le lenti di Gramsci

martedì 12 novembre 2019

Bolivia de los proletarios y los indios tarde o temprano te enterrará y para siempre


INDIOS, Coyas e Aymaras, la revolución debe ser defendida y ganará
- le democratiche elezioni e i suoi esiti solo quando conviene. Vince Morales, allora non vales.
Il colpo di Stato, come questo in Bolivia, dimostra come i poteri capital-imperialistici e le eversive destre politiche (Mesa sotto di 10 punti!), ingrassati dagli USA e dai suoi manutengoli, sono i peggiori nemici di quelle prerogative democratiche che invocano retoricamente.
Tacete invece di parlare di democrazia e diritti umani, il potere del popolo termina dove iniziano i vostri interessi. Pagate i vostri scribacchini per il muro del pianto, non piangete però sulle vittime dei vostri colpi di stato. Capitalisti e imperialisti, reazionari e manutengoli, destre eversive e serve di ogni padrone largo di tasche, non vincerete,
Bolivia de los proletarios y los indios tarde o temprano te enterrará y para siempre ~ fe.d.

stralci da Il Manifesto del 12 novembre 2019

- […] A COMPIERE L’ULTIMO ATTO del golpe, quello decisivo, è stato il comandante generale delle forze armate Willimas Kaliman, che ha “suggerito” a Morales di dimettersi, «consentendo la pacificazione e il mantenimento della stabilità». Ma, prima di allora, si erano già registrati vari ammutinamenti della polizia, nel momento in cui la violenza golpista, a cui era stato lasciato campo libero, dilagava nel paese in mezzo a incendi appiccati alle case dei dirigenti del Mas (Movimiento al socialismo), ad attacchi ai mezzi di comunicazione e ad atti di violenza squadrista, come quello contro la sindaca di Vinto, Patricia Arce, a cui i manifestanti hanno tagliato a forza i capelli e versato addosso della vernice rossa.(..) INTANTO, mentre si è consumato in America Latina il quarto golpe in dieci anni, dopo quelli in Honduras (2009), Paraguay (2012) e Brasile (2016), il Comitato politico del Mas ha annunciato l’avvio di «un lungo cammino di resistenza, per difendere i successi storici del primo governo indigeno» della storia del paese: «Resistere, per tornare domani a combattere». […] Claudia Fanti

