Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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domenica 27 marzo 2022

IL FANTASMA del DONBASS di Sara Reginella


La GEOPOLITICA che vi tacciono.

 

In realtà la guerra in corso tra Russia e Ucraina è guerra alla Russia dichiarata dagli USA, combattuta dalla NATO, servente l’UE, una volta annullata la Germania. E’ guerra del gas e per il gas. E’ guerra perché gli USA vogliono riconquistare il dominio politico tramite il dominio militare, avendo perso l’egemonia economica.

 

/Subaltern studies Italia/

 

 

LA DIFFERENZA

 

da Sara Reginella, autrice di ”Donbass - la guerra fantasma

nel cuore d'Europa”, Exorma ed., 2021

 

- Per me non c'è differenza tra il dolore di un bambino ucraino, di un bambino del Donbass o di un piccolo palestinese.

In questo percorso, mi limito a condividere la mia esperienza con chi è interessato a capire.

Cosa c'è da capire, al di là dell'odio e delle etichette?

Alcuni fatti, di cui non si parla nei grandi media, ovvero: come ti scateno una guerra, esportando la democrazia.

Tra la fine del 2013 e l'inizio del 2014, a Kiev, in Ucraina, c'è stato un violento cambio di governo fomentato dall'Occidente e attuato con una manovalanza neonazista. Lo mostro nelle immagini dei miei reportage: politici occidentali sul palco a Kiev e ruspe, catene, spranghe, lanciafiamme contro la polizia nella piazza centrale e nelle strade della capitale.

Chi all'inizio manifestava pacificamente è stato tradito.

Il Donbass si è opposto a tutto ciò e con un referendum ha autoproclamato le Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. L'Ucraina ha risposto con le armi, con il congelamento delle pensioni agli anziani, ai disabili e col blocco degli stipendi agli statali in Donbass.

Nei primi mesi del conflitto, la popolazione russofona ha iniziato a morire letteralmente di fame.

Interi villaggi sono stati distrutti nelle regioni del Donbass, negli scontri tra le milizie popolari e l'esercito ucraino.

Gli scontri sono continuati per otto anni, ma grazie alla diplomazia, con gli accordi di Minsk il conflitto è passato da un livello di alta intensità a un livello di bassa intensità.

Purtroppo però, si è continuato a morire. Per troppo tempo. E si è arrivati allo scorso anno.

Con l'esercitazione Defender Europe 2021, la più grande mai tenuta dalla fine della guerra fredda, la NATO ha schierato il proprio contingente militare lungo i confini della Federazione Russa.

Quest’ultima ha risposto mobilitando le proprie forze armate e ha chiesto ripetutamente garanzie sulla fine dell'attività militare nelle repubbliche ex sovietiche e sulla fine dell'oggettivo accerchiamento militare che perdura da trent'anni. Perché tale richiesta?

Perché un missile della NATO piantato sul territorio ucraino, che in pochi minuti è in grado di raggiungere Mosca, così come un missile russo piantato ai confini con gli U.S.A., che in pochi minuti è in grado di raggiungere Washington, in termini di equilibri di forze geopolitiche e sicurezza internazionale fa la differenza.

Chi sta nelle stanze dei bottoni conosce queste differenze.

Nonostante ciò, dall'Occidente non giunge alcun tipo di rassicurazione.

Piuttosto, si alza il tiro: alla fine del 2021, alla richiesta di garanzie da parte della Russia, gli Stati Uniti rispondono con lo stanziamento di altri fondi per gli armamenti in Ucraina.

Si attende un feroce attacco contro il Donbass dove in otto anni migliaia di cittadini, da apolidi hanno richiesto e ottenuto la cittadinanza russa.

Ma l'esercito russo entra in Donbass.

Il 24 febbraio 2022, in Occidente le persone si svegliano e scoprono che c'è una guerra.

Da quel giorno, il dolore del popolo ucraino diventa il nostro dolore.

extract. da Sara Reginella FB

 

MAIDAN e DONBASS, è da qui che parte la guerra

 

- Il movimento filoeuropeista, già protagonista della Rivoluzione Arancione, si era inserito a fianco del movimento di protesta in atto contro la crisi economica e la corruzione. Poi si erano aggiunti partiti e gruppi della destra ultranazionalista, come Svoboda e Pravy Sektor, il cosiddetto "Settore Destro”. All'interno di questo movimento di protesta, che fu chiamato "Euromaidan", iniziarono così a sventolare, accanto a quelle europee, bandiere rosso-nere del settore destro e drappi giallo-blu del partito Svoboda. Quest'ultimo, inizialmente denominato Partito nazional sociale ucraino, dal nome del Partito nazionalsocialista di Hitler, fu fondato nel 1991 da Andrij Parubiy, l'attuale presidente della Rada, il parlamento ucraino. Il wolfsangel, simbolo usato dalla divisione tedesca SS Das Reich, era anche il simbolo ufficiale del partito, poi sostituito nel 2014 da una surreale mano gialla.

Le proteste connesse al movimento Euromaidan portarono a febbraio 2014 a un violento colpo di stato, perlopiù descritto dai media occidentali come una rivoluzione democratica contro il presunto dittatore ucraino (democraticamente eletto) Viktor Yanukovyč.

In risposta a ciò, ad aprile dello stesso anno, nelle regioni di Donetsk e Lugansk, in Donbass, territorio del sud-est ucraino al confine con la Russia, dove le posizioni del movimento Euromaidan non erano condivise e il nuovo governo era considerato illegittimo, avvenne qualcosa di inaspettato. Furono

occupati gli istituti pubblici e la popolazione fece un salto indietro

nel tempo. Esplosero gli orologi e bruciarono i calendari: l'autoproclamazione delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk sancì, in quelle aree, il tentativo di ritornare a un'essenza passata, quella del mondo precedente alla dissoluzione dell'Unione Sovietica. L'Ucraina si spaccò ed ebbe inizio un conflitto che vide le milizie separatiste delle Repubbliche popolari del Donbass scontrarsi contro l'esercito ucraino del nuovo governo di Kiev. Si era tornati ai tempi della guerra fredda, una “nuova” guerra fredda in cui il ruolo dei "cattivi" veniva assegnato agli abitanti del Donbass, accusati di terrorismo e colpevoli di essersi opposti a quei movimenti filoeuropeisti e filoamericani che, a loro avviso, avrebbero contribuito alla svendita delle proprie terre. So che in questi luoghi di confine è molto forte e radicato il sentimento di appartenenza all’universo russo, quel mondo che avevo iniziato ad esplorare negli anni precedenti lo scoppio del conflitto. (..)

Una parte del mondo, infatti, vedeva la rivolta di Maidan come una rivoluzione democratica e la reazione separatista del Donbass come una svolta terroristica, veicolata dall'occupazione militare russa. L'altra parte del mondo vedeva, invece, gli eventi di Maidan come connessi a un colpo di stato e la risposta separatista del Donbass come una forma legittima di resistenza antifascista.

 

da Sara Reginella, Donbass - La guerra fantasma nel cuore d’Europa

pp.16/17 e 19

 




Sara Reginella nasce ad Ancona nel 1980. Lavora come psicologa a indirizzo clinico e giuridico e come psicoterapeuta. È regista e autrice di reportage di guerra. I suoi lavori integrano l’interesse per le dinamiche psicologiche con l’attenzione per l’attualità.

