le lenti di Gramsci

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lunedì 6 dicembre 2021

STUDI SUBALTERNI IN ITALIA


 Inserire l'opera di Ernesto de Martino, accanto alla riflessione di Gramsci, negli studi subalterni internazionali, è compito attuale di un collettivo di ricerca Subaltern studies Italia

 

stralci dall'intervista di Alessandro Testa, per Cumpanis, a Ferdinando Dubla, promotore dei Subaltern studies Italia

 

·         Al di là dello stereotipo che vede De Martino come il classico intellettuale meridionalista che per un tratto ha condiviso il percorso del PCI, cosa puoi dirci della reale profondità del suo pensiero?

 

Ernesto de Martino è stato uno degli intellettuali più importanti del XX secolo e la sua conoscenza si svilupperà ancor più nel tempo, credo e spero. E' stato certamente l'etnologo che ha posto le basi di un umanesimo antropologico di derivazione storicista, ma in interlocuzione permanente con gli studi culturali in ambito internazionale, per cui ha una statura filosofica che supera di gran lunga i vari stereotipi che hanno attraversato la ricezione dei suoi lavori: storicista crociano, ma per niente ortodosso e critico dialettico dell'idealismo storicistico; meridionalista e autore di una "trilogia" e impegnato politicamente prima nel PSI, per la frequentazione del gruppo socialista di Villa Laterza a Bari, e poi nel Partito Comunista, influenzato dagli scritti di Gramsci; infine, dopo le sue ricerche sul campo, in Basilicata e nel Salento, scrittore "fur ewig" di appunti che "superano" l'impostazione marxista che si sarebbero concretizzati nell'opera postuma, curata da Angelo Brelich e Clara Gallini, "La fine del mondo - Contributo all'analisi delle apocalissi culturali", pubblicata nella prima edizione con Einaudi nel 1977. E purtroppo, gli studi accademici tendono oggi per lo più a sottolineare la "discontinuità" delle varie fasi della biografia demartiniana, piuttosto che a sottolineare gli aspetti unitari di fondo della sua intera riflessione vivificata dall'inchiesta sul campo.


In realtà, io credo che de Martino abbia un aspetto prevalente e un filo unitario che lo attraversa in tutte le varie fasi del suo lavoro, che può essere connotato complessivamente come di antropologia filosofica: l'analisi dei gruppi subalterni e della loro cultura, l'irruzione, come egli la chiama, nella storia, dei ceti popolari, con le loro tradizioni, il modo di concepire la propria esistenza e quella degli altri, l'angoscia esistenziale e le materiali condizioni di vita, la ricerca dell'atavico e dell'ancestrale nel 'primitivo magico' dell'essere umano, sfruttato e alienato, dominato e reso muto ma capace di riscatto e di un percorso di liberazione di sè in quanto appartenente ad un collettivo in cui si rispecchia per il tramite della ritualità e in genere dei codici simbolici.

Per cui quelli di Gramsci e de Martino risultano essere sguardi 'complementari', un doppio sguardo che si unifica olisticamente e necessariamente per la pluridimensionalità dell'essere umano: necessario per il riscatto delle classi subalterne, l’uno attraverso la scienza politica e la filosofia della prassi, l’altro attraverso la ricerca sul campo e l’antropologia filosofica, l’uno e l’altro impegnati in uno sforzo di interpretazione, hanno sviluppato categorie ermeneutiche che attraversano l’essere umano in tutte le sue dimensioni, implicitamente alla ricerca di quell’”uomo onnilaterale” di Marx, in cui convivono razionalità e irrazionalità, sentimento e ragione, e si intrecciano natura, storia e cultura.

Non si tratta, a nostro avviso, di "accostare" le categorie di egemonia, senso comune o folklore con la crisi della presenza e l'ethos del trascendimento o la destorificazione del negativo, ma di leggerle in senso olistico, come "doppio sguardo" dell'unitarietà umanistica, storica ed esistenziale, che abbraccia la ricca molteplicità e la pluridimensionalità dell'essere, nella sfera materiale, relazionale, "spirituale", senza residui "misterici", se non l'occultamento tramite l'apparenza fenomenologica, segno dialettico strutturale e sovrastrutturale insieme della società alienata e mercificata de sistema capitalistico, inserito però in un più complessivo "paradigma di civiltà", segnatamente quello produttivistico e industrialista, che ha provocato una vera e propria 'mutazione antropologica' (categoria pasoliniana) in quanto sempre più distante dalle civiltà 'della terra'.

E' così che il "doppio sguardo" può cogliere quello del bracciante di Minervino (citato da de Martino) e, insieme, l'utopia millenaristica di Davide Lazzaretti (citato da Gramsci), cioè il sudore della zolla e il misticismo comunitario.

Il raffronto è diretto (esplicito) quando de Martino studia Gramsci sulle edizioni degli scritti del 1947, 1948 e del 1951, ma è indiretto (implicito) quando l'etnologo partenopeo riflette sui temi dell'antropologia legata alla sua ricerca sul campo e sull'antropologia filosofica che, in particolare negli ultimi anni, si rivolge più analiticamente alla cultura filosofica europea e internazionale.

Dunque, se il senso di appartenenza a un mondo storico è il tratto culturale dell’identità antropologica di un popolo, lo straniamento è alla radice dell’alienazione; per cui diventa centrale il rapporto, che è atavico e ancestrale insieme, con la terra e il proprio territorio. In chiave di attualizzazione, la relazione umana che presiede alla propria configurazione, passa da individuale a collettiva: e, per mezzo di essa, diventa possibile la trasformazione rivoluzionaria.

E', molecolarmente, la fase della genesi della coscienza di classe in Gramsci: qui però, la presa di coscienza avviene “per entro” l’altro sguardo possibile, quello che può anche produrre i fantasmi magici del senso comune veicolato dall'egemonia delle classi dominanti e i fenomeni di alienazione diventano tutti “spossesamento “ e altro-da-se’, proprio come accade oggi nei processi di omogeneizzazione culturale della società consumistica di massa.

L’ethos del trascendimento, che è sempre immanente in questi processi, vera chiave della filosofia demartiniana, diventa così la base dell’escatòn, del possibile riscatto. La ricerca dell’autodeterminazione sociale, politica, economica, etica della società "autoregolata" che Gramsci indica come fine strategico dell'ideale comunista, passa attraverso la ricerca della totale liberazione degli esseri umani, sottraendo l’angoscia alla dimensione psicopatologica e la disperazione alla condizione dei subalterni.

“Il mondo popolare subalterno costituisce, per la società borghese, un mondo di cose più che di persone”.

E. de Martino, “ Intorno a una storia del mondo popolare subalterno”, su Società nr.3/1949

Questo saggio è un vero e proprio manifesto per gli studi subalterni in Italia. In una delle nostre conversazioni con Cesare Luporini, nell'anno stesso della sua messa in quiescenza (1979), ebbe a dirci che la nota redazionale preposta all'articolo sulla rivista, che sottolineava la non identificazione con la "linea" della redazione, in realtà rivelava il timore che gli stessi temi analizzati dall'etnologo napoletano fossero confinati nell'irrazionalismo e dunque risultassero ostici per una loro immediata ricezione politica per il Partito Comunista.

