le lenti di Gramsci

Powered By Blogger

lunedì 20 settembre 2021

ERNESTO DE MARTINO: NATURALISMO E STORICISMO NELL’ ETNOLOGIA edizione Laterza 1941/ Il libro disponibile su Academia / recensione di Carla Pasquinelli

 

Carla Pasquinelli

Così quando Ernesto De Martino, pubblicando nel 1941 Naturalismo e storicismo nell’etnologia [ed.Laterza], introduceva, attraverso il progetto di una etnologia storicista, le tematiche antropologiche, non si trovava ad avere alle spalle alcuna tradizione di studi se non proprio quella filosofia crociana che maggiormente aveva contribuito a ritardarne la nascita e lo sviluppo. E’ proprio in questa intelaiatura concettuale e metodologica che De Martino troverà i fondamenti originari di quella etnologia storicista che gli permetterà dapprima di prendere le distanze dalla antropologia statunitense e britannica e in seguito di allontanarsi dallo stesso Croce. Ancora largamente partecipe in quest’opera della critica idealistica della scienza, De Martino riconduce l’etnologia in seno alla storia, essendo per lui “la storia l’unica scienza” (pag. 203). Fare rientrare in seno alla storia le cosiddette società primitive, condannate dalle diverse scuole antropologiche a rimanere in bilico tra natura e cultura, oggetto e non soggetto di storia, su cui esercitare un sapere naturalistico, rappresenta l’unica maniera per sottrarle all’ambito degli pseudoconcetti, e farle così partecipi di una considerazione scientifica. Questa reintroduzione nella storia può avvenire solo se si stabilisce un rapporto con la cultura occidentale, dal momento che “il mondo primitivo si apre e si dichiara solo nel rapporto con la nostra civiltà, senza di che l’etnologia resta al grado di sapere più o meno ozioso e non attinge la storicità” (pag.202). Ma la reciprocità implicita in tale affermazione non sarà senza conseguenze importanti. Infatti la scelta storicistica prefigura sì il riscatto di queste società “dalla passività della metodologia naturalistica” (pag.10), ma si configura innanzitutto come “un incremento di autocoscienza” (pag.12) per la stessa civiltà occidentale. (..) Storicizzare il primitivo significa dunque spingersi molto più in là di quanto consenta la metodologia crociana, significa in altre parole negare l’assunto secondo cui sarebbero le élite a fare la storia. Per Croce infatti - non dimentichiamolo - la storia è sempre storia dei gruppi dirigenti e come tale espunge tutto ciò che si configura come subalterno. De Martino fa oggetto di considerazione storica, anzi fa soggetto di storia propria quei popoli e più tardi quelle classi escluse o emarginate dalla strada maestra della civiltà occidentale.

da C.Pasquinelli, Antropologia culturale e questione meridionale, La Nuova Italia, 1977, pp.3-5 (stralcio)

 

il libro disponibile su Academia.edu al link 

https://www.academia.edu/53008889/Ernesto_De_Martino_Naturalismo_e_Storicismo_nelletnologia_ed_Laterza_1941




martedì 14 settembre 2021

Ernesto de Martino: Intorno all' opera “Naturalismo e storicismo nell’etnologia”, Laterza, 1941


 

- la nostra raccolta di saggi ha la piccola ambizione di provvedere, per la parte che le spetta, a ristabilire la circolazione interrotta, e a mettere almeno in comunicazione due domini che coesistono estranei l’uno accanto all’altro: il dominio etnologico e quello della più progredita metodologia della storia. (pag.11) 

 


