le lenti di Gramsci

mercoledì 14 novembre 2018

Dimenticare il «capitale umano»


«Aprire le porte. Per una scuola democratica e cooperativa», a cura di Piero Bevilacqua, per Castelvecchi


Devono essere valorizzati i nuclei di resistenza al processo di trasformazione neoliberista della scuola e dell’università, i luoghi dove il processo di trasformazione antropologica dell’essere umano in imprenditore di se stesso è stato – ed è tutt’ora – più feroce. Si tratta di un’intellettualità diffusa e critica, costituita principalmente da docenti di scuola e universitari, forgiata dalla lettura delle critiche crociane di Gramsci con le più avanzate decostruzioni di quella peculiare pedagogia del capitalismo oggi conosciuta sotto il nome di «governamentalità».

La nozione coniata da Michel Foucault è stata approfondita, e straordinariamente sviluppata, anche nell’ambito di una spietata critica alla società della valutazione e della certificazione che domina tutti i processi che hanno travolto, e trasformato, la scuola e l’università nell’ultima generazione, in Italia a partire perlomeno dal 1989, l’anno della riforma Ruberti continuata con quella Berlinguer-Zecchino del Duemila e proseguita con le «riforme» Moratti, Gelmini e, in ultimo, quella «Buona Scuola» con la quale Renzi e il Pd hanno chiuso il cerchio.

È QUESTO IL CASO di un libro, politicamente decisivo, curato da Piero Bevilacqua: Aprire le porte. Per una scuola democratica e cooperativa(Castelvecchi, pp. 187, euro 17,50) che raccoglie brevi e taglienti saggi di alcune delle figure che, in questi anni, hanno proseguito una critica inflessibile, e non solitaria, della scuola trasfigurata dall’ideologia del «capitale umano»: tra gli altri Rossella Latempa, Tiziana Drago, Laura Marchetti, Anna Angelucci, Gianluca Carmosino, Massimo Baldacci, Enzo Scandurra e molti altri.

Questo nucleo della resistenza non è l’unico. Va anche qui ricordato il ruolo che ha avuto, e ha tutt’ora, il sito Roars dove negli anni sono apparsi contributi fondamentali alla critica della «nuova ragione del mondo», il capitalismo in regime neoliberista che non è soltanto un fenomeno economico, ma un progetto che aspira a modificare l’essere umano, oltre che il governo e le sue istituzioni, sin dalla prima entrata in un’aula scolastica, accompagnando il soggetto fino alla tomba, in tutte le evoluzioni a cui obbliga la precarietà a tempo indeterminato, in quella che è stata definita la società che apprende: la learning society.L’imperativo è: apprendere ad apprendere come gestire un precariato concepito come realtà irreversibile. A questo corrisponde la trasformazione dell’istruzione in trasmissione di pacchetti di «competenze», la costruzione della vita in un’esistenza subalterna all’imperativo della perfomatività assoluta raccontata da Anna Angelucci.

Aprire le porte va letto come una breve, e esaustiva, guida al dibattito sulle premesse e le conseguenze dell’alternanza scuola-lavoro, ad esempio, il pilastro di quella riforma capitalista con la quale la scuola è stata trasformata definitivamente in uno snodo fondamentale delle politiche attive del lavoro. In questa cornice si spiega il furore ideologico con il quale si vogliono imporre i test Invalsi sin dagli anni della scuola elementare.

LA RICERCA che su questo tema sta conducendo Rossella Latempa è formidabile. Questo libro, come esorta Tiziana Drago, non è l’esercizio di un lutto, la pratica della rassegnazione, la celebrazione di una sconfitta dei moltissimi che si sono opposti nell’ultimo trentennio. Invita, fortinianamente, al buon uso «delle rovine», alla spietata clinica di ciò che siamo, aprendoci contemporaneamente alla ricerca di un possibile, senza sottoporci alle nuove autorità che dicono di agire per il nostro bene, mentre in realtà collaborano al nostro autosfruttamento.

