le lenti di Gramsci

sabato 21 settembre 2019

NAZIEQUIPARAZIONI


Le colonne dell’anticomunismo sono da sempre l’ignoranza e la malafede, oltre naturalmente gli interessi di classe. 
METTIAMO FUORI LEGGE IL CAPITALISMO / 
- questi sono i “democratici”, alleati della destra reazionaria quando c’è da gareggiare in ignoranza e malafede storico-politica (e filosofica), quando gratti il liberale trovi la dittatura di un solo pensiero, di un solo sistema: quello capitalista. E gli stupidi servi che fanno da sponda a vergognose equiparazioni. Ma l’avvenire non è vostro.

Nel nome dei martiri ed eroi comunisti morti per un grande e straordinario ideale, vittime dei boia e carnefici nazifascisti e dei loro complici, ancora oggi e per sempre sosterremo il socialismo della libertà. (fe.d.)

-In Europa il PD, la LEGA, FORZA ITALIA e FRATELLI D'ITALIA votano IN BLOCCO la risoluzione anticomunista. Nella giornata di ieri, 19 settembre 2019, il Parlamento Europeo con 535 voti a favore, 66 contrari e 52 astenuti ha approvato la mozione di condanna dell'uso dei simboli del comunismo, chiedendo la rimozione dei monumenti che celebrano la liberazione avvenuta grazie all’Armata Rossa. La mozione equipara il comunismo al nazifascismo. Riportiamo i nomi dei parlamentari che hanno votato questa infame mozione, tra i quali tutti i parlamentari del PD (oltre ovviamente alle destre sovraniste). Socialisti & Democratici: Bartolo (PD), Benifei (PD), Bonafè (PD), Calenda (PD), Chinnici (PD), Cozzolino (PD), Danti (PD), De Castro (PD), Ferrandino (PD), Gualmini (PD), Moretti (PD), Picierno (PD), Pisapia (PD), Tinagli (PD). ID: Adinolfi Matteo (Lega), Baldassarre (Lega), Bardella (Lega), Basso (Lega), Bizzotto (Lega), Bonfrisco (Lega), Borchia (Lega), Bruna (Lega), Camponemosi (Lega), Caroppo (Lega), Casanova (Lega), Conte (Lega), Da Re (Lega), Donato (Lega), Dreosto (Lega), Grant (Lega), Lancini (Lega), Lizzi (Lega), Panza (Lega), Regimenti (Lega), Rinaldi (Lega), Sardone (Lega), Tardino (Lega), Tovaglieri (Lega), Vuolo (Lega), Zambelli (Lega). PPE: Berlusconi (FI), Dorfmann (SV), Martusciello (FI), Milazzo (FI), Salini (FI), Tajani (FI) ECR: Fidanza (FdI), Fiocchi (FdI), Fitto (FdI), Stancanelli (FdI) Il fatto è gravissimo in sé, denota una abissale ignoranza storica di gran parte della classe politica europea.

Dovrebbe inoltre far riflettere come continua nei fatti il TRADIMENTO storico da parte di quella forza politica che ha ereditato le strutture organizzative e sociali del Partito Comunista Italiano, ovvero il Partito Democratico.
[PCI, social]

- L’equiparazione di Sachsenhausen

in questo campo di concentramento vicino Berlino, trovarono la morte circa 100.000 internati, e, oltre ebrei ed omosessuali, la maggior parte di loro erano soldati ed ufficiali sovietici comunisti catturati e sterminati a suon di musica e con un colpo alla nuca inferto da una fessura del muro a cui erano addossati. Nel cortile della prigione, invece, isolato dal resto del lager, avevano luogo le esecuzioni per impiccagione. Molti morirono di stenti, di fame, di dissenteria e di polmonite o con un colpo di fucile sul cranio da parte dei kapo’ mentre lavoravano per le SS. La fuliggine dei corpi bruciati nel crematorio, insufficiente, avvolgeva tutto il campo, tanto che nel 1942 di forni ne venne costruito uno ex novo.
Il campo fu liberato tra il 22 e il 23 aprile del 1945 dai reparti avanzati delle gloriose ed eroiche truppe comuniste sovietiche dell’Armata Rossa. Al suo interno rimanevano ancora circa 3.000 persone ormai in fin di vita poiché la maggior parte degli internati era stata trasferita dalle SS con le famigerate marce della morte in campi più occidentali.
- Chi equipara nazifascismo e comunismo è complice del nazifascismo:
”Collocare sul medesimo piano il comunismo russo e il nazifascismo in quanto entrambi sarebbero totalitari, nel migliore dei casi è superficialità, nel peggiore è fascismo. Chi insiste su questa equiparazione può ben ritenersi un democratico, in verità e nel fondo del cuore è in realtà già fascista, e di certo solo in modo apparente e insincero combatterà il fascismo, mentre riserverà tutto il suo odio al comunismo." Thomas Mann
a cura di Ferdinando Dubla, direttore Lavoro Politico 