  • mi sembrò che a rinnovare l’esorcismo fallito potesse concorrere una nuova etnologia, concepita come conquista di una ragione più ampia ed efficace della ragione tradizionale, maturatasi attraverso una storia essenzialmente interna della civiltà occidentale, dal Rinascimento all’Illuminismo, dalla ragione illuministica a quella storicistica. Si trattava di provare e riprovare la ragione storica dell’Occidente attraverso l’esperimento desueto con l’ethnos e di comprendere meglio le autentiche civiltà dell’ethnos distinguendole da quel primitivismo, contesto di sermon prisco e di bugia moderna, che operava in modo immediato e incontrollato nel costume e nella vita morale della nostra civiltà; si trattava di liberarsi, attraverso la scienza dell’ethnos, dai cosiddetti «etnocentrismi occidentali» e dalle loro inconsapevoli proiezioni sia nelle civiltà dell’ethnos sia nella «natura umana in generale»; si trattava di analizzare le condizioni storiche in cui, nelle civiltà primitive, erano maturate esperienze e risposte culturali diverse dalle nostre, e di chiarire come quelle esperienze e quelle risposte, lasciate rigerminare nelle condizioni della civiltà moderna, perdevano la loro autenticità e maturavano in conflitti e in contraddizioni che, in ultima istanza, avrebbero condotto la civiltà moderna alla catastrofe. Ma soprattutto si trattava di una presa di coscienza culturale che, nel momento stesso in cui si apriva alla comprensione delle civiltà cosiddette primitive, poneva in causa la stessa determinazione borghese della civiltà occidentale, la sottoponeva a verifica, ne misurava i limiti interni di origine e di sviluppo: ma tutto ciò nell’intento di guadagnare una migliore fedeltà al carattere e al destino della civiltà occidentale, ed evitando la falsa pietà storica dell’irrazionalismo variamente abdicante, gli smarrimenti di un relativismo senza prospettiva e le sospensioni pseudo-oggettivistiche di un neutralismo che tradiva la morte di ogni capacità di scelta e della stessa volontà di storia.

da Promesse e minacce dell’etnologia, in Furore, simbolo e valore, Milano, 1962, pp.69-70.



INDICE di Naturalismo e storicismo nell’etnologia, Laterza, 1941

Introduzione (pag.7)

Saggio critico sul prelogismo di Levi-Bruhl (pag.17)

Un problema mal posto dell’etnologia religiosa: la prima forma di religione (pag.77)

I principi della scuola storico-culturale (pag.119)

Intorno ad alcune scritture di metodologia etnologica (pag.169)

Indice dei nomi (pag.211)

Indice analitico (pag.215)



Ernesto de Martino (1908/1965)


mercoledì 8 settembre 2021

PIETRO SECCHIA e GLI STEREOTIPI STORICI. L'intervista a Cumpanis (2)

 

Intervista a cura di Alessandro Testa, redazione di Cumpanis, sito web diretto da Fosco Giannini ed edito dalle edizioni Citta’ del Sole di Napoli, a Ferdinando Dubla, direttore di Lavoro Politico web serie e del collettivo dei Subaltern studies Italia.
/extract. che riguarda la figura di Pietro Secchia e gli stereotipi storici. /

A.T. - Cosa pensi del ruolo di Secchia nella costruzione del PCI, e come il suo allontanamento dall’organizzazione del partito può aver influito sulla sua successiva evoluzione?

F.D. - Pietro Secchia è stata una figura importantissima nella storia del movimento operaio italiano e, naturalmente, del PCI. Si è sempre portato dietro lo stereotipo del comunista filobolscevico/filosovietico “duro e puro”, pronto addirittura a passare, nelle fasi acute dello scontro di classe negli anni ’50/’60, alla lotta armata. Ma l’acribia filologica e, ancor più, la “filologia vivente” su testi e documenti, possono contribuire nel tempo, speriamo, a rompere gli schemi precostituiti e i pregiudizi che narrano fantasmi, non storie.
Ho lavorato per diversi anni sull’Archivio Secchia (Feltrinelli) seguendo la traccia del lavoro di Enzo Collotti e pubblicato diversi testi sulle varie fasi della parabola della sua biografia politica, cercando di connettere continuamente la sua filosofia dell’organizzazione con le riflessioni di Gramsci sulla natura e struttura del partito necessario per la transizione ad una società socialista.
Impegnato nelle fila dei giovani comunisti a tessere una fitta organizzazione del centro interno del partito, il suo arresto nel 1931 fu un duro colpo per l’intero antifascismo militante, come scrisse Palmiro Togliatti.
Dirigente politico di primo piano, guidò il settore organizzazione del PCI, che nel 1947 raggiunse e superò i due milioni di iscritti, fino ad assurgere, con Luigi Longo, alla vicesegreteria nel 1948. Nel 1954 fu esautorato dalle sue funzioni per l’affaire-Seniga e sostituito da Giorgio Amendola. Si dedicò con rinnovata passione, negli anni a seguire, al lavoro parlamentare e alla memorialistica storica. Morì nel luglio del 1973 convinto di essere stato avvelenato durante un suo viaggio in Cile nell’anno precedente.
- Un tema caro a Secchia fu sempre la necessità della formazione di quadri per un partito comunista che, di massa, non smarrisse mai la sua qualità rivoluzionaria. La formazione dei quadri è vitale in un partito comunista e lo è, per usare un lessico delle moderne scienze della formazione, con una funzione intenzionalmente pedagogica: la selezione dei gruppi dirigenti, l’organizzazione, non può che avvenire nella lotta di classe e per la lotta di classe, attraverso la capacità di dirigere l’azione politica, aborrendo il burocratismo che deriva dall’inazione e dalla passività.
L’intenzionalità pedagogica è rivolta all’ interno del partito stesso, ma il partito esso stesso diventa strumento di emancipazione all’esterno, per costruire gramscianamente l’egemonia, innanzitutto sul piano dello smascheramento analitico delle false apparenze e illusioni dell’ideologia e della prassi concreta con cui si sostanzia il dominio economico, politico, culturale, della borghesia.
Azione politica, studio e lotta di classe, organizzazione: il gramsciano “blocco storico” doveva essere antagonista e di massa, opporsi all’“apparecchio” delle classi dominanti dello Stato borghese, che aveva però dovuto cedere terreno, nell’immediato dopoguerra, alla legalità costituzionale proprio in virtù del grande ruolo assunto dal PCI nella lotta antifascista, un “apparecchio” potente e articolato, forte nelle minute pieghe della società subalterna, delle classi popolari, capace di una lotta a tutto campo, difensiva e offensiva, e in cui ogni tattica doveva divenire “opportuna”, non opportunistica, legata alla strategia e alla prospettiva socialista. Prospettiva che si costruisce con le proprie mani, non attendendo messianicamente l’intervento, prima o poi, della “patria socialista”.

