Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

Powered By Blogger

mercoledì 4 novembre 2026

PERSISTENZE SUBALTERNE (4. Crocicchi votivi-tabernacoli ed edicole campestri agli incroci)

 


immagine AI 

Nello studio etno-antropologico della cultura subalterna del Sud Italia — secondo le direttrici teoriche tracciate da Ernesto de Martino — i tabernacoli e le edicole campestri non costituiscono semplici decorazioni del paesaggio, ma svolgono precise funzioni simboliche, sociali e materiali.

 

Nella geografia mitica del mondo contadino, i bivi e gli incroci stradali erano considerati luoghi liminari, esposti all'insidia del "male", dello smarrimento o di presenze infauste. L'edicola votiva presidiava lo snodo viario: era un punto di riferimento visivo per i viandanti e al contempo un presidio simbolico che rassicurava il bracciante che si recava nei campi alle prime luci dell'alba o rientrava al tramonto.

- C’è una grave desertificazione culturale del patrimonio rurale meridionale. La tutela e il censimento di queste micro-architetture religiose e contadine rappresentano un atto necessario per preservare la memoria materiale e antropologica delle classi subalterne.

 

Cappella votiva rurale o dell'involucro murario di un’ edicola/tabernacolo campestre (localmente definita anche focaredda, cappelledda o majestas)

- La vita contadina era contrassegnata da una perenne precarietà economica e dall'incertezza climatica (siccità, parassiti, epidemie). La costruzione del tabernacolo presso un incrocio o lungo i percorsi di transito agricolo (come la direttrice Leporano-vicinale Pegne/ San Donato-Talsano) serviva a "tracciare un confine di protezione sacra" sui campi circostanti. Il Santo o la Vergine raffigurati nella nicchia agivano da tutori del lavoro agricolo e della sopravvivenza del borgo.

- In assenza di una chiesa strutturata nelle campagne dell'agro tarantino, il tabernacolo diventava un altare aperto e comunitario. I contadini vi si fermavano per brevi preghiere, accendevano lumini, deponevano fiori campestri e recitavano il rosario durante le rogazioni (le processioni per la benedizione dei raccolti). Si tratta di una religiosità spontanea, vissuta al di fuori del controllo istituzionale del clero, in cui la devozione popolare si saldava direttamente al ciclo biologico e lavorativo della terra.

-La conservazione di questi luoghi - siti [sarebbe] una preziosa testimonianza della civiltà rurale del Sud Italia, in particolare qui a Taranto (la frazione di San Donato è vicina tanto a Taranto quanto a Leporano) prima della cosiddetta “rivoluzione” industriale e la sua devastazione, appena pochi anni fa nel millenario tempo della storia. /

foto 1. Ricostruzione con AI del sito originario con l’icona di San Donato che dà il nome all’intera contrada.

foto 2. Persistenza e distruzione: la stessa all'incrocio tra via Zuzzaro (Leporano) e via per San Donato, frazione di Talsano (Ta) 



foto 2 

Secondo le credenze popolari (analizzate da de Martino nelle sue indagini sul Mezzogiorno), i crocevia e i limiti delle proprietà rurali erano considerati luoghi liminari e critici, esposti alla presenza delle “ombre” o degli spiriti dei morti. L’edicola votiva — spesso edificata ex voto da una famiglia contadina a ricordo di un congiunto scomparso sul lavoro o in un incidente nei campi — funge da presidio protettivo, “addomesticando” la soglia tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

In chiave etnologica, queste piccole edicole in pietra calcinata sulle Murge tarantine e baresi testimoniano una perfetta persistenza culturale: la sacralizzazione della soglia e il patto di protezione tra gli antenati (i defunti/i Lares) e la comunità dei viventi che continua a coltivare la terra.

DIARIO ETNOLOGICO: edicole votive e culto dei Lares 



In foto: le edicole votive campestri e i piloni votivi ritratti nelle immagini scattate nelle campagne di Toritto (Bari) e nella sua frazione agricola di Quasano. Questi manufatti, collocati lungo i tratturi, i muretti a secco e i confini dei fondi agricoli murgiani, presentano una profonda continuità storico-religiosa ed etno-antropologica sia con la religione romana arcaica sia con la ritualità del 2 novembre.

- I Lares compitales: nella Roma antica, i Lares erano le divinità protettrici dei campi, dei confini e dei crocevia (compita). Presso i trivi e i quadrivi si ergevano piccoli sacelli (sacella) o edicole contenenti l’immagine dei Lares, posti a guardia della proprietà fondiaria e a protezione del lavoro agricolo e dei contadini.

- I Lares viales: parimenti, le edicole rurali pugliesi erette lungo i muretti a secco o agli incroci dei tratturi (come si nota distintamente nella prima e seconda immagine) ereditano la funzione di sacralizzare il passaggio, proteggendo il viandante, il contadino e il bestiame dalle insidie e dalle precarietà dell’ambiente esterno.

- Il cattolicesimo popolare non ha cancellato la struttura mitico-rituale romana, ma ha sostituito l’effigie del Lare con le immagini di Cristo, della Madonna (particolarmente diffuso nel territorio il culto della Madonna degli Angeli di Quasano) o dei Santi protettori del raccolto e degli animali (San Pietro, San Nicola, Sant’Antonio Abate).

- Il legame tra l’edicola votiva rurale, i Lares e il culto dei defunti si manifesta attraverso diretti passaggi etnologici:

 secondo l’elaborazione dell’antropologia e della storia delle religioni, i Lares erano originariamente concepiti come le anime degli antenati divinizzate (Manes) che continuavano a vegliare sul fondo agricolo lavorato in vita. La terra coltivata è la terra dove riposano o da cui provengono gli avi.

2 novembre: nella prassi della religiosità popolare contadina meridionale, l’edicola votiva campestre non è soltanto un luogo di devozione ai santi, ma un dispositivo per la memoria del passato familiare e comunitario. Presso l’edicola campestre si accendevano i “lumini” e si recitava il rosario di suffragio in occasione delle ricorrenze dei defunti, in particolare nei giorni dell’Ottavario dei Morti (inizio novembre). 