giovedì 19 settembre 2019

BIO-BIOGRAFIE GRAMSCIANE


La biografia su Gramsci su cui si è formata un’intera generazione di studiosi del pensatore sardo, è sicuramente quella di Giuseppe Fiori, la cui prima edizione per Laterza è del 1966. Era il libro iniziale consigliato ai militanti del PCI per fare una prima conoscenza con chi veniva considerato da tutti il padre nobile dei comunisti italiani. Ma anche una biografia è interpretazione storiografica: come quelle di Tamburrano, che era stata pubblicata nel 1963 per i tipi di una casa editrice a me molto cara, Lacaita di Manduria (che nel 1986 dette alle stampe il mio “Gramsci e la fabbrica”, con prefazione di Carmelo D’Amato) di sapore liberalsocialista, con cui quella di Fiori interloquiva (e polemizzava) e di Giuseppe Vacca (1991), che all’epoca era la biografia “togliattianamente corretta“ di un autore che nella direzione del glorioso Istituto Gramsci, ha portato i suoi mutevoli convincimenti politici riformisti e revisionistici. Poi, ma molti anni dopo, nel 2005, quella, mirabile, di Antonio Santucci per Sellerio, destinata a influenzare, come già quella di Fiori per la generazione precedente, nuovi giovani studiosi del filosofo marxista.
Le biografie di Angelo D’Orsi del 2017, è nuova per lettori vecchi e nuovi, ortodossi, critici e revisionisti, ha il merito di riportare Gramsci alla dimensione sua propria, pensatore e politico comunista (affatto scontato); ora quella di Gianni Fresu, studioso della dimensione filosofica di uno straordinario autore del XX secolo, su cui torneremo. (~ fe.d.)




martedì 17 settembre 2019

L’IMPORTANZA dei NUMERI PRIMI


Gramsci accresce il suo prestigio internazionale e la sua opera si universalizza parlando al mondo delle contraddizioni imperialistiche e capitaliste, in oriente e occidente, ma soprattutto nel sud del pensiero meridiano. Qui in Italia, la grande eredità di questo filosofo marxista e politico comunista, deve legarsi maggiormente proprio al rilancio della cultura meridionalista. (~ Ferdinando Dubla)


lunedì 9 settembre 2019

METAFISICA delle PAROLE


Così come per sovranismo, ora per il governo cosiddetto giallo-rosso. La metafisica delle parole al servizio della destra politica. Veicolata dai media, tenta di influenzare il senso comune per una battaglia egemonica. Di rosso questo governo non ha nulla, nulla di sovranista la destra che gli si oppone. Governo di necessità che incontra l'opportunismo, è una mistura di qualunquismo propagandistico sempre meno con effetti populisti, e di liberismo "centrista" guidato da oligarchie (con tanti epigoni  e prassi di cultura e ascendenze democristiane). Per fermare l'egemonia della destra, solo la costruzione di una forte sinistra di classe con dentro i comunisti non testimoniali e reliquiari, può essere un argine controffensivo. Con un'opposizione che riparta dalla società e diventa politica perchè necessaria.  (fe.d.)

LE MANI NELLE TASCHE, I PUGNI IN TASCA:
come lo Stato del capitale mette le mani sul capitale e mistifica la vera sinistra, quella marxista.//
- la società capitalista, la più totalitaria perché basata sulle merci-denaro-profitto-, incompatibile con la democrazia, vuole il controllo occhiuto sul reddito-salario-risparmio-consumo, e non può ammettere l’autodeterminazione della forza-lavoro e del capitale variabile. Il bello è che la mistificazione ideologica, nel senso critico che Marx dava a questo termine, arriva al punto da considerare l’”evasometro”, in vigore dal 1 settembre u.s., come una misura di sinistra. L’egemonia delle banche, gli istituti di intermediazione parassitaria D/D+1 (denaro-accumulazione di denaro tramite denaro-prestito speculativo-usuraio) e dell’Agenzia delle entrate per conto dello Stato al servizio del capitale privato (molto più cospicuo del debito pubblico), considerata di ”sinistra”!! A tal punto è arrivata la manipolazione e intossicazione del senso comune: che grida a squarciagola le ragioni di una sconfitta storica, che spetta alla sinistra di classe tesaurizzare per ripartire con una speranza rivoluzionaria. ~fe.d.



