le lenti di Gramsci

martedì 21 maggio 2019

Perché il 26 maggio votiamo La Sinistra


Appello al voto per le elezioni europee. La Ue così come è non ci piace per nulla e occorre rompere la gabbia dei trattati neoliberisti, ma lo spazio europeo è il terreno di lotta sul quale ha senso oggi battersi e costruire una solidarietà tra gli oppressi. Per questo vi invitiamo a reagire e a battervi assieme a noi per sconfiggere il neoliberismo di Maastricht così come il nazionalismo xenofobo e razzista delle destre.

Di solito nelle elezioni europee il voto è considerato poco, perché il Parlamento di Bruxelles non vota la fiducia a un governo. Ma, a parte il fatto che questo ci libera dall’ossessione del “voto utile”, e dovrebbe essere considerato un vantaggio, la scadenza elettorale del 26 maggio è diversa, perché deciderà se affossare o rilanciare il progetto dell’unità europea, quale l’avevano sognato gli antifascisti al confino a Ventotene fin dal lontano 1941.
Quel progetto è stato ed è stravolto, da un lato, dalla logica neoliberista che ha ispirato il Trattato di Maastricht e le successive intese intergovernative, come il micidiale Fiscal compact, che, perseguendo politiche di austerità, hanno aggravato la crisi con gravi conseguenze per l’occupazione e le condizioni di vita delle persone. 
Dall’altro lato il percorso dell’unità europea è oggi seriamente minacciatodall’avanzata delle destre nazionaliste, xenofobe, razziste e sessiste.  Se si continua sulla prima strada si rischia l’implosione della Ue, perché si approfondiscono le differenze tra paesi e all’interno di questi.
Se si sceglie la seconda si arriverebbe alla deflagrazione della Ue, a un ritorno alle piccole patrie l’una contro l’altra armate.
In entrambi i casi il nostro paese verrebbe lasciato in balia dei grandi gruppi economici e finanziari che già con la globalizzazione selvaggia hanno sottratto il potere di decidere sulla nostra sorte ad ogni controllo democratico. 
Ogni scelta sarebbe in balia del “pilota automatico”, cioè del mercato e della finanza, alla ricerca del profitto immediato insensibile alle conseguenze che ne derivano per l’umanità, quella più povera innanzitutto.  Ma non solo: le catastrofi ecologiche che derivano dal supersfruttamento della natura e dell’ambiente colpiscono indistintamente tutta l’umanità. 
Recuperare la sovranità nazionale in questa situazione è illusorio. Certo bisogna lottare in tutti i paesi per modificare le politiche dominanti, certo bisogna battersi per l’attuazione della Costituzione e affermarne la prevalenza rispetto a trattati neoliberisti.
Dipende da noi, dalla forza collettiva che riusciranno a mobilitare i movimenti sociali, dei lavoratori, femministi, ambientalisti, pacifisti per ottenere un’Europa radicalmente diversa, più giusta, più democratica. 
Un’Europa impegnata a eliminare le insostenibili diseguaglianze, le cause delle guerre e a prevenire le catastrofi ambientali; aperta al Mediterraneo, ai processi migratori e in pace con gli altri popoli. 
Senza la forza che solo un’altra Europa unita può mettere in campo, nessuna delle rivendicazioni che ci stanno a cuore potrebbero essere conquistate. 
La Ue così come è non ci piace per nulla e occorre rompere la gabbia dei trattati neoliberisti, ma lo spazio europeo è il terreno di lotta sul quale ha senso oggi battersi e costruire una solidarietà tra gli oppressi. Anche l’Italia è segnata da profonde diseguaglianze, basti pensare alla questione meridionale. Ma sono le forze reazionarie al governo che ne propongono lo smembramento di fatto con il disegno delle autonomie regionali rinforzate che hanno presentato: una vera secessione dei ricchi! 
Per questo vi invitiamo a reagire e a battervi assieme a noi per sconfiggere il neoliberismo di Maastricht così come il nazionalismo xenofobo e razzista delle destre.
La lista la Sinistra non è un partito ma una coalizione unitaria: raccoglie  forze politiche e  istanze dei movimenti che di questa parola sono ancora fieri, quelli che non dimenticano che è alla sinistra che dobbiamo  quanto di meglio si è conquistato nella nostra storia. Del resto in altri paesi europei la sinistra si rinnova, vince elezioni, governa, come è successo in Grecia e in Portogallo, come ci auguriamo avverrà in Spagna. 
Non siamo soli, anche se siamo consapevoli di essere oggi in Italia una minoranza. Ma nel Parlamento europeo il gruppo rossoverde al quale i nostri eletti aderiranno, il Gue/Ngl, è la quinta forza per consistenza e riunisce tutte le forze che in Europa si sono battute con più determinazione contro le politiche della Commissione e della troika e contro l’estrema destra negli scorsi anni. 
Se oggi la Lega e i suoi compari sono diventati forti e con questi sono tornate ad alzare la testa le bande fasciste, è perché i più poveri si sono sentiti abbandonati dai governi che avrebbero dovuto proteggerli: quelli del Pd che hanno varato il Job Act, la controriforma delle pensioni, i decreti inumani firmati Minniti contro i migranti, che hanno sostenuto grandi opere, inutili e dannose come la Tav in Val di Susa, anziché linee ferroviarie per i pendolari o la messa in sicurezza del territorio. 
Per questo le vittime di questo malgoverno si sono rifugiate nel rancore, perdendo la fiducia nella politica e coltivando la pericolosa illusione dell’uomo forte al comando. In questo modo è dilagato un discorso di destra, sessista, razzista, che prende gli immigrati come capro espiatorio.
Per questo non basta votare contro le destre, occorre anche costruire un’alternativa alle politiche che hanno creato le condizioni per il loro successo e per farlo bisogna unire le forze di chi vuole davvero cambiare. 
Il nostro voto serve anche a questo: un impegno che non si esaurisce nell’urna, ma che ci parla di un diverso futuro.
le firme e adesioni all’appello in 


