loro storia, pertanto, è intrecciata a quella della società civile, è una funzione "disgregata" e discontinua della storia della società civile e, per questo tramite, della storia degli Stati o gruppi di Stati. (..) Lo storico deve notare e giustificare la linea di sviluppo verso l'autonomia integrale, dalle fasi più primitive, deve notare ogni manifestazione del sorelliano "spirito di scissione"." pag.2288.

L'esempio non può che essere quello del Risorgimento italiano, la mancata unificazione del popolo da parte della borghesia.

Questo quaderno infatti è strettamente legato al tema dell'egemonia e della conquista dello Stato. Riveste, dunque, un'importanza particolare. Sono studiati i rapporti tra ceti dominanti e subalterni, partendo dal mondo antico (gli schiavi) e configurando il passaggio dallo Stato antico allo Stato moderno. Le utopie sono considerate creazione di singoli intellettuali isolati (Tommaso Campanella, lo stesso Machiavelli), in cui un'irrealizzabile aspirazione politica si costruisce come immaginazione concettuale, aspirazioni utopiche preparate in Italia dall'umanesimo come "salto" politico-filosofico per la soluzione dei problemi delle materiali condizioni di vita degli umili, alla ricerca di un nesso, non trovato, tra intellettuali e popolo.

citazioni da edizioni Einaudi, 1975, a cura di Valentino Gerratana, vol.III.

3. Subaltern Studies e ragione postcoloniale decostruzionista (G.C.Spivak)

Tracce e autonomia integrale dei subalterni: è da qui che parte, riferendosi  proprio a Gramsci, la critica alla ragione postcoloniale della Spivak, autrice nel 1988 di  "I subalterni possono parlare?", poi ricompreso nel terzo capitolo ("Storia") dell'ed.it. della Critica della ragione postcoloniale, a cura di Patrizia Calefato, ed. Meltemi, 2004 (1 ed.,Harvard University Press -1999):

"Ma chi è "subalterno"? Il concetto di Spivak è direttamente tratto dal pensiero di Gramsci e dal suo marxismo a sua volta "critico", che presenta temi portanti di estremo interesse per l'attualità postcoloniale, certamente per Spivak come è stato per tutti gli studiosi della composita area degli studi culturali e postcoloniali, dalla scuola di Birmingham a Said, fino al gruppo dei Subaltern Studies. Gramsci che, scrivendo in carcere, estrinsecò il contrasto impensato (double bind lo chiamerebbe forse Spivak filtrando l'espressione di Derrida) tra questione meridionale italiana e fordismo "americanista" già sovranazionale, tra "folklore" e cultura di massa; Gramsci che riesaminò in chiave materialista il concetto di senso comune e introdusse quello di egemonia, fissando come imprescindibile per la formazione della coscienza di classe l'ambito del linguaggio. Le classi subalterne, nella concezione marxiana che Gramsci rielaborò e di cui Spivak riprende il filo annodandolo ad alcuni passaggi del Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte di Marx, possono avere coscienza di se stesse superando la loro disgregazione e articolando la loro azione politica nel progetto di un'egemonia che le élite politiche e culturali costruiscono. In Spivak, però, la domanda sul "parlare" dei subalterni riguarda la loro possibilità di realizzare una capacità di agire, un'agentività (agency) che implica un'egemonia non convenzionale intesa come forza, come progetto di vita modellato entro un sistema che si collochi oltre il simbolico prestabilito."   (ivi,pp.13-14)

Le tracce non in elenco, dunque, sono quelle dell'"informante nativo - nativa" (la subalterna, "la più povera donna del Sud"), che subisce la violenza epistemica della stessa ragione post-coloniale. La pratica teorica della decostruzione (Derrida) introduce agli studi culturali trans-nazionali.  E la rivoluzione? Quella delle parole e del disvelamento testuale , come la "forclusione" di Lacan.

Se si segue la traccia gramsciana, però, ciò può non bastare o addirittura portare fuori strada. La filologia del senso comune, infatti, è un aspetto del problema dei dominati, subalterni neocolonizzati dall'imperialismo in occidente e oriente, in cui il Sud è sempre il Sud di un Nord. Se il presente decostruito è in dissolvenza, il futuro è già, da qui ed ora, da costruire.

Anche lo sguardo de La fine del mondo di de Martino è sia apocalissi spirituale che materiale, è anche il confine oltre il quale non si vede orizzonte. Un orizzonte che viene ricompreso (reintegrato) solo con la ricerca di un escatòn, il riscatto, reso possibile, dei subalterni.

a cura di Ferdinando Dubla


(Antonio Gramsci, 1891/1937)

(Gayatri Chakravorty Spivak , 1942)

(Ernesto de Martino, 1908/1965)

 

sabato 10 aprile 2021

SUBALTERN STUDIES COLLETTIVE: per un collettivo di ricerca Subaltern Studies Italia

 

metteremo la nostra ricerca al servizio dei subalterni se funzioneremo da intellettuale collettivo

SUBALTERN STUDIES COLLETTIVE

“Il mondo popolare subalterno costituisce, per la società borghese, un mondo di cose più che di persone”.

E. de Martino, “ Intorno a una storia del mondo popolare subalterno”, su Società nr.3/1949

 

- L’ethos del trascendimento e la destorificazione del negativo nell’antropologia filosofica di de Martino, la formazione “molecolare” della coscienza di classe nella filosofia della prassi di Gramsci, entrambi accomunati da una concezione dialettica storicista, la mutazione antropologica di Pasolini per la critica a un paradigma di civiltà, quello del capitalismo come sistema di valori. E’ da qui che può partire una ricerca comparata. -

 - Il collettivo Subaltern Studies, formatosi all’inizio degli anni Ottanta in India, attorno all’Università di Delhi, costituisce una delle scuole fondamentali degli studi culturali sviluppatisi nel Sud-Est asiatico, insieme a quelle del Centre for the Study of Developing Societies (csds) e del Centre of Contemporary Studies (ccs). Con questi centri di studio, anch’essi facenti base a Delhi, il collettivo condivide alcuni interessi specifici, quali la riflessione critica sulla modernità, l’idea che la conoscenza è una forma di intervento politico, (..) Il termine subalterno, così come molti altri utilizzati dal gruppo di Delhi, è preso in prestito dagli scritti dello storico e politico marxista italiano Antonio Gramsci, che con esso si riferiva ai gruppi socialmente subordinati al dominio delle classi egemoni.

di Alessandra Di Maio

http://www.studiculturali.it/.../subaltern_studies_b.html


- Il termine subalterno entra nel lessico antropologico in relazione con il mondo storico popolare con Ernesto de Martino, che nel 1949 ne configura il profilo di ricerca e i suoi criteri, con l‘inchiesta di gruppo sul campo e la verifica empirica dell’analisi etnologica.

