Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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giovedì 25 giugno 2026

Koinonìa: un patto per il presente

 

di Viviana Tortorici il primo volume della collana editoriale di Barbieri editore diretta da Ferdinando Dubla




Presentare una nuova collana editoriale significa, prima di tutto, dichiarare una visione del mondo. Scegliendo come titolo Koinonìa, non abbiamo voluto semplicemente rispolverare un termine dell’antica Grecia, ma abbiamo inteso recuperare una missione. In greco, "Koinonìa" (1) (κοινωνία) è la parola che definisce la comunanza, la partecipazione, il legame profondo che trasforma un insieme di individui in una comunità. È lo spirito che sottende allo scambio, non solo di merci, ma di idee, diritti e dignità.

Oggi, tuttavia, questo legame appare logoro. Viviamo in un tempo dove l’economia sembra aver smarrito la sua funzione originaria di "legge della casa comune" (2) per trasformarsi in un meccanismo di esclusione e di onnipotenza. È in questo scenario che nasce il nostro progetto editoriale: un laboratorio dedicato ai temi sociali ed economici che attanagliano il nostro mondo contemporaneo.

La collana Koinonìa si propone di essere una piccola bussola per orientarsi tra le complessità di un presente frammentato. Il nostro punto di partenza è una convinzione ferma: non può esserci analisi economica che prescinda dalla "giustizia sociale" (3). Per troppo tempo, la crescita è stata misurata esclusivamente attraverso indicatori astratti, ignorando le cicatrici che tali processi lasciavano sul "tessuto umano". Questa collana nasce per invertire la rotta, mettendo sotto la lente d’ingrandimento le disuguaglianze sociali, non come dati statistici, ma come ostacoli reali alla piena realizzazione dell'individuo e della collettività.

Un’attenzione particolare sarà dedicata alla difesa delle minoranze culturali. In un mondo che tende all’omologazione dei consumi e, paradossalmente, alla polarizzazione delle identità, crediamo che la ricchezza di una società si misuri dalla sua capacità di proteggere e valorizzare le "voci fuori dal coro". Le minoranze non sono "parti separate" della società, ma nodi essenziali di quella rete di partecipazione che è, appunto, la nostra Koinonìa. Difenderne i diritti e la specificità culturale significa difendere la democrazia stessa e la tenuta dei sistemi economici moderni.

Indagheremo le "nuove povertà" (4), l’impatto della digitalizzazione sul lavoro, le barriere d’accesso al sapere e le dinamiche di emarginazione che colpiscono "chi non ha voce" (5). Lo faremo attraverso saggi che uniscono il rigore della ricerca scientifica a una narrazione civile capace di parlare a tutti.

Questo è solo l'inizio di un percorso. Con Koinonìa, ci impegniamo a offrire ai lettori strumenti critici per comprendere che l'economia non è un destino ineluttabile, ma una "scelta politica e sociale". Invitiamo i giovani studiosi a partecipare a questa indagine, perché solo attraverso la conoscenza condivisa possiamo sperare di ricucire quel tessuto di "comunanza" che crediamo sia il fondamento di ogni futuro possibile.

Benvenuti in Koinonìa. Benvenuti in una comunità che pensa.

  1. Cfr. Aristotele, Politica, Libro I. Il termine indica la forma più alta di associazione umana volta al bene comune. Per un'analisi contemporanea del concetto, si veda anche L. Bruni, L’economia, la felicità e gli altri, Città Nuova, 2004.
  2. Espressione derivata dall'etimo di oikonomia (oikos, casa; nomos, legge). Si veda M. Rutigliano, Economia come legge della casa, Mimesis, 2020. Il concetto è centrale anche nel pensiero ecologista contemporaneo, come in Papa Francesco, Lettera Enciclica Laudatosi’, 2015.
  3. Per la definizione moderna del termine, si rimanda a J. Rawls, Una teoria della giustizia, Feltrinelli, 2008, e all'opera di A. Sen, L'idea di giustizia, Mondadori, 2010.
  4. Concetto analizzato ampiamente da Z. Bauman, Le nuove povertà, Castelvecchi, 2018. Si veda anche E. Morlicchio, Sociologia della povertà, Il Mulino, 2020.
  5. Riferimento alla sociologia dell'emarginazione e alla ricerca qualitativa che mira a dare voce ai gruppi marginalizzati. Cfr. F. Ciucci, Parole di chi non ha voce, Franco Angeli, 2012.