In sintesi: l'ethos del trascendimento e la destorificazione del negativo nell’antropologia filosofica di de Martino, la formazione “molecolare” della coscienza di classe nella filosofia della prassi di Gramsci, entrambi accomunati da una concezione dialettica della storia, la mutazione antropologica di Pasolini per la critica a un paradigma di civiltà, quello del capitalismo come sistema di valori: è da qui che può partire un collettivo di ricerca per gli studi subalterni in Italia che, sulla scia dei Subaltern studies indiani di Ranajit Guha, con alcune suggestioni, criticabili ma di ricerca aperta, della critica postcoloniale (Spivak e Chakrabarty) e degli studi culturali (Stuart Hall), narrino la storia senza 'mediazione' dei gruppi subalterni per ogni Sud del mondo: se il meridionalismo è ancora latitudinario,
da Sud geografico il Sud postcoloniale è Sud politico, è Sud culturale, è il Sud ai margini della storia, è il Sud dei subalterni senza narrazione.

Inserire Gramsci e de Martino filologicamente negli studi subalterni internazionali, è compito attuale di un collettivo di ricerca Subaltern studies Italia, insieme alla riproposizione di straordinari strumenti analitici delle forme della modernità, come l'intellettuale collettivo gramsciano e il 'general intellect' di Marx.



venerdì 3 dicembre 2021

Subaltern Studies, Modernità e (post)colonialismo

 


recensioni a Subaltern Studies, Modernità e (post)colonialismo
di
Ranajit Guha, Gayatri Chakravorty Spivak
Introduzione di Edward W. Said
Presentazione e cura di Sandro Mezzadra
Edizioni Ombre Corte, 2002



In attesa che vi sia una ristampa o una riedizione di questo fondamentale testo per la conoscenza in Italia dei Subaltern studies, curato da Sandro Mezzadra e con la preziosa introduzione di Edward W. Said, oggi di difficile reperibilità, pubbichiamo le recensioni scritte nel periodo compreso tra il 2002 al 2005 da Toni Negri (4.) e Clelia Bartoli (3.).

Per la recensione 1. di Tonino Bucci si veda post del 3 novembre 2021 e 2. di Stefano Liberti si veda post del 19 novembre 2021 di Subaltern studies Italia

https://www.facebook.com/Subaltern-studies-Italia-102006355428935

 

Indice del volume

Presentazione
di Sandro Mezzadra

Introduzione
di Edward W. Said

Prefazione al primo volume dei Subaltern Studies
di Ranajit Guha

A proposito di alcuni aspetti della storiografia dell'India coloniale
di Ranajit Guha

La prosa della contro-insurrezione
di Ranajit Guha

Subaltern Studies: decostruire la storiografia
di Gayatri Chakravorty Spivak

 

recensioni

 

JURA GENTIUM - Centro di filosofia del diritto internazionale e della politica globale

2005

di CLELIA BARTOLI

I Subaltern Studies sono una corrente di studi prevalentemente storici, sorta in India esattamente vent'anni fa e che ha avuto una straordinaria diffusione in numerose parti del mondo. Grazie alla cura di Sandro Mezzadra, è ora possibile consultare in italiano alcuni dei saggi, ormai classici, prodotti da tale esperienza di ricerca.
Ma prima di addentrarci nella valutazione del volume, sarà forse proficuo tracciare le linee essenziali del progetto storiografico che fa capo agli studi della subalternità; come spiega Said, nella sua introduzione, tali studi muovono dalla constatazione che la storia indiana sia stata scritta da un punto di vista colonialista ed elitario, sebbene gli attori principali siano stati i ceti subalterni. Da ciò proviene la necessità di una nuova narrazione del passato che offra lo spazio e l'importanza dovuta agli esclusi dalla storia ufficiale. La relativa semplicità del punto di partenza e, in fondo, la non assoluta novità del proposito (si ricordi l'ideale storiografico manzoniano) non devono far sottovalutare né la difficoltà esecutiva di tale progetto, né le sue peculiarità. È vero, infatti, che cospicui sono i prestiti intellettuali di cui si avvalgono i nostri studiosi: la maggior parte di loro proviene, infatti, da un ripensamento critico del marxismo; da Gramsci traggono molta della terminologia, nonché lo stesso concetto di subalternità; riprendono l'esempio di storici quali E.P. Thomson, E. Hobsbwam e E. Wolf; si confrontano con gli autori dello strutturalismo classico e del post-strutturalismo derridaniano; ripensano e fanno propri i topoi degli studi post-coloniali ecc. Ma è pur vero che è possibile cogliere alcune caratteristiche decisamente innovative e promettenti, esclusive dell'esperienza di ricerca dei Subaltern Studies, alcune delle quali proverò, qui di seguito, a evidenziare.
1. La subalternità di cui si parla è una subalternità almeno doppia: quella di soggetti svantaggiati in un paese sottomesso a un governo straniero, elementi emarginati, minoritari o oppressi dall'alleanza tra dominatori britannici ed élite indiane. L'approccio a una tale materia richiede un rigoroso esame di casi particolari e circoscritti, ma contemporaneamente la capacità di proiettarli nella più ampia considerazione dei rapporti di forza internazionali.
2. L'analisi marxista, la produzione femminista, gli studi culturali e tutte quelle ricerche che hanno dato rilievo ai nessi tra potere e cultura, immaginario e dominio, vengono inscritte all'interno di una cornice più ampia; ossia in un sistema mondo trasformato dall'esperienza coloniale, in cui le categorie epistemiche che vinti e vincitori, vittime e oppressori, coloni e colonizzati impiegano per apprendere la realtà e descriverla partecipano di una stessa natura che va esplicitata.
3. L'operazione di restituire la parola ai subalterni non è assunta come facile e immediata. I titoli inquisitivi di vari articoli evidenziano il problema: Who Speaks for "Indian" Pasts? (di D. Chakrabarty), Can the Subaltern Speak? (di Spivak), When will the Subaltern Speak? (di S.M. Shamsul Alam), What Happens When the Subaltern Speaks (di J. Beverley). E la questione non è solo se dalle fonti storiche disponibili, ossia quasi esclusivamente quelle prodotte dai gruppi dominanti, si possano ricavare indizi della visione del mondo dei soggetti subalterni, come da un calco si ricostruisce la forma dell'assente; ma i nostri giungono a chiedersi se esista una coscienza subalterna da riesumare, in che misura si possa assegnare una volontà a un soggetto collettivo e se il lavoro di costruzione di un'identità subalterna, operato artificialmente dallo storico, non sia un'ennesima oggettivazione velleitaria e costringente per coloro che ricadano sotto tale appellativo. Delineato questo breve profilo, sarà più agevole condividere una valutazione del volume in questione. L'edizione italiana è una traduzione parziale di un'antologia di scritti sulla subalternità che molto ha contribuito alla notorietà del gruppo anche oltre i confini indiani. Mezzadra ha ripreso dal testo originale l'introduzione di Said (che, occupandosi della produzione intellettuale coloniale in merito alla cultura islamica e mediorientale, è pervenuto a ipotesi e conclusioni analoghe a quelle dei colleghi indiani), ripubblica interamente la sezione sulla metodologia dei Subaltern Studies ad opera di Guha (considerato il fondatore del gruppo) e inserisce in conclusione un articolo di Spivak (famosa femminista e traduttrice di Derrida; esterna, ma attenta agli studi della subalternità). Sono esclusi i saggi che rappresentano l'effettivo lavoro di ricostruzione storica e che costituiscono la parte più cospicua del testo originale, nonché, in generale, il contenuto consueto dei lavori pubblicati da questo gruppo.
L'operazione di Mezzadra di selezionare, ordinare e presentare questa concisa collezione di scritti sembra quella di voler costruire a posteriori una sorta di manifesto dei Subaltern Studies, aggiungendo in conclusione l'acuta e benigna provocazione di Spivak. Inoltre, invertendo l'ordine degli articoli, rispetto alla versione inglese, il testo italiano assume un'impronta più dialettica. Difatti il testo originale si apre con il saggio inquisitivo della studiosa a cui seguono, quasi in risposta, i contributi degli appartenenti alla scuola; nella versione italiana, invece, la riflessione problematizzante di Spivak è posta alla fine, in tal modo il volume si congeda lasciando sospese alcune domande e un appello. L'appello dell'autrice auspica che il decostruzionismo venga adottato dai nostri studiosi come loro modello storiografico, ma il suo intento di fondo mi pare sia quello di proporre a tale impresa culturale una finalità trasformativa del mondo. Infatti, decostruzionismo, per Spivak, significa "Mettere in discussione l'autorità del soggetto della ricerca senza paralizzarlo, trasformando continuamente le condizioni di impossibilità in possibilità", esso si compie nel disarticolare la grammatica delle relazioni di dominio, sovvertendo e ricomponendo la catena di segni che ordiscono il testo-mondo, dando così luogo a un discorso che sia in ultimo azione.
Con queste e altre sollecitazioni Spivak scompiglia e arricchisce di nuovi spunti la scuola. Non è però la sola: Sumit Sarkar, in diversa sede, ha provocato un ulteriore scossone, proprio polemizzando con la corrente che ha seguito la scia post-strutturalista agognata dalla studiosa; diversi autori hanno poi esportato l'impostazione dei Subaltern Studies in differenti ambiti disciplinari, come ha fatto Upendra Baxi nel campo della Legge e dei diritti umani. Altri studiosi ancora hanno provato invece una trasposizione geografica, testando l'approccio e la metodologia impiegati in contesto indiano in altri paesi che sono stati soggetti alla colonizzazione.
Menzionando l'arricchimento di questi studi scaturito dalla loro diffusione, non mi resta che augurare al presente volume di suscitare un congruo interesse pur in Italia, e che anche qui l'invito di Guha possa trovare degli operosi uditori: "Noi speriamo, perciò, che altri studiosi si uniscano a noi in questa avventura, pubblicando da soli o con altri le loro ricerche sul tema della subalternità, dando espressione alla critica dell'elitismo che domina le loro rispettive discipline e, in generale, apportando le loro critiche e i loro suggerimenti a questo e al prossimo volume dei Subaltern Studies".



