Un
breve confronto tra la “scrittura al buio” di bell hooks e la scrittura dai
“margini” delle lettere di Vincenza Castria
L'omaggio
a Rocco Scotellaro e Carlo Levi nella lettera del 1998
Montescaglioso: una donna leader (R. De Rosa)
bell hooks, Yearning: Race, Gender, and Cultural Politics, Turnaround Books, 1995
ed. it.: Elogio del margine/Scrivere al buio, a cura e traduzione di Maria Nadotti, Temu, 2020
Il libro in
ed. italiana si apre con la celebre conversazione/intervista tra bell hooks e
Maria Nadotti, intitolata «Abitare il margine», che introduce i temi cardine
del pensiero dell'autrice sulla marginalità come luogo di scelta politica e di
resistenza radicale.
Scrivere al
buio, dunque: il pensiero dell'autrice viene declinato nella dimensione intima
e quotidiana dell'atto del produrre teoria, della scrittura come emersione dal
buio dell'invisibilizzazione e del legame indissolubile tra prassi pedagogica e
liberazione.
Anche la
biografia di Vincenza Castrìa, di Montescaglioso (MT), vedova di Giuseppe
Novello, bracciante ucciso dalla polizia di Scelba durante i moti per la terra
del dicembre 1949 e a cui Rocco Scotellaro dedicò una celebre poesia, cfr.
http://ferdinandodubla.blogspot.com/2026/09/e-caduto-novello-sulla-strada-allalba.html
dimostra che la cosiddetta "rassegnazione secolare" delle plebi meridionali
è categoria concettuale astratta, funzionale all'egemonia delle classi
dominanti, e viene smentita dalla prassi materiale della storia./
Vincenza
Castria: la rivelazione della politica. Lettere e interventi 1950-1989,
a cura di Tommaso Russo, Adriana Salvia, Rosa Maria Salvia, Emilia Simonetti,
prefazione di Susanna Camusso, nuova ediz. CalicEditori, 2022
Un
breve confronto tra la “scrittura al buio” di bell hooks e la scrittura dai
“margini” delle lettere di Vincenza Castria
Il confronto tra la
«scrittura al buio» di bell hooks e la scrittura scaturita dai «margini» nelle
lettere e negli interventi di Vincenza Castria evidenzia un profondo nesso di
continuità nell'elaborazione della teoria critica e della prassi femminista e
subalterna.
1. La «scrittura al buio» come spazio di emersione del sé
Per bell hooks, la
scrittura rappresenta un atto di rottura contro l'invisibilizzazione imposta
dalla struttura di dominio capitalista, patriarcale e razzista. Scrivere
"al buio" significa dare parola a ciò che il potere e l'egemonia
culturale hanno relegato nell'ombra: è il gesto politico di chi ricompone la
propria frammentazione interiore e trasforma la ferita dell'emarginazione in
consapevolezza teorica.
2. Le lettere dai «margini» di Vincenza Castria
Nelle lettere e negli
interventi di Vincenza Castria (bracciante, militante dell'UDI e prima
consigliera comunale di Montescaglioso), la scrittura nasce direttamente dalle
viscere della lotta per la terra nel Mezzogiorno del dopoguerra. La sua presa
di parola rappresenta l'accesso materiale all'alfabetizzazione politica per una
donna del proletariato rurale: scrivere dai "margini" del feudo
lucano significa spezzare il secolare silenzio imposto alle plebi meridionali
dal latifondo e dalla morale clerico-patriarcale.
3. Il margine come sito di resistenza radicale
Il punto di convergenza
più alto tra le due prospettive risiede nella ridefinizione del margine:
Per bell hooks (Elogio del margine), il
margine non è una mera condizione di privazione subìta, ma un «sito di
resistenza radicale», un luogo politico da cui guardare il centro con sguardo
antagonista e da cui edificare nuove relazioni comunitarie.
