Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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domenica 27 settembre 2026

MARGINI E BUIO: DUE SUD DEL MONDO -- bell hooks, Vincenza Castria

 

Un breve confronto tra la “scrittura al buio” di bell hooks e la scrittura dai “margini” delle lettere di Vincenza Castria

L'omaggio a Rocco Scotellaro e Carlo Levi nella lettera del 1998

Montescaglioso: una donna leader (R. De Rosa) 




bell hooks, Yearning: Race, Gender, and Cultural Politics, Turnaround Books, 1995

ed. it.: Elogio del margine/Scrivere al buio, a cura e traduzione di Maria Nadotti, Temu, 2020

 

Il libro in ed. italiana si apre con la celebre conversazione/intervista tra bell hooks e Maria Nadotti, intitolata «Abitare il margine», che introduce i temi cardine del pensiero dell'autrice sulla marginalità come luogo di scelta politica e di resistenza radicale.

Scrivere al buio, dunque: il pensiero dell'autrice viene declinato nella dimensione intima e quotidiana dell'atto del produrre teoria, della scrittura come emersione dal buio dell'invisibilizzazione e del legame indissolubile tra prassi pedagogica e liberazione.

 

Anche la biografia di Vincenza Castrìa, di Montescaglioso (MT), vedova di Giuseppe Novello, bracciante ucciso dalla polizia di Scelba durante i moti per la terra del dicembre 1949 e a cui Rocco Scotellaro dedicò una celebre poesia, cfr.

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2026/09/e-caduto-novello-sulla-strada-allalba.html

dimostra che la cosiddetta "rassegnazione secolare" delle plebi meridionali è categoria concettuale astratta, funzionale all'egemonia delle classi dominanti, e viene smentita dalla prassi materiale della storia./

 

Vincenza Castria: la rivelazione della politica. Lettere e interventi 1950-1989, a cura di Tommaso Russo, Adriana Salvia, Rosa Maria Salvia, Emilia Simonetti, prefazione di Susanna Camusso, nuova ediz. CalicEditori, 2022

 

Un breve confronto tra la “scrittura al buio” di bell hooks e la scrittura dai “margini” delle lettere di Vincenza Castria

Il confronto tra la «scrittura al buio» di bell hooks e la scrittura scaturita dai «margini» nelle lettere e negli interventi di Vincenza Castria evidenzia un profondo nesso di continuità nell'elaborazione della teoria critica e della prassi femminista e subalterna.

1. La «scrittura al buio» come spazio di emersione del sé

Per bell hooks, la scrittura rappresenta un atto di rottura contro l'invisibilizzazione imposta dalla struttura di dominio capitalista, patriarcale e razzista. Scrivere "al buio" significa dare parola a ciò che il potere e l'egemonia culturale hanno relegato nell'ombra: è il gesto politico di chi ricompone la propria frammentazione interiore e trasforma la ferita dell'emarginazione in consapevolezza teorica.

2. Le lettere dai «margini» di Vincenza Castria

Nelle lettere e negli interventi di Vincenza Castria (bracciante, militante dell'UDI e prima consigliera comunale di Montescaglioso), la scrittura nasce direttamente dalle viscere della lotta per la terra nel Mezzogiorno del dopoguerra. La sua presa di parola rappresenta l'accesso materiale all'alfabetizzazione politica per una donna del proletariato rurale: scrivere dai "margini" del feudo lucano significa spezzare il secolare silenzio imposto alle plebi meridionali dal latifondo e dalla morale clerico-patriarcale.

3. Il margine come sito di resistenza radicale

Il punto di convergenza più alto tra le due prospettive risiede nella ridefinizione del margine:

 Per bell hooks (Elogio del margine), il margine non è una mera condizione di privazione subìta, ma un «sito di resistenza radicale», un luogo politico da cui guardare il centro con sguardo antagonista e da cui edificare nuove relazioni comunitarie.

 Per Vincenza Castria, la periferia geografica ed economica della Basilicata cessa di essere spazio di rassegnazione per farsi avanguardia di classe. La sua scrittura epistolare e i suoi discorsi pubblici trasformano il dolore privato (il lutto per l'uccisione del compagno Giuseppe Novello) e la marginalità bracciantile in prassi organizzata, affermando la piena soggettivazione della donna lavoratrice.

In entrambe le esperienze, la scrittura cessa di essere un esercizio formale o un privilegio di ceto: si fa pedagogia della liberazione, strumento di riscatto e cartografia materiale in cui la parola scritta diventa il prolungamento necessario della lotta per la giustizia sociale. / fe.d. 

 

“Qui si passa dalla microbiografia isolata ad una ricostruzione storica: si parte dalla denuncia della condizione di miseria dei braccianti meridionali e dal richiamo alle jacqueries tradizionali (bruciavano i municipi) per poi individuare nell'organizzazione, e in particolare nella nascita dei partiti e dei sindacati, l'elemento di passaggio alla moderna lotta di classe, fino ad arrivare ai risultati ottenuti dopo l'assalto al latifondo. Spicca, in questo intervento, il ricordo delle figure di Carlo Levi e Rocco Scotellaro; in particolare quest'ultimo è rievocato, con finezza, attraverso un ricordo personale. Vincenza mostra di cogliere il ruolo dei partiti di sinistra e dei sindacati dei municipi rossi quali mediatori tra un mondo contadino percorso da arcaismi e una opinione e azione pubblica diffusa, moderna, repubblicana e democratica, quale quella che si affermò in quella stagione di lotte: Rocco Scotellaro, sindaco di Tricarico, sostenne gli scioperi dei salariati ed il movimento contadino; Francesco Bubbico, sindaco di Montesaglioso dal 1946 al 1948, partecipò alle occupazioni delle terre di quel comune; Carlo Antonini, sindaco di Venosa, fu fra i dimostranti dello sciopero alla rovescia del 1956. Nel secondo dopoguerra in Basilicata viene infatti ripresa la tradizione democratica lucana del municipalismo rosso di fine Ottocento e inizi del Novecento: si pensi a Irsina, il cui circolo socialista, fondato nel 1896 dall'avvocato Canio Musacchio, arrivò ad eleggere nel 1898 tre consiglieri comunali socialisti e conquistò il Comune nel 1904. Si tratta di una tradizione largamente condivisa con i villaggi dell'area mediterranea, come scrive, a proposito del Sud della Francia e in riferimento alla fine dell'800, Maurice Agulhon: «L'insurrezione ha giocato il suo destino nei municipi [...]. Nelle epoche di sovvertimento sociale era proprio la cittadella municipale che costituiva il fulcro della sicurezza collettiva, grazie all'organizzazione di misure elementari di sorveglianza [...]. O il sindaco aveva dato origine alla sommossa o aveva dato il suo beneplacito». In definitiva, Vincenza passa dalla testimonianza individuale alla costruzione di una vera e propria biografia politica che in più riprese nel corso della sua vita traccia il diagramma della pratica militante. “

