Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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mercoledì 6 maggio 2026

Incantesimo meridionale - La magia del Sud in Ernesto de Martino

 




La magia del Sud in Ernesto de Martino 


Ferdinando Dubla - Viviana Tortorici 



Antropologia lezione 9

Lunedì 23 febbraio 2026 Università della Libera Età

p.zza Nunzio Sulprizio - Taranto

corso di Antropologia filosofica

relatori: prof. Ferdinando Dubla

d.ssa Viviana Tortorici

“I temi della forza magica, della fascinazione, della possessione, della fattura e dell'esorcismo, sono senza dubbio in connessione con l'immensa potenza del negativo quotidiano che incombe sugli individui dalla nascita alla morte."

Ernesto de Martino, Sud e magia, 1959, ed.2015, pag.89

Nota “a margine”: se leggiamo Sud e magia attraverso la lente di bell hooks [Gloria Jean Watkins - Elogio del margine / Scrivere al buio (Tamu Edizioni 2020)] e del "femminismo terrone", la soggettività femminile emerge proprio dal "margine". La marginalità come spazio di resistenza, come luogo di ‘costruzione’ di potere nella ‘decostruzione’ dei linguaggi dominanti, cuore del pensiero decoloniale e della critica postcoloniale. Se il "centro" impone una logica di dominio e competizione, il margine può immaginare mondi basati sulla cura, l'interdipendenza e la solidarietà. 


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giovedì 9 aprile 2026

IL MARGINE E I SUBALTERNI / Etnocentrismo critico e umanesimo etnografico in Ernesto de Martino e bell hooks

 



IL MARGINE E I SUBALTERNI

Etnocentrismo critico e umanesimo etnografico in Ernesto de Martino e bell hooks

di Ferdinando Dubla e Viviana Tortorici

Lunedì 30 marzo 2026 Università della Libera Età di Taranto

corso di Antropologia filosofica - lezione 11

 

È anzitutto evidente che nella misura in cui queste masse premono per entrare nella storia, nella misura in cui vi entrano di fatto, nella misura in cui cessano di essere «masse» da padroneggiare, la cultura tradizionale non può più contentarsi di una semplice scienza naturale del mondo popolare e della sua cultura. Queste masse, irrompendo nella storia, portano con sé le loro abitudini culturali, il loro modo di contrapporsi al mondo, la loro ingenua fede millenaristica e il loro mitologismo, e persino certi atteggiamenti magici.

Ernesto de Martino, Intorno a una storia del mondo popolare subalterno,  Società, anno V, n. 3, settembre 1949

 

Irruzione nella storia

41 anni dopo, bell hooks, nel 1990, pubblica negli USA la sua riflessione sul margine. È un contesto post-coloniale e post-segregazionista, dove il "margine" non è più un luogo da cui fuggire, ma una postazione politica da rivendicare.

- bell hooks, Yearning: Race, Gender, and Cultural Politics, South End Press (Boston, MA), 1990 -  Il saggio Choosing the Margin as a Space of Radical Openness (tradotto in Italia come Elogio del margine, Tamu, 2020) è il capitolo 15 di questo volume (pp. 145-153 nell'edizione originale). 




Chi è bell hooks

bell hooks (1952–2021) è stata una delle più importanti teoriche femministe, scrittrici e attiviste statunitensi. Il suo lavoro si concentra su temi come razzismo, sessismo, classe sociale e rappresentazione culturale, mettendo in luce come queste forme di oppressione siano intrecciate tra loro. Nei suoi testi, il margine diventa non solo luogo di esclusione, ma anche spazio di resistenza, consapevolezza e produzione teorica.

Il nome “bell hooks” è uno pseudonimo ispirato alla sua bisnonna e scritto in minuscolo per una scelta politica: mettere al centro le idee, non la persona. Inoltre, afferma una genealogia matrilineare.