il manifesto, 12 dicembre 2002

 I CODICI SVELATI DEL COLONIALISMO
La ricerca affannosa e dagli esiti incerti di soggettività collettive affrancate dal peso del colonialismo al bivio tra rivolta e assimilazione. Pubblicati per la prima volta in Italia nel volume collettivo "Subaltern Studies. Modernità e postcolonialismo" alcuni dei saggi che hanno dato nuovo impulso agli innovativi studi sui gruppi subalterni

di TONI NEGRI

I Subaltern Studies stanno alla storiografia proletaria contemporanea come i Quaderni Rossi stanno alle scienze sociali insurrezionali: è questo il senso della lettura che molti, in Europa e nel mondo, hanno fatto di Subaltern Studies e di Quaderni Rossi. Ma vediamo la cosa più specificamente. Il volume Subaltern Studies. Modernità e postcolonialismo (Ombre Corte, pp.144, € 12,50) che qui discutiamo, comprende una presentazione di Sandro Mezzadra, un'introduzione di Edward Said, un breve testo programmatico di Ranajit Guha, due testi fondamentali dello stesso Guha (A proposito di alcuni aspetti della storiografia dell'India coloniale e La prosa della contro insurrezione), nonché un saggio di Gyatri Chakravorty Spivak (Subaltern Studies: decostruire la storiografia). Questo saggio della Spivak, così come il bellissimo intervento di Said, stavano anche nel primo volume di Selected Subaltern Studies, pubblicato dalla Oxford University Press nel 1988, e davano il segno della straordinaria ricezione che gli studi della scuola storica indiana avrebbero ottenuto nel mondo universitario americano. Forse, se fosse stato possibile pubblicare qualcun'altro degli scritti contenuti nel volume dell'88, e in particolare quelli di Partha Chatterjee e di Dipesh Chakrabarty, si sarebbe fatta cosa molto utile. Grazie comunque all'editore di Ombre Corte e al curatore Sandro Mezzadra, per aver offerto al pubblico italiano questo grosso aperitivo di un'opera storica ormai divenuta fondamentale, centrale, negli studi storici postcoloniali nell'area anglosassone (e non solo).
Si diceva inizialmente che i Subaltern Studies hanno un'importanza fondativa negli studi storici postcoloniali: in effetti il concetto storico e il programma politico di Guha sono compresi nell'affermazione che i soggetti subalterni (ovvero quello che lui chiama popolo, noi moltitudine) producono la storia reale, costituiscono le res gestae, ovvero sono la chiave dinamica della società.
Inserite questa affermazione dentro la storia coloniale costruita dall'"Indian Office" londinese e dagli Istituti di Cambridge e di Oxford che ne seguivano docilmente gli ordini, e avrete il senso di cosa voglia dire rivoluzionare la storiografia per rivoltare il mondo! "Il progetto di Subaltern Studies rappresenta un attraversamento di confini, una sorta di contrabbando incontrollato di idee al di là delle linee, una provocazione intellettuale e, come sempre, politica", così introduce Edward Said il metodo di Guha. E subito aggiunge che qui è evidente l'influenza di E. P. Thompson e di Eric Hobsbawm. Avrebbe potuto aggiungere, ma evidentemente non se la sentiva, l'influenza dei molti "storici scalzi" che hanno documentato, dal basso, le lotte operaie, contadine e proletarie, come costitutive della "historia rerum gestarum". Jacques Rancière ha ampiamente mostrato l'importanza di questo secondo strato del lavoro storico, di questo motore profondo.
Il fatto è che il programma di Guha non è semplicemente un programma storiografico. La storia deve costruire, e sistemarsi dentro, un processo di soggettivazione. Le rivolte dentro l'impero indiano, schiacciate dalla violenza dei vice-re, sono la vita della storia.
La storiografia ufficiale è la falsità: essa, anche soprattutto quando sono degli indiani a farla, è la rappresentazione del punto di vista di coloro che hanno tradito il popolo (le classi, la moltitudine) per interessi coloniali, politici e sociali. Esiste di contro uno spazio autonomo popolare, nel quale è costruito il punto di vista della rivolta: è a esso che lo storico deve arrivare per cogliere nello stesso momento ciò che è avvenuto e i processi causali che si sono determinati. Sono le lotte che fanno la storia, sono i movimenti di base che prefigurano, rovesciati, e maledicono i vertici del potere. In terzo luogo, c'è anche una resa dei conti da operare, secondo Guha: è la denuncia (più gramsciana non potrebbe essere) del fallimento della borghesia indiana nella costruzione della nazione, della sua storiografia come delle sue istituzioni, della sua cultura come dell'emancipazione dei poveri. Di contro, allora, la storiografia deve diventare un processo di soggettivazione politica, uno strumento di liberazione delle masse. Ma come muoversi, dal punto di vista del metodo, delle pratiche storiografiche, nella situazione data dagli studi coloniali e nell'opacità storica che questi hanno determinato? Guha fa osservare che, diversamente da quanto avvenuto in Europa per le locali lotte di classe, nei regimi coloniali non ci sono più documenti sulle lotte proletarie e di liberazione, e che quanto restava di questi è stato definitivamente falsificato dalla storiografia coloniale nella sua duplice figura imperiale (nelle Università inglesi e nelle scuole della borghesia indiana). Come riconquistare le fonti? Come ritrovare quella soggettività indipendente e potente che sta alla base dei movimenti di lotta proletaria indigena?

