le lenti di Gramsci

lunedì 17 settembre 2018

Taranto - Ilva, l'unico a vincere è il mercato, l'acciaio, esce sconfitta la politica locale e nazionale


Written by  Giancarlo Girardi


L’affaire Ilva – Continuiamo a pubblicare interventi, stavolta è Giancarlo Girardi, un ex lavoratore del siderurgico per trenta anni, nell'area a caldo, di cui 22 azienda di stato e 8 con Riva. Impegnato oggi sindacalmente nello SPI CGIL e politicamente nel PCI. 
"Plebiscito con i SI a Genova e Taranto". La stampa locale e nazionale concorda, ma dalla vicenda Ilva esce vincitore soltanto il mercato, come lo fu nel 1995 con Emilio Riva, ma ora nella figura del principale suo protagonista nel mondo dell'acciaio. Il ricatto occupazionale ancora una volta è stato lo strumento vincente. Esce sconfitta la politica nazionale e locale, incapace ieri ed oggi di dare una soluzione agli interessi del Paese e della città di Taranto regalando, ancora una volta, non nazionalizzandola, la fabbrica. Oggi i suoi profitti continueranno ad essere privati mentre i danni per cittadini e lavoratori continueranno ad essere pubblici. Escono sconfitti i sindacati, tutti, incapaci negli ultimi venticinque anni di cambiare dall'interno della fabbrica i problemi dell'ambiente, della sicurezza dei lavoratori e di conseguenza quella dei cittadini. La Taranto migliore ne esce con grande dignità ma non sconfitta come qualcuno ritiene. Dieci anni fa essa vinse contro i suoi peggiori nemici: la rassegnazione e l'indifferenza di che la governava. Sino al dicembre 2012 grandi manifestazioni la attraversarono ridandole quella volontà di cambiamento che le amministrazioni pubbliche sino allora non seppero darle. La magistratura fece il suo dovere colpendo un sistema di potere locale e nazionale su cui si reggeva la gestione della famiglia Riva. Tante leggi hanno garantito una immunità penale che oggi, nei fatti , viene riproposta. Drammatico e tragico, per le future morti sul lavoro, resta il futuro della fabbrica ed incerto quello della città con i decessi e malattie ambientali. Quanti di quei SI di oggi sfilarono in 8000 al soldo di RIVA, nel 2012, contro la magistratura rea di aver applicato la Costituzione italiana? Ora tocca a loro, i lavoratori. Recuperino la dignità perduta nel passato, tornino, oggi più che mai, “classe”. Diano il benvenuto ad Acelor con uno sciopero che riparti dalla sicurezza sui luoghi del lavoro in fabbrica, sciogliendo dall'interno quelle “catene” della salute e dell'ambiente che legano il loro futuro e quella della città tutta. La responsabilità totale è ora loro.


