Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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venerdì 24 giugno 2022

ASPRO MONTANO: CAULONIA - - La “Repubblica rossa”, la Repubblica dei subalterni del Sud 2.parte

 

la 1a parte post blog 17 giugno 2022 

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2022/06/aspro-montano-la-breve-vita-della.html

I SUBALTERNI E CAVALLARO -  PROGRAMMA RIVOLUZIONARIO E REAZIONE - SCRIVEMMO - LA BIOGRAFIA DI CAVALLARO - CEDERE A UN CAFONE




I SUBALTERNI E CAVALLARO

Gli stessi che lavoravano con i signorotti di Caulonia, braccianti, contadini, zappatori, non potevano fare a meno di sentire il suo richiamo e, a volte, succedeva che non obbedissero più con rassegnazione ai padroni, non chinassero più la testa come avevano sempre fatto, ma cominciassero a capire che avevano anch'essi dei diritti, e quello che prima facevano supinamente, come se fosse una condanna del destino, quei soprusi che prima sopportavano a testa bassa, adesso cominciavano a dar loro fastidio, cominciavano a farli ragionare, a renderli consapevoli della propria dignità di persona. E allora i rapporti col padrone diventavano difficili, non erano più scontati e succedeva che si ribellassero. La responsabilità di ciò veniva attribuita a Cavallaro.


Alessandro Cavallaro, Operazione "Armi ai partigiani" - I segreti del Pci e la Repubblica di Caulonia, Rubbettino, 2009, pp.45-46




PROGRAMMA RIVOLUZIONARIO E REAZIONE nel settembre 1944

La delibera del Comune di Caulonia a firma del Sindaco Pasquale Cavallaro del 2 settembre 1944 (foto 1.) di esproprio delle terre demaniali abusivamente acquisite dai grandi proprietari terrieri

- Era il primo passo di un’azione che mirava, (..), alla formazione di cooperative di braccianti e contadini per affidargliene la gestione. Ma l’obiettivo che si proponeva l’amministrazione comunale non era solo questo: in un secondo momento vi era anche l’intenzione di procedere alla spartizione dei grandi latifondi della borghesia agraria, molto spesso ingranditi ai danni della povera gente, che per futili motivi era costretta a cedere la poca terra che aveva per “quattro soldi” o perchè, addirittura, le veniva estorta con mezzi illeciti.

Si trattava di un programma rivoluzionario, che infiammava gli animi delle masse bracciantili e contadine , ma che, allo stesso tempo, faceva aumentare a dismisura l'odio padronale nei confronti della nuova amministrazione popolare e, soprattutto, nei confronti di Cavallaro, che ai loro occhi era il principale responsabile di quella situazione, che aveva fomentato quelle attese da parte del popolo, e messo in pericolo le loro ricchezze e la loro secolare supremazia nei confronti degli strati sociali più deboli della popolazione. Odio che si trasformò subito in strategia per riappropriarsi del potere , attraverso azioni che seminassero scompiglio e disorientamento fra le organizzazioni della sinistra , per indurle, con provocazioni continue, a perdere il controllo di se stesse e abbandonarsi ad atti sconsiderati, che portassero alla fine dell'amministrazione.

Ivi, pag.74

SCRIVEMMO

“Scrivemmo per la sola gioia di parlare di una civiltà, quella contadina, che stava per scomparire e della quale noi volevamo che rimanessero delle tracce; molta ingenuità, si può osservare, perché le tracce (e che tracce!) sarebbero rimaste anche senza il nostro piccolo contributo. Solo che eravamo giovanissimi e letteralmente affascinati, quasi abbagliati, da quel mondo ricco di umanità intensa. Quel mondo ha operato in noi come un grande mito travolgendoci totalmente.”


Frammartino Nicola a Vito Teti, in Vito Teti, Terra inquieta - Per un'antropologia dell'erranza meridionale; Rubettino, 2015, cit. da e.book, referre “La memoria della rivolta”

 

Biblio: Ammendolia I., Frammartino N., La Repubblica rossa di Caulonia . Il Sud tra brigantaggio e rivoluzione, Casa del libro di Reggio Calabria, 1975

 

Era il 1975, un periodo di grandi mutamenti, segnato da una modernizzazione veloce quanto incompiuta, ma anche da una riscoperta del passato e della tradizione che scatenava nostalgie ed entusiasmi. In quegli anni, la concezione del folklore come cultura di contestazione era incarnata da Luigi Maria Lombardi Satriani e da altri giovani studiosi, che lavoravano sulla lezione di Antonio Gramsci ed Ernesto De Martino. Il mondo popolare tornava al centro del dibattito culturale e politico grazie anche a una rilettura degli intellettuali meridionalisti degli anni Cinquanta, allo studio di comunità e paesi del Sud, ispirato dal Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi, all’esperienza di Umberto Zanotti Bianco e ai testi di Danilo Dolci, Rocco Scotellaro e Giovanni Russo. Sullo sfondo, il post-strutturalismo francese e l’antropologia americana permettevano di mettere meglio a fuoco gli oggetti d’analisi delle nuove forme di un nuovo folklore di cui diventavano protagonisti i giovani figli acculturati di emigrati e appartenenti ai ceti popolari. La memoria delle lotte contadine fu un aspetto centrale di quel processo: alimentata da personaggi come Enzo Misefari e Paolo Cinanni, eccezionali protagonisti delle occupazioni delle terre e dirigenti del PCI, che ho avuto il privilegio, in quegli anni, di registrare e accompagnare nei loro viaggi di “ritorno” nei latifondi occupati, poi messi a coltura, e adesso abbandonati. (..) Nel Sessantotto e negli anni Settanta la rivolta di Caulonia, ma soprattutto le lotte contadine per le terre, rappresentarono un elemento reale e mitico della contestazione giovanile.