Nel testo Elogio del margine, bell hooks elabora una teoria del margine dove emergono alcuni concetti chiave — come lo sguardo oppositivo, la critica all’universalismo e la centralità dell’esperienza vissuta — che permettono di articolare il legame con l'etnocentrismo critico, la subalternità e l'intersezionalità.

  Uno degli elementi fondamentali è la critica all’universalismo occidentale. hooks mostra come il soggetto “universale” della teoria femminista dominante sia spesso implicitamente bianco, borghese e occidentale. Questo si collega direttamente all’etnocentrismo: il centro si presenta come neutro e universale, mentre in realtà è situato e parziale.

  L’etnocentrismo critico, in questa prospettiva, diventa la pratica di smascheramento di questa falsa universalità.

  hooks invita a riconoscere che ogni sapere è situato e che le prospettive marginali non sono deviazioni, ma punti di osservazione privilegiati per comprendere i meccanismi del potere.

Oppositional gaze e agency

Un concetto chiave che rafforza questa posizione è quello di “sguardo oppositivo” (oppositional gaze). hooks descrive come i soggetti marginalizzati sviluppino una capacità critica di leggere e decostruire le rappresentazioni dominanti. Questo sguardo non è solo difensivo, ma produttivo: consente di reinterpretare la realtà e di resistere simbolicamente alla cultura egemonica. In relazione alla subalternità, questo implica che i soggetti subalterni non sono privi di voce in senso assoluto, ma sviluppano forme alternative di espressione e lettura del mondo, anche quando sono esclusi dai canali ufficiali. hooks inoltre introduce una dimensione fondamentale: quella della agency.

A differenza di alcune interpretazioni più rigide del concetto di subalterno (subalterno=passività) la sua prospettiva insiste sulla capacità dei soggetti marginalizzati di produrre cultura, teoria e resistenza. Il margine è uno spazio ambivalente: è imposto dal potere, ma può essere riappropriato. Questa riappropriazione è un atto politico che trasforma la marginalità in luogo di enunciazione. E di rivoluzione, soprattutto ‘rivoluzione culturale’.

Io sono nel margine. Faccio una distinzione precisa tra marginalità imposta da strutture oppressive e marginalità eletta a luogo di resistenza– spazio di possibilità e apertura radicale. Questo luogo di resistenza è permanentemente caratterizzato da quella cultura segregata di opposizione che è la nostra risposta critica al dominio.

Pagina 115, Elogio del margine

 

Il 'mondo popolare subalterno' di de Martino e il 'margine' di bell hooks sono lo stesso luogo geografico e mentale: se la storia è 'integrale opera dell'uomo', allora la rivoluzione è l'atto con cui il margine si riappropria del proprio diritto di progettare l’intersezionalità di classe, genere e razza con un’irruzione nella storia della periferia sfidando il centro che gerarchizza i livelli del potere egemonico (struttura e sovrastruttura in Gramsci e de Martino) in una nuova soggettività controegemonica, in cui l’ineguaglianza di classe si trova in linea orizzontale con la ‘differenziazione’ subalterna di genere e la ‘razzializzazione’.

L'irruzione della periferia nel centro non mira a "diventare il centro", ma a distruggere la logica stessa della gerarchia egemonica.

L’umanesimo etnografico di De Martino si nutre oggi dell’elogio del ‘margine’ di bell hooks,  il riconoscimento cioè che la classe, il genere e la razza sono i territori di un'unica, vasta battaglia per il diritto all'”esser-ci”, per il superamento della’ crisi della presenza’ dai margini stessi della storia per l’irruzione nella storia, per superare il ‘centro’ dell’etnòs, l’etnocentrismo e il suo sguardo coloniale, per la fondazione di un nuovo centro, critico perchè dei margini dei subalterni del mondo, etnocentrismo critico.

 

 La controcondotta egemonica dal margine dei subalterni

Il nuovo discorso critico si configura come un'etica e una politica dello sguardo globale, capace di decodificare i meccanismi del dominio attraverso una lente intersezionale e multidisciplinare. Questo sguardo non è neutro, ma parziale e situato: nasce dall'esperienza vissuta della classe (un nuovo umanesimo) e dalle sue determinazioni materiali.