Per Vincenza Castria, la periferia geografica
ed economica della Basilicata cessa di essere spazio di rassegnazione per farsi
avanguardia di classe. La sua scrittura epistolare e i suoi discorsi pubblici
trasformano il dolore privato (il lutto per l'uccisione del compagno Giuseppe
Novello) e la marginalità bracciantile in prassi organizzata, affermando la
piena soggettivazione della donna lavoratrice.
In entrambe le
esperienze, la scrittura cessa di essere un esercizio formale o un privilegio
di ceto: si fa pedagogia della liberazione, strumento di riscatto e cartografia
materiale in cui la parola scritta diventa il prolungamento necessario della
lotta per la giustizia sociale. / fe.d.
“Qui si passa dalla
microbiografia isolata ad una ricostruzione storica: si parte dalla denuncia
della condizione di miseria dei braccianti meridionali e dal richiamo alle
jacqueries tradizionali (bruciavano i municipi) per poi individuare
nell'organizzazione, e in particolare nella nascita dei partiti e dei
sindacati, l'elemento di passaggio alla moderna lotta di classe, fino ad
arrivare ai risultati ottenuti dopo l'assalto al latifondo. Spicca, in questo
intervento, il ricordo delle figure di Carlo Levi e Rocco Scotellaro; in
particolare quest'ultimo è rievocato, con finezza, attraverso un ricordo
personale. Vincenza mostra di cogliere il ruolo dei partiti di sinistra e dei
sindacati dei municipi rossi quali mediatori tra un mondo contadino percorso da
arcaismi e una opinione e azione pubblica diffusa, moderna, repubblicana e
democratica, quale quella che si affermò in quella stagione di lotte: Rocco
Scotellaro, sindaco di Tricarico, sostenne gli scioperi dei salariati ed il
movimento contadino; Francesco Bubbico, sindaco di Montesaglioso dal 1946 al
1948, partecipò alle occupazioni delle terre di quel comune; Carlo Antonini,
sindaco di Venosa, fu fra i dimostranti dello sciopero alla rovescia del 1956.
Nel secondo dopoguerra in Basilicata viene infatti ripresa la tradizione
democratica lucana del municipalismo rosso di fine Ottocento e inizi del
Novecento: si pensi a Irsina, il cui circolo socialista, fondato nel 1896
dall'avvocato Canio Musacchio, arrivò ad eleggere nel 1898 tre consiglieri
comunali socialisti e conquistò il Comune nel 1904. Si tratta di una tradizione
largamente condivisa con i villaggi dell'area mediterranea, come scrive, a
proposito del Sud della Francia e in riferimento alla fine dell'800, Maurice
Agulhon: «L'insurrezione ha giocato il suo destino nei municipi [...]. Nelle
epoche di sovvertimento sociale era proprio la cittadella municipale che
costituiva il fulcro della sicurezza collettiva, grazie all'organizzazione di
misure elementari di sorveglianza [...]. O il sindaco aveva dato origine alla
sommossa o aveva dato il suo beneplacito». In definitiva, Vincenza passa dalla
testimonianza individuale alla costruzione di una vera e propria biografia
politica che in più riprese nel corso della sua vita traccia il diagramma della
pratica militante. “
Vincenza Castria, op.cit., pp. 98-99
Vincenza
Castria
LETTERA
AL SINDACO DI TRICARICO (1998)
Desidero esprimere al
Signor Sindaco di Tricarico, alle autorità qui presenti, a tutta la
cittadinanza, il mio più vivo ringraziamento per essere stata invitata a questa
tavola rotonda, che mette in risalto una pagina di storia lucana, dei
lavoratori e delle donne che mezzo secolo addietro, ebbero la forza il coraggio
di superare tutta la timidezza, le umiliazioni, il modo di vivere, sottomessi e
rassegnati a un destino arcaico di fame e di miseria dei nostri antenati che,
presi dallo sconforto e dalla disperazione, fatta di stenti e di stenti e di
duro lavoro come bestie da soma senza avere, non solo una dignità personale che
veniva soltanto calpestata ma neanche un tozzo di pane sicuro per loro e per le
loro famiglie.