lunedì 10 settembre 2018

Patria e Costituzione: un’iniziativa da non perdere di vista


Sabato 8 settembre scorso si è svolto a Roma (dalle 10 e 30 alle 17,00) l’incontro “Patria e Costituzione” indetto da Stefano Fassina, avente l’obiettivo prioritario di costituire l’omonima associazione. Dopo l’introduzione dello stesso Fassina, ci sono state 5 relazioni (D’Attorre, Santomassimo, Giacché, D’Antoni, Preterossi) e una serie di interventi già annunciati sul manifesto di lancio dell’iniziativa. Il Pci non ha fatto parte del gruppo promotore ma è stato presente con due membri della segreteria nazionale (il sottoscritto e il compagno Francesco Della Croce). Quest’ultimo ha chiesto e ottenuto di intervenire. La sala della protomoteca del Campidoglio era piena, molti i giovani; importante, in particolare, la lettera di saluto inviata da Sahra Wagenknecht, dirigente della Linke fortemente critica con l’attuale direzione del suo partito e oggi presidente dell’associazione Aufstehen/Rialziamoci (con cui il Pci ha fissato un incontro in Germania per il prossimo ottobre). A occhio, erano assenti il Prc (a parte D. Moro) e Potere al Popolo. Di quest’ultima assenza non c’è da stupirsi, vista l’ironia con cui Salvatore Prinzi, uno dei maîtres à penser di Pap, ha accolto su Facebook l’uso del termine “patria”: come spesso accade sui social, l’ironia è poi diventata scherno e disprezzo nei commenti successivi, al punto che una delle rare voci sensate ha dovuto far presente “Scusate, ma non è la Costituzione che parla di patria.. e la Resistenza non era patriottica?”. Purtroppo, una voce nel deserto di Potere al popolo. Del resto, superficialità semplificante e fuga dalla realtà non sono un’eccezione a sinistra, se anche su Left si rende incredibilmente conto di questo incontro nei termini di “rossobrunismo” e “tardo-stalinismo”.
Ma torniamo al merito di un’iniziativa che è, a mio parere, da seguire nei suoi sviluppi, provando a valorizzare la sintonia riscontrata con molte delle cose dette. Qui di seguito, penso sia utile sintetizzare alcuni contenuti rispetto a cui il minimo che si richieda è di prestarvi un’attenta riflessione. Stefano Fassina ha esordito constatando che alle nostre spalle c’è “un trentennio inglorioso”, chiusosi in modo fallimentare perché caratterizzato da una pesante “svalorizzazione del lavoro”. Davanti al ripiegare della globalizzazione capitalistica, oggi occorre “rideclinare il nesso nazionale/internazionale”. In Italia e fuori d’Italia, due essenziali esigenze sono state clamorosamente disattese: la richiesta di una protezione del mondo del lavoro, la richiesta di una comunità solidale. In questo senso, “patria” significa: “una comunità nazionale e un programma fondamentale” (socialista). Nella forma aggiornata al XXI° sec., occorre dunque “riattivare il quadro nazionale” e, con esso, la politica (a fronte di un sistema dell’euro che relega la politica al ruolo di ancella dei poteri forti). Fassina ha insistito su due temi. Sulla questione migrazione: “l’accoglienza non può essere l’unico principio guida”, occorre assicurare a chi arriva in loco e a chi in loco risiede una vita e un ambiente dignitoso (evitando, per tutti, condizioni di degrado e aumento dello sfruttamento), “occorre una regolazione dei flussi”. Sull’Europa: è illusorio pensare di poter riformare i Trattati Ue; per questo è sbagliata la parola d’ordine “più Europa”, e occorre puntare invece ad un’ “Unione intergovernativa di sovranità nazionali democratiche” (è la medesima formulazione proposta da Sahra Wagenknecht).
Dal canto suo, anche Alfredo D’Attorre non ha fatto ricorso a giri di parole: la parola “sinistra” non mobilita più nessuno. Occorre una svolta netta. Non ci si oppone a questo governo con formule ormai incomprensibili per molti. Oggi non c’è un’opposizione credibile: e “non ci si salva la coscienza sul molo di Catania o minacciando l’ampliarsi dello spread”. Dobbiamo dire chiaramente che non abbiamo niente a che fare con gli autori del disastro sin qui fatto. E bisogna tenere a mente che Von Hayek, uno dei campioni del liberismo, aveva capito che, in nome della libera concorrenza, occorre tagliare il ramo degli stati nazionali. Anche D’Attorre riprende il tema immigrazione: “dire che l’immigrazione è solo un problema di percezione è una follia, piaccia o non piaccia il problema c’è”; e occorre affrontarlo non lasciandolo alla spontaneità del giorno per giorno ma predisponendo proposte realistiche e concrete. Ma soprattutto bisogna reimpadronirsi dei temi che hanno caratterizzato la nostra storia, ad esempio ribadiamo con forza che i servizi pubblici essenziali non si privatizzano. E cogliamo al balzo il tema posto (ma non certo risolto) da questo governo: facciamo della questione Autostrade e del tema nazionalizzazioni un passaggio essenziale.
Chiudo questa mia rapida sintesi sottolineando un punto della relazione di Massimo D’Antoni. Il regime di libera circolazione dei capitali dà ai medesimi un grande potere e lega al carro dei loro interessi gli stati-nazione, indebolendo all’interno di questi ultimi la forza delle classi popolari. Qui sta la radice del “vincolo esterno”, l’origine del “disciplinamento” e della sottrazione di sovranità. Ricorda D’Antoni che tutto ciò è ben spiegato nell’autobiografia di Guido Carli. Il punto è: perché a tutto ciò ha aderito la sinistra? “C’è dunque da meravigliarsi se, davanti al “tradimento” della sinistra, gli italiani diventano euroscettici e votano per gli euroscettici?”.
Mi fermo qui. Potrei aggiungere molto altro, scegliendo tra i tanti spunti di una discussione interessante (ad esempio le argomentazioni di Vladimiro Giacchè, come sempre lucidissime, centrate sull’incompatibilità tra Trattati Ue e Costituzione italiana). Ma quanto detto è già sufficiente a dare il senso di un serio impegno di approfondimento destinato a proseguire on line su di un apposito sito di cui la nascente associazione si doterà.
Ovviamente sin qui non ho fatto menzione di una domanda tutta politica, che pure si intravede a mezz’aria. A Fassina occorrerebbe infatti chiedere: “Che conti col recente passato intendete fare? Su quali gambe politiche potrà camminare questa che avete definito una svolta netta?” Si vedrà. Intanto è bene valorizzare quello che questa giornata di riflessione ha già prodotto.
di Bruno Steri, Segreteria nazionale PCI

