Il Sartre maoista, Gramsci e l'eclissi dell’intellettuale borghese
di Ferdinando Dubla
L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla
Il Sartre maoista, Gramsci e l'eclissi dell’intellettuale borghese
di Ferdinando Dubla
CINA PERNO DI UN NUOVO BLOCCO STORICO INTERNAZIONALE
Il Dragone contro l’”Impero pirata”:
la Cina centro del multipolarismo strategico
GEOPOLITICA E DINAMICHE DI CLASSE
1. L’analisi di fase: il multipolarismo
come necessità strategica
Ringrazio
MarxVentuno e i compagni della CASS per questo prezioso momento di confronto.
La mappatura dei movimenti rivoluzionari che si presenta oggi non è un mero
esercizio accademico, ma una bussola indispensabile per orientarci nell''ordine
mondiale', di quella che recentemente lo studioso Michele Prospero ha definito
la strategia dell’Impero Pirata.
Dobbiamo
essere chiari: il cosiddetto "ordine mondiale" unipolare a guida statunitense è in crisi, e
non è solo una configurazione geopolitica, è l'impalcatura del dominio globale
del capitale finanziario. Pertanto, l’emergere del mondo multipolare non va
letto come un semplice avvicendamento tra potenze, ma come una necessità strategica
imprescindibile per ogni movimento di liberazione.
Il
multipolarismo rompe la "catena dell'imperialismo" nel suo anello più
forte. In questa fase, la Repubblica Popolare Cinese non agisce come un attore
imperiale classico, ma come il retroterra strategico — la "base
rossa" globale — che garantisce la possibilità materiale della resistenza.
Senza il contrappeso della Cina, della sua potenza tecnologica e della sua
sovranità economica, le transizioni al socialismo o le lotte per l’indipendenza
nazionale sarebbero sistematicamente strangolate dal ricatto finanziario o
dall'intervento militare diretto.
Tuttavia,
come studiosi e militanti marxisti, dobbiamo evitare la trappola del
"realismo cinico". Il multipolarismo
strategico per noi non è il fine ultimo, ma la condizione ambientale che
permette il ritorno della soggettività storica dei subalterni. Esso apre quegli
spazi di manovra dove i popoli — dalla Palestina al Venezuela, dal Rojava alle
masse lavoratrici, allo stesso proletariato in Iran — possono rivendicare il
proprio diritto all’autodeterminazione.
L’imperialismo
"pirata" di Trump e dei falchi di Washington risponde a questa ascesa
multipolare spargendo dominio militare senza egemonia economica e violando ogni
norma internazionale. La risposta deve essere un internazionalismo attivo che colga questa opportunità storica per
trasformare la crisi dell'egemonia statunitense in un avanzamento reale delle
classi oppresse verso nuove forme di democrazia popolare e di socialismo.
La "Via della Seta" come
infrastruttura del multipolarismo
In questo
quadro, la "Nuova Via della Seta" non va interpretata secondo le
lenti deformanti del liberalismo occidentale — che vi scorge solo un’espansione
commerciale — ma come la costruzione di un’infrastruttura materiale per la
sovranità dei popoli.
Per decenni,
molti paesi del Sud globale sono rimasti intrappolati nei ricatti economici
neocoloniali dell'imperialismo USA, mediati da istituzioni come il FMI, che
imponevano la distruzione dello stato sociale e la svendita delle risorse in
cambio di prestiti-capestro. La strategia cinese offre oggi un'alternativa reale:
una cooperazione basata sullo sviluppo delle forze produttive e sulla creazione
di corridoi logistici indipendenti dal controllo di Washington.
Questa
opportunità permette a molte nazioni di uscire dalla condizione di subalternità
assoluta. La "Via della Seta" agisce come un catalizzatore di
multipolarità economica, fornendo a stati che intendono intraprendere percorsi
di transizione o di consolidamento del socialismo — pensiamo al Venezuela, ma
anche a diverse realtà africane e asiatiche — la sponda necessaria per
resistere all'embargo e al sabotaggio finanziario dell'impero pirata. È la
dimostrazione pratica di come la potenza cinese si traduca in una possibilità
di riscatto per le classi subalterne globali, spezzando le catene del debito
che sono state, finora, il volto moderno del colonialismo.
Antonio Gramsci: il blocco storico e l'egemonia
- La Cina
non sta solo costruendo rotte commerciali, ma sta ponendo le basi per un nuovo blocco storico mondiale. Seguendo la
lezione di Gramsci, Pechino esercita una funzione di direzione intellettuale e
morale offrendo un'alternativa all'egemonia declinante e coercitiva degli USA.
Il multipolarismo, in questo senso, è la rottura del blocco egemonico unipolare
a favore di una pluralità di vie nazionali al socialismo.