Nei momenti più brutti,
di una esasperata ribellione non sapendo come esprimere la loro rabbia,
bruciavano i Municipi, come se questa forma di protesta poteva approdare a
qualche cambiamento della loro vita.
Poi col passare del
tempo hanno cominciato a capire che unendosi, organizzandosi, prendendo
coscienza, che l'unione fa la forza, ebbero la chiarezza che lottando insieme,
qualche cosa sarebbe cambiata. E questo si è riuscito a capirlo bene quando,
alla fine della 2ª terribile guerra mondiale, il vento di libertà spazzò le
nubi che intristivano le genti.
Le organizzazioni
politiche e sindacali cominciarono ad uscire allo scoperto, dando inizio alle
organizzazioni di massa in difesa dei cittadini più deboli, parlando a questi
dei propri diritti e doveri e a far capire la propria sacrosanta libertà di
ogni cittadino di questo popolo italiano.
Ecco come iniziò dal
1945, la lotta per la sopravvivenza per coloro che erano riusciti a ritornare
vivi dalla guerra; una vera, grande speranza, nacque nell'anima dei lavoratori
e vedemmo uomini, donne e anche bambini, come lo dimostra ancora oggi qualche
foto dell'epoca, partire per l'assalto al latifondo, fiduciosi che finalmente
qualcosa di nuovo di vero, sarebbe avvenuto.
Con accanimento e con
animo felice si partecipò all'assalto delle terre incolte, senza dare peso alla
stanchezza dei Km. e Km. di strada da percorrere mattino e sera a piedi, né
alla grande fatica di dissodare quelle terre che finalmente avrebbero potuto
portare i primi frutti, con le bionde spiche mature per produrre pane a
sufficienza per tutti coloro che conoscevano veramente la fame.
Sono anch'io una, fra
le tante donne che ha lottato e sofferto per conquistare questo cambiamento. Un
prezzo molto alto, terribile; ho pagato di persona in quella tragica notte del
14-12-1949.
Il nostro Comune,
Montescaglioso, fu messo in stato di assedio, tolto la corrente elettrica, si
recarono dietro le porte delle persone più in vista, di coloro che
organizzavano queste lotte bracciantili e, se non venivano aperti, con i calci
dei loro fucili sfondavano le porte creando terrore nelle persone e
maggiormente nei bambini che disperati piangevano senza capire il perché di
tale comportamento verso i loro genitori che venivano presi a spintoni e
trascinati via.
La parte più bestiale
la subimmo quando, svegliati dalle grida delle persone, accorremmo in piazza,
ove già una gran massa di gente era già lì, a subire i colpi che gli venivano
assestati con i calci dei fucili ed a sentirsi soffocare dagli effetti degli
scoppi delle bombe lagrimogene ma tanti di noi videro sparare; il crepitio dei
mitra ci facevano capire quanto eravamo vicini a cadere sul selciato.
Infatti, mio marito,
Giuseppe Novello che era al mio fianco ed altri lavoratori caddero.
Questa la breve storia,
se così vogliamo chiamarla!
Pagammo con la vita,
con anni di carceri, con processi e paure il nostro grande contributo, ma un
varco come la presa di Porta Pia, riuscimmo ad abrirlo anche noi, ottenendo
quella Riforma stralcio che tolse migliaia di ettari di terra ai divertimenti
dei padroni per andare a caccia e assegnate a gente povera, morta di fame che
per la prima volta, in modo reale vedeva realizzare i frutti delle grandi
lotte!
Oggi, dopo lunghissimi
anni mi trovo in questo vostro Comune ed ho il dovere, unito a un grande
sentimento di affetto che ho serbato sempre nel cuore di esprimere
pubblicamente al vostro grande e straordinario maestro, Rocco Scotellaro il più
vivo ringraziamento, il più caro ricordo per le lotte che ha condiviso con noi
e condotto insieme, nella nostra Provincia.