https://ilmanifesto.it/perche-il-26-maggio-votiamo-la-sinistra/

sabato 18 maggio 2019

METRODORO, di tutti il PIÙ SCETTICO



Fu Metrodoro di Chio, secondo Diogene Laerzio, il maestro di tutti gli scettici, persino del dubbioso Pirrone da Elide, considerato caposcuola. Anche il celebre Sesto Empirico (160/210 circa) posteriormente (ben sei secoli dopo) ammise i meriti del Metrodoro, lui che amava il relativismo dimostrato dalla scrittura di ben undici libri “Contra”, i cui capolavori erano considerati i libri dal VII a XI, titolo “Contro i dogmatici”. Metrodoro negava la possibilità di ogni criterio di giudizio, perché amava ripetere, oltrepassando il motto socratico dell’umiltà gnoseologica, “Nulla sappiamo, e non sappiamo neppure questa stessa cosa, che nulla sappiamo.” (Sesto Empirico, “Contro i matematici”, VII, 87 sg.). Insomma, se Socrate sa di non sapere, Metrodoro non sa neppure che sa di non sapere. Fu lo spunto per il filosofo di Elide per negare tutti i valori: niente è per natura brutto o bello, buono o cattivo, giusto o ingiusto e tutto indifferentemente si equivale e anche non si equivale, niente è più questo che quello. Pirrone non esita ad affermare che ogni cosa è non più di quanto non è, che ogni cosa è e non è, che ogni cosa né è né non è. 
E se sei arrivato al termine di questa lettura, che tu creda ad essa o non creda, è indifferente. (fe.d.) 
link su Metrodoro 


Metrodoro di Chio (presuntivamente/V/IV sec.a.C.)


giovedì 16 maggio 2019

Guaidó, consensi a picco. Ma tra i suoi alleati sbuca la Monsanto


Ma coloro che cianciano a vuoto del Venezuela bolivariano, si informano a dovere o si acculturano alle veline della Casa Bianca, in giustificazione di colpi di stato tentati e tradimenti consumati da parte di un burattino al soldo della multinazionale della Bayer della Monsanto che vuole introdurre nel paese socialista dell’America Latina, ogm e glisofato? La fonte che smaschera Guaidó è il Washington Post. Leggete anche questo, oltre le veline, s’intende. (fe.d.) 