Vincenza Castria, op.cit., pp. 98-99

Vincenza Castria

LETTERA AL SINDACO DI TRICARICO (1998)

 

Desidero esprimere al Signor Sindaco di Tricarico, alle autorità qui presenti, a tutta la cittadinanza, il mio più vivo ringraziamento per essere stata invitata a questa tavola rotonda, che mette in risalto una pagina di storia lucana, dei lavoratori e delle donne che mezzo secolo addietro, ebbero la forza il coraggio di superare tutta la timidezza, le umiliazioni, il modo di vivere, sottomessi e rassegnati a un destino arcaico di fame e di miseria dei nostri antenati che, presi dallo sconforto e dalla disperazione, fatta di stenti e di stenti e di duro lavoro come bestie da soma senza avere, non solo una dignità personale che veniva soltanto calpestata ma neanche un tozzo di pane sicuro per loro e per le loro famiglie. 

Nei momenti più brutti, di una esasperata ribellione non sapendo come esprimere la loro rabbia, bruciavano i Municipi, come se questa forma di protesta poteva approdare a qualche cambiamento della loro vita.

Poi col passare del tempo hanno cominciato a capire che unendosi, organizzandosi, prendendo coscienza, che l'unione fa la forza, ebbero la chiarezza che lottando insieme, qualche cosa sarebbe cambiata. E questo si è riuscito a capirlo bene quando, alla fine della 2ª terribile guerra mondiale, il vento di libertà spazzò le nubi che intristivano le genti.

Le organizzazioni politiche e sindacali cominciarono ad uscire allo scoperto, dando inizio alle organizzazioni di massa in difesa dei cittadini più deboli, parlando a questi dei propri diritti e doveri e a far capire la propria sacrosanta libertà di ogni cittadino di questo popolo italiano.

Ecco come iniziò dal 1945, la lotta per la sopravvivenza per coloro che erano riusciti a ritornare vivi dalla guerra; una vera, grande speranza, nacque nell'anima dei lavoratori e vedemmo uomini, donne e anche bambini, come lo dimostra ancora oggi qualche foto dell'epoca, partire per l'assalto al latifondo, fiduciosi che finalmente qualcosa di nuovo di vero, sarebbe avvenuto. 

Con accanimento e con animo felice si partecipò all'assalto delle terre incolte, senza dare peso alla stanchezza dei Km. e Km. di strada da percorrere mattino e sera a piedi, né alla grande fatica di dissodare quelle terre che finalmente avrebbero potuto portare i primi frutti, con le bionde spiche mature per produrre pane a sufficienza per tutti coloro che conoscevano veramente la fame. 

Sono anch'io una, fra le tante donne che ha lottato e sofferto per conquistare questo cambiamento. Un prezzo molto alto, terribile; ho pagato di persona in quella tragica notte del 14-12-1949.

Il nostro Comune, Montescaglioso, fu messo in stato di assedio, tolto la corrente elettrica, si recarono dietro le porte delle persone più in vista, di coloro che organizzavano queste lotte bracciantili e, se non venivano aperti, con i calci dei loro fucili sfondavano le porte creando terrore nelle persone e maggiormente nei bambini che disperati piangevano senza capire il perché di tale comportamento verso i loro genitori che venivano presi a spintoni e trascinati via.

La parte più bestiale la subimmo quando, svegliati dalle grida delle persone, accorremmo in piazza, ove già una gran massa di gente era già lì, a subire i colpi che gli venivano assestati con i calci dei fucili ed a sentirsi soffocare dagli effetti degli scoppi delle bombe lagrimogene ma tanti di noi videro sparare; il crepitio dei mitra ci facevano capire quanto eravamo vicini a cadere sul selciato.

Infatti, mio marito, Giuseppe Novello che era al mio fianco ed altri lavoratori caddero. 

Questa la breve storia, se così vogliamo chiamarla!

Pagammo con la vita, con anni di carceri, con processi e paure il nostro grande contributo, ma un varco come la presa di Porta Pia, riuscimmo ad abrirlo anche noi, ottenendo quella Riforma stralcio che tolse migliaia di ettari di terra ai divertimenti dei padroni per andare a caccia e assegnate a gente povera, morta di fame che per la prima volta, in modo reale vedeva realizzare i frutti delle grandi lotte!

Oggi, dopo lunghissimi anni mi trovo in questo vostro Comune ed ho il dovere, unito a un grande sentimento di affetto che ho serbato sempre nel cuore di esprimere pubblicamente al vostro grande e straordinario maestro, Rocco Scotellaro il più vivo ringraziamento, il più caro ricordo per le lotte che ha condiviso con noi e condotto insieme, nella nostra Provincia. 

Nel 1950 a Matera partecipai ad un convegno, mi vidi avvicinare da questo giovane che timidamente mi disse: tenga signora, in ricordo per Giuseppe Novello! Fui presa da una grande commozione che appena mi fece farfugliare un modestissimo “grazie!” e non sapevo ancora, chi mi onorava così, con un pensiero tanto delicato e gentile, verso una categoria di braccianti che si batteva.

Non conoscevo Rocco, né immaginavo una così grande testimonianza affettiva e poetica da parte sua, questo intellettuale che amava i braccianti e si confondeva con loro, dedicando una poesia a Novello, donando tutta l'intelligenza, l'energia il sapere che c'era in lui, come prova di amore di legame profondo a questa categoria tanto umiliata e calpestata, incitandoli a lottare per il proprio riscatto!

E Carlo Levi, l'altro grande uomo che ha tanto amato la nostra terra e la sua gente, fino al punto di rimanere fra noi anche con le sue spoglie per sempre, oltre all'inestimabile valore delle sue tele, che raccontavano la vita contadina del passato. Con il quadro dedicato a Italia 61 e che ha fatto il giro del mondo per far conoscere la nostra situazione e gli insegnamenti che Rocco impartiva per far conoscere a tutti i sentimenti di fraternità, di giustizia di dignità che bisognava conquistarsi per vivere degnamente da persone civili e non più come bestie!