Post FB 

sabato 10 aprile 2021

APOLOGIA della RICERCA

 

Ricercatori di tutto il mondo, unitevi! 


Siete il vero orgoglio in una società senza eroi, che non vi intesta strade, non vuole vedere i vostri volti, perché preferisce i santi, siete il vero investimento, il bene primario, siete i ricercatori di tutto il mondo, che sorridono quando ognuno di noi ringrazia la sorte.

La scienza non ha confini, la ricerca non conosce barriere, il pregiudizio non è scienza, Fleming come Einstein sono di tutta l’umanità, lo fu Sabin che, memore delle sue nipotine trucidate dalle SS, regalò le sue zollette di zucchero con il vaccino contro la poliomielite a tutti i bambini del mondo. La ricerca scientifica è risultato dell’intelligenza sociale, quella che, riferita alla produzione, Marx chiamava ‘general intellect’, richiede sforzo, impegno, formazione e studio assidui, perché non esistono i miracoli, come credono coloro che sostituiscono la magia con la scienza, i dogmatici di tutte le specie.

ferdinando dubla





 

venerdì 5 marzo 2021

VACCINARE MEGLIO VACCINARE TUTTI


Vaccini, bene comune, non profitti per le multinazionali. La ricerca scientifica, la salute e il benessere delle popolazioni non si mercanteggiano.

Il partito comunista organizzi una grande campagna su larga scala per abolire la proprietà privata della ricerca scientifica, per l’universalizzazione del diritto alla salute come inalienabile diritto al benessere sociale. Mobilitarsi e lottare per questi obiettivi significa alimentare la speranza di uscire migliori dalla calamità pandemica. ~ fe.d.

- - -
Un anno di coronavirus. È volato in un soffio e al tempo stesso è durato un secolo. Ci hanno raccontato che tutto sarebbe passato presto, che bastava aspettare, sospendere le nostre vite. Ci hanno chiesto di sacrificarci davanti all'isolamento e alla solitudine, all'angoscia per il futuro, alle tante difficoltà materiali con cui abbiamo dovuto fare i conti da soli.
Eppure, nonostante i nostri sforzi, il Covid-19 continua a diffondersi a macchia d'olio e le ultime notizie sulle nuove varianti del Coronavirus ci costringono a spostare ancora in avanti l'appuntamento con la fine della pandemia.
Il motivo è semplice: siamo tutti così intimamente connessi che tirarsi fuori da soli, da questo incubo, non è possibile.
DIRITTO ALLA SALUTE PER TUTTE E TUTTI!
Il diritto alla salute o è per tutti o non esiste per nessuno. Non è solo un principio sacrosanto di giustizia sociale: nessuno di noi potrà sentirsi al sicuro finché ci sarà qualcuno che resta tagliato fuori dalla possibilità di proteggersi dal contagio, dalla somministrazione di vaccini sicuri ed efficaci, in qualsiasi angolo del mondo, perché, fino ad allora, ci sarà sempre la possibilità di far ripartire la catena dei contagi e la tragedia in cui siamo immersi.
RICERCA PUBBLICA DEVE SIGNIFICARE CONTROLLO PUBBLICO
Abbiamo visto il meglio della nostra ricerca pubblica prestata agli interessi delle grandi multinazionali del farmaco. Ogni azienda ha speculato sulle scoperte della ricerca di base, intensificando le proprie sul solo sviluppo del vaccino e dei farmaci, pur di poter prevalere sulle altre, di accaparrarsi il massimo dei profitti sul mercato immenso che ha aperto la pandemia.
Avremmo avuto un maggior vantaggio se le forze fossero state comuni, se la ricerca, le tecnologie, fossero state messe al solo servizio delle nostre vite e dell'intera umanità. E invece, in nome dell'interesse di pochi, del principio di un nazionalismo fra Stati, pochi colossi industriali continuano a decidere chi debba vivere e chi debba morire, chi debba avere accesso ai vaccini, con che tempi e a quale prezzo, arrivando al punto di potersi permettere persino di venir meno agli impegni presi, disdicendoli unilateralmente.
SOSPENSIONE IMMEDIATA DEI BREVETTI E TRASPARENZA!
Tutto questo è reso possibile dai brevetti, che consentono un diritto d'esclusiva sullo sviluppo e la commercializzazione dei vaccini, ne limitano la disponibilità, aumentandone il costo. I brevetti sono l'ostacolo che impedisce oggi di sviluppare in tempi brevi il vaccino per tutti i popoli del mondo, come chiesto a gran voce da India e Sudafrica; sono il tappo a qualsiasi forma di trasparenza sugli studi condotti finora e sulla reale efficacia delle molecole attualmente disponibili, su tutto ciò che riguarda la loro commercializzazione, i contratti stipulati, i costi di produzione, per finire a quanti di questi costi siano stati scaricati sugli Stati acquirenti e quindi, indirettamente, sulle tasche di noi cittadine e cittadini.
UN VACCINO BENE COMUNE È POSSIBILE
Ma non è l’unico destino possibile. È notizia di questi giorni che a Cuba è partita la produzione delle prime 150.000 dosi di vaccino Soberana, con l'impegno a coprire il fabbisogno di tutti i Paesi esclusi dal mercato di Big Pharma, la disponibilità a vaccinare i turisti che approderanno sull'isola, di dare una mano in futuro anche ai Paesi del ricco Occidente, così come già fatto, nei mesi scorsi, con le brigate mediche che abbiamo visto giungere in nostro sostegno anche in Lombardia e Piemonte.
NO PROFIT ON PANDEMIC – NESSUN PROFITTO SULLA PANDEMIA!
Per fortuna anche qui in Europa c’è chi sta provando a imboccare questa strada.
Decine di migliaia di cittadine e cittadini europei stanno promuovendo la campagna No Profit On Pandemic (Nessun profitto sulla pandemia!) per rivendicare:
Salute per tutte e tutti. Non si può lasciare nelle mani di aziende private il potere di decidere chi abbia accesso a cure e vaccini e a quale prezzo.
Trasparenza, chiarezza, informazione: i dati sui costi di produzione, sui fondi pubblici investiti, i contratti tra le autorità pubbliche e le multinazionali di Big Pharma devono essere resi pubblici.
Controllo pubblico: visto che ai vaccini si è arrivati grazie alla ricerca finanziata dalle tasse dei cittadini e delle cittadine, il controllo di queste tecnologie deve rimanere nelle mani del popolo.
Nessun profitto sulla pandemia: il coronavirus è una minaccia collettiva che richiede una risposta improntata alla solidarietà, non alla volontà di profitto di qualche privato.
L’11 marzo sarà passato un anno da quando l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha dichiarato l’emergenza pandemica da Covid-19. La campagna No Profit On Pandemic ha individuato questa data come giornata di mobilitazione internazionale per porre all’attenzione pubblica le ragioni dei nostri popoli contro quelle di pochi privati.
FACCIAMO APPELLO AFFINCHE' L’11 MARZO VENGA SOSTENUTO ANCHE NEL NOSTRO BELPAESE
individuando ogni possibile forma di mobilitazione collettiva perché la nostra salute non può essere privatizzata, né ridotta a mera questione di quotazioni che salgono o scendono in borsa.
Le nostre vite sono più importanti dei bilanci di Big Pharma.