venerdì 6 settembre 2019

La democrazia senza più rappresentanza non è democrazia


La riduzione del numero dei parlamentari, senza il contemporaneo allargamento della rappresentanza tramite un sistema elettorale di proporzionale puro, mette a serio rischio una già fragile e minata democrazia costituzionale repubblicana, a favore di un sistema oligarchico di autoritari interessi di classe. (fe.d.)

- L’articolo è di Massimo Villone /

In una lettera al direttore del Corriere della sera (del 4 settembre) Romano Prodi si lancia in un endorsement senza se e senza ma del maggioritario, in specie se ispirato al doppio turno come in Francia, o all’uninominale di collegio come in Gran Bretagna. Sullo stesso giornale D’Alema suggerisce cautela nella corsa verso un sistema proporzionale, essendo preferibile un maggioritario che favorisca un ritorno al bipolarismo. Su Italiaoggi (5 settembre) Claudio Velardi concorda con Prodi e con D’Alema. Decisamente, un déjà vu.
La riforma della legge elettorale è in agenda insieme al taglio dei parlamentari, giunto all’ultimo giro di boa, e posto da M5Stelle come priorità. Se il taglio si facesse a legge elettorale invariata, la distorsione della rappresentatività delle assemblee sarebbe fortissima e incostituzionale.
Ad esempio, nelle regioni minori solo i primi due partiti otterrebbero seggi in Senato. Un ritorno al proporzionale appare a molti una condizione necessaria. Se ne avverte una eco nel programma di governo (al punto 10), laddove si parla di avviare un percorso di riforma della legge elettorale, assicurando il «pluralismo politico e territoriale». Ma non c’è un esplicito richiamo al proporzionale, e forse qui le opinioni citate hanno giocato un ruolo.
Nemmeno sfugge che oggi qualsiasi impianto maggioritario darebbe al centrodestra un vantaggio incolmabile.
La crisi di agosto ha visto tra le ragioni di fondo la valutazione che il momento fosse favorevole per assaltare Palazzo Chigi.
In questa prospettiva Matteo Salvini ha corso un azzardo, ha scommesso, e ha perduto.
A tutto questo i sostenitori del maggioritario rispondono che bisogna ripristinare il bipolarismo. È ovvio che in un sistema tripolare o multipolare un maggioritario che garantisca il totem della stabilità e della governabilità è fatalmente troppo distorsivo della rappresentatività, e probabilmente incostituzionale.
Per Prodi ciò non rileva, perché «una legge elettorale non è fatta per fotografare il Paese, ma per dargli una maggioranza di governo possibilmente stabile». Non potremmo dissentire di più. Una assemblea elettiva assolve la sua funzione solo se è ampiamente rappresentativa. Diversamente, è una inutile superfetazione istituzionale.
Chi vuole il maggioritario o ritiene irrilevante qualsiasi misura di distorsione della rappresentatività, o pensa a una strategia di alleanze che portando a una competizione tra due coalizioni riduca al minimo la correzione maggioritaria che garantisce la vittoria. A sinistra o nel centrosinistra si pensa a una alleanza pre-elettorale tra Pd e M5Stelle, e forse ancora altri. Ma è una prospettiva plausibile?
Trovare una compatibilità su temi quali le trivelle, la scuola, i beni culturali, il lavoro o persino le grandi opere può essere alla fine non facile, ma possibile.
Ma che dire del diverso modo di concepire la democrazia? Vincolo di mandato, eletti-portavoce, referendum propositivo, taglio dei parlamentari, votazioni su Rousseau segnano un depotenziamento della democrazia rappresentativa che fa allo stato parte del dna del Movimento, e trova qualche eco anche nel programma di governo.
Una strategia duratura di solide alleanze può bene trovare qui ostacoli difficilmente superabili.
Ma poi, siamo sicuri che le chiavi di lettura di un tempo siano ancora valide? In Francia, il doppio turno ha dato a Macron una maggioranza, ma non ha impedito – anzi, indebolendo la rappresentatività del parlamento ha probabilmente concorso a determinare – la rivolta dei gilet gialli.
In Gran Bretagna, emblema della stabilità e della governabilità assicurata dal maggioritario, Boris Johnson ha preso ceffoni dai Commons, e altri probabilmente ne avrà. La stessa unità del regno scricchiola pericolosamente.
Sono prove che maggioranze farlocche create con artifici elettorali non chiudono le faglie politiche, economiche e sociali, e che il fulcro della democrazia è in un parlamento che dia pienamente voce al paese, e non nei palazzi del governo.
Prodi chiede che si prendano «le decisioni necessarie a far sì che l’Italia possa riprendere il suo ruolo in Europa e nel mondo». Dubitiamo assai che abbiamo perso quel ruolo a causa di una legge elettorale non abbastanza maggioritaria, e che basti correggere l’errore per riguadagnarlo.

