le lenti di Gramsci

lunedì 17 settembre 2018

Taranto - Ilva, l'unico a vincere è il mercato, l'acciaio, esce sconfitta la politica locale e nazionale


Written by  Giancarlo Girardi


L’affaire Ilva – Continuiamo a pubblicare interventi, stavolta è Giancarlo Girardi, un ex lavoratore del siderurgico per trenta anni, nell'area a caldo, di cui 22 azienda di stato e 8 con Riva. Impegnato oggi sindacalmente nello SPI CGIL e politicamente nel PCI. 
"Plebiscito con i SI a Genova e Taranto". La stampa locale e nazionale concorda, ma dalla vicenda Ilva esce vincitore soltanto il mercato, come lo fu nel 1995 con Emilio Riva, ma ora nella figura del principale suo protagonista nel mondo dell'acciaio. Il ricatto occupazionale ancora una volta è stato lo strumento vincente. Esce sconfitta la politica nazionale e locale, incapace ieri ed oggi di dare una soluzione agli interessi del Paese e della città di Taranto regalando, ancora una volta, non nazionalizzandola, la fabbrica. Oggi i suoi profitti continueranno ad essere privati mentre i danni per cittadini e lavoratori continueranno ad essere pubblici. Escono sconfitti i sindacati, tutti, incapaci negli ultimi venticinque anni di cambiare dall'interno della fabbrica i problemi dell'ambiente, della sicurezza dei lavoratori e di conseguenza quella dei cittadini. La Taranto migliore ne esce con grande dignità ma non sconfitta come qualcuno ritiene. Dieci anni fa essa vinse contro i suoi peggiori nemici: la rassegnazione e l'indifferenza di che la governava. Sino al dicembre 2012 grandi manifestazioni la attraversarono ridandole quella volontà di cambiamento che le amministrazioni pubbliche sino allora non seppero darle. La magistratura fece il suo dovere colpendo un sistema di potere locale e nazionale su cui si reggeva la gestione della famiglia Riva. Tante leggi hanno garantito una immunità penale che oggi, nei fatti , viene riproposta. Drammatico e tragico, per le future morti sul lavoro, resta il futuro della fabbrica ed incerto quello della città con i decessi e malattie ambientali. Quanti di quei SI di oggi sfilarono in 8000 al soldo di RIVA, nel 2012, contro la magistratura rea di aver applicato la Costituzione italiana? Ora tocca a loro, i lavoratori. Recuperino la dignità perduta nel passato, tornino, oggi più che mai, “classe”. Diano il benvenuto ad Acelor con uno sciopero che riparti dalla sicurezza sui luoghi del lavoro in fabbrica, sciogliendo dall'interno quelle “catene” della salute e dell'ambiente che legano il loro futuro e quella della città tutta. La responsabilità totale è ora loro.