Il problema del recupero delle fonti storiche, perché esse ci possano offrire la chiave dello sviluppo e introdurre a un'altra "storia", è assolutamente fondamentale nella scuola "subalterna". Il discorso coloniale è sempre un discorso contro-insurrezionale: come districarsi dal codice della contro-insurrezione? Come rompere la connessione tra potere e storiografia? Come mettere in dubbio il talento impiegato per sostenerla? Come dare figura al ribelle dentro una storia che nega ogni spazio al soggetto della ribellione? Guha ci introduce a un'analisi semantica e a un rovesciamento metodologico delle relazioni linguistiche estremamente raffinati. Tutte le tecniche semiologiche elaborate in Europa da Barthes in poi, sono qui convocate per ridare voce alla personalità storica e reale dell'insurrezione, per riappropriare la realtà alla produzione di una soggettività rivoltata. E non importa che queste voci nascoste, attorno alle quali si lavora per permetterne l'ascolto, siano talora tanto mistificate (da motivazioni religiose, ad esempio) da essere rese quasi inaudibili: quel che è importante è coglierle nella loro pienezza di espressione e di vita. Più che Thompson, io sento qui operare Bachtin, delle voci che rappresentano ventri, delle esperienze di liberazione che traversano la crudeltà del colonizzatore.
D'altra parte, già in America Latina, a partire da Haiti, l'eteronomia delle fonti diviene fondamentale per ogni storiografia della liberazione. Con una radicalità eccezionale: si tratta infatti di comprendere che l'accusa coloniale di inumanità e di selvatichezza rivolta all'indigeno in rivolta è sempre fuorviante perché non costituisce mai un rispecchiamento invertito, ma semplicemente una radicale mistificazione. Non c'è, ci dice Guha, un discorso che si possa porre come terzo, a mediare tra la prosa coloniale della contro-insurrezione e la violenza, le ideologie, le passioni, gli errori e le sconfitte dei ribelli. Bisogna assumere interamente il punto di vista dei ribelli, anche nella loro miseria.
Contro questo punto di vista, sorge, in questo stesso libro, la critica simpatetica e tragica della Spivak. Spivak vorrebbe seguire Guha. È lei che lo pubblica in America e gli da risonanza accademica. È lei che mette a disposizione di Guha l'apparato della decostruzione di Jacques Derrida e alla diffusione degli "studi subalterni" il cerchio del pensiero postmoderno. Ma dentro questo quadro Spivak non riesce a cogliere la violenza politica del progetto di Guha: ne denuncia quindi il relativo fallimento cognitivo quando Guha intende tagliare, con una mannaia, le relazioni di rispecchiamento tra linguaggio colonialista della contro-insurrezione e esperienze reali della ribellione. La coscienza subalterna è, in effetti, dice Spivak, introvabile. Talora è assente, come nel caso delle donne, queste storie di ribellione non le comprendono affatto, talora la voce è inaudibile. Come spesso accade nell'ambito della filosofia negativa, la critica di una metodologia per raggiungere l'insurrezione non nega l'insurrezione, ma la rende liminare, oggetto e soggetto di esperienza mistica. No, non siamo d'accordo con Spivak.
Mezzadra, nella sua introduzione, coglie la positività del discorso degli "studi subalterni", ne coglie la passione per la ricerca della soggettivazione. Non si pronuncia sul problema dell'accesso diretto alla voce dei "subalterni", ma si chiede se le pratiche di contatto e di costituzione della figura emblematica del nuovo "subalterno", nel tempo della globalizzazione, cioè dell'immigrato, non ci permettano di cogliere, al di là di ogni ingenuità, una nuova soggettivazione. Anche noi crediamo che questo spazio di ricerca sia oggi importante e che permetta di riattualizzare aspetti e tendenze della ricerca "subalterna", dirigendola contro le nuove mistificazioni del nazionalismo e del fondamentalismo. Come la "conricerca" dei Quaderni Rossi ha ritrovato attualità dentro la nuova composizione della moltitudine postmoderna, così allora i Subaltern Studies si muovono per dar conto della nuova presa di coscienza antagonista nella globalizzazione.


(born 23 May 1923, in Siddhakati, Backergunje)
Edward Said (Gerusalemme,1935/New York,2003)



venerdì 26 novembre 2021

GRAMSCI E IL MONDO POPOLARE SUBALTERNO

 

di Carla Pasquinelli

 

Si è già ricordato come De Martino abbia partecipato al movimento dell’occupazione delle terre da parte dei poverissimi braccianti del Meridione e come dopo la sconfitta di quella stagione di lotte abbia continuato a occuparsi della Questione meridionale. Ai popoli primitivi egli accosta adesso le classi popolari e le plebi rustiche delle campagne del Sud che rivendicano il proprio accesso alla storia per “rovesciare l’ordine che le tiene subalterne”, come aveva vigorosamente affermato sulle pagine di “Società” nel 1949 in un articolo che suscitò polemiche e riserve tanto a destra che a sinistra.


Ernesto de Martino, "Intorno a una storia del mondo popolare subalterno",1949

https://www.academia.edu/43738868/Ernesto_de_Martino_Intorno_a_una_storia_del_mondo_popolare_subalterno_1949

A scandalizzare era stato tra l’altro l’accostamento irriverente e profetico, per quegli anni, tra la lotta dei popoli del Terzo Mondo e quella delle classi subalterne della società capitalistica occidentale.

Un anno dopo vengono pubblicate le Osservazioni sul folclore di Gramsci che permetteranno a De Martino di riprendere da una prospettiva più ampia la riflessione sulla cultura popolare. Secondo Gramsci il folklore non va visto come un “elemento pittoresco “ o “curiosità erudita”, bensì è cosa “ molto seria e da prendere sul serio”. É infatti “una concezione del mondo e della vita, implicita in larga misura di determinati strati della società in contrapposizione (anch’essa per lo più implicita, meccanica,oggettiva) con le concezioni del mondo “ufficiali” (o in senso più largo delle parti colte della società) che si sono successe nello sviluppo storico” +(Gramsci, 1975, p.2311)+.

