le lenti di Gramsci

sabato 23 giugno 2018

BREVI DELUCIDAZIONI PEDAGOGICHE SU ALCUNE CATEGORIE GRAMSCIANE


- Gramsci e la filosofia della prassi: un’espressione che il filosofo usa, nelle ristrette condizioni carcerarie in cui cerca di utilizzare espressioni non direttamente riconoscibili, per indicare il marxismo come interpretazione e trasformazione del mondo e la concezione materialistica della storia.La sola teoria è necessaria ma non sufficiente: il mondo va trasformato nella pratica, nell’azione rivoluzionaria e nella lotta di classe.
- Il ruolo della cultura è sovrastrutturale, ma influenza la struttura (la base economica e i rapporti di produzione da cui discendono i rapporti sociali, secondo Marx) in modo determinante quando diventa cultura dei popoli e cultura nazional-popolare. Esse subiscono l’influenza delle classi dominanti che detengono il potere e dunque la rivoluzione culturale si ha con la liberazione dal folclore e dal senso comune
- Il folclore discende da una visione magico-ingenua del mondo, ma è il punto di partenza della cultura popolare che segna simboli ed identità; il senso comune è lo strumento attraverso il quale le classi dominanti esercitano la loro egemonia sulle classi subalterne. Sia i mezzi di informazione sia i “grandi intellettuali”, la scuola e le istituzioni-istituti sovrastrutturali, veicolano l’opinione, in particolare politica e morale e, intrecciandosi con le credenze tipiche del folclore, formano il senso comune. Anche da questo bisogna partire per rivoluzionare il sistema dei falsi valori, merce e denaro e mercificazione dei rapporti umani, per progettare la società autoregolata.

PEDAGOGIA E ANTIPEDAGOGIA


L’antipedagogia, sull’onda delle tesi sulla descolarizzazione di Ivan Illich, venne considerata negli anni 70 la più aspra critica al conformismo pedagogico funzionale alla scuola come “apparato ideologico” (vedi tesi ed elaborazioni in Italia di De Bartolomeis, i bellissimi lavori di Angelo Broccoli come “Antonio Gramsci e l’educazione come egemonia” del 1972, l’educazione come alienazione negli studi di Manacorda sul Marx pedagogo, solo per fare qualche esempio). Oggi, al contrario, l’antipedagogia è funzionale al sistema. Per antipedagogia, infatti, deve intendersi tutta quella metodica formalistica tendente alla riduzione della cultura e dell’istruzione a merce, e la trasformazione genetica della didattica dei contenuti in didattica delle competenze. (fe.d.)

I COMPITI
Sulla questione dei “compiti a casa” e dei “compiti per le vacanze”, puntualmente si sollevano nel nostro paese polemiche in cui naturalmente non c’è minima traccia di metodologie pedagogiche o solo meramente istruttive, ne’ comparazione scientifica con i sistemi scolastici di altri paesi. 

Ora io proporrò ai miei allievi, per la stagione estiva, una serie di letture spero corroboranti e utili. Il tempo di lettura deve essere sottratto, coscientemente, alla futilità di molte azioni pseudo/comunicative al cell.; il cervello non va mai all’ammasso o in ferie. Spero non si risentiranno molti soloni dell’antipedagogia modernista e fintamente progressisti che si annidano, copiosi, nelle stanze del MIUR a dettare la linea agli insegnanti, forti dei loro lauti stipendi mai guadagnati sul campo. 
Seguite dunque SCHOLA DUBLATINA ogni giorno, e non per dovere, per piacere. [prof. fe.d.]


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PER UN'ECOLOGIA DELLA MENTE/ - CATARTICO


la rabbia e il rancore sono due sentimenti negativi di cui bisogna imparare ad autoliberarsi. Osservando la natura. La contemplazione, infatti, è un lenimento dell’anima. (fe.d.)




domenica 17 giugno 2018

COMPITI DEI COMUNISTI OGGI


PROMUOVERE l’opposizione sociale di massa sulle contraddizioni di sistema
RICOSTRUIRE la sinistra di classe nel nostro paese per l’unita’ popolare
RESPIRARE il proprio tempo storico con l’AZIONE.
Ecco il compito dei comunisti di oggi.
Ferdinando Dubla - - MARX XXI, Taranto


mercoledì 13 giugno 2018

UN’ALTRA OPPOSIZIONE È POSSIBILE


Sinistra e comunisti, dunque la sinistra di classe, non possono identificare la propria con l’altrui opposizione. C’è bisogno di un’opposizione sociale di massa e la ricostruzione di una sinistra di classe è possibile da essa e funzionale ad essa. Bisogna sempre più rivendicare i valori costituzionali: la sovranità popolare si sostanzia di eguaglianza, lavoro e libertà, laicità, diritto alla salute, all’istruzione, cultura e conoscenza, dignità della persona e diritti civili, sociali e politici e contro ogni logica securitaria e giustizialista. È su questo che va costruita l’opposizione alle contraddizioni che inevitabilmente il governo legastellato aprirà sul terreno politico e sociale. (fe.d.)