Pasquale Barbieri, editore Manduria-Taranto



Viviana Tortorici, La città non è neutra. Pratiche di resistenza e nuove cartografie urbane, presentazione di Ferdinando Dubla, Barbieri Editore, Manduria-Taranto, 2024, collana Koinonìa (vol. 1).

pagina FB 


L'intersezione teoretica e politica tra i gender studies e i subaltern studies trova la sua declinazione materiale
 e il suo spazio di discussione digitale nella pagina ufficiale del progetto editoriale

https://www.facebook.com/profile.php?id=61591170396267...

Questo spazio si configura come il laboratorio di analisi e di con-ricerca in cui la critica della produzione spaziale neoliberista si salda alla decostruzione delle asimmetrie di genere, offrendo gli strumenti militanti per l'elaborazione di nuove cartografie del riscatto sociale.

 

 

E se le nostre città fossero progettate con gli occhi del femminismo?

​Spesso pensiamo che le strade, le piazze e i quartieri in cui viviamo siano "neutrali". Ma la verità è un'altra: lo spazio pubblico è stato storicamente plasmato su misura per un soggetto maschile e abile, trasformandosi spesso in un luogo di controllo e confinamento.

È necessario ridisegnare l'urbanistica partendo dai margini, per dare vita a una città finalmente inclusiva.

 

​ I punti chiave del libro:

​- Decostruire la neutralità: Capire come i corpi vengono regolati da norme invisibili nello spazio urbano.

-​Dall'oppressione alla cura: Sostituire la logica del controllo con l'etica della cura e della vulnerabilità.

-​Giustizia spaziale: Creare città dove la sicurezza non significa controllo, ma libertà assoluta di attraversamento.

​Non un'utopia astratta, ma una vera e propria "cartografia del possibile" per trasformare la città in un organismo vivo, collettivo e accogliente.

Il volume si arricchisce dell'importante presentazione a cura di Ferdinando Dubla, che introduce e approfondisce i temi del saggio, offrendo una preziosa chiave di lettura critica per comprendere ancora meglio la necessità di una vera giustizia spaziale.

Un saggio necessario per ripensare il nostro modo di abitare il mondo.

 

Viviana Tortorici 




Viviana Tortorici (a sx) e Francesca Romana Recchia Luciani, convegno femminismo, Taranto - 23 giugno 2026 


sabato 6 giugno 2026

I CHIERICI DEL SUD DEI SUBALTERNI

 

De Martino, De Palma, bell hooks e il ruolo degli intellettuali ‘organici’ alla classe

d.ssa Viviana Tortorici  prof. Ferdinando Dubla 




lunedì 25 maggio 2026 - ore 16,00 - 17,00 - Università della Libera Età - p.zza Nunzio Sulprizio, Taranto

Lezione 15 (conclusiva)  - corso di Antropologia filosofica 2025-2026

 

La lezione conclusiva del corso di Antropologia Filosofica si propone di analizzare la funzione dell'intellettuale non come "specialista dell'eloquenza", ma come forza motrice inserita nei processi di emancipazione delle classi subalterne.

- La rimodulazione del ruolo dell’intellettuale [il ‘chierico’ di Julien Benda, “Il tradimento dei chierici” (1927)] parte compiutamente da Gramsci:

L'errore dell'intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionati (non solo del sapere in sé, ma dell'oggetto del sapere), cioè che l'intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole e quindi spiegandole e giustificandole in quella determinata situazione storica, e collegandole dialetticamente alle leggi della storia, a una superiore concezione del mondo, scientificamente e coerentemente elaborata, il "sapere"; non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questo nesso sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione.