Vito Teti, op.cit., ivi

 

LA BIOGRAFIA DI CAVALLARO - referre

 


La biografia di Pasquale Cavallaro, a cura dell' Istituto Calabrese per la Storia dell'Antifascismo e dell'Italia Contemporanea, pubblicato il 25 febbraio 2020 in

https://www.icsaicstoria.it/cavallaro-pasquale/

 

CEDERE A UN CAFONE

Quella giornata così ricca di eventi, che avevano trasformato una manifestazione in una rivolta, si concluse la sera con un paese sotto assedio. Nessuno poteva più entrare o uscire liberamente e per farlo occorreva un regolare permesso di circolazione, necessario come lasciapassare da mostrare alle varie squadre addette al controllo. in una di queste squadre si imbattè un tal rappresentante della locale aristocrazia terriera , tristemente famoso per l'uso spregiudicato che aveva fatto del potere nei confronti della povera gente. Egli scendeva nei pressi della porta Sant'Antonio, ostentando indifferenza, quando lo fermò un giovane, chiamato "Nandu 'i Muzza", un popolano che più volte aveva dovuto sopportare, senza potersi difendere, le angherie e i soprusi di costui e, nonostante ardesse dal desiderio di fargli pagare tutte in una volta le sue malefatte, si limitò soltanto, visto che non aveva il permesso di circolazione , a invitarlo a tornare indietro, ma quello, sicuro di sè e del  timore che di solito incuteva all'umile gente, continuò per la sua strada. Non si rese conto che là, in una situazione straordinaria che si proponeva di sconvolgere i canoni tradizionali dei rapporti di classe, egli non faceva più paura e, allora, la mano profana del volgo si alzò minacciosa sul volto gentile del "signurinu", che, allibito, non credeva ai propri occhi. Scornato e gonfio d'ira, non gli restò che tornarsene a casa, avendo dovuto, per la prima volta in vita sua, cedere a un cafone.

Alessandro Cavallaro, ivi, pp.104-105.


Pasquale Cavallaro (1891-1973)

Caulonia (RC) 

foto dal link 

Sud e Democrazia : la “Repubblica di Caulonia” ed il sogno di Pasquale Cavallaro 
di Francesco Rizza

venerdì 17 giugno 2022

ASPRO MONTANO: LA BREVE VITA DELLA REPUBBLICA DI CAULONIA (6-9 marzo 1945) 1.parte

 

Presentazione.

Cronologia.

Bibliografia.

Togliatti, Terracini e Cavallaro.

Scheda IV. di copertina

L'insorgenza meridionale guidata dal sindaco e dirigente comunista calabrese Pasquale Cavallaro due mesi prima della liberazione del Nord Italia. Sullo sfondo lo sbarco di armi sul litorale jonico calabrese degli Alleati (operazione "Armi ai partigiani") e lo scontro sulle terre demaniali.

Il PCI conosceva probabilmente che alcune armi erano state sottratte e occultate per difendersi dalle continue mene reazionarie degli agrari, dei fascisti e dei loro sostenitori. Da qui il suo imbarazzo, i 'documenti segreti' in possesso di Cavallaro (mai ritrovati), la sua difesa della Repubblica nonostante i forsennati attacchi delle forze politiche reazionarie e della stampa per gli episodi di violenza, veri o presunti e soprattutto per  l'assassinio del parroco della frazione di  Crochi (per probabili vendette personali). Il PCI comunque, non abbandonò mai al suo destino Cavallaro, recluso per 8 anni, e cercò di sostenerlo economicamente. Il libro,  scritto dal figlio minore di Pasquale, Alessandro, nella sua ricostruzione mette però in evidenza come l'arresto, che pose fine definitiva alla rivolta, fu possibile solo con la correità dei dirigenti provinciali del PCI, tra i quali il compagno Eugenio Musolino (1893-1989) poi Senatore della Repubblica. Un'ipotesi, questa, non suffragata sufficientemente e non verosimile, mentre è documentata l'intermediazione del Partito Comunista con gli organi dello Stato per evitare degenerazioni violente e gratuite. Nondimeno la "Repubblica rossa" nell'Aspromonte due mesi prima della liberazione del Nord, assurge ancora oggi a simbolo del tentativo di riscatto del popolo contadino del Mezzogiorno d'Italia dalla condizione di subalterni rassegnati ad un cieco destino. Quella Repubblica, infatti, continuerà a vivere nelle aspre lotte contro il latifondo agrario, lo stesso che aveva partorito il fascismo. E ancora pulsa nella memoria attiva dell'antagonismo meridionalista non più latitudinario.  

fe.d., Subaltern studies Italia


Cronologia.

1945. Caulonia (Reggio Calabria)

6 marzo: il mattino dopo l'arresto di Ercole Cavallaro, figlio di Pasquale, scoppia la rivolta. Viene occupata la sede del telegrafo, l'ufficio postale e la caserma dei Carabinieri. Viene proclamata la "Repubblica rossa", sul campanile della Chiesa viene issata la bandiera con falce e martello.

Furono insediati picchetti di guardia presso le quattro porte della città, che impedivano che si entrasse e si uscisse liberamente, mentre un posto di blocco fu subito messo in funzione presso il 'Ponte della Terra', lungo la provinciale. (..) Le strade cittadine di Caulonia - si legge negli appunti di Cavallaro - risuonano del passo, talvolta cadenzato, delle squadre armate che la percorrono in tutti i sensi. Alessandro Cavallaro (2009),  pp.102-103

Fu istituito il "Tribunale del Popolo" e le altre istituzioni rivoluzionarie.

8 marzo:  assassinio del parroco Don Gennaro Amato della frazione di Crochi da parte di Ilario 'Lariu' Bava, detto 'il pilota'  e Micu Manno.

9 marzo:  giungono a Caulonia Enzo Misefari per il Comitato di Liberazione e Movimento Partigiani d'Italia, il Prefetto Antonio Priolo e il segretario prov. del PCI, Eugenio Musolino. Vengono sciolti il Consiglio della Rivoluzione, il Consiglio del popolo, il Tribunale del Popolo, chiuso il campo di reclusione di San Nicola e liberati tutti i prigionieri. La rivolta è terminata.

12 marzo: il Sindaco Cavallaro si dimette e al suo posto viene nominato Eugenio Musolino  quale Commissario prefettizio.

13 marzo: consegna delle armi da parte dei cittadini presso il Municipio.

12 aprile: Cavallaro viene arrestato. Sarà liberato solo il 20 aprile 1953.

C'era in quell'atmosfera di festa e di allegria non solo la gioia della vittoria, ma anche l'attesa di un cambiamento che incidesse a tutti i livelli dell'amministrazione pubblica, negli uffici, nei  rapporti di lavoro, un cambiamento che facesse finalmente giustizia dei soprusi , delle angherie, delle malversazioni, che da tempo immemorabile le classi subalterne erano costrette a subire. Alessandro Cavallaro (2009), pag.54.