pubblicato su Il Manifesto del 6 settembre 2019 
con il titolo "Le maggioranze farlocche di Romano Prodi"



martedì 3 settembre 2019

Lo Scotellaro di Carlo Levi: la civiltà contadina meridionale che per la poesia non muore


L'edizione delle opere complete di Rocco Scotellaro, curate da Franco Vitelli, Giulia Dell'Aquila, Sebastiano Martelli, ed edite da Mondadori in quest'anno 2019, è l'occasione per rileggere la splendida prefazione di Carlo Levi all'edizione di "E' fatto giorno", la silloge di poesie dal 1940 al 1953 pubblicata nel 1954, sempre per Mondadori. - (fe.d.)



PREFAZIONE

La poesia di Rocco Scotellaro, che oggi soltanto, lui morto, qui appare nella sua commovente e originale bellezza, è legata alla sua vita, che essa racconta ed esprime; e non tanto alle vicende e agli avvenimenti, quanto alla qualità, alla condizione, allo sviluppo singolare ed esemplare di quella, che nei versi ha trovato, con la rara misura del genio, la sua forma più diretta. Poiché Rocco Scotellaro è una di quelle nature per cui l’espressione poetica (il linguaggio del verso, del ritmo, ecc.) è la prima forma d’espressione, la più vicina al sentimento e al moto profondo della vita, la più immediata. Verrà poi, costruita su quei ritmi e modi naturali dell’animo, su quel denso e già chiaro primo mondo poetico, la prosa, più complessa e adulta.

Ma questa forma immediata, intrisa di verità e del senso dell’esistenza, e così identica alla persona, non nasce come tale dapprincipio. È essa stessa una conquista, una scoperta, ogni giorno, ogni volta, preziosa e difficile. Rocco Scotellaro deve farsi da sé, deve inventare sé stesso, e la forma del proprio mondo poetico; non ha radici colte, se non quelle dell’antichissima e ineffabile cultura contadina. Perciò, finché egli è ancora adolescente, nelle poesie precedenti, all’incirca, al 1946, finché i suoi sentimenti sono ancora vaghi, generici, simbolici (il bivio, la strada, l’amore sognato, ecc.) non può ancora esistere una forma se non presa a prestito, se non letteraria. E tuttavia, sotto le derivazioni evidenti, già si sente la potenza di una personalità per la quale quei modi letterari non sono che abiti provvisori.

Gli anni ’46-’47 segnano la sua maturazione, in senso umano e in senso poetico. Rocco è ancora un ragazzo, ma è finita in lui, e nel mondo della sua vita, l’indeterminata adolescenza. È finita la guerra, il Mezzogiorno pare si sia destato da un lunghissimo sonno, è cominciato il moto contadino, che è l’affermazione dell’esistenza di un popolo intero. In questo popolo risvegliato per la prima volta, per la prima volta vivente e protagonista della propria storia (con quali difficoltà e delusioni, e scoraggiamenti e dolori) Rocco vive la propria giovane vita; ed è il fiore di quella terra solitaria, perché il suo sviluppo di uomo è tutt’uno con il nuovo germogliare di quel popolo contadino. Con la naturale, spontanea scelta da cui nascono i capi e gli eroi popolari, egli è riconosciuto dai suoi: il piccolo ragazzo dai capelli rossi, dal viso imberbe di bambino, è il primo sindaco di Tricarico, per volontà dei contadini. L’attività politica e amministrativa non è allora per lui un’esperienza esterna e pratica, ma un’esperienza, nel pieno senso della parola, poetica.

(Risale a quel tempo, al maggio del ’46, il nostro primo incontro, e la nostra amicizia, che a me fu, più di ogni altra, preziosa; e che forse contribuì, in qualche modo, alla sua presa di coscienza del mondo contadino di cui faceva parte, e al suo guardarlo per la prima volta con distacco e amore, al suo fame poesia, attraverso un linguaggio libero, personale, non letterario.)