Il periodo 1948/1951 fu per Secchia il periodo di massima incisività politico-organizzativa: si potrebbe affermare che è proprio la fase in cui il rapporto politica/organizzazione si rovescia; il primato dell’organizzazione è de facto lo strumento attraverso il quale, nonostante le ripetute dichiarazioni contrarie, Secchia tenta un’applicazione della linea politica elaborata da Togliatti (“partito nuovo-democrazia progressiva”) in chiave più marcatamente classista.
L’organizzazione non è uno schema prefabbricato, non predilige formulari dogmatici, ma è funzionale agli obiettivi politici; ecco perché la costruzione del processo rivoluzionario diventa tutt’uno con l’analisi politica derivante dalla “guerra di posizione”, conquista progressiva di “trincee” e “casematte” della società civile, organizzazione del consenso nelle pieghe minute della classe operaia e delle classi popolari: altro che piani K che il nemico strombazza per scongiurare il terrore che lo prende di fronte ad una capacità grande del partito di organizzare la lotta di classe. Non è l’apparato la forza del partito comunista, ma il suo profondo legame con le masse: il partito di quadri che riesce a radicarsi nel popolo, che diventa di massa e popolare, che non potrebbe vivere senza questa sintonia.
(..)
In realtà, dal 1951 al 1954, inizierà la tendenza ad accantonare l’idea che un Partito Comunista non settario né opportunista, di quadri e di massa, potesse continuare a lavorare per un processo rivoluzionario in direzione del socialismo, come indicato da Gramsci, e che frutterà sì postazioni favorevoli alle classi lavoratrici, ma pur sempre nel quadro delle compatibilità dettate dalle classi dominanti e dunque su basi non permanenti; un processo non lineare e immediato, lo ripetiamo, non privo di contraddizioni, specie perché filtrato dalla passione, dai sentimenti, dalla coscienza dei militanti e dell’intero popolo comunista. Ma anche qui, appunto, si scopre la fecondità della marxiana dialettica materialista nell’analisi e nell’interpretazione storica: sempre la realtà è più complessa delle rappresentazioni descrittive con cui ci si sforza di comprenderla. 
fine extract.

tutta l’intervista puo‘ leggersi su




Pietro Secchia (1903/1973)



martedì 7 settembre 2021

Gramsci, la coscienza di classe e i collettivi di studi subalterni. L'intervista a Cumpanis (1)

 

Cumpanis intervista il direttore di Lavoro Politico web serie e promotore dei Subaltern studies Italia, Ferdinando Dubla, all’interno di un progetto, culturale e politico insieme, che si propone l’unificazione dei comunisti italiani in un unico partito. I punti di analisi affrontati dall’intervista - a cura di Alessandro Testa - riguardano Gramsci e la filosofia della prassi, la figura di Pietro Secchia nella storia del movimento operaio, il lavoro sui subalterni di Ernesto de Martino e la formazione di collettivi di ricerca ’subalternist’ per cogliere la nuova composizione di classe, la prospettiva dell’organizzazione marxista comunista in Italia.
L’intera intervista richiede 10’  di lettura (al link). Qui un extract. riguardante Gramsci, la coscienza di classe e i collettivi di studi subalterni.