Bibliografia da Alessandro Cavallaro, Operazione "Armi ai partigiani" - I segreti del Pci e la Repubblica di Caulonia, Rubbettino, 2009

Appunti sparsi e Memoriale dal carcere di Pasquale Cavallaro, ivi, in note

Epistolario "Ercole Cavallaro", ivi, in note

Lettere di Umberto Terracini a Pasquale Cavallaro, 14 aprile, 27 giugno e 3 agosto 1953, ivi, in Appendice, pag.161, 170, 175, 28 marzo 1960, ivi, pag.181-182

Lettera del Comando militare alleato a Pasquale Cavallaro [autunno 1943], ivi, in Appendice, pag.162

Lettera della Direzione del PCI, a firma Edoardo D'Onofrio, a Pasquale Cavallaro del  4 agosto 1953, ivi, p.177

Bozza verbale Congresso del PCI di Reggio Calabria, 1948 g/m non indicati, in Appendice, pp.164-166

Ministero dell'Interno, Gabinetto, 1947,b.19. f.875, telegramma nr.2797, da sindaco Cavallaro al ministro Togliatti, 9 marzo 1945

Alcaro M., Paparazzo A., Lotte contadine in Calabria (1943-1950), Lerici, 1976

Ammendolia I., Frammartino N., La Repubblica rossa di Caulonia . Il Sud tra brigantaggio e rivoluzione, Casa del libro di Reggio Calabria, 1975

Calarco G.,  La verità sui fatti di Calabria, in "Avanti!", 25 marzo 1945 

Cavallaro A., La rivoluzione di Caulonia, Spirali, 1987 (il libro in molte parti contiene la ricostruzione poi  ampliata con documentazione inedita  nel 2009,ndr.)

Cingari G., Storia della Calabria dall'Unità ad oggi, Laterza, 1982

Collaci A., Le quattro giornate della Repubblica di Caulonia, s.e., Reggio Calabria, 1953

Crupi P., Gambino S., La Repubblica rossa di Caulonia. Una rivoluzione tradita!, Casa del libro di Reggio Calabria, 1977

Gambino S., In fitte schiere. La Repubblica di Caulonia, Frama Sud, Chiaravalle Centrale, 1981

Mercuri G., Cavallaro e la Repubblica di Caulonia, Ursini, 1996

Misefari E., Stroncare tutte le velleità  fasciste. Gli avvenimenti di Caulonia, in "l'Unità", 17 marzo 1945

Misefari E., Delitti e sopraffazioni reazionarie, in l'Unità, 30 marzo 1945

Misefari E., La Calabria dallo sbarco alleato fino alla cessione dei poteri, supplemento a "Calabria", nr.4-5, 1985

Misefari E., La liberazione del Sud, Pellegrini, 1992

Misiani S., La Repubblica di Caulonia, Rubettino, 1994

Molinelli G., Itinerari politici meridionali: dai fatti di Caulonia a quelli di Andria, Cultura Proletaria, Roma, 1945

Silvi F., Una Repubblica alla sbarra, Setel, Catanzaro, 1953

Togliatti P., Da Salerno a Caulonia, in "l'Unità", 20 marzo 1945

I lumi di Diogene, "l'Unità", 18 aprile 1945, attr. Palmiro Togliatti

 

Archivio Centrale dello Stato, Casellario politico centrale, 1195, f.1 Pasquale Cavallaro

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Pasquale Cavallaro morì a Gerace (RC) il 17 luglio del 1973.

Togliatti, Terracini e Cavallaro

TOGLIATTI SU CAVALLARO (123)

Ci troviamo di fronte a un uomo bandiera dell'antifascismo nella sua provincia, il quale per vent'anni ha attirato su di sè i fulmini dei poliziotti e funzionari asserviti al Fascismo ma che i magistrati non hanno mai potuto condannare per un delitto comune.

I lumi di Diogene, "l'Unità", 18 aprile 1945, attr. Palmiro Togliatti


 TERRACINI A CAVALLARO (154)

Le tue pagine gridano il tuo amore per la gente povera e dolente, dalla quale sei nato e per la cui liberazione umana e civile hai combattuto e fieramente sofferto; e sono tutte pervase del tuo amore per il loco, per la terra contesa, martoriata, bramata, per la cui emancipazione, a gloria e sostegno del lavoro, tu hai rischiato tanto e perso quasi tutto.

Lettera Terracini a Cavallaro del 28 marzo 1960

/Scheda IV. di copertina/

Alessandro Cavallaro, Operazione "Armi ai partigiani" - I segreti del Pci e la Repubblica di Caulonia, Rubbettino, 2009

Un libro che getta luce sui retroscena di un'importante vicenda calabrese e italiana della Seconda guerra mondiale, la Repubblica rossa di Caulonia del marzo 1945, e sul suo protagonista. Pasquale Cavallaro. Il ritrovamento di documenti inediti da parte dei figli e le memorie di uno di essi, testimone diretto dei fatti, rivelano aspetti finora sconosciuti del ruolo e dell'atteggiamento del Partito comunista italiano in una fase delicata della storia nazionale. Tutto ruota intorno all'operazione bellica "Armi ai partigiani", vale a dire lo sbarco in Calabria, tra il 1942 e il 1943, di armi destinate al movimento partigiano del Nord da parte degli Alleati. I comunisti calabresi sottrassero parte di quelle armi su indicazione del PCI, preoccupato di attrezzarsi militarmente a un periodo dall'esito incerto e dai sicuri conflitti civili con agrari e fascisti. Su nuove basi viene riletta la vicenda della Repubblica di Caulonia e rivalutata la figura di Pasquale Cavallaro, contrario a un'epurazione sommaria e strenuo custode di segreti, (..)




Pasquale Cavallaro (1891-1973)

Tribunale di Locri: Pasquale ed Ercole Cavallaro a processo - 23 giugno 1947

Eugenio Musolino (1893-1989) membro dell'Assemblea Costituente 







sabato 11 giugno 2022

I subalterni possono parlare? (Ania Loomba) 1a parte

 

Il dibattito nella critica postcoloniale sulla costituzione della soggettività antagonista e della parola ai subalterni (1a parte)


Ania Loomba - Colonialismo/Postcolonialismo

 

I subalterni possono parlare?