ILVA di Taranto: PCI e SI di terra jonica e la mistificazione dell’accordo governo- sindacati- Mittal


Ci hanno detto: voi siete di parte! Sì, siamo di Taranto. Ci avevano detto che la siderurgia è asset industriale strategico per un paese: infatti, invece di ri-pubblicizzarla, l’hanno venduta agli indiani. Ci avevano detto che la scommessa era coniugare lavoro, salute ed ambiente: hanno salvato neanche tutti i posti, disinteressandosi dell’indotto, facendovi rientrare l’art.18, che non è materia di contrattazione, ma diritto universale da ri-estendere a tutti. Hanno continuato a conservare l’immunita’ penale, evidentemente per continuare ad inquinare e a far ammalare impunemente cittadini ed operai. Si’, siamo di parte: siamo di Taranto. (fe.d.)


SULL’ILVA di TARANTO prese di posizione del PCI e di SI 
Dalla vicenda Ilva esce vincitore il mercato nella figura del principale suo protagonista nel mondo. Il ricatto occupazionale ancora una volta è stato lo strumento vincente. Esce sconfitta la politica nazionale e locale, incapace ieri ed oggi di dare una soluzione agli interessi del Paese e della città di Taranto regalando, ancora una volta, non nazionalizzandola come voleva il PCI, la fabbrica. Oggi i suoi profitti continueranno ad essere privati mentre i danni per cittadini e lavoratori continueranno ad essere pubblici. Solo la propiretà dello Stato avrebbe potuto garantire il controllo da parte dei cittadini e dei lavoratori sulle attività della fabbrica e sull’avanzamento dell’ambientalizzazione.
L’accordo raggiunto tra Arcelor-Mittal, Governo e Sindacati, purtroppo, va nella stessa direzione delle relazioni sindacali degli ultimi 25 anni e non è in grado di cambiare dall’interno della fabbrica i problemi dell’ambiente, della sicurezza dei lavoratori e di conseguenza quella dei cittadini, lascinado alla sola “proprietà” la libertà di decidere e di agire.
La città ne esce con grande rispettabilità. Dieci anni fa vinse contro i suoi peggiori nemici: la rassegnazione e l’indifferenza che la governava. Sino al dicembre 2012 grandi manifestazioni la attraversarono ridandole quella dignità che le amministrazioni pubbliche sino allora non seppero darle. La magistratura fece il suo dovere colpendo un sistema di potere locale e nazionale su cui si reggeva la gestione della famiglia Riva. Tante leggi hanno garantito una immunità penale oggi, nei fatti , riproposta. Drammatico e tragico resta il futuro di fabbrica e città con le immancabili morti sul lavoro e quelle ambientali. I lavoratori tornino, oggi più che mai, “classe” sciogliendo dall’interno le “catene” che legano il loro futuro e la città tutta.
Federazione del P.C.I. di Taranto
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ILVA : IL BLUFF È FINITO!
LA TRAIETTORIA DEL GOVERNO DI MAIO-SALVINI È RIMASTA FEDELE ALLA LINEA DETTATA DAI GOVERNI PD.
I lavoratori lasciati fuori da Mittal rimangono migliaia, secondo qualcuno dovremmo gioire perché da 3.500 passerebbero 3.300;
la cassa integrazione e le uscite volontarie con bonus di 100.000 euro lorde, rimangono esattamente come previsto dal Governo precedente;
il taglio dei salari e la cancellazione dei Diritti fino ad oggi maturati, per i lavoratori che passeranno alla nuova gestione, rimangono immutati;
il Piano ambientale viene mantenuto, senza introdurre la Valutazione del Rischio e dell’Impatto Sanitario nell’Autorizzazione AIA, cosa che esclude l’utilizzo di tecnologie produttive e fonti diverse dal carbone;
Di nazionalizzazione e di intervento pubblico per garantire lavoro e salute, neanche a parlarne. Sembra che l’unica cosa che non interessi al Governo del cambiamento sia cambiare le cose.
Sinistra Italiana, fed. Taranto