Un collettivo di studio sui subalterni deve dunque muoversi intorno alle problematiche gramsciane nella ricezione, diretta e indiretta, esplicita ed implicita, dell’antropologia filosofica di de Martino.

fe.d.

https://www.academia.edu/43738868/Ernesto_de_Martino_Intorno_a_una_storia_del_mondo_popolare_subalterno_1949





APOLOGIA della RICERCA

 

Ricercatori di tutto il mondo, unitevi! 


Siete il vero orgoglio in una società senza eroi, che non vi intesta strade, non vuole vedere i vostri volti, perché preferisce i santi, siete il vero investimento, il bene primario, siete i ricercatori di tutto il mondo, che sorridono quando ognuno di noi ringrazia la sorte.

La scienza non ha confini, la ricerca non conosce barriere, il pregiudizio non è scienza, Fleming come Einstein sono di tutta l’umanità, lo fu Sabin che, memore delle sue nipotine trucidate dalle SS, regalò le sue zollette di zucchero con il vaccino contro la poliomielite a tutti i bambini del mondo. La ricerca scientifica è risultato dell’intelligenza sociale, quella che, riferita alla produzione, Marx chiamava ‘general intellect’, richiede sforzo, impegno, formazione e studio assidui, perché non esistono i miracoli, come credono coloro che sostituiscono la magia con la scienza, i dogmatici di tutte le specie.

ferdinando dubla





 

giovedì 8 aprile 2021

[ Conscientização ] La "coscientizzazione" in Paulo Freire

 

Intro.: la categoria di “coscientizzazione” di Freire è stata criticata, in ambito politico, più per il significante che per il significato. Infatti essa è inserita propriamente nella dialettica pedagogica, divenendo attività trasformatrice dei soggetti conoscenti e dunque il presupposto per un processo rivoluzionario, la riforma intellettuale e morale di Gramsci, che parte dal disvelamento delle apparenze fenomeniche che, alla coscienza, presenta il sistema del capitale e l’imperialismo, che prima che politico-militare, è culturale, come dimostra l’esperienza di Freire nell’ America latina.

- P. Freire è contro il modello educativo che egli chiama “depositario”: il suo esempio, che non è un modello (ogni modello fissa criteri e non si apre alla realtà della vita - questa è diversa per oppressori e oppressi) è basato sulla forma del dialogo e su contenuti finalizzati alla “coscientizzazione” [ Conscientização ], in cui viene superata la contraddizione tra educatore (“depositario del sapere”) ed educando (“recipiente passivo di conoscenze”), in quanto entrambi elaborano come soggetti conoscenti. La coscientizzazione affranca, libera, innanzitutto attraverso la demistificazione del linguaggio, sequestrato nei significanti dalle classi dominanti per rovesciarne il significato, in un processo dialettico che, richiamando Gramsci, svela le categorie del ‘senso comune’.

La pratica educativa problematizzante che ne riviene “si basa sulla creatività e stimola la riflessione e l’azione autentica dell’uomo sulla realtà, risponde alla sua vocazione a “essere”, che non sarebbe autentica fuori di una ricerca e di una trasformazione creatrice.” [Pedagogia degli oppressi, ed.it. 2018, pag.93]. L’autonomia intellettuale e morale di Gramsci (presupposto della “riforma sociale” più complessiva) e l’autodisciplina cosciente, diventano i valori costanti a cui indirizzare l’ethos creativo per la trasformazione, di sè, delle relazioni, dei rapporti sociali.


Paolo Freire, (Recife,1921– São Paulo,1997)

Educazione e istruzione non “dalla parte” degli oppressi, ma con lo stesso sguardo degli oppressi. Istruzione degli adulti come alfabetizzazione e “coscientizzazione” insieme.

Il capolavoro di P.F., “PEDAGOGIA do oprimido“ è del 1968, in trad.it. per Mondadori nel 1971.

Studioso di Gramsci, non poteva non cercare l’autonomia di tutti i soggetti dell’apprendimento nella definitiva liberazione dall’oppressione sociale e del consequenziale decondizionamento dal dominio di classe considerato questo come presupposto fondante il sistema sociale capitalistico e quello la finalità immanente ad ogni percorso di autodeterminazione. La scienza è scienza se è emancipatrice, la cultura è cultura se è emancipatrice, la comunicazione, partecipativa e transazionale, come condivisione dei linguaggi dell’anima oltre le parole.

Gli stessi strumenti didattici diventano funzionali alla centralità della partecipazione e della reciprocità nella relazione educativa [vedi anche il libro rivolto alla formazione degli insegnanti “Pedagogia dell'autonomia. Saperi necessari per la pratica educativa”, Torino, EGA, 2004 (1^ed.or. Paz e Terra, Rio de Janeiro,1996) e “Pedagogia della speranza. Un nuovo approccio alla ‘Pedagogia degli oppressi’", Torino, EGA, 2008, (1^ed.or. Paz e Terra, Rio de Janeiro,1992)]

IV di copertina nuova ed. de “La pedagogia degli oppressi”, Gruppo Abele, 2018:

<Cosa significa educare? perché educare? chi educa chi? quali rapporti esistono tra educazione e società e tra educazione e cambiamento? A cinquant'anni dall'uscita di “Pedagogia degli oppressi”, concluso da Freire nel 1968 (anno - come il libro - di radicalità e di liberazione) le domande restano prepotentemente attuali. E le risposte di Freire, ispirate al principio fondamentale che non c'è educazione se non attraverso la liberazione degli uomini dall'oppressione, continuano a essere un punto di riferimento nel mondo. >

a cura di Ferdinando Dubla 



Paulo Freire (1921/1997)



martedì 6 aprile 2021

TEOLOGIA della LIBERAZIONE, TEOLOGIA DO OPRIMIDO [dedicato a Camilo Torres Restrepo (1929/ +1966)]

 

Camilo Torres Restrepo (1929/ +1966)

“Se Gesù fosse vivo, sarebbe nella guerriglia.”