 

Secondo il punto di vista di Homi Bhabha, sottolineare la formazione delle soggettività postcoloniali come un processo che non è mai completamente o perfettamente terminato, ci aiuta a correggere l'enfasi posta da Said sulla dominazione e a concentrarci sulla soggettività dei colonizzati. Fondandosi tanto su nozioni psicoanalitiche che poststrutturaliste della soggettività e del linguaggio, Homi Bhabha sostiene che i discorsi coloniali non "funzionano" così facilmente come Orientalismo sembrerebbe suggerire. Nel corso del processo stesso con cui vengono diffusi, vengono anche ibridati, così che le identità fisse che il colonialismo cerca di imporre sia sui padroni che sugli schiavi diventano instabili. Al livello del discorso non c'è quindi nessuna chiara opposizione binaria fra colonizzatore e colonizzato, dal momento che entrambi sono coinvolti in una complessa reciprocità e i soggetti coloniali possono negoziare un proprio spazio nelle fratture dei discorsi coloniali in modi molto diversi. Altri critici, però, sostengono che sono proprio gli orientamenti poststrutturalisti, psicoanalitici e decostruzionisti dell'opera di Said e dei critici postcoloniali che a lui si rifanno, a cui deve essere imputata l'incapacità di questi autori di rendere conto delle voci antagoniste. Mentre Bhabha considera il processo della formazione del soggetto centrale per la caratterizzazione di un agente, Arif Dirlik lamenta che "la critica postcoloniale si è concentrata sui soggetti coloniali escludendo il mondo al di fuori del soggetto" (1994, p. 336). +1

Si tratta di una formulazione discutibile da diversi punti di vista, dal momento che la maggior parte dei marxisti e dei poststrutturalisti converrebbe sul fatto che "il soggetto" e il "mondo al di fuori del soggetto" non possono essere facilmente separati. Le vere differenze fra di loro dipendono dalle diverse concezioni del soggetto-agente coloniale e postcoloniale e dal modo in cui il mondo determina il soggetto. Come abbiamo già detto, per i pensatori poststrutturalisti il soggetto non è un'essenza fissa, ma viene costituito dal discorso. Le identità e le soggettività degli uomini sono in movimento e sono frammentate. Mentre alcuni critici e storici trovano che queste letture della formazione del soggetto facilitino la nostra comprensione delle possibili relazioni di reciprocità, delle negoziazioni e delle dinamiche del potere e della resistenza nelle relazioni coloniali, per altri la teorizzazione di un'identità frammentata ed instabile non ci permette di pensare a soggetti-agenti, capaci di costruire la propria storia. Una critica molto diffusa alla teoria postcoloniale è quella di essere troppo pessimistica in quanto figlia del post-moderno, questione sulla quale torneremo fra breve. Per il momento torniamo al fondamentale saggio di Gayatri Chakravorty Spivak, con il cui titolo abbiamo intitolato questo paragrafo. In "Can the Subaltern Speak?" (1985b), +2

Spivak sostiene che è impossibile per noi recuperare le voci dei soggetti "subalterni" ed oppressi. Anche un critico radicale come Foucault, scrive Spivak, che decentra totalmente il soggetto, tende a credere che i soggetti oppressi possano parlare per se stessi; questo avviene perché il filosofo francese non tiene in nessuna considerazione il potere repressivo del colonialismo e specialmente il modo in cui si è alleato con il patriarcato. Spivak affronta poi i dibattiti coloniali sull'immolazione delle vedove in India per illustrare la sua tesi che gli effetti combinati del colonialismo e del patriarcato hanno reso molto difficile per i subalterni (in questo caso la vedova indiana bruciata sulla pira del marito) articolare il proprio punto di vista. Studiose come Lata Mani hanno mostrato che nei prolungati dibattiti e nelle discussioni che hanno accompagnato le legislazioni del governo britannico contro la pratica del sati, le donne non erano presenti come soggetti del dibattito. Spivak legge questa assenza come emblematica della difficoltà di recuperare la voce del soggetto oppresso e come prova del fatto che: "non c'è uno spazio da cui i soggetti subalterni [sessuati] possono parlare”. Così Spivak contesta la divisione semplicistica fra colonizzatori e colonizzati inserendo la "donna di colore” come categoria oppressa da entrambi. Gli uomini che appartengono all'élite indigena possono aver trovato, secondo Spivak, un modo per parlare, ma per quelli che appartengono a strati più bassi della gerarchia, l’autorappresentazione non è possibile. L'intenzione di Spivak è anche quella di contestare la convinzione semplicistica che gli storici postcoloniali siano in grado di recuperare il punto di vista dei subalterni. Allo stesso tempo Spivak prende sul serio il desiderio degli intellettuali postcoloniali di mettere in luce l’oppressione e di fornire la prospettiva degli oppressi. Per questo suggerisce che gli intellettuali adattino la massima gramsciana "pessimismo della ragione e ottimismo della volontà"- combinando uno scetticismo filosofico sulla possibilità di recuperare la soggettività subalterna con l'impegno politico di rendere visibile la posizione dei marginalizzati. Sono quindi gli intellettuali che devono "rappresentare" i subalterni:

 

- I subalterni non possono parlare. Non c'è alcuna virtù nel comporre liste della spesa in cui per bontà d'animo si facciano figurare le donne - Il modo di rappresentare le donne non è cambiato. Per questo le donne intellettuali hanno un compito a cui non possono venir meno con facilità (1996, p. 308).- +3


da Ania Loomba - Colonialismo/Postcolonialismo, Meltemi, 2000, pp.226-228

Note

+1 Dirlik,A.,1994, The Postcolonial Aura: Third World Criticism in the Age of Global Capitalism, "Critical Inquiry", nr.20,2, pp.328-356.

+2 Spivak,G.C., 1985b, Can the Subaltern Speak? Speculations on Widow-Sacrifice, "Wedge", pp.120-130.

+3 Spivak,G.C., 1996, Post-structuralism, Marginality, Postcoloniality and Value, in   Contemporary Postcolonial Theory: A Reader, a cura di P.Mongia, London, Arnold.


Ania Loomba (Delhi, 1955) è una studiosa di letteratura indiana che lavora come professore all'Università della Pennsylvania. Il suo lavoro si concentra sul colonialismo e sugli studi postcoloniali, sulla teoria razziale e femminista, sulla letteratura e cultura indiana contemporanea e sulla prima letteratura moderna.





mercoledì 8 giugno 2022

Antonio Gramsci: Contro il fascismo nascente / Introduzione di Luca Cangemi

 

Alle origini dell’antifascismo gramsciano

di Luca Cangemi

 

 

Cento anni fa il fascismo vinceva in Italia.

