Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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giovedì 4 agosto 2022

#MarioLaCava #Novecento #MeridianoSud

 

1. da I fatti di Casignana

2. L'amica - romanzo postumo del grande scrittore calabrese

 

Dalle terre incolte si sarebbe passati a quelle che col loro sudore avevano fecondato. “Vedete quanti alberi? Vedete quante pietre raccolte nelle macerie? Quante stradelle calpestate dai vostri piedi nei lunghi cammini. Quanto sole vi siete preso o freddo o pioggia nei vostri lavori? Chi vi ricompenserà? Nessuno. Sarete voi a strappare il nefasto potere; e lo gestirete nell’interesse di tutti quelli che producono e lavorano! -

- L’animo suo era combattivo per la speranza che aveva di cambiare le cose del mondo. In guerra aveva acquistato coscienza che niente poteva essere peggiore di quel sistema che aveva dato quei risultati. E qual era il sistema di vita che bisognava abolire? Quello in cui vi erano da una parte i padroni e dall’altra gli schiavi. Gli schiavi facevano la guerra per conto dei padroni e credevano che la facessero per sè. Sempre era stato così. Ma la rivoluzione russa aveva provato che le sorti potevano invertirsi. Gli schiavi erano diventati padroni. E quelli che erano padroni, che cosa erano diventati? Nulla, erano diventati i rottami di un mondo scomparso. -

 

L'IDEA

- Certi mali non potevano essere sanati che da un nuovo ordinamento del mondo. La conquista delle terre in favore di chi intendeva lavorarle, il mutuo aiuto tra i contadini, l'abbassamento del potere padronale erano i primi passi nel cammino che la società avrebbe seguito per rendersi sempre più giusta e umana: e questo, Casignana aveva incominciato a farlo, con ardimento. -

 

SENZA RISCATTO

- Tutto era stato perduto, e perduto per sempre. Le speranze erano cadute, non restava che l'odio impotente. (..) I pastori lo avevano sempre detto: e quanto avevano detto era tornato in faccia ai contadini che avevano creduto di potere a loro arbitrio mutare la legge eterna delle cose, che riservava ai padroni il comando, e ai servi l'ubbidienza. (..) Non c'era altra lotta che quella dell'uomo isolato contro il suo destino.(..)

 

LA SPERANZA

Quello che non si fosse fatto oggi, sarebbe stato compiuto domani. L'azione infruttuosa di oggi, sarebbe maturata vittoriosamente domani nella coscienza degli individui e dei popoli.

 

Mario La Cava, (1)

I fatti di Casignana, Rubbettino, 2018, pag.46,52,98,195,197,199,201 [1.ed.1974, Einaudi, (Premio Sila sezione narrativa 1975)] "uno dei libri più belli e significativi sulle lotte contadine nel Meridione", Roberto Casalini su 'Fronte popolare' del 23 febbraio 1975.

I titoli dei passi scelti sono di Subaltern studies Italia.

In foto, composizione Subaltern studies Italia ‘Novecento.Meridiano Sud’, scatti di Mario Carbone - Lucania,1960

 

(1) Mario La Cava (Bovalino, 1908-1988), narratore e saggista. Tra le sue opere ricordiamo: Caratteri (1939; n. ed. 1953), Colloqui con Antonuzza (1954), Le memorie del vecchio maresciallo (1958), Mimì Cafiero (1959; n. ed. Rubbettino-Ilisso 2016), Vita di Stefano (1962; n. ed. Rubbettino-Ilisso 2006), Una storia d’amore (1973). Per Rubbettino sono inoltre usciti, postumi, I racconti di Bovalino (2008), il carteggio con Leonardo Sciascia, Lettere dal centro del mondo, 1951-1988 (2012) e la riedizione de I fatti di Casignana (2018).

L’autobiografia in video di #MarioLaCava sul canale Subaltern Studies Italia https://youtu.be/RiIRzKeIWZg


L’AMICA” di MARIO LA CAVA, romanzo postumo del grande scrittore calabrese / #MarioLaCava

- In un paesino della Calabria degli anni Trenta, la giovane Giuditta sposa – nonostante l’opposizione del padre, emigrato in Argentina in cerca di fortuna – lo spiantato Pietrino, che spera di potersi sottrarre al lavoro grazie ai servigi resi alle autorità del regime fascista. Dopo tre figli in omaggio alla patria, la quotidianità dei due sposi viene sconvolta dall’arrivo di una coppia del Nord Italia, l’antifascista convinto Milone e la moglie Olga. Inizia allora un gioco di tentazioni e vendette, di prevaricazioni che scatena voci e malizie nella piccola comunità. La situazione precipita quando l’Italia entra in guerra: è la fine di un mondo e l’inizio di un altro. Con ritmo serrato tipico della prosa lacaviana, i personaggi si delineano in tutta la loro complessità attraverso il prepotente fascino della seduzione, il folle potere dell’illusione, i drammatici conflitti sociali ed esistenziali. “L’amica” è uno spaccato della decadenza morale in epoca fascista, un intreccio di sincerità e di bieco cinismo, l’affresco di un Paese costretto a voltare pagina all’improvviso.