Antonio Gramsci, Quaderno 12, par.1

 

Non oggetti, ma soggetti 




Partendo dal saggio demartiniano del 1949, si analizza la necessità per il ricercatore di operare una profonda auto-critica. L’intellettuale deve spogliarsi della propria corazza piccolo-borghese per poter incontrare il "mondo magico" dei subalterni senza ridurlo a mero oggetto di studio. Questa "ascesi" è il presupposto per trasformare la conoscenza in strumento di lotta contro la crisi della presenza.

 

Il discorso si amplia alla categoria gramsciana dell'intellettuale organico. In opposizione ai "chierici" tradizionali, custodi dell'ordine costituito, l'intellettuale organico alla classe opera all'interno del "Moderno Principe" (l'organizzazione politica), traducendo le tracce di iniziativa autonoma  (cfr. Gramsci, Q.25)  del popolo in una volontà collettiva capace di egemonia.

 

La soggettività femminile e il margine (Vittoria De Palma e bell hooks)

Il ruolo delle intellettuali donne emerge come momento di rottura fondamentale:

• Vittoria De Palma: la "connessione sentimentale" che ha permesso a De Martino di accedere al travaglio delle donne meridionali, dimostrando che non può esserci scienza dei subalterni senza una mediazione che sia, al tempo stesso, di classe e di genere.

CONNESSIONE SENTIMENTALE - Lo sguardo di Vittoria - Cuore e soggettività femminile nell’antropologia di Ernesto De Martino e Vittoria De Palma

 

• bell hooks: la rivendicazione del margine come luogo di apertura radicale. La sua opera ci insegna che la lotta contro il "patriarcato capitalista suprematista bianco" richiede una soggettività capace di intersezionare ogni forma di oppressione.

IL MARGINE E I SUBALTERNI

Etnocentrismo critico e umanesimo etnografico in Ernesto de Martino e bell hooks

 

Dall’Articolo 3 alla prassi politica

Il percorso culmina nel dettato dell’Articolo 3 della Costituzione Italiana. La "rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale" non è una concessione dello Stato, ma il compito storico di una classe intellettuale che si riconosce organica ai subalterni. Qui la lotta di classe, di genere e di razza trova la sua sintesi giuridica e il suo mandato d’azione permanente.

 

Nelle spedizioni etnografiche in Lucania, l'intellettuale uomo, borghese e accademico si trovava di fronte a un limite invalicabile: non avrebbe mai potuto accedere da solo al mondo intimo, protetto e doloroso delle donne del Sud — fatto di lamenti funebri, fascinazioni e magia lucana. Di fronte al professore, le donne subalterne si sarebbero chiuse in un silenzio difensivo.

È qui che si rivela il ruolo decisivo di Vittoria De Palma, che non fa da semplice assistente, ma da vera e propria mediatrice antropologica.

È lei a stabilire sul campo quel "nesso sentimentale" teorizzato da Antonio Gramsci nel Quaderno 12 e ripreso da Ernesto de Martino: ne sente la passione e il dolore, lo comprende dall'interno e permette a de Martino stesso di comprenderlo. De Palma ci dimostra così che la conoscenza del subalterno non è mai neutra: richiede, al contrario, un'alleanza di genere e di classe. Senza la sua mediazione, le donne meridionali sarebbero rimaste semplici "oggetti" di folklore; grazie a lei, emergono finalmente come "soggetti" che vivono un dramma storico e psicologico profondo — quella "crisi della presenza" a cui la magia tenta di dare una risposta culturale e di riscatto.

Questo intreccio tra genere, classe e condizione sociale ci porta direttamente alla lezione della teorica femminista bell hooks sull'intersezionalità. hooks ci mostra che la subalternità non è una linea retta: una donna nera e povera, ad esempio, vive all'incrocio di tre oppressioni simultanee — razza, classe e genere — all'interno di quello che lei definisce il "patriarcato capitalista suprematista bianco".