Questa sua maturazione e liberazione nell’ azione (un ospedale, una strada, una occupazione di terre, una discussione sindacale, sono, in un mondo nuovo, profonde verità poetiche) creano il grande periodo della poesia di Rocco del ’47-’48, con le poesie contadine, le poesie di ispirazione politica e sociale, tutte bellissime; alcune di esse sono, a mio avviso, grandi poesie, eccezionali nella nostra letteratura [« Sempre nuova è l’alba», questa Marsigliese del movimento contadino, « Pozzanghera nera», « Il massaro » ecc.). Con queste poesie egli si afferma non soltanto come poeta, ma come l’esponente vero della nuova cultura contadina meridionale, la cui espressione e il cui valore primo non può essere che poetico. (Allo stesso modo con cui, ma su un piano razionale, storico e critico, un altro giovane, Piero Gobetti, lo era stato, nel primo dopoguerra, per il mondo operaio e intellettuale del Nord.)

Poi, dopo questo primo sbocciare di espressione compiuta, comincia per Rocco un’esperienza piu larga, e spesso angosciosa e difficile e dolorosa. È la vita, con i suoi complessi, i suoi problemi, le sue contraddizioni. È la lotta quotidiana nel piccolo paese, la caduta dei primi entusiasmi contadini, dopo la dura svolta del 1948; le donne, tutte, in un certo senso, straniere; il contatto con la città, difficilissimo; con un mondo già tutto fatto, incomprensibile, chiuso nella sua estranea molteplicità. Sono prove dure, culminate con un periodo di prigione, per ragioni politiche, nel 1950; e poi con le sue dimissioni da sindaco; e con la sua andata a Napoli, liberazione insieme ed esilio. È un periodo di lotta e di conoscenza, di assimilazione e di ritegno, di aperture e di rifiuti. È l’uscita da un nido tanto più materno quanto piu povero e desolato, il contatto con l’altro mondo. Questi anni di varie esperienze ci danno poesie, alcune bellissime, altre più direttamente legate alle oscillazioni sentimentali di questo processo di maturazione.

Ma Rocco, in questo processo, si apre sempre più a grandi interessi umani, impara sempre più a contemplare il mondo partecipando continuamente (con quale fatica tuttavia, e dolente entusiasmo) alla vita; e sente in sé la capacità e la necessità di una grande e lunga strada, di una alta traiettoria che lo riporterà al mondo contadino da cui è partito, con coscienza ormai piena. Sono gli anni 1952 e 1953: è, credo, il secondo grande periodo della sua poesia; dove il senso universale della vita riempie i suoi versi, arricchiti di amorosa intelligenza; dove pure, in quella pienezza, è il presentimento della morte, e la grandezza di un destino breve; fino alle ultime poesie, quelle dell’ultimo giorno [« O mio cuore antico, / topo solenne che non esci fuori » … … « Mamma, tu sola sei vera »];

Cosi, con questa altezza poetica raggiunta ed espressa, finisce la sua poesia e la sua vita, cosi breve per troppa intensità umana. Il cammino percorso da Rocco Scotellaro in cosi pochi anni, da un muto mondo nascente a una piena espressione universale, era quello di secoli e secoli di cultura: troppo rapido per il suo piccolo, fragile cuore contadino.

CARLO LEVI







venerdì 30 agosto 2019

UNA RIFLESSIONE A 360° SULLA SCUOLA ITALIANA


sulla scuola, bisogna ridare la parola agli operatori della scuola. Un esaustivo articolo di Lucio Garofalo, maestro, impegnato da anni sul fronte della pedagogia democratica e gramsciana e nell’impegno politico per la “riforma intellettuale e morale”. (fe.d.) 

Sta per avviarsi il nuovo anno scolastico e vorrei riassumere, in una sorta di "saggio manualistico" più o meno schematico, quelli che, dal punto di vista di un insegnante che vive il mondo della scuola, costituiscono i problemi più seri che assillano ed inficiano pesantemente la vita e il funzionamento della scuola italiana. Molto probabilmente, nel più distorto e contorto immaginario collettivo, la scuola è percepita e giudicata tramite una serie di banali e diffusi clichè, ossia in base a facili e comodi luoghi comuni, per cui urge provare a confutarli con argomentazioni il più possibile valide, razionali e persuasive.