Scheda e rilevazioni fotoetnologiche a cura di Ferdinando Dubla e Viviana Tortorici


leggi in questo blog



Lo svelamento delle tracce della civiltà rurale dell’Italia meridionale

 

PERSISTENZE SUBALTERNE (1. guida metodologica)

 

------- PERSISTENZE SUBALTERNE (2. Casa 'campesina' - Italia meridionale)

 

PERSISTENZE SUBALTERNE (3. Lo "iazzu")


venerdì 30 ottobre 2026

PERSISTENZE SUBALTERNE (3. Lo "iazzu")

 


Decodificare le strutture delle case coloniche dell’Italia meridionale, l’elemento centrale in questo caso è lo “iazzo” o “iazzu”, significa riconoscere nel patrimonio rurale ancora re-esistente, le tracce materiali di iniziativa autonoma e le forme d'organizzazione comunitaria elaborate dalle classi oppresse (Gramsci, Quaderno 25). La conservazione di questi spazi offre alla ricerca etnologica ed antropologica un'indispensabile contro-memoria visiva, utile a documentare la storicità della prassi popolare prima dei processi di sradicamento e de-agrarizzazione capitalistica.



- Nel quadro delle rilevazioni sul campo condotte secondo la guida metodologica di Subaltern Studies Italia, (cfr. http://ferdinandodubla.blogspot.com/2026/10/persistenze-subalterne-1-guida.html )

 

la casa colonica situata in contrada San Donato, nella frazione rurale di Talsano (Taranto), rappresenta una testimonianza materiale di straordinario interesse. L'edificio, conservatosi in buono stato conservativo, sintetizza le forme strutturali della vita materiale del bracciantato e delle famiglie coloniche del territorio jonico-salentino.

Il vero fulcro materiale e simbolico del complesso è costituito dallo iazzu o iazzo (lo spazio antistante recintato dai muri di perimetro in muratura a secco o intonacata). Sottratto ad ogni riduzione estetizzante, lo iazzu rivela la sua triplice funzione storico-sociale:

- di snodo logistico ed economico

Rappresentava l'area di sosta e smistamento quotidiano per le persone, il rifugio e la cura per gli animali da cortile (galline, conigli) e da piccolo allevamento, nonché il punto di carico e scarico della materia prima agricola prima della lavorazione o del ricovero nei depositi;

- di spazio di socialità interna ed estesa

Nelle stagioni miti — dalla primavera all'estate fino al primo autunno — lo iazzu cessava di essere un semplice cortile di lavoro per farsi estensione dell'involucro domestico. Era il luogo in cui si svolgeva la vita collettiva della famiglia estesa: la preparazione delle conserve, la mondatura dei cereali e dei legumi, la riparazione manuale degli attrezzi.

 

- Era luogo di relazione e scambio di vicinato 



Essendo collocato a ridosso della via di comunicazione rurale (ben visibile nelle foto a margine della strada) lo iazzu/o costituiva la soglia d'incontro con i vicini, i braccianti di passaggio e le altre famiglie coloniche della contrada. La sosta serale in quello spazio rappresentava il momento di condivisione della memoria, della trasmissione orale delle tecniche di lavoro e della discussione sulle condizioni della campagna.

 

Ultima foto: ricostruzione AI “vita materiale iazzu casa colonica ruralità Italia meridionale”, contrada San Donato, Talsano (TA) 




Scheda e rilevazioni fotoetnologiche a cura di Ferdinando Dubla e Viviana Tortorici


leggi in questo blog

 

PERSISTENZE SUBALTERNE (2. Casa 'campesina' - Italia meridionale) 

sabato 24 ottobre 2026

PERSISTENZE SUBALTERNE (2. Casa 'campesina' - Italia meridionale)

 


Via Tre Capitali. Leporano (TA)


Nella storia del Mezzogiorno e del paesaggio agrario italiano, la casa di campagna e la dimora contadina hanno rappresentato per secoli il presidio materiale del lavoro subalterno sulla terra. Con il superamento dei tradizionali contratti agrari — in particolare la colonia parziaria e la mezzadria — e con l'esodo rurale del secondo Novecento, la gran parte di queste strutture è stata abbandonata o inglobata dall'espansione edilizia e dalla speculazione urbana. La loro salvaguardia costituisce oggi un passaggio politico e culturale indispensabile per la tutela della memoria storica, dell'architettura spontanea e dell'identità materiale del territorio.

Nell'agro tarantino e salentino, la tipologia della casa 'campesina' (colonica) ad un solo piano (o casa di contadini monoscala) rappresenta la variante più diffusa della dimora rurale subalterna, distinta dalle grandi masserie padronali a più livelli.

Sotto il profilo dell'analisi materiale e sociale, la struttura in foto ne conserva gli elementi distintivi.

- Architettura monovano o a moduli affiancati: sviluppata interamente al piano terra per contenere i costi di costruzione e ottimizzare l'accesso diretto ai campi, integrava in un unico volume orizzontale l'ambiente domestico (spesso un unico vano diviso da tende o tramezzi leggeri) e il deposito degli attrezzi o la stalla per l'animale da lavoro.

- Intonaco a calce e finitura a rosso pompeiano/ocra: la colorazione rossa evidente sulla facciata destra era una finitura comune tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento, ottenuta mescolando terre coloranti naturali alla calce per proteggere la pietra tufea dalle intemperie e dall'umidità.

- L'abbandono negli anni Settanta: la datazione della sua dismissione coincide con la grande trasformazione economico-sociale del territorio tarantino. Tra la fine degli anni Sessanta e il decennio successivo, l'espansione dell'industria siderurgica (il centro siderurgico Italsider), l'esodo dalle campagne e l'illusione della modernizzazione urbana portarono al progressivo spopolamento delle abitazioni rurali monopiano, soppiantate dalle nuove tipologie edilizie in cemento armato.