Ecco perché, desidero cogliere l'occasione oggi, trovandomi fra di voi e insieme dedicare un pensiero di ringraziamento e di viva gratitudine a Rocco, con l'impegno di andare avanti nella sua memoria e con i suoi insegnamenti saperli tramandare ai nostri giovani e saperne fare tesoro. Egli conobbe anche le carceri come se fosse un malfattore, questo giovane sindaco che amava la sua gente e la sua terra, quindi vollero punire Rocco per la sua bontà e chiarezza di idee, anziché punire coloro che hanno sempre calpestato i diritti dello uomo!

Concludo con l'incitamento ai giovani a prendere esempio, a non farsi vincere dallo sconforto della disoccupazione, né dai tanti pericoli che ledono il loro morale nò, cari giovani, avete testimonianze di lotte, di coraggio e non è stato facile attuarle. Ora è il vostro momento sappiate unire le vostre energie, le vostre intelligenze e sappiate intraprendere una via sicura, pulita, che possa dare sbocco alle vostre necessità.

Questo è l'augurio che vi porge con tutto il cuore, una donna anziana, che non si è mai stancata di lottare per l'avvenire dei propri figli, delle nuove generazioni. 

Tricarico, Tavola rotonda 11-5-1998

Ivi, pp. 102-105

 

Writing in the dark

Per bell hooks, "scrivere al buio" significa produrre teoria e narrazione partendo da una condizione di oscuramento imposta dal potere egemonico: è la condizione di chi abita il margine, dove le luci del "centro" (la cultura ufficiale, l'accademia, i media) non arrivano o arrivano solo per distorcere la realtà. Dunque “scrivere al buio” significa dar voce a ciò che è stato reso muto. È l'atto di tracciare segni in uno spazio dove il potere ha decretato che non debba esserci storia.

 

 

MONTESCAGLIOSO: UNA DONNA LEADER


Immagine AI 


“Li ha ricostruiti, raccontati mille volte quei fatti Vincenza Castria, un'altra delle donne leader del movimento per la terra, scomparsa recentemente, proprio alla vigilia del cinquantesimo delle lotte per la riforma agraría. Una delle grandi protagoniste. Una perdita annunciata dalla grave e lunga malattia di cui soffriva, ma non per questo accettata con rassegnazione. 

Ogni volta che ne discutevo, Vincenza dava la sensazione di essere stata sulle terre un minuto prima, a organizzare, dirigere, preparare. Esattamente come cinquant'anni fa quando la sua giornata coincideva con le vicende del latifondo e le lotte del movimento bracciantile. 

Per lunghi anni ha avuto una salute fragile: è stato così sin dal momento in cui ha visto cadere il marito sotto il piombo dei carabinieri. Una specie di conseguenza fatale, inevitabile. Messa a dura prova dagli eventi, Vincenza è stata fino all'ultimo esattamente quello che era ieri, animata da una forte volontà di costruire nel mondo della terra una democrazia vera. Cosa che in fondo coincideva con la ragione del movimento di braccianti e contadini. È nato così, sul campo, il profilo di una donna leader, pronta a tutto, intelligente, attenta, capace di interpretare il nuovo che andava avanzando dopo quella che per lei era stata una tremenda sconfitta, una ferita inguaribile. 

Il peregrinare per i congressi, le assemblee, il suo essere presente in televisione, nei dibattiti, la sua profonda conoscenza degli eventi della storia e della politica di quegli anni di fuoco sono i tratti di una persona che ha vissuto  rimanendo ben salda su una scena assai difficile. 

Vincenza ha sempre saputo che quei fatti appartenevano alla storia ed erano un pezzo non marginale, tutt'altro, di un secolo in cui sono accadute cose atroci. 

Lucidissima nella memoria, non aveva mai dimenticata neppure una virgola dei particolari, ed ogni volta era come se proiettasse un film, per nulla sbiadito a causa degli anni. È lei la donna che tentò di dissuadere il brigadiere Vittorio Conte dal proposito di fare fuoco sulla folla indifesa, aggrappandosi alla sua divisa. Arrivando a parlare a tu per tu con un "uomo della legge" inavvicinabile ai più, grazie alla sua stessa divisa di carabiniere. 

Un gesto che ha scavato in profondità, nello spirito di Vincenza, nella sua fisionomia di persona che si è trovata da protagonista a vivere un evento tragico e sconvolgente. Di quelli che lasciano appunto tracce incancellabili. Si, perché Vincenza Castria ha trascorso davvero il resto dei suoi giorni avendo davanti a sé quei momenti indescrivibili, dai quali non si è allontanata neppure per un istante negli anni che sono trascorsi dal dicembre del 1949. 

Sembra strano, ma neppure il tempo, soprattutto il tempo non è mai riuscito a far superare le ombre fitte di Montescaglioso. A tener lontani quei fantasmi di morte e di distruzione, ormai radicati nell'esistenza della principale protagonista delle lunghe ore di angoscia e di tormento, passate prima in piazza e poi al capezzale di Giuseppe morente. 

Da qualche anno, in occasione delle mie visite, Vincenza mi riceveva nella sua casa di Montescaglioso. Nel soggiorno con due poltroncine e un televisore c'è un quadro di Giuseppe Novello, che Ciro Candido - il secondo marito di Vincenza - considera non come un cimelio, ma come una testimonianza forte del passato. Forte e autentica. 

Ancora oggi in quella casa si respira l'aria antica degli anni Cinquanta, al punto che le occupazioni delle terre del latifondo e le battaglie dei braccianti sono ben visibili in ogni angolo. Si ha la sensazione di ascoltare voci e urla dei contadini sui trattori di Tre Confini o della Dogana. 

 

Finanche la stanchezza della donna ha sempre mostrato la forza e l'impegno del passato, con quel vigore insostituibile del contadini, radicato nel profondo dell'anima.

"Nonostante siano trascorsi cinquant'anni - mi disse molto tragico. Già si stava sulle spine perché si temeva l'arrivo della polizia. Gli agrari del momento - lo sapevano tutti - mandavano la polizia per spaventare, per cacciare questa gente, per cancellare quella grande volontà di lavorare e di costruire qualcosa di positivo." 

Cosa accadde la notte del 14 dicembre? 