Da questa consapevolezza deriva una ridefinizione radicale dell'"intellettuale organico". L'intellettuale non deve "andare verso il margine" con l'idea paternalistica di salvare i subalterni per portarli al centro, compiendo un atto di assimilazione. Al contrario, l'intellettuale deve abitare il margine insieme a loro. È solo a partire dal margine, infatti, che si può produrre una cultura contro-egemonica capace di scardinare il centro del potere.

L' articolo 3 non è altro che il grande progetto giuridico e politico della nostra Repubblica: far sì che ogni subalterno cessi di essere un oggetto della storia e ne diventi, finalmente, il soggetto.





link al brano in commento


mercoledì 6 maggio 2026

Incantesimo meridionale - La magia del Sud in Ernesto de Martino

 




La magia del Sud in Ernesto de Martino 


Ferdinando Dubla - Viviana Tortorici 



Antropologia lezione 9

Lunedì 23 febbraio 2026 Università della Libera Età

p.zza Nunzio Sulprizio - Taranto

corso di Antropologia filosofica

relatori: prof. Ferdinando Dubla

d.ssa Viviana Tortorici

“I temi della forza magica, della fascinazione, della possessione, della fattura e dell'esorcismo, sono senza dubbio in connessione con l'immensa potenza del negativo quotidiano che incombe sugli individui dalla nascita alla morte."

Ernesto de Martino, Sud e magia, 1959, ed.2015, pag.89

Nota “a margine”: se leggiamo Sud e magia attraverso la lente di bell hooks [Gloria Jean Watkins - Elogio del margine / Scrivere al buio (Tamu Edizioni 2020)] e del "femminismo terrone", la soggettività femminile emerge proprio dal "margine". La marginalità come spazio di resistenza, come luogo di ‘costruzione’ di potere nella ‘decostruzione’ dei linguaggi dominanti, cuore del pensiero decoloniale e della critica postcoloniale. Se il "centro" impone una logica di dominio e competizione, il margine può immaginare mondi basati sulla cura, l'interdipendenza e la solidarietà. 


leggi sulla piattaforma Substack 

giovedì 9 aprile 2026

IL MARGINE E I SUBALTERNI / Etnocentrismo critico e umanesimo etnografico in Ernesto de Martino e bell hooks

 



IL MARGINE E I SUBALTERNI

Etnocentrismo critico e umanesimo etnografico in Ernesto de Martino e bell hooks

di Ferdinando Dubla e Viviana Tortorici

Lunedì 30 marzo 2026 Università della Libera Età di Taranto

corso di Antropologia filosofica - lezione 11

 

È anzitutto evidente che nella misura in cui queste masse premono per entrare nella storia, nella misura in cui vi entrano di fatto, nella misura in cui cessano di essere «masse» da padroneggiare, la cultura tradizionale non può più contentarsi di una semplice scienza naturale del mondo popolare e della sua cultura. Queste masse, irrompendo nella storia, portano con sé le loro abitudini culturali, il loro modo di contrapporsi al mondo, la loro ingenua fede millenaristica e il loro mitologismo, e persino certi atteggiamenti magici.

Ernesto de Martino, Intorno a una storia del mondo popolare subalterno,  Società, anno V, n. 3, settembre 1949

 

Irruzione nella storia

41 anni dopo, bell hooks, nel 1990, pubblica negli USA la sua riflessione sul margine. È un contesto post-coloniale e post-segregazionista, dove il "margine" non è più un luogo da cui fuggire, ma una postazione politica da rivendicare.

- bell hooks, Yearning: Race, Gender, and Cultural Politics, South End Press (Boston, MA), 1990 -  Il saggio Choosing the Margin as a Space of Radical Openness (tradotto in Italia come Elogio del margine, Tamu, 2020) è il capitolo 15 di questo volume (pp. 145-153 nell'edizione originale). 