Con la violenza e grazie alla chiara complicità dell'esercito, della monarchia, degli apparati dello stato, veniva imposta una drammatica svolta al paese, una rottura eversiva, ma presto accuratamente coperta da una ipocrita veste legale. Le varie fazioni delle classi dirigenti (industriali e agrari in primo luogo) trovavano nel relativamente giovane partito mussoliniano non solo conforto della loro paura verso un movimento operaio sconfitto ma ancora di dimensioni imponenti ma anche una formula di gestione della società italiana, in cui guerra e crisi sociale avevano fatto saltare gli equilibri precedenti. Impressiona di fronte a questa svolta l'incapacità di comprendere il significato degli avvenimenti non solo dei ceti politici, che verranno ben presto travolti, ma in misura ancor più rilevante dei circuiti intellettuali principali. Si stagliano, eccezionalmente, su questo desolante panorama,  gli scritti di un giovane intellettuale e dirigente politico, sardo ma partecipe e protagonista della Torino operaia e del gruppo dirigente nazionale che sta dando vita in quei mesi al Partito Comunista Italiano: Antonio Gramsci. Alcuni di questi scritti li raccogliamo in volume. Essi sostanzialmente accompagnano, in tempo reale, il movimento fascista dalla sua nascita alla completa affermazione del regime.

Un altro centenario, che da poco abbiamo messo alle spalle, quello del congresso di Livorno, della scissione socialista e della nascita del Partito Comunista d'Italia nel gennaio del 1921, è stato occasione per una operazione storico-politico-mediatica costruita prendendo in esame l'atteggiamento del gruppo che a Livorno si separa dal PSI per costruire il PCd'I. L'accusa rivolta ai comunisti è stata quella di aver trascurato il fascismo e il pericolo che esso rappresentava, di averlo indistintamente confuso con le altre correnti politiche borghesi, di essersi concentrati sulla polemica interna alla sinistra fino a provocarne la divisione e, in definitiva, favorendo l'affermazione di Mussolini. Cause di tale colpevole cecità sarebbero state l'adesione al mito rivoluzionario dell'Ottobre e la concreta azione della Terza Internazionale, che avrebbe sostanzialmente eterodiretto la scissione e la nascita del nuovo partito. La raccolta di testi che qui presentiamo dimostra -innanzitutto - la completa falsità storica di questa tesi, oltreché la sua evidente strumentalità politica e ideologica.

Una scelta necessariamente ristretta tra uno spettro potenzialmente molto ampio di articoli, interventi, documenti in grado di testimoniare l'attenzione assai precoce quasi in presa diretta - che viene dedicata alla pericolosità del fascismo da Gramsci e dall'intero gruppo comunista che si raggruppa intorno all'Ordine Nuovo, cioè a quello che sarà prima uno dei nuclei fondanti del PCd'I (sin dall'inizio individuato come riferimento da Lenin e dal Partito bolscevico) e poi la fonte della cultura politica dei comunisti italiani nei decenni successivi. Sono altre le tradizioni politiche del nostro paese a cui può essere rimproverato qualcosa per lo sviluppo e l'affermazione del fascismo: da chi tentò di utilizzarlo, a chi non lo contrastò rifiutando la mobilitazione e cercando umilianti accordi, a chi partecipò al governo dopo la marcia su Roma.

I comunisti prima e dopo Livorno - certo con limiti e contraddizioni che saranno oggetto di un dibattito interno lungo e difficile - invece, non solo denunciarono con chiarezza l'ascesa di Mussolini ma provarono a spingere alla lotta un movimento operaio già sconfitto e ferito. Ne è saggio esemplare sin dal titolo e per l'asprezza del tono l'articolo, non tra i più conosciuti fra quelli di Gramsci, del 31 gennaio 1921 (La guerra è la guerra) in cui si spinge alla resistenza armata il proletariato torinese contro le iniziative fasciste nella roccaforte proletaria. Siamo a pochi giorni dalla conclusione del congresso di Livorno, di poche settimane precedenti il congresso è il più noto e analitico Il popolo delle scimmie. La presunta "disattenzione comunista" rispetto al fascismo appare francamente difficile da dimostrare. Nasce, invece, anche da quelle scelte e da quelle riflessioni, l'esperienza di un partito che pur piccolo e duramente colpito riesce a mantenere una propria presenza clandestina durante il ventennio, a rivestire un ruolo importante nella lotta alle avventure internazionali del fascismo (basti pensare alle Brigate Internazionali durante la guerra di Spagna) e infine a rappresentare il fulcro della Resistenza. Il fascismo - fin dal primo momento - non è solo un nemico mortale, è anche un problema. Cioè, per Gramsci e per  l'Ordine Nuovo contro il movimento fascista non va solo organizzata una lotta spietata, è necessario condurre uno studio sistematico. È estremamente chiaro - sin dall'inizio - che il fascismo è fenomeno complesso, dai caratteri inediti.

Non sarà un caso, dunque, se negli anni successivi, di fronte al consolidamento del regime fascista verranno proprio da coloro che hanno militato nell'Ordine Nuovo contributi di analisi straordinari, ancor oggi ritenuti imprescindibili da storici di ogni orientamento. Ci riferiamo, naturalmente, ai gramsciani Quaderni del carcere, alle straordinarie Lezioni sul fascismo tenute a Mosca da Togliatti ed anche al libro Nascita e avvento del fascismo di Angelo Tasca, una figura che seguì un percorso assai diverso e discusso. Per Gramsci, in particolare, il nesso tra crisi organica e sovversivismo delle classi dirigenti indica un terreno di riflessione che si sviluppa con continuità lungo tutto l'arco della sua elaborazione. Proprio il tema del fascismo segnala l'inesistenza di una cesura tra prima e dopo l'arresto nell'opera gramsciana, che certamente si sviluppa in condizioni, materiali e intellettuali, assai diverse prima e dopo l'arresto, ma che mantiene una netta e inconfondibile «grammatica». Questi testi che proponiamo - scritti tra la fine del 1920 e l'inizio del 1926 - presentano, dunque, oltre a un indubbio interesse di testimonianza storica, nuclei concettuali di straordinario valore. Il fascismo vi appare colto nella sua complessità e nella sua dinamicità, nel suo «farsi» attraverso le contraddizioni della società italiana e, allo stesso tempo, viene analizzato, precocemente, come fenomeno internazionale, intellegibile solo collocandolo nello scenario del mondo.