C. -Un punto assai importante, quello del socialismo come “nuovo umanesimo”, cui si contrappone la visione liberal capitalista che vorrebbe l’uomo come monade chiusa in se stessa, contemporaneamente metro e misura di ogni cosa ma incapace di organizzarsi in struttura sociale gestaltica…-

F.D. - Il potere di classe vuole monadi isolate: ma l’atomizzazione è propria della omogeneizzazione culturale dei rapporti sociali di produzione capitalisti, dell’uomo-massa senza coscienza di classe. Gramsci indaga su come può, molecolarmente, generarsi questa coscienza. Riflettere oggi su senso comune e folklore, sull’eterodirezione dei subalterni da parte degli apparati egemonici delle classi dominanti, non è esercitazione accademica né trastullo dell’“acribia filologica” sterile, ma impegno costante per quello che anche l’antropologo de Martino chiamava éschaton (riscatto) dei senza storia, perché senza autocoscienza e senza narrazione.
Per questi motivi, la centralità del quaderno 25, che colloca Gramsci tra i classici dei Subaltern studies, un collettivo di ricerca indiano guidato da Ranajit Guha (nato negli anni ’80) che, in connessione con la critica postcoloniale, ha legato la filosofia degli ‘oppressi’ ad una narrazione storica nuova, dando voce, per parafrasare la Gayatri Chakravorty Spivak (“can the subaltern speak?”) a chi non può parlare, in quanto muto e ai margini.
C’è sicuramente anche il problema della traduzione, traducibilità e interpretazione degli scritti di Gramsci [maggiormente prima dell’ottimo lavoro di Joseph Buttigieg (Columbia University Press, 1992-2007)] e non riguarda solo i Subaltern studies, ma anche la critica postcoloniale e gli studi culturali (Stuart Hall). Ma, a nostro avviso, appunto, è l’ottica degli studi a prevalere: i ‘subalternist’ vanno oltre “l’acribia filologica” per impostare una diversa narrazione e interpretazione, aprendo orizzonti conoscitivi non più ’mediati’ dall’egemonia delle classi dominanti. / fine extract.

Leggi tutto







lunedì 6 settembre 2021

Eric J.Hobsbawm, Per capire le classi subalterne

 

GRAMSCI IN GRAN BRETAGNA
a cura di Derek Boothman, Francesco Giasi, Giuseppe Vacca
Bologna, Il Mulino 2015

Eric J.Hobsbawm, Per capire le classi subalterne

extract. in stralci da pp. 141/143

[..] vi è anche un’influenza specificatamente gramsciana sugli storici, e non solo l’indicazione di un ritorno a Marx. Certi concetti del lavoro teorico di Gramsci sono estremamente fertili, ed egli stesso ha scritto ampiamente su problemi che sono essenzialmente sia storici che politici. (..) Da Gramsci in poi, la storia e lo studio del mondo delle classi subalterne sono diventati uno dei settori della storiografia in più rapida crescita ed espansione. (..) E’ diventato quindi naturale che perfino storici non marxisti, come l’eminente studioso di Cambridge Peter Burke, siano attratti in questa sfera di interessi e che si rivolgano, anche se incidentalmente, agli scritti di Gramsci, come è il caso dell’opera precorritrice di questo autore, Popular Culture in Early Modern Europe (London,1978). Anzi, oggi potrebbe essere difficile, se non impossibile, discutere di problemi di cultura popolare senza avvicinarsi maggiormente a Gramsci, o senza fare un uso più esplicito delle sue idee, così come, secondo Burke, hanno finito per fare E.P.Thompson e R.Williams.+ P. Burke, Revolution in Popular Culture, in R. Porter e M. Teich (a cura di), Revolution in History, Cambridge, Cambridge University Press, 1986, pag.211.

(..) la forza del retaggio intellettuale di Gramsci (..) sta nel fatto che non si trattava di un impegno puramente accademico. La prassi stimolava e fecondava la sua teoria fino a rappresentarne lo scopo finale. Il motivo per cui la sua influenza sugli studiosi di ideologia e di cultura è stata eccezionalmente forte, sta nel fatto che anche per coloro che si occupano di cultura popolare il campo non è puramente accademico. Lo scopo primario di tutti o quasi tutti coloro che si dedicano a questi studi non è quello di scrivere dissertazioni e libri. Essi, per lo più, si occupano appassionatamente, come faceva Gramsci, dell’avvenire e del passato della gente comune che rappresenta il grosso dell’umanità, compresa la classe operaia e i suoi movimenti, e dell’avvenire della nazione e della civiltà. A 50 anni dalla sua morte [oggi 84, ndr] siamo grati a Gramsci non solo per il permanente stimolo intellettuale che egli rappresenta, ma per avere insegnato che lo sforzo per trasformare il mondo non solo è compatibile con il pensiero storico originale, sottile e a occhi aperti; ma che senza di esso è uno sforzo impossibile.