Populismo e trasformismo, la lezione di Gramsci




Che c’entra Gramsci con il nuovo governo della destra e dei populisti? Chi voglia provare a capire i caratteri della nostra (eterna) crisi non può fare a meno delle sue analisi. Che come quelle di ogni classico mantengono intatta nel tempo la loro attualità.

In una nota del «Quaderno 6» scrive proprio del “populismo”: esso è una forma di neutralizzazione del protagonismo delle masse; di fronte alla loro domanda di diritti e di potere le classi dominanti «reagiscono con questi movimenti ‘verso il popolo’». Il “pensiero borghese”, aggiunge Gramsci, «non vuole perdere la sua egemonia sulle classi popolari e, per esercitare meglio questa egemonia, accoglie una parte dell’ideologia proletaria».

La parola chiave è “egemonia”. Il “populismo” è insomma il travestimento della destra che si fa sinistra, per conservare il potere economico, politico e culturale accoglie “parte” delle istanze di sinistra: il lavoro, le tasse, le domande securitarie, le identità corporative o di campanile, fino a certo deteriore “nazionalismo popolare” del ‘sangue e suolo’.

In una nota del 1930 Gramsci aveva indagato il fenomeno dall’altro verso: non dell’andare al popolo dei potenti, ma della ripulsa della politica da parte del popolo. Popolo che prova «avversione verso la burocrazia» o «odia il funzionario», antipolitica diremmo oggi, ma che pure non riesce a darsi una strategia autonoma di alternativa. Si tratta, nota acutamente Gramsci, di «odio ‘generico’ ancora di tipo ‘semifeudale’, non moderno, e non può essere portato come documento di coscienza di classe».

Due elementi: è una politica immatura quella del populismo, regressiva; d’altro canto non è possibile populismo ‘di sinistra’ (osservazione non scontata, non mancano oggi infatti tentativi di declinazione progressiva del populismo, direi da Laclau a Mélenchon). Occorre invece una critica moderna dello stato di cose esistente. Che solo la politica può dare. Contro populismo e antipolitica occorre non farsi corrivi con lo spirito dei tempi, non porsi “sulla difensiva” rispetto al piano egemonico dell’avversario. E invece la sinistra italiana, già agli occhi di Gramsci, scontava proprio un difetto politico, di «scarsa efficienza dei partiti», ridotti a «bande zingaresche» o al «nomadismo politico». L’eterno trasformismo della politica nazionale.

Questa doppia debolezza strutturale della destra di governo e della sinistra di alternativa è la ragione profonda ed esaustiva non solo della fragilità storica della nostra democrazia, ma dell’intero nostro tessuto civile, se è vero che in Italia non è «mai esistito un ‘dominio della legge’, ma solo una politica di arbitrii e di cricca personale e di gruppo».

Si pensi proprio alla nascita del governo Conte. Sul manifesto Gaetano Azzariti ha parlato di «gestione del tutto privata della crisi», con «il programma di governo trasformato in un contratto tra due signori stipulato davanti a un notaio, le cui obbligazioni sono assolte da un loro fiduciario». Populismo e privatismo possono ben andare insieme. Come per altro avevamo imparato già da Berlusconi.

L’alternativa a tutto ciò deve essere chiara e netta: tornare alla politica, al «dominio della legge», dell’interesse generale. Perché se certo la colpa dell’antipolitica è della politica, pure l’antidoto all’antipolitica può essere solo di nuovo la politica. Combattere il populismo si deve rivendicando la nobiltà della politica. E praticandola. Rischiando anche l’impopolarità dell’antipopulismo (tanto più che il risultato straordinario del referendum del dicembre 2016 prova che nei momenti topici il popolo italiano mostra discernimento e intelligenza politica).

Ancora Gramsci ricorda che il fenomeno dell’“apoliticismo” si spiega col fatto che i partiti in Italia «nacquero tutti sul terreno elettorale», risultato di «un insieme di galoppini e maneggioni elettorali, un’accolita di piccoli intellettuali di provincia», senza visione, senza strategia, senza senso della politica.

Queste dunque le priorità della possibile e necessaria alternativa al populismo: organizzazione delle masse popolari, autonomia culturale e politica, un partito della sinistra in grado di corrispondere al dettato dell’articolo 49 della Costituzione: «Concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Avendone un’idea possibilmente: di interesse nazionale, di politica, di democrazia.

da Il Manifesto, 12 giugno 2018


domenica 10 giugno 2018

I triangoli del SE'


3triangoli3 -- triangolo dell'identità o della relazione, triangolo dell'autostima, triangolo della frustrazione
- - La valutazione degli altri non mi serve da guida
(Carl Ramson Rogers)
- - eppure non esiste identità senza relazione, autostima senza riconoscimento, frustrazione senza aspettativa
(Dublicius. counselor)

per Rogers la pura identità è possibile raggiungerla senza il condizionamento, e questo renderebbe più forte la propria energia interiore; ma l’identità non si costruisce senza relazione, dunque la valutazione endogena influisce sulla valutazione interna. Per la psicologia umanistica non-direttiva, così come anche per l’approccio olistico, la relazione d’aiuto non è valutativa.