- presbitero, guerrigliero e rivoluzionario colombiano, precursore della Teologia della liberazione, cofondatore della prima Facoltà di Sociologia e membro dell'Esercito di liberazione nazionale colombiano. Durante la sua vita promosse il dialogo tra il marxismo rivoluzionario e il cattolicesimo.[wiki]

“Non ho mai visto il volto di Gesù Cristo osservando i tratti della minoranza che tiene in scacco i poveri del mio paese. Li osservo invece, ogni giorno, in mezzo alle folle dei diseredati [...]. Sono un rivoluzionario, come colombiano, come sociologo, come cristiano e come sacerdote. Come colombiano, perché non posso estraniarmi dalle lotte del mio popolo. Come sociologo, perché, grazie alla mia conoscenza scientifica della realtà, sono giunto alla convinzione che soluzioni efficaci non sono raggiungibili senza una rivoluzione. Come cristiano, perché l’essenza del cristianesimo è l’amore per il prossimo e solo attraverso una rivoluzione si può ottenere il bene della maggioranza. Come sacerdote, perché dedicarsi al prossimo, come la rivoluzione esige, è requisito dell’amore fraterno indispensabile per celebrare l’eucarestia.” 

(C.T. ) cit. in postfazione di Giuseppe Ranieri a Liberazione o morte, e.book, Coop.ed.Red star press, 2015 [su 1^ ed. Feltrinelli, 1968]

“la divulgazione di queste idee è infatti di somma utilità per una migliore comprensione del processo rivoluzionario. Così da Camilo Torres Restrepo, il sacerdote-guerrigliero, l’eroico dirigente rivoluzionario, caduto in combattimento per la liberazione del popolo colombiano – e quindi di tutti i popoli nostri – hanno molto da imparare tutti i rivoluzionari. Perché Camilo fu un rivoluzionario e un patriota completo. Sempre, da quando si gettò nella lotta rivoluzionaria, seppe anteporre a qualunque interesse personale, di gruppo e in qualsiasi circostanza, l’interesse del popolo e la Rivoluzione. Tutta la sua vita di rivoluzionario è un luminoso esempio di come il destino di un dirigente si identifichi con quello del suo popolo. Camilo, oltre che sacerdote cattolico, era sociologo e dal 1959 si trovava in servizio all’Universidad Nacional, dapprima come cappellano e in seguito come professore universitario. Il suo rovello di indagatore della realtà sociale lo spinse a occuparsi dell’analisi dei profondi cambiamenti introdotti nella società colombiana dalla violenza che, scatenata dall’oligarchia, s’abbatté sulle zone contadine dopo il ’47.“ , 

da Francisco Gonzales, Rappresentante a Cuba dell’Eln colombiano, Prefazione a Torres, Liberazione o morte, e.book Red star press, cit.

cfr. anche: Sergio Dalmasso, Cristianesimo e rivoluzione: Camillo Torres, in “Latinoamerica”, numero 70, maggio-agosto 1999      http://www.sergiodalmasso.net/.../Latinoamerica%20N%C2...

- l’intera postfazione di Giuseppe Ranieri a Liberazione o morte di Torres prossimamente sul blog




Ogni rivoluzionario sincero deve riconoscere la via rivoluzionaria come
l’unica rimasta. Tuttavia il popolo aspetta che siano i capi col loro
esempio e con la loro presenza a dare l’ordine della battaglia. Voglio
dire al popolo colombiano che questo è il momento. Che non l’ho tradito.
Che ho attraversato le piazze dei villaggi e delle città chiamando
all’unità e all’organizzazione della classe popolare per prendere il
potere. Che gli ho chiesto di potersi dedicare a questi obiettivi fino
alla morte.

dal Proclama di Camilo Torres al popolo - Dalle montagne, gennaio 1966




sabato 3 aprile 2021

Ferdinando Dubla, Insurrezione o attesismo - La rivolta di Martina Franca (3 aprile 1930) e la linea del PCd'I

 

recensione-presentazione e abstract 

- edito da Nuova editrice Apulia nel marzo 1998 con una straordinaria raccolta di foto storiche di Martina Franca e sul PCI della cittadina pugliese a cura di Benvenuto Messia. - in collaborazione con Francesco Massafra. /

pubblicato ora in formato digitale su Academia.edu / digitalizzazione Colors Taranto


- Nell'aprile del 1930, l'Italia fascista subì uno scossone sociale che lasciava prefigurare tristi sventure per il regime, che dopo la firma dei Patti Lateranensi cercava un consenso pressoché totale da parte della popolazione italiana. La situazione era realmente preinsurrezionale? O i bagliori davano solo l'impressione della loro vividezza?

Il Partito Comunista, nel 1930, attraversato da una drammatica crisi interna, accentuata dalla ferocia repressiva del fascismo nei suoi confronti, con l'arresto, il confino e l'esilio dei suoi dirigenti, il pestaggio e l'uccisione continua dei suoi militanti, se lo chiese e molti dei suoi più giovani dirigenti, come Luigi Longo ("Gallo") e Pietro Secchia, cercarono di interpretare la 'svolta' del 1929 della III Internazionale in un senso attivistico, non attesista e temporeggiatore.

·         Nel PCd’I costretto alla clandestinità, con un centro estero e uno interno, ci si interrogava: attendere gli eventi o intraprendere azioni rivoluzionarie? Pietro Secchia, allora giovane dirigente comunista (27 anni), anima organizzativa del centro interno (ma fu arrestato nell’aprile del 1931) si impegnò per respingere l’attendismo e prendere l’iniziativa della lotta armata. E quando negli anni ‘60 ricostruì il dibattito sulla ‘svolta’ del 1929 dell’Internazionale Comunista (quella dell’equiparazione tra socialdemocrazia e fascismo, nota come ‘socialfascismo’), negli Annali Feltrinelli [L'azione svolta dal Partito comunista in Italia durante il fascismo 1926-1932, Annali dell'Istituto Giangiacomo Feltrinelli, XI (1969), Milano, Feltrinelli, 1970], descrisse come prioritario proprio il dibattito interno piuttosto che il giudizio ideologico. Citando il caso della rivolta di Martina, dove i contadini non si erano rassegnati all’ennesima imposizione fiscale sui beni alimentari (in questo caso una gabella sul vino per consumo proprio) e avevano distrutto e incendiato tutti i luoghi-simbolo del potere fascista, provocando la stessa destituzione del podestà Carrieri. Una rivolta oggettivamente antifascista, dunque.