Questa chiarezza del nesso tra piano nazionale e piano internazionale, che verrà poi verificato dal diffondersi del fenomeno fascista in molti paesi, viene direttamente dal leninismo e dalla discussione, assai più ricca e articolata di come viene rappresentata, all'interno del Comintern.

«Solo mettendosi da un punto di vista internazionale.. si può valutare per intiero le cause... della reazione in Italia ma soltanto con un attento esame degli aspetti particolari che nell'Italia stessa aveva assunto la lotta di classe si può comprendere la portata reale del fenomeno fascista», afferma Togliatti in un altro testo assai importante, la relazione al IV Congresso della Terza Internazionale, scritto nel fatidico ottobre del 1922. Da qui parte dunque quella necessità, che sarà così tipica dei Quaderni, di ricostruire, rileggendola, la storia italiana  ma anche quello sforzo che potremmo definire, persino, antropologico di comprendere le «forze elementari» che il fascismo ha evocato nel profondo della società italiana. Di grande importanza è anche l'attenzione che Gramsci pone al modo singolare in cui il fascismo si inserisce nella lotta di classe del nostro paese, proponendosi come forma moderna di unificazione delle classi dominanti e come forma di egemonia borghese adeguata a una società in cui hanno fatto irruzione le masse e che ha vissuto l'esperienza devastante della guerra (l'attenzione all'impatto sociale e, in senso ampio, culturale della guerra è straordinario in Gramsci). Sono temi che anticipano di decenni successive acquisizioni storiografiche e che riguardano il dibattito sul «totalitarismo». Totalitarismo è termine fuorviante e inutilizzabile in quanto trasformato, da molto tempo, in un arnese ideologico da guerra fredda (e non a caso oggi rispolverato) ma la questione delle trasformazioni del potere nella società di massa del Novecento è invece un terreno importante di indagine. In questo quadro di grande acutezza sono le analisi del pensatore sardo sulle articolazioni interne del movimento fascista, in particolare tra piccola borghesia e grandi interessi capitalistici, tra fascismo urbano e fascismo agrario («i due fascismi»). È infine di straordinaria importanza e lungimiranza la netta caratterizzazione del fascismo come inevitabilmente imperialista e aggressivo, teso a esportare all'esterno le contraddizioni (e le miserie) della borghesia italiana. Tutto questo lavoro - in cui politica militante e riflessione intellettuale procedono in modo indissolubile -  trova una sistemazione organica e impegnativa nelle tesi per il terzo congresso del Partito Comunista d'Italia, che si svolge a Lione nel gennaio del 1926 e che rappresenta una tappa fondamentale nello sviluppo della linea e della cultura politica dei comunisti in Italia. Concludiamo la nostra breve rassegna di testi con significativi passi sulla politica del fascismo, tratti appunto dalle Tesi di Lione. Qualche mese dopo Gramsci sarebbe stato arrestato, mentre il regime fascista completava il suo consolidamento. Il fascismo non è stato una parentesi improvvisa nella storia italiana e se questa affermazione è ormai difficilmente contestabile rispetto agli anni precedenti il ventennio, essa è in qualche misura valida anche rispetto alla fase successiva. La Resistenza, la Repubblica, la Costituzione rappresentano certamente una svolta profonda, ma forti elementi di continuità hanno continuato a persistere nella società, nelle classi dominanti, negli apparati statali, pesando in mille modi, anche tragici e inquietanti, sui passaggi più delicati della vita nazionale. Fino ad arrivare a tentativi aperti di rilegittimazione del fascismo funzionali a una precisa visione della società italiana e alla sua collocazione in una scena internazionale segnata dai pericoli di guerra. Non intendiamo appiattire la prospettiva storica, i problemi di oggi sono ben diversi da quelli degli anni Venti, ma dal pensiero forte gramsciano che si contrappose alla marea fascista montante riceviamo ancora oggi un contributo alla comprensione di processi profondi. E soprattutto abbiamo un metodo da imparare.

Questa raccolta di scritti di Antonio Gramsci, più che altro una costellazione di suggestioni, vuole essere stimolo alla riflessione e all'approfondimento, rivolto in particolare alle giovani generazioni.

 

 

dall' Introduzione a Antonio Gramsci, Contro il fascismo nascente, Lunaria, 2022, a cura di Luca Cangemi


Luca Cangemi

Docente di filosofia e storia, dottore di ricerca in scienze politiche e autore di L’elefante e la metropoli; L’india tra storia e globalizzazione (2012) e Altri Confini; IL PCI contro l’europeismo (2019). Militante del PCI e PRC, è stato membro della Camera dei deputati nella XI e XIII legislatura.






lunedì 30 maggio 2022

STORIA, STORIE E CONTROSTORIA: la premessa di Domenico Losurdo

 

Il concetto di CONTROSTORIA: un’importante pagina del filosofo Domenico Losurdo (1941/2018) e della sua opera ”Controstoria del liberalismo” - la premessa metodologica

Sulla CONTROSTORIA ovvero sulla condizione e i sentimenti di quelle classi che non riescono a farsi nè sentire nè vedere.- Domenico Losurdo e la breve premessa metodologica alla “Controstoria del liberalismo” -

 

In che cosa questo libro si differenzia dalle storie del liberalismo già pubblicate e che in numero crescente continuano a vedere la luce? Riesce a produrre realmente la novità che promette nel titolo? Alla fine del percorso da lui compiuto, il lettore darà la sua risposta; l’autore può per ora limitarsi a una dichiarazione d’intenti. A formularla gli può essere d’aiuto un grande esempio. Accingendosi a scrivere la storia del crollo dell’Antico Regime in Francia, Tocqueville osserva a proposito degli studi sul Settecento: Crediamo di conoscere molto bene la società francese di quel tempo perché vediamo chiaramente quanto brillava alla sua superficie, perché possediamo fin nei particolari la storia dei suoi più celebri personaggi e perché critici geniali ed eloquenti ci hanno reso completamente familiari le opere dei grandi scrittori che la illustrarono. Ma su come venivano condotti gli affari, sulla vera pratica delle istituzioni, sulla posizione esatta delle varie classi l’una di fronte all’altra, sulla condizione e i sentimenti di quelle che ancora non riuscivano a farsi né sentire né vedere, sul fondo stesso delle opinioni e dei costumi, abbiamo soltanto idee confuse e spesso piene di errori (1). Non c’è motivo per non applicare la metodologia così brillantemente chiarita da Tocqueville al movimento e alla società di cui egli è parte integrante e autorevole. Solo perché intende richiamare l’attenzione su aspetti che ritiene sinora largamente e ingiustamente trascurati, l’autore parla nel titolo del suo libro di «controstoria». Per il resto, si tratta di una storia, di cui occorre solo precisare l’oggetto: non il pensiero liberale nella sua astratta purezza, ma il liberalismo e cioè il movimento e le società liberali nella loro concretezza. Come per ogni altro grande movimento storico, si tratta di indagare sì le elaborazioni concettuali ma anche e in primo luogo i rapporti politici e sociali in cui esso si esprime, nonché il legame più o meno contraddittorio che s’instaura fra queste due dimensioni della realtà sociale. E, dunque, nel dare avvio alla ricerca, siamo costretti a porci una domanda preliminare sull’oggetto di cui intendiamo ricostruire la storia: che cos’è il liberalismo?