Chi è bell hooks

bell hooks (1952–2021) è stata una delle più importanti teoriche femministe, scrittrici e attiviste statunitensi. Il suo lavoro si concentra su temi come razzismo, sessismo, classe sociale e rappresentazione culturale, mettendo in luce come queste forme di oppressione siano intrecciate tra loro. Nei suoi testi, il margine diventa non solo luogo di esclusione, ma anche spazio di resistenza, consapevolezza e produzione teorica.

Il nome “bell hooks” è uno pseudonimo ispirato alla sua bisnonna e scritto in minuscolo per una scelta politica: mettere al centro le idee, non la persona. Inoltre, afferma una genealogia matrilineare.

Nel testo Elogio del margine, bell hooks elabora una teoria del margine dove emergono alcuni concetti chiave — come lo sguardo oppositivo, la critica all’universalismo e la centralità dell’esperienza vissuta — che permettono di articolare il legame con l'etnocentrismo critico, la subalternità e l'intersezionalità.

  Uno degli elementi fondamentali è la critica all’universalismo occidentale. hooks mostra come il soggetto “universale” della teoria femminista dominante sia spesso implicitamente bianco, borghese e occidentale. Questo si collega direttamente all’etnocentrismo: il centro si presenta come neutro e universale, mentre in realtà è situato e parziale.

  L’etnocentrismo critico, in questa prospettiva, diventa la pratica di smascheramento di questa falsa universalità.

  hooks invita a riconoscere che ogni sapere è situato e che le prospettive marginali non sono deviazioni, ma punti di osservazione privilegiati per comprendere i meccanismi del potere.

Oppositional gaze e agency

Un concetto chiave che rafforza questa posizione è quello di “sguardo oppositivo” (oppositional gaze). hooks descrive come i soggetti marginalizzati sviluppino una capacità critica di leggere e decostruire le rappresentazioni dominanti. Questo sguardo non è solo difensivo, ma produttivo: consente di reinterpretare la realtà e di resistere simbolicamente alla cultura egemonica. In relazione alla subalternità, questo implica che i soggetti subalterni non sono privi di voce in senso assoluto, ma sviluppano forme alternative di espressione e lettura del mondo, anche quando sono esclusi dai canali ufficiali. hooks inoltre introduce una dimensione fondamentale: quella della agency.

A differenza di alcune interpretazioni più rigide del concetto di subalterno (subalterno=passività) la sua prospettiva insiste sulla capacità dei soggetti marginalizzati di produrre cultura, teoria e resistenza. Il margine è uno spazio ambivalente: è imposto dal potere, ma può essere riappropriato. Questa riappropriazione è un atto politico che trasforma la marginalità in luogo di enunciazione. E di rivoluzione, soprattutto ‘rivoluzione culturale’.

Io sono nel margine. Faccio una distinzione precisa tra marginalità imposta da strutture oppressive e marginalità eletta a luogo di resistenza– spazio di possibilità e apertura radicale. Questo luogo di resistenza è permanentemente caratterizzato da quella cultura segregata di opposizione che è la nostra risposta critica al dominio.

Pagina 115, Elogio del margine

 

Il 'mondo popolare subalterno' di de Martino e il 'margine' di bell hooks sono lo stesso luogo geografico e mentale: se la storia è 'integrale opera dell'uomo', allora la rivoluzione è l'atto con cui il margine si riappropria del proprio diritto di progettare l’intersezionalità di classe, genere e razza con un’irruzione nella storia della periferia sfidando il centro che gerarchizza i livelli del potere egemonico (struttura e sovrastruttura in Gramsci e de Martino) in una nuova soggettività controegemonica, in cui l’ineguaglianza di classe si trova in linea orizzontale con la ‘differenziazione’ subalterna di genere e la ‘razzializzazione’.

L'irruzione della periferia nel centro non mira a "diventare il centro", ma a distruggere la logica stessa della gerarchia egemonica.