martedì 28 agosto 2018

IMMIGRAZIONE E SCHIAVISMO NELLE CAMPAGNE PUGLIESI

di Franco De Mario, segr. reg. Pugliese del PCI

l’articolo integrale è reperibile in Lavoro Politico- -Marx XXI
https://www.facebook.com/Lavoro-Politico-Marx-21-Taranto-242960732497109/

Appunti Per Una Discussione Aperta ed Una Battaglia Unitaria indispensabile
LAVORATORI PRECARI AUTOCTONI ED IMMIGRATI SCHIAVIZZATI CONTINUANO A MORIRE SUI POSTI DI FATICA E NELLE CAMPAGNE MENTRE CRESCONO INTOLLERANZA E RAZZISMO..
Nelle campagne di Puglia, terra in cui Giuseppe Di Vittorio continua ad istruire al sindacalismo rivoluzionario di classe, lavoratori agricoli immigrati relegati a vivere in promiscui rifugi, ristretti in furgoni delittuosamente condotti da ”caporali collocatori” kapò, muoiono!.
Uccisi dal sistemico sfruttamento schiavistico bracciantile, funzionale agli interessi della produzione capitalistica di merci e alimenti, commercializzati con spietatezza concorrenziale dal padronato industriale e distributivo, connesso alle lobby della finanza estorsiva nazionale e multinazionale e protetto da sodali organizzati in forze politiche ed in organismi di informazione.
Assieme ai soggetti-vittima immigrati ed autoctoni, rivolgiamo un’ attenzione critica al come i sistemi mediatici di informazione, riflesso degli interessi dominanti, trattano questa umanità con ipocrita indignazione episodica, volta a depotenziare ogni tentativo di costruzione d’una battaglia politica di classe e unitaria, per modificare lo stato delle cose esistenti.
Da mesi in Italia come in Europa “la questione delle migrazioni” è la notizia più ossessivamente ripetuta, decisiva anche ai fini della formazione del contratto di governo Lega-M5S, più volte declinata sua stampa, notiziari e format televisivi con lo stesso linguaggio stereotipato.
Una pletora di famigli politici, di comparse intellettuali e di giornalisti al soldo del sistema radio-televisivo pubblico e privato, è schierata in trasmissioni e stucchevoli show in cui con cinismo è esibita l’indifferenza alle condizioni materiali di vita dei lavoratori dell’agricoltura, dell’industria, dell’edilizia, della logistica, del commercio, del turismo, della ristorazione, dell’istruzione, della sanità, degli impieghi privati e pubblici, uomini o donne, italiani o non essi siano.
Tutto è artatamente incentrato su un mantra divisivo sulle navi ONG, sugli arrivi dalla Libia, sui porti chiusi, sulla velleitaria campagna di intervento della U.E. e per contro sull’accoglienza umanitaria, sull’intervento solidaristico/assistenziale ai migrati, sul danaro sprecato e così via dicendo. Tutto per fuorviare e polarizzare un’opinione pubblica su criminalizzazione ed impedimenti contro accoglienza ed assistenza solidale.
Al contrario è necessario profilare il carattere di filiera di una immigrazione subdolamente promossa che incentiva lo sfruttamento dei lavoratori, ricattati dai costanti tassi di disoccupazione, dal costante crollo del valore dei salari, da prezzi al consumo in permanente competitività concorrenziale (dalla bancarella rionale alla spalliera del maxi-centro), in cui sono leggibili tutte le correlazioni dei monopolisti agroalimentari dai prestigiosi marchi  pubblicizzati, delle grandi strutture di confezionamento e distribuzione che incettano ovunque, ingenti quantità di produzione agroalimentare, imponendo ex-ante prezzi di acquisto per pomodori, ortaggi, uva, legumi, frutta, olive, latte, cereali e granaglie e per conseguenza il salario schiavistico degli addetti nelle campagne.