D.L.

Note

1 Tocqueville (1951-), vol. II, t. 1, pp. 69-70 (L’Antico regime e la rivoluzione, d’ora in avanti AR, Prefazione).

da Domenico Losurdo, Controstoria del liberalismo (Laterza,2005) cit. da ed.digitale 2015, referre pos. 216-233

 

LA ‘FALSA COSCIENZA’ DEL LIBERALISMO


è la sua anima ’nera’: costituita da razzismo, dal colonialismo, dall’imperialismo militare del dominio senza egemonia, dai diritti umani come truffa ideologica, perorati formalisticamente e calpestati quando contrastano con i privilegi e gli interessi economici delle classi dominanti capitalistiche. La smaschera Domenico Losurdo, nella sua mirabile ’Controstoria del liberalismo’, Laterza, 2005, in cui sottolinea il metodo utilizzato per occultare la ‘falsa coscienza’: il sofisma di Talmon.


IL SOFISMA DI TALMON È UN SOFISMA


L’aura ideologica demoliberale è ricca di assiomi e sofismi, come dimostrò Domenico Losurdo e anche gonfia di retorica.

- Uno dei sofismi ancora oggi più utilizzati dalla vulgata liberal/atlantista è quello di Jacob Talmon, professore di storia moderna all’Università di Gerusalemme scomparso nel 1980, che nel 1952 diede alle stampe un testo destinato a scatenare non poche polemiche nel dibattito politico dell’epoca: ‘The Origins of Totalitarian Democracy’, in cui coniava anche i termini, riecheggiando non poco le tesi di Hannah Arendt (la prima edizione del suo ‘The Origins of Totalitarianism’ è dell’anno precedente) di ‘democrazia messianica’ e ‘messianismo politico’. L’asimmetria comparativa dei ragionamenti di Talmon è questa: da una parte i sacri princìpi del liberalismo, come se fossero veri perchè realizzati, dall’altra fatti storici interpretati in contrapposizione ai sacri princìpi; da una parte il bene della libertà, dall’altra il male del totalitarismo, dell’autoritarismo, della tirannide. Come dire: il bene è di chi lo pensa anche se non lo fa, il male è di chi lo fa, dunque lo pensa. Dalla banalità del male alla banalità del bene. Un sofisma, appunto.

Tra gli studiosi che hanno smascherato il gioco fraudolento dei tetragoni autoaffermatisi ‘liberal-democratici’ c’è stato Domenico Losurdo, secondo cui “i fatti e i misfatti del comunismo vengono messi a confronto non con i comportamenti reali del mondo che esso vuole mettere in discussione, ma con le dichiarazioni di principio del liberalismo”, [D. Losurdo, Il peccato originale del Novecento, Laterza, Bari, 1998, pag. 55]. Losurdo è stato anche autore di una mirabile ‘Controstoria del liberalismo’ (Laterza, 2005, giunta a ben otto ristampe nel 2022).

 

- L’asimmetria comparativa dei ragionamenti di Talmon è questa: da una parte i sacri principi del liberalismo, come se fossero veri perchè realizzati, dall’altra fatti storici interpretati in contrapposizione ai sacri principi; da una parte il bene della libertà, dall’altra il male del totalitarismo, dell’autoritarismo, della tirannide.

La democrazia come retorica, dunque.

 

Ferdinando Dubla, per Subaltern studies Italia





giovedì 26 maggio 2022

LES ANNALES E IL DECENTRAMENTO DEL SOGGETTO

 

UN SAGGIO SULLE ANNALES sul sito Treccani (autore non reperito) può essere spunto di comparazione con contenuti e metodologie dei Subaltern studies.

 

Il decentramento del soggetto 4.

La storiografia delle Annales e l’opera di Fernand Braudel

L’histoire-bataille, il bersaglio delle Annales

 

- I fondatori delle Annales, sia quelli della prima generazione, come Lucien Febvre e Marc Bloch, sia soprattutto quelli della seconda generazione, come Fernand Braudel, hanno costantemente individuato come proprio bersaglio un tipo di storiografia che in lingua francese assume diverse definizioni: histoire-bataille, histoire historisante, histoire événementielle. Si tratta, in sintesi, della storia politica modellata sui grandi individui (sovrani, principi, pontefici), sulle azioni che li contraddistinguono (battaglie, regni, trattati, conquiste), sulla dimensione temporale che vi corrisponde (avvenimenti, periodi brevi, vittorie e sconfitte) e sulla forma espositiva che inevitabilmente ne discende (il racconto, inteso come biografia o intreccio di biografie).

Questo modello storiografico – e qui è soprattutto Braudel a far sentire la propria voce – implica una definizione dell’“oggetto storico” che conduce a fondare la storia sull’antropologismo. Per l’histoire-bataille è, infatti, storico solo ciò che può essere ricondotto a un’origine umana. La storicità deriva quindi dalla possibilità di attribuire eventi, reperti o documenti a un soggetto umano agente. Il documento storico, in questa prospettiva, va essenzialmente interpretato, cioè pazientemente decifrato alla ricerca della intenzionalità umana che contiene o dovrebbe contenere e che gli conferisce senso.


La posizione di Marc Bloch


Le Annales hanno inizialmente opposto all’histoire événementielle la posizione di Marc Bloch, secondo cui lo storico deve compiere, nel suo lavoro, una specie di oscillazione continua in grado di ricongiungere le coscienze umane e una storia intesa come “scienza del diverso” (Apologia della storia, Torino, Einaudi, 1969, p. 41). Bloch pensa, quindi, a un oggetto storico fondamentalmente costituito dall’uomo (“Il buono storico somiglia all’orco della fiaba: là dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda” – Apologia della storia, p. 41), ma ritiene che la dimensione umana non consista nella psicologia o nelle gesta dei grandi individui.