Riforme e controriforme


Sui media si vocifera e si ciancia spesso degli "annosi problemi" che opprimono la scuola italiana, ma le autorità politico-istituzionali deputate a risolverli non mi pare che si prodighino in alcun modo a rispondere in modo incisivo, corretto e tempestivo. A livello politico, ogni tentativo di soluzione non può essere efficace se non è giusto e tempestivo: le ingiustizie finiscono per sortire effetti assai peggiori delle cause. Per la serie "quando il rimedio è più nocivo del male". In politica il presunto decisionismo ed efficientismo hanno bisogno di essere ben calibrati grazie a criteri di effettiva equità di tipo sociale, altrimenti rischiano di provocare conseguenze deleterie ed arrecare danni difficilmente riparabili, che inevitabilmente si sommano ai guai e ai problemi preesistenti. Negli ultimi 20/25 anni i numerosi ministri che si sono avvicendati a capo del dicastero della Pubblica Istruzione (poi si è deciso di derubricare l'aggettivo Pubblica), hanno provveduto solo a varare altrettante "riforme" per apporvi il proprio "sigillo" e lasciare un segno (infausto) nella storia. Insomma, la scuola è diventata una cavia istituzionale esposta ai continui e reiterati esperimenti di riforme, anzi di controriforme e "schiforme", applicate oltretutto male, se non addirittura peggio.


Fannulloni e supermanager


Restando nell'ambito delle "alte sfere" (non celesti, bensì istituzionali) si può anche rilevare come, a scadenze periodiche, si affaccino schiere di moralisti, predicatori e "sputasentenze" che, come Soloni saccenti e presuntuosi, sono pronti a crocifiggere i "lavativi" e "pelandroni" che imperverserebbero nella Scuola Pubblica italiana come, più in generale, nel comparto della Pubblica Amministrazione. È come se i "fannulloni" fossero la principale ragione dei "mali" che affliggono la scuola pubblica italiana. Ma lo "scarso rendimento" di alcuni insegnanti ha ben altre spiegazioni causali. E si presume forse che nelle scuole private si lavori senza sosta, senza sprecare tempo e soldi? Ecco le ragioni per cui i fondi e i finanziamenti statali, anziché destinarli alle scuole pubbliche, sono dirottati a vantaggio di quelle private, oppure parificate. Piuttosto "infingardi perditempo" sono stati vari ministri della Repubblica, che non hanno saputo, o forse voluto, fornire risposte adeguate ai problemi reali, mentre hanno gettato soltanto fumo nero negli occhi dell'opinione pubblica. Ricordo, ad esempio, Renato Brunetta, che appena si insediò al vertice del dicastero istituzionale di sua competenza, si attivò subito per promuovere una vasta, martellante campagna ideologica "anti-fannulloni". Cito giusto il caso più noto e più rilevante di tutti. Allora, si inizi a dare l’esempio "al vertice", a cominciare dai quadri dirigenti a capo delle istituzioni pubbliche o delle grandi imprese, che hanno mostrato di essere assolutamente inefficienti, oziosi ed improduttivi. Se non addirittura fallimentari. Penso, tanto per citare il primo esempio che mi viene in mente, a quei dirigenti pubblici che hanno affondato e rovinato l'Alitalia. Tali "supermanager", se non erro, ricevono lauti compensi annui che si aggirano attorno ai 500mila euro (!), vale a dire oltre 1300 euro al giorno. Sono cifre pari, se non superiori ad un salario mensile medio percepito da operai ed insegnanti qualsiasi. Lascio a voi giudicare i livelli di iniquità e di sperequazione socio-materiale di questa forbice tra i redditi più alti e quelli più bassi. È un divario destinato ad ampliarsi in misura ulteriore e progressiva. Com'è accaduto nel corso degli ultimi anni.


Dopo tali osservazioni preliminari, mi accingo ad esporre in dettaglio le singole questioni da me colte ed analizzate, su cui è indispensabile ragionare senza lenti deformanti o eventuali equivoci generati dai pregiudizi o stereotipi, senza sterili commenti da bar, o da social, che scaturiscono dai rozzi e più grossolani luoghi comuni che circolano nell'opinione pubblica a proposito del lavoro degli insegnanti e dei supposti "privilegi" di cui (si presume che) godrebbe la categoria.