“ È un colpo di stato fascista quello che ha costretto alle dimissioni e alla fuga il presidente boliviano Evo Morales. Un colpo di stato d’estrema destra orchestrato da una destra populista, bianca e oligarchica, con la connivenza aperta degli Stati uniti.
Come ben racconta l’ inchiesta «The Us embassy in La Paz continues carrying out covert actions in Bolivia to support the coup d’état against the bolivian president Morales» del sito Behind Back Door del 19 ottobre scorso – e che, con l’appoggio determinante di polizia e Forze armate, ha abbattuto il miglior governo che il paese abbia mai avuto.
Per «il bene della Bolivia» e per evitare uno spargimento di sangue, sia Evo Morales sia il suo vice Alvaro García hanno rinunciato all’incarico dopo che da giorni squadracce dei cosiddetti comitati civici di Santa Cruz e Potosí e i “motoqueros” di Cochabamba hanno bastonato, rapito e torturato indigeni e membri del Movimento al socialismo (Mas) e del governo, e assaltato e incendiato sedi del Mas e abitazioni di personalità del partito e del governo, compresa l’abitazione di Morales. Ancora una volta si dimostra che in America latina le forze preposte alla difesa della democrazia e dello stato di diritto sono invece al servizio di un’oligarchia e dell’impero nordamericano. È un copione già seguito dai golpe contro Arbens in Guatemala, nel Cile di Allende, con l’operazione Condor in Argentina, poi con Chavez in Venezuela. Prima una campagna nazionale e internazionale di accuse mai provate ma diffuse dai media. Poi una seconda fase di agitazione di classi medie che prepara l’intervento finale dei militari. Ci eravamo augurati e illusi che fosse roba del secolo passato. Questo «muro» invece non cade.
Ancora una volta vi è un mondo che si definisce democratico che applaude la caduta di Evo Morales per mano di tali turbe violente e razziste. E sostiene che è stata debellata una «gigantesca frode» organizzata «da una dittatura» che in tredici anni di governo ha abbassato l’indice di la povertà dal 38% al 18%, ha dimezzato la disoccupazione e ha portato il salario minimo da 60 a 310 dollari. Che ha usato le risorse naturali per finanziare salute e scuola. Che ha ridato dignità alle popolazioni indigene, coyas e aymarás, da cui proviene anche il presidente deposto. Un mondo «democratico» che ha bisogno di essere difeso da squadracce come quelle di Fernando Camacho, Bibbia in mano e conti a Panama – come fu dimostrato dai Panama Papers.
Ancora una volta, purtroppo, le Forze armate in America latina hanno deciso che la pace si ottiene difendendo i diritti di una minoranza e dell’impero del nord.
Evo Morales è stato votato da più del 47% dei boliviani. Voti che ora non sarebbero validi a causa di quella che chiamano la «gigantesca frode» decisa e sbandierata ancor prima delle elezioni dai Camacho e Mesa (il secondo arrivato a dieci punti di distanza da Morales) e poi confermata – ma senza prove – dai tecnici dell’Oea, l’Organizzazione degli Stati americani, praticamente il «ministero delle colonie Usa», peraltro invitati dallo stesso Morales. Ora con l’arresto in massa dei membri dei tribunali elettorali, non vi è dubbio che le prove salteranno fuori. I torturatori della Cia hanno fatto scuola.
Non bisogna essere grandi analisti per prevedere il ritorno del Fondo monetario internazionale e delle grandi multinazionali. Il litio e gli idrocarburi non serviranno a finanziare politiche sociali ma finiranno in poche mani come nei secoli scorsi accadde ad argento e stagno. Sarà il ritorno alla vecchia Bolivia dei cento golpe, dello sfruttamento e dell’emarginazione delle popolazioni indigene. Ma dove il seme lasciato da Morales non scomparirà.“
Roberto Livi, (integrale)





venerdì 8 novembre 2019

TARANTO BRUCIA (1) e il plusvalore sociale (con un reportage di Gianmario Leone)


5.000 esuberi per continuare con Arcelor Mittal? Se 5.000 vi sembrano pochi...
Ma se 5.000 non sarebbero neanche sufficienti a bonificare l'aria, il suolo e l'acqua, la fabbrica e il territorio. 
E gli ideologi del liberismo multinazionale capitalistico si scandalizzano per la proposta della ripubblicizzazione e i loro poeti, su stampa e tv, starnazzano. Ma,
"la produzione capitalistica non è soltanto produzione di merce, è essenzialmente produzione di plusvalore. L'operaio non produce per sé, ma per il capitale. Quindi non basta più che l'operaio produca in genere. Deve produrre plusvalore. È produttivo solo quell'operaio che produce plusvalore per il capitalista, ossia che serve all'auto-valorizzazione del capitale". (Karl Marx, Il Capitale, Editori Riuniti, 1980, pag. 556.)

E una parte del plusvalore, assai consistente, dei padroni dell'acciaio, consiste nell'inquinamento. 
Solo la ristatalizzazione della siderurgia italiana, propugnata dai comunisti da sempre, permetterebbe il plusvalore sociale, cioè coniugare la produzione con l’ambientalizzazione radicale, le bonifiche e l’occupazione, investimenti sulle tecnologie delle aree a caldo realmente ecocompatibili e diversificazione produttiva del territorio jonico all’interno di una pianificazione economica nazionale. (fe.d.)

Il reportage di Gianmario Leone. I lavoratori sfilano silenziosi davanti alle telecamere. Dopo la gestione Riva, dopo esser sopravvissuti al quinquennio commissariale, speravano di aver trovato una nuova stabilità

Taranto, la città divisa e sfiduciata piange i suoi morti dentro e fuori l’azienda



Ancora una volta Taranto è arrivata impreparata ad un appuntamento cruciale per la sua storia. E’ lo stesso copione del 2012, se non peggio. Perché se è vero che sette anni fa la questione ‘Ilva’ era un problema ‘di pochi e per pochi’, vuoi per ignoranza, per ignavia, o per interessi legati a doppio filo al ‘sistema Riva’, oggi, ad un passo dal 2020, una città divisa, smarrita, indolente, quasi invisibile, non la si può immaginare se non si vive qui: eppure è così.