Mentre le classi dominanti occupano il "centro" trasformandolo in uno spazio di disciplinamento e autoaffermazione, le classi subalterne abitano il "margine" e la "periferia". È proprio in questo spazio marginale che si innescano i processi di soggettivizzazione e di conflitto. Qui, la subalternità (spesso "doppia", incrociando classe e genere, e tripla con la razza) cessa di essere solo oggetto di dominio per farsi soggetto resistente. Attraverso la produzione di una propria storia organica e l'esercizio di contro-condotte, il posizionamento marginale si trasforma in una forza politica collettiva e autonoma. La lotta per l'egemonia coincide dunque con la rottura della marginalità isolata, pur conservando lo sguardo critico e autonomo maturato "fuori" dal “centro”.

Il tema dell’intersezionalità e l’etnocentrismo critico

viene ulteriormente approfondito attraverso la critica alla frammentazione delle lotte. hooks evidenzia come i movimenti femministi e antirazzisti abbiano spesso ignorato le interconnessioni tra le diverse forme di oppressione. In questo senso, il suo pensiero dialoga con quello di Kimberlé Crenshaw, pur sviluppandosi in modo autonomo. Il concetto di intersezionalità è stato infatti introdotto da Kimberlé Crenshaw nel 1989,  in un saggio giuridico diventato poi il manifesto del femminismo nero contemporaneo:

Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics, in «University of Chicago Legal Forum», Vol. 1989, Issue 1, Article 8. La Crenshaw lo svilupperà anche come “linguaggio del dominio” (“hate speech”).

hooks sottolinea che genere, razza e classe non sono semplicemente categorie che si sommano, ma strutture che si co-costituiscono. L’esperienza del margine è quindi sempre intersezionale: non esiste una marginalità “pura”.

Questo contrasta con l’astrazione universalizzante tipica del pensiero dominante e rafforza il legame con l’etnocentrismo critico: riconoscere il proprio posizionamento significa anche riconoscere i propri limiti e i propri privilegi.

Se consideriamo il margine solo come un segno che esprime disperazione, veniamo penetrati distruttivamente da uno scetticismo assoluto. Ed è proprio lì, in quello spazio di disperazione collettiva, che la nostra creatività e la nostra immaginazione sono in pericolo, che la nostra mente viene colonizzata, che si desidera la libertà come fosse un bene perduto.

Pagina 111, Elogio del margine

 

Il margine diventa uno spazio dinamico di produzione di sapere, resistenza e ridefinizione identitaria, da cui è possibile mettere in crisi il centro e immaginare nuove forme di convivenza sociale e politica

- Per Ernesto de Martino l'irruzione delle masse dal ‘margine’ al centro’ è la "produzione di una propria storia". Il "vissuto umano della classe" è l'erede diretto dell'umanesimo etnografico demartiniano. Non si tratta più di guardare al subalterno come "oggetto di natura" (naturalismo), ma restituirgli la dignità di costruttore integrale della realtà storica.

• Come per hooks, il margine non è solo il luogo della privazione, ma il sito della resistenza.

• “Doppia subalternità”: il nesso classe-genere è il cuore dell'intersezionalità della hooks. La "forza politica autonoma" nasce proprio quando il subalterno smette di guardare al “centro” come unico modello di emancipazione e inizia a valorizzare la propria prospettiva "periferica".

 • Soggettività antagonista: la "scelta" di abitare il margine di cui parla hooks è descritta come la capacità di produrre una rappresentazione autonoma dei rapporti di forza, rompendo la mediazione culturale del dominio.

La rivoluzione nel margine è l'atto con cui si ricompone la frammentazione imposta dal dominio.

Classe, genere e razza non sono livelli separati, ma linee orizzontali di un'unica lotta. Il "riscatto" si attua qui: nella capacità di progettare una storia che non gerarchizza le oppressioni, ma le trascende in una nuova unità politica.