Ranajit Guha: La soggettività
storica dei subalterni e la critica al colonialismo
Fondamentale
è anche il contributo di Ranajit Guha e
dei Subaltern Studies. Guha ci insegna a decostruire la "prosa della
contro-insurrezione", ovvero quel linguaggio del potere delle classi
dominanti delle società capitaliste che nega ai subalterni una propria volontà
politica, descrivendoli sempre come "eterodiretti" o
"manipolati". Attenzione, perchè questo è un pericolo che si corre
anche con un’analisi geopolitica senza la contemporanea analisi delle dinamiche
di classe. Significa cioè riconoscere che il popolo palestinese, il popolo
curdo, i lavoratori iraniani, non sono oggetti della geopolitica, ma soggetti
dotati di una propria autonomia politica che lotta per l'autodeterminazione.
La dialettica tra geopolitica e
lotta di classe: il leninismo creativo
di Mao
Per la
mappatura dei movimenti rivoluzionari contemporanei, è imprescindibile recuperare
lo spessore teorico della nuova
democrazia di Mao Tse-tung. In quel saggio del 1940, apparso nel primo
numero di Cultura Cinese a Yenan, risiede
uno dei nodi ancora vitale del pensiero maoista: la transizione al socialismo
intesa non come schema scolastico, ma come pratica rivoluzionaria aderente al
reale contesto storico-politico.
Mao dovette
scontrarsi con l'ortodossia meccanicistica dei "Ventotto Bolscevichi"
di Wang Ming. Questi, seguendo una lettura rigida delle Due tattiche di Lenin del 1905, sostenevano che in contesti
arretrati la rivoluzione dovesse necessariamente attraversare una fase di pieno
sviluppo capitalistico-borghese prima di approdare al socialismo. Al contrario,
Mao comprese che l'applicazione dogmatica di direttive esterne era
inappropriata per la realtà cinese. Egli, stretto tra l’aggressione
imperialista giapponese e l’ambiguità delle forze nazionaliste, rimase saldo su
un obiettivo strategico inedito: costruire un "blocco storico" a
direzione rivoluzionaria che scavalcasse la fase di dominio
borghese-capitalista.
Questa è la
lezione che oggi applichiamo alla "doppia lente" internazionalista:
la consapevolezza che nelle aree del Sud globale, segnate dalla "doppia
subalternità" (semifeudale e semicoloniale), la liberazione nazionale e la
lotta di classe sono indissociabili. Il leninismo di Mao è "creativo"
perché rompe la linearità borghese: egli comprende che non si può replicare il
capitalismo per combattere l'imperialismo, poiché il capitalismo è la causa
stessa di quel dominio.
Questo
approccio ci permette di guardare oggi alla Palestina o al Rojava non come a
semplici conflitti regionali, ma come a potenziali laboratori di nuova democrazia.
In
Palestina, oltre lo sterminio genocidario di Gaza da parte dell’esercito
israeliano, la lotta del popolo palestinese affronta oggi la sfida drammatica
della colonizzazione della Cisgiordania, dove violenze e aggressioni dei coloni
si consumano spesso in assenza di una resistenza organizzata. Questo accade
perché l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) soffre una profonda crisi di
credibilità: per tornare a essere un’alternativa reale all'egemonia delle
organizzazioni fondamentaliste religiose nella resistenza, l’ANP deve ritrovare
con forza il radicamento sociale nel suo popolo. Solo ricostruendo questo
legame organico sarà possibile avviare una resistenza che sia contemporaneamente
lotta per l’autodeterminazione politica.
In Rojava,
la ricerca di un'autonomia dei subalterni sfida direttamente le strutture
semifeudali della regione.
In conclusione,
la nostra analisi geopolitica non è "campismo" proprio perché è
radicata in questo leninismo creativo: sostenere il fronte multipolare guidato
dalla Cina non significa aderire a una generica realpolitik, ma riconoscere che esso rappresenta oggi l'unico
spazio strategico in cui la nuova democrazia
dei popoli oppressi e dei movimenti rivoluzionari può concretizzarsi e vincere.
Conclusioni: la pace come
precondizione dello sviluppo e della sovranità
In
conclusione, l'efficacia di questa mappatura dei movimenti rivoluzionari e
della nuova configurazione mondiale trova la sua prova del nove nella capacità
di fermare la distruzione delle forze produttive e delle vite umane. Non
possiamo ignorare il ruolo determinante della Cina come attore di pace nel
conflitto russo-ucraino.
Mentre
l'imperialismo euroatlantico sembra alimentarsi della guerra infinita, Pechino
si pone come l'unica potenza capace di una proposta negoziale credibile. Le
migliaia di morti tra le popolazioni civili, le macerie delle città e il sacrificio
di migliaia di giovani soldati — carne da cannone per gli interessi della NATO
— impongono una svolta. Il riconoscimento della Cina come interlocutore
affidabile non nasce da una concessione diplomatica, ma dalla necessità
materiale di stabilità.
Per noi
marxisti, la pace non è pacifismo astratto; è la condizione necessaria affinché
i popoli possano tornare a occuparsi della propria autodeterminazione e della
lotta per il socialismo, sottraendosi alla morsa della militarizzazione.