In questo brano così denso si intuisce la presenza di un concetto di cultura che, sebbene non venga espresso nel linguaggio dell’antropologia, emerge tra le righe soprattutto in quel carattere “implicita” e “oggettivo” che, come scrive immediatamente dopo, costituisce “ un insieme determinato di massime per la condotta pratica e di costumi che ne derivano o le hanno prodotte” un sostrato muto “che ha la stessa energia di una forza materiale o qualcosa di simile”. Questa idea del folklore come concezione del mondo delle classi subalterne va ricollegata all’indipendenza e all’autonomia che ha la società civile nella riflessione di Gramsci. In alcune delle pagine più note dei Quaderni del carcere troviamo un paragone tra la Russia pre rivoluzionaria e il resto d’Europa, che dimostra come la strategia fondata sulla guerra di manovra, che aveva portato alla vittoria della Rivoluzione di Ottobre nel 1917, non avrebbe potuto essere applicata in Europa a causa del diverso rapporto tra Stato e società civile. Mentre “ in Oriente lo Stato era tutto, e la società civile era primordiale e gelatinosa”, per cui era bastato l’assalto al Palazzo d’Inverno perché i rivoluzionari comunisti conquistassero il potere, in Occidente occorre invece una strategia diversa, “ una guerra di posizione “ a causa della “robusta struttura della società civile”. Per Gramsci lo Stato è solo una “ trincea avanzata dietro cui sta una robusta catena di fortezze e casematte”, che richiede una penetrazione capillare nel tessuto sociale che lo trasformi dall’interno sui tempi lunghi. Tra queste casematte rientra anche il folklore, con la sua arretratezza, “conservativa e reazionaria”, ma anche con caratteristiche innovative, “spesso creative e progressive”, che vanno valorizzate ai fini non solo di una migliore comprensione della società meridionale, ma anche della sua trasformazione in senso progressivo.

 

+ Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, 1975+

da PASQUINELLI, MELLINO , Cultura - Introduzione all’antropologia, Carocci, 2017, pp.210/211


Antonio Gramsci (1891/1937)

scheda a cura di 






giovedì 25 novembre 2021

THE THIRD-WORLD WOMAN: l’agency della soggettività femminile autonoma e subalterna

  

 Can the subaltern Speak? della  Gayatri C. Spivak  letto da Miguel Mellino


Gayatri Chakravorty Spivak’s essay “Can the Subaltern Speak?” is one of the key theoretical texts in the field of postcolonial studies, by one of its most famous figures. It was first published in the journal Wedge in 1985, as “Can the Subaltern Speak?: Speculations on Widow Sacrifice”; reprinted in 1988 as “Can the Subaltern Speak?” in Cary Nelson and Larry Grossberg’s edited collection, Marxism and the Interpretation of Culture; and revised by Spivak as part of her “History” chapter in A Critique of Postcolonial Reason: Toward a History of the Vanishing Present, published in 1999.




Diversamente da Bhabha, Spivak cerca di gettare le basi di una critica postcoloniale, del progetto di una contro-storia anticoloniale, non tanto inseguendo una qualche traccia positiva del Subalterno nei diversi archivi coloniali, bensì dichiarando sin dall’inizio proprio l’impossibilità di portare a compimento una strategia di questo genere. Dal suo punto punto di vista, gli archivi storici e culturali occidentali non possono affatto contenere alcuna traccia della voce autentica (della resistenza, della parola, dell’agency) del vero subalterno-coloniale: dato che ciò che abbiamo al loro interno sono soltanto delle rappresentazioni di tale alterità. Occorre partire da questo presupposto per comprendere una delle sue affermazioni più note “ il subalterno non può parlare” (Spivak 1988,p.310). In effetti, nel suo Can the Subaltern Speak? (1988) Spivak ci propone una lettura femminista della storia coloniale in cui la reale figura della subalternitàun concetto ripreso in modo piuttosto originale dalle teorie di Gramsci- è costituita dalla “ donna del terzo mondo”. Prendendo spunto dalle vicissitudini coloniali tra le autorità britanniche e i nativi indiani sul fenomeno del rito della sati, Spivak suggerisce di pensare the third-world woman alla stregua di un significante, di un effetto discorsivo vuoto e fluttuante, nel senso che lungo la storia tutti (patriarcato locale, imperialismo, femminismo occidentale), tranne se stessa, hanno potuto parlare per lei. Attraverso tali espressioni, ciò che Spivak tenta di dirci è che la donna non-occidentale, subalterno tra i subalterni, è stata scritta e ri-scritta  tanto dalle società patriarcali locali quanto dall’imperialismo e anche dal femminismo occidentale senza aver mai raggiunto lo status di una piena soggettività autonoma. 

Dobbiamo precisare però che le sue conclusioni si fondano sull’analisi storica di un caso particolare:quello della Rani (regina) di Sirmur (regione della parte meridionale dell’ Himalaya). Si tratta della vicenda della moglie di un Rajah locale deposto dai britannici nei primi decenni del XIX secolo a causa dei suoi apparenti costumi “ barbari e dissoluti” che decide di disubbidire alle disposizioni delle autorità imperiali comunicando loro la sua volontà di farsi bruciare viva sulla pira alla morte del marito. Scandalizzati dalle intenzioni della regina di voler sottomettersi a un costume così “primitivo” e “selvaggio”, i funzionari tentano di dissuaderla dal suicidio. Il desiderio della Rani di diventare una sati- la pratica venne dichiarata illegale dall’Impero britannico nel 1829 con il beneplacito della borghesia indiana illuminata- non si è mai avverato, ma agli occhi di Spivak il suo caso appare sintomatico sia della condizione o dell’agency dei subalterni, sia della loro “assenza” all’interno dei registri storici o degli archivi ufficiali. Le tracce puramente fugaci e del tutto frammentarie lasciate dalla Rani (non si sa nemmeno il suo nome) nei documenti coloniali ci ricordano in modo eloquente che la soggettività dei veri subalterni non ha trovato posto (e certamente non ne può trovare) all’interno degli apparati discorsivi dominanti,che non fanno che riprodurre una visione del mondo del tutto estranea alle forme della loro “coscienza”. Così, Spivak ci chiede di pensare, alla stregua di questa sati mancata- contesa tra il patriarcato locale, l’imperialismo e il femminismo occidentale- a tutte “ le più povere donne del Sud”: chiunque nella storia ha potuto (e può tutt’ora) parlare per loro tranne loro stesse. É questo il motivo per cui la soggettività di queste donne non potrà mai venire fuori dai documenti storici. In sintesi, per Spivak, non è che i subalterni non abbiano parlato o non abbiano espresso forme di resistenza al dominio colonialista o al patriarcato locale, bensì i regimi discorsivi dominanti,per via di apparati concettuali unilateralmente selettivi,non sono riusciti ad ascoltare o a registrare la loro “voce”. Il silenzio delle donne subalterne nei documenti coloniali o nelle “storie ufficiali”,dunque, è soltanto la conseguenza di ciò che Spivak chiama un “fallimento cognitivo irriducibile” +(Guha, Spivak 2002,p.106)+ di vuoto originato dallo scontro o dall’incomunicabilità, per così dire, tra due universi di senso piuttosto diversi: quello dominante e quello subalterno . Se facciamo nostra questa ipotesi, sostiene l’autrice indiana, il primo compito di cui l’intellettuale postcoloniale o l’emergere della loro voce più autentica all’interno dei saperi occidentali moderni. Solo dopo una simile “frattura epistemologica” saremo in grado di leggere le vere forme di resistenza dei ceti subalterni,che per Spivak sembrano manifestarsi più attraverso pratiche e atteggiamenti “negativi”, ovvero mediante il “rifiuto” esplicito e/o implicito degli status e dei ruoli riservati loro dalla versione egemonica del mondo necessariamente più attraverso le vie dell’ exit - della “sottrazione”, “della defezione ”, dell’ “evasione” e dell’ “insurrezione spontanea” - che non attraverso quelle della voice  o “presa di parola” chiaramente esplicita o discorsiva. È così che la soggettività subalterna appare a Spivak come qualcosa di “irriducibilmente storico”, fluttuante, instabile, assente, dislocato, locale, incoerente e molteplice. E quindi come qualcosa di profondamente “intraducibile” e “irrecuperabile”. 