Nel 1950 a Matera
partecipai ad un convegno, mi vidi avvicinare da questo giovane che timidamente
mi disse: tenga signora, in ricordo per Giuseppe Novello! Fui presa da una
grande commozione che appena mi fece farfugliare un modestissimo “grazie!” e
non sapevo ancora, chi mi onorava così, con un pensiero tanto delicato e
gentile, verso una categoria di braccianti che si batteva.
Non conoscevo Rocco, né
immaginavo una così grande testimonianza affettiva e poetica da parte sua,
questo intellettuale che amava i braccianti e si confondeva con loro, dedicando
una poesia a Novello, donando tutta l'intelligenza, l'energia il sapere che
c'era in lui, come prova di amore di legame profondo a questa categoria tanto
umiliata e calpestata, incitandoli a lottare per il proprio riscatto!
E Carlo Levi, l'altro
grande uomo che ha tanto amato la nostra terra e la sua gente, fino al punto di
rimanere fra noi anche con le sue spoglie per sempre, oltre all'inestimabile
valore delle sue tele, che raccontavano la vita contadina del passato. Con il
quadro dedicato a Italia 61 e che ha fatto il giro del mondo per far conoscere
la nostra situazione e gli insegnamenti che Rocco impartiva per far conoscere a
tutti i sentimenti di fraternità, di giustizia di dignità che bisognava
conquistarsi per vivere degnamente da persone civili e non più come bestie!
Ecco perché, desidero
cogliere l'occasione oggi, trovandomi fra di voi e insieme dedicare un pensiero
di ringraziamento e di viva gratitudine a Rocco, con l'impegno di andare avanti
nella sua memoria e con i suoi insegnamenti saperli tramandare ai nostri
giovani e saperne fare tesoro. Egli conobbe anche le carceri come se fosse un
malfattore, questo giovane sindaco che amava la sua gente e la sua terra,
quindi vollero punire Rocco per la sua bontà e chiarezza di idee, anziché
punire coloro che hanno sempre calpestato i diritti dello uomo!
Concludo con
l'incitamento ai giovani a prendere esempio, a non farsi vincere dallo
sconforto della disoccupazione, né dai tanti pericoli che ledono il loro morale
nò, cari giovani, avete testimonianze di lotte, di coraggio e non è stato
facile attuarle. Ora è il vostro momento sappiate unire le vostre energie, le
vostre intelligenze e sappiate intraprendere una via sicura, pulita, che possa
dare sbocco alle vostre necessità.
Questo è l'augurio che
vi porge con tutto il cuore, una donna anziana, che non si è mai stancata di
lottare per l'avvenire dei propri figli, delle nuove generazioni.
Tricarico, Tavola
rotonda 11-5-1998
Ivi, pp. 102-105
Writing
in the dark
Per bell hooks,
"scrivere al buio" significa produrre teoria e narrazione partendo da
una condizione di oscuramento imposta dal potere egemonico: è la condizione di
chi abita il margine, dove le luci del "centro" (la cultura
ufficiale, l'accademia, i media) non arrivano o arrivano solo per distorcere la
realtà. Dunque “scrivere al buio” significa dar voce a ciò che è stato reso
muto. È l'atto di tracciare segni in uno spazio dove il potere ha decretato che
non debba esserci storia.
MONTESCAGLIOSO: UNA DONNA LEADER
Immagine
AI
“Li ha ricostruiti,
raccontati mille volte quei fatti Vincenza Castria, un'altra delle donne leader
del movimento per la terra, scomparsa recentemente, proprio alla vigilia del
cinquantesimo delle lotte per la riforma agraría. Una delle grandi
protagoniste. Una perdita annunciata dalla grave e lunga malattia di cui
soffriva, ma non per questo accettata con rassegnazione.