PRIMI FIRMATARI
Potere al Popolo, Unione Sindacale di Base




 

mercoledì 3 marzo 2021

INTERIMPERIALISMO, SOVRANITÀ, VACCINI e GEOPOLITICA

 


SI INTENSIFICANO gli attacchi del nuovo vecchio presidente yankee Biden alla Russia su pretesti risibili come quello di Navalny, in realtà per ripristinare un’egemonia politico-economica in discesa con il dominio militare.
Il vaccino russo Sputnik V, il cubano Soberana e il cinese Sinopharm, pagano in Occidente per la loro approvazione e diffusione, gli interessi economici statunitensi, che i poteri forti rilanciano con la faccia del “demo”imperialista Biden al posto del truce Trump, ma ancora più aggressiva nei confronti di Russia, Cina, Cuba e Venezuela.

I principali conflitti sono interimperialistici, ma la ricaduta è le contraddizioni fra sovranità nazionale e oligarchie sovranazionali, su cui si giustappongono i diversi interessi imperialistici.
Infatti continua il furto di sovranità delle oligarchie dell’UE per la gestione delle risorse e per le politiche di contrasto alla pandemia ancora in chiave liberista. E’ la logica del Recovery e del MES.
- Intensificare i rapporti economici e commerciali con i paesi emergenti, la Cina, la Russia, l’India, sviluppare quelli con Cuba e i paesi latinoamericani e del sud del mondo, è necessario per il bene del nostro paese, per costruire una società libera, ecologica e produttiva, senza sottomissioni all’atlantismo guerrafondaio imperialistico a egemonia del capitalismo finanziario parassitario, targato USA-NATO.

Costruire un’opposizione sociale di massa è contribuire a una nuova visione dei rapporti internazionali, basati sulla fraternità dei popoli e sui loro reali interessi. ~ red. Lavoro Politico

 

IL PUNTO di Manlio Dinucci

- Al Consiglio Europeo il 26 febbraio, il segretario generale della Nato Stoltenberg ha dichiarato che «le minacce che avevamo di fronte prima della pandemia sono ancora lì», mettendo al primo posto «le azioni aggressive della Russia» e, sullo sfondo, una minacciosa «ascesa della Cina». Ha quindi sottolineato la necessità di rafforzare il legame transatlantico tra Stati Uniti ed Europa, come vuole fortemente la nuova amministrazione Biden, portando a un livello superiore la cooperazione tra Ue e Nato. Oltre il 90% degli abitanti dell’Unione Europea, ha ricordato, vive oggi in paesi della Nato (di cui fanno parte 21 dei 27 paesi Ue). Il Consiglio Europeo ha ribadito «l’impegno a cooperare strettamente con la Nato e la nuova amministrazione Biden per la sicurezza e la difesa», rendendo la UE militarmente più forte.

Come ha precisato il premier Mario Draghi nel suo intervento, tale rafforzamento deve avvenire in un quadro di complementarietà con la Nato e di coordinamento con gli Usa. Quindi il rafforzamento militare della UE deve essere complementare a quello della Nato, a sua volta complementare alla strategia Usa. Essa consiste in realtà nel provocare in Europa crescenti tensioni con la Russia, così da accrescere l’influenza statunitense nella stessa Unione Europea. Un gioco sempre più pericoloso, perché spinge la Russia a rafforzarsi militarmente, e sempre più costoso. Lo conferma il fatto che nel 2020, in piena crisi, la spesa militare italiana è salita dal 13° al 12° posto mondiale scavalcando quella dell’Australia.

Manlio Dinucci, extract da Il Manifesto, 2 marzo 2021





martedì 1 dicembre 2020

In bilancio 6 miliardi di nuove armi che contro il Covid non servono


Non mettete i fiori nei vostri cannoni, eliminate i cannoni e coltivate i fiori.

E' estremamente grave che un governo, pur in presenza di una pandemia, invece che investire sui servizi sociali alla collettività come sanità, istruzione e sostegno al reddito, spenda soldi per gli armamenti che, tra l'altro, renderanno ancora più asservita la nostra sovranità nazionale all'imperialismo USA-NATO.  - fe.d.

LEGGE DI BILANCIO • Le campagne Sbilanciamoci e la Rete Italiana Pace e Disarmo propongono una moratoria per il 2021 su tutte le spese di investimento in armamenti. per destinare i soldi alla sanità e all’istruzione: questa è oggi la nostra priorità.


Questa legge di bilancio ha certo alcune luci (soldi per la cassa integrazione, assegno universale, asili nido) ma anche tante ombre (non si tagliano i sussidi ambientalmente dannosi, ci sono solo poche briciole per la scuola, regali alle imprese senza condizioni, ecc.) e tra queste una delle più clamorose sono i 6 miliardi stanziati per i nuovi sistemi d’arma. Sì, nel 2021 il governo con la legge di bilancio ha deciso di continuare a spendere 6 miliardi per sommergibili, fregate, cacciabombardieri, blindo veloci, lanciamissili e chi più ne ha più ne metta.

Da ricordare che da qui al 2035 dei 146 miliardi di investimenti pubblici programmati ben 37 (il 25% del totale) andranno alla Difesa (non dal Covid, ma da invasioni marziane) e solo qualche spicciolo a sanità e istruzione. Nell’emergenza della prima ondata il nostro sistema ha quasi chiuso completamente, non l’eccezione delle «attività strategiche»: sono state considerate tali anche le industrie che fanno armi. Alcuni lavoratori si sono ammalati di Covid-19 per montare le strategiche ali dei cacciabombardieri.

Veniamo alla legge di bilancio. Come ricordano le campagne Sbilanciamoci e la Rete Pace e Disarmo in un recente documento «nel 2021 il solo bilancio del Ministero della Difesa prevederebbe infatti al momento un aumento di 1,6 miliardi (quasi tutti per spese investimento) arrivando al totale di 24,5 miliardi di euro».

Non è facile valutare con precisione la spesa complessiva prettamente militare (ai fondi della Difesa vanno aggiunti quelli di altri dicasteri e vanno sottratte le funzioni non militari); è invece più semplice per le risorse destinate all’acquisto di nuove armi: analizzando i capitoli specificamente legati all’investimento troviamo poco oltre i 4 miliardi di euro allocati sul Bilancio del Ministero della Difesa e circa 2,8 miliardi in quello del Ministero per lo Sviluppo Economico, a cui vanno aggiunti i 185 milioni per interessi sui mutui accesi dallo Stato per conferire in anticipo alle aziende le cifre per specifici progetti d’arma pluriennale.