Venezuela. Il leader dell’opposizione ormai punta tutto sull’intervento militare straniero. E sul «ritorno» anti-chavista di ogm e glifosato. Lo spauracchio dei «terroristi Eln» e dei cubani già in campo non convince neanche Trump.

- Claudia Fanti, Il Manifesto, 14.05.2019

Con le spalle al muro e in caduta libera di consensi, e per di più retrocesso dalla stampa mondiale
dal ruolo di «presidente ad interim» a quello di «leader dell'opposizione», Juan Guaidó tenta il tutto
per tutto, deciso a giocarsi l'unica carta che gli rimane: quella dell'intervento militare straniero. Ed è
così che rivolgendosi l'11 maggio alla sparuta folla dei suoi sostenitori, ha annunciato di aver dato
istruzioni al suo pseudo-ambasciatore negli Usa Carlos Vecchio affinché «si riunisca
immediatamente» con il Comando sud degli Stati uniti e con il presidente della Colombia Iván Duque
per definire una «cooperazione militare internazionale».
UNA DECISIONE GIUSTIFICATA con l'argomento che in Venezuela sarebbe già in atto un
intervento straniero, rappresentato dalla «penetrazione dell'Esercito di liberazione nazionale
colombiano e dei militari cubani, come rivelato dallo stesso usurpatore». Dove il riferimento è al
lapsus in cui è caduto Maduro il 9 maggio, parlando, durante una cerimonia di laurea di medici
comunitari, dell'arrivo nel paese di «un gruppo di 500 soldati cubani», prima di correggersi con una
risata spiegando che intendeva riferirsi a «500 medici specialisti». Una frase che Guaidó ha
interpretato come l'ammissione della presenza di militari cubani nel paese, in aggiunta al «50%
dell'organico della guerriglia dell'Eln» che si troverebbe in Venezuela: «Noi non vogliamo ha detto
che il paese diventi un santuario del terrorismo».
Non è la prima volta, in realtà, che Guaidó arriva a sollecitare l'intervento militare straniero. Era già
successo dopo il mancato ingresso di aiuti militari attraverso la frontiera colombiana, quando aveva
dichiarato di vedersi costretto a «proporre in modo formale alla comunità internazionale di
mantenere tutte le opzioni disponibili per liberare il paese». Salvo poi dover fare un passo indietro
dinanzi ai tanti distinguo sull’uso della forza espressi dagli stessi governi amici del gruppo di Lima.
STAVOLTA, TUTTAVIA, non avendo davvero più frecce al proprio arco, non sembra poter far altro
che confidare nellala più guerrafondaia dell'amministrazione Trump, malgrado le rivelazioni del
Washington Post su una crescente insofferenza del presidente Usa rispetto alla strategia
pesantemente interventista seguita finora in Venezuela da Bolton e dai suoi compari. Non a caso, il 9
maggio, appena due giorni prima dell'appello di Guaidó, il capo del Comando sud degli Usa Craig
Faller aveva dichiarato di essere «disposto a discutere il modo in cui appoggiare il futuro ruolo dei
leader delle forze armate» decisi a «restaurare l'ordine costituzionale», non appena avesse ricevuto
l'invito «di Guaidó e del legittimo governo del Venezuela»: «Siamo pronti», ha detto.
Né l'autoproclamato presidente ad interim deve più preoccuparsi della possibilità che l'invocazione
esplicita di un'invasione del proprio paese da parte di potenze straniere possa fargli perdere il
sostegno della popolazione: quel sostegno semplicemente non ce l'ha più. Dalla Deutsche Welle
all Associated Press e France Press, molti media hanno dovuto ammettere il nuovo e completo
fallimento della manifestazione convocata da Guaidó sabato scorso, prendendo atto del deciso calo
di consensi registrato dopo il fallito golpe del 30 aprile (benché in realtà sia iniziato già prima).
COME SE NON BASTASSE, il nome di Guaidó viene ora associato anche a quello di un'impresa in
gravissima crisi di reputazione: la Bayer, colosso tedesco della chimica e della farmaceutica, che,
con l'acquisizione della Monsanto, ne ha ereditato anche le cause due quelle già perse, in arrivo
altre 13mila intentate dalle vittime del glifosato, il principio attivo del diserbante Roundup dai
«probabili» effetti cancerogeni (stando allo Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro
che fa parte dall’Organizzazione mondiale della sanità).
COSA ABBIA A CHE FARE il colosso tedesco con Guaidó lo spiega nei dettagli Whitney Webb sul
sito MintPress News, evidenziando i legami della Bayer-Monsanto con figure chiave della strategia
Usa diretta a operare un cambio di regime in Venezuela, dove finora la «Legge sulle sementi del
popolo», approvata nel 2015, ha bloccato ogni tentativo dell'impresa di aprire il mercato venezuelano
ai propri prodotti, glifosato e ogm inclusi. E vi accenna anche, sull'inserto Affari&Finanza della
Repubblica di lunedì, Tonia Mastrobuoni, ricordando come Chávez avesse sventato già nel 2004 il
piano della Monsanto di piantare 500mila acri di terra agricola con soia geneticamente modificata e
riportando le accuse rivolte all'impresa di sostenere Guaidó «per rientrare nel paese e impadronirsi
delle piantagioni».