 

Nel 1930, infatti, alla violenta manifestazione di protesta degli operai di una fabbrica di Parabiago (Milano) che arrivarono a vere e proprie dimostrazioni di 'luddismo' con la distruzione dei macchinari e ai combattivi cortei di disoccupati che attraversarono Livorno, Signa e Fucecchio (Firenze), fecero eco nel Mezzogiorno l'assalto alla podesteria di Faito (Avellino), l'attacco al municipio di Lecce, insurrezioni con uso di armi a Barletta e dunque proprio l'insurrezione di Martina Franca il 3 aprile.

Le cause di queste sollevazioni furono le concrete politiche economiche del fascismo, miranti a far pagare la crisi ai ceti subalterni, alla classe operaia dei distretti industriali, specie al Nord (progressiva corporativizzazione e abbassamento dei salari) ed ai contadini, specie delle campagne meridionali.

Martina Franca allora diventa importante: e più che per i fatti che qui si sono svolti, per il simbolo che rappresenta. E lo rappresenta ad un livello elevato e importante.

Grazie alla consultazione degli archivi del PCI e di Mosca, si è potuto comparare il documento che comprova il colloquio avvenuto tra Togliatti (allora ‘Ercoli’) e due dirigenti dell’Internazionale Comunista quali Vasilyev e Molotov, durante la seduta del 19 luglio 1930 (dopo oltre tre mesi dai fatti di Martina, da qui è possibile giudicarne la eco) dell’Esecutivo della stessa Internazionale. E’ proprio Togliatti a sollevare la questione dei contadini del Mezzogiorno e porta emblematicamente l’episodio martinese di tre mesi prima all’attenzione dei sovietici;

I fatti di Martina Franca del 3 aprile 1930, qui ricostruiti, costituirono uno spiraglio di luce, per i comunisti italiani, da cui erano riusciti ad intravedere la crepa del burrone in cui sarebbe precipitato il regime tredici anni dopo e dimostra che a loro fu caro, piuttosto che il tratto ideologico antiriformista, il tratto politico della soggettività rivoluzionaria, quello necessario per sconfiggere il fascismo.

 

https://www.academia.edu/45656185/Insurrezione_o_attesismo_La_rivolta_di_Martina_Franca_3_aprile_1930_e_la_linea_del_PCdI




giovedì 1 aprile 2021

L’ESCATON dei SUBALTERNI - SUBALTERN STUDIES COLLETTIVE

 “Il mondo popolare subalterno costituisce, per la società borghese, un mondo di cose più che di persone”.
E. de Martino, “ Intorno a una storia del mondo popolare subalterno”, su Società nr.3/1949


Metteremo la nostra ricerca al servizio dei subalterni se funzioneremo da intellettuale collettivo

(fe.d.)

Il termine subalterno entra nel lessico antropologico in relazione con il mondo storico popolare con Ernesto de Martino, che nel 1949 ne configura il profilo di ricerca e i suoi criteri, con l‘inchiesta di gruppo sul campo e la verifica empirica dell’analisi etnologica.

Un collettivo di studio sui subalterni deve dunque muoversi intorno alle problematiche gramsciane nella ricezione, diretta e indiretta, esplicita ed implicita, dell’antropologia filosofica di de Martino.

Gramsci critica gli intellettuali che si rinchiudono nella torre eburnea della loro specializzazione; l’intellettuale è organico alla classe e il nuovo intellettuale elabora collettivamente per la critica al senso comune. Il linguaggio è il significante del senso comune. La mistificazione avviene invece sul significato. Il dominio di classe impedisce lo sviluppo di una cultura popolare dei subalterni antagonista alla cultura dominante, sebbene le stesse radici culturali configurino l’identità sociale prima della formazione e sviluppo della coscienza di classe. E’ lo stretto passaggio tra filosofia dei semplici, folclore, senso comune ed egemonia. E’ il passaggio analizzato in ambito antropologico da de Martino, con la ricerca sul campo e la riflessione filosofica sull’escatòn, il riscatto possibile dei subalterni, per il tramite proprio della cultura popolare.

Un punto dirimente di analisi comparata è tra ethos del trascendimento e formazione della coscienza di classe. Perché questa avviene sia sul terreno strutturale, le materiali condizioni di vita, sia su quello sovrastrutturale, l’oltrepassamento delle apparenze reificate, la demistificazione dei significati, la consapevolezza di essere soggetti nella storia e non agiti da essa. L’ethos in de Martino permette sia la costituzione di riti protettivi rispetto alla presenza, sia il reintegro nella storia, cioè il passaggio dalla natura alla storia. La coscienza di classe, per Gramsci, è la reintegrazione nella storia del soggetto rivoluzionario. Il riscatto (collettivo) è immanente alla formazione molecolare di questa coscienza della trasformazione sociale e della sua configurazione nella società autoregolata, comunista in quanto autodeterminata dall’intelletto collettivo. L’escaton demartiniano scongiura l’apocalissi, cioè ridetermina la posizione storica del soggetto, come ethos del popolo, per cui è la stessa comunità e il senso di appartenenza a configurare l’identità culturale e dunque l’escatòn come liberazione.

SUBALTERN STUDIES COLLETTIVE (1)

Il collettivo Subaltern Studies, formatosi all’inizio degli anni Ottanta in India, attorno all’Università di Delhi, costituisce una delle scuole fondamentali degli studi culturali sviluppatisi nel Sud-Est asiatico, insieme a quelle del Centre for the Study of Developing Societies (csds) e del Centre of Contemporary Studies (ccs). Con questi centri di studio, anch’essi facenti base a Delhi, il collettivo condivide alcuni interessi specifici, quali la riflessione critica sulla modernità, l’idea che la conoscenza è una forma di intervento politico, (..) Il termine subalterno, così come molti altri utilizzati dal gruppo di Delhi, è preso in prestito dagli scritti dello storico e politico marxista italiano Antonio Gramsci, che con esso si riferiva ai gruppi socialmente subordinati al dominio delle classi egemoni.

di Alessandra Di Maio

http://www.studiculturali.it/.../subaltern_studies_b.html

- l’ethos del trascendimento e la destorificazione del negativo nell’antropologia filosofica di de Martino, la formazione “molecolare” della coscienza di classe nella filosofia della prassi di Gramsci, entrambi accomunati da una concezione dialettica storicista, la mutazione antropologica di Pasolini per la critica a un paradigma di civiltà, quello del capitalismo come sistema di valori. E’ da qui che può partire una ricerca comparata -

La danza du desir - ogni danza è un desiderio: il nostro.