L’ALTERNATIVA al soggetto imprenditore passa dalla riscoperta delle pratiche della cooperazione, concetto centrale presente già in copertina e sviluppato nel corso del libro. Cooperazione dei saperi, cooperazione della forza lavoro, cooperazione degli incontri – senza finalità imperative, economiche, idealistiche o gerarchiche – che possono nascere, qui e ora, già nelle classi. E affermarsi nella vita. Non è utopia, è prassi di una vita sognata e vissuta, in ogni momento.

pubblicato su Il Manifesto del 13 novembre 2018


domenica 11 novembre 2018

MARIO CAPANNA FERDINANDO DUBLA et alii a confronto sul ‘68


a partire dall’ultimo libro di Capanna “Noi tutti”, (Garzanti, 2018) 
l’INVITO

- L'associazione "Le belle città" ha il piacere di incontrare Mario Capanna in occasione della presentazione del suo ultimo libro "Noi Tutti", edito da Garzanti.
Interverranno:
Marcello Cotogni - Associazione "Le belle Città"
Pino Suriano - Giornalista
Lidia Martino - Docente di lettere
Ferdinando Dubla - Storico del movimento operaio
La presentazione del libro è aperta a tutti.
Seguirà un apertitivo con l'autore per il quale è necessaria la prenotazione.
Per prenotazioni contattare:
345 7994138
329 3166571



LAVORO POLITICO link






sabato 10 novembre 2018

Per una storia del marxismo-leninismo italiano (1)


La nebulosa marxista-leninista.(1)
Movimentata storia delle organizzazioni filocinesi
di Pierluigi Onorati- - dal fascicolo 1968 suppl. a Il Manifesto - - ottobre 2018


Negli anni che precedono il ’68 si forma in Italia un’intera galassia di gruppi marxisti-leninisti, filocinesi e molto spesso apertamente stalinisti. È un universo in continua fluttuazione,perennemente in fase di scissione sulla basa di identiche accuse reciproche. L’insistenza dogmatica sulla purezza ideologica è anche una reazione all’imborghesimento del PCI, al pragmatismo delle sue scelte politiche a cui si contrappone la fedeltà ai “testi sacri” e alla rivoluzione come unica via. Di fatto, dogmatismo e settarismo spinto fino al grottesco impediranno alle formazioni marxiste-leniniste di cogliere sia la portata innovativa di quanto avviene in Italia, sia glie elementi più fertili e rigenerati del maoismo.
Il primo giornale marxista-leninista italiano nasce a Padova nel ’62 e viene intitolato VIVA IL LENINISMO, come un importante opuscolo cinese in cui per la prima volta era messo sotto accusa il revisionismo dell’Unione sovietica. Fondano e dirigono il periodico Vincenzo Calò e Ugo Duse, che resteranno figure centrali nel serial degli incontri e scontri fra gruppi marxisti-leninisti per tutto il decennio. In diverse città italiane si sono già formati circoli filocinesi, in aperta dissidenza con il PCI, privi di ogni forma di collegamento. Il giornale di Duse e Calò non riesce a catalizzare le forze sparse dei vari circoli ed è costretto a interrompere le pubblicazioni dopo appena tre numeri.