"Noi abitavamo in periferia, non avevamo sentito quel che stava succedendo nel centro. Fummo svegliati nel sonno, da qualcuno che bussò alla porta. Ci dissero: alzatevi, andate in piazza perchè sta succedendo il finimondo! Si può capire cosa avvenne nell'animo nostro. Cercammo di accendere la luce e la luce non c'era. Avevano tolto la luce in tutto il paese. E allora ci vestimmo con la candela accesa... Che devo dire! Son cose che mi fa male ricordare. Mio marito voleva andare da solo, ma io temevo per la sua vita. Andai anch'io e mi trovai a vedere tutto quel che accade..." 

Rosario Panebianco, il motociclista del battaglione mobile dei carabinieri di Bari, dice di essere stato aggredito dai contadini a bastonate quella notte. 

"No, non è vero. Lo ricordo invece quella gran massa di gente timorosa che voleva che i dirigenti arrestati fossero rilasciati. Pensavamo tutti che fossero in caserma, ma invece i carabinieri arrestavano i contadini e li portavano nei camion fermi sulla strada per Matera. Nessuno si è lanciato contro. No, non è così." 

Oggi cosa rimane di quelle lotte, di quei fatti, di quella pagina di storia? 

"Per chi ha vissuto la tragedia di quella notte il ricordo non è ancora scomparso dalla mente. Sono cose indimenticabili, se si pensa quello che è stato fatto non è cosa di poco conto. Eravamo usciti dal fascismo. Non si poteva parlare, non si poteva chiedere nulla. Molti giovani oggi non sanno cosa ha significato fascismo, cosa ha significato la guerra, la miseria. 

Quanta gente è morta, quante lotte... Sono morte tante donne, da Giuditta Levato a Maria Margotti. Tante lotte per riuscire a conquistarci quel poco che abbiamo conquistato. Quindi oggi c'è qualcosa per cui mi possa dire un tantino soddisfatta, perchè qualcosa è cambiata. Ma un cambiamento che non soddisfa, che non ha reso quello che si sperava avrebbe reso non solo la lotta per la terra, ma la lotta sotto tutti gli altri aspetti. 

Prima si lottava tanto. Oggi c'è una certa stanchezza, questo mi dispiace, specie quando noto tante migliaia di giovani senza lavoro, ed io faccio il confronto con il passato..." “ 

da R. De Rosa, Morire di terra. Cinquant'anni fa le lotte contadine nel Sud, Lacaita, 1999, pp. 64-68

 

Le biografie come quelle di Vincenza Castria che cosa dimostrano? Che la “rassegnazione secolare” del popolo del Sud dei subalterni è categoria concettuale, non storica. Dopo l’insorgenza del brigantaggio, le lotte per la terra nel secondo dopoguerra. E con protagonista anche la “soggettivazione” femminile e femminista. L’articolo 3 della Carta scritto da Teresa Mattei trovò i fucili e la repressione della polizia di Scelba , così come i briganti l’esercito sabaudo. Il ‘riscatto’ del Sud fu tentato, ma sacrificato con il piombo al ‘colonialismo interno’.

a cura di Ferdinando Dubla, Subaltern studies Italia

 

In questo blog:

"È caduto Novello sulla strada all’alba"

 Giuseppe Novello, Vincenza Castria, Rocco Scotellaro e la "foglia perenne" del riscatto del Sud a Montescaglioso (1949)

 

IL RIFIUTO DEL ‘DESTINO’ NEGLI STUDI SUBALTERNI

 Teresa Mattei, Vincenza Castria e la liberazione di classe e di genere 


 


sabato 12 settembre 2026

IL RIFIUTO DEL ‘DESTINO’ NEGLI STUDI SUBALTERNI

 

Teresa Mattei, Vincenza Castria e la liberazione di classe e di genere 



Mentre nel Mezzogiorno le braccianti spezzavano sui campi la morsa del latifondo e del secolare servaggio patriarcale, Teresa Mattei condusse la medesima battaglia nell'aula dell'Assemblea Costituente.

La Mattei comprese che l'uguaglianza puramente formale (primo comma dell'Articolo 3) sarebbe rimasta un'astrazione borghese se non si fosse imposto l'obbligo repubblicano di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale (secondo comma). L'ostacolo materiale che impediva alla donna lavoratrice e alla contadina di partecipare all'organizzazione politica, sociale ed economica del Paese era esattamente la struttura materiale del capitalismo patriarcale e del clericalismo reazionario.

 La rimozione degli "ostacoli di fatto" trova la sua incarnazione terrena nell'assalto al latifondo di Castria e Rago e nel rifiuto del destino subalterno.

In foto, in alto a sinistra:

Teresa Mattei (1921 – 2013), la "ragazza di Montecitorio", comandante partigiana "Chicchi", giovanissima madre costituente e mente politica del secondo comma dell'articolo 3 della Carta repubblicana.

In alto a destra e in basso: Vincenza Castria (1922 – 2000), dirigente dell'UDI e del PCI, prima donna eletta nel Consiglio comunale di Montescaglioso nel 1952. In basso, la Castria è ritratta durante il lavoro domestico di impagliatura delle sedie, testimonianza materiale della condizione di doppia subalternità delle donne, figlie, madri e mogli, braccianti e contadine.

 

EMANCIPAZIONE E LIBERAZIONE DI CLASSE E DI GENERE

Due volti, due origini, un'unica ed indissolubile prassi rivoluzionaria. La convergenza storica e teorica tra Teresa Mattei e Vincenza Castria incarna il punto più alto della saldatura tra l'emancipazione delle donne e il riscatto delle classi subalterne nell'Italia del dopoguerra.

Da un lato, l'elaborazione costituzionale della Mattei, che volle e impose la formula della rimozione degli "ostacoli di ordine economico e sociale" (art. 3, comma 2) per impedire che la parità rimanesse un'astrazione giuridica borghese; dall'altro, la prassi materiale della Castria che, all'indomani dell'eccidio del feudo San Giuliano e del sacrificio del compagno Giuseppe Novello (14 dicembre 1949) guidò le contadine di Montescaglioso alla conquista della terra e della parola pubblica contro la morsa del latifondo e del patriarcato clericale

Questa fotocomposizione ricompone la trama dialettica della nostra memoria storica: la legge fondamentale della Repubblica non nacque nel chiuso delle aule parlamentari, ma si nutrì del sangue, del lavoro e della lotta antagonista delle braccianti del Mezzogiorno. Teresa Mattei e Vincenza Castria ci ricordano che non vi è liberazione di genere senza rivoluzione sociale, né trasformazione di classe che non spezzi alla radice l'oppressione capitalista e l’intersezione delle tipologie di subalternità, nel solco dell’analisi gramsciana del Quaderno 25, strutturale e sovrastrutturale. 