“A partire dalla fatidica spedizione in Lucania , studiando la gestualità performativa dei rituali curativi, veniva alla luce il rituale simbolico del tarantismo: una forma fluens che richiedeva la decifrazione del passaggio dal sintomo al simbolo. Una struttura “molecolare” avrebbe detto Gramsci, con le sue modalità terapeutiche, l’oscillazione esistenziale del primitivo, la figura dello sciamano, capace di ricostituire l’equilibrio personale e il vincolo sociale, anche attraverso la figurazione del capro espiatorio, che doveva essere lo stigma di Pasolini.”, Roberto Nistri, in Siderlandia, vedi anche “La danza du desir - Il resto del tarantismo”, a cura di Roberto Nistri, Scorpione ed., Taranto, 2004.

 

SUBALTERN STUDIES COLLETTIVE (2)

“Il mondo popolare subalterno costituisce, per la società borghese, un mondo di cose più che di persone”.

E. de Martino, “ Intorno a una storia del mondo popolare subalterno”, su Società nr.3/1949

https://www.academia.edu/.../Ernesto_de_Martino_Intorno_a...


- ESPOSITO Roberto (2010), Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana, Einaudi, Torino

ricerca comparata per la scrittura filosofica tra Gramsci e P.P.Pasolini, cfr. Ivi, Varco IV. L’insostenibile

“quando, davanti alle cinera Gramscii, nel cimitero degli Inglesi al Testaccio, Pasolini dichiara, «lo scandalo del contraddirmi, dell’essere | con te e contro di te; con te nel cuore, | in luce, contro te nelle buie viscere» [P. P. Pasolini, Le ceneri di Gramsci, in Le poesie, Milano 1975, p. 73.],

lo scarto esistenziale tra poesia e politica sembra intensificarsi in una frattura, ancora piú profonda, tra sfera della storia e orizzonte della vita.

- su Marx, Gramsci e l’idealismo italiano in relazione alla filosofia della prassi

D. Losurdo, Gramsci, Gentile, Marx e le filosofie della prassi, in Gramsci e il marxismo italiano, Roma 1990

 

- Metteremo la nostra ricerca al servizio dei subalterni se funzioneremo da intellettuale collettivo. 

(fe.d.)







giovedì 25 marzo 2021

PCI e ANTIFASCISTI di terra jonica

 

"Non mi dilungo a mettere in rilievo la vastità e la pericolosità dell'organizzazione comunista soppressa, bastando a ciò il prospetto (..), che consente una cognizione particolareggiata e completa della struttura e della formidabile efficienza , raggiunta dal Partito Comunista nella città jonica, specialmente nei due maggiori stabilimenti militari: R. Arsenale e Cantiere Navale Tosi. Aggiungo soltanto che il movimento di che trattasi non era isolato. (..), 

relazione dell'Ispettore dell'OVRA Calabrese, 18/07/1934, Archivio Centrale dello Stato, 1934, busta 41

Il 27 febbraio 1932 il comitato esecutivo, sciolto in precedenza, veniva ricostituito con i seguenti nominativi. Antonio Turi, Pasquale Proietti, Umberto e Vincenzo Candelli, Giovanni Palumbo. (..).  La direzione del movimento con Amedeo Portone al confino e con il vecchio gruppo dirigente ancora in carcere (Latorre, Voccoli, Federico Mellone), passa a Turi. (..)

Quando nel marzo 1934 avvengono gli arresti, (..) il partito era organizzato con un comitato segreto o riorganizzativo, formato dal medico Michele Pierri, Giovanni Palumbo, Alfredo Campanelli, Emanuele Ninfole, Vincenzo Di Noia. Nicola Di Bello fu segnalato dalla polizia come "il maggiore responsabile del partito scoperto a Taranto, nel 1932 uno dei suoi costruttori.

cit. in A.Anzoino, Le grandi retate del 1931 e 1934, sta in AA.VV., Antifascismo di terra jonica - Studi e Documenti, a cura di Matteo Pizzigallo, Schena ed.,1989.

I nostri compagni Francesco, Federico e Umberto

I fratelli Francesco (1877 - +1928) e Federico Mellone (1892 - 1936)

- Federico Mellone “è il prototipo del comunista tronfio, protervo, integrale. Il suo odio antifascista e la sviscerata devozione alla causa del partito (..) rispondente alla più ortodossa dottrina comunista (..)”

Prefettura di Bari, 18/07/1934 nr. 00330 di Prot.

- i fratelli Mellone furono nuovamente arrestati, per attività "sovversiva" nel 1928. Federico e Francesco furono portati l'8 maggio di quell'anno davanti al Tribunale speciale ed alla corte fascista (Francesco, molto malato, vi fu portato in barella). Entrambi dichiararono, con coraggio e sprezzanti verso i nemici della libertà, di essere militanti comunisti. Solo per questo furono condannati rispettivamente a 10 e a 5 anni di carcere. Francesco dopo pochi mesi, non assistito, morì a causa del protrarsi della malattia. 

cfr. https://www.tarantosociale.org/tarantosociale/a/29338.html

- Umberto Candelli fu condannato con altri antifascisti nel 1938 a seguito dell’incendio di un magazzino di legname dei cantieri Tosi avvenuto nell’agosto dell’anno precedente. La sentenza parlava di un atto di sabotaggio. La Corte di Appello di Lecce, chiamata a rivedere nel 1961 su istanza di Alba Leggieri, vedova di Umberto, il processo, giunse alla conclusione della inattendibilità delle prove addotte e delle testimonianze estorte agli imputati comunisti.


venerdì 26 marzo, ore 18.45 / diretta FB su il PCI, l’antifascismo e la Resistenza in provincia di Taranto.