È CERTO CHE LA DELUSIONE, la rassegnazione, il dolore, la rabbia per le tante occasioni perdute è più che lecita e giustificata. Così come lo scoramento per essere rappresentati da quasi trent’anni da una classe politica, imprenditoriale e intellettuale del tutto inadeguata e impreparata a gestire il presente e ad immaginare il futuro. Però tutto questo non basta a spiegare e a giustificare il perché, ancora oggi, di fronte alla concreta possibilità di chiudere, magari anche solo parzialmente, una pagina che ha fatto la storia di questa città, si arrivi all’appuntamento a ranghi sparsi. Ognuno per conto suo, ognuno chiuso nel cortile della sua associazione, del suo comitato, della sua organizzazione: ognuno con una ricetta diversa che è sempre migliore di quella degli altri. E così, da un lato, abbiamo la città che vuole chiudere, una volta e per sempre, i conti con la grande fabbrica. Troppi i morti, troppi i malati, troppe vite spezzate, troppe famiglie distrutte. Troppi giovani lavoratori caduti sul lavoro. Tutto troppo in cambio di un lavoro. Non hanno torto.

NON INVENTANO NIENTE: decine di studi scientifici a partire dagli anni ’80 per finire ai più recenti, riportano una situazione sanitaria inaccettabile per qualsivoglia comunità. E’ quella parte della città nella quale si ritrovano decine di associazioni e comitati, la maggior parte nati dopo il fatidico luglio del 2012. Una realtà trasversale che racchiude ogni fascia sociale di Taranto: dall’operaio al medico, dall’insegnante al bancario, dal magistrato al commerciante, dal dipendente pubblico al disoccupato, sino ad arrivare agli studenti più giovani. Il grave errore è stato quello di non esser stati capaci in tutti questi anni di fare sintesi, di non aver sfruttato l’onda lunga dell’inchiesta del 2012 che fece scendere in strada 30mila persone. Ha prevalso l’io sul noi. Se in questi giorni di grande caos durante i sit-in all’esterno dell’ex Ilva, non sono mai stati più di una trentina di persone, è evidente che molto non ha funzionato a dovere. Come non ha funzionato la strategia di legarsi a doppio filo al governatore Michele Emiliano: molti esponenti di comitati e associazioni sono da anni legati al presidente e ad i suoi uomini all’interno della Regione o ad esponenti di ARPA Puglia. Come non ha pagato la strategia di votare in massa nel 2018 il Movimento 5 Stelle, che non è stato in grado di reggere l’urto con la gestione reale della cosa pubblica, portando in Parlamento e in Senato esponenti non all’altezza della situazione, che a Taranto non si vedono più da oltre un anno.

DALL’ALTRO LATO c’è invece quella parte di città che, pur avendo oramai contezza dei danni sanitari e ambientali dell’Ilva, del siderurgico non può farne a meno per continuare a condurre una vita dignitosa. E regalare un futuro ai propri figli e alle proprie famiglie. Sono gli oltre 10mila lavoratori del siderurgico e di tutto quel mondo oscuro dell’indotto e dell’appalto che impiega altre migliaia di lavoratori con formule contrattuali non sempre delle migliori. I lavoratori oggi preferiscono non parlare, sfilando silenziosi davanti alle telecamere e ai microfoni delle televisioni locali e nazionali, che da queste parti si vedono soltanto nei momenti di massima tensione. Dopo essere passati sotto le forche caudine di una fabbrica che marciava a spron battuto sotto la gestione Riva, dopo esser sopravvissuti al quinquennio del limbo della gestione commissariale, ‘speravano’ di aver trovato una nuova stabilità.

DI CERTO NESSUNO HA FATTO salti di gioia all’arrivo della multinazionale indiana, né nei mesi successivi l’entusiasmo è salito: ma quanto meno si pensava di avere davanti a sé un futuro diverso. Ed invece, in appena un anno di gestione ArcelorMittal, hanno dovuto ingoiare nuove incertezze, nuova cassa integrazione, piangere un altro giovane compagno morto. In questi giorni entrano ed escono dalla grande fabbrica a testa bassa, scrollano le spalle, guardano perplessi i rappresentanti sindacali che oggi come non mai sentono mancare il terreno sotto i piedi.