Sono parte di queste complesse correlazioni gli iniqui e diseguali trattati commerciali internazionali, la imposizione di politiche limitative e sanzionatorie della U.E., la guerra sui dazi doganali, che unicamente difendono quegli interessi di monopolio capaci anche di mobilitare grandi apparati mediatici e se necessario anche di guerra, verso Popoli e Paesi e produttori, riottosi ai desiderata di vero e propria espropriazione.
E’ qui annidata la vera responsabilità originaria: nel complesso sistema di sfruttamento capitalistico d’ogni bene e d’ogni risorsa, ben consapevole che nessuno dei prezzi imposti remunera il costo puro di produzione, e che difende questa impostazione, come unica risposta possibile alla costante riduzione dei profitti che la permanente guerra commerciale, finanziaria e valutaria , assottiglia sempre di più.
E’ parte della stessa filiera la funzione esercitata dai privati proprietari coltivatori, di qualsivoglia dimensione ed area di produzione agricola che assumono una duplice funzione di: “obbligato coatto” ad accettare le condizioni di monopolio sui prezzi e di “sodale facilitatore” dell’accaparramento di materie prime a basso costo, mantenendo la condizione schiavistica dei lavoratori, di cui è meglio non sapere nomi, provenienze, numero certo e condizioni di quotidianità di vita, meglio se lontani ed isolati dai centri urbani e dai già carenti servizi sociali, ancor meglio se trasportati in forme anonime da soggetti terzi, altrimenti responsabili e prezzolati.
Va disvelato e combattuto con fermezza questo perverso combinato di cause ed effetti, catafratto nel cinico rimestare dei problemi posti dalla presenza e dal rispetto dovuto e negato al lavoro immigrato e autoctono.
Chiunque operi alla cancellazione della storia e dei diritti dei lavoratori oppressi e sfruttati, nei nostri come in altri Paesi, è colpevole dell’acuirsi del livello di indifferenza e di illegalità, di familismo amorale e di vera e propria mafiosità, e delittuosamente opera ad offuscare il vissuto quotidiano delle collettività, pugliesi ed italiane.



martedì 14 agosto 2018

A Samir Amin

Andrea Catone

Pechino, 5 Maggio 2018, grandissima sala gremita di giovani e anziani, cinesi e di tutto il mondo. 
Samir Amin tiene in seduta plenaria la sua conferenza per il grande convegno dedicato a Marx a 200 anni dalla nascita, organizzato dall’università cinese con oltre 330 relatori.
È l’ultima volta che lo incontro: vivace e cordiale come sempre, nulla lascia presagire che ci avrebbe lasciati entro qualche mese. Scambiamo qualche battuta sulla situazione italiana e sull’emergere di movimenti di massa reazionari, di tipo fascista, che egli osserva crescere nelle società europee come conseguenza della crisi capitalistica. Su questo egli scriveva già da alcuni anni diversi articoli e saggi, come quello pubblicato dalla Monthly Review nel 2014, “The Return of Fascism in Contemporary Capitalism”.