Le Edizioni Oriente

L’anno seguente Maria Regis fonda a Milano le Edizioni Oriente che, al contrario, avranno un’importanza notevole, non limitata alla sola area m-l, nel formarsi di una cultura d’opposizione a sinistra del PCI. Le Edizioni Oriente, oltre alla rivista Vento dell’est, pubblicano gli scritti dei dirigenti cinesi e vietnamiti, i “Quaderni” e il “libretto rosso” con le citazioni di Mao.
Nel marzo ’64 i principali circoli m-l fondano il mensile NUOVA UNITÀ, con Duse direttore e Geymonat vicedirettore. Stavolta il colpo sembra andare a segno e il mensile a raccogliere intorno a sé l’intera nebulosa m-l. I nuclei principali sono concentrati a Milano,Roma,Padova e Pisa, ma fanno capo a Nuova Unita’ anche una quindicina di centri minori, tra cui alcune città del sud. Ma in meno di un anno la situazione degenera fino a determinare la chiusura del giornale. Il problema che divide in due fronti contrapposti l’intera area m-l è la diversa valutazione a proposito del PCI.
“Un corpo sano con una testa malata”, questo lo slogan che per molti militanti e dirigenti descrive sinteticamente la situazione del Partito Comunista. Giocano fattori sentimentali (si tratta per lo più di ex iscritti al partito), e dall’altra parte l’intera parabola della dissidenza m-l era iniziata nei primissimi ’60 con la circolazione all’interno del partito delle famose “lettere anonime”, redatte da dirigenti per promuovere una critica da sinistra alle scelte del vertice. Per un’altra ala del movimento, di cui si fa portavoce Giuseppe Mai, la radiografia è troppo ottimista e il PCI, per quanti possano esseri i “veri rivoluzionari” al suo interno, non può comunque rappresentare il proletariato rivoluzionario ma solo gli interessi corporativi dell’aristocrazia operaia qualificata.
Lo scontro porta, nel gennaio ’65, alla chiusura del giornale e alla scissione del gruppo redazionale. Duse guida gli intransigenti e fonda la rivista IL COMUNISTA. Da qui apre il fuoco sugli ex compagni, che intanto hanno dato vita a una seconda serie di Nuova Unità e che rispondono per le rime. Si afferma la pratica suicida della diffamazione reciproca, degli insulti e delle accuse più assurde, dei tentativi di linciaggio morale. Fortunatamente è solo una parodia dei metodi staliniani, che però impedirà sul nascere ogni sviluppo reale dell’area m-l.
Nel ’66 Il comunista e altri circoli m-l si fondono nella Federazione m-l d’Italia e iniziano le pubblicazioni di Rivoluzione proletaria. Duse però non aderisce e con un pugno di seguaci fonda la LEGA DEI COMUNISTI M-L, che dopo un fuggevole passaggio nel Manifesto rientrerà nel PCI alla vigilia  delle elezioni del ’72. La Federazione, a sua volta, esploderà letteralmente nel giro di due anni e intorno ai suoi frammenti si costituiranno non meno di dieci formazioni, ognuna fornita di un proprio organo di stampa. 


venerdì 9 novembre 2018

Il marxismo come filosofia olistica



,

Il marxismo come filosofia olistica

La concezione materialistica della storia è unitaria/totale non totalizzante e/o totalitaria. Si basa sull’unita’ di teoria e prassi e sulla comprensione globale della storia e della società. (fe.d.)