 

+ Guha, Spivak, Modernità e (post) colonialismo, a cura di Sandro Mezzadra, Ombre Corte, 2002+

 

da PASQUINELLI, MELLINO , CULTURA - Introduzione all’antropologia, Carocci, 2019 (1^ ed. 2017),

par.16.7, pp. 269/271 

 

 


Gayatri Chakravorty Spivak (Calcutta,1942) al Goldsmiths College di Londra nel 2007


scheda a cura di 


lunedì 22 novembre 2021

GRAMSCI a FORMIA: subalternità e margini della storia (da Angelo D'Orsi, Gramsci.Una nuova biografia)

 

da Angelo D'Orsi, Gramsci. Una nuova biografia, Feltrinelli, 2017

[con approfondimenti bibliografici]

 

1.Il folclore e i subalterni

2. Il quaderno dei margini della storia

3. Tradizione-modernità, subalternità-egemonia. Il lavoro di Chambers 

 

 Titoli rinominati redazionalmente per argomenti

 

1. Il folclore e i subalterni

 

- Nella stagione di Formia, l’elaborazione di Gramsci risulta decisamente originale, secondo qualcuno, forse persino più originale che in passato, e difficile tuttora da classificare, comunque impossibile da canonizzare. Rimaneva certamente predominante l’impulso a occuparsi di aspetti culturali, quelli con i quali si poteva costruire l’egemonia degli oppressi, sgominando quella degli oppressori, per riprendere la coppia che il giovane Gramsci aveva reso protagonista di un lontano componimento scolastico, ai tempi del liceo cagliaritano (1.). Ma ora un’altra categoria aveva aggiunto al suo paniere teorico, quella dei “gruppi subalterni”, destinata a enorme fortuna, oggi forse la prima molla del “successo” gramsciano nel mondo. Aveva già introdotto, in precedenza, il concetto di “senso comune”, come s’è detto, che con il contiguo “buon senso” ha contaminazioni e connessioni con folclore, cultura popolare, religione, intellettuali, e così via. Tematiche “sovrastrutturali” come si vede, ciascuna delle quali meriterebbe un approfondimento. Un cenno merita almeno il folclore, una questione decisamente innovativa nell’ambito del marxismo, e che è sicuramente “elemento costituente del sistema teorico gramsciano”, che attraversa tutta l’esistenza e la ricerca dalla prima giovinezza in avanti. Quella di Gramsci è “un’attenzione non limitata alla pura registrazione del fatto folclorico, ma si configura anche come indagine critica e abbozzo di riflessione teorica”, già negli scritti giornalistici (2.). Negli anni del carcere, l’indagine si fa più accurata e meno episodica: il folclore viene da lui analizzato come concezione del mondo delle classi subalterne, in contrapposizione a quella delle classi dominanti; ma si tratta di un insieme disorganico e disgregato, che ha bisogno di organizzarsi, strutturarsi, per giungere a rovesciare il rapporto di dominio subìto. Come è stato scritto Gramsci è il solo della sua epoca a connettere intellettuali e popolo, a dare ai primi il ruolo di lievito del secondo, e nel contempo a riconoscere l’importanza del folclore, storicizzandolo, avvertendo la “necessità di spogliare l’uomo dai suoi abiti pittoreschi e bizzarri”, trasformando “l’uomo folclorico”, come lo chiama, in “uomo storico” (3.). Egli si distingue dagli studiosi coevi, che non colgono il complesso dei fatti folclorici “nel contesto del legame quotidiano con la fatica e il lavoro”: secondo Gramsci si guarda al folclore solo in termini di curiosità da appagare, per forme “folcloristiche”, più che “folcloriche”, le quali vengono quindi accettate soltanto come tali. Dunque il folclore come manifestazione di arretratezza sociale e indigenza culturale, ma anche un possibile punto di partenza per quelli che a un certo punto cominciò a chiamare “subalterni”, sostituendoli al proletariato e alla classe operaia. Anche il folclore è una concezione del mondo e come tale va studiato (4.). E questi strati “marginali”, privi di coscienza di sé, possono, nella sua visione, raggiungere livelli superiori di cultura, diventare protagonisti, acquistando consapevolezza politica e, attraverso di essa, contribuire a cambiare lo stato delle cose.

 

note

1. Gramsci Antonio.Cfr. Oppressi ed oppressori: SP, vol. I, pp. 3-5; SL, pp. 115-118; MP, pp. 35-38. SP = Scritti politici, a cura di Paolo Spriano, 2 voll., l’Unità, Editori Riuniti, Roma 1967. SL = Scritti dalla libertà (1910-1926), a cura di Angelo d’Orsi e Francesca Chiarotto, Editori Riuniti, Roma 2012. MP = Masse e partito. Antologia. 1910-1926, a cura di Guido Liguori, Editori Riuniti, Roma 2016.

2. BONINELLI 2007, p. 177. BONINELLI, GIOVANNI MIMMO 2007, Frammenti indigesti. Temi folclorici negli scritti di Antonio Gramsci, Carocci, Roma.