«Ciò porterebbe dunque ad un totale di ben 6,9 miliardi che probabilmente è una sovrastima (nei Documenti Pluriennali di Programmazione il Ministero della Difesa esplicita la cifra di 5,9 miliardi) ma che ci consente di confermare la nostra valutazione di 6 miliardi spesi nel 2021 per nuove armi». Risorse che peraltro vengono decise e destinate in un quadro di opacità e mancanza di trasparenza: nei documenti del Ddl di Bilancio non vengono infatti forniti dettagli sui sistemi d’arma acquisiti, esplicitati dalla Difesa solo a mesi di distanza. Così, come al solito, i parlamentari sono costretti a votare al buio.

Vogliamo fare noi qualche esempio di quanto costano queste armi e cosa si potrebbe fare con gli stessi soldi? Con i soldi di un carro armato ariete (7milioni) potremmo riaprire 20 piccoli ospedali e con il costo di una fregata potremmo assumere 1200 infermieri per 10 anni. Al posto di un blindo centauro (13milioni) potremmo dare 2800 borse di studio per studenti fuori sede. Con i soldi che spendiamo (44milioni) per un elicottero nh-90 potremmo acquistare 4.500 ventilatori polmonari. Al posto di spendere soldi per un pattugliatore d’altura ppa (427milioni) potremmo ammodernare 410 ospedali.

E non ci facciamo mancare niente, abbiamo pure i sottomarini: con i soldi (670milioni) di un sommergibile u-212 potremmo pagare lo stipendio a 1000 medici per dieci anni. Non può mancare una nave anfibia che ha per nome «Trieste»: con gli stessi soldi (1miliardo e 171milioni) potremmo abolire le tasse universitarie ad un milione di studenti. Dulcis in fundo i cacciabombardieri F35. Siamo arrivati al costo di 195milioni di euro. Potremmo rimettere a nuovo con gli stessi soldi 380 scuole che cadano a pezzi.

Perciò le campagne Sbilanciamoci e la Rete Italiana Pace e Disarmo propongono una moratoria per il 2021 su tutte le spese di investimento in armamenti: 6 miliardi da destinare alla sanità (ai servizi territoriali e all’assunzione di personale) e all’istruzione: questa è oggi la nostra priorità. È questa la scelta da fare, quella veramente indispensabile. Chi ci difende di più dal Covid-19: una santabarbara di armi o una sanità che funziona?

di Giulio Marcon, integrale da Il Manifesto, 1/12/2020



sabato 21 novembre 2020

La RICONVERSIONE ECOLOGICA per la nuova società - Taranto laboratorio per un cambio di paradigma: PCI e POTERE al POPOLO e la lotta di classe per l’ambiente, la salute e il lavoro.

 due importanti documenti di analisi della sinistra di classe che, partendo dall’osservatorio di Taranto, ridisegnano la necessità di non considerare più il “modello dello sviluppo” capitalista-industrialista, ma un intero paradigma di civiltà ecologico per una nuova società. ~ fe.d. 

No a Taranto avamposto dell'imperialismo USA-NATO

 

Si ad una diversificata progettualità per il futuro della città dei due mari, con al centro il rilancio del porto, commerciale e turistico. No alla monocoltura inquinante dell'acciaio, si alla Via della seta e ad un'economia che valorizzi le valenze produttive del territorio urbano e provinciale.

 

1) le motivazioni politiche, ideali e culturali

 

CARO CONTE, CARO GOVERNO,  il nostro futuro non è essere schiavi, né dell'acciaio dei veleni, né dell'imperialismo USA-NATO.

Taranto, una città monopolizzata dall'imperialismo USA-NATO e dalla monocoltura inquinante  dell'acciaio deve riappropriarsi delle vocazioni territoriali della sua identità culturale.

NO a Taranto avamposto dell'imperialismo USA-NATO, si ad una diversificata progettualità per il futuro della città dei due mari, con al centro il rilancio del porto, commerciale e turistico. No alla monocoltura dell'acciaio, sì alla via della seta.

Il governo ha deciso di destinare 200 milioni di euro per rendere la nostra città ancora più vincolata e chiusa, per sbarrare la strada a diversificazioni produttive e di sviluppo possibili in base alla cooperazione internazionale, in particolare con la Cina. E' un investimento a perdere, che renderà Taranto una città chiave delle SNF(Standing Naval  Forces) che costituiscono il nucleo marittimo della Very high Readiness Joint Task  Force del fianco sud della NATO, avamposto dunque dell'aggressivo imperialismo guerrafondaio degli USA, che supporta ormai le guerriglie commerciali dei dazi del presidente degli U.S.A.: dove non si arriva con la competizione capitalista del falso libero mercato, deve pensarci la violenza della guerra.

 

2) Il porto di Taranto può (per il PCI deve) diventare un volano di sviluppo commerciale, per la nostra città. turistico e industriale

Taranto città portuale si scontra con i veti statunitensi che imprigionano e bloccano le iniziative di diversificazioni sul nostro territorio come quella commerciale con la Cina, "La Nuova Via della Seta”, che per i cinesi è un punto focale di un grande progetto di  investimenti e infrastrutture nel Mediterraneo e al quale l’Italia ha aderito dal marzo 2019.

Taranto è sede dello Standing Nato Maritime Group 2 e sta svolgendo una funzione militare sempre più importante e delicata tanto da allertare l’intelligence in merito alle possibili presenze della Cina nel porto e vi è subito l’appoggio servile del governo che risponde agli statunitensi aderendo al progetto di ampliamento della base Nato, finanziando opere per 203 milioni di € di cui 191 per l’ammodernamento della Base Navale e 11,6 per la riqualificazione dell’area Chiapparo e con il dragaggio dei fondali fino a una profondità di 25m.

Tra gli altri sviluppi del porto emergono:

Il Molo San Cataldo per l’approdo a Taranto delle navi da crociera per le quali ci sono già interessi di due  importanti terminalisti del traffico  crocieristico, che gestiscono le diverse attività a terra, le quali hanno presentato istanza di concessione demaniale marittima all’Autorità di sistema portuale del Mar Ionio - porto di Taranto - per occupare un’area scoperta di 450 metri quadrati della banchina di ponente del molo San Cataldo. Si tratta della Port Operation Holding, con sede a Milano, e della Global Ports Melita Limiteds, con sede a Malta. Ciò potrà portare ulteriori sviluppi turistici nella provincia di Taranto.

L’arrivo al porto dei Turchi di Yilport, il tredicesimo operatore mondiale per volume di attività e primo del 2018, che hanno avuto una concessione di 49 anni su una banchina di 1900 metri. La holding turca/cinese Yilport è proprietaria del 25% di Cma Cmg, il terzo vettore marittimo mondiale per il traffico container.

La svolta è segnata con l’arrivo del gruppo Ferretti, leader mondiale nella progettazione, costruzione e vendita di yacht a motore e da diporto. Il gruppo Ferretti, management e con professioni specifiche italiane, possiede e gestisce cantieri navali in tutta Italia, il cui 58% è in mano alla cinese Weichai, tra le più grandi società cinesi e mondiali che operano nella componentistica di auto e veicoli pesanti.

Inoltre tutto ciò può rilanciare la  retroportualità e aprire finalmente la piastra logistica, struttura costruita da anni e mai attivata.

 

 

3) Come la siderurgia continua a danneggiare  lavoro,  lavoratori,  ambiente, salute economia e sviluppo alternativo e compatibile.