- E’ più realistico accontentarsi di ravvisare nel corpo generale delle opere di Marx ed Engels l’espressione della sua totalità, apprezzando il fatto che in esse mano a mano i singoli elementi della totalità stessa –economia, politica, ideologia, teoria scientifica e prassi sociale –vanno progressivamente distaccandosi l’uno dall'altro; la critica dell’economia politica –ovvero la struttura –svolge appieno la funzione di elemento unificante del sistema, facendo in modo che esso non si dissolva mai in una sterile somma di scienze singole e garantendogli l’unità dei risultati. Una delle caratteristiche essenziali del metodo materialista dialettico consiste proprio nell’impossibilità di trarne conclusioni specialistiche, che possano sottrarsi alla comprensione globale dello sviluppo storico, e anche il nesso indissolubile tra teoria e prassi è formulato con tanta forza e chiarezza da far intendere la volontà di tutelarne la sussistenza anche negli eventuali sviluppi successivi del sistema.
Bisogna purtroppo constatare che quest’ultima preoccupazione fu in parte vana, perché –come d’altra parte c’era da aspettarsi –lo sviluppo del marxismo del secondo periodo nei suoi vari rami condusse necessariamente a varie forme di slegamento del sistema. Mentre secondo la concezione materialistica della storia non possono esistere singole scienze indipendenti –come non può esistere una ricerca pienamente teorica –molti marxisti dell’ultima parte del diciannovesimo secolo finirono per concepire il socialismo scientifico come una somma di conoscenze prive di nessi immediati con la prassi ; la concezione materialistica della storia, che in Marx ed Engels era stata essenzialmente dialettico-materialista, nei loro epigoni divenne qualcosa di essenzialmente adialettico. Il risultato fu il trasformare la teoria globale unitaria della rivoluzione in una critica scientifica dell’ordinamento economico borghese, dello Stato, dell’istruzione pubblica, delle religioni, dell’arte, della scienza e così via ; una critica destinata a sfociare in ogni sorta di ambizioni riformiste cui è estranea la critica radicale della società borghese e del suo Stato. Gli stessi Marx ed Engels biasimarono questa tendenza nelle evoluzioni del programma politico del partito socialdemocratico tedesco. In termini materialistico-dialettici, occorre dare atto agli sviluppi del secondo periodo di aver espresso le trasformazioni prodottesi nella prassi della lotta di classe. Non mancavano infatti i cosiddetti marxisti ortodossi, che tendevano a conservare l’impostazione teorica del primo periodo nel tentativo di frenare la deriva revisionista ; a conti fatti, però, furono proprio questi ultimi a rivelarsi più disarmati nei confronti dei grandi mutamenti storici che si stavano preparando. Per esempio, a fronte della maggior parte delle teorie revisioniste -le quali difficilmente si sarebbero potute definire marxiste, in quanto fondate su riforme destinate a cambiare lo Stato dall’interno -gli ortodossi si limitavano a respingere tali posizioni come un oltraggio, ma non offrivano risposte, e mentre l’azione rivoluzionaria veniva da loro collocata in un futuro sempre più trascendente, nell’immediato l’assuefazione alla politica revisionista si estendeva sempre più. Il crollo del marxismo ortodosso si sarebbe verificato con la guerra, nel momento in cui la questione della rivoluzione proletaria si impose all’ordine del giorno come questione reale e terrena di enorme portata ; allora fu chiara a tutti l’insensatezza di un’ortodossia teorica non sostenuta dalla prassi, e le nuove condizioni determinarono l’avvento di quel terzo periodo che dai suoi massimi protagonisti è definito di ripristinamento del marxismo. In realtà, più che un mero ritorno alle origini, ciò che teorici come Lenin e Rosa Luxemburg hanno effettivamente compiuto è lo svincolamento dal marxismo del secondo periodo, e si spiega con il fatto che in una nuova epoca storica rivoluzionaria non solo il movimento proletario di classe ma anche le posizioni teoriche dei comunisti dovevano riassumere la forma di una teoria rivoluzionaria.

- da “Comunismo e filosofia “ di Daniele Mansuino, eBook- - riassunto e adattamento di “Marxismo e filosofia” di Karl Korsch

martedì 30 ottobre 2018

LA DERIVA DI POTERE AL POPOLO, LA PRETESA DI AUTOSUFFICIENZA AUTISTICA



tutto deciso per lo Statuto 1 da un manipolo di sostenitori della rottura con le forze politiche organizzate