La storia va invece costruita connettendo il piano individuale ai contesti che lo circondano: l’economia, la società, la religione.


La posizione di Fernand Braudel


Laddove Bloch individuava unità, rimandi e legami, Braudel non vede più possibilità di conciliazione e mostra una serie di rotture. La prima, la più celebre, riguarda la differenziazione degli strati temporali. Non vi è un’unica temporalità, ricalcata spesso sulla scala del racconto di vite individuali, ma la compresenza di tre ritmi o durate.

In primo luogo: “una storia quasi immobile, quella dell’uomo nei suoi rapporti con l’ambiente: una storia di lento svolgimento e di lente trasformazioni, fatta spesso di ritorni insistenti e di lente trasformazioni, di cicli incessantemente ricominciati [...]

storia, quasi fuori del tempo, a contatto con le cose inanimate [...] Al disopra di questa storia immobile, una storia lentamente ritmata [...] una storia sociale, quella dei gruppi e degli aggruppamenti [...] le economie e gli stati, le società, le civiltà [...] La terza parte, infine, è quella della storia tradizionale, se si vuole della storia secondo la dimensione non dell’uomo, ma dell’individuo, la storia ‘événementielle’ [...] un’agitazione di superficie, le onde che le maree sollevano sul loro potente movimento. Una storia dalle oscillazioni brevi, rapide, nervose” (Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Torino, Einaudi, 1986, vol. I, p. XXVII).

 

- Dimensione temporale e oggetto storico


La presenza di dimensioni temporali di lunga durata fa sorgere oggetti storici di natura differente. La serie di temperature che costituisce un clima, le linee e la conformazione degli spazi, le oscillazioni demografiche o dei valori economici sono oggetti storici che non ricevono senso da azioni o intenzioni umane, ma dalla serie che li collega. Disponendo alcuni dati in una serie di lunga durata, appaiono eventi che i contemporanei non hanno percepito come tali: si vedono apparire tendenze, curve, andamenti, che costituiscono condizioni di possibilità o di impossibilità storica. Il principio fondamentale della tripartizione proposta da Braudel consiste nell’affermare che ogni durata genera un proprio tipo di eventi. Evento, di conseguenza, non è tanto tutto ciò che conserva tracce umane e tende ad apparire mobile e mutevole, ma il prodotto della serie di elementi che appartengono a uno stesso tipo di durata. Il tempo storico, se ancora si vuole usare una definizione unitaria, è quindi costituito dal rapporto fra gli strati temporali; rapporto stridente e discorde, dato che essi non scorrono armonicamente, ma si trovano quasi sempre in disequilibrio reciproco.


- Il posto dell’uomo


L’uomo come agente storico perde ogni privilegio, perché il suo posto è di volta in volta definito dal rapporto tra la temporalità dell’esistenza umana e altre forme di durata anonime e impersonali. Se l’uomo non è più l’origine e il fulcro della storia, riportare ogni dato storico a un’esistenza umana può costruire un racconto letterariamente vivido ed emozionante, ma epistemologicamente pericoloso.

La storia dell’individuo “è la più appassionante, la più ricca di umanità, anche la più pericolosa. Diffidiamo di questa storia ancora rovente, come l’hanno sentita, descritta, vista i contemporanei, al ritmo della loro vita, breve come la nostra. Essa ha la dimensione delle loro collere, dei loro sogni e delle loro illusioni” (Civiltà e imperi del Mediterraneo, p. XXVIII). Braudel associa ripetutamente, nella Prefazione a Civiltà e imperi del Mediterraneo, la nozione di pericolo, o di sortilegio, o di maleficio, alla visione antropologizzata dei processi storici. Come nei sortilegi, appare qualcosa che, occupando tutto il campo visivo, in realtà impedisce di vedere.

“Gli avvenimenti risonanti spesso sono soltanto degli istanti, delle manifestazioni di ampi destini, e si spiegano soltanto per mezzo di questi”. (ibidem, p. XXVIII).

- Tempo: durate, movimenti, velocità


Decomporre il tempo in durate multiple, in movimenti a velocità diverse implica, e di questo Braudel è ben cosciente, frantumare il posto centrale riservato all’uomo: “siamo giunti a decomporre la storia in piani sovrapposti [...] O, se si preferisce ancora, a decomporre l’uomo” (ibidem, p. XXVIII). La storia, dice alla fine Braudel, non è sviluppo armonioso dell’umano, ma limite, condizione, differenza: “Davanti a un uomo sono sempre tentato di vederlo chiuso in un destino ch’egli fabbrica a stento, in un paesaggio che disegna dietro e davanti a lui la prospettiva infinita della ‘lunga durata’” (ibidem, vol. II, p. 1337). / fine


Fernand Braudel, Marc Bloch

Lucien Febvre, Fernand Braudel 



martedì 24 maggio 2022

Filosofia della prassi e comunismo 'etico': 100 anni Berlinguer

 

Il legame tra la filosofia della prassi di Gramsci e il comunismo ‘etico’ di Berlinguer è una ricerca critica di straordinaria attualità per il lavoro politico-culturale necessario per la trasformazione strutturale delle società capitaliste dell’occidente. - fe.d.

LA FILOSOFIA DELLA PRASSI di BERLINGUER

Enrico Berlinguer compie 100 anni. Suo punto di riferimento politico-culturale fu sempre il marxismo di Gramsci, definito creativo in quanto gli strumenti teorici, filosofici, dovevano utilizzarsi nell’esame critico della prassi e modularsi con l’obiettivo di operare concretamente nella società, da trasformare strutturalmente, incidendo nelle contraddizioni del sistema capitalistico, ponendo solide fondamenta per la transizione al socialismo in un paese dell’occidente, nelle forme e nei modi della “guerra di posizione”. La riforma intellettuale e morale, così, si coniugava con un processo rivoluzionario. L’incidenza etica di massa di questa sua caratterizzazione politica fu alla base del vero e proprio “amor di popolo” che, a cento anni, ne fa una figura cruciale del comunismo del XX secolo.

Sul canale di Subaltern studies Italia un’intervista per la RAI recuperata dalle Teche da AccasFilm, durata 3’52” https://youtu.be/7JGxRQYeSgE

 

 

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