La vera soggettivizzazione antagonista è il subalterno che decide di fare della propria periferia il cuore di una nuova visione del mondo. 


 


Writing in the dark

Per bell hooks, "scrivere al buio" significa produrre teoria e narrazione partendo da una condizione di oscuramento imposta dal potere egemonico: è la condizione di chi abita il margine, dove le luci del "centro" (la cultura ufficiale, l'accademia, i media) non arrivano o arrivano solo per distorcere la realtà. Dunque “scrivere al buio” significa dar voce a ciò che è stato reso muto. È l'atto di tracciare segni in uno spazio dove il potere ha decretato che non debba esserci storia.

C'è un'affinità profonda tra la "scrittura al buio" e l'umanesimo etnografico: se il subalterno di de Martino vive una "storia muta" schiacciata dall'angoscia di una presenza che ‘dilegua’, la “scrittura al buio”  è lo strumento per affermare la ‘presenza’.  Sofferenza e dolore individuali diventano forza collettiva.

  Come il rito demartiniano permette di "abitare il mondo" nonostante la crisi, così la “scrittura al buio” permette alla soggettività marginalizzata (di classe, genere e razza) di progettare la propria presenza laddove l'egemonia vede solo assenza o barbarie.

  La 'scrittura al buio' è la risposta politica alla 'storia muta' demartiniana. Se il subalterno è stato privato della luce del riconoscimento, egli impara a vedere e a scrivere nell'oscurità del margine.

Questa scrittura non è solo un diario del dolore, ma la progettazione <intersezionale> di una nuova soggettività che, proprio perché abita l'ombra, vede le crepe del potere egemonico molto meglio di chi sta alla luce del “centro”.

Uno dei nodi dell’etnocentrismo critico di de Martino consiste, a nostro modo di vedere, in questo: piuttosto che ribadire un primato della cultura occidentale, pur assumendo uno sguardo ‘alieno’ per la descrizione ma anche la ‘comprensione’ delle altre culture, ci sembra, vista la sua opposizione anche al ‘relativismo culturale’, che vi sia un ‘azzeramento’ funzionale all’emergere delle culture subalterne. È l’antropologo e filosofo che inevitabilmente legge le culture ‘altre’ (nel momento in cui non solo descrive, ma, appunto, ‘sente’ e ‘comprende’). E che in definitiva il vaglio critico dell’etnocentrismo sia la filosofia e l’utilizzo di categorie filosofiche per l’interpretazione e non il giudizio.

L’umanesimo etnografico si pone dunque come base fondante dell’etnocentrismo critico.

  Senza questa base fondante, l'etnocentrismo critico sarebbe solo un esercizio logico. È la tensione umanistica a spingere l'intellettuale verso il margine, per ritrovare in quella periferia i frammenti di un'”umanità integrale” che il “centro” ha rimosso.

È l’incontro tra la ‘sospensione del giudizio’ del ricercatore e la rivendicazione del ‘marginale’ che crea la vera soggettività controegemonica.

È l’incontro tra il 'mondo popolare subalterno' di de Martino e il 'margine' di bell hooks, così come delle categorie concettuali di Gramsci e i Subaltern studies di Ranajit Guha. Oggi.

 

 

Nota biblio

 

Ferdinando Dubla (a cura di), Subaltern studies Italia 1 - Saggi su Guha, Gramsci, de Martino e i margini della storia, ed. Barbieri, 2024

Viviana Tortorici, Genere e città: percorsi femministi per lo spazio urbano, Università degli Studi di Bari Aldo Moro, Anno accademico 2024/2025, Relatrice: Laura Mitarotondo

Ernesto de Martino,

Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo, Einaudi, 1948

Ernesto de Martino,

La fine del mondo. Contributo all'analisi delle apocalissi culturali, a cura di Clara Gallini, Einaudi, 1977

De Martino analizza come la civiltà occidentale affronti il rischio della propria fine e come si rapporti alle "apocalissi" delle altre culture. L'autore chiarisce che il ricercatore occidentale non può né deve rinunciare alle proprie categorie (storicismo, razionalità), ma deve usarle come uno specchio. L'incontro con l'alieno (il subalterno, il colonizzato) serve a rimettere in discussione le basi stesse della cultura occidentale. È in queste pagine che si evince come l'etnocentrismo diventi "critico" solo quando lo studioso accetta il rischio di veder crollare le proprie certezze nell'incontro con l'altro, trasformando l'osservazione in un'autocritica della ragione occidentale.