sabato 11 maggio 2019

Unità nella diversità: una lezione per l’oggi


UNITÀ E DIVERSITÀ: i comunisti italiani devono attualizzare due categorie politiche cardine della storia del PCI: unità della sinistra di classe e diversità nella comune convivenza, pena non solo del rischio d’estinzione, ma, quand’anche esistenti testimoniali, della sterile inefficacia della propria azione di ricostruzione di un progetto socialista di massa. (fe.d.) 

articolo di Maria Barbaro, del PCI di Roma.
“(..) come la retorica, il feticismo formale e sterile dei simboli – che così però si svuotano del loro contenuto (“forma di fatalismo e meccanicismo… sembra che si bruci di un sacro entusiasmo… ma l’entusiasmo non è che esteriore adorazione di feticci” – A. Gramsci. in Passato e presente), o infine come il senso di appartenere a una élite superiore ed esclusiva, dato che in effetti abbiamo ragione – ma non serve questa ragione se non riusciamo a farne partecipi tutti o quasi. (..)”. 
link
https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/2019/05/04/unita-nella-diversita-una-lezione-per-loggi/





lunedì 6 maggio 2019

COMUNISTI E FORZE ANTIMPERIALISTE E ANTICAPITALISTE: LE UNICHE FORZE SOVRANISTE


sul “sovranismo” c’è gazzarra semantica che nasconde contenuti politici e la inaudita consegna alle forze reazionarie, fasciste e di destra del valore della sovranità nazionale, un valore che solo l’antimperialismo e l’internazionalismo dei popoli può coniugare in un senso realmente progressista e rivoluzionario. (fe.d.)

- di Fosco Giannini, resp. dipartimento Esteri del PCI
- per i comunisti e le forze antimperialiste e anticapitaliste si tratta di ingaggiare una nuova battaglia, che a partire dai contenuti sia non solo una battaglia sociale e politica, ma anche una battaglia di tipo teorico, culturale, semantico, una battaglia volta a smascherare le forze di destra, spogliandole della maschera che ad esse non si addice: la maschera della sovranità nazionale. Solo chi è antiimperialista, chi è contro l’imperialismo USA e la NATO, contro il neo imperialismo dell’Ue, contro il grande capitale nazionale e sovranazionale, solo chi è chiaramente contro l’Ue ed è per uscire dall’Ue e dall’Euro riconsegnando sovranità e libertà internazionale ai popoli può far propria e rilanciare la parola d’ordine della sovranità nazionale, oggi più che mai, assieme all’internazionalismo, rivoluzionaria. 