articolo di Dino Greco


Al coordinamento nazionale di PaP è andato in scena l’atto (annunciato) che certifica la frattura verticale del movimento.
Coloro che hanno proposto e sostenuto lo Statuto 1 hanno salutato con entusiastica enfasi lo “straordinario risultato” del voto, hanno dichiarato che ora non rimane che andare dal notaio per sostituire lo statuto ancora in vigore con quello nuovo che ritengono approvato e del quale hanno rivendicato l’immediata esigibilità.
Che lo lo Statuto 1 abbia raccolto poco più di un terzo dei consensi rispetto alle oltre 9 mila persone che hanno aderito a Pap e che tale percentuale tocchi a stento il 45% delle 7200 persone che hanno attivato la procedura prevista dalla piattaforma per accedere al voto, è cosa del tutto irrilevante: 3332 persone hanno approvato lo statuto1, 3868 hanno praticato l’astensione attiva o, in piccola parte, hanno votato lo statuto2, mentre 1890 aderenti a PaP non hanno attivato la procedura di voto.
Ci sarebbe di che riflettere. Invece no: tutto va bene, madama la marchesa.
Non basta avere cancellato il principio della decisione condivisa, non solo si è rifiutato il criterio della maggioranza qualificata dei due terzi, ma è passata in cavalleria persino la condizione della maggioranza semplice, quella del famigerato 50%+1.
I sostenitori dello Statuto1 hanno deciso che la minoranza assoluta basta e avanza per approvare lo Statuto, il documento fondativo del movimento, l’atto che equivale ad una costituzione, la casa comune di tutti e che, invece, di tutti non sarà più per scelta deliberata.
La verità, elementare per chiunque mastichi nozioni elementari di democrazia, è che quello statuto non è stato approvato.
E allora, perché questa proterva volontà di rottura, compiuta freddamente e con metodo?
Ho sentito dire: “perché bisogna garantire la governabilità”, e ancora, “perché serve rapidità di decisione”, affermazioni che hanno un suono sinistro, in quanto replicano, pari pari, gli argomenti che usò Renzi quando tentò di strappare la Costituzione.
Con la differenza che lui non poté pretendere di avere vinto con il 40 per cento dei voti.
E allora, perché si è esercitata una forzatura così violenta sul neonato corpo di PaP?
La ragione è di una inquietante semplicità: attraverso lo statuto si è voluto tracciare una netta linea di demarcazione fra i soggetti che hanno titolo di fare parte di Pap, e quanti possono restare, ma solo in una posizione gregaria e subalterna.
L’idea di un grande progetto sociale e politico di inclusione, per formare una soggettività antiliberista e anticapitalista, aperta e plurale deve escludere Rifondazione perché indiziata di collusione con il nemico.
Che Rifondazione abbia compiuto una radicale, definitiva e non negoziabile scelta di campo non ha importanza. Che essa abbia dato un impulso determinante alla formazione e alla proiezione nazionale di PaP neppure.
Come non conta che ben prima del naufragio del Brancaccio, e a maggior ragione dopo, fosse emerso limpidamente che non vi è per il Prc alcuna disponibilità a cadere nella trappola di accrocchi politicistici con i rottami in libera uscita del centrosinistra.
E allora? Il fatto è che una parte di PaP persegue l’obiettivo di un’autosufficienza autistica, per cui chiunque esiste, si muove, lotta fuori da esso un po’ di rogna se la porta comunque addosso.
Così si comportavano i gruppetti marx-leninisti degli anni Settanta nella loro fase crepuscolare. E si sa come è finita.
In queste settimane Rifondazione è stata sottoposta ad una sorta di ordalia, condita con una raffica di insulti a palle incatenate sui quali preferisco sorvolare.
Atti che però lasciano il segno in un corpo vivo che fa della militanza disinteressata la cifra del proprio impegno politico.
Difficile anche solo capire la pulsione autolesionista di chi ha portato sino in fondo una lacerazione che non può portare a nessuno, si badi: a nessuno, alcunché di buono.
Per questo sbaglia alla grande chi in queste ore festeggia la rottura, ritenendo che sbarazzatosi di Rifondazione con una rasoiata, ciò che resta di Pap potrà librarsi nel cielo depurato da scorie e tossine, forte di un piccolo nucleo che in plancia di comando tiene saldamente il timone nelle proprie mani, riservandosi di tracciare la rotta durante la navigazione.
E ora?
Certo, la delusione è forte. Ed è tanto più grande quanto lo è stato l’investimento su questo progetto di unità. Capisco lo sconforto di tanti e di tante che hanno creduto che si stesse aprendo una nuova pagina.
Ma una cosa è certa. Chi ha sostenuto che non si dovesse andare ad una conta fratricida, chi ancora si riconosce nel Manifesto costitutivo di PaP, chi in tutti questi mesi ha lavorato per costruire la trama di un rapporto unitario capace di mettere in comunicazione tante persone, alimentando la speranza di un cambiamento vero, non abbandonerà il campo.
Quell’esperienza, nelle forme possibili, continuerà. Non “resteremo sui colpi”.
La deriva reazionaria che sta ingoiando il Paese impone ad ognuno/a di noi di aprire cento fronti di lotta e di resistenza attiva. Lo faremo con la generosità e con lo spirito unitario di sempre.
fonte:
http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=35988