 

Kimberlé Crenshaw,

Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics,   in «University of Chicago Legal Forum», Vol. 1989, Issue 1, Article 8.

 

bell hooks,

Elogio del margine: razza, sesso e mercato culturale (Feltrinelli 1998 (traduzione e cura di M. Nadotti), una raccolta di dieci saggi dell'autrice afroamericana, e

Scrivere al buio (La tartaruga 1998) un dialogo critico e allo stesso tempo intimo tra bell hooks e Maria Nadotti. Entrambi i contributi sono ora raccolti nella nuova edizione Elogio del margine / Scrivere al buio (Tamu Edizioni 2020).

 

 

APPENDICE

Per de Martino: l’esempio del "lamento funebre"

L'antropologo entra in una casa lucana dove si veglia un morto.

Da una parte c'è l'intellettuale razionalista (il "centro"), dall'altra le donne che urlano, si strappano i capelli e dicono frasi ritmate (il "margine" magico).

- Se l'antropologo guarda con gli occhiali della psichiatria moderna o di un’acquisita cultura metropolitana occidentale, vede solo "isteria". Deve azzerare il suo giudizio di uomo del '900 per "sentire" che quel grido non è pazzia, ma una tecnica millenaria per non morire di dolore.

Solo azzerando il proprio mondo, comprende che il rito è un dispositivo di protezione: serve a "far passare la nottata" alla comunità.

Per bell hooks: oltre i binari della ferrovia

Immaginiamo la cittadina di origine di hooks, Hopkinsville, nel Kentucky segregato, divisa nettamente da una linea ferroviaria.

- I neri vivono "oltre i binari". Per andare a lavorare, devono attraversarli ed entrare nel mondo dei bianchi.

- Chi vive al margine è costretto a conoscere entrambi i mondi per sopravvivere. Vede i binari come un limite imposto dal “centro” egemonico, ma da quella posizione periferica riesce a scorgere le contraddizioni di tutto il sistema (classe, razza e genere) che chi sta nel "quartiere bene" non può nemmeno immaginare.

- Il margine non è un posto dove si è "finiti" per caso, ma è il luogo da cui si osserva il treno del potere passare, comprendendone i meccanismi meglio di chi vi è seduto sopra.

Chi sta oltre i binari ha una "doppia - tripla -plurima visione", tante quanti sono i suoi vissuti di subalternità, fondamentali per ogni soggettività antagonista. 


 


Su questo blog vedi amche:

martedì 17 marzo 2026

QUELLA STELLA DELLA CINA CHE BRILLA NEL CIELO (3a parte)

 

IL VOLO SPEZZATO (4) 



Non abbiamo argomenti tabù nella storia della Cina di Mao. Ci dispiace per i salmodianti, se ce ne sono ancora, ma più spinosi sono i nodi storici, più ci interessa districarli.

 

La vicenda di Shangguan Yunzhu è uno di questi. Il Presidente amava Shangguan. Quanto di questo amore pesò sul destino dell’altra "stella" di Shanghai, Jiang Qing? sua quarta moglie.

- Nella "Rivoluzione Culturale" — da lei guidata — la situazione era andata fuori controllo, scivolando in un frazionismo violento che minacciava le basi stesse dello Stato. Mao decise dunque di interromperla: e la rivoluzione fu interrotta.