fonte: Partito Comunista Italiano 
- - -
Il prossimo 18 maggio la triade nera formata dalla Lega di Salvini, dalla Fidesz ungherese di Viktor Orban e dall’Afd tedesca di Jorg Meuthen sarà su di un palco, a Milano, per presentare la nuova Internazionale reazionaria per le prossime elezioni europee. La triade sarà il nocciolo duro attorno al quale altre forze europee di estrema destra e neofasciste potranno organizzarsi, come la Vox spagnola. Questo ributtante 18 maggio deve divenire un’occasione per una nuova e profonda riflessione sull’Ue.
Il processo di costruzione dell’Ue, segnato com’è da quelle grandi contraddizioni sociali, politiche, economiche e culturali a cui ogni giorno i popoli europei assistono e ai quali soccombono, è sicuramente il più controverso processo di questa fase storica su piano mondiale. Ed è sicuramente tra i più drammatici processi storici della stessa storia europea. Ma poiché questa costruzione è accompagnata dal mito dell’inevitabilità storica e dal dogma del processo storico necessitato, essa è difficilmente decodificabile, come difficilissimo è scontrarsi con quel senso comune di massa esteso a tutti i Paesi dell’Ue, scientemente formato dalle classi dominanti e dalla cultura dominante, incline a considerare “naturale”, pur con tutte le sue contraddizioni, l’avvento dell’Ue come nuovo soggetto unificato e sovranazionale. Quello di decodificare a fondo il processo di costruzione dell’Ue, al fine di non accettarlo come “naturale”, è indubbiamente il compito primario dei partiti comunisti dell’Ue di questa fase, compito dal quale ogni altro discende e che richiede la messa in campo di tutti i mezzi teorici, culturali e politici (a questo proposito può essere di grande utilità il libro recentemente uscito del compagno Luca Cangemi, “Altri Confini- Il PCI contro l’europeismo ( 1941-1957), edizioni DeriveApprodi).
Il progetto di un’Europa comune è vecchio di oltre mezzo secolo; tuttavia esso si accelera improvvisamente, prendendo la forma ultraliberista e reazionaria che oggi conosciamo e che prende corpo nell’Ue, nella fase successiva alla caduta dell’Unione Sovietica. Da quella caduta il mondo appare all’insieme dei poli imperialisti e capitalisti mondiali come un unico e sterminato mercato da conquistare, con le merci e con le armi. Appare nello stesso modo anche al grande capitale transnazionale e nazionale europeo, che capisce immediatamente che per concorrere alla conquista del nuovo mondo “tuttomercato”, ha bisogno di una propria strategia unitaria sovranazionale, che non abbia la pretesa assurda e l’obiettivo impossibile di cancellare le contraddizioni intercapitalistiche europee, ma che abbia l’ambizione di costituire un ambito comune europeo volto a favorire la liberazione dei nuovi spiriti animali capitalistici europei, una nuova e alta accumulazione capitalistica e l’esaltazione del profitto. E’da questa esigenza del grande capitale europeo della fase post sovietica che prende forma, a partire dal Trattato di Maastricht, l’iperliberismo dell’Ue, la distruzione sistematica, sovranazionale e strategica del welfare, l’abbattimento dei salari e dei diritti. E’ dalla nuova esigenza storica del grande capitale europeo ( farsi polo concorrente serio nella conquista dei mercati mondiali) che s’annuncia il progetto di costruzione di un neo imperialismo europeo, che si struttura attraverso una diffusione sempre più capillare di economie liberiste, di una concentrazione di poteri politici in ambiti istituzionali ristretti dell’Ue e nella costruzione