Sostenere l'iniziativa di pace cinese significa colpire al cuore la strategia dell'"ordine
mondiale" dell'imperialismo unipolare.
intervento Ferdinando Dubla webinar di presentazione del quarto volume di studi dell'Accademia del Marxismo di Pechino (CASS), edito da MarxVentuno: I movimenti comunisti internazionali – Rapporto 2022/2023.
Vedila qui: https://urlgeni.us/youtube/channel/marxventuno
JIANG
QUING O DELL'AMORE RIVOLUZIONARIO [1]
la rivoluzione ininterrotta di Madame Mao [2]
IL FASCINO DI LAN PING (JIANG QUING) - la stella di Shangai
蓝苹 (江青) 的魅力:上海之星
L’opera di Anchee Min viene qui
utilizzata esclusivamente come fonte documentaria e letteraria per indagare la
soggettività e l'ambiente dell'epoca. Respingiamo fermamente le sue licenze
interpretative di matrice liberale che riducono i complessi nodi della storia
cinese e della Rivoluzione Culturale a mera "sete di potere" o a
psicodrammi individuali. La nostra analisi resta ancorata al materialismo
storico, indagando la dialettica tra idealità, prassi e trasformazione sociale,
oltre ogni pregiudizio ideologico occidentale.
Consideriamo queste pagine non come
"storia" oggettiva, ma come un'interpretazione creativa prodotta per
il mercato occidentale. Nonostante la cornice ideologica, la scrittura
brillante della Min restituisce la "carne" della storia (il fango di
Yan’an, la tensione delle Opere Modello). Sottraiamo questi dettagli al
giudizio dell'autrice per restituirli alla ricostruzione storica
“multidimensionale”.
Smontando il pregiudizio antimaoista
presente nel testo, facciamo emergere per contrasto la reale statura storica e
politica di Jiang Qing e Mao Tse Tung, depurata sia dall'idolatria che dalla
denigrazione.
In sintesi: usiamo la sua penna per
vedere i fatti, usiamo il nostro metodo per interpretarli.
Come è la tua azione, così è il tuo
destino. Tu sei ciò che è il tuo desiderio profondo e impellente. Come è il tuo
desiderio, così è la tua volontà. Come è la tua volontà, così è la tua azione.
Brihadaranyaka Upanishad iv. 4.5 / cit.
Anchee Min, Becoming
Madame Mao - (English Edition), Allison & Busby, 2001
Jiang Quing,
l’attrice di Shangai, quarta sposa di Mao Ze Dong. Una parabola drammatica:
figura centrale della rivoluzione culturale dal 1966 in nome di un maoismo
’puro’ e senza tentennamenti per la realizzazione di una rivoluzione
ininterrotta, fu interrotta proprio da Mao per i suoi eccessi di infantilismo
estremistico; fu arrestata subito dopo la morte del suo compagno, accusata di ordire
contro lo Stato socialista con una banda, quella denominata ‘dei quattro’. Morì
suicida in carcere nel maggio 1991, a 77 anni, senza pentimenti, nè abiure nè
dissociazioni. Non fu ‘controversa’ la sua figura, ma emblematica. Il suo amore
per Mao, ricambiato allo stesso modo, simbolo dell’amore della rivoluzione
tramite l’amore e il comunismo, ideale affascinante, anche perchè dimostrava in
sè la parità assoluta di genere, il comunismo come rivoluzione dell’amore.
Simbolo della rivoluzione culturale e/o della cultura rivoluzionaria: la lotta
di classe e di genere deve avvenire nel fuoco della dialettica storica,
rigenerando gli ideali in una prassi rivoluzionaria ininterrotta, pena la
stagnazione e la reazione.
Il suo
arresto: l’inizio del post.maoismo, la perdita del padre divenuto
‘ingombrante’. Il suo suicidio nelle carceri della Cina di Deng Xiao Ping, la
fine definitiva della Cina di Mao. Ma è così? Proprio studiando e cercando le
emozioni nella storia, esse scavano con l’animo di Jing Quing. O eternamente
Lan Ping, se volete. L’”astuzia della ragione” diventa l’”astuzia del cuore”. /
seguite
Maoismo critico, inoltratevi nella storia della rivoluzione cinese, quella
ininterrotta. E di ‘lunga durata’. Anche alla pagina http://www.lavoropolitico.it/maoismo_critico.htm
BECOMING MADAME MAO
Non ci piace
che Jiang Quing, la quarta compagna di Mao Ze Dong, sia considerata ‘figura
controversa’. Bisogna cambiare angolazione, e far parlare i sentimenti. Solo
così capiremo anche la sua passione, il suo temperamento, la centralità
politica nella rivoluzione culturale nel decennio 1966-1976, il suo arresto
immediatamente dopo la morte del suo compagno (9settembre muore Mao, il 14
ottobre 1976 viene arrestata); il suo suicidio in carcere il 14 maggio 1991,
l‘ospedale carcerario di Pechino in cui l’avevano rinchiusa i nuovi dirigenti
del partito, il partito fondato dal suo compagno ormai nel lontano 1921.