 

Il Presidente recuperò il comando affidandosi alla “vecchia guardia”, ai rivoluzionari della Lunga Marcia e di Yan’an. Lo fece per necessità politica di consolidamento, certo, ma forse anche per il dolore e l'amore verso Shangguan.

 

Perché la storia non è fatta solo di decreti, ma di soggettività che si scontrano.

 

La tragica fine di Shangguan Yunzhu, una delle dive più luminose del cinema cinese, rappresenta uno dei momenti più bui e complessi della storia culturale del Paese. La sua stella si spense il 23 novembre 1968, vittima diretta degli eccessi estremistici che caratterizzarono la "Rivoluzione Culturale" sotto la guida di Jiang Qing. In quegli anni, il radicalismo del gruppo politico di Shanghai trasformò la legittima critica al passato borghese in una persecuzione sistematica che non risparmiò nemmeno coloro che, come Shangguan, avevano goduto della stima personale di Mao Zedong. Il Presidente, che era un sincero ammiratore dell'arte dell'attrice, si trovò inizialmente a gestire un movimento che, nella sua spinta iconoclasta, sfuggiva parzialmente al controllo centrale, finendo per schiacciare figure di alto profilo intellettuale. Fu proprio Mao, rendendosi conto della pericolosità di tali derive, a intervenire in un secondo momento per fermare gli eccessi più violenti della "Rivoluzione Culturale", agendo per ragioni di stabilità politica e per preservare le strutture stesse dello Stato.

 

SHANGGUAN YUNZHU: IL VOLO SPEZZATO DI UNA STELLA DI SHANGHAI

 

La tragica fine di Shangguan Yunzhu, una delle dive più luminose del cinema cinese degli anni Quaranta, viene rielaborata da Anchee Min ne Il pavone rosso (op.cit., pp.276-280) attraverso le lenti deformanti del melodramma passionale. Nel romanzo, la morte dell'attrice è descritta come un auto-avvelenamento causato dalla gelosia ossessiva di Jiang Qing, trasformando un dramma politico in una faida sentimentale da corte imperiale. Tuttavia, la decostruzione storica ci restituisce una verità molto più cruda e complessa che va ben oltre la rivalità amorosa per l'attenzione di Mao Zedong.

- Shangguan Yunzhu non scelse il silenzio del veleno, ma morì gettandosi da una finestra il 23 novembre 1968, al culmine di una serie di interrogatori brutali condotti dagli apparati di sicurezza. La sua colpa, agli occhi del Gruppo per la Rivoluzione Culturale, non era solo il presunto legame privato con il Presidente, ma ciò che lei rappresentava esteticamente e culturalmente: il cosmopolitismo borghese di Shanghai che Jiang Qing intendeva eradicare per far posto all'<eroismo proletario> delle “Opere Modello”.

Interpretare il suo suicidio come una morte per gelosia, come fa la narrativa della diaspora, serve a occultare lo scontro violento tra due mondi e a ridurre la complessa paranoia securitaria di quegli anni a una semplice questione di "cuore infranto".

La vicenda di Shangguan Yunzhu resta un monito sulle contraddizioni della ‘rivoluzione di lunga durata‘, dove la legittima necessità di superare i modelli culturali del passato si intrecciò tragicamente con gli eccessi di una persecuzione che finì per schiacciare il singolo sotto il peso di una trasformazione epocale.

 

foto 1.: Shangguan Yunzhu nel fulgore della sua carriera a Shanghai. > Questo ritratto cattura l'estetica sofisticata e il fascino della "Parigi d'Oriente" che Jiang Qing voleva superare. Nella decostruzione di Anchee Min, questa bellezza diventa il movente di una gelosia mortale, mentre storicamente rappresentava l'ultimo baluardo di una cultura urbana che la Rivoluzione Culturale cercava di rifondare radicalmente. 




foto 2.: un ritratto autografo dell'attrice. > Shangguan Yunzhu decise di restare nella Cina continentale dopo il 1949, cercando un difficile compromesso con il nuovo ordine socialista. La sua morte nel 1968 segna il punto di rottura definitivo tra l'eredità cinematografica classica e il rigore ideologico imposto dalla fazione di Shanghai, un passaggio che la letteratura contemporanea riduce troppo spesso a cronaca privata.