di un senso comune di massa, nei Paesi dell’Ue, volto a considerare irreversibile lo stresso processo di costruzione dell’Ue. Tutto ciò, dai primi anni ’90 ad oggi, produce un sistema politico-economico-culturale poderosamente strutturato e impermeabile ad ogni diversa strategia, così da rendere irriformabile questa Ue. Come ha affermato lo stesso compagno Paulo Costa, del Partito Comunista Portoghese, alla manifestazione del PCI lo scorso 16 marzo a Firenze ( si può leggere l’intervento del compagno Costa su questo stesso sito del PCI).
Ed è a partire dalla constatazione di questa irriformabilità che il PCI, assieme a tanti altri partiti comunisti dell’Ue, indica la strada dell’uscita dall’Ue e dall’Euro.
Quando i partiti comunisti indicano questa strada sia le forze liberiste che le forze moderate e “socialiste” rispondono, in coro: “per andare dove?”, immettendo nella domanda il veleno della presunta follia e impraticabilità del progetto. In verità, quell’ “impraticabilità” di uscire dall’Ue che segna il pensiero politico di queste forze è figlio sia della concezione dell’Ue come “processo naturale” e dunque immodificabile, che di una visione del quadro mondiale di tipo quantomeno ottocentesco. Ciò che le forze politiche liberiste, moderate, socialdemocratiche e di “sinistra” non vogliono vedere e che le spinge a considerare l’Ue “l’unica patria possibile” è il nuovo mondo, un mondo che rispetto all’800 e anche al ‘900 ha allargato ( politicamente, economicamente, tecnologicamente) a dismisura i confini, che ha fatto emergere nuovi e potentissimi poli economici, finanziari e politici ( come la Repubblica Popolare Cinese e i grandi Paesi mondiali di ogni continente attorno ad essa) che si pongono come nuovi poli di interscambio e di vita economica e finanziaria, poli dinamici e alternativi alla prigione liberista dell’Ue, che chiede, per restare al suo interno, sia i sacrifici immensi dei popoli che il dissolvimento degli Stati. In questo nuovo mondo, considerare un Paese europeo il fratello di sangue degli altri Paresi europei e l’Ue la Patria unica di tutti popoli europei, è un pensiero vetusto quanto antistorico, cieco quanto reazionario.
La questione di fase, per tornare tuttavia al prossimo 18 maggio, quando la triade reazionaria di Salvini-Meuthen-Orban si presenterà a Milano, è che la totale complicità nel disegno dell’Ue liberista sia da parte delle forze moderate che di quelle socialdemocratiche, ha spianato la strada e regalato il consenso di massa alle forze di destra e neofasciste.
Ma qui dobbiamo ragionare, uscendo da ogni liturgia e perbenismo politico: i media della cultura dominante dell’Ue hanno regalato un nome ed un ruolo a queste forze reazionarie: esse sarebbero, per la vulgata corrente, le forze “sovraniste”. Bene: per i comunisti e le forze antimperialiste e anticapitaliste si tratta di ingaggiare una nuova battaglia, che a partire dai contenuti sia non solo una battaglia sociale e politica, ma anche una battaglia di tipo teorico, culturale, semantico, una battaglia volta a smascherare le forze di destra, spogliandole della maschera che ad esse non si addice: la maschera della sovranità nazionale.
Può essere, infatti, una politica volta alla sovranità nazionale quella della Lega di Salvini, segnata da una subordinazione totale all’imperialismo USA, alla NATO, ad Israele e alla Confindustria, alla piccola, media e grande imprenditoria capitalistica italiana? Ai grandi gruppi finanziari italiani, anche a quelli confinanti con la mafia?