A Pechino e in Cina Samir era quasi di casa, partecipe più volte ai forum internazionali che in autunno il World Socialism Studies Center della Chinese Academy of Social Sciences organizza con cadenza ormai annuale, o ai convegni marxisti che diversi istituti cinesi promuovono con sempre maggiore frequenza e ampiezza. Allo straordinario sviluppo del socialismo con caratteristiche cinesi e al ruolo fondamentale che la Repubblica Popolare Cinese può svolgere e svolge nel mondo nel percorso di emancipazione dell’umanità, Samir Amin, direttore del Forum del Terzo Mondo con sede in Senegal, a Dakar, guardava con crescente interesse e vicinanza negli ultimi anni, senza risparmiare alcuni rilievi critici e note di messa in guardia in merito ai rapporti di produzione e di proprietà e al rapporto città/campagna.

Samir Amin è ben noto ai compagni, ai militanti, agli studiosi italiani sin dagli anni 1960-70, quando, da posizioni marxiste, leniniste e maoiste elabora la strategia dello “sganciamento” dei paesi economicamente dipendenti dal sistema dell’imperialismo mondiale, proponendo uno “sviluppo autocentrato”. Sin da quei primi importanti contributi emergeva una delle direttrici di fondo della sua ricerca militante, e scrivo “ricerca militante” pour cause: Samir non è stato mai un teorico fine a se stesso, ma un intellettuale marxista militante, un organizzatore politico, un promotore di iniziative, un compagno attivamente impegnato sul fronte della lotta politica, sociale, culturale. Egli ha sempre tenuta ferma la barra dell’analisi marxista, ha sempre provato a leggere e interpretare il mondo – per cambiarlo – con le lenti di Marx, di un marxismo non dogmatico e non settario, ma sempre ben saldo, acuto e vigile nei suoi presupposti e nel suo sistema teorico, anche quando ne proponeva aggiornamenti di analisi e categorie, soprattutto in relazione al sistema mondiale dell’imperialismo e alla crisi economica del sistema capitalistico mondiale dei “monopoli generalizzati”.

Per la sua personale storia e formazione Samir è stato un intellettuale marxista antimperialista in lotta per l’emancipazione dei popoli sottoposti al giogo coloniale e semicoloniale, o allo scambio ineguale imposto dall’imperialismo occidentale, e, al contempo, un intellettuale marxista che era di casa a Parigi e nei principali centri dell’Occidente. Sotto questo aspetto godeva del raro privilegio di poter avere uno sguardo sul mondo dal “Sud” e dal “Nord”, con una prospettiva complessa e complessiva, che si traduceva in indicazioni strategiche. Era un intellettuale militante che ha conservato sino all’ultimo giorno la consapevolezza della necessità, per un marxista, di una strategia di lungo termine; era un militante che non intendeva perdersi nei meandri della tattica del giorno per giorno.

Era uno studioso di economia e di teoria economica, ma ha trattato sempre questa disciplina come la trattava Marx, al quale nulla di umano era estraneo: non in termini strettamente specialistici. I suoi numerosissimi scritti erano a un tempo economia, storia, politica, filosofia.

È stato presente, attivo e vigile sulla scena del mondo da oltre 60 anni, con la sua passione comunista durevole, con la sua verve brillante e a tratti polemica, e, al tempo stesso, con una straordinaria disponibilità all’ascolto e al confronto, per meglio comprendere questo mondo in rapida trasformazione, con le sue sfide, le sue possibilità e i suoi grandi rischi.

Ha scritto moltissimo, direttamente nelle lingue che dominava, dall’arabo al francese all’inglese. Avremo modo nei prossimi giorni di dar conto ai nostri lettori della sua sterminata produzione. Collaborava con molte riviste in tutto il mondo. L’ernesto e poi MarxVentuno rivista, nonché il sito marx21.it hanno ospitato numerosi testi che egli ci inviava di norma in francese, talora in inglese, e ci proponeva di tradurre e pubblicare. Nel settembre scorso è uscito per le Edizioni MarxVentuno il suo libro (apparso contemporaneamente in diverse altre lingue nel mondo) dedicato ad una riflessione sulla rivoluzione bolscevica e alle prospettive future del movimento operaio e di emancipazione dei popoli sottoposti al giogo imperialistico: Ottobre 17: ieri e domani. In omaggio a Samir, lo rendiamo disponibile nel sito, iniziando con il primo capitolo.