 

 

ZHANG CHUNQIAO, LA MENTE DEI “QUATTRO” 


 


L'analisi della transizione socialista non può prescindere dalla figura di Zhang Chunqiao, che all’interno del Gruppo per la Rivoluzione Culturale ricoprì il ruolo di architetto teorico e di principale mente politica. Lungi dall’essere un semplice agitatore, Zhang fu un intellettuale organico di altissimo profilo, capace di tradurre le istanze della mobilitazione di massa in una dottrina sistematica sulla continuità dello Stato. La sua opera fondamentale del 1975, “Sull’esercizio della dittatura integrale sulla borghesia“, rappresenta ancora oggi un documento imprescindibile per comprendere come la grande costruzione cinese abbia affrontato il problema della persistenza del diritto borghese e delle gerarchie salariali all’interno di un’economia pianificata. Per Zhang Chunqiao, la rivoluzione non era un atto unico ma un processo di lunga durata necessario a impedire la cristallizzazione di nuove burocrazie, una visione che oggi viene richiamata con le moderne campagne per la disciplina del Partito e per la “rivitalizzazione“ ideologica. Gli scritti di Zhang, comprese le riflessioni raccolte durante i lunghi anni di prigionia fino alla morte nel 2005

 

lettere alla figlia scritte da Zhang - • Titolo inglese: Zhang Chunqiao: “On the Cultural Revolution and Beyond” (pubblicato da Verso Books nel 2017); mostrano una coerenza intellettuale che cercava di salvaguardare la sovranità nazionale e l’integrità del progetto socialista. 




IL COLLETTIVO RIVOLUZIONARIO TRA COSCIENZA E DOGMATISMO

 

Il libro di Anchee Min “Red Azalea” (1994) pur nato come critica al sistema, contiene al suo interno la prova della potenza egemonica dell'estetica di Jiang Qing e della sua capacità di mobilitare le passioni più nobili della classe operaia e contadina.

Azalea rossa era l’ideale della compagna Jiang Qing, la sua creatura, il suo sogno, la sua vita. Era questo il personaggio per cui dovevamo competere, e se una di noi l’otteneva raggiungeva la celebrità. La storia di Azalea rossa era una storia di passione nel rumor dei cannoni. Parlava di come dovrebbe vivere una donna, parlava di un amore proletario che durava fino alla morte. Per me, non era solo un film sul periodo della guerra, sulla nostra storia, era un film riguardo a ciò che era l’essenza di una vera eroina, l’essenza di Yan, e su come io stessa avrei dovuto continuare a vivere la mia vita.,

da Azalea Rossa, cit., pag. 148

 

L'analisi del collettivo di lavoro e di studio descritto da Anchee Min in Azalea Rossa ci offre una lente fondamentale per comprendere la dialettica interna alla grande costruzione socialista. Attraverso le figure di Yan e Lu, responsabili e capo-squadra dei collettivi di lavoro, si delineano due modalità antitetiche di intendere la direzione politica e la formazione dell'”uomo nuovo”. Yan incarna l'ascesi rivoluzionaria e la coerenza ideale: il suo comando non è burocratico ma pedagogico, basato sul superamento marxista degli incentivi materiali a favore di una realizzazione totale nel bene collettivo. In lei, la disciplina è l'espressione di una coscienza di classe autentica che agisce come avanguardia della ‘rivoluzione di lunga durata‘. Al contrario, la figura di Lu esemplifica la degenerazione del pensiero di Mao in una religione salmodiante e inquisitoria; il suo è un fanatismo performativo che utilizza il dogma come paravento per brame di potere personali e controllo gerarchico. Questo scontro non è una semplice disputa caratteriale, ma riflette la tensione tra la spinta all'emancipazione e la persistenza del "diritto borghese" e di strutture mentali pre-rivoluzionarie all'interno del partito. In questo contesto, il film e l'opera “Azalea Rossa“ assumono un significato che trascende l'estetica: per la protagonista, l'eroina del gruppo politico guidato da Jiang Qing, non è solo un personaggio da interpretare, ma l'essenza stessa di una vera eroina proletaria. Rappresenta l'ideale di una passione politica che si fonde con la vita, di un amore che dura fino alla morte nel rumore dei cannoni e che impone una tensione etica costante. Recitare quel ruolo significava, per la gioventù dell'epoca, tentare di raggiungere l'altezza morale di Yan, trasformando la propria esistenza in uno strumento di ‘trasformazione antropologica‘ verso il comunismo. La tragedia della rivoluzione interrotta (+)  risiede proprio nel divario tra questo sogno di onnilateralità (Marx) e la realtà di una direzione che, in certi quadri intermedi, smarriva la bussola della dialettica per rifugiarsi nel formalismo dogmatico, segnando il confine tra la liberazione della coscienza e la sua alienazione burocratica.