Vincenza Castria: la rivelazione della politica. Lettere e interventi 1950-1989. Nuova ediz.

 

Noi saremmo l’angelo del focolare, la regina della casa, ma regina di che cosa? Della miseria, dell’ignoranza e dell’arretratezza in cui ci fanno vivere… Il nostro dovere è lottare per difendere per davvero le nostre case, le nostre famiglie, con una coscienza nuova, fare fronte unico con i nostri uomini e andare avanti per cancellare quelle condizioni di inferiorità che sono state da freno allo sviluppo e all’emancipazione femminile, Vincenza Castria (pag.29) 


Vincenza Castria, bracciante, è stata un’importante dirigente del PCI e una figura di rilievo del movimento operaio e contadino lucano e meridionale. Vedova di Giuseppe Novello, ucciso a Montescaglioso nel 1949 durante le proteste contadine legate all’occupazione delle terre, fece parte del Comitato Federale provinciale del PCI e dell’Assemblea nazionale dell’Unione donne italiane, collaborando alla redazione del periodico «Noi Donne». Ebbe rapporti molto stretti con i più importanti dirigenti del PCI. Nel 1952 si sposò in seconde nozze con Ciro Candido (sindaco di Montescaglioso e assessore provinciale del PCI) con cui ha scritto il libro autobiografico “Rossa terra mia”, uscito postumo nel 2009. È scomparsa a Montescaglioso nel 1999. Prefazione di Susanna Camusso. (IV. cop.).

Questa corrispondenza è uno dei passaggi storici costitutivi dell’emancipazione femminile in Italia e specificatamente nel Mezzogiorno, la “desolata landa della rassegnazione” che caratterizzava il Sud di Eboli, dove si era fermato il Cristo di Carlo Levi. +

 

Contemporaneamente, l’impegno della giovane costituente Teresa Mattei saldava nell’articolo 3 della Carta, il cuore della liberazione, di genere e di classe. La politica diventava arte della democrazia con l’affacciarsi ad essa delle donne e non arte del potere clerico-patriarcale capitalista.

 

+ Le donne del bracciantato meridionale (come Vincenza Castria e Rocchina Rago a Montescaglioso) non svolsero una funzione puramente subalterna o di supporto logistico nelle occupazioni dei latifondi del 1949: esse occuparono fisicamente la testa dei cortei, affrontarono la repressione poliziesca dello Stato e trasformarono la condizione di opacità domestica di doppia subalternità, in aperta presa di parola e direzione politica.


L'eccidio di Montescaglioso del dicembre 1949 segna un punto di non ritorno nella storia del Mezzogiorno contemporaneo. La risposta repressiva e sanguinaria dello Stato borghese e della proprietà latifondista contro i braccianti che chiedevano l'applicazione dei decreti sulle terre incolte, trovò nel sacrificio di Giuseppe Novello il suo simbolo più drammatico.

Lontana dal rifugiarsi nel lutto privato, la giovane vedova Vincenza Castria assurse a protagonista politica del movimento contadino: guidò le agitazioni femminili nell'Unione Donne Italiane, diede voce alla presa di parola delle plebi rurali e mantenne viva la memoria del compagno Novello, integrando la battaglia agraria con la prospettiva di emancipazione di genere e la difesa dei diritti sanciti dalla Carta costituzionale, nel solco tracciato dalla madre Costituente Teresa Mattei.

 

 Siamo convinte che gli spazi di una città, oltre ad essere dei luoghi fisici, contengano una dimensione simbolica e immaginaria che definisce il nostro essere abitatori di quei luoghi [..] Non sono neutri i luoghi, non sono neutre le vicende della storia, meno che mai sono neutre le parole.

Adriana Salvia-Emilia Simonetti, Libera Università delle Donne di Basilicata, ivi, pag.23-24

 

In questo blog:

 

"È caduto Novello sulla strada all’alba"

 Giuseppe Novello, Vincenza Castria, Rocco Scotellaro e la "foglia perenne" del riscatto del Sud a Montescaglioso (1949)

 

Scheda a cura di Ferdinando Dubla, Subaltern studies Italia




 

venerdì 4 settembre 2026

"È caduto Novello sulla strada all’alba"

 


Giuseppe Novello, Vincenza Castria, Rocco Scotellaro e la "foglia perenne" del riscatto del Sud a Montescaglioso (1949)



A sinistra: Vincenza Castria (1922 – 2000), militante dell'UDI, del PCI e tra le prime donne elette nel Consiglio comunale di Montescaglioso nel 1952. Figura centrale della lotta per la terra nel dopoguerra lucano, trasformò il dolore personale per la perdita del compagno in prassi politica organizzata e coscienza di classe per la liberazione delle donne e dei subalterni meridionali.

A destra: Giuseppe Novello (1917 – 1949), bracciante agricolo e veterano di guerra, caduto il 14 dicembre 1949 (all'età di soli 32 anni) a seguito delle ferite d'arma da fuoco riportate durante la violenta carica delle forze dell'ordine a Montescaglioso nel corso delle occupazioni simboliche del feudo San Giuliano; al suo fianco, il piccolo figlio Filippo Novello (nato alla fine degli anni '40), testimone involontario dell'eccidio padronale e del riscatto storico della classe lavoratrice lucana.

 Montescaglioso

Alla vedova di Giuseppe Novello
Mai perso bene questo sole e l’acqua,
ma quando la tempesta vendemmia le vigne
i cani si fanno irosi, addentano,
impazziscono le donne distese nei letti
allora l’ultimo cerchio che fa l’acqua è nostro,
c’è sempre chi getta la pietra nel pozzo.
Tutte queste foglie ch’ erano verdi:
si fa sentire il vento delle foglie che si perdono
fondando i solchi a nuovo nella terra macinata.
Ogni solco ha un nome, vi è una foglia perenne
che rimonta sui rami di notte a primavera
a fare il giorno nuovo.
E’ caduto Novello sulla strada all’ alba,
a quel punto si domina la campagna,
a quell’ ora si è padroni del tempo che viene,
il mondo è vicino da Chicago a qui
sulla montagna scagliosa che pare una prua,
una vecchia prua emersa
che ha lungamente sfaldato le onde.
Cammina il paese tra le nubi, cammina
sulla strada dove un uomo si è piantato al timone,
all’alba quando rimonta sui rami
la foglia perenne in primavera.