LA MANOVRA

Riceviamo dal compagno Bruno Steri e pubblichiamo come contributo alla discussione sulla fase politica che stiamo attraversando

di Bruno Steri«L’obiettivo dei comunisti e di una sinistra di classe resuscitata dal coma in cui è precipitata deve essere, quale esito di un’opposizione “intelligente”, il disvelamento delle contraddizioni strutturali contenute nel combinato disposto Di Maio/Salvini & C e, con ciò, il fallimento del patto politico “post-ideologico”». Questo dicevamo una diecina di giorni fa; e questo va ribadito oggi, alla luce del progetto di manovra appena licenziato dal governo.
Detto di passaggio, al suddetto obiettivo ha inteso corrispondere la manifestazione dello scorso 20 ottobre, cui il Pci ha aderito, essendo i contenuti della stessa concentrati nella parola d’ordine «nazionalizzazioni»: ciò al fine di evidenziare l’attrito fra le estemporanee dichiarazioni degli esponenti governativi e il più che probabile perdurare di un’assenza di fatti concreti; ma anche per riappropriarsi di un tema strategico che è nostro, che cioè comparirebbe in primo piano in una nostra proposta programmatica, accanto a una riforma fiscale fortemente orientata in senso progressivo (l’opposto della flat tax) e a una consistente imposta patrimoniale (la stessa che Matteo Salvini ha seccamente escluso) . La fase è difficile e tutt’altro che favorevole dal punto di vista dei rapporti di forza, ma ciò non autorizza a restare silenti in attesa degli eventi. Occorre ricostituire le forze, muovendo sin dall’inizio i passi giusti. E provando a dire le cose giuste.

Dare a Cesare quel che è di Cesare

Ma ricapitoliamo i termini della questione. Cominciando in primo luogo col riconoscere a Cesare quel che è di Cesare. Per quel che è dato capire dalla Nota di aggiornamento del Documento economia e finanza (Nadef), la manovra contiene impegni in direzione di un miglioramento sociale che il mondo del lavoro da tempo non vedeva: da quando, per un verso, è iniziata l’epopea berlusconiana e, per altro verso, la sinistra ha smesso di fare la sinistra (anche solo socialdemocratica), votandosi al rigore di Bruxelles e Berlino (questo e non altro ci dice l’approvazione del pareggio di bilancio in Costituzione) e piegando la testa davanti a orientamenti politici chiaramente antipopolari. Certo gli impegni vanno verificati all’atto della loro concretizzazione e, come vedremo, non è tutto oro quel che riluce nelle misure annunciate dall’esecutivo: siamo lontani cioè da una riscossa di classe. Tuttavia, la drammatica situazione in cui è precipitata una larga parte della popolazione del nostro Paese non consente atteggiamenti «aristocratici» e strumentalmente minimizzanti. Nella manovra c’è un «reddito di cittadinanza» (e per un disoccupato avere 780 euro è meglio che non avere niente); c’è il superamento della legge Fornero con l’instaurazione della cosiddetta «quota 100» (e per un lavoratore andare in pensione a 62 anni dopo 38 anni di lavoro è meglio che andarci a 67 anni); c’è un ridimensionamento, almeno iniziale, della cosiddetta «flat tax», con aliquota piatta al 15% per piccole imprese e partite Iva fino a 65 mila euro (con sollievo di una fetta importante di piccola borghesia); c’è un abbattimento dell’Ires sugli utili d’impresa, ma non a pioggia e condizionato al loro reinvestimento; c’è qualche provvidenza per risarcire quanti sono stati vittime delle “crisi bancarie” (leggi: ruberie bancarie); ci sono i tagli alle “pensioni d’oro”; c’è la cosiddetta «norma Bramini», che abolisce il pignoramento della casa per chi ha contratto debiti con banche ma ha crediti non riscossi con lo Stato; c’è qualche (risicata) risorsa per progetti regionali che puntino ad una limitazione delle liste d’attesa nella sanità; c’è la proroga degli ammortizzatori sociali per il 2018 e 2019 per imprese con più di cento dipendenti. Tutto ciò è in linea con il rifiuto di abbassare per il 2018 il rapporto tra deficit e Pil al di sotto del 2,4% per andare incontro al diktat imposto dal fiscal compact, la normativa europea che prevede pareggi di bilancio o, in ogni caso, deficit contenuti in vista di un rientro a tappe forzate dal debito pubblico.