Francesco Mellone (1877/1928)

Federico Mellone (1892/1936)

Umberto Candelli (1895/1947) 







mercoledì 24 marzo 2021

VACCINI? NO, MISSILI NUCLEARI USA

 

editoriale di Tommaso Di Francesco su Il Manifesto, 23 marzo 2021

[integrale]

subtit: gli Stati uniti, in piena campagna di vaccinazione per loro trionfante perché «prima l’America», annunciano che in Europa arriverà un nutrito pacchetto di nuovi, ultramoderni missili ipersonici nucleari. (..) Non è una nuova guerra fredda. È molto peggio.

- La vaccinazione in Italia langue, ancorché a guida militare, sotto l‘alto profilo di Draghi e nelle mani di una grossa eterogenea quanto immobile coalizione di governo; in Europa è quasi peggio e nel caos alligna e torna la protesta oscura sulla «libertà» della destra ipernazionalista e populista.
Rifiutata la scelta radicale di sospensione dei brevetti e produzione diretta, siamo sottoposti all’autorità di mercato delle multinazionali del farmaco. Ma il morbo non si placa, la crisi sociale dilaga e meno male che c’è ancora la protesta sociale organizzata dei nuovi lavori. Così uno si aspetterebbe dagli alleati statunitensi almeno un soccorso. Hanno tanto sconvolto il mondo con tante guerre «umanitarie» che un po’ di umanitario vero non guasterebbe. Nei cortei del Pci degli anni 50, di fronte al Piano Marshall, si cantava «E ‘mo gli americani ce trattano da fratelli/ ce mannano dall’America la zuppa de piselli”: era una sconfitta, ma almeno la zuppa arrivava.
Invece ora gli Stati uniti, in piena campagna di vaccinazione per loro trionfante perché «prima l’America», annunciano che in Europa arriverà un nutrito pacchetto di nuovi, ultramoderni missili ipersonici nucleari.
Dunque il cattolico democratico Joe Biden fa della predicazione del papa contro la guerra una chiacchiera elettorale. E le chiacchiere stanno a zero.
Così facendo infatti trova allora spiegazione la sua recente alzata di voce – da innocente – contro il «killer» del Cremlino. Perché prima con l’annuncio del capo di stato maggiore Usa, il generale James C. McConville, poi con la conferma della Darpa, l’Agenzia per i progetti di ricerca avanzata della Difesa, sappiamo che sta per arrivare una «task force» – ridagli – di un’arma strategica semovente micidiale: pronta all’uso di missili ipersonici di nuova tecnologia, che hanno una precisione centimetrica, una gittata spaventosa e che sono armati con testate atomiche.
Saranno disposti nei Paesi europei – probabilmente in aree con già la presenza delle atomiche come l’Italia e la Germania, e sicuramente nella «democratica» Polonia che già vede posizionato il sistema dello Scudo antimissile, oppure nell’ormai atlantica e povera Romania, a poca distanza dal «nemico»: la Russia – e ce ne sarà anche per la Cina con due task force nel Pacifico.
Nell’incertezza della destinazione europea dei nuovi missili, è giusto sapere che le basi militari in Italia e in Europa diventano subito un bersaglio. Sì. Perché stavolta ci troviamo di fronte ad uno scellerato riarmo che coinvolge sia gli Stati uniti e i subalterni alleati atlantici ma anche la Russia di Putin. La quale rispondendo alla decisione del 2019 di Donald Trump di decretare la nascita della nuova branca della difesa statunitense, quella per la Guerra spaziale con relativi miliardi d’investimento, ha pensato «bene» di riarmare in tal senso approntando nuovi missili strategici ipersonici nucleari, altrettanto micidiali come quelli americani.
Di fatto sta fallendo quella che solo a parole era sembrata una scelta saggia, la riattivazione, da parte di Putin e poi di Biden, del Trattato Start stracciato da Trump.
Siamo alla riedizione di una nuova Comiso, che vedeva la dislocazione dei missili Cruise sul territorio italiano ed europeo simmetrica alla dislocazione degli Ss20 da parte dell’ancora viva Unione sovietica. La Russia di Putin accerchiata dallo scellerato allargamento a est della Nato, reagisce ora con l’unica e perniciosa eredità sovietica: il riarmo.
Non è una nuova guerra fredda. È molto peggio e bisognerà inventare una definizione per l’epoca orribile che ci si apre davanti. È peggio anche perché questi nuovi sistemi ipersonici sono inarrestabili (come bene spiega Manlio Dinucci qui). Decide l’intelligenza artificiale che ha già programmato a quanto pare la distruzione del pianeta e della sua umanità disperata quanto disattenta.
E stavolta, per la velocità della nuova arma ipersonica, non sarà possibile raccontare «dopo» il rischio atomico per il mondo con un film come il monito «fantascientifico» dello straordinario Stranamore di Kubrik.
È l’ora della protesta pacifista che come nel 1981 per Comiso e nella migliore tradizione della protesta comunista degli anni ’60 che voleva lo scioglimento sia della Nato – invece dura ancora – che del Patto di Varsavia – sciolto nel ’95 -, chieda lo smantellamento, a ovest come a est, di tutti i missili dal territorio europeo e gridi la priorità della pace contro ogni riarmo. Se non ora quando?



lunedì 22 marzo 2021

Il PRE-DOMINIO dell’ IMPERIALISMO USA in crisi - firma per l'abolizione dei brevetti


Una lettura secondo categorie leniniste e gramsciane (egemonia-dominio-crisi e imperialismo) può aiutare a capire l’inaudito attacco del nuovo imperatore del sacro americano impero Biden al presidente russo Putin. Nella competizione internazionale dal punto di vista innanzitutto economico - finanziario e dunque politico, l’impero cerca di rilanciarsi attraverso l’intimidazione. Non c’è nessun killer che possa pareggiare la violenta tracotanza di capibanda banditeschi che, persa l’egemonia, vorrebbero instaurare il dominio militare e imporre ora con la forza il pre-dominio. Il messaggio è anche alla UE, all’asse franco-tedesco, e come collaterale conseguenza ha implicita anche la richiesta di embargo dei vaccini di quei paesi in diretta concorrenza con il disegno, appunto, di pre-dominio. 

fe.d.