- Eric J. Hobsbawm (1917-2012) è stato uno dei maggiori storici del XX secolo. Ha insegnato al Birkbeck College di Londra e alla New School for Social Research di New York. Fece parte dell’”Historians’ Group” del Partito Comunista britannico. Si è occupato di Gramsci a partire dalle sue ricerche sulle classi subalterne (‘Primitive Rebels’, 1959) e soprattutto nell’ambito dei suoi studi sulla storia del marxismo. È stato membro della Commissione scientifica dell’Edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci.


Eric J. Hobsbawm (1917-2012)


                 







venerdì 3 settembre 2021

GRAMSCI: L’ANALISI e LA CLASSE - l'intellettuale 'organico' alle classi subalterne

 


Tra POPOLO e INTELLETTUALI: sapere, comprendere e sentire

Una tra le più belle pagine di Gramsci

Tra il pedantismo separato dell’accademia e la “filologia vivente”, Gramsci esorta con quest’ultima ad entrare in connessione ”sentimentale” con i gruppi subordinati, per stabilire la sintonia tra l’analisi e la classe.
L’intellettuale ’organico’ alle classi subalterne infatti si rende funzionale ad un progetto di liberazione delle stesse per una “vittoria permanente”: “solo la vittoria «permanente» spezza, e non immediatamente, la subordinazione”. [Q.25 (XXIII)] - ferdinando dubla

§ ⟨67⟩. Passaggio dal sapere al comprendere, al sentire, e viceversa, dal sentire al comprendere, al sapere. L’elemento popolare «sente», ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale «sa», ma non sempre comprende e specialmente «sente». I due estremi sono pertanto la pedanteria e il filisteismo da una parte e la passione cieca e il settarismo dall’altra. Non che il pedante non possa essere appassionato, anzi; la pedanteria appassionata è altrettanto ridicola e pericolosa che il settarismo e la demagogia piú sfrenati. L’errore dell’intellettuale consiste ⟨nel credere⟩ che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionato (non solo del sapere in sé, ma per l’oggetto del | sapere) cioè che l’intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole e quindi spiegandole e giustificandole nella determinata situazione storica, e collegandole dialetticamente alle leggi della storia, a una superiore concezione del mondo, scientificamente e coerentemente elaborata, il «sapere»; non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione. In assenza di tale nesso i rapporti dell’intellettuale col popolo-nazione sono o si riducono a rapporti di ordine puramente burocratico, formale; gli intellettuali diventano una casta o un sacerdozio (cosí detto centralismo organico). Se il rapporto tra intellettuali e popolo-nazione, tra dirigenti e diretti, tra governanti e governati, è dato da una adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione e quindi sapere (non meccanicamente, ma in modo vivente), solo allora il rapporto è di rappresentanza, e avviene lo scambio di elementi individuali tra governati e governanti, tra diretti e dirigenti, cioè si realizza la vita d’insieme che sola è la forza sociale, si crea il «blocco storico». Il De Man «studia» i sentimenti popolari, non con-sente con essi per guidarli e condurli a una catarsi di civiltà moderna: la sua posizione è quella dello studioso di folclore che ha continuamente paura che la modernità gli distrugga l’oggetto della sua scienza. D’altronde c’è nel suo libro il riflesso pedantesco di una esigenza reale: che i sentimenti popolari siano conosciuti e studiati cosí come essi si presentano obbiettivamente e non ritenuti qualcosa di trascurabile e di inerte nel movimento storico.
Cfr. Quaderno 4 (XIII), PP. 64 bis - 65.
- Quaderno 11 (XVIII) 1932-1933 ⟨Introduzione allo studio della filosofia⟩
da edizione critica Gerratana, Einaudi, 1975, vol. II, pag. 1505/1506



mercoledì 1 settembre 2021

IL GRAMSCI di FORMIA

 