Dell’assai meno esaltante capitolo del condono e del senso complessivamente deficitario della manovra dirò più avanti. Sin qui però dovrebbe risultare chiaro che una componente «sociale» nella manovra è presente; e, cosa importante, essa è particolarmente tenuta sotto osservazione dal mondo del lavoro e non solo. Lo ha chiaramente fatto intendere Pierpaolo Leonardi, segretario generale della Usb, nel corso della riunione che ha preparato la succitata manifestazione, auspicando di rendere preminenti contenuti capaci di metter pressione sul governo senza tuttavia disconoscere le pur delimitate migliorie sociali. Lo ha altresì fatto capire in una recente intervista a «La Repubblica» (del 19 ottobre scorso) la stessa Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, lasciando trapelare cautela dietro l’ufficialità dell’opposizione al governo. Segno evidente che le organizzazioni sindacali non possono non tener conto della percezione diffusa di una discontinuità, nonché di elementari esigenze materiali e determinati umori dei lavoratori (non sarà un caso se i primi sondaggi dicono che il 60% degli italiani approva la manovra). Se si considera che il precedente governo si era accomodato a prevedere, in sintonia con le richieste dell’Unione europea, un rapporto deficit/Pil dello 0,9% per il 2019, il pareggio di bilancio per il 2020 e un avanzo dello 0,2% per il 2021, si può apprezzare il ben visibile cambio di marcia. Tutto ciò sembra dunque giustificare il giudizio sulla manovra dato a suo tempo e con beneficio d’inventario da Stefano Fassina («Una manovra coraggiosa, quella che avrebbe dovuto fare il Pd»); e, viceversa, spiega l’irritazione subito manifestata dal centro-destra di Berlusconi e Meloni, i quali hanno invitato la Lega a sciogliere un sodalizio di governo che a loro dire avrebbe imboccato una strada «statalista», tradendo il mandato elettorale ispirato al taglio delle tasse e al sostegno alla libertà d’impresa. Nella serrata dialettica interna al patto di governo, questo delicato passaggio di politica economica ha dunque inizialmente fatto registrare una certa ripresa dell’impostazione più vicina al M5S: ripresa che l’economista Riccardo Puglisi (lavoce.info) si è incaricato di tradurre in euro, evidenziando i dati di «una manovra molto più gialla che verde». Nella distribuzione delle risorse messe a disposizione dallo sforamento del 2,4%, 6,75 miliardi di euro finanzierebbero il reddito di cittadinanza voluto da Di Maio; 600 milioni andrebbero a supporto della Flat tax sponsorizzata dalla Lega di Salvini; 6,76 miliardi sarebbero destinati a coprire la spesa (iniziale) prevista per il superamento della legge Fornero, auspicato da entrambe le parti. Risultato di questa partita intra-governativa: 10,12 miliardi complessivi a Di Maio; 3,975 a Salvini.

continua a leggere in
http://www.marx21.it/index.php/italia/quadro-politico/29351-una-prima-valutazione-sul-progetto-di-manovra-del-governo