COMMUNISM vs.COVID-19

VACCINO, BENE COMUNE dell’UMANITA’ - CONTRO I PROFITTI SULLA PANDEMIA, firma per l’abolizione dei brevetti

- (..) All’Europa non restano che due soluzioni, in realtà non alternative. Una soluzione per uscire dalla situazione attuale è quella di aprire ai vaccini provenienti da Cuba, dalla Russia e dalla Cina per compensare i vaccini rubati dagli americani. Questo però implica riconoscere e prendere coscienza di due fatti. Il primo è che non esiste alcun “patto atlantico”, ma che questo è al contrario un accordo di soggezione europea agli americani. Al posto della supposta cooperazione esiste una competizione tra americani ed europei nel quadro di una superiorità americana che non può essere messa in discussione neanche nei rapporti con gli europei.(..)

Vista la situazione di crisi generale il vaccino va riconosciuto come un bene comune dell’umanità, come l’aria, non sottoponibile a diritto di proprietà esclusiva. Tutti dobbiamo respirare, non si può determinare un diritto di proprietà sulla stessa perché ne andrebbe della vita umana. Lo stesso dovrebbe essere per esempio per l’acqua, come dal risultato del referedum del 2011. E così deve essere per il vaccino. Il virus è una minaccia per la vita umana, non solo europea o occidentale, ma mondiale. Se queste ragioni umane non dovessero bastare, ci sono quelle economiche e politiche. Da questa pandemia non se ne uscirà finché tutto il mondo non sarà vaccinato. Compresi i popoli del sud, o quelli occidentali meno avanzati. La pandemia obbliga (o almeno spero che insegni) che il destino dell’umanità è comune. Se ne uscirà tutti insieme o non se ne uscirà.(..)

da La lotta per vaccini nel contesto economico e geopolitico odierno. Contro i profitti sulla pandemia.

di Lorenzo Battisti, PCI Parigi - leggi tutto sul nuovo sito del PCI [ilpartitocomunistaitaliano.it]

Se non hai ancora firmato, apponi anche la tua firma

https://noprofitonpandemic.eu










lunedì 8 marzo 2021

DEMOCRAZIA, PARTITO e ORGANIZZAZIONE

 

post di Gianni Fresu

La crisi storica del partito politico non può essere superata liberandoci di questo strumento di partecipazione popolare e selezione democratica, semmai rilanciando l'organizzazione come intellettuale collettivo.

L’attuale crisi (strutturale) del Movimento 5 stelle ci conferma una verità difficilmente contestabile: se non vogliamo ricorrere alla teoria delle élites, alla soluzione carismatica o a quella tecnocratica, non esiste alternativa democraticamente praticabile al moderno partito politico. Michels affermava che tra democrazia e organizzazione c'è un rapporto inversamente proporzionale, dunque, a suo dire, nelle società avanzate il grado di democrazia era destinato a diminuire con l'evolversi dell'organizzazione politico-sociale. Se in linea generale e in molti esempi concreti questo discorso aveva più di un fondamento, allo stesso tempo, possiamo concludere che senza organizzazione non esiste democrazia. Tuttavia, come scriveva Gramsci, l'efficacia di un partito risiede nel suo essere “funzione di massa”, nel suo saper sviluppare e moltiplicare i quadri dirigenti di una classe sociale trasformandola da insieme disgregato e amorfo in “esercito politico organicamente predisposto”. Dalla presenza di quadri di diverso grado e dalle capacità di questi si può verificare come un movimento d'opinione si trasformi in partito politico, perché il partito ha essenzialmente la funzione di creare, per le sue diverse funzioni, quadri dirigenti capaci. La crisi storica del partito politico non può essere superata liberandoci di questo strumento di partecipazione popolare e selezione democratica nato per sottrarre ai vecchi ceti di notabili la prerogativa della politica. La risposta alla crisi del rapporto di rappresentanza non può venire dall’assemblearismo movimentista, ma, semmai, superando i vecchi schemi naturalistici che riproducono nella forma partito (e nel suo rapporto con la base di massa) il rapporto dualistico e bonapartistico tra dirigenti e diretti, dunque con il prevalere di organismi il più possibile collettivi e diffusi di elaborazione e direzione politica. - g.fr., 27/02/2021

Su questi temi vedi anche

Ferdinando Dubla
DA GRAMSCI A SECCHIA
Il primato dell'organizzazione nella costruzione del PCI del dopoguerra (1945-1951)



Antonio Gramsci (1891/1937)



Manifesto per la nuova scuola

 

1) La scuola si occupa delle persone in crescita, non di entità astratte scomponibili e riducibili a una serie di "competenze". L'insegnamento e l'apprendimento toccano infatti tutte le dimensioni dell'essere umano - intellettuale, razionale, affettiva, emotiva, relazionale, corporea - tra loro interconnesse e inscindibili; bisogna sempre ricordare, in tal senso, che quello tra gli insegnanti e gli studenti è prima di tutto un rapporto umano.

L'idea che la scuola possa essere incentrata sulla semplice acquisizione di “competenze” è profondamente sbagliata, sia perché applica a un ambito, quello scolastico, categorie nate in tutt'altro ambito, quello cioè dell'azienda e della produttività lavorativa, sia perché esclude appunto la dimensione integralmente umana, centrale nella scuola e nei processi lunghi e non lineari dell'apprendimento e della crescita.

2) Poiché la scuola pubblica ha come finalità l'istruzione e la formazione umana e culturale delle persone in crescita, i decisori politici, prima di ipotizzare qualunque "riforma", dovrebbero interloquire con gli esperti della trasmissione culturale e quelli dell'età evolutiva - insegnanti, psicoanalisti, intellettuali, educatori - e non con i rappresentanti di associazioni private - Fondazione Agnelli, Treelle, Anp, Invalsi - che rappresentano e perseguono appunto interessi privati.

3) La formazione e il reclutamento degli insegnanti devono avere al centro la preparazione culturale, la conoscenza approfondita e di prima mano dei contenuti disciplinari - solo degli autentici esperti possono infatti trasmettere agli studenti la passione per il sapere e per le singole discipline - la motivazione e la propensione all'insegnamento, alla trasmissione culturale e alla relazione con le persone in crescita. Per quanto riguarda l’aspetto relazionale, gli insegnanti devono poter avere un confronto con psicoterapeuti e psicoanalisti di comprovata esperienza ed elevata professionalità, anche attraverso lo strumento dello sportello d'ascolto (v.oltre) per esaminare le dinamiche su cui si fonda il rapporto educativo e per poter sciogliere, dove occorra, eventuali nodi relazionali.