L’amore fra
Mao Ze Dong e l’attrice Jiang Qing, in arte Lan Ping, era reciproco e
incondizionato, ed era alimentato dall’amore per la rivoluzione. Si conobbero
nel periodo di Yan’an, precisamente nell’agosto 1937, il periodo più fecondo e
fertile per Mao dal punto di vista filosofico, nel corso delle rappresentazioni
all'Accademia d'Arte Lu Xun. Convolarono a nozze nel novembre 1938, ma molti
ottusi dirigenti del partito cercarono di limitare l’influenza che Jiang Qing
aveva indubbiamente sul suo compagno. Noi crediamo che il fascino di Jiang sia
stato offuscato dalla storia della cosiddetta ‘banda dei quattro’; la successiva
condanna politica come mente del gruppo politico maoista ha spesso reso
secondaria la dimensione militante di una donna che ha preteso per sé il ruolo
di custode morale di una rivoluzione che non ammetteva successori, se non nel
solco della continuità radicale.
cfr.: Anchee Min, Becoming Madame Mao - (English Edition),
Allison & Busby, 2001 - anche in formato digitale
In it.
Anchee Min, Il pavone rosso - La donna
che diventò la signora Mao, traduzione di F. Bandel Dragone, Guanda, 2000
LA RIVOLUZIONE ININTERROTTA DI MADAME MAO
L'anno di Nora e il richiamo di Yan'an
Jiang Qing è
la figura femminile più controversa,
odiata e mitizzata della storia della Repubblica Popolare. Attraverso la
rielaborazione di un’analisi di Alessandra Spalletta (pubblicata su Il Manifesto
il 3 febbraio del 2017) + intendiamo indagare non solo la parabola biografica di
"Madame Mao", ma le contraddizioni intrinseche tra arte, soggettività
femminile e necessità della prassi rivoluzionaria. Crediamo che decostruire il
mito del "demonio dalle bianche ossa" sia fondamentale per
comprendere come il privato sia diventato politico, e come la rivoluzione abbia
consumato i suoi stessi attori. In questa prima parte, esploreremo la
transizione di Lan Ping: dalla Shanghai bohémien delle "case di
bambola" alle grotte spartane di Yan'an.
+ Il link dall’Archivio de Il Manifesto: l’articolo di Alessandra Spalletta del 23/02/2017 da cui muove la nostra analisi sulla figura di Jiang Quing (link https://ilmanifesto.it/la-gru-delle-nevi-diventata-madame-mao )
Dalle luci di Shanghai alle grotte dello Sha’anxi
- Shanghai,
1935. Al Jincheng Theatre va in scena Casa
di Bambola di Ibsen. È l'«anno di Nora» e a interpretare la protagonista
che sfida la società è Lan Ping («Mela Azzurra»), una bellissima ventunenne in
fuga dalla Cina feudale. Shanghai è la «Parigi d’Oriente», un miscuglio di
glamour, cinema e decadenza, ma è anche una città scossa dalla repressione di
Chiang Kai-shek contro i comunisti. Mentre Lan Ping raccoglie gli applausi come
"Nora", altrove, nella provincia del Guizhou, la conferenza di Zunyi
elegge Mao presidente del Partito Comunista Cinese.
Lan Ping non
è solo un'attrice; è una donna che ha conosciuto la miseria (figlia di una
concubina) e l'ambizione. Dopo un passato turbolento tra Qingdao e Shanghai,
segnato da matrimoni falliti e l'avvicinamento al marxismo, nel 1937 decide di
dare una svolta radicale alla sua vita. Con l'inizio dell'occupazione
giapponese, fugge verso Yan'an, la roccaforte scavata nella roccia dove i
superstiti della Lunga Marcia stanno riorganizzando la rivoluzione.
Qui, in una
tipica yaodong (casa-grotta), vive Mao Zedong, allora quarantaquattrenne,
dedito alla scrittura di trattati e poesie. È Kang Sheng, stretto collaboratore
del leader, ad accompagnare l'attrice di Shanghai al cospetto del "Grande
Timoniere". I due iniziano a frequentarsi, ma per Lan Ping la strada è in
salita: la leadership del Partito la guarda con sospetto, vedendo in lei
un'usurpatrice urbana che minaccia l'integrità morale del movimento, lontano
dall'eroismo delle precedenti mogli di Mao. Nonostante le resistenze, il
matrimonio avviene, ma a una condizione umiliante: Jiang Qing (questo il suo
nuovo nome) dovrà restare nell'ombra, esclusa dalla vita pubblica per i decenni
a venire.
La bellezza rivoluzionaria - quella stella della Cina
che brilla nel cielo
中国之星,闪耀天空
COME POTEVA MAO NON ESSERNE ATTRATTO?