Può essere una politica volta alla sovranità nazionale quella del partito neonazista della Afd tedesca guidata da un Jorg Meuthen che anche in una recente intervista a “la Repubblica” (venerdì 3 maggio, pagina 6) afferma categoricamente che “Il rispetto delle regole di Maastricht è fondamentale per garantire la stabilità dell’euro. Altrimenti non può funzionare”? Si può parlare di sovranità nazionale come categoria politica a partire dalle affermazioni di Alice Weidel (un’altra dirigente dell’Afd) secondo la quale “L’Italia è un Paese desolato per il suo debito pubblico e i debiti delle banche”, evocando dunque nuove misure di austerità contro l’Italia? In verità, questi alleati di Salvini altro non sono che la riesumazione dell’imperialismo tedesco hitleriano. Della “sovranità” tedesca, una linea, per tante parti e al netto delle forme virulente dei neonazisti, non diversa da quella delle attuali forze politiche liberiste e moderate tedesche.
Può essere considerata una politica sovrana quella di Orban, che ha introdotto, per servire gli interessi del grande capitale ungherese, la cosiddetta “legge schiavitu’”, che allunga la settimana lavorativa da 5 a 6 giorni ed aumenta le ore di straordinario sino al punto che i padroni possono imporre ai lavoratori 150 ore di lavoro in più all’anno, che nel quadro normativo generale possono arrivare a 400 ore? E tutto ciò per sfruttare al massimo la forza lavoro autoctona, in un Paese in cui la forza lavoro è carente e contro gli immigrati si ergono muri infiniti di filo spinato?
Può essere considerato sovranista il partito spagnolo Vox di Abascal, che le sole questioni che pone all’Ue sono la sospensione di Schengen, il rispetto dei confini e “la difesa dei valori europei e occidentali”, riducendo ogni critica alle derive liberiste di Bruxelles?
Possono essere considerate forze sovraniste, queste di estrema destra, solo perché teorizzano e praticano il razzismo? Un razzismo funzionale, in verità, sia a riorganizzare quel consenso di massa sfuggito alle grandi forze socialdemocratiche perdutesi nella mitologia europeista, che a collocare stabilmente, attraverso l’intimidazione sociale, la forza lavoro immigrata nel mercato inferiore del lavoro, dove poi va a prelevarlo a basso costo il capitale, l’imprenditore?
Una battaglia, dunque, spetta ai comunisti e alle forze della sinistra anticapitalista; quella di strappare dalla faccia delle destre estreme la maschera falsa del “sovranismo” per riappropriarsene. Solo chi è antiimperialista, chi è contro l’imperialismo USA e la NATO, contro il neo imperialismo dell’Ue, contro il grande capitale nazionale e sovranazionale, solo chi è chiaramente contro l’Ue ed è per uscire dall’Ue e dall’Euro riconsegnando sovranità e libertà internazionale ai popoli può far propria e rilanciare la parola d’ordine della sovranità nazionale, oggi più che mai, assieme all’internazionalismo, rivoluzionaria.
Una linea, questa, che può servire molto anche a mettere a fuoco, per i comunisti, per il PCI, la difficilissima e accidentata politica delle alleanze. Oggi occorre allearsi, sul piano politico, sociale, culturale e anche elettorale (per costruire una prima massa critica sufficiente a far ripartire una lotta ed un progetto strategico di lunga lena) con le forze che condividono innanzitutto l’analisi sui fenomeni che segnano di sé fase storica: il ruolo dell’imperialismo USA e della NATO, la costruzione dell’Ue. Con le forze che affermano: fuori l’Italia dalla NATO, dall’Ue e dall’Euro. Le uniche forze sovraniste.