- Rocco Scotellaro, 1949

«È caduto Novello sulla strada all’alba, a quel punto si domina la campagna, a quell’ora si è padroni del tempo che viene» cantò Rocco Scotellaro nella sua Montescaglioso per ricordare Giuseppe Novello caduto durante le occupazioni delle terre nel dicembre del 1949.

Furono moti contadini che reclamavano terreni lasciati incolti, sui quali poterci vivere, per spezzare quel giogo di miseria e sottomissione che si era protratto per secoli. Ce n’erano state già al tempo della spedizione dei Mille, come a Bronte, in Sicilia, sedate nel sangue. Ce ne furono in tutto il Paese, dopo l’Unità, soprattutto in Meridione, dove diffusi erano i latifondi di proprietà di pochi possidenti, residenti nelle città, e braccianti e fittavoli addensati nei grandi borghi rurali da cui muovevano per il lavoro nelle campagne. In Sicilia i Fasci siciliani di fine Ottocento furono repressi nel sangue, come gli scioperi e le occupazioni della «Lega dei Contadini» in Basilicata nel 1902, in cui morì il bracciante Giuseppe Rondinone. E anche nel primo dopoguerra vi furono occupazioni della terra da parte di quei contadini cui i generali l’avevano promessa per chiamarli alla guerra. Nulla era cambiato, però, e l’immobilità dell’economia rurale meridionale si era protratta.

Così, i movimenti contadini erano ripresi nel secondo dopoguerra con altre occupazioni in Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia. I contadini chiedevano «pane e lavoro», e volevano in concessione terreni per poterli lavorare anziché essere costretti al lavoro controllato dal caporalato, in virtù del decreto del 1944 che portava la firma del comunista Fausto Gullo.

Varie rivolte si ebbero già tra il 1943 e il 1945, scatenando la reazione violenta degli «agrari», e poi nel 1949, quando si susseguono agitazioni ed occupazioni di feudi, terre incolte e demani. La reazione delle forze dell’ordine guidate da Scelba fu però sempre dura, ed eccidi di contadini e braccianti si ebbero il 29 ottobre a Melissa (Crotone), con tre morti, e poi il 29 novembre a Torremaggiore (Foggia), con due morti. Moti per lo più spontanei, ma sostenuti dalle organizzazioni sindacali.

In Basilicata, il centro del movimento è Montescaglioso, ove la Camera del Lavoro organizza l’occupazione dei terreni demaniali nella valle del Bradano. Le occupazioni per tutto il mese di dicembre 1949, in 19 comuni, vedono in prima fila soprattutto le donne. Nella notte del 13 dicembre, a Montescaglioso, i Carabinieri mitragliano un corteo di contadini che cercano di impedire che i dirigenti del movimento siano tradotti nelle carceri. Giuseppe Novello cade tra le braccia della moglie Vincenza Castria (morirà il 17 dicembre). «Vollero colpire i contadini, ma anche i comunisti che li sostenevano», racconta Filippo Novello, figlio di Giuseppe e Vincenza. «Questa terra mia è rossa, scrive Vincenza nel suo libro, ma lo è del sangue dei suoi figli», dice Francesco Candido, il figlio che Vincenza poi ebbe da Ciro Candido, anche lui un protagonista di quelle lotte.

Erano le prime proteste per la terra del Meridione nell’Italia Repubblicana che mettevano in luce il rapporto feudale che ancora vigeva tra il proprietario terriero – il barone, l’agrario – e il contadino, condizione che era stata perpetrata e favorita dal fascismo. Rocco Scotellaro ben conosceva quel dramma, dopo aver vissuto l’infanzia e la sua giovane età adulta nel suo paese, Tricarico, ed era conscio della situazione disumana in cui sopravviveva la «civiltà contadina»: le carenze alimentari e igienico-sanitarie, un caporalato spietato e intransigente, l’estrema e costante povertà. Rocco scrive poesie e racconti, studia, si unisce ai sindacati e ai contadini che protestano, si iscrive al Partito Socialista e ne apre una sezione in paese. Nel 1946, all’età di ventitré anni, viene eletto sindaco di Tricarico e sarà rieletto quattro anni dopo.

Rocco Scotellaro crede nella lotta politica per migliorare le condizioni di vita dei contadini e si dedica allo sradicamento di quelle fonti di malessere secolare, partecipando anche all’occupazione delle terre, come quella dei feudi di Policoro del barone Berlingieri nel 1949. «È fatto giorno», scriverà, «siamo entrati in giuoco anche noi con i panni e le scarpe e le facce che avevamo». Nei suoi canti, riverbera l’enfasi del riscatto politico e sociale della «civiltà contadina», nei suoi versi d’incitamento i protagonisti sono i contadini stessi, pronti a rivendicare i propri diritti, in una lirica incalzante, quasi epica, a celebrare l’ingresso nella modernità della civiltà rurale meridionale.

La Riforma agraria, promulgata nel 1950 con le leggi «stralcio» di Antonio Segni, portò all’assegnazione di una quota di fondi ai contadini, in appezzamenti spesso troppo piccoli, non sempre serviti di acqua. E in meno di un decennio quei terreni vennero gradualmente abbandonati. Fallirono le cooperative, i contadini senza mezzi e un vero programma furono costretti ad emigrare. Fallì la riforma, ché all’Italia che ripartiva, lanciata verso il boom, ben serviva quell’esercito di manodopera disponibile per l’industrializzazione del Nord.

Ma fallì anche il mito dell’industrializzazione del Sud, fondato sulla grande impresa industriale motore dello «sviluppo», quella «ideologia» a cui si sacrificò nei decenni successivi ogni criterio di equilibrio, secondo cui per le regioni arretrate sviluppo è convergere verso un modello tutto esterno, senza tener conto delle risorse endogene e dei legami storici, geografici e biologici che sussistono con il territorio. Disperdendo così alla radice quella «cultura contadina» autonoma di cui Rocco aveva colto il potenziale aggregativo e progressivo, anche oltre Carlo Levi.

Sotto la luce della poesia e dell’inchiesta sul campo, Rocco ne vide la vitalità, nella volontà di riscatto, al di là della sola valorizzazione, cristallizzata nel Cristo, espressa in quei nuclei che avrebbero potuto fare la differenza. «Noi siamo degli acini maturi, ma piccoli in un grappolo di uva puttanella».