La fase
"pre-rivoluzionaria" di Jiang Qing, quando ancora portava il nome
d'arte di Lan Ping
(in foto). In questo ritratto giovanile, Jiang Qing
appare ancora con i tratti della ragazza dello Shandong che ha sfidato le
convenzioni feudali per studiare arte drammatica. È l'immagine della
determinazione: i capelli sciolti e lo sguardo diretto comunicano una modernità
che, negli anni '30, era già di per sé un atto di ribellione politica.
Lan Ping, la stella di Shanghai (foto di copertina)
Questa
immagine (l’attrice Lan Ping, non ancora Jiang Qing, sulla copertina di una
rivista di cinema nel 1935) ci mostra la futura quarta moglie di Mao Ze Dong
nel pieno del suo successo cinematografico e teatrale a Shanghai. Il trucco
curato e l'estetica sofisticata ricordano perché fosse considerata una delle
figure più affascinanti della "Parigi d'Oriente". Fu proprio questa
donna colta, carismatica e padrona del linguaggio scenico a stregare il
combattente e dirigente politico militare della Lunga Marcia nelle grotte di
Yan'an, portando con sé un soffio di modernità urbana nella durezza della
guerriglia.
entrambe le foto sono tratte da Wikipedia.
Poco più che
ventenne, dopo aver troncato un matrimonio di convenienza, la giovane Li
Shumeng fuggì a Shanghai per inseguire la carriera artistica. Nella metropoli
cosmopolita, mentre approfondiva gli studi di teatro e letteratura
all'università, adottò lo pseudonimo Lán Píng ('Mela Azzurra'). La sua ascesa
sui palcoscenici fu folgorante: interpretò opere cruciali come “Casa di
bambola” di Ibsen e “Dio della libertà”, consolidando una fama che correva
parallelamente alla sua maturazione politica. Attratta dai fermenti del
marxismo-leninismo, iniziò a gravitare attorno al Partito Comunista Cinese.
Nel 1937, a
soli ventitré anni, scelse di abbandonare le luci di Shanghai per il rigore di
Yan'an, dove fu ammessa alla Scuola di Partito. Fu qui che, grazie alla
mediazione dello stratega Kang Sheng, incontrò Mao Zedong. Il legame che ne
scaturì dovette inizialmente restare nell'ombra: Mao era ancora legato alla
terza moglie, l'eroina della Lunga Marcia He Zizhen, e i vertici del Partito
imposero alla coppia una rigida riservatezza. Il matrimonio fu ufficializzato
solo nel 1939, segnando l'inizio di una lunga e controversa convivenza ai
vertici della rivoluzione.
LA RADICALIZZAZIONE FEMMINILE COMUNISTA
nell’operato di Lan Ping (Jian Quing, quarta moglie di
Mao) nell’epoca della rivoluzione culturale cinese attraverso le “opere
modello” (Yangbanxi).
- Il corpo
femminile cessa di essere spazio di oppressione feudale per diventare terreno
di soggettivazione radicale. Sebbene il termine "femminismo" fosse
allora guardato con sospetto come deviazione borghese, l'operato di Jiang Qing
fu, nei fatti, un attacco frontale alle strutture patriarcali confuciane:
distruggeva
l'immagine della "donna-oggetto" o della "donna-casa", proponendo
un modello di donna "di ferro" che regge l'altra metà del cielo e la
liberazione della donna non era vista come un fatto atomistico, ma come
condizione necessaria per l'edificazione socialista. Non poteva esserci
rivoluzione sociale senza la distruzione delle catene che legavano la donna al
focolare feudale.
- Jiang Qing
trasforma l'estetica in un'arma di fuoriuscita dalla subalternità millenaria,
ponendo il problema – ancora attualissimo – dell'identità di genere all'interno
dei processi di liberazione nazionale e sociale.
THE RED DETACHMENT OF WOMEN
Il distaccamento delle donne è rosso. L'egemonia di
Jiang Qing tra arte e prassi
Dalla
"Nora" di Ibsen alla guida della Rivoluzione Culturale: la parabola
di Jiang Qing trova nelle opere modello
(Yangbanxi) il suo compimento politico. Non si trattò di semplice
intrattenimento, ma di una radicale appropriazione e trasformazione della cultura
di massa in strumento di edificazione socialista.
La trama come manifesto: Wu Qionghua e la liberazione
- Il
balletto-modello “Il distaccamento rosso delle donne” (ispirato al romanzo di
Liang Xin del 1958) narra l'epopea di Wu Qionghua, cameriera abusata nell'isola
di Hainan da un signore della guerra. La sua fuga verso il "Distaccamento
Femminile Rosso" segna il passaggio cruciale dalla vendetta individuale
alla giustizia di classe. Sotto la guida di Hong Changqing, Wu trasforma
l'impulsività in coscienza, conducendo infine il popolo alla liberazione del villaggio
e all'esecuzione del tiranno.