lunedì 10 settembre 2018

Patria e Costituzione: un’iniziativa da non perdere di vista


Sabato 8 settembre scorso si è svolto a Roma (dalle 10 e 30 alle 17,00) l’incontro “Patria e Costituzione” indetto da Stefano Fassina, avente l’obiettivo prioritario di costituire l’omonima associazione. Dopo l’introduzione dello stesso Fassina, ci sono state 5 relazioni (D’Attorre, Santomassimo, Giacché, D’Antoni, Preterossi) e una serie di interventi già annunciati sul manifesto di lancio dell’iniziativa. Il Pci non ha fatto parte del gruppo promotore ma è stato presente con due membri della segreteria nazionale (il sottoscritto e il compagno Francesco Della Croce). Quest’ultimo ha chiesto e ottenuto di intervenire. La sala della protomoteca del Campidoglio era piena, molti i giovani; importante, in particolare, la lettera di saluto inviata da Sahra Wagenknecht, dirigente della Linke fortemente critica con l’attuale direzione del suo partito e oggi presidente dell’associazione Aufstehen/Rialziamoci (con cui il Pci ha fissato un incontro in Germania per il prossimo ottobre). A occhio, erano assenti il Prc (a parte D. Moro) e Potere al Popolo. Di quest’ultima assenza non c’è da stupirsi, vista l’ironia con cui Salvatore Prinzi, uno dei maîtres à penser di Pap, ha accolto su Facebook l’uso del termine “patria”: come spesso accade sui social, l’ironia è poi diventata scherno e disprezzo nei commenti successivi, al punto che una delle rare voci sensate ha dovuto far presente “Scusate, ma non è la Costituzione che parla di patria.. e la Resistenza non era patriottica?”. Purtroppo, una voce nel deserto di Potere al popolo. Del resto, superficialità semplificante e fuga dalla realtà non sono un’eccezione a sinistra, se anche su Left si rende incredibilmente conto di questo incontro nei termini di “rossobrunismo” e “tardo-stalinismo”.
Ma torniamo al merito di un’iniziativa che è, a mio parere, da seguire nei suoi sviluppi, provando a valorizzare la sintonia riscontrata con molte delle cose dette. Qui di seguito, penso sia utile sintetizzare alcuni contenuti rispetto a cui il minimo che si richieda è di prestarvi un’attenta riflessione. Stefano Fassina ha esordito constatando che alle nostre spalle c’è “un trentennio inglorioso”, chiusosi in modo fallimentare perché caratterizzato da una pesante “svalorizzazione del lavoro”. Davanti al ripiegare della globalizzazione capitalistica, oggi occorre “rideclinare il nesso nazionale/internazionale”. In Italia e fuori d’Italia, due essenziali esigenze sono state clamorosamente disattese: la richiesta di una protezione del mondo del lavoro, la richiesta di una comunità solidale. In questo senso, “patria” significa: “una comunità nazionale e un programma fondamentale” (socialista). Nella forma aggiornata al XXI° sec., occorre dunque “riattivare il quadro nazionale” e, con esso, la politica (a fronte di un sistema dell’euro che relega la politica al ruolo di ancella dei poteri forti). Fassina ha insistito su due temi. Sulla questione migrazione: “l’accoglienza non può essere l’unico principio guida”, occorre assicurare a chi arriva in loco e a chi in loco risiede una vita e un ambiente dignitoso (evitando, per tutti, condizioni di degrado e aumento dello sfruttamento), “occorre una regolazione dei flussi”. Sull’Europa: è illusorio pensare di poter riformare i Trattati Ue; per questo è sbagliata la parola d’ordine “più Europa”, e occorre puntare invece ad un’ “Unione intergovernativa di sovranità nazionali democratiche” (è la medesima formulazione proposta da Sahra Wagenknecht).
Dal canto suo, anche Alfredo D’Attorre non ha fatto ricorso a giri di parole: la parola “sinistra” non mobilita più nessuno. Occorre una svolta netta. Non ci si oppone a questo governo con formule ormai incomprensibili per molti. Oggi non c’è un’opposizione credibile: e “non ci si salva la coscienza sul molo di Catania o minacciando l’ampliarsi dello spread”. Dobbiamo dire chiaramente che non abbiamo niente a che fare con gli autori del disastro sin qui fatto. E bisogna tenere a mente che Von Hayek, uno dei campioni del liberismo, aveva capito che, in nome della libera concorrenza, occorre tagliare il ramo degli stati nazionali. Anche D’Attorre riprende il tema immigrazione: “dire che l’immigrazione è solo un problema di percezione è una follia, piaccia o non piaccia il problema c’è”; e occorre affrontarlo non lasciandolo alla spontaneità del giorno per giorno ma predisponendo proposte realistiche e concrete. Ma soprattutto bisogna reimpadronirsi dei temi che hanno caratterizzato la nostra storia, ad esempio ribadiamo con forza che i servizi pubblici essenziali non si privatizzano. E cogliamo al balzo il tema posto (ma non certo risolto) da questo governo: facciamo della questione Autostrade e del tema nazionalizzazioni un passaggio essenziale.
Chiudo questa mia rapida sintesi sottolineando un punto della relazione di Massimo D’Antoni. Il regime di libera circolazione dei capitali dà ai medesimi un grande potere e lega al carro dei loro interessi gli stati-nazione, indebolendo all’interno di questi ultimi la forza delle classi popolari. Qui sta la radice del “vincolo esterno”, l’origine del “disciplinamento” e della sottrazione di sovranità. Ricorda D’Antoni che tutto ciò è ben spiegato nell’autobiografia di Guido Carli. Il punto è: perché a tutto ciò ha aderito la sinistra? “C’è dunque da meravigliarsi se, davanti al “tradimento” della sinistra, gli italiani diventano euroscettici e votano per gli euroscettici?”.
Mi fermo qui. Potrei aggiungere molto altro, scegliendo tra i tanti spunti di una discussione interessante (ad esempio le argomentazioni di Vladimiro Giacchè, come sempre lucidissime, centrate sull’incompatibilità tra Trattati Ue e Costituzione italiana). Ma quanto detto è già sufficiente a dare il senso di un serio impegno di approfondimento destinato a proseguire on line su di un apposito sito di cui la nascente associazione si doterà.
Ovviamente sin qui non ho fatto menzione di una domanda tutta politica, che pure si intravede a mezz’aria. A Fassina occorrerebbe infatti chiedere: “Che conti col recente passato intendete fare? Su quali gambe politiche potrà camminare questa che avete definito una svolta netta?” Si vedrà. Intanto è bene valorizzare quello che questa giornata di riflessione ha già prodotto.
di Bruno Steri, Segreteria nazionale PCI