Pier Giorgio Ardeni, Il Manifesto, 14 gennaio 2023



Il movimento per la terra a Montescaglioso (1948-49) , curato da Rosa Maria Salvia, costituisce una delle fonti documentarie più preziose e dirette per la ricostruzione storiografica delle lotte bracciantili in Basilicata.

 Pubblicato dal CSD - Centro Studi e Documentazione di Basilicata.

Curatela: Rosa Maria Salvia, storica e ricercatrice attenta ai processi di politicizzazione del proletariato rurale lucano e co-curatrice delle fonti originali legate all'esperienza di Vincenza Castria.

 Arco cronologico d'indagine: 1948-1949, ovvero gli anni cruciali di gestazione e scoppio della grande vertenza agraria nel Materano.

- Il testo raccoglie e analizza materiali d'archivio, testimonianze dirette e documenti d'epoca relativi al biennio in cui la pressione delle masse contadine contro la proprietà latifondista raggiunse il suo acme:

1. La preparazione delle occupazioni (1948-1949)

Il volume ricostruisce la capillare opera di organizzazione politica condotta dalle Camere del Lavoro, dal PCI e dall'UDI nelle campagne di Montescaglioso, evidenziando come la spinta alla riappropriazione delle terre incolte non fu un moto spontaneo e incontrollato, ma una prassi di lotta consapevole e strutturata.

2. I fatti del feudo San Giuliano e il sacrificio di Giuseppe Novello

Viene documentata nel dettaglio la giornata del 13 dicembre 1949 e la spietata risposta repressiva degli apparati statali a difesa dell'ordine proprietario, culminata nel ferimento mortale del bracciante ventottenne Giuseppe Novello.

3. Il ruolo delle donne e delle soggettività subalterne

Il lavoro di Rosa Maria Salvia pone un accento fondamentale sul protagonismo femminile — da Vincenza Castria a Rocchina Rago — nell'organizzazione dei presidi, nella tenuta morale delle famiglie bracciantili e nella trasformazione della protesta sociale in vera e propria coscienza di classe.

Questo opuscolo documentario rappresenta una tessera indispensabile per la storiografia della questione meridionale e per lo studio delle radici materiali della democrazia costituzionale nel Mezzogiorno. 


Scheda curata da Ferdinando Dubla 


 


In questo blog

70 anni che Rocco Scotellaro se n'è andato - A fare il giorno nuovo





domenica 26 luglio 2026

Genere e città: percorsi femministi per lo spazio urbano (1) Dai spazio alla tua libertà, dai il tempo alla tua vita

 



Il lavoro di ricerca di Viviana Tortorici che presentiamo come primo volume della collana Koinonìa è uno squarcio moderno della Città del Sole di Tommaso Campanella. Moderno nel senso della modernità dell' utopia concreta, quella spinta del presente all'avvenire di un paradigma di civiltà che necessariamente ma non in modo deterministico superi le antinomie della società capitalista dell'esclusione e dell'emarginazione. La necessità è quella di una riscrittura dello spazio urbano come spazio di riappropriazione dei margini della storia.

 Dai spazio alla tua libertà, dai il tempo alla tua vita, ci dice l'autrice con questo libro. Coniugato collettivamente, diventa coscienza stessa della libertà, coscienza stessa della vita sociale.

E infatti, la potente declinazione collettiva del diritto alla città, sintetizzata nel "dare spazio alla propria libertà e tempo alla propria vita”, rappresenta il nucleo trasformativo del pensiero di Viviana Tortorici. Quando questa istanza individuale viene coniugata al plurale, essa cessa di essere un desiderio atomizzato per farsi coscienza stessa della vita sociale, un processo che richiama profondamente l'opera di bell hooks, in particolare la sua riflessione sulla pedagogia della speranza e sulla creazione di comunità. Come scrive hooks in Elogio del margine, il margine non è solo un luogo di privazione ma un sito di resistenza e di possibilità radicale: rivendicare lo spazio per la propria libertà significa dunque abitare quel margine non come una condizione subìta, ma come una scelta politica per guardare il mondo da una prospettiva differente e antagonista rispetto a quella delle classi dominanti. In questa cornice, il tempo della vita si oppone radicalmente alla temporalità del patriarcato capitalista suprematista bianco, che hooks individua come la struttura di dominio che frammenta l'esistenza in funzione del profitto. Sostituire la frenesia del capitale con la coscienza sociale del tempo e della cura significa attuare quel passaggio fondamentale verso la beloved community, la comunità amata, dove lo spazio pubblico non è più un teatro di sorveglianza foucaultiana o un campo di battaglia tra estranei, ma il luogo dell' utopia concreta in cui ogni corpo, nelle sue intersezioni di genere e di classe, trova finalmente il diritto di esistere e di partecipare. La libertà collettiva diventa allora una pratica quotidiana che, intrecciando i desideri delle soggettività escluse, trasforma la struttura stessa della città in una testimonianza vivente della coscienza sociale.

Il testo di Viviana Tortorici si inserisce dunque in quella necessaria cartografia del quotidiano che smaschera la neutralità apparente dell’urbanistica tradizionale ed è  dunque non solo un saggio di sociologia critica applicata all’urbanistica, ma una mappatura politica dei desideri e delle esclusioni. Partendo dal presupposto che lo spazio non è un contenitore vuoto ma un prodotto sociale, l'autrice analizza come le città contemporanee siano state progettate da e per un soggetto falsamente universale, ma in realtà di classe e separatista di genere e razza e “produttività capitalista” (homo faber- homo abilis), relegando ai margini tutto ciò che non rientra in questi stereotipi, che, come si sa, appartengono alla grammatica del colonialismo occidentalista, colonialismo esterno (l’imperialismo militare del "dominio senza egemonia" di Ranajit Guha diventa imperialismo culturale) e colonialismo interno (la stratificazione di classe). 

 

da Presentazione di Ferdinando Dubla a Viviana Tortorici, La città non è neutra. Pratiche di resistenza e nuove cartografie urbane, Barbieri Editore, Manduria-Taranto, 2026, collana Koinonìa (vol. 1).

pagina FB https://www.facebook.com/profile.php?id=61591170396267 



Viviana Tortorici "La città non è neutra" 25 luglio 2026





giovedì 25 giugno 2026

Koinonìa: un patto per il presente

 

di Viviana Tortorici il primo volume della collana editoriale di Barbieri editore diretta da Ferdinando Dubla




Presentare una nuova collana editoriale significa, prima di tutto, dichiarare una visione del mondo. Scegliendo come titolo Koinonìa, non abbiamo voluto semplicemente rispolverare un termine dell’antica Grecia, ma abbiamo inteso recuperare una missione. In greco, "Koinonìa" (1) (κοινωνία) è la parola che definisce la comunanza, la partecipazione, il legame profondo che trasforma un insieme di individui in una comunità. È lo spirito che sottende allo scambio, non solo di merci, ma di idee, diritti e dignità.