Il ruolo di Jiang Qing: la
"sceneggiatura politica"
Sebbene il
soggetto preesistesse, Jiang Qing ne operò una riscrittura integrale dal 1966:
• Eliminò
ogni "sentimentalismo borghese" dalla partitura, codificò una nuova
estetica marziale, dove le ballerine sostituivano l'etereità classica con la
forza dei fucili e dei movimenti militari, costruì un'educazione al comunismo
femminista: la donna non è più oggetto di salvataggio (il principe), ma
soggetto che si salva attraverso il collettivo e il partito.
Un esperimento
unico di “egemonia culturale” dove il palcoscenico divenne l'avanguardia della
distruzione del patriarcato confuciano.
RED AZALEA
Red Azalea
(pubblicazione originale Pantheon Books, 1994, in it. Azalea Rossa, Guanda,
1994, con la traduzione di Maria Barbara Piccioli) è l'autobiografia della
scrittrice cinese statunitense Anchee Min, nata a Shanghai nel 1957. Scritta in
inglese tra il 1984 ed il 1992 negli Stati Uniti, l'autobiografia, divisa in
tre parti, narra la vita dell'autrice nella nativa Cina maoista.
Il libro è
un'autobiografia cruda. Anchee Min racconta la propria infanzia a Shanghai e il
reclutamento nelle Guardie Rosse, fino all'invio a diciassette anni in una
fattoria collettiva [Red Fire Farm-Fattoria Fuoco Rosso, in cinese 红火农场 (Hónghuǒ Nóngchǎng)]. Qui, tra fatiche estenuanti e
privazioni, la protagonista vive l'esperienza della "massa": la
perdita dell'individualità in favore del collettivo.
Il cuore del
racconto si sposta poi sul tentativo di Anchee di diventare attrice per uno dei
film-modello di Jiang Qing, quarta moglie di Mao. L'intero libro è pervaso da
una tensione erotica e psicologica sotterranea, che esplode nel rapporto tra
Anchee e la sua comandante, Yan, rappresentando una forma di resistenza privata
all'omologazione pubblica.
"Azalea
Rossa" è fondamentale per analizzare il nodo della Rivoluzione Culturale
(1966-1976): il romanzo documenta la frattura del 1968, quando la spinta
anarcoide e violenta delle masse venne frenata da Mao stesso (vedi link
commento 1.) lasciando una generazione sospesa tra il fervore ideale e il senso
di smarrimento.
In foto:
Anchee Min alla Red Fire Farm, 1975. Prima di diventare la voce narrante che
avrebbe decostruito il mito di Jiang Qing in “Becoming Madame Mao“ (2000),
Anchee Min è stata un’immagine della gioventù comunista maoista. Questa
immagine cattura il momento esatto della 'rivoluzione interrotta': la
giovinezza dedicata alla terra ma in cerca di un riscatto che arriverà in
seguito solo con il lavoro intellettuale di scrittrice, utilizzato però
strumentalmente in occidente per denigrare il maoismo.
Il caso di
Anchee Min è emblematico. In Occidente, la sua opera viene spesso letta
attraverso il genere della "letteratura del trauma". Ma Min è una
fonte che documenta la contraddizione tra idealità e prassi, un nodo che non si
scioglie con la negazione, ma con l'analisi. Ci occupiamo di Anchee Min non per
aderire alla sua eventuale parabola di "pentimento" o al suo successo
nel mercato editoriale americano, ma per recuperare il materiale documentario
che le sue opere offrono.
Infatti,
mentre la critica ‘liberale’, mossa da pregiudizio ideologico, utilizza questi
testi come prove di un "tribunale della storia" con sentenze scritte
a priori, noi li leggiamo per indagare i limiti oggettivi e soggettivi della
mobilitazione di massa.
Fu lo stesso
Mao a frenare l'impeto delle Guardie Rosse quando la mobilitazione permanente
rischiava di scivolare nell'anarchismo distruttivo e nel frazionismo violento.
cfr. E la rivoluzione fu interrotta, (a cura
di Ferdinando Dubla), in L'analisi e la
classe, blog, 8.11.2025, in http://ferdinandodubla.blogspot.com/2025/11/e-la-rivoluzione-fu-interrotta.html
Studiare
Anchee Min ci permette di vedere "dal basso" perché quella
transizione verso il consolidamento dell'edificazione socialista fu necessaria,
e quali ferite lasciò in una generazione che aveva vissuto l'idealità originale
come una religione laica.
Se la
storiografia ufficiale "dall'alto" tende a cancellare l’analisi per
privilegiare il giudizio a priori, il nostro compito è ridare voce alla
complessità di quelle soggettività che si sono sentite “stelle” e
"cielo" in un firmamento rivoluzionario. / fe.d.
L’INCONTRO
L’impatto è come la luce
dell’aurora che taglia l’oscurità. L’emozione lo scuote nel profondo. Germoglia
un seme che dormiva.