La casa di via Tre Capitali testimonia proprio questo snodo storico: l'ultima fase della civiltà contadina stanziale prima che i processi di industrializzazione e speculazione edilizia ne interrompessero la continuità materiale.



in foto:  da via Tre Capitali, Leporano (TA), appena fuori dalla soglia storica dell’Arco di Taranto, dove resiste un’antica casa colonica. Da questo rilievo la vista spazia ancora oggi verso la piana che digrada verso Taranto: un paesaggio che rimanda direttamente all’antico agro di Leprarium, toponimo romano da cui probabilmente trae origine la stessa Leporano. / 





a cura di Ferdinando Dubla e Viviana Tortorici 

martedì 13 ottobre 2026

PERSISTENZE SUBALTERNE (1. guida metodologica)

 


“Più che indicare una frattura o un distacco netto nei confronti del passato, sta qui a significare, in una sorta di ritorsione epistemologica lyotardiana, proprio il contrario: l’impossibilità di un suo superamento date le dinamiche neocoloniali che hanno caratterizzato la maggior parte dei processi storici di decolonizzazione formale, simboleggia quindi la persistenza della condizione coloniale nel mondo globale contemporaneo”, (Mellino, 2005: 11).

Mellino, M. (2005). La critica postcoloniale. Decolonizzazione, capitalismo e cosmopolitismo nei postcolonial studies, Meltemi.

 

Le «persistenze subalterne» e la memoria del mondo contadino nel Mezzogiorno


La lettura etnologica di questi spazi rurali integrati nei centri abitati del Sud Italia si inserisce pienamente nella riflessione metodologica dell'antropologia filosofica elaborata da Ernesto de Martino e Vittoria De Palma. Di fronte all'avanzata della civiltà industriale e alla conseguente «mutazione antropologica» tematizzata da Pier Paolo Pasolini, le architetture contadine disseminate nel territorio meridionale non figurano come semplici rovine archeologiche.

Queste strutture rappresentano autentiche sopravvivenze rurali: tracce materiali dell'irriducibile resistenza opposta dalla millenaria civiltà campesina all'omologazione urbana. In esse si conservano le «tracce di iniziativa autonoma delle classi subalterne» (Quaderno 25 di Antonio Gramsci), testimoniando una prassi di vita che, pur dinanzi al tramonto delle sue forme egemoni, continua a interrogare il presente e a rivendicare la tutela della memoria storica contro ogni tentativo di annientamento culturale. / ricognizione foto etnoantropologica @ferdinando_dubla @viviana_tortorici #subalternstudiesitalia

 

Persistenze subalterne: guida metodologica alla ricognizione etnologica sul campo

- Nel tessuto urbano di molti centri del Mezzogiorno, laddove la cementificazione ha inglobato gli antichi margini agrari, resiste la compagine materiale delle dimore campesine coloniche. L'osservazione condotta secondo l'antropologia filosofica di Ernesto de Martino e Vittoria De Palma, si posa su questi manufatti per coglierne la trama simbolica, la funzione e il valore etno-antropologico: presidi di vita quotidiana stritolati dalla modernizzazione, ma ancora capaci di restituire la concretezza dell'esistenza subalterna.

La seguente successione degli ambienti guida l'etnologo nella lettura stratigrafica del luogo:

Foto 1. La ricognizione etnologica sull'esterno 


L'etnologo culturale varca la soglia esterna della casa colonica. Sulla parete in pietra e tufo calcinato affiorano i residui di intonaco rosso ocra, segno di una finitura tradizionale diffusa nel Sud Italia per proteggere la struttura dalle intemperie. L'accostarsi alla porta in legno segna l'inizio della decodifica del manufatto.

Foto 2. L'interno abitativo e il focolare domestico


Lo spazio centrale della dimora evidenzia il focolare sullo sfondo, perno simbolico e materiale della vita familiare contadina. La volta in travi di legno incannucciate e il tavolo centrale testimoniano la semplicità dell'organizzazione domestica, oggi intaccata dal crollo delle finiture ma ancora del tutto leggibile nella sua architettura essenziale.

Foto 3. La cantinola ipogea 


La scalinata in pietra calcarea, parzialmente nascosta dalla vegetazione di fichi e pale di fico d'India, conduce alla cantinola scavata nel banco tufaceo. Questo ambiente sotto il livello stradale garantiva la conservazione delle derrate alimentari, del vino e dell'olio, rappresentando il nucleo della sussistenza contadina meridionale.

Foto 4. Il pollaio e gli annessi zootecnici 


La struttura lignea a vista e le pareti in pietra delimitano l'area destinata al ricovero degli animali da cortile. L'integrazione immediata tra abitazione e spazio zootecnico riflette la continuità organica tra lavoro, sussistenza e dimora tipica delle micro-economie agricole subalterne.

Foto 5. Il deposito agricolo e i rustici perimetrali 



Prospetto posteriore dei volumi destinati a deposito per gli attrezzi da lavoro e la conservazione del foraggio. Tra cumuli di pietra lavorata e terra, il profilo dell'edificio mostra la modularità delle costruzioni contadine, ampliate nel tempo secondo i bisogni materiali della famiglia colonica.

Foto 6. Particolare del comignolo in pietra 



Dettaglio del comignolo in pietra intagliata che svetta sul bordo del lastrico solare. Elemento funzionale ma decorato secondo l'artigianato locale, segnalava all'esterno la presenza del focolare acceso e la centralità della vita domestica.

foto da via Tre capitali, Leporano (TA) / a cura di Ferdinando Dubla e Viviana Tortorici 


In questo stesso blog

Lo svelamento delle tracce della civiltà rurale dell’Italia meridionale 


domenica 27 settembre 2026

MARGINI E BUIO: DUE SUD DEL MONDO -- bell hooks, Vincenza Castria

 

Un breve confronto tra la “scrittura al buio” di bell hooks e la scrittura dai “margini” delle lettere di Vincenza Castria

L'omaggio a Rocco Scotellaro e Carlo Levi nella lettera del 1998

Montescaglioso: una donna leader (R. De Rosa) 




bell hooks, Yearning: Race, Gender, and Cultural Politics, Turnaround Books, 1995

ed. it.: Elogio del margine/Scrivere al buio, a cura e traduzione di Maria Nadotti, Tamu, 2020

 

Il libro in ed. italiana si apre con la celebre conversazione/intervista tra bell hooks e Maria Nadotti, intitolata «Abitare il margine», che introduce i temi cardine del pensiero dell'autrice sulla marginalità come luogo di scelta politica e di resistenza radicale.