ILVA di Taranto: PCI e SI di terra jonica e la mistificazione dell’accordo governo- sindacati- Mittal


Ci hanno detto: voi siete di parte! Sì, siamo di Taranto. Ci avevano detto che la siderurgia è asset industriale strategico per un paese: infatti, invece di ri-pubblicizzarla, l’hanno venduta agli indiani. Ci avevano detto che la scommessa era coniugare lavoro, salute ed ambiente: hanno salvato neanche tutti i posti, disinteressandosi dell’indotto, facendovi rientrare l’art.18, che non è materia di contrattazione, ma diritto universale da ri-estendere a tutti. Hanno continuato a conservare l’immunita’ penale, evidentemente per continuare ad inquinare e a far ammalare impunemente cittadini ed operai. Si’, siamo di parte: siamo di Taranto. (fe.d.)


SULL’ILVA di TARANTO prese di posizione del PCI e di SI 
Dalla vicenda Ilva esce vincitore il mercato nella figura del principale suo protagonista nel mondo. Il ricatto occupazionale ancora una volta è stato lo strumento vincente. Esce sconfitta la politica nazionale e locale, incapace ieri ed oggi di dare una soluzione agli interessi del Paese e della città di Taranto regalando, ancora una volta, non nazionalizzandola come voleva il PCI, la fabbrica. Oggi i suoi profitti continueranno ad essere privati mentre i danni per cittadini e lavoratori continueranno ad essere pubblici. Solo la propiretà dello Stato avrebbe potuto garantire il controllo da parte dei cittadini e dei lavoratori sulle attività della fabbrica e sull’avanzamento dell’ambientalizzazione.
L’accordo raggiunto tra Arcelor-Mittal, Governo e Sindacati, purtroppo, va nella stessa direzione delle relazioni sindacali degli ultimi 25 anni e non è in grado di cambiare dall’interno della fabbrica i problemi dell’ambiente, della sicurezza dei lavoratori e di conseguenza quella dei cittadini, lascinado alla sola “proprietà” la libertà di decidere e di agire.
La città ne esce con grande rispettabilità. Dieci anni fa vinse contro i suoi peggiori nemici: la rassegnazione e l’indifferenza che la governava. Sino al dicembre 2012 grandi manifestazioni la attraversarono ridandole quella dignità che le amministrazioni pubbliche sino allora non seppero darle. La magistratura fece il suo dovere colpendo un sistema di potere locale e nazionale su cui si reggeva la gestione della famiglia Riva. Tante leggi hanno garantito una immunità penale oggi, nei fatti , riproposta. Drammatico e tragico resta il futuro di fabbrica e città con le immancabili morti sul lavoro e quelle ambientali. I lavoratori tornino, oggi più che mai, “classe” sciogliendo dall’interno le “catene” che legano il loro futuro e la città tutta.
Federazione del P.C.I. di Taranto
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ILVA : IL BLUFF È FINITO!
LA TRAIETTORIA DEL GOVERNO DI MAIO-SALVINI È RIMASTA FEDELE ALLA LINEA DETTATA DAI GOVERNI PD.
I lavoratori lasciati fuori da Mittal rimangono migliaia, secondo qualcuno dovremmo gioire perché da 3.500 passerebbero 3.300;
la cassa integrazione e le uscite volontarie con bonus di 100.000 euro lorde, rimangono esattamente come previsto dal Governo precedente;
il taglio dei salari e la cancellazione dei Diritti fino ad oggi maturati, per i lavoratori che passeranno alla nuova gestione, rimangono immutati;
il Piano ambientale viene mantenuto, senza introdurre la Valutazione del Rischio e dell’Impatto Sanitario nell’Autorizzazione AIA, cosa che esclude l’utilizzo di tecnologie produttive e fonti diverse dal carbone;
Di nazionalizzazione e di intervento pubblico per garantire lavoro e salute, neanche a parlarne. Sembra che l’unica cosa che non interessi al Governo del cambiamento sia cambiare le cose.
Sinistra Italiana, fed. Taranto