+ (vedi  in questo blog E la rivoluzione fu interrotta, L'analisi e la classe, 8 nov 2025) 


 

L’EROTISMO RIVOLUZIONARIO nella transizione femminista al comunismo

 

[decostruzione del romanzo di Anchee Min “Azalea Rossa” - 1993] 



AMORE E DESIDERIO NEL COLLETTIVO DI LAVORO MAOISTA

 

Analizziamo un passaggio cruciale di Azalea rossa (ed.it., Guanda, 1994, pp. 174-177) in cui Anchee Min descrive la tensione emotiva ed erotica tra la protagonista e la sua comandante Yan all'interno di un collettivo agricolo durante la "Rivoluzione Culturale". La narrazione di questo legame, in una lettura decostruzionista, non va interpretata come una semplice vicenda privata, ma come il tentativo di scrostare le sedimentazioni della vecchia società feudale e patriarcale per unire amore e rivoluzione nel processo di transizione al socialismo. Il desiderio descritto dalla narratrice rappresenta infatti la trasposizione fisica dell'attrazione delle masse verso l'avanguardia ideologica, dove l'amore per Yan diviene inseparabile dalla sua funzione di modello di coerenza e ascesi rivoluzionaria. In questo contesto, l'eros smette di essere un rifugio individuale di stampo borghese per trasformarsi in una sfida radicale ai rapporti di forza tradizionali, delineando un'utopia femminile in cui l'emancipazione è talmente profonda da ridefinire i legami affettivi al di fuori degli schemi del passato. Amarsi nel collettivo di lavoro significa dunque tentare una sintesi suprema in cui la passione politica si fonde con la sostanza umana, cercando di forgiare quella coscienza di classe totale capace di trasformare anche i sentimenti in energia trasformatrice. Sebbene la Min sottolinei la sofferenza derivante dalla disciplina di ferro, questa analisi ci permette di scorgere in queste pagine il travaglio necessario per la nascita dell' "uomo onnilaterale" (Marx), dove la ricerca dell'eroina proletaria passa inevitabilmente attraverso la costruzione di una nuova sensibilità che non separa l'affetto dalla prassi rivoluzionaria. La tragedia della "rivoluzione interrotta" risiede proprio nella difficoltà di stabilizzare questa altezza etica, ma resta la testimonianza di un momento storico in cui la grande costruzione socialista ha tentato di liberare ogni ambito dell'esistenza, inclusa la sfera più intima del desiderio.

 

 

precedenti

 

QUELLA STELLA DELLA CINA CHE BRILLA NEL CIELO (1a parte)

 

JIANG QUING O DELL'AMORE RIVOLUZIONARIO  [1]

 la rivoluzione ininterrotta di Madame Mao [2]

 

QUELLA STELLA DELLA CINA CHE BRILLA NEL CIELO (2a parte)

 

IL CUORE DEL POTERE (3) 



(a cura di Ferdinando Dubla)