Andrea Catone
Bari, 13 agosto 2018

venerdì 3 agosto 2018

PER UN NUOVO MERIDIONALISMO


un’ interessante analisi di Piero Sansonetti su “Il dubbio” (3 agosto 2018) che potrebbe rendersi funzionale alla necessaria ripresa del pensiero meridionalista, nel solco del marxismo e dell’elaborazione gramsciana. (fe.d.) 

[parziale]
Negli ultimi diciotto anni, ci dice la Svimez, quasi due milioni di giovani meridionali hanno abbandonato il nostro paese. Qualcuno è andato al Nord, moltissimi all’estero.
Due milioni vuol dire un po’ più di una intera Regione, come la Calabria o come la Sardegna. Capite? una intera Regione che scompare. E vuol dire quasi il 10 per cento della popolazione meridionale. Siccome però questi migranti sono quasi tutti giovani tra i 18 e 30 anni, la percentuale è molto, molto superiore: quasi la metà dei giovani meridionali è in fuga.
Se andate in vacanza al Sud, provate a fare una gita nei paesini di montagna, della Sicilia, della Calabria, dell’Abruzzo. Sono bellissimi. Bellissimi ma vuoti.
Sono ancora “vivi” perché fino a trent’anni fa, nonostante l’emigrazione, ci abitavano moltissime persone. Ora sono quasi deserti, silenziosi. Poche decine di residenti, tutti vecchi, un ufficio postale, i locali del comune, un droghiere, un bar che vende le sigarette e forse una trattoria quasi sempre senza clienti.
Il rapporto della Svimez, uscito l’altro giorno, mette i brividi. Il Sud, da quando è iniziata la crisi, è su una china che non sembra avere fine. La crescita del Pil, nonostante una ripresa tra il 2015 e il 2017, è a meno 10 per cento, mentre al Nord è al meno 4 per cento. Il che vuol dire che in questi pochi anni il divario tra Nord e Sud è ancora aumentato. E per il 2019 si prevede un’ulteriore frenata dello sviluppo al Mezzogiorno, compensata da un aumento al Nord. Investimenti pubblici per il Sud zero, i privati ci hanno messo qualche soldo tra il 2015 e il 2017 poi si sono ritirati.
Voi capite che considerare la questione meridionale quasi come una questione minore è una follia. Stando ai numeri nudi e crudi scopriamo che il fenomeno dell’emigrazione è quantitativamente quasi uguale al fenomeno dell’immigrazione. Eppure di immigrazione si parla moltissimo, si discute di come fermarla, viene posta al centro di tutte le discussioni politiche, presentata come l’emergenza delle emergenze. Sebbene i dati ci dicono che l’aumento degli immigrati non ha prodotto grandi danni, anzi ci ha salvati, in questi anni, dal crollo demografico, e ha portato risorse indispensabili alle casse dello Stato. E quando si propongono alla discussione questi numeri, in molti rispondono che il problema è quello di sostituire l’immigrazione con l’aumento delle nascite, mettendo a punto delle forti strategie di sostegno alla famiglia.
Sarà anche vero. E non voglio qui addentrarmi nella discussione ( che considero un po’ surreale) sulla sostituzione etnica, che è lo spauracchio dei sovranisti. Voglio solo far osservare che aumentare le nascite, per esempio al Sud, potrebbe non servire niente se poi la metà o più di quelli che nascono, a sedici anni se ne scappa via.