3. Ivi, p. 178. 

4. G.M. Boninelli, “Folclore/folklore”, in Dizionario, pp. 319-322 (321). Dizionario = Dizionario Gramsciano. 1926-1937, a cura di Guido Liguori e Pasquale Voza, Carocci, Roma 2009.


da Angelo D’OrsiGramsci. Una nuova biografia, Feltrinelli, 2017,

[pag.347/348] [note da 19 a 22]

 


2. Il quaderno dei margini della storia

 

(..) alla ricerca di sentieri nuovi. In prossimità di questa tematica si situa quella relativa alla subalternità e ai subalterni, parole che si rintracciano già negli scritti giovanili. Tra il 1930 e il 1932, Gramsci cominciò, però, a “riconoscere l’importanza dello studio della subalternità nell’ordine sociale e politico”, arrivando poi, nel 1934, a una formulazione più compiuta in un quaderno speciale (il n. 25), a cui diede il titolo Ai margini della storia (Storia dei gruppi sociali subalterni) (1.). I subalterni non sono una categoria omogenea, sempre plurale, ed è persino vano cercare di fissare la parola a un’entità definita. E, un po’ come si è visto discorrendo dei marginali e del folclore, anche i subalterni sono caratterizzati da disgregazione, concetto che negli anni giovanili Gramsci aveva più volte usato per definire la società meridionale. Ci si è interrogati sul contenuto inserito nel contenitore: si può escludere l’ipotesi di un escamotage per eludere la censura che avrebbe potuto intervenire su espressioni ideologicamente connotate come “classe operaia” o “proletariato”, i quali, comunque, sono da considerare ricompresi tra i subalterni. Come si è visto più volte, per altri passaggi cruciali, Gramsci rompe le categorie usuali della letteratura marxista, e dilata il campo d’indagine. Subalterni dunque, invece di proletari, gruppi sociali piuttosto che classi, disomogeneità invece che coesione, dispersione piuttosto che organizzazione: tali caratteri li rendono impotenti; essi “subiscono sempre l’iniziativa dei gruppi dominanti, anche quando si ribellano e insorgono”. La loro stessa storia è “disgregata ed episodica”, giacché sono i vincitori a scriverla (2.). Quindi come per i marginali, il problema è, per i subalterni, arrivare all’organizzazione, alla presa di coscienza, al superamento della condizione di debolezza oggettiva, anche perché nella storia troviamo innumerevoli esempi di rivolta dei subalterni, che si associa, o suscita direttamente o meno, una reazione dei gruppi dominanti sotto forma di complotto, movimento antagonista o colpo di Stato: quasi una ricostruzione allegorica della vicenda del dopoguerra italiano, dove la disgregazione e la disorganizzazione dei subalterni ha favorito il nascere e la vittoria del fascismo. Soltanto un lungo tragitto politico, un lento lavorio culturale può ovviare a questo stato di fatto di minorità anche quando maggioranza in termini numerici. Gli intellettuali e il partito, che altro non è se non un intellettuale collettivo, sono gli strumenti per favorire e condurre in porto quel processo.

1. J. Buttigieg, “Subalterno/subalterni”, in Dizionario, pp. 826-830. Dello stesso autore, Sulla categoria gramsciana di “subalterno”, in BARATTA-LIGUORI 1999, pp. 27-38. Cfr. anche M.E. Green, Subalternità, questione meridionale e intellettuali, in SCHIRRU 2009, pp. 53-70.

2. QdC, p. 2283 (Q25, 2).



Dizionario = Dizionario Gramsciano. 1926-1937, a cura di Guido Liguori e Pasquale Voza, Carocci, Roma 2009.

BARATTA, GIORGIO – LIGUORI, GUIDO 1999 (a cura di), Gramsci da un secolo all’altro, Editori Riuniti, Roma.

SCHIRRU, GIANCARLO 2009 (a cura di), Gramsci, le culture e il mondo, Viella, Roma.

QdC = Quaderni del carcere, edizione critica dell’Istituto Gramsci, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975.



da Angelo D’Orsi, Gramsci. Una nuova biografia, Feltrinelli, 2017, pp.348/349 - note 23 e 24

 

3. Tradizione-modernità, subalternità-egemonia. Il lavoro di Chambers 

 

3. L’avviata e purtroppo interrotta riflessione sui subalterni appare coerentemente con la visione più ampia del capitalismo, inteso non come semplice elemento identificante di un modo di produzione, ma piuttosto come una vera e propria civiltà, che Gramsci studia, da osservatore esterno e lontano, con tutta la difficoltà del caso, nell’esempio americano. D’altronde la società-mondo alla luce delle ultime riflessioni gramsciane sui subalterni appare divisa in due campi che sono non tanto tradizione e modernità, quanto, piuttosto, parte subalterna e parte egemonica. 

Angelo D’Orsi, Gramsci. Una nuova biografia, Feltrinelli, 2017, pag. 349

 [nota]

Cfr. I. Chambers, Il Sud, il subalterno e la sfida critica, sta in I.Chambers, Esercizi di potere, Gramsci, Said e il postcoloniale, Meltemi, 2006, pp. 7-15.

 

/scheda/



Nato da un incontro di voci diverse, letterarie, storiche, politiche, interdisciplinari, il libro intende rielaborare e rilanciare l'eredità critica di Antonio Gramsci e Edward Said: il primo relegato nell'ombra dall'inerzia della cultura istituzionale, il secondo uno straniero che ha inciso solo in maniera obliqua su tale formazione. Il grande salto effettuato nel pensiero critico occidentale da Gramsci e poi rielaborato da Said è stato quello di capire che la lotta politica, culturale e storica non consiste nel rapporto tra la tradizione e la modernità, ma tra la parte subalterna e la parte egemonica del mondo.

· - - dalla recensione di Sandro Mezzadra su Il Manifesto del 4 giugno 2006

· “ Lo stesso dibattito latino-americano, d'altro canto, si è proficuamente intrecciato, in anni più recenti, con la rilettura di Gramsci avviata nel mondo anglosassone dai saggi di Stuart Hall, che hanno fatto dell'autore dei Quaderni del carcere un riferimento imprescindibile per gli studi culturali e postcoloniali. Basti ricordare, a questo proposito, i lavori dello storico indiano Ranajit Guha, fondatore dei «Subaltern Studies», e quelli di Edward Said, che proprio dalla ripresa di concetti (subalternità, egemonia) e di testi (Alcuni temi della quistione meridionale) gramsciani hanno preso l'avvio per muovere verso esiti che hanno profondamente segnato i dibattiti culturali «globali» degli ultimi anni.
Proprio Said ci ha ricordato del resto che non solo le persone, ma anche le teorie viaggiano (Traveling Theory si intitola appunto uno dei saggi più noti del grande critico palestinese, scritto nel 1982 e poi «rivisitato» nel 1994). E viaggiando possono certo «addomesticarsi», perdere la propria originaria carica di provocazione, ma possono anche «ibridarsi» in altre costellazioni storiche, geografiche e culturali, dando luogo a concatenazioni e a esiti tanto imprevisti quanto interessanti.
Varrebbe davvero la pena di saggiare in riferimento al pensiero di Gramsci l'intuizione di Said, di ricostruire in questa chiave la storia globale della sua ricezione e reinterpretazione: quel che ne deriverebbe non sarebbe soltanto la stesura di un capitolo particolarmente affascinante di storia intellettuale del Novecento, ma anche l'allestimento di un grande archivio di testi, temi e concetti a disposizione del pensiero critico contemporaneo. Un primo contributo in questo senso è offerto dal volume curato da Iain Chambers per la casa editrice Meltemi, Esercizi di potere. Gramsci, Said e il postcoloniale (pp. 140, euro 14).
Non si tratta, come scrive lo stesso curatore, di un lavoro di approfondimento accademico: piuttosto, di una raccolta di brevi interventi di diversa provenienza disciplinare (letteraria, storica, filosofica) che si propongono di indicare in modo stenografico «delle strade non ancora imboccate, degli orizzonti ancora da attraversare, nella convinzione che il senso del mondo esiste nell'atto di riconfigurarlo e, dunque, trasformarlo». Questa necessità, sottolineata da Gayatri Spivak (su cui si soffermano in particolare Lidia Curtis e Marina De Chiara), di «re-immaginare il pianeta» fa da sfondo all'intero volume, la cui trama viene dipanandosi tra l'imperativo gramsciano di «pensare "mondialmente"» e le riflessioni di Said sul cosmopolitismo e sul concetto di worldliness (al centro degli interventi di Lea Durante e Serena Guarracino). (..) il libro curato da Chambers ben si presta a essere letto come contributo a una cartografia del mondo globale contemporaneo, nel tentativo di rendere conto di quel processo di continuo rimescolamento dei confini che ne costituisce uno dei tratti salienti.”