 

La situazione attuale dei lavoratori di Taranto in Ilva as e quelli di AM è da considerarsi drammatica:1600 lavoratori inseriti in Ilva AS e 10600 lavoratori in AM nei vari siti, 3500-4000 lavoratori sono stabilmente collocati in Cigo.

Innanzitutto noi comunisti italiani crediamo che le politiche vadano impostate per il futuro dando uno sguardo al passato; una politica di sviluppo va costruita per le nuove generazioni guardando e tutelando tutte quelle fasce sociali che hanno perso non solo il lavoro e la dignità, ma soprattutto quei diritti conquistati negli anni attraverso le lotte di classe. Oggi più che mai siamo chiamati a riorganizzarci, confrontarci e unirci contro il nuovo capitalismo.

Karl Marx sosteneva che:

”il capitale non è una potenza personale, bensì è una potenza sociale.” “Quanto più la classe dominante è capace di assorbire gli elementi migliori della classe oppressa, tanto più solido e pericoloso è il suo dominio”

In Marx, i veri protagonisti della trasformazione sociale sono le classi sociali. Egli intende la classe come l’insieme degli individui che all’interno del sistema sociale si trovano nella stessa posizione e hanno le stesse possibilità di accesso alle risorse economiche sociali. Qualora gli individui dovessero diventare coscienti della loro appartenenza in quella determinata classe, essa può diventare anche soggetto politico promotore di cambiamenti anche rivoluzionari dell’ordine sociale e non alienandosi al capitalismo. Ed è in questa prospettiva che il comunismo appare la vera e propria via di salvezza al fine di sovvertire e contrastare il regime di una politica neoliberista, oligarchica e lobbista. Nella prospettiva marxista bisogna fare un’analisi strutturale e duratura nel tempo.

Il Presidente di Federacciai afferma che la produttività dello stabilimento di Taranto è molto importante, è il secondo stabilimento in grandezza e capacità in Europa dopo la Germania, e se è molto importante la produzione di acciaio dell’industria italiana e quindi la produzione non deve essere a regime di lavorazione basso ma mantenere un regime di lavorazione  altissimo, questo fa capire che in queste condizioni Taranto con la sua provincia siano destinati ad essere vincolati ad una sola industria e continuare a subire violenze psicologiche (ricatto salute/lavoro) e  violenze per l'inquinamento costante industriale, a continuare ad essere succubi di una precarietà e disoccupazione altissime che il nostro territorio da molto tempo soffre.

- Noi  PCI  di Taranto continuiamo a sostenere prima di tutto una vera nazionalizzazione totale e non parziale dell’ industria considerata strategica e che  tutti i lavoratori vengano reintegrati nel proprio posto di lavoro, perché se consideriamo la media dell'età anagrafica dei lavoratori di 45 anni e l’età contributiva di 23-25 anni, questo significa che le maestranze ci sono e non si spiega il motivo di tenerle fuori dal mondo del lavoro.

Dunque siano i lavoratori nel loro complesso i promotori del proprio futuro, unendosi e diventando classe operaia in sè e per sè, riconquistando i propri diritti nelle lotte di classe. In questo senso bisogna pretendere investimenti industriali con bonifiche radicali dei siti inquinati dall'amianto, materiale ferroso, polveri sottili; riconversione industriale con introduzione delle nuove tecnologie verdi per eliminare definitivamente il carbon  coke; riqualificazione e bonifiche, oltre che della fabbrica, dell'intero territorio ionico.

Ora è arrivato il momento di dire Basta! Alziamo una volta per tutte la testa: Taranto non è più disponibile a subire violenze di qualsiasi natura,

SI al progetto “Via della Seta”come è stata accettata per Genova e Trieste per un diverso sviluppo economico, sociale, commerciale e culturale.

Basta con le politiche delle lobbies e dei poteri forti, uniamo le forze per realizzare una Taranto diversa, ecologica e turistica, polo culturale storico e archeologico. Basta delegare! Qui bisogna essere partecipi del proprio futuro perché è il nostro e delle nuove generazioni.

 

 L'impegno politico ideale, socio-culturale ed economico che poniamo all'attenzione dei quadri dirigenti intermedi e nazionali come obiettivo di lavoro politico  del partito, per la coalizione con i compagni di Rifondazione Comunista  e di Risorgimento Socialista (lavoro già impostato proficuamente), con la sinistra di opposizione con cui già lavoriamo sul territorio e ovviamente a tutte le forze e i movimenti che a sinistra vogliano condividere il nostro percorso  politico, organizzativo.

Proposta nell'alveo di un'economia che parta dalle risorse del territorio già esistenti ma in perenne precarietà o peggio in perdita e trascurate e mal valorizzate: vedi settore culturale , settore pesca, produzione ittica, portualità e indotto artigianale e commerciale collegato o da collegare al nuovo modello di sviluppo che descriviamo in questo documento e che sarà oggetto di ampi approfondimenti tecnici, aderenti alla realtà, organizzativi.

Il PCI, attraverso tutte le proprie componenti dirigenziali e organizzative, chiede con fermezza che venga avviato da subito un processo di sviluppo economico alternativo a quello tuttora attivo, ma che è in evidente crisi produttiva e in permanente conflitto tra lavoro-salute-ambiente, con una conseguente economia bloccata.

Non solo protesta ma soprattutto proposta.

 

Comitato Cittadino PCI -Taranto

novembre 2020

 

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TARANTO OLTRE IL RICATTO OCCUPAZIONALE, VERSO UNA RICONVERSIONE ECOLOGICA: 4 TERMINI CHIAVE DELLE NOSTRA POSIZIONE

Questo comunicato vuole chiarire la posizione del nodo territoriale di Potere al Popolo Taranto sulla questione ex-Ilva, dileguando il più possibile dubbi e cercando di avviare una discussione produttiva e forte a livello nazionale su tutti i tavoli tematici.


Perché questo comunicato

L’esigenza di un’espressione unitaria e chiara da parte del nodo di Taranto nasce dalla troppa ambiguità che circonda la posizione di Potere al Popolo a livello nazionale sulla questione ex-Ilva. In un quadro cittadino come quello di Taranto, nel quale anni e anni di tradimenti delle lotte politiche e sociali hanno legittimamente fatto nascere un atteggiamento scettico, è necessario fuoriuscire il più possibile dall’ambiguità delle posizioni, mettendo in chiaro le nostre rivendicazioni a livello territoriale. Allo stesso tempo, bisogna modulare la nostra comunicazione a livello nazionale, in modo sensato e costruttivo. In questo momento storico e data la conformazione stessa della storia siderurgica tarantina, ad esempio, le necessarie e legittime rivendicazioni della popolazione genovese non possono essere assimilabili a quelle della popolazione tarantina. Bisogna, in questo senso, affermare e definire con forza la diversità che contraddistingue le lotte che i territori si trovano ad affrontare riguardo ai diversi siti produttivi dell’ex-Ilva.