/Scheda del libro editato da Castelvecchi, agosto 2022, dello scrittore ’subalternist’ Mario La Cava di Bovalino/

 

seguite #SubalternStudiesItalia per seguire l’itinerario antologico di un intellettuale tra i più significativi del Mezzogiorno d’Italia e tematiche care a #MeridianoSUD e agli studi subalterni.

servizio canale video Subaltern Studies Italia - L’altro corriere TV https://youtu.be/tTLtN2ZefXM






lunedì 1 agosto 2022

ERNESTO DE MARTINO, CESARE PAVESE E LA "COLLANA VIOLA"

 

  • La scheda di Pavese
  • L'impostazione di De Martino
  • L'etnologo e il poeta

 

- Tra entusiasmo e cautela

LA CORRISPONDENZA della COLLANA VIOLA

 

LA SCHEDA di PAVESE

 In quei giorni usciva l’Antologia Einaudi 1948, un volume tra la strenna e il catalogo storico, curata personalmente da Pavese. A lui va ascritta la “scheda” di presentazione della collana viola.

“La collezione di studi religiosi etnologici e psicologici, la cosiddetta collana viola, è la più giovane del nostro catalogo e forse quella di cui più si sentiva il bisogno in Italia. Mentre in Inghilterra, in Francia, in Germania, in America da quasi un secolo la storia, la sociologia e la psicologia vanno rinnovandosi attraverso l’appassionato interesse per le società primitive e selvagge, per i loro culti, le loro istituzioni e tecniche, da noi ben poco s’era fatto per informare di questi conati di un nuovo e bizzarro umanesimo il pubblico colto. Le discussioni e i problemi sollevati dalle ricerche di Edward B. Tylor, James Frazer, Andrew Lang, Emile Durkheim, Leo Frobenius, Lucien Lévy-Bruhl, Walter Otto e tanti altri, nemmeno ci giungevano se non come pallida eco, e comunque non trovavano un ambiente adatto a quella rielaborazione e acclimatazione che costituiscono il naturale processo di ricambio di ogni cultura vitale. Un pioniere in questo campo fu, coi suoi studi sul Naturalismo e Storicismo nell’etnologia, Ernesto de Martino, nel cui nome abbiamo voluto iniziare la collezione. (…)


 

L’IMPOSTAZIONE di DE MARTINO

 La materia stessa della collezione viola costituisce un terreno assai fertile per la germinazione di motivi razzistici, esoterici, decadenti, torbidamente romantici, e nel complesso reazionari. (..) Il mio punto di vista è che le opere di questi reazionari - le più significative - debbono essere tradotte e fatte conoscere al nostro pubblico, ma a patto che siano precedute da una introduzione orientatrice che, segnalando i pericoli, operi nel nostro ambiente culturale come una sorta di vaccino definitivo. E’ il punto di vista di Bianchi Bandinelli nella sua eccellente prefazione al Frobenius. Devi aggiungere che in Italia la materia culturale che forma oggetto della collezione ha una assai modesta tradizione scientifica, e a noi tocca in certo modo la responsabilità di formarne una, il che significa per noi un accresciuto obbligo di vigilanza, di controllo e di cautela.

da de Martino a Pavese, dattiloscritto non datato (pres. 9/10 ottobre 1949)

da Cesare Pavese Ernesto De Martino, La collana viola, Lettere 1945-1950 (a cura di Pietro Angelini), Bollati Boringhieri, 1991, pag. 122-123 (nota) e pag.152. 

 

L’etnologo e il poeta

 

Povero Cesare / la mia amicizia gli fiorì dopo morto / modesta viola sulla tomba. / Così restò a me / il gusto amaro / di una pietà troppo tarda / ed il rimorso / di una disattenzione impietosa/ finché/ povero Cesare / fu nel bisogno.

Cesare Pavese e i due volti del Piemonte, Santo Stefano Belbo e Torino, la campagna ancestrale e la città aperta al mondo moderno. Per me: le Province del Regno e Napoli, anzi, nella stessa Napoli, la ragione illuministica e la jettatura, Vico e il culto dell’Avvocata, Don Benedetto e S.Gennaro. Un incontro di noi due, il piemontese e il napoletano, il poeta e l’etnologo, nella apparente casualità di una iniziativa editoriale: un incontro le cui ragioni inizialmente sfuggirono a me molto più che a lui, e che solo dopo la sua morte cominciarono a proporsi in me, dapprima come vago ritornante ricordo, e quasi come oscuro debito contratto con lui. Giunse poi il giorno - durante le ferie di agosto del 1962, in un villaggio di pescatori della “Terra del Rimorso” - giunse il giorno in cui rimeditando sul tema della “fine del mondo” e tracciando i primi contorni di un’opera storico-culturale che intendevo scrivere sull’argomento - quel ricordo vago e ritornante prese a crescere in me, e il debito a precisarsi nel modo col quale doveva essere pagato. Scrissi così questi versi, quasi “prologo in cielo” di un rapporto con lui che stava per essere affidato alla “terrena ragione” e alle sorvegliate analisi della ricerca storica. Ernesto de Martino /

dall’ Archivio Vittoria De Palma, il “prologo in cielo” in cui è inserito questo scritto è datato 1962, riprodotto in

- Cesare Pavese - Ernesto De Martino, La collana viola, Lettere 1945-1950, a cura di Pietro Angelini, Bollati Boringhieri, 1991, pp.191-192.

Cesare Pavese era morto suicida il 27 agosto 1950.