Scrivere al buio, dunque: il pensiero dell'autrice viene declinato nella dimensione intima e quotidiana dell'atto del produrre teoria, della scrittura come emersione dal buio dell'invisibilizzazione e del legame indissolubile tra prassi pedagogica e liberazione.

 

Anche la biografia di Vincenza Castrìa, di Montescaglioso (MT), vedova di Giuseppe Novello, bracciante ucciso dalla polizia di Scelba durante i moti per la terra del dicembre 1949 e a cui Rocco Scotellaro dedicò una celebre poesia, cfr.

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2026/09/e-caduto-novello-sulla-strada-allalba.html

dimostra che la cosiddetta "rassegnazione secolare" delle plebi meridionali è categoria concettuale astratta, funzionale all'egemonia delle classi dominanti, e viene smentita dalla prassi materiale della storia./

 

Vincenza Castria: la rivelazione della politica. Lettere e interventi 1950-1989, a cura di Tommaso Russo, Adriana Salvia, Rosa Maria Salvia, Emilia Simonetti, prefazione di Susanna Camusso, nuova ediz. CalicEditori, 2022

 

Un breve confronto tra la “scrittura al buio” di bell hooks e la scrittura dai “margini” delle lettere di Vincenza Castria

Il confronto tra la «scrittura al buio» di bell hooks e la scrittura scaturita dai «margini» nelle lettere e negli interventi di Vincenza Castria evidenzia un profondo nesso di continuità nell'elaborazione della teoria critica e della prassi femminista e subalterna.

1. La «scrittura al buio» come spazio di emersione del sé

Per bell hooks, la scrittura rappresenta un atto di rottura contro l'invisibilizzazione imposta dalla struttura di dominio capitalista, patriarcale e razzista. Scrivere "al buio" significa dare parola a ciò che il potere e l'egemonia culturale hanno relegato nell'ombra: è il gesto politico di chi ricompone la propria frammentazione interiore e trasforma la ferita dell'emarginazione in consapevolezza teorica.

2. Le lettere dai «margini» di Vincenza Castria

Nelle lettere e negli interventi di Vincenza Castria (bracciante, militante dell'UDI e prima consigliera comunale di Montescaglioso), la scrittura nasce direttamente dalle viscere della lotta per la terra nel Mezzogiorno del dopoguerra. La sua presa di parola rappresenta l'accesso materiale all'alfabetizzazione politica per una donna del proletariato rurale: scrivere dai "margini" del feudo lucano significa spezzare il secolare silenzio imposto alle plebi meridionali dal latifondo e dalla morale clerico-patriarcale.

3. Il margine come sito di resistenza radicale

Il punto di convergenza più alto tra le due prospettive risiede nella ridefinizione del margine:

 Per bell hooks (Elogio del margine), il margine non è una mera condizione di privazione subìta, ma un «sito di resistenza radicale», un luogo politico da cui guardare il centro con sguardo antagonista e da cui edificare nuove relazioni comunitarie.

 Per Vincenza Castria, la periferia geografica ed economica della Basilicata cessa di essere spazio di rassegnazione per farsi avanguardia di classe. La sua scrittura epistolare e i suoi discorsi pubblici trasformano il dolore privato (il lutto per l'uccisione del compagno Giuseppe Novello) e la marginalità bracciantile in prassi organizzata, affermando la piena soggettivazione della donna lavoratrice.

In entrambe le esperienze, la scrittura cessa di essere un esercizio formale o un privilegio di ceto: si fa pedagogia della liberazione, strumento di riscatto e cartografia materiale in cui la parola scritta diventa il prolungamento necessario della lotta per la giustizia sociale. / fe.d. 

 

“Qui si passa dalla microbiografia isolata ad una ricostruzione storica: si parte dalla denuncia della condizione di miseria dei braccianti meridionali e dal richiamo alle jacqueries tradizionali (bruciavano i municipi) per poi individuare nell'organizzazione, e in particolare nella nascita dei partiti e dei sindacati, l'elemento di passaggio alla moderna lotta di classe, fino ad arrivare ai risultati ottenuti dopo l'assalto al latifondo. Spicca, in questo intervento, il ricordo delle figure di Carlo Levi e Rocco Scotellaro; in particolare quest'ultimo è rievocato, con finezza, attraverso un ricordo personale. Vincenza mostra di cogliere il ruolo dei partiti di sinistra e dei sindacati dei municipi rossi quali mediatori tra un mondo contadino percorso da arcaismi e una opinione e azione pubblica diffusa, moderna, repubblicana e democratica, quale quella che si affermò in quella stagione di lotte: Rocco Scotellaro, sindaco di Tricarico, sostenne gli scioperi dei salariati ed il movimento contadino; Francesco Bubbico, sindaco di Montesaglioso dal 1946 al 1948, partecipò alle occupazioni delle terre di quel comune; Carlo Antonini, sindaco di Venosa, fu fra i dimostranti dello sciopero alla rovescia del 1956. Nel secondo dopoguerra in Basilicata viene infatti ripresa la tradizione democratica lucana del municipalismo rosso di fine Ottocento e inizi del Novecento: si pensi a Irsina, il cui circolo socialista, fondato nel 1896 dall'avvocato Canio Musacchio, arrivò ad eleggere nel 1898 tre consiglieri comunali socialisti e conquistò il Comune nel 1904. Si tratta di una tradizione largamente condivisa con i villaggi dell'area mediterranea, come scrive, a proposito del Sud della Francia e in riferimento alla fine dell'800, Maurice Agulhon: «L'insurrezione ha giocato il suo destino nei municipi [...]. Nelle epoche di sovvertimento sociale era proprio la cittadella municipale che costituiva il fulcro della sicurezza collettiva, grazie all'organizzazione di misure elementari di sorveglianza [...]. O il sindaco aveva dato origine alla sommossa o aveva dato il suo beneplacito». In definitiva, Vincenza passa dalla testimonianza individuale alla costruzione di una vera e propria biografia politica che in più riprese nel corso della sua vita traccia il diagramma della pratica militante. “