E POI C’È IL RESTO della città. Quella di mezzo. Quella che vorrebbe vedere una città finalmente unita, ma non sa come fare perché ciò avvenga realmente. Quella di chi ogni giorno aiuta chi ha di meno, perché Taranto è città solidale, aperta, fraterna, come ogni città di mare che si rispetti. Quella di chi ogni giorno fa il proprio dovere in silenzio, la così detta maggioranza silenziosa. Che vorrebbe veder finalmente tutelati diritti sacrosanti: lavoro, salute, ambiente. Quella di chi ama questa bellissima città del Sud, ma che decide comunque di andare via per inseguire i propri sogni.
Che quando parte si lascia alle spalle le scie scintillanti dei due mari, e le centinaia di ciminiere che da decenni fanno da sfondo a parte del panorama della città. Nella consapevolezza che quando tornerà, loro saranno ancora lì, in un modo o nell’altro. Forse.

pubblicato su Il Manifesto dell' 8 novembre 2019



giovedì 7 novembre 2019

La doppia lente dell’internazionalismo marxista


L’internazionalismo marxista non è solo geopolitica strategica (in rapporto con l’imperialismo USA-NATO e gli imperialismi complici, concorrenti o subalterni), non è solo, sebbene fondamentali, comunanza e fratellanza con gli stati che alla prassi marxista rivoluzionaria si ispirano, ma per i comunisti è l’appoggio e il sostegno- possibili - alle lotte dei popoli per la loro autodeterminazione e per il socialismo, costruendo modelli di transizione e di edificazione diversi e plurali, basati sulla più ampia partecipazione democratica delle masse popolari. 
la doppia lente - - Consiglio la contemporanea lettura di “Sovranità” di Carlo Galli e “Laboratorio Rojava” di Knapp-Ayboga-Flach, sul nodo tematico sovranismo/indipendentismo, integrità territoriale dello stato-nazione e esperienze rivoluzionarie, /secessionismo. La lettura di classe di tutte le vicende mondiali per forgiare un nuovo internazionalismo dei proletari globali, coniugato alle sovranità nazionali, è sempre necessaria.




martedì 5 novembre 2019

TARANTO BRUCIA



il furore ideologico ordoliberista ha portato alla situazione attuale: se la siderurgia è strategica, va pubblicizzata, nell’ambito di una politica industriale ecocompatibile nazionale. Se la fabbrica, il territorio, vanno bonificati, nessun lavoratore deve essere licenziato o, come è stato permesso ai nuovi padroni, messo in cassa integrazione. Dicono che questo governo è giallo e “rosso”: noi abbiamo visto solo il giallo e il nero dei fumi siderurgici. In quanto agli strilli di Salvini e della destra demagogica, vuole cavalcare il tema dell’occupazione, ma le ricette sono le stesse del governo. Dell’inquinamento nulla infischia loro: tarantini, morite, per una patria che non c’è, il falso sovranismo prevede servi e padroni. ~fe.d.

l'analisi del prof. Paolo Maddalena.
Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”