Ogni volta che ne
discutevo, Vincenza dava la sensazione di essere stata sulle terre un minuto
prima, a organizzare, dirigere, preparare. Esattamente come cinquant'anni fa
quando la sua giornata coincideva con le vicende del latifondo e le lotte del
movimento bracciantile.
Per lunghi anni ha
avuto una salute fragile: è stato così sin dal momento in cui ha visto cadere
il marito sotto il piombo dei carabinieri. Una specie di conseguenza fatale,
inevitabile. Messa a dura prova dagli eventi, Vincenza è stata fino all'ultimo
esattamente quello che era ieri, animata da una forte volontà di costruire nel
mondo della terra una democrazia vera. Cosa che in fondo coincideva con la
ragione del movimento di braccianti e contadini. È nato così, sul campo, il
profilo di una donna leader, pronta a tutto, intelligente, attenta, capace di
interpretare il nuovo che andava avanzando dopo quella che per lei era stata
una tremenda sconfitta, una ferita inguaribile.
Il peregrinare per i
congressi, le assemblee, il suo essere presente in televisione, nei dibattiti,
la sua profonda conoscenza degli eventi della storia e della politica di quegli
anni di fuoco sono i tratti di una persona che ha vissuto rimanendo ben salda su una scena assai
difficile.
Vincenza ha sempre
saputo che quei fatti appartenevano alla storia ed erano un pezzo non
marginale, tutt'altro, di un secolo in cui sono accadute cose atroci.
Lucidissima nella
memoria, non aveva mai dimenticata neppure una virgola dei particolari, ed ogni
volta era come se proiettasse un film, per nulla sbiadito a causa degli anni. È
lei la donna che tentò di dissuadere il brigadiere Vittorio Conte dal proposito
di fare fuoco sulla folla indifesa, aggrappandosi alla sua divisa. Arrivando a
parlare a tu per tu con un "uomo della legge" inavvicinabile ai più,
grazie alla sua stessa divisa di carabiniere.
Un gesto che ha scavato
in profondità, nello spirito di Vincenza, nella sua fisionomia di persona che
si è trovata da protagonista a vivere un evento tragico e sconvolgente. Di
quelli che lasciano appunto tracce incancellabili. Si, perché Vincenza Castria
ha trascorso davvero il resto dei suoi giorni avendo davanti a sé quei momenti
indescrivibili, dai quali non si è allontanata neppure per un istante negli
anni che sono trascorsi dal dicembre del 1949.
Sembra strano, ma
neppure il tempo, soprattutto il tempo non è mai riuscito a far superare le
ombre fitte di Montescaglioso. A tener lontani quei fantasmi di morte e di
distruzione, ormai radicati nell'esistenza della principale protagonista delle
lunghe ore di angoscia e di tormento, passate prima in piazza e poi al
capezzale di Giuseppe morente.
Da qualche anno, in
occasione delle mie visite, Vincenza mi riceveva nella sua casa di Montescaglioso.
Nel soggiorno con due poltroncine e un televisore c'è un quadro di Giuseppe
Novello, che Ciro Candido - il secondo marito di Vincenza - considera non come
un cimelio, ma come una testimonianza forte del passato. Forte e autentica.
Ancora oggi in quella
casa si respira l'aria antica degli anni Cinquanta, al punto che le occupazioni
delle terre del latifondo e le battaglie dei braccianti sono ben visibili in
ogni angolo. Si ha la sensazione di ascoltare voci e urla dei contadini sui
trattori di Tre Confini o della Dogana.
Finanche la stanchezza
della donna ha sempre mostrato la forza e l'impegno del passato, con quel
vigore insostituibile del contadini, radicato nel profondo dell'anima.
"Nonostante siano
trascorsi cinquant'anni - mi disse molto tragico. Già si stava sulle spine
perché si temeva l'arrivo della polizia. Gli agrari del momento - lo sapevano
tutti - mandavano la polizia per spaventare, per cacciare questa