Vincenza Castria, op.cit., pp. 98-99

Vincenza Castria

LETTERA AL SINDACO DI TRICARICO (1998)

 

Desidero esprimere al Signor Sindaco di Tricarico, alle autorità qui presenti, a tutta la cittadinanza, il mio più vivo ringraziamento per essere stata invitata a questa tavola rotonda, che mette in risalto una pagina di storia lucana, dei lavoratori e delle donne che mezzo secolo addietro, ebbero la forza il coraggio di superare tutta la timidezza, le umiliazioni, il modo di vivere, sottomessi e rassegnati a un destino arcaico di fame e di miseria dei nostri antenati che, presi dallo sconforto e dalla disperazione, fatta di stenti e di stenti e di duro lavoro come bestie da soma senza avere, non solo una dignità personale che veniva soltanto calpestata ma neanche un tozzo di pane sicuro per loro e per le loro famiglie. 

Nei momenti più brutti, di una esasperata ribellione non sapendo come esprimere la loro rabbia, bruciavano i Municipi, come se questa forma di protesta poteva approdare a qualche cambiamento della loro vita.

Poi col passare del tempo hanno cominciato a capire che unendosi, organizzandosi, prendendo coscienza, che l'unione fa la forza, ebbero la chiarezza che lottando insieme, qualche cosa sarebbe cambiata. E questo si è riuscito a capirlo bene quando, alla fine della 2ª terribile guerra mondiale, il vento di libertà spazzò le nubi che intristivano le genti.

Le organizzazioni politiche e sindacali cominciarono ad uscire allo scoperto, dando inizio alle organizzazioni di massa in difesa dei cittadini più deboli, parlando a questi dei propri diritti e doveri e a far capire la propria sacrosanta libertà di ogni cittadino di questo popolo italiano.

Ecco come iniziò dal 1945, la lotta per la sopravvivenza per coloro che erano riusciti a ritornare vivi dalla guerra; una vera, grande speranza, nacque nell'anima dei lavoratori e vedemmo uomini, donne e anche bambini, come lo dimostra ancora oggi qualche foto dell'epoca, partire per l'assalto al latifondo, fiduciosi che finalmente qualcosa di nuovo di vero, sarebbe avvenuto. 

Con accanimento e con animo felice si partecipò all'assalto delle terre incolte, senza dare peso alla stanchezza dei Km. e Km. di strada da percorrere mattino e sera a piedi, né alla grande fatica di dissodare quelle terre che finalmente avrebbero potuto portare i primi frutti, con le bionde spiche mature per produrre pane a sufficienza per tutti coloro che conoscevano veramente la fame. 

Sono anch'io una, fra le tante donne che ha lottato e sofferto per conquistare questo cambiamento. Un prezzo molto alto, terribile; ho pagato di persona in quella tragica notte del 14-12-1949.

Il nostro Comune, Montescaglioso, fu messo in stato di assedio, tolto la corrente elettrica, si recarono dietro le porte delle persone più in vista, di coloro che organizzavano queste lotte bracciantili e, se non venivano aperti, con i calci dei loro fucili sfondavano le porte creando terrore nelle persone e maggiormente nei bambini che disperati piangevano senza capire il perché di tale comportamento verso i loro genitori che venivano presi a spintoni e trascinati via.

La parte più bestiale la subimmo quando, svegliati dalle grida delle persone, accorremmo in piazza, ove già una gran massa di gente era già lì, a subire i colpi che gli venivano assestati con i calci dei fucili ed a sentirsi soffocare dagli effetti degli scoppi delle bombe lagrimogene ma tanti di noi videro sparare; il crepitio dei mitra ci facevano capire quanto eravamo vicini a cadere sul selciato.

Infatti, mio marito, Giuseppe Novello che era al mio fianco ed altri lavoratori caddero. 

Questa la breve storia, se così vogliamo chiamarla!

Pagammo con la vita, con anni di carceri, con processi e paure il nostro grande contributo, ma un varco come la presa di Porta Pia, riuscimmo ad abrirlo anche noi, ottenendo quella Riforma stralcio che tolse migliaia di ettari di terra ai divertimenti dei padroni per andare a caccia e assegnate a gente povera, morta di fame che per la prima volta, in modo reale vedeva realizzare i frutti delle grandi lotte!

Oggi, dopo lunghissimi anni mi trovo in questo vostro Comune ed ho il dovere, unito a un grande sentimento di affetto che ho serbato sempre nel cuore di esprimere pubblicamente al vostro grande e straordinario maestro, Rocco Scotellaro il più vivo ringraziamento, il più caro ricordo per le lotte che ha condiviso con noi e condotto insieme, nella nostra Provincia. 

Nel 1950 a Matera partecipai ad un convegno, mi vidi avvicinare da questo giovane che timidamente mi disse: tenga signora, in ricordo per Giuseppe Novello! Fui presa da una grande commozione che appena mi fece farfugliare un modestissimo “grazie!” e non sapevo ancora, chi mi onorava così, con un pensiero tanto delicato e gentile, verso una categoria di braccianti che si batteva.