Ilva: dobbiamo sottrarci al potere cinico e intransigente delle multinazionali

- Il caso Ilva, che si aggiunge a quello di Whirlpool e di Alitalia, dimostra che ormai il nostro paese è nelle mani avide e ciniche delle multinazionali.
ArcelorMittal, chiedendo l’immunità penale e la riapertura dell’altoforno 2, per continuare nell’affitto e poi nel conseguente acquisto dell’Ilva, dimostra per tabulas che essa non vuole assolutamente seguire le prescrizioni del piano ambientale e non ha nessuno scrupolo di lucrare sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini di Taranto.
È evidente che per l’Ilva economia e salute sono entità inconciliabili. E che per Lei ha valore solo il suo personale guadagno. Essa specula sull’eroismo dei lavoratori che, pur di portare a casa un misero salario, non esitano a rischiare la propria salute e la propria vita.
L’errore sta a monte. Il nostro governo e il nostro Parlamento non avrebbero mai dovuto privatizzare le fonti di produzione di ricchezza nazionale e, in particolare, le acciaierie di Taranto, Piombino e Genova, eliminando così la possibilità, nei casi di cicli economici sfavorevoli, di trasferire in parte gli operai da una fabbrica all’altra e, se del caso, anche dal settore siderurgico ad altri settori produttivi.
Ingannevole e deplorevole è stato l’atteggiamento della televisione, della stampa e di buona parte dei politici, i quali, assecondando le intenzioni di ArcelorMittal, hanno fatto apparire come una “mazzata” la minaccia della chiusura della fabbrica, addossandone la colpa alla forza politica che aveva tolto, con legge, l’immunità penale. Quasi che la vita dei lavoratori e dei tarantini non avesse nessun valore nei confronti dell’attività della fabbrica stessa.
A questo punto l’Italia è davvero a un bivio: o si capisce che dobbiamo sottrarci al potere cinico e intransigente delle multinazionali, o non abbiamo più alcuna possibilità di salvare, non solo l’ambiente, ma addirittura la salute e la vita dei nostri concittadini.
È arrivato il momento che gli italiani si sveglino e escano dal loro torpore, evitando di farsi ingannare dalle menzogne di tutti quei politici, nel caso di specie Salvini e Renzi in testa, che ancora vedono nella nostra subordinazione alle multinazionali l’unica via d’uscita.
Senza pensare che questa via d’uscita conduce direttamente alla povertà, alla schiavitù e alla morte.
È assurdo che si faccia di tutto per pregare, senza un minimo di dignità, le multinazionali straniere a restare in Italia, donando loro i profitti che spetterebbero agli italiani.
Il territorio, dove ha sede questa industria, è italiano, e in virtù dell’articolo 42, comma 2, della Costituzione, l’abbandono di questo sito da parte della multinazionale in questione comporta il venir meno di qualsiasi diritto da parte di essa, nonché il ritorno della fabbrica nella piena disponibilità dello Stato italiano, il quale non deve pagare assolutamente nulla alla società che specula in modo tanto palese sui nostri beni e sulla salute dei nostri cittadini e deve anzi chiedere il risarcimento dei danni conseguenti al chiusura dell’azienda.
Il problema è stabilire quanta produzione di acciaio occorre nel momento attuale, e ridimensionare l’azienda nei limiti del dovuto. Tutto il resto, come avvenuto nella Rhur deve essere riconvertito in altre attività che producono egualmente reddito senza danneggiare l’ambiente e la salute, occupando nel contempo tutti i lavoratori.
Occorrono oggi decisioni coraggiose e limpide. E soprattutto è necessario uscire dalla china pericolosa nella quale si è ficcato il governo, mostrando la sua debolezza nei confronti delle prepotenze delle multinazionali straniere.
La soluzione è soltanto una: nazionalizzare le imprese per tutelare la salute, il lavoro e l’ambiente.
Le risorse economiche finora sono state impiegate per finalità inutili e soltanto per rendersi graditi alla pancia degli elettori.
Adesso le risorse vanno trovate, anche mediante una richiesta di un prestito nazionale, per riportare in campo lavorativo l’utilità sociale, la libertà, la sicurezza e la dignità umana. Lo impongono gli articoli 41 e 42 della Costituzione Italiana Repubblicana e Democratica.
fonte:

domenica 3 novembre 2019

LIBERE DONNE IN LIBERA TERRA (dai territori occupati)


come in Rojava, le donne in prima linea per la liberazione dei territori occupati in Palestina. Il movimento Ta’lat, donne in lotta per una libera Palestina e YPJ, le unità di protezione delle donne curde: non abbiamo ascoltato alcuna solidarietà, fa rumore solo l’indifferenza dell’Occidente che blatera di “diritti umani”.(fe.d.)
- - - https://nena-news.it/protesta-ovunque-donne-libere-in-pale…/