Lei distoglie lo sguardo, conscia di averlo distratto. Ora
la sua attenzione è su di lei, e su di lei soltanto. Accade nel profondo
silenzio. Un crisantemo selvatico si apre in segreto e con fervore, e abbraccia
i raggi di sole. La ragazza si sente stranamente calma e preparata. Lei è il
proprio personaggio. Approfitta del momento, cerca di trarne il meglio. È
soddisfatta di sè, attrice che non ha mai mancato di incantare il suo pubblico.
Il cuore non le balza in petto. In silenzio, gli si presenta. Ogni parte del
suo corpo parla, offre, colma la distanza. Lo ha costretto a guardarla, libera
e impudente. I capelli pettinati con tanta cura, la sua pelle d’avorio. Lei
siede immobile, sulla terra di Yan’an. Lascia che lui la trovi. E lui sorride.
Lei si gira verso di lui. Ma gli occhi lo oltrepassano, vanno oltre. Lei non
gli permette di stabilire un contatto. Non ancora. Lo contrasta per accendere
la fiamma, per afferrarlo, per fargli cominciare la caccia.
Le arie delle opere le ronzano nella testa. Le ali della
farfalla sono appesantite dal polline dorato… Poi sente la voce di Fairlynn. Il
suo grido. Meraviglioso! Splendido discorso! Adoro quell’uomo!
Mao firma autografi e risponde alle domande. La ragazza
alza il braccio. Lui le fa un cenno di assenso col capo. Lei lancia una domanda
sulla liberazione delle donne. D’improvviso nota che il suo sorriso ha
un’espressione vuota. Lui la sta guardando, ma dagli occhi non trapela.
Lei lascia cadere la domanda. Si sente insicura e viene
risucchiata nel mare della gente. Mao alza gli occhi. La ragazza spera che stia
cercando lei. Ma non saprebbe dirlo. Lui smette di cercarla. Lei si alza ed
esce. Dice a se stessa che preferirebbe scomparire piuttosto che non essere
riconosciuta.
Anchee
Min, Il pavone rosso, Guanda, 2000,
pag. 111.
https://youtu.be/1jZuD431fis?si=J-DXJNOSHcSzT51R
La rivoluzione non è un pranzo di gala, ma richiede
metodo
Dialettica del potere: Mao, Gramsci e il movimento
C-A-T
Nella storia
delle rivoluzioni, il passaggio dalla "distruzione del vecchio" alla
"costruzione del nuovo" è il momento più critico. Mao Zedong teorizzò
per il Partito Comunista Cinese il movimento C-A-T
(Critica-Autocritica-Trasformazione): un ciclo dialettico pensato per mantenere
lo slancio rivoluzionario e risolvere le contraddizioni "in seno al
popolo" attraverso il dialogo e la crescita collettiva.
Tuttavia,
tra la teoria e la pratica si inserì un momento di rottura drammatico: la legge
del 21 febbraio 1951 sulla "soppressione delle attività
controrivoluzionarie". In una fase di estrema fragilità (Guerra di Corea,
sabotaggi interni), il Partito scelse la
linea dura.
Ma fu una scelta corretta o un errore di prospettiva? Se guardiamo alla lezione di Antonio Gramsci, la risposta si fa complessa. La rivoluzione è un processo di "lunga durata" dove bisogna saper distinguere quando agire con la "guerra di movimento" (l'urto frontale) e quando con la "guerra di posizione" (l'egemonia culturale e il consenso).
in foto, Mao
nel suo studio nelle grotte di Yen’an: fu qui che scrisse nel 1937 le sue opere
filosofiche più importanti: “Sulla pratica” e “Sulla contraddizione”.
Opere che
contengono la distinzione tra “contraddizioni antagoniste” e “contraddizioni in
seno al popolo”, principali e secondarie. E, in nuce, le riflessioni più
specifiche degli anni ‘40 sulla “rieducazione” piuttosto che la “punizione” e i
necessari cicli di critica e autocritica (CAT) che rimandano alla necessità di
un’elaborazione collettiva dell’”intellettuale organico”, per utilizzare le categorie
gramsciane piuttosto che alla repressione violenta e sommaria, come fu
purtroppo nella attuazione della legge del febbraio 1951, i cui errori furono
riconosciuti dallo stesso Mao (posteriormente). / fe.d.
L’errore del 1951 e il corto circuito delle "contraddizioni"
Quando il nemico è ovunque: il limite della
coercizione
La legge del
febbraio 1951 rappresentò quello che possiamo definire un errore strategico. In
quel momento, la leadership maoista (supportata da figure come Kuo Mo-jo per la
legittimazione intellettuale) applicò il metodo della "soppressione"
– tipico delle contraddizioni antagonistiche (quelle con il nemico giurato) –
su una scala vastissima, basata persino su quote numeriche.