Iain Michael Chambers (1949) è un antropologo, sociologo ed esperto di studi culturali britannico.

Membro del gruppo diretto da Stuart Hall all'Università di Birmingham, Chambers è stato uno dei principali esponenti del celebre Centro per gli Studi della Cultura Contemporanea ivi fondato, che ha dato vita a una fiorente branca della sociologia anglosassone contemporanea. Successivamente si è trasferito in Italia dove insegna Studi culturali e postcoloniali all'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale" ed ha fondato il Centro per gli Studi Postcoloniali. È autore di numerosi volumi di successo scritti in inglese e in italiano e tradotti in diverse lingue. I suoi campi di studio spaziano dall'urbanizzazione alla cultura popolare, la musica, la memoria, la modernità.




 a cura di Subaltern studies Italia





martedì 9 novembre 2021

IL SUD della STORIA

 

Riprendiamo i classici del meridionalismo storico politico di impostazione gramsciana per ridefinire un nuovo meridionalismo non latitudinario che può essere inscritto nella più generale critica postcoloniale alle forme della modernità: se il Sud dei subalterni è il Sud della storia, la narrazione delle e degli ”informanti nativi” è per sempre ‘forclusa’, per utilizzare la categorizzazione della Spivak.

"Sin dai primi anni Ottanta, il postcolonialismo ha sviluppato un corpus di scritti il cui obiettivo principale è cambiare i modi dominanti di pensare i rapporti tra mondo occidentale e non occidentale. Ma che cosa significa questa affermazione? Prima di tutto rovesciare l’immagine del mondo così come ci appare oggi. Significa guardare dall’altra parte della fotografia, provare a capire come sia diversa la percezione del mondo."

ROBERT  J. C. YOUNG [Introduzione al postcolonialismo, Meltemi, 2005 (ed.or.2003) pag. 8]

 

(a cura di Subaltern studies Italia)




- Ben quattro edizioni (1969, 1979, 2005, 2017, tutte Editori Riuniti) per il lavoro documentario sul brigantaggio del Mezzogiorno d’Italia del giornalista salentino Aldo De Jaco,+ divenuto, insieme alla ricerca e interpretazione di Franco Molfese,+ una pietra miliare per comprendere un fenomeno sociale che era ricompreso nell’antropologia criminale, le sue origini, le sue cause, i suoi esiti e le conseguenze anche a medio e lungo termine.

Vi proponiamo la prefazione redatta per l’edizione 1979 e riservata agli abbonati dell’Unita’ nel 1980, a firma appunto, l’Unita’ (direttore Alfredo Reichlin).


- Un’opera di Aldo De Jaco, che quando uscì per la prima volta pubblicata dagli Editori Riuniti una decina d’anni fa, ebbe tra gli altri meriti quello di suscitare un largo e rinnovato interesse su alcuni aspetti, dolorosi e mai indagati a fondo, della nostra storia risorgimentale. La <<cronaca inedita dell’Unitá d’Italia>> -raccolta su dichiarazioni, documenti, testimonianze, brani di lettere, autobiografie e interviste dell’epoca- tentava di ricostruire, con una sapiente tessitura di eventi e giudizi, la tragica storia del brigantaggio meridionale, la vicenda delle ribellioni e dei moti sociali susseguitesi nel Sud dopo l’impresa dei Mille e l’unificazione del paese. Delusione per la politica dello Stato piemontese, tentativi di riscossa reazionaria,profonde ragioni sociali, enormi dislivelli culturali, si intrecciano nella rappresentazione di un dramma storico in cui il fenomeno del brigantaggio non appare più nella esclusiva versione di un episodio di delinquenza, ma come un complesso fenomeno storico, i cui caratteri sono in un certo senso connessi alla realizzazione <<imperfetta>> del moto risorgimentale: vale a dire,all’esaurirsi rapidissimo delle premesse democratiche , che pure in esso erano presenti, e al prevalere di una egemonia delle classi privilegiate, con l’esclusione delle masse popolari e contadine. Nel Mezzogiorno una delle cause che gettano luce sull’origine del brigantaggio, del formarsi di bande di contadini, soldati, lazzaroni, diseredati, effetto distorto di una emarginazione dei ceti più poveri, fu la grande alleanza politica che le classi privilegiate del Nord stabilirono con il vecchio assetto sociale dei ceti agrari dominanti nel Sud. Così, la vita del brigantaggio è parte integrante della nostra più importante storia nazionale, perché si colloca sullo sfondo di quella <<questione meridionale >> che accompagnerà la vita politica del nostro paese in tutti i suoi momenti salienti, e ancora oggi si pone come centro determinante per la soluzione e la prospettiva di un più equilibrato e democratico sviluppo economico e sociale. Il lettore potrà ritrovare e confrontare nel libro di De Jaco - in particolare nella accorta introduzione- anche una preziosa raccolta di giudizi; storici e politici, da Giustino Fortunato a Benedetto Croce, da Gaetano Salvemini a Antonio Gramsci e Guido Dorso, nel quadro di una discussione viva e accesa, che ancora oggi è da completare. Un’opera documentaria e di testimonianza, dunque: ma anche proiettata nella attualità, con la forza dei problemi e delle tensioni ancora permanenti che agita, delle domande che rinnova. È con questo spirito che intendiamo offrirla ai nostri abbonati, sostenitori dell’Unità: di un giornale che porta, fin dalla sua testata d’origine, il segno della battaglia meridionalista e della unità tra operai e contadini, come il problema decisivo- è ancora , in forme nuove, aperto- del rinnovamento democratico della vita nazionale.

-L’Unitá


Aldo De Jaco (Maglie, 23 gennaio 1923 – Roma, 13 novembre 2003) è stato un giornalista e scrittore italiano. È stato giornalista presso la redazione napoletana dell'Unità. In seguito è stato inviato speciale de l'Unità e poi di Paese Sera. Numerose sono state le sue collaborazioni per pubblicazioni politico-culturali quali Il Contemporaneo, Rinascita, Prove, Le Ragioni Narrative, Cronache Meridionali e La Battana. Ha scritto e si è occupato di poesia e di narrativa, ed è stato inoltre un attento raccoglitore di documentazione storica generalmente trascurata dalla storiografia ufficiale.


+ Aldo De Jaco, Il brigantaggio meridionale. Cronaca inedita dell'Unità d'Italia - Prima ed. Editori Riuniti, 1969

+ Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l'Unità - Prima ed. Feltrinelli 1966




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