Come nasce la nostra presa di posizione

Negli ultimi mesi ci siamo confrontati con operai/e e cittadin* nel tentativo di chiarire il più possibile la situazione che caratterizza lo stabilimento siderurgico. Abbiamo studiato molto e, nello stesso tempo, abbiamo riflettuto con sempre più insistenza sul nostro compito politico, sulle pretese che un movimento come Potere al Popolo dovrebbe portare avanti e, più in generale, su quale modello di società e di economia vogliamo per il nostro futuro. Il risultato di questo percorso non può essere una proposta esaustiva per il futuro di Taranto. Per questo servirebbe uno studio nazionale, che si confronti con diversi aspetti della questione, in modo tecnico, capace e in grado di dettare una visione propositiva. Ci sentiamo invece perfettamente in grado di denunciare con forza le esigenze del territorio, dalle quali nessuna retorica può più sfuggire e che pongono forze di sinistra come la nostra di fronte alla pretesa di una nuova visione lavorativa e ambientale.

4 TERMINI CHIAVE DELLA NOSTRA POSIZIONE

Chiusura: non si può più sfuggire a questa pretesa, che nasce in modo inequivocabile dalle condizioni dell’impianto, dalla sofferenza della città, dall’impatto economico della fabbrica. Questa chiusura non può essere parziale, della sola area a caldo. Non può comprendere vie di mezzo, come l’istallazione dei forni elettrici. Chiunque spinga verso una scelta simile non valuta correttamente quanto radicalmente quell’impianto abbia compromesso il territorio tarantino, e banalmente, sottovaluta le problematiche che affliggono l’intera città. Propugnare la salvaguardia dell’occupazione e della produttività nazionale, proteggendo la fabbrica dalla chiusura, significa sottomettersi ancora una volta a quelle logiche che, insieme al profitto, hanno determinato un modello di produzione che non può essere in linea con quanto una forza rivoluzionaria dovrebbe pensare. Se Potere al Popolo vuole definirsi una forza rivoluzionaria, capace di ripensare il rapporto tra ambiente e lavoro, non può sottrarsi dalla messa in discussione di una fabbrica siderurgica come quella di Taranto, che per posizione, grandezza, debito ambientale e sanitario, e fatiscenza, non può e non deve trovare posto in un modello che possa dirsi “popolare”.

Affrancamento: per salvaguardare l’occupazione dobbiamo ripensare radicalmente il modello lavorativo, spingerci oltre la pura lotta di posizione e ripensare, come nel caso di Taranto, alternative occupazionali non soggette al ricatto della produzione inquinante e monopolizzatrice. Taranto soffre di una grave crisi occupazionale, determinata in gran parte da un modello monoculturale fondato sull’acciaio. Bisogna tenere a mente che una tale condizione non è determinata contingentemente dall’immobilismo della progettazione industriale a livello nazionale. Il modello della città industriale – della grande industria – ha in sé l’inevitabile tendenza alla monocultura e alla conseguente distruzione di ogni capacità occupazionale del territorio. Il crescente tasso di disoccupazione è legato a doppia mandata alla distruzione di ogni diversificazione produttiva sul territorio. Salvaguardare l’occupazione, per noi, non può coincidere col tutelare un posto di lavoro all’interno di un impianto produttivo radicalmente in contraddizione con la nostra idea di sviluppo territoriale e nazionale. La folle corsa alla tutela dell’occupazione in un sito produttivo come quello di Taranto nasconde la maggior parte delle volte sotto un velo di inadeguato sindacalismo il ricatto occupazionale e il disastro ambientale e sociale di un intero territorio. Non prender consapevolezza di ciò, credere ancora nella necessità della grande fabbrica per la salvaguardia dei posti di lavoro significa abbandonare ogni idea di un mondo più giusto, fondato sulla dignità della vita umana, sia essa a livello lavorativo, abitativo, sanitario, etc.

Collettività: Non possiamo astenerci dalla definizione dei mezzi che devono guidare un ripensamento della città di Taranto a partire dallo scioglimento del nodo ex-Ilva. Bisogna rivendicare il controllo popolare non solo sul destino dell’impianto siderurgico più grande d’Europa, ma anche sul destino dell’intera città. Pretendiamo quindi la collettivizzazione del processo di chiusura, smantellamento e riprogettazione dell’economia del territorio di Taranto. Lo Stato dovrà certamente farsi carico delle bonifiche e della riconversione produttiva e differenziata del territorio, considerando però quest’ultimo un soggetto ineludibile, tanto nelle decisioni, quanto nel coinvolgimento pratico nei processi.

Progettualità: Le monoculture hanno mostrato tutta la loro inefficienza in ogni loro declinazione. A Taranto, tanto nell’impianto, quanto nel suo indotto. Sostituire l’acciaio con il turismo o con un’economia basata in modo unilaterale sul terzo settore non può essere la soluzione per Taranto. Bisogna rivendicare con forza una progettualità capace di diversificare la produzione del territorio, avviando processi virtuosi basati sulla prossimità e sulla sostenibilità. Bisogna, in poche parole, fare di Taranto il centro di una rivoluzione “ecologista”. Superare il modello della città industriale per affacciarsi a produzioni diverse, capaci di rappresentare fino in fondo il territorio e, allo stesso tempo, di assicurare un futuro stabile a livello occupazionale.

Questo comunicato non ha il senso di un’esposizione esaustiva sulla questione siderurgica a Taranto, ma è l’espressione della nostra rivendicazione politica, maturata e acquisita in anni di confronto con le realtà territoriali e con le problematiche insite nella fabbrica. Vogliamo chiedere, a chi continua a credere che quella fabbrica debba rimanere aperta, che la continuità produttiva sia l’unico modo per tutelare l’occupazione sul territorio: in anni di procrastinazione, di continuità produttiva, che cosa ne è stato della città di Taranto? In che modo la presenza della fabbrica ha contribuito al futuro della città? Davvero il ricatto occupazionale ha vinto sulla nostra volontà di cambiare il mondo?
Come Potere al Popolo vogliamo tenere alto lo scontro, ampliare la conflittualità ed essere nelle lotte. Per fare questo a Taranto non si può più eludere il termine “chiusura”. Solo penetrandolo, facendolo nostro e, allo stesso tempo, radicalizzandone le rivendicazioni, potremo pretendere collettivamente un cambio di paradigma forte per il destino di una città che vive ormai di alienazione, ma che, nonostante ciò, continua a resistere.