L’umanesimo etnografico di De Martino si nutre oggi dell’elogio del ‘margine’ di bell hooks,  il riconoscimento cioè che la classe, il genere e la razza sono i territori di un'unica, vasta battaglia per il diritto all'”esser-ci”, per il superamento della’ crisi della presenza’ dai margini stessi della storia per l’irruzione nella storia, per superare il ‘centro’ dell’etnòs, l’etnocentrismo e il suo sguardo coloniale, per la fondazione di un nuovo centro, critico perchè dei margini dei subalterni del mondo, etnocentrismo critico.

 

 La controcondotta egemonica dal margine dei subalterni

Il nuovo discorso critico si configura come un'etica e una politica dello sguardo globale, capace di decodificare i meccanismi del dominio attraverso una lente intersezionale e multidisciplinare. Questo sguardo non è neutro, ma parziale e situato: nasce dall'esperienza vissuta della classe (un nuovo umanesimo) e dalle sue determinazioni materiali.

Mentre le classi dominanti occupano il "centro" trasformandolo in uno spazio di disciplinamento e autoaffermazione, le classi subalterne abitano il "margine" e la "periferia". È proprio in questo spazio marginale che si innescano i processi di soggettivizzazione e di conflitto. Qui, la subalternità (spesso "doppia", incrociando classe e genere, e tripla con la razza) cessa di essere solo oggetto di dominio per farsi soggetto resistente. Attraverso la produzione di una propria storia organica e l'esercizio di contro-condotte, il posizionamento marginale si trasforma in una forza politica collettiva e autonoma. La lotta per l'egemonia coincide dunque con la rottura della marginalità isolata, pur conservando lo sguardo critico e autonomo maturato "fuori" dal “centro”.

Il tema dell’intersezionalità e l’etnocentrismo critico

viene ulteriormente approfondito attraverso la critica alla frammentazione delle lotte. hooks evidenzia come i movimenti femministi e antirazzisti abbiano spesso ignorato le interconnessioni tra le diverse forme di oppressione. In questo senso, il suo pensiero dialoga con quello di Kimberlé Crenshaw, pur sviluppandosi in modo autonomo. Il concetto di intersezionalità è stato infatti introdotto da Kimberlé Crenshaw nel 1989,  in un saggio giuridico diventato poi il manifesto del femminismo nero contemporaneo:

Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics, in «University of Chicago Legal Forum», Vol. 1989, Issue 1, Article 8. La Crenshaw lo svilupperà anche come “linguaggio del dominio” (“hate speech”).

hooks sottolinea che genere, razza e classe non sono semplicemente categorie che si sommano, ma strutture che si co-costituiscono. L’esperienza del margine è quindi sempre intersezionale: non esiste una marginalità “pura”.

Questo contrasta con l’astrazione universalizzante tipica del pensiero dominante e rafforza il legame con l’etnocentrismo critico: riconoscere il proprio posizionamento significa anche riconoscere i propri limiti e i propri privilegi.

Se consideriamo il margine solo come un segno che esprime disperazione, veniamo penetrati distruttivamente da uno scetticismo assoluto. Ed è proprio lì, in quello spazio di disperazione collettiva, che la nostra creatività e la nostra immaginazione sono in pericolo, che la nostra mente viene colonizzata, che si desidera la libertà come fosse un bene perduto.

Pagina 111, Elogio del margine

 

Il margine diventa uno spazio dinamico di produzione di sapere, resistenza e ridefinizione identitaria, da cui è possibile mettere in crisi il centro e immaginare nuove forme di convivenza sociale e politica

- Per Ernesto de Martino l'irruzione delle masse dal ‘margine’ al centro’ è la "produzione di una propria storia". Il "vissuto umano della classe" è l'erede diretto dell'umanesimo etnografico demartiniano. Non si tratta più di guardare al subalterno come "oggetto di natura" (naturalismo), ma restituirgli la dignità di costruttore integrale della realtà storica.