Il danno irreversibile che l’emigrazione ha procurato al Sud è incalcolabile. La perdita di forza lavoro giovane, di intelligenze, di sapere, ha ridotto molti paesi e città e province e in una condizione di povertà e di disperazione. Non solo mancano i soldi, manca lo Stato, mancano le strutture, mancano le scuole, le università, i musei, ma mancano le intelligenze e le braccia. Cioè manca l’umanità: tutto. Intelligenze e braccia sono andate a lavorare per il Nord, o per gli stranieri, e il prezzo sociale ed economico pagato dal Sud è mostruoso. Una cosa è pagare una tassa, una casa è regalare i propri figli. Naturalmente se vogliamo parlare di colpe dobbiamo chiamare in causa tutti. I partiti di sinistra e di destra, i giornali, le Tv, tutta l’informazione, gli imprenditori ( quelli del Sud, apatici, quelli del Nord, rapaci ed egoisti, che sono scesi al Mezzogiorno solo per raccattar sussidi e poi sono spariti), i sindacati, la magistratura, i prefetti. In questi decenni c’è stata come una specie di grande alleanza tra tutti questi soggetti che ha avuto come risultato l’impoverimento del Sud e la perdita di prospettive. I partiti hanno tagliato i fondi ( specie da quando la Lega Nord ha assunto un peso molto grande nella politica italiana, cioè dalla fine degli anni ottanta), e hanno rinunciato a sviluppare ricerca sociale e strategia. Il meridionalismo, che era stato uno dei punti forti dell’elaborazione teorica dei grandi partiti negli anni sessanta, è scomparso. Messo al bando. Voi sapete chi è Pasquale Saraceno? Forse si, ma se facciamo un sondaggio tra gli italiani credo che almeno il 90 per cento confesserà di non averlo mai sentito nominare. 
L’informazione non ha mosso un dito per raccontare il Sud e rappresentarne le ragioni. Del resto c’è un dato che colpisce: le direzioni e i centri produttivi di tutte le Tv, tutte le radio, tutti i quotidiani e tutti i settimanali nazionali, risiedono al Nord. Tutte. Sotto Roma, zero. E’ immaginabile che un paese dove esiste un Meridione che non è in grado di produrre nemmeno un grammo di informazione, possa essere un paese equilibrato dal punto di vista territoriale? Tutti noi conosciamo le idee del Nord sul Sud. Nessuno conosce quelle del Sud sul Nord. E in questo modo il nordismo diventa senso comune, il sudismo diventa spazzatura. E alla fine la questione meridionale si riduce alla questione criminale, alla lotta alla mafia. E’ giustissimo combattere la mafia, ma pensare che la lotta alla mafia possa sostituire un “piano”, una “strategia” per il Sud, è come pensare che per governare bene una azienda, prendiamo la Fiat, bisogna mettere i metal detector all’uscita. la lotta alla mafia è stata una specia di scusa, per la politica. Una scusa per ignorare il Sud. e spesso ha prodotto danni, invece che sollievo, ha bloccato lo sviluppo, ha creato nuove ingiustizie.




http://ildubbio.news/ildubbio/2018/08/03/sud-mandato-alla-deriva/


giovedì 26 luglio 2018

Jiddu Krishnamurti e il "decondizionamento"



Credo che la figura del filosofo di origine indiana JiDDU KRISHNAMURTI (1895/1986) sia molto importante per la psicologia olistica e per alcune concezioni di comunismo zen. Un magistero dialettico che parte dal rifiuto di “maestri guida”, la totale avversione per “guru” e “santoni”, perché uno dei principi ispiratori dell’olismo è l’autoterapia che si genera dall’autodeterminazione, paradossalmente inizio e fine del processo psicologico che, insiste Jiddu, da individuale si fa collettivo e viceversa. J.K. respirò in pieno il movimento del ’68 (in quell’anno aveva gia’ 73 anni) fu alfiere di un pacifismo antimperialistico e si confronto’, implicitamente ed esplicitamente, con le elaborazioni marxiste, naturalmente con tesi da confutare. 
Seppure da campi diversi ma affini, Krishnamurti va associato ad Abraham Maslow (psicologia umanistica), Carl Rogers (psicologia non-direttiva centrata ”sulla persona”) e ad altri autori che rendono centrale, dunque possibile, il decondizionamento. 
Leggete la voce su wiki e confutate 
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Jiddu_Krishnamurti


nelle foto, il giovane e maturo J.K. e un ritratto di Waldorf Watch