Non conoscevo Rocco, né immaginavo una così grande testimonianza affettiva e poetica da parte sua, questo intellettuale che amava i braccianti e si confondeva con loro, dedicando una poesia a Novello, donando tutta l'intelligenza, l'energia il sapere che c'era in lui, come prova di amore di legame profondo a questa categoria tanto umiliata e calpestata, incitandoli a lottare per il proprio riscatto!

E Carlo Levi, l'altro grande uomo che ha tanto amato la nostra terra e la sua gente, fino al punto di rimanere fra noi anche con le sue spoglie per sempre, oltre all'inestimabile valore delle sue tele, che raccontavano la vita contadina del passato. Con il quadro dedicato a Italia 61 e che ha fatto il giro del mondo per far conoscere la nostra situazione e gli insegnamenti che Rocco impartiva per far conoscere a tutti i sentimenti di fraternità, di giustizia di dignità che bisognava conquistarsi per vivere degnamente da persone civili e non più come bestie!

Ecco perché, desidero cogliere l'occasione oggi, trovandomi fra di voi e insieme dedicare un pensiero di ringraziamento e di viva gratitudine a Rocco, con l'impegno di andare avanti nella sua memoria e con i suoi insegnamenti saperli tramandare ai nostri giovani e saperne fare tesoro. Egli conobbe anche le carceri come se fosse un malfattore, questo giovane sindaco che amava la sua gente e la sua terra, quindi vollero punire Rocco per la sua bontà e chiarezza di idee, anziché punire coloro che hanno sempre calpestato i diritti dello uomo!

Concludo con l'incitamento ai giovani a prendere esempio, a non farsi vincere dallo sconforto della disoccupazione, né dai tanti pericoli che ledono il loro morale nò, cari giovani, avete testimonianze di lotte, di coraggio e non è stato facile attuarle. Ora è il vostro momento sappiate unire le vostre energie, le vostre intelligenze e sappiate intraprendere una via sicura, pulita, che possa dare sbocco alle vostre necessità.

Questo è l'augurio che vi porge con tutto il cuore, una donna anziana, che non si è mai stancata di lottare per l'avvenire dei propri figli, delle nuove generazioni. 

Tricarico, Tavola rotonda 11-5-1998

Ivi, pp. 102-105

 

Writing in the dark

Per bell hooks, "scrivere al buio" significa produrre teoria e narrazione partendo da una condizione di oscuramento imposta dal potere egemonico: è la condizione di chi abita il margine, dove le luci del "centro" (la cultura ufficiale, l'accademia, i media) non arrivano o arrivano solo per distorcere la realtà. Dunque “scrivere al buio” significa dar voce a ciò che è stato reso muto. È l'atto di tracciare segni in uno spazio dove il potere ha decretato che non debba esserci storia.

 

 

MONTESCAGLIOSO: UNA DONNA LEADER


Immagine AI 


“Li ha ricostruiti, raccontati mille volte quei fatti Vincenza Castria, un'altra delle donne leader del movimento per la terra, scomparsa recentemente, proprio alla vigilia del cinquantesimo delle lotte per la riforma agraría. Una delle grandi protagoniste. Una perdita annunciata dalla grave e lunga malattia di cui soffriva, ma non per questo accettata con rassegnazione. 

Ogni volta che ne discutevo, Vincenza dava la sensazione di essere stata sulle terre un minuto prima, a organizzare, dirigere, preparare. Esattamente come cinquant'anni fa quando la sua giornata coincideva con le vicende del latifondo e le lotte del movimento bracciantile. 

Per lunghi anni ha avuto una salute fragile: è stato così sin dal momento in cui ha visto cadere il marito sotto il piombo dei carabinieri. Una specie di conseguenza fatale, inevitabile. Messa a dura prova dagli eventi, Vincenza è stata fino all'ultimo esattamente quello che era ieri, animata da una forte volontà di costruire nel mondo della terra una democrazia vera. Cosa che in fondo coincideva con la ragione del movimento di braccianti e contadini. È nato così, sul campo, il profilo di una donna leader, pronta a tutto, intelligente, attenta, capace di interpretare il nuovo che andava avanzando dopo quella che per lei era stata una tremenda sconfitta, una ferita inguaribile. 

Il peregrinare per i congressi, le assemblee, il suo essere presente in televisione, nei dibattiti, la sua profonda conoscenza degli eventi della storia e della politica di quegli anni di fuoco sono i tratti di una persona che ha vissuto  rimanendo ben salda su una scena assai difficile. 

Vincenza ha sempre saputo che quei fatti appartenevano alla storia ed erano un pezzo non marginale, tutt'altro, di un secolo in cui sono accadute cose atroci. 

Lucidissima nella memoria, non aveva mai dimenticata neppure una virgola dei particolari, ed ogni volta era come se proiettasse un film, per nulla sbiadito a causa degli anni. È lei la donna che tentò di dissuadere il brigadiere Vittorio Conte dal proposito di fare fuoco sulla folla indifesa, aggrappandosi alla sua divisa. Arrivando a parlare a tu per tu con un "uomo della legge" inavvicinabile ai più, grazie alla sua stessa divisa di carabiniere. 

Un gesto che ha scavato in profondità, nello spirito di Vincenza, nella sua fisionomia di persona che si è trovata da protagonista a vivere un evento tragico e sconvolgente. Di quelli che lasciano appunto tracce incancellabili. Si, perché Vincenza Castria ha trascorso davvero il resto dei suoi giorni avendo davanti a sé quei momenti indescrivibili, dai quali non si è allontanata neppure per un istante negli anni che sono trascorsi dal dicembre del 1949. 

Sembra strano, ma neppure il tempo, soprattutto il tempo non è mai riuscito a far superare le ombre fitte di Montescaglioso. A tener lontani quei fantasmi di morte e di distruzione, ormai radicati nell'esistenza della principale protagonista delle lunghe ore di angoscia e di tormento, passate prima in piazza e poi al capezzale di Giuseppe morente. 