Potere al Popolo Taranto, 10 settembre 2020

 

 

 





 

venerdì 31 luglio 2020

IN PUGLIA L’ALTERNATIVA C’È: la lista unitaria della sinistra di classe


CONTROCORRENTE ma nella giusta direzione
l’unità della sinistra di classe perche’ i suoi valori, i programmi, le idee, la lotta, vengano rappresentate nel Consiglio regionale Pugliese. Nella storia e nell’innovazione, tradizione e rivoluzione.
UNIRE è DIFFICILE, ma necessario.
Non delegare più il proprio destino, i propri bisogni, le proprie speranze, che torni la rappresentanza del lavoro, dell’ambiente e della democrazia costituzionale nel Consiglio regionale pugliese. Ricostruire la sinistra è possibile, bisogna dare forza alle idee, ai valori, ai programmi della vera sinistra di classe e di opposizione.
dateci la mano, saremo con voi ogni giorno.




venerdì 24 luglio 2020

UNIRE comunisti e sinistra di classe


I comunisti e la sinistra di classe e d’opposizione difendono il lavoro, autonomo e subordinato,
nei settori pubblico e privato. Oggi essi non hanno rappresentanza.
Nessuna libertà umana è possibile senza la dignità del lavoro.
Nessuna democrazia è reale senza questa rappresentanza. Unire comunisti e sinistra di classe è compito necessario e urgente per la qualità della democrazia del nostro paese.
~ fe.d.

venerdì 22 maggio 2020

Guardate la classe operaia negli occhi


Chi ha permesso ai franco-indiani di licenziare per un post su FB, chi ha permesso ai padroni dell’acciaio mondiale di mettere in cassa integrazione via web? Chi ha permesso agli squali privati di infestare la nostra terra e il nostro mare? Voi glielo avete permesso, voi che dicevate che privato è bello, è buono, basta con il pubblico, l’aborrito “statalismo”. Ora venite a Taranto e guardate negli occhi questa classe operaia che vi permette di avere il frigorifero nuovo, e l’auto, e la lavatrice. Strategici? E allora pubblici. E non inquinati. 

Nel silenzio generale scioperano gli operai dell’ ex Ilva di Taranto. Solo noi possiamo guardarli negli occhi. ~ fe.d.

IL CAPITALISMO DI ARCELOR MITTAL E LA CASSA INTEGRAZIONE COMUNICATA VIA WEB 
Negli ultimi trent’anni gli italiani sono stati convinti in mille modi che se i padroni, le imprese, fossero state meglio trattate, tutti ne avrebbero goduto.La realtà dimostra che così non è stato e che anzi, mentre i padroni hanno visto crescere i loro profitti, i lavoratori hanno visto svanire i loro diritti e diminuire i loro stipendi. Nonostante l’evidenza però, quel “prima le aziende” è il mantra che ancora in questi giorni riecheggia prepotente dalle pareti dei Palazzi del potere alle stanze dei giornali e degli studi televisivi di servizio. Così il padronato italiano si è portato a casa, tra i vari interventi stanziati dal Governo per la crisi pandemica 150 miliardi - una enormità rispetto agli interventi sulle pensioni e sul reddito di cittadinanza, per i quali proprio Confindustria grida e strepita allo scandalo- e come se non bastasse, alle grida si aggiungono le querule lamentele contro una burocrazia ritenuta inutile per l’impiego di questa montagna di denaro, come se degli imprenditori ci si debba fidare a prescindere. Difatti, chi ha mai saputo in questi anni di imprese che hanno preso i soldi pubblici e trasferito produzioni e proprie sedi fiscali all’estero? Chi ha mai letto di padroni che hanno preso soldi pubblici per investimenti mai realizzati? Chi ha mai sentito di aziende che hanno intascato soldi pubblici, di tutti, ma non hanno pagato mai tasse che servono a pagare i servizi per tutti? E’ del tutto evidente dunque, come l’imprenditoria italiana non offra grandi dimostrazioni di affidamento e non possa rivendicare granché fiducia, fatti salvi quei casi in cui una ordinaria correttezza sia inevitabilmente necessaria. La stessa fiducia che la classe padronale italiana ha rivendicato nella pressione esercitata per fare riaprire le attività, chiuse in via precauzionale rispetto al dilagare dell’infezione virale, sostenendo che l’imprenditore sa come “proteggere i propri collaboratori” poiché è il primo a cui sta a cuore la loro salute, trova gravissime smentite. Imprenditori spregiudicati, smentiti dai dati su morti sul lavoro ed infortuni che nel solo anno 2019, senza Covid 19, registrano una media di 3 morti al giorno e di 641.638 infortuni( fonte INAIL), che dovremmo credere in ciò che normalmente non garantiscono, dovrebbero garantire in questa situazione eccezionale? Però la spinta alla riapertura è stata forte, concentrica ed impetuosa,su un Governo che ha poco resistito al ricatto, perché di questo si tratta tra salute e lavoro! ; lo stesso continuo ricatto a cui i cittadini ed i lavoratori di Taranto, della Provincia di Taranto e di tanta parte della Puglia sono piegati da decenni. Oggi la pandemia ha rimossi i confini di questo disagio, facendo vivere sulla pelle di tutto il Paese la condizione di “ostaggi” sequestrati dal capitalismo.Tutto il Paese è stato spinto dal potere industriale, economico, finanziario e mediatico, a scegliere se morire di pandemia o morire di fame, come se non ci fossero alternative. Un mix di pesante disagio sociale e condizionamento mediatico spinge i lavoratori a convenire con le ragioni dei sequestratori, mentre questi incassano il cospicuo riscatto di 150 milioni di euro. Noi Comunisti sappiamo come finirà questa vicenda, lo sappiamo perché lavoratori ed abitanti di questa provincia tarantina e di questo territorio meridionale che quotidianamente ne subisce le dannose conseguenze. La fiducia concessa alla classe padronale con la riapertura senza reali garanzie di salubrità sui posti di lavoro e la grande iniezione di soldi pubblici non salverà il lavoro degli italiani. A Taranto infatti la ricetta non ha funzionato!, anzi per moltissimi versi la fiducia riposta nel privato ha peggiorato le condizioni: i problemi della salute pubblica non sono stati risolti e si continuano a perdere posti di lavoro. Si è voluto vendere ad Arcelor Mittal fidandosi degli impegni presi e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Altri 1000 lavoratori sono stati posti in cassa integrazione riducendo ulteriormente la forza lavoro, ormai lontanissima dall’impegno sottoscritto che la fissava in 10.000 dipendenti, mentre tuttora assenti sono gli interventi di bonifica e sicurezza tanto acclamati dalle parti contraenti. Questa volta la cassa integrazione non è stata nemmeno comunicata direttamente; i lavoratori si sono trovati di fronte cancelli chiusi e tornelli bloccati: avrebbero dovuto leggere la notizia sul sito web aziendale ! . Cassintegrati via web secondo i dettami modernisti di intensificato sfruttamento del lavoro smart-working. Oggi AcelorMittal sta facendo di tutto per farsi cacciare, visto che quello che voleva lo ha già preso in un anno e mezzo di presenza: le quote di mercato! Non siamo certamente contenti di dover dire: era prevedibile! lo avevamo denunciato per tempo!, perché questo riguarda la vita ed il reddito nostro e di migliaia di nostri concittadini lavoratori e loro famiglie. Non siamo contenti di essere facili profeti, perché tutto questo malessere sociale colpisce la nostra Città, il nostro territorio, il nostro Paese, ma non possiamo continuamente subire il ricatto d’un lavoro scambiato con salute, rimanendo continuamente nelle mani di chi genera il ricatto. E’ per questo che da oltre 8 anni il PCI a Taranto come nel resto dell’Italia continua a sostenere, in ogni occasione di incontro e con ogni forma di comunicazione, che l’unica soluzione per l’EX-ILVA è la sua nazionalizzazione. Di fronte ai lavoratori tutti, di fronte alla Città di Taranto, di fronte alle mobilitazioni delle Organizzazioni Sindacali, di fronte alle forze politiche rispettose della Costituzione della Repubblica Antifascista, il Partito Comunista Italiano continua a sostenere, ancora e più fermamente, che solo un piano strategico di nazionalizzazioni importanti può rappresentare la corretta via di uscita dalla crisi anche etica e morale che attanaglia l’Italia ed offende i suoi lavoratori. Taranto 21.05.2020 