Il rischio
di questa impostazione è evidente: trattare ogni dissenso come un'attività
controrivoluzionaria finisce per soffocare il movimento dialettico C-A-T. Se la
critica diventa reato, l'autocritica diventa confessione forzata e la
trasformazione diventa pura sottomissione.
Mao stesso
sembrò rendersi conto di questo squilibrio. Nelle memorie di Bo Yibo
(pubblicate tra il 1991 e il 1993), emergono i dati reali di quella stagione:
oltre 700.000 esecuzioni. Un prezzo altissimo che pose il problema della
"coerenza" tra i principi del marxismo e la pratica concreta di
governo. Il Partito rischiava di trasformarsi in una macchina burocratica
distante dai bisogni del popolo.
Note biblio
Bo Yibo
(fonte primaria)
Le memorie
di Bo Yibo sono fondamentali perché rappresentano il primo grande sforzo di
sistematizzazione dei dati d'archivio del Partito nel periodo post-maoista.
• Autore: Bo
Yibo (薄一波).
• Titolo
Originale: Ruògān zhòngdà juécè yǔ shìjiàn de huígù (若干重大决策与事件的回顾).
•
Traduzione: Riflessioni su alcune
decisioni ed eventi importanti.
• Anno di 1ª
Edizione: * Volume 1: 1991 (Copre il periodo 1949-1956, fondamentale per la
legge del 1951).
• Volume 2:
1993 (Copre il periodo 1957-1966).
Casa
Editrice della Scuola Centrale del Partito Comunista Cinese (中共中央党校出版社 - Zhōnggòng Zhōngyāng Dǎngxiào Chūbǎnshè), Pechino. /
la
"Risoluzione del 1981" associata all'era di Deng Xiaoping (Xi Jinping
ha redatto la terza risoluzione storica nel 2021). Quella del 1981 è la seconda
ed è quella che definisce il "70% meriti, 30% errori" l’attuazione
della legge del febbraio 1951.
•
“Risoluzione su alcune questioni della storia del nostro Partito dalla fondazione
della Repubblica Popolare Cinese”, 27 giugno 1981 (durante la 6ª sessione
plenaria dell'11° Comitato Centrale del PCC). Si tratta della valutazione
critica della Rivoluzione Culturale e “bilanciamento” dei contributi di Mao
Zedong.
Gramsci, Mao e l’autodisciplina collettiva cosciente
L'idea di
rivoluzione come "galateo" (attraverso l'autodisciplina cosciente) è
la risposta al rischio del ribellismo fine a se stesso.
Se il
subalterno prende il potere senza autodisciplina, rischia di riprodurre i comportamenti
del vecchio oppressore.
Gramsci nel
Quaderno 25 chiarisce che la storia dei subalterni è, per definizione,
frammentata e episodica. I subalterni non hanno coscienza di sé perché
subiscono l'egemonia culturale della classe dominante, che li vede come
"natura" o "massa amorfa", mai come soggetti storici.
• Il
parallelo con Mao: nella fase di Yan'an
Mao si trovò
di fronte a una massa di contadini "subalterni" che vivevano in una
condizione pre-politica. Il suo lavoro non fu solo militare, ma fu quello di
trasformare la "frammentazione" dei subalterni in una volontà
collettiva.
• La
formazione della coscienza: come suggerisce Ranajit Guha, la coscienza del
subalterno nasce inizialmente per "negazione" (rivolta contro il
padrone), ma deve elevarsi alla fase "positiva" (progetto di Stato).
Lo strumento che permette al subalterno di criticare la propria subalternità e
trasformarsi in dirigente è l’autodisciplina collettiva cosciente.
La
disciplina cosciente gramsciana è ciò che permette al "Moderno
Principe" (il partito/l'organizzazione) di non essere una gerarchia di
comando, ma una scuola di autogoverno. È il momento in cui il subalterno impara
a governare se stesso per poter governare la società.
Oltre il "pranzo di gala":
disciplina e coscienza rivoluzionaria
Affinchè la critica e l'autocritica (C-A-T) non
degenerino in estremismo, occorre tornare alla lezione di Antonio Gramsci. Nel
'Moderno Principe', la disciplina non è un ordine ricevuto, ma un traguardo
raggiunto: è la disciplina cosciente.
L'autodisciplina
collettiva è l'unico antidoto alla burocratizzazione e agli eccessi del potere.
Mentre l'occidente imperialista accusa di 'autoritarismo', la vera forza risiede nella capacità di ogni militante di essere giudice
di se stesso e servitore del collettivo. La rivoluzione è un atto di forza
contro il nemico (guerra di movimento), ma è soprattutto un atto di suprema
coscienza in seno al popolo (guerra di posizione). Trasformare se stessi per
trasformare il mondo: questa è la dialettica che lega Gramsci a Mao.
(a cura di Ferdinando Dubla)
Maoismo critico è
la pagina di supporto della rivista storica on line Lavoro Politico e
di Subaltern studies Italia
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