• Come per hooks, il margine non è solo il luogo della privazione, ma il sito della resistenza.

• “Doppia subalternità”: il nesso classe-genere è il cuore dell'intersezionalità della hooks. La "forza politica autonoma" nasce proprio quando il subalterno smette di guardare al “centro” come unico modello di emancipazione e inizia a valorizzare la propria prospettiva "periferica".

 • Soggettività antagonista: la "scelta" di abitare il margine di cui parla hooks è descritta come la capacità di produrre una rappresentazione autonoma dei rapporti di forza, rompendo la mediazione culturale del dominio.

La rivoluzione nel margine è l'atto con cui si ricompone la frammentazione imposta dal dominio.

Classe, genere e razza non sono livelli separati, ma linee orizzontali di un'unica lotta. Il "riscatto" si attua qui: nella capacità di progettare una storia che non gerarchizza le oppressioni, ma le trascende in una nuova unità politica.

La vera soggettivizzazione antagonista è il subalterno che decide di fare della propria periferia il cuore di una nuova visione del mondo. 


 


Writing in the dark

Per bell hooks, "scrivere al buio" significa produrre teoria e narrazione partendo da una condizione di oscuramento imposta dal potere egemonico: è la condizione di chi abita il margine, dove le luci del "centro" (la cultura ufficiale, l'accademia, i media) non arrivano o arrivano solo per distorcere la realtà. Dunque “scrivere al buio” significa dar voce a ciò che è stato reso muto. È l'atto di tracciare segni in uno spazio dove il potere ha decretato che non debba esserci storia.

C'è un'affinità profonda tra la "scrittura al buio" e l'umanesimo etnografico: se il subalterno di de Martino vive una "storia muta" schiacciata dall'angoscia di una presenza che ‘dilegua’, la “scrittura al buio”  è lo strumento per affermare la ‘presenza’.  Sofferenza e dolore individuali diventano forza collettiva.

  Come il rito demartiniano permette di "abitare il mondo" nonostante la crisi, così la “scrittura al buio” permette alla soggettività marginalizzata (di classe, genere e razza) di progettare la propria presenza laddove l'egemonia vede solo assenza o barbarie.

  La 'scrittura al buio' è la risposta politica alla 'storia muta' demartiniana. Se il subalterno è stato privato della luce del riconoscimento, egli impara a vedere e a scrivere nell'oscurità del margine.

Questa scrittura non è solo un diario del dolore, ma la progettazione <intersezionale> di una nuova soggettività che, proprio perché abita l'ombra, vede le crepe del potere egemonico molto meglio di chi sta alla luce del “centro”.

Uno dei nodi dell’etnocentrismo critico di de Martino consiste, a nostro modo di vedere, in questo: piuttosto che ribadire un primato della cultura occidentale, pur assumendo uno sguardo ‘alieno’ per la descrizione ma anche la ‘comprensione’ delle altre culture, ci sembra, vista la sua opposizione anche al ‘relativismo culturale’, che vi sia un ‘azzeramento’ funzionale all’emergere delle culture subalterne. È l’antropologo e filosofo che inevitabilmente legge le culture ‘altre’ (nel momento in cui non solo descrive, ma, appunto, ‘sente’ e ‘comprende’). E che in definitiva il vaglio critico dell’etnocentrismo sia la filosofia e l’utilizzo di categorie filosofiche per l’interpretazione e non il giudizio.

L’umanesimo etnografico si pone dunque come base fondante dell’etnocentrismo critico.

  Senza questa base fondante, l'etnocentrismo critico sarebbe solo un esercizio logico. È la tensione umanistica a spingere l'intellettuale verso il margine, per ritrovare in quella periferia i frammenti di un'”umanità integrale” che il “centro” ha rimosso.

È l’incontro tra la ‘sospensione del giudizio’ del ricercatore e la rivendicazione del ‘marginale’ che crea la vera soggettività controegemonica.