Oggi, tuttavia, questo legame appare logoro. Viviamo in un tempo dove l’economia sembra aver smarrito la sua funzione originaria di "legge della casa comune" (2) per trasformarsi in un meccanismo di esclusione e di onnipotenza. È in questo scenario che nasce il nostro progetto editoriale: un laboratorio dedicato ai temi sociali ed economici che attanagliano il nostro mondo contemporaneo.

La collana Koinonìa si propone di essere una piccola bussola per orientarsi tra le complessità di un presente frammentato. Il nostro punto di partenza è una convinzione ferma: non può esserci analisi economica che prescinda dalla "giustizia sociale" (3). Per troppo tempo, la crescita è stata misurata esclusivamente attraverso indicatori astratti, ignorando le cicatrici che tali processi lasciavano sul "tessuto umano". Questa collana nasce per invertire la rotta, mettendo sotto la lente d’ingrandimento le disuguaglianze sociali, non come dati statistici, ma come ostacoli reali alla piena realizzazione dell'individuo e della collettività.

Un’attenzione particolare sarà dedicata alla difesa delle minoranze culturali. In un mondo che tende all’omologazione dei consumi e, paradossalmente, alla polarizzazione delle identità, crediamo che la ricchezza di una società si misuri dalla sua capacità di proteggere e valorizzare le "voci fuori dal coro". Le minoranze non sono "parti separate" della società, ma nodi essenziali di quella rete di partecipazione che è, appunto, la nostra Koinonìa. Difenderne i diritti e la specificità culturale significa difendere la democrazia stessa e la tenuta dei sistemi economici moderni.

Indagheremo le "nuove povertà" (4), l’impatto della digitalizzazione sul lavoro, le barriere d’accesso al sapere e le dinamiche di emarginazione che colpiscono "chi non ha voce" (5). Lo faremo attraverso saggi che uniscono il rigore della ricerca scientifica a una narrazione civile capace di parlare a tutti.

Questo è solo l'inizio di un percorso. Con Koinonìa, ci impegniamo a offrire ai lettori strumenti critici per comprendere che l'economia non è un destino ineluttabile, ma una "scelta politica e sociale". Invitiamo i giovani studiosi a partecipare a questa indagine, perché solo attraverso la conoscenza condivisa possiamo sperare di ricucire quel tessuto di "comunanza" che crediamo sia il fondamento di ogni futuro possibile.

Benvenuti in Koinonìa. Benvenuti in una comunità che pensa.

  1. Cfr. Aristotele, Politica, Libro I. Il termine indica la forma più alta di associazione umana volta al bene comune. Per un'analisi contemporanea del concetto, si veda anche L. Bruni, L’economia, la felicità e gli altri, Città Nuova, 2004.
  2. Espressione derivata dall'etimo di oikonomia (oikos, casa; nomos, legge). Si veda M. Rutigliano, Economia come legge della casa, Mimesis, 2020. Il concetto è centrale anche nel pensiero ecologista contemporaneo, come in Papa Francesco, Lettera Enciclica Laudatosi’, 2015.
  3. Per la definizione moderna del termine, si rimanda a J. Rawls, Una teoria della giustizia, Feltrinelli, 2008, e all'opera di A. Sen, L'idea di giustizia, Mondadori, 2010.
  4. Concetto analizzato ampiamente da Z. Bauman, Le nuove povertà, Castelvecchi, 2018. Si veda anche E. Morlicchio, Sociologia della povertà, Il Mulino, 2020.
  5. Riferimento alla sociologia dell'emarginazione e alla ricerca qualitativa che mira a dare voce ai gruppi marginalizzati. Cfr. F. Ciucci, Parole di chi non ha voce, Franco Angeli, 2012.

Pasquale Barbieri, editore Manduria-Taranto



Viviana Tortorici, La città non è neutra. Pratiche di resistenza e nuove cartografie urbane, presentazione di Ferdinando Dubla, Barbieri Editore, Manduria-Taranto, 2024, collana Koinonìa (vol. 1).

pagina FB 


L'intersezione teoretica e politica tra i gender studies e i subaltern studies trova la sua declinazione materiale
 e il suo spazio di discussione digitale nella pagina ufficiale del progetto editoriale

https://www.facebook.com/profile.php?id=61591170396267...

Questo spazio si configura come il laboratorio di analisi e di con-ricerca in cui la critica della produzione spaziale neoliberista si salda alla decostruzione delle asimmetrie di genere, offrendo gli strumenti militanti per l'elaborazione di nuove cartografie del riscatto sociale.

 

 

E se le nostre città fossero progettate con gli occhi del femminismo?

​Spesso pensiamo che le strade, le piazze e i quartieri in cui viviamo siano "neutrali". Ma la verità è un'altra: lo spazio pubblico è stato storicamente plasmato su misura per un soggetto maschile e abile, trasformandosi spesso in un luogo di controllo e confinamento.

​

È necessario ridisegnare l'urbanistica partendo dai margini, per dare vita a una città finalmente inclusiva.

 

​ I punti chiave del libro:

​- Decostruire la neutralità: Capire come i corpi vengono regolati da norme invisibili nello spazio urbano.

-​Dall'oppressione alla cura: Sostituire la logica del controllo con l'etica della cura e della vulnerabilità.

-​Giustizia spaziale: Creare città dove la sicurezza non significa controllo, ma libertà assoluta di attraversamento.

​Non un'utopia astratta, ma una vera e propria "cartografia del possibile" per trasformare la città in un organismo vivo, collettivo e accogliente.

Il volume si arricchisce dell'importante presentazione a cura di Ferdinando Dubla, che introduce e approfondisce i temi del saggio, offrendo una preziosa chiave di lettura critica per comprendere ancora meglio la necessità di una vera giustizia spaziale.

​

Un saggio necessario per ripensare il nostro modo di abitare il mondo.

 

Viviana Tortorici 




Viviana Tortorici (a sx) e Francesca Romana Recchia Luciani, convegno femminismo, Taranto - 23 giugno 2026