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lunedì 29 aprile 2019

L'appello: la storia è un bene comune, salviamola


il manifesto lanciato dallo storico Andrea Giardina, dalla senatrice a vita Liliana Segre e dallo scrittore Andrea Camilleri per ridare dignità nelle scuole alla materia.

La storia è un bene comune. La sua conoscenza è un principio di democrazia e di uguaglianza tra i cittadini. È un sapere critico non uniforme, non omogeneo, che rifiuta il conformismo e vive nel dialogo. Lo storico ha le proprie idee politiche ma deve sottoporle alle prove dei documenti e del dibattito, confrontandole con le idee altrui e impegnandosi nella loro diffusione.
Ci appelliamo a tutti i cittadini e alle loro rappresentanze politiche e istituzionali per la difesa e il progresso della ricerca storica in un momento di grave pericolo per la sopravvivenza stessa della conoscenza critica del passato e delle esperienze che la storia fornisce al presente e al futuro del nostro Paese.
Sono diffusi, in molte società contemporanee, sentimenti di rifiuto e diffidenza nei confronti degli “esperti”, a qualunque settore appartengano, la medicina come l’astronomia, l’economia come la storia. La comunicazione semplificata tipica dei social media fa nascere la figura del contro-esperto che rappresenta una presunta opinione del popolo, una sorta di sapienza mistica che attinge a giacimenti di verità che i professori, i maestri e i competenti occulterebbero per proteggere interessi e privilegi.
I pericoli sono sotto gli occhi di tutti: si negano fatti ampiamente documentati; si costruiscono fantasiose contro-storie; si resuscitano ideologie funeste in nome della deideologizzazione. Ciò nonostante, queste stesse distorsioni celano un bisogno di storia e nascono anche da sensibilità autentiche, curiosità, desideri di esplorazione che non trovano appagamento altrove. È necessario quindi rafforzare l’impegno, rinnovare le parole, trovare vie di contatto, moltiplicare i luoghi di incontro per la trasmissione della conoscenza.
Ma nulla di questo può farsi se la storia, come sta avvenendo precipitosamente, viene soffocata già nelle scuole e nelle università, esautorata dal suo ruolo essenziale, rappresentata come una conoscenza residuale, dove reperire al massimo qualche passatempo. I ragazzi europei che giocano sui binari di Auschwitz offendono certo le vittime, ma sono al tempo stesso vittime dell’incuria e dei fallimenti educativi.
Il ridimensionamento della prova di storia nell’esame di maturità, l’avvenuta riduzione delle ore di insegnamento nelle scuole, il vertiginoso decremento delle cattedre universitarie, il blocco del reclutamento degli studiosi più giovani, la situazione precaria degli archivi e delle biblioteche, rappresentano un attentato alla vita culturale e civile del nostro Paese.
Ignorare la nostra storia vuol dire smarrire noi stessi, la nostra nazione, l’Europa e il mondo. Vuol dire vivere ignari in uno spazio fittizio, proprio nel momento in cui i fenomeni di globalizzazione impongono panorami sconfinati alla coscienza e all’azione dei singoli e delle comunità.
Per questo cittadini di vario orientamento politico ma uniti da un condiviso sentimento di allarme si rivolgono al governo e ai partiti, alle istituzioni pubbliche e alle associazioni private perché si protegga e si faccia progredire quel bene comune che si chiama storia

e chiedono
che la prova di storia venga ripristinata negli scritti dell’esame di Stato delle scuole superiori.

che le ore dedicate alla disciplina nelle scuole vengano incrementate e non ulteriormente ridotte.

che dentro l’università sia favorita la ricerca storica, ampliando l’accesso agli studiosi più giovani.

Andrea Giardina
Liliana Segre
Andrea Camilleri


L’appello lanciato su “Repubblica” da Andrea Camilleri, Andrea Giardina e Liliana Segre è al centro del festival organizzato da Laterza che si è aperto a Napoli. Studiosi di diverso orientamento da Canfora a Cardini, da Barbero a Cantarella aderiscono: la politica restituisca il valore civile alla disciplina.

link:

Erodoto di Alicarnasso (484/430 circa)

 

venerdì 26 aprile 2019

Antonio Gramsci +27 aprile 1937


27 aprile 2019

FILOSOFIA DELLA PRASSI 
Filosofia della prassi è, per Gramsci, il marxismo e il suo cuore, la concezione materialistica della storia. Praxis è movimento di andata e ritorno: l’essere umano pensa e agisce, cioè produce materialmente come soggetto collettivo di storia, riflette e intenzionalmente, cioè pedagogicamente, trasforma la società. E storia è cultura, non solo struttura, dunque, ma dialettica che ha nella sovrastruttura il determinarsi non di semplice ‘riflessione’, ma motrice essa stessa della trasformazione sociale. Se la lotta di classe è base della dialettica rivoluzionaria, la coscienza di classe ne è la conseguenza, ma nel contempo diventa soggetto di storia. (fe.d.)