Le condizioni in cui Gramsci redasse i suoi quaderni nel 1934/1935

di Valentino Gerratana

Con il trasferimento dal carcere di Turi, alla fine del 1933, alla clinica di Formia (ancora in stato di detenzione fino all’ottobre del 1934) ha inizio una nuova fase anche nella stesura dei Quaderni . Questa terza ed ultima fase interessa altri dodici quaderni, la maggior parte dei quali però lasciati incompleti e alcuni di sole poche pagine. È vero che nello stesso periodo (1934-35) Gramsci utilizza anche, per aggiungere nuove note e integrare con nuove osservazioni, alcuni dei quaderni iniziati nel periodo precedente, ma complessivamente si deve dire che il ritmo del lavoro appare piuttosto rallentato. Le condizioni di esistenza formalmente meno sfavorevoli non si sono tradotte in un sensibile miglioramento del suo stato di salute. L’organismo, profondamente intaccato, non rivela piú possibilità di ripresa, e del resto non sembra nemmeno che nella clinica di Formia gli siano apprestate cure adeguate alla gravità dei suoi mali. Con forze permanentemente indebolite la ripresa dello studio e della stesura dei Quaderni è ancora una continuazione del lavoro precedente, ma non riesce ad andare oltre certi limiti. Tutti i quaderni di Formia sono «quaderni speciali», divisi – salvo poche eccezioni – secondo i «raggruppamenti di materia» stabiliti alla fine del 1931. Il lavoro prevalente consiste quindi nel riprendere le note sparse nei diversi quaderni miscellanei per raggrupparle secondo l’argomento nei nuovi «quaderni speciali». Nella nuova stesura le note sono a volte rielaborate, con qualche aggiornamento sulla base di nuove letture e di nuovi dati acquisiti, ma piú spesso sono soltanto riprese alla lettera, come in una semplice copiatura meccanica. I momenti piú creativi sono forse consegnati in alcune note aggiunte nei quaderni del periodo precedente. Nulla muta sostanzialmente in questa situazione quando, nell’ottobre del 1934, Gramsci ottiene la libertà condizionale, sulla base delle disposizioni generali stabilite in materia; né quando piú tardi, nell’agosto del 1935, viene ricoverato nella clinica «Quisisana» di Roma. Nelle sue condizioni fisiche, e sotto un regime di strettissima sorveglianza poliziesca, la vita del «libero vigilato» non è praticamente diversa da quella del recluso. La mente rimane lucida, ma le sue energie lo abbandonano a poco a poco. L’organismo, estenuato, si spegne lentamente. Il lavoro dei Quaderni è finito, e non potrà piú essere completato.

dalla prefazione di Valentino Gerratana all’edizione critica dell’Istituto Gramsci da lui curata per Einaudi, vol I, 1975, pp. XXVIII/XXIX

FINO ALLA VITTORIA “PERMANENTE” DEI SUBALTERNI

dal Quaderno 25 (XXIII) 1934 Ai margini della storia (Storia dei gruppi sociali subalterni)

§ ⟨2⟩. Criteri metodologici. La storia dei gruppi sociali subalterni è necessariamente disgregata ed episodica. È indubbio che nell’attività storica di questi gruppi c’è la tendenza all’unificazione sia pure su piani provvisori, ma questa tendenza è continuamente spezzata dall’iniziativa dei gruppi dominanti, e pertanto può essere dimostrata solo a ciclo storico compiuto, se esso si conchiude con un successo. I gruppi subalterni subiscono sempre l’iniziativa dei gruppi dominanti, anche quando si ribellano e insorgono: solo la vittoria «permanente» spezza, e non immediatamente, la subordinazione. In realtà, anche quando paiono trionfanti, i gruppi subalterni sono solo in istato di difesa allarmata (questa verità si può dimostrare con la storia della Rivoluzione francese fino al 1830 almeno). Ogni traccia di iniziativa autonoma da parte dei gruppi subalterni dovrebbe perciò essere di valore inestimabile per lo storico integrale; da ciò risulta che una tale storia non può essere trattata che per monografie e che ogni monografia domanda un cumulo molto grande di materiali spesso difficili da raccogliere. 
Cfr Quaderno 3 (XX), pp. 10 - 10 bis.

Il Monumento posto nel Parco antistante la Ex Clinica Cusumano nel 2000

Gramsci rimase in stato di detenzione nella Clinica Cusumano, a Formia, dal 7 dicembre del 1933 al 24 agosto del 1935, quando partì, accompagnato dal Prof. Puccinelli per la clinica "Quisisana" di Roma.
In questo periodo concluse l’ultima fase della stesura dei Quaderni.