Da qualche anno, in occasione delle mie visite, Vincenza mi riceveva nella sua casa di Montescaglioso. Nel soggiorno con due poltroncine e un televisore c'è un quadro di Giuseppe Novello, che Ciro Candido - il secondo marito di Vincenza - considera non come un cimelio, ma come una testimonianza forte del passato. Forte e autentica. 

Ancora oggi in quella casa si respira l'aria antica degli anni Cinquanta, al punto che le occupazioni delle terre del latifondo e le battaglie dei braccianti sono ben visibili in ogni angolo. Si ha la sensazione di ascoltare voci e urla dei contadini sui trattori di Tre Confini o della Dogana. 

 

Finanche la stanchezza della donna ha sempre mostrato la forza e l'impegno del passato, con quel vigore insostituibile del contadini, radicato nel profondo dell'anima.

"Nonostante siano trascorsi cinquant'anni - mi disse molto tragico. Già si stava sulle spine perché si temeva l'arrivo della polizia. Gli agrari del momento - lo sapevano tutti - mandavano la polizia per spaventare, per cacciare questa gente, per cancellare quella grande volontà di lavorare e di costruire qualcosa di positivo." 

Cosa accadde la notte del 14 dicembre? 

"Noi abitavamo in periferia, non avevamo sentito quel che stava succedendo nel centro. Fummo svegliati nel sonno, da qualcuno che bussò alla porta. Ci dissero: alzatevi, andate in piazza perchè sta succedendo il finimondo! Si può capire cosa avvenne nell'animo nostro. Cercammo di accendere la luce e la luce non c'era. Avevano tolto la luce in tutto il paese. E allora ci vestimmo con la candela accesa... Che devo dire! Son cose che mi fa male ricordare. Mio marito voleva andare da solo, ma io temevo per la sua vita. Andai anch'io e mi trovai a vedere tutto quel che accade..." 

Rosario Panebianco, il motociclista del battaglione mobile dei carabinieri di Bari, dice di essere stato aggredito dai contadini a bastonate quella notte. 

"No, non è vero. Lo ricordo invece quella gran massa di gente timorosa che voleva che i dirigenti arrestati fossero rilasciati. Pensavamo tutti che fossero in caserma, ma invece i carabinieri arrestavano i contadini e li portavano nei camion fermi sulla strada per Matera. Nessuno si è lanciato contro. No, non è così." 

Oggi cosa rimane di quelle lotte, di quei fatti, di quella pagina di storia? 

"Per chi ha vissuto la tragedia di quella notte il ricordo non è ancora scomparso dalla mente. Sono cose indimenticabili, se si pensa quello che è stato fatto non è cosa di poco conto. Eravamo usciti dal fascismo. Non si poteva parlare, non si poteva chiedere nulla. Molti giovani oggi non sanno cosa ha significato fascismo, cosa ha significato la guerra, la miseria. 

Quanta gente è morta, quante lotte... Sono morte tante donne, da Giuditta Levato a Maria Margotti. Tante lotte per riuscire a conquistarci quel poco che abbiamo conquistato. Quindi oggi c'è qualcosa per cui mi possa dire un tantino soddisfatta, perchè qualcosa è cambiata. Ma un cambiamento che non soddisfa, che non ha reso quello che si sperava avrebbe reso non solo la lotta per la terra, ma la lotta sotto tutti gli altri aspetti. 

Prima si lottava tanto. Oggi c'è una certa stanchezza, questo mi dispiace, specie quando noto tante migliaia di giovani senza lavoro, ed io faccio il confronto con il passato..." “ 

da R. De Rosa, Morire di terra. Cinquant'anni fa le lotte contadine nel Sud, Lacaita, 1999, pp. 64-68

 

Le biografie come quelle di Vincenza Castria che cosa dimostrano? Che la “rassegnazione secolare” del popolo del Sud dei subalterni è categoria concettuale, non storica. Dopo l’insorgenza del brigantaggio, le lotte per la terra nel secondo dopoguerra. E con protagonista anche la “soggettivazione” femminile e femminista. L’articolo 3 della Carta scritto da Teresa Mattei trovò i fucili e la repressione della polizia di Scelba , così come i briganti l’esercito sabaudo. Il ‘riscatto’ del Sud fu tentato, ma sacrificato con il piombo al ‘colonialismo interno’.

a cura di Ferdinando Dubla, Subaltern studies Italia

 

In questo blog:

"È caduto Novello sulla strada all’alba"

 Giuseppe Novello, Vincenza Castria, Rocco Scotellaro e la "foglia perenne" del riscatto del Sud a Montescaglioso (1949)

 

IL RIFIUTO DEL ‘DESTINO’ NEGLI STUDI SUBALTERNI

 Teresa Mattei, Vincenza Castria e la liberazione di classe e di genere 


 


sabato 12 settembre 2026

IL RIFIUTO DEL ‘DESTINO’ NEGLI STUDI SUBALTERNI

 

Teresa Mattei, Vincenza Castria e la liberazione di classe e di genere 



Mentre nel Mezzogiorno le braccianti spezzavano sui campi la morsa del latifondo e del secolare servaggio patriarcale, Teresa Mattei condusse la medesima battaglia nell'aula dell'Assemblea Costituente.

La Mattei comprese che l'uguaglianza puramente formale (primo comma dell'Articolo 3) sarebbe rimasta un'astrazione borghese se non si fosse imposto l'obbligo repubblicano di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale (secondo comma). L'ostacolo materiale che impediva alla donna lavoratrice e alla contadina di partecipare all'organizzazione politica, sociale ed economica del Paese era esattamente la struttura materiale del capitalismo patriarcale e del clericalismo reazionario.

 La rimozione degli "ostacoli di fatto" trova la sua incarnazione terrena nell'assalto al latifondo di Castria e Rago e nel rifiuto del destino subalterno.

In foto, in alto a sinistra:

Teresa Mattei (1921 – 2013), la "ragazza di Montecitorio", comandante partigiana "Chicchi", giovanissima madre costituente e mente politica del secondo comma dell'articolo 3 della Carta repubblicana.