È l’incontro tra il 'mondo popolare subalterno' di de Martino e il 'margine' di bell hooks, così come delle categorie concettuali di Gramsci e i Subaltern studies di Ranajit Guha. Oggi.

 

 

Nota biblio

 

Ferdinando Dubla (a cura di), Subaltern studies Italia 1 - Saggi su Guha, Gramsci, de Martino e i margini della storia, ed. Barbieri, 2024

Viviana Tortorici, Genere e città: percorsi femministi per lo spazio urbano, Università degli Studi di Bari Aldo Moro, Anno accademico 2024/2025, Relatrice: Laura Mitarotondo

Ernesto de Martino,

Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo, Einaudi, 1948

Ernesto de Martino,

La fine del mondo. Contributo all'analisi delle apocalissi culturali, a cura di Clara Gallini, Einaudi, 1977

De Martino analizza come la civiltà occidentale affronti il rischio della propria fine e come si rapporti alle "apocalissi" delle altre culture. L'autore chiarisce che il ricercatore occidentale non può né deve rinunciare alle proprie categorie (storicismo, razionalità), ma deve usarle come uno specchio. L'incontro con l'alieno (il subalterno, il colonizzato) serve a rimettere in discussione le basi stesse della cultura occidentale. È in queste pagine che si evince come l'etnocentrismo diventi "critico" solo quando lo studioso accetta il rischio di veder crollare le proprie certezze nell'incontro con l'altro, trasformando l'osservazione in un'autocritica della ragione occidentale.

 

Kimberlé Crenshaw,

Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics,   in «University of Chicago Legal Forum», Vol. 1989, Issue 1, Article 8.

 

bell hooks,

Elogio del margine: razza, sesso e mercato culturale (Feltrinelli 1998 (traduzione e cura di M. Nadotti), una raccolta di dieci saggi dell'autrice afroamericana, e

Scrivere al buio (La tartaruga 1998) un dialogo critico e allo stesso tempo intimo tra bell hooks e Maria Nadotti. Entrambi i contributi sono ora raccolti nella nuova edizione Elogio del margine / Scrivere al buio (Tamu Edizioni 2020).

 

 

APPENDICE

Per de Martino: l’esempio del "lamento funebre"

L'antropologo entra in una casa lucana dove si veglia un morto.

Da una parte c'è l'intellettuale razionalista (il "centro"), dall'altra le donne che urlano, si strappano i capelli e dicono frasi ritmate (il "margine" magico).

- Se l'antropologo guarda con gli occhiali della psichiatria moderna o di un’acquisita cultura metropolitana occidentale, vede solo "isteria". Deve azzerare il suo giudizio di uomo del '900 per "sentire" che quel grido non è pazzia, ma una tecnica millenaria per non morire di dolore.

Solo azzerando il proprio mondo, comprende che il rito è un dispositivo di protezione: serve a "far passare la nottata" alla comunità.

Per bell hooks: oltre i binari della ferrovia

Immaginiamo la cittadina di origine di hooks, Hopkinsville, nel Kentucky segregato, divisa nettamente da una linea ferroviaria.

- I neri vivono "oltre i binari". Per andare a lavorare, devono attraversarli ed entrare nel mondo dei bianchi.

- Chi vive al margine è costretto a conoscere entrambi i mondi per sopravvivere. Vede i binari come un limite imposto dal “centro” egemonico, ma da quella posizione periferica riesce a scorgere le contraddizioni di tutto il sistema (classe, razza e genere) che chi sta nel "quartiere bene" non può nemmeno immaginare.

- Il margine non è un posto dove si è "finiti" per caso, ma è il luogo da cui si osserva il treno del potere passare, comprendendone i meccanismi meglio di chi vi è seduto sopra.

Chi sta oltre i binari ha una "doppia - tripla -plurima visione", tante quanti sono i suoi vissuti di subalternità, fondamentali per ogni soggettività antagonista. 


 


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