4) Per svolgere il compito che le è affidata dalla Costituzione, la scuola pubblica deve essere incentrata sulla conoscenza e sulla trasmissione del sapere, oltre che sul rispetto delle esigenze psico-fisiche di crescita dei giovanissimi. Solo attraverso il confronto con i contenuti culturali, la loro elaborazione e acquisizione - a partire da un'approfondita alfabetizzazione - gli studenti potranno diventare cittadini liberi e consapevoli, in grado di contribuire a un reale progresso della società. Senza l'istruzione delle nuove generazioni, la stessa democrazia è svuotata di sostanza.

5) Se è vero che la scuola deve essere fondata sulla conoscenza, sul sapere, sullo studio, tutti gli strumenti e i metodi dell'insegnamento, compresi quelli legati all'uso delle tecnologie digitali, devono rimanere o ritornare a essere dei semplici mezzi, da utilizzare se e quando le necessità della trasmissione culturale (che è continua attività dell'intelligenza e rielaborazione e attualizzazione delle conoscenze) lo richiedano, evitando i frequenti rovesciamenti tra mezzi e fini che hanno caratterizzato il "didattichese" degli ultimi decenni e nel pieno rispetto della libertà di insegnamento, di un'istruzione ricca e plurale e della responsabilità culturale ed educativa affidata agli insegnanti.

In qualunque ragionamento sui mezzi, non va poi dimenticato come l’uso sempre più pervasivo della tecnologia digitale - che il ricorso alla “didattica a distanza” ha reso preponderante anche a scuola, a discapito di ogni esigenza didattica ed educativa che richiedesse strumenti diversi - sia direttamente collegato ai disturbi da iperconnessione che colpiscono i giovanissimi, con i rischi del ritiro sociale, con il senso di insicurezza e gli attacchi di panico che insorgono anche in conseguenza della mancanza di rapporti che è possibile vivere solo in presenza e della negazione della dimensione fisico-corporea, la cui messa in gioco è fondamentale per le persone in crescita. Non dobbiamo dimenticare che la relazione, le parole, i gesti e tutto ciò che passa nella comunicazione non verbale sono i primissimi strumenti degli insegnanti, gli unici davvero indispensabili.

6) Autorevoli esponenti politici hanno chiesto che gli apprendimenti non acquisiti in “didattica a distanza” vengano recuperati attraverso un prolungamento dell’anno scolastico. Questa proposta, purtroppo, appare niente più di una boutade demagogica: chiunque conosca il mondo della scuola e le dinamiche dell’insegnamento/apprendimento – e non pensi che consistano in una rapida verniciatura di “competenze” - sa benissimo che in due o tre settimane, alla fine di un periodo terribile, non è possibile recuperare nulla di ciò che si è perso in un anno di mancata scuola in presenza. Dopo vent’anni di devastanti “riforme”, occorrerebbero invece interventi precisi e profondi, non ipocrite soluzioni al limite del ridicolo, per rilanciare la funzione della scuola, e cioè:

7) Restituire centralità all’ora di lezione disciplinare, un’ora squalificata e messa ai margini da una serie di attività che ne snaturano la funzione e la rendono un’attività residuale. Se davvero si vuole recuperare il tempo perduto, occorre prima di tutto eliminare ciò che non è apprendimento e insegnamento:

- via i ridicoli percorsi di “alternanza scuola-lavoro” (ora PCTO), da sostituire semmai con stage sensati e non obbligatori, se e quando ne valga la pena, fuori dall’orario scolastico e su decisione dei consigli di classe;

- via i test INVALSI, che sottraggono settimane di tempo all’attività scolastica senza che se ne siano mai chiariti il senso, la funzione e l’utilità;

- via tutti i progetti non indispensabili (ad eccezione ad esempio della mediazione linguistica e culturale per gli studenti stranieri e dello sportello d’ascolto psicologico, attività che andrebbero affidate a seri professionisti attraverso degli albi nazionali e non alla casualità di progetti improvvisati), che fanno dimenticare da decenni che l’unico vero, utile, indispensabile progetto che la scuola offre è l’ora di lezione;

- via il RAV e tutti quei documenti in cui la descrizione astratta e burocratica dell'insegnamento prende il posto dell'insegnamento stesso, in una continua e paradossale certificazione del nulla;

- via i PTOF cervellotici (quello che davvero offre qualunque scuola pubblica è l’insegnamento dell’italiano, della matematica, delle lingue, delle scienze, delle arti, delle tecnologie, della letteratura, della storia, della geografia, della storia delle idee, la conoscenza di sé e del proprio corpo anche attraverso l'attività fisica e la socialità scolastica…non basta? Quelli che dicono che non basta vogliono in realtà togliere di mezzo proprio ciò che di prezioso la scuola offre)

- via tutte le attività burocratiche che sottraggono tempo, attenzione ed energie agli insegnanti, che devono dedicarsi esclusivamente all’insegnamento. Perché questa rivoluzione sia possibile occorre però:

8) Mettere in discussione l’intero impianto fallimentare dell’ “autonomia scolastica”, che da oltre vent’anni a questa parte ha ha trasformato la Scuola pubblica nazionale, "organo costituzionale della democrazia" (Calamandrei) in una serie di para-aziende in assurda concorrenza tra loro per la conquista della clientela, in inutili progettifici, in centri di potere e di proliferazione burocratica fine a se stessa, nei quali l'ambigua figura del dirigente-manager subordina quasi inevitabilmente le finalità didattiche ed educative della Scuola, le uniche che la fanno esistere e le danno senso, a esigenze burocratico-gestionali ed amministrative.

9) Infine, occorre fare ciò che tutti annunciano e nessuno realizza: diminuire nettamente il numero di studenti per classe, in modo che gli insegnanti possano davvero dedicare tempo e attenzione alle esigenze di ogni studente. Operazione oggi più fattibile grazie ai previsti finanziamenti europei.



redazione e coordinamento di Luca Malgioglio a cura del gruppo FB La nostra scuola: cultura, passione e relazione

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