In alto a destra e in basso: Vincenza Castria (1922 – 2000), dirigente dell'UDI e del PCI, prima donna eletta nel Consiglio comunale di Montescaglioso nel 1952. In basso, la Castria è ritratta durante il lavoro domestico di impagliatura delle sedie, testimonianza materiale della condizione di doppia subalternità delle donne, figlie, madri e mogli, braccianti e contadine.

 

EMANCIPAZIONE E LIBERAZIONE DI CLASSE E DI GENERE

Due volti, due origini, un'unica ed indissolubile prassi rivoluzionaria. La convergenza storica e teorica tra Teresa Mattei e Vincenza Castria incarna il punto più alto della saldatura tra l'emancipazione delle donne e il riscatto delle classi subalterne nell'Italia del dopoguerra.

Da un lato, l'elaborazione costituzionale della Mattei, che volle e impose la formula della rimozione degli "ostacoli di ordine economico e sociale" (art. 3, comma 2) per impedire che la parità rimanesse un'astrazione giuridica borghese; dall'altro, la prassi materiale della Castria che, all'indomani dell'eccidio del feudo San Giuliano e del sacrificio del compagno Giuseppe Novello (14 dicembre 1949) guidò le contadine di Montescaglioso alla conquista della terra e della parola pubblica contro la morsa del latifondo e del patriarcato clericale

Questa fotocomposizione ricompone la trama dialettica della nostra memoria storica: la legge fondamentale della Repubblica non nacque nel chiuso delle aule parlamentari, ma si nutrì del sangue, del lavoro e della lotta antagonista delle braccianti del Mezzogiorno. Teresa Mattei e Vincenza Castria ci ricordano che non vi è liberazione di genere senza rivoluzione sociale, né trasformazione di classe che non spezzi alla radice l'oppressione capitalista e l’intersezione delle tipologie di subalternità, nel solco dell’analisi gramsciana del Quaderno 25, strutturale e sovrastrutturale. 




Vincenza Castria: la rivelazione della politica. Lettere e interventi 1950-1989. Nuova ediz.

 

Noi saremmo l’angelo del focolare, la regina della casa, ma regina di che cosa? Della miseria, dell’ignoranza e dell’arretratezza in cui ci fanno vivere… Il nostro dovere è lottare per difendere per davvero le nostre case, le nostre famiglie, con una coscienza nuova, fare fronte unico con i nostri uomini e andare avanti per cancellare quelle condizioni di inferiorità che sono state da freno allo sviluppo e all’emancipazione femminile, Vincenza Castria (pag.29) 


Vincenza Castria, bracciante, è stata un’importante dirigente del PCI e una figura di rilievo del movimento operaio e contadino lucano e meridionale. Vedova di Giuseppe Novello, ucciso a Montescaglioso nel 1949 durante le proteste contadine legate all’occupazione delle terre, fece parte del Comitato Federale provinciale del PCI e dell’Assemblea nazionale dell’Unione donne italiane, collaborando alla redazione del periodico «Noi Donne». Ebbe rapporti molto stretti con i più importanti dirigenti del PCI. Nel 1952 si sposò in seconde nozze con Ciro Candido (sindaco di Montescaglioso e assessore provinciale del PCI) con cui ha scritto il libro autobiografico “Rossa terra mia”, uscito postumo nel 2009. È scomparsa a Montescaglioso nel 1999. Prefazione di Susanna Camusso. (IV. cop.).

Questa corrispondenza è uno dei passaggi storici costitutivi dell’emancipazione femminile in Italia e specificatamente nel Mezzogiorno, la “desolata landa della rassegnazione” che caratterizzava il Sud di Eboli, dove si era fermato il Cristo di Carlo Levi. +

 

Contemporaneamente, l’impegno della giovane costituente Teresa Mattei saldava nell’articolo 3 della Carta, il cuore della liberazione, di genere e di classe. La politica diventava arte della democrazia con l’affacciarsi ad essa delle donne e non arte del potere clerico-patriarcale capitalista.

 

+ Le donne del bracciantato meridionale (come Vincenza Castria e Rocchina Rago a Montescaglioso) non svolsero una funzione puramente subalterna o di supporto logistico nelle occupazioni dei latifondi del 1949: esse occuparono fisicamente la testa dei cortei, affrontarono la repressione poliziesca dello Stato e trasformarono la condizione di opacità domestica di doppia subalternità, in aperta presa di parola e direzione politica.


L'eccidio di Montescaglioso del dicembre 1949 segna un punto di non ritorno nella storia del Mezzogiorno contemporaneo. La risposta repressiva e sanguinaria dello Stato borghese e della proprietà latifondista contro i braccianti che chiedevano l'applicazione dei decreti sulle terre incolte, trovò nel sacrificio di Giuseppe Novello il suo simbolo più drammatico.

Lontana dal rifugiarsi nel lutto privato, la giovane vedova Vincenza Castria assurse a protagonista politica del movimento contadino: guidò le agitazioni femminili nell'Unione Donne Italiane, diede voce alla presa di parola delle plebi rurali e mantenne viva la memoria del compagno Novello, integrando la battaglia agraria con la prospettiva di emancipazione di genere e la difesa dei diritti sanciti dalla Carta costituzionale, nel solco tracciato dalla madre Costituente Teresa Mattei.

 

 Siamo convinte che gli spazi di una città, oltre ad essere dei luoghi fisici, contengano una dimensione simbolica e immaginaria che definisce il nostro essere abitatori di quei luoghi [..] Non sono neutri i luoghi, non sono neutre le vicende della storia, meno che mai sono neutre le parole.

Adriana Salvia-Emilia Simonetti, Libera Università delle Donne di Basilicata, ivi, pag.23-24

 

In questo blog:

 

"È caduto Novello sulla strada all’alba"

 Giuseppe Novello, Vincenza Castria, Rocco Scotellaro e la "foglia perenne" del riscatto del Sud a Montescaglioso (1949)

 

Scheda a cura di Ferdinando Dubla, Subaltern studies Italia