PARTITO COMUNISTA ITALIANO 
Franco DE MARIO Maurizio ROMANAZZO Segretario Comitato Regionale Puglia Segretario Federazione Provinciale Taranto




 

giovedì 9 aprile 2020

Combattere l'epidemia non significa rinunciare a diritti e libertà


di Albano Nunes
“Avante!”, Settimanale del Partito Comunista Portoghese
da http://avante.pt
Traduzione di Mauro Gemma per Marx21.it
- - Contrariamente a quanto propongono determinate linee dell'ideologia dominante, la lotta contro l’esplosione di COVID-19 non si realizza rinunciando ai diritti e alle libertà fondamentali, e neppure pone la lotta di classe tra parentesi. Ciò è vero sia a livello nazionale (in particolare con l'ondata di licenziamenti che il PCP non si è mai stanco di denunciare), sia a livello internazionale. Convinto che "le crisi sono anche opportunità", l'imperialismo, incapace di trovare i mezzi per affrontare le grandi calamità naturali, continua (il Segretario Generale della NATO lo ha confermato con arroganza) a spendere somme colossali per alimentare l'industria militare e le guerre di aggressione.
- In un momento in cui si sta conducendo una lotta senza precedenti per la vita umana e mentre è necessario rafforzare la cooperazione e la solidarietà internazionali - solidarietà in cui Cina e Cuba hanno dato l’esempio, a conferma della superiorità dei loro sistemi sociali - le grandi potenze capitaliste non hanno dimostrano solo l'egoismo più disumano ma hanno rafforzato la loro politica di sanzioni e blocchi che così tanta sofferenza ha seminato in tutto il mondo. Ciò è stato denunciato in una lettera inviata da otto paesi (RP di Cina, Cuba, RPD di Corea, Iran, Nicaragua, Russia, Siria e Venezuela) al Segretario Generale delle Nazioni Unite, invitandolo a "chiedere la revoca totale e immediata di queste misure illegali di pressione economica coercitiva e arbitraria ". Mentre il FMI negava un prestito umanitario di emergenza all'Iran, Mike Pompeo annunciava un nuovo pacchetto di sanzioni per quel paese. E il 26 marzo, gli Stati Uniti, sconfitti in ripetute operazioni per destabilizzare e rovesciare il governo legittimo del Venezuela, hanno lanciato una nuova e odiosa provocazione associando Nicolás Maduro e altri leader al traffico di droga.
- Le implicazioni economiche e sociali dell'epidemia si stanno dimostrando enormi. In un contesto di grandi incertezze, le diverse proiezioni indicano un impatto più profondo di quello della crisi iniziata nel 2008. Al fine di affrontarla e condurre la lotta in modo che i lavoratori non paghino ancora una volta i costi di un'inevitabile recessione globale, è importante tenere presente che, nel contesto dell'approfondimento della crisi strutturale del capitalismo, si stava già sviluppando il picco di crisi che la pandemia ha fatto precipitare e aggravare. Due esempi. Negli Stati Uniti, dove economisti come Stiglitz denunciano da tempo la propaganda di Trump sulla salute dell'economia, il numero di disoccupati è aumentato di oltre 3,3 milioni in una sola settimana. Nell'Unione Europea, dove le nuvole della recessione si stavano già addensando sulla Germania, lo spettacolo vergognoso di "ognuno per sé" è una chiara conferma della preesistente "crisi nell'Unione Europea" che il Partito Comunista Portoghese denuncia da tempo, una crisi che porta anche i più "furiosi e dogmatici" “europeisti " a temere la frammentazione di questa istituzione.
No, nella lotta contro l'epidemia di Covid-19 non condividiamo tutti la stessa posizione. La lotta di classe può assumere nuove forme ma non è scomparsa. La natura sfruttatrice, disumana e parassitaria del capitalismo è diventata ancora più evidente e la lotta in difesa di coloro che meno possono e meno hanno non conosce tregua.



mercoledì 25 marzo 2020

Che Guevara e la lotta al virus (traduzione di Hasta siempre)


è stata una strana sensazione, una strana emozione, nonostante le preoccupazioni virali. Contrarie a quando uno dopo l’altro le tv nell’89 snocciolavano “i crimini del comunismo”, parola d’ordine che ha intossicato le menti, troppe menti dell’Occidente. Orgoglio, commozione, rabbia ancora per l’embargo imperialista. E la convinzione che il nuovo socialismo, il nostro socialismo, è umanistico, è libertario, è l’avvenire. ~ fe.d. 

COMANDANTE CHE GUEVARA
Comandante Che Guevara
Carlos Puebla (Cuba)
Carlos Puebla (Cuba)
Aprendimos a quererte,
imparammo ad amarti
Desde la histórica altura,
da quella storica altura
Donde el sol de tu bravura
Dove il sole della tua bravura
Le puso cerco a la muerte.
Li circondò a morte
Aquí se queda la clara,
Qua rimane la chiara
La entrañable transparencia
l'accattivante trasparenza
De tu querida presencia,
della tua cara presenza
Comandante Ché Guevara.
Comandante Che Guevara
Tu mano gloriosa y fuerte
La tua mano gloriosa e forte
Sobre la historia dispara,
spara sopra la storia
Cuando todo Santa Clara
Quando tutta Santa Clara
Se despierta para verte.
si alza per vederti
Aquí se queda la clara,
Qua rimane la chiara
La entrañable transparencia
l'accattivante trasparenza
De tu querida presencia,
della tua cara presenza
Comandante Ché Guevara.
Comandante Che Guevara
Vienes quemando la brisa
vieni bruciando la brezza
Con soles de primavera
Con soli di primavera
Para plantar la bandera
Per piantare la bandiera
Con la luz de tu sonrisa
Con la luce del tuo sorriso
Aquí se queda la clara,
Qua rimane la chiara
La entrañable transparencia
l'accattivante trasparenza
De tu querida presencia,
della tua cara presenza
Comandante Ché Guevara.
Comandante Che Guevara
Tu amor revolucionario
Il tuo amore rivoluzionario
Te conduce a nueva empresa,
Ti conduce a una nuova impresa
Donde espera la firmeza
Dove aspetta la fermezza
De tu brazo libertario.
del tuo braccio liberatore
Aquí se queda la clara,
Qua rimane la chiara
La entrañable transparencia
l'accattivante trasparenza
De tu querida presencia,
della tua cara presenza
Comandante Ché Guevara.
Comandante Che Guevara
Seguiremos adelante
seguiremo avanti
Como junto a tí seguimos
Come insieme a te seguiamo
Y con Fidel te decimos:
E con Fidel ti diciamo
"¡Hasta siempre Comandante!"
"¡Hasta siempre Comandante!"
Aquí se queda la clara,
Qua rimane la chiara
La entrañable transparencia
l'accattivante trasparenza
De tu querida presencia,
della tua cara presenza
Comandante Ché Guevara.