- Territori occupati. La deputata, femminista e dirigente del Fronte popolare da ieri è sotto interrogatorio. Per lei si annunciano altri mesi di detenzione "amministrativa", senza processo. Per la sua liberazione e per quella di Heba al Labadi raduni ieri in città palestinesi ed europee.
Suha Jarrar ci racconta al telefono da Ramallah il quarto arresto subito, nella notte tra mercoledì e giovedì, dalla madre Khalida Jarrar, deputata palestinese, storica attivista dei diritti delle donne e tra i dirigenti del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, il Fplp, la sinistra marxista. «È stato come rivedere un brutto film» ci dice. «Eravamo in casa solo mia madre ed io. Intorno alle 3 siamo state svegliate da forti rumori proprio sotto la nostra abitazione. Abbiamo visto una dozzina di jeep piene di soldati israeliani, mamma ha capito subito che venivano per lei». I militari guidati di un ufficiale, prosegue Suha Jarrar, «ci hanno intimato di aprire la porta. Appena entrato l’ufficiale con un sorriso beffardo si è rivolto a mia madre con le parole “eccoci di nuovo qui” e le ha ordinato di seguirlo. Ho chiesto di poter vedere il mandato di arresto ma i soldati non mi hanno mostrato nulla. Poi mi hanno allontanato da mia madre e ho potuto abbracciarla e salutarla solo per pochi secondi».(..)
Ad alzare la voce è stata un’altra importante donna palestinese, Hanan Ashrawi, del Comitato esecutivo dell’Olp. «Nelle stesse ore in cui (Jarrar) veniva portata via, altri attivisti nelle città di Ramallah e Betlemme sono stati arrestati dalle forze di occupazione israeliane», ha denunciato. «Ancora una volta» ha continuato Ashrawi, «è stata arrestata Khalida Jarrar, che è anche un insigne difensore dei diritti umani. (..)
Khalida Jarrar, 57 anni, era stata rilasciata lo scorso febbraio dopo 20 mesi di detenzione amministrativa. Un calvario denunciano la famiglia e il Fplp. Capo della Commissione parlamentare per i prigionieri politici e vice presidente dell’associazione Addameer che tutela i diritti dei detenuti, aveva scontato 14 mesi di carcere già tra il 2015 e il 2016. In quell’occasione fu accusata di ben 12 reati ma, evidentemente, senza prove dato che i giudici militari alla fine decisero di condannarla alla detenzione amministrativa e di non processarla. I palestinesi parlarono di una «vendetta» poiché Jarrar aveva rifiutato il domicilio coatto a Gerico ordinato da Israele. E perché faceva parte della commissione che prepara rapporti sulle violazioni israeliane destinati alla Corte penale internazionale. Nei Territori Khalida Jarrar è un simbolo della lotta all’occupazione (..)

dal servizio di Michele Giorgio su Il Manifesto del 1 novembre 2019
articolo completo:
https://ilmanifesto.it/israele-arresta-ancora-una-volta-kh…/

in foto: Khalida Jarrar, Heba al Labadi, in sciopero della fame, e il movimento Ta’lat, femminista e anti-colonialista indipendente per le strade di Ramallah







sabato 2 novembre 2019

IL MURO e IL PUGNO. Il socialismo delle libertà e i suoi nuovi fondamenti teorici (appunti)


IL MURO e IL PUGNO
di Lula liberato, fanno da sfondo alla retorica anticomunista che, virulenta, si è scatenata in questi giorni di anniversario della caduta berlinese. I gazzettieri e i vati e vaticinatori dei regimi capitalistici dell’Occidente, liquidano con sanguinose definizioni, “dittatura comunista”-regime di spie e traditori con esoterici servizi segreti, la DDR e gli uffici dei “Berja” esecutivi, la STASI, e via liquidando, nel tentativo spasmodico di orientare la loro paura attuale, attualissima, del socialismo, storico, in costruzione e avvenire, il senso comune di massa. Nessuna contestualizzazione storica, la guerra mondiale, i lager, la guerra “fredda”: nessuna seria interpretazione di un intero periodo storico, bellum para bellum, che ha visto il dispiegarsi dell’imperialismo nordamericano e neocolonialista, e nonostante ciò, la conquista di standard sociali egualitari e benessere sociale di livello elevato, nonostante il cospicuo prezzo politico libertario e costo economico, che impedisce a quelle esperienze di essere riferimento per il futuro. E poi la costruzione di tanti e troppi altri muri, a delimitare le ingiustizie del mondo. Intanto, è proprio un’ingiustizia banditesca, la carcerazione del compagno Lula ad opera del patto brasilero destra politica/magistratura asservita e corrotta, che è caduta. “Sono comunista, non ho niente di cui pentirmi”, ha ribadito da Silva. Anche noi siamo orgogliosi nei giorni del muro e del pugno: comunisti e marxisti ne’ ortodosso/dommatici ne’ revisionisti, leninisti per l’audeterminazione popolare e avanguardia politica, maoisti critici sovranisti di sinistra e internazionalisti, combattiamo per una democrazia sociale radicale della società autoregolata, come ci ha insegnato Gramsci e la migliore tradizione del comunismo democratico in Italia. ~ fe.d.

in costruzione. appunti


il socialismo delle libertà democratiche e della partecipazione, è la trasformazione dell’intelletto collettivo e della sua prassi conseguente. Una rivoluzione cognitivo-relazionale ne’ precede ne’ consegue alla rivoluzione politica e sociale, ne ha bisogno. L’ecologismo olistico è nondimeno conservativo quanto produttivo, il femminismo come critica radicale agli assetti di potere e non lobbie sessista neoliberista,
*(http://effimera.org/come-il-femminismo-divenne-ancella-del…/) vedi anche su Lavoro Politico- Marx XXI, https://www.facebook.com/Lavoro-Politico-Marx-XXI-242960732497109/)
sono ancelle di un nuovo paradigma di cambiamento strutturale, che ha al suo cuore la lotta di classe.

2) Gramsci (intellettuale collettivo, senso comune e filosofia della prassi- Marx/ Grundrisse - general intellect e l’interpretazione di Pierre Lévy, da approfondire, + attualità dei Manoscritti del 1844)
3) Il pensiero meridiano è l’universalizzazione della trasformazione rivoluzionaria / fe.d.



venerdì 1 novembre 2019

IL FEMMINISMO o E’ ANTICAPITALISTA o non è


Il femminismo radicale di Nancy Fraser si coniuga con le lotte sociali di emancipazione e liberazione di classe e di genere, e critica la deriva del femminismo borghese, che antepone il sessismo identitario al rivendicazionismo del welfare state per la trasformazione dell’intelletto collettivo e della prassi conseguente:
“abbiamo assolutizzato la critica del sessismo culturale proprio nel momento in cui le circostanze avrebbero richiesto di raddoppiare l’attenzione intorno alla critica dell’economia politica.”
ripubblichiamo, dal sito di “Effimera”, [che ritiene che più che il rivendicazionismo vada esplorato “il tema della ri-appropriazione e dell’auto-valorizzazione di pratiche autonome di welfare e di cooperazione sociale produttiva”; (e perché non entrambi, ci domandiamo?)] l’articolo divenuto giustamente celebre della Fraser su “The Guardian” il 14 ottobre u.s. /
~fe.d.

Come femminista ho sempre pensato che, combattendo per l’emancipazione delle donne, stavo anche costruendo un mondo migliore – più egualitario, più giusto, più libero. Ultimamente ho cominciato a temere che gli ideali ai quali le femministe hanno aperto la strada vengano utilizzati per scopi molto diversi. Mi preoccupa, in particolare, che la nostra critica del sessismo fornisca oggi giustificazione a nuove forme di disuguaglianza e di sfruttamento.
Quasi fosse un crudele scherzo del destino, il movimento per la liberazione delle donne sembra essersi avviluppato in una relazione pericolosa con gli sforzi neoliberisti nel costruire la società del libero mercato. Questo potrebbe spiegare perché una serie di idee femministe, che un tempo facevano parte di una visione del mondo radicale, oggi vengono utilizzate a fini individualistici. In passato, le femministe criticavano una società dove si promuoveva il carrierismo, adesso viene consigliato alle donne di “affidarsi”. Il movimento delle donne una volta aveva come priorità la solidarietà sociale, oggi festeggia le imprenditrici. La prospettiva di allora valorizzava la “cura” e l’interdipendenza umana, ora incoraggia il progresso individuale e la meritocrazia.
continua a leggere in