I peggio pagati in Europa


Dopo le riflessioni fin qui svolte, occorre far ben presente come il personale docente, che in tanti si figurano come una massa di "nullafacenti" e di "privilegiati", non sia adeguatamente ed equamente retribuito e valorizzato. Intendo riferirmi non soltanto allo scarso rilievo ed al prestigio sociale e morale, che ormai la mentalità della gente comune riconosce alla professione docente, bensì soprattutto al temine "valore" inteso in un senso marxiano, vale a dire da un punto di vista squisitamente economico-materiale. Insomma, occorre mettere mano al budget ministeriale per incrementare in modo adeguato gli stipendi mensili concessi agli insegnanti italiani, che risultano i meno pagati in Europa. Si spieghi come un insegnante che oggi percepisce un salario medio che si aggiri attorno ai 1200 euro mensili, al netto delle imposte fiscali che lo Stato trattiene direttamente alla fonte stipendiale, possa concedersi il lusso di acquistare dei libri, o corsi di formazione professionale, nonché materiali didattici e sussidi tecnologici e multimediali, utili ed indispensabili ad un normale svolgimento del proprio lavoro, o al proprio aggiornamento professionale. Certo, si obietterà facilmente che il bonus docente di 500 euro all'anno, è stato introdotto per questa finalità. Ma è una misura tampone, che non può bastare a colmare, o sanare le difficoltà economiche in cui versano oggi molti insegnanti, alle prese con il menage familiare quotidiano. Ho menzionato un caso assai dozzinale, quanto emblematico, che tutti sono in grado di valutare mediante un calcolo matematico approssimativo, per comprendere il valore e le spese derivanti dallo studio e da un serio aggiornamento professionale come l'insegnamento. È un impegno non soltanto faticoso sotto il profilo mentale, ma oneroso sul piano economico. Per cui non è più alla portata della maggior parte degli insegnanti italiani. I quali, ripeto, rappresentano i peggio pagati in Europa.


Progettifici scolastici


Altro problema serio, avvertito dal corpo docente, è quello delle cosiddette "attività aggiuntive" a carattere non obbligatorio, ossia gli impegni progettuali extra-curricolari, come i PON e POR finanziati con fondi europei, nazionali e/o regionali. Nel delicato settore dell'istruzione i criteri di quantità e di qualità sono difficilmente compatibili tra loro, nel senso che l'una voce esclude l'altra. Per cui le singole istituzioni scolastiche si vanno trasformando in veri e propri "progettifici scolastici", con gravi, negative ed inevitabili ripercussioni sulla qualità della didattica, sul successo della formazione e sul valore educativo delle giovani generazioni. Personalmente, sono contro i "progettifici", non per rivendicazioni ideologiche astratte, bensì per ragioni assai concrete correlate alla mia esperienza diretta. Nulla mi impedirebbe di essere a favore dei progetti di qualità, purché siano realizzati seriamente; tuttavia, nel contempo sono cosciente che i casi davvero virtuosi sono eccezioni assai rare. I "progettifici scolastici" si caratterizzano in modo negativo per vari motivi, anzitutto per la scarsa intelligenza creativa e trasparenza non solo procedurale, per un livello di grave inadeguatezza degli interventi attuati, per un'esigua rispondenza alle reali esigenze psicologiche, emotive, formative, culturali e sociali degli studenti, mentre obbediscono a logiche meramente affaristiche, utilitariste ed aziendalistiche. Per non parlare anche dei frequenti strappi alle regole, delle reiterate violazioni di norme e dei diritti sanciti dalla legge, delle pesanti scorrettezze ed abusi commessi all'interno delle singole scuole, derivanti da invidie o rivalità individualiste, o altre meschinità e grettezze di origine piccolo-borghese.


Trasparenza e democrazia collegiale


Veniamo ad una questione essenziale, che investe la scarsa trasparenza nella gestione politico-amministrativa ed economico-finanziaria dei fondi distribuiti alle scuole e al tema della democrazia collegiale che versa in condizioni estremamente fragili, critiche e decadenti. Dall'emanazione, nel 1974, dei Decreti Delegati che istituirono forme e strumenti di democrazia collegiale nella scuola italiana, la partecipazione alla vita, al funzionamento e all'organizzazione degli organi collegiali si è progressivamente ridimensionata, fino ad un deterioramento che ha svuotato tali canali e strumenti preziosi di democrazia diretta e partecipativa soltanto sulla carta. Oramai il potere decisionale detenuto all'interno degli organi collegiali (Consiglio di Istituto, Collegio dei docenti, Consiglio di classe, interclasse e/o di intersezione) esclude sempre più la maggior parte delle famiglie, degli studenti, del personale docente e non docente, da una prassi effettiva. Infatti, l'esercizio del potere politico-decisionale nelle singole scuole è oggi riservato ad una cerchia oligarchica assai ristretta formata dal Dirigente e dai suoi più stretti e fidati collaboratori. Basta esaminare il caso emblematico di un organo collegiale come il Collegio dei docenti. Un tempo, il Collegio dei docenti era la sede deputata a discutere e decidere degli argomenti più elevati, delle tematiche psico-pedagogiche e didattiche, per cui gli insegnanti, specie i più motivati, preparati e coscienti, avevano il modo di confrontarsi e di maturare sotto il profilo intellettuale e professionale. Oggi i Collegi dei docenti sono ridotti a centri di ratifica formale delle decisioni assunte dai Dirigenti scolastici e dai loro collaboratori. Tale avallo avviene, in genere, con modalità procedurali acritiche ed esautoranti, che negano ed umiliano la dignità e la sovranità dei Collegi stessi. In pratica, i Collegi dei docenti sono diventati il luogo più alienante e passivizzante in cui si dibatte di questioni di ordine squisitamente finanziario, ma senza la dovuta trasparenza informativa, senza fornire le informazioni relative ai vari budget effettivi di spesa delle scuole. In altri termini, i Collegi dei docenti oggi avallano senza nemmeno conoscere fino in fondo l'oggetto che viene sottoposto all'attenzione degli organi collegiali, vale a dire le somme ed i finanziamenti, in alcuni casi cospicui, che poi vengono distribuiti a beneficio di un'esigua minoranza di colleghi, che coincide con la cerchia formata dallo "staff dirigenziale".


Autonomia scolastica


Da oltre 20 anni la scuola pubblica italiana assiste ad un inarrestabile declino e indebolimento della democrazia collegiale partecipativa, della stessa democrazia sindacale e degli spazi di libertà e di legalità vigenti al suo interno. Tale processo di logoramento involutivo in un senso autoritario ed antidemocratico, è riconducibile ai colpi letali inferti nel corso degli ultimi lustri, direi senza "soluzione di continuità", dai governi che si sono succeduti in Italia, sia di centro-sinistra che di centro-destra: dalla "riforma Moratti" alla "Buona scuola" di Renzi e Giannini, con una sorta di escalation nefasta e devastante. Nel caso specifico, le principali responsabilità a livello politico-istituzionale, di tale decadimento, sono da ricercare in alcuni passaggi storico-legislativi: in primis, l'istituzione della cd. "autonomia scolastica" in seguito l'applicazione della legge n. 53/2003, meglio nota come "riforma Moratti", poi della "riforma Gelmini" fino alla legge 107 del 2015, meglio nota come "Buona scuola". Negli ultimi 20 anni è stato possibile toccare con mano le pesanti ripercussioni derivanti dall'avvento della succitata "autonomia" e dall'applicazione di quelle "riforme", che non hanno sortito esiti apprezzabili in termini di apertura virtuosa delle scuole alle reali esigenze del territorio. La mera formulazione a livello giuridico di una fantomatica "autonomia", non ha stimolato le singole scuole ad esercitare un ruolo incisivo e trainante, di intervento critico-costruttivo e di promozione culturale rispetto al contesto politico ed economico-sociale di riferimento. Anzi, in molti casi, le istituzioni scolastiche ribattezzate come "autonome", hanno assunto una posizione subalterna ai centri di potere vigenti nelle realtà locali, anzitutto alle Pubbliche Amministrazioni, che si sono rivelate inette o restie a supportare finanziariamente un arricchimento della qualità dell'offerta formativa delle scuole. A tutto ciò si aggiunga un progressivo imbarbarimento dei rapporti interpersonali, sindacali e politici tra i lavoratori della scuola, diventata il teatrino di sempre più estese e laceranti conflittualità interpersonali. Questi processi disgreganti sono la conseguenza prodotta proprio dalla tanto osannata "autonomia", nella misura in cui un simile provvedimento normativo non ha generato un assetto organizzativo stabile, equo, efficiente, ma in molti casi ha generato soprattutto contrasti, confusione, assenza di certezze, violazione di norme e diritti, a livello anzitutto sindacale e collegiale, favorendo ed incentivando atti e comportamenti furbeschi ed arroganti, esasperando un clima di arrivismo ed accesa competizione per fini prettamente venali ed egoistici perseguiti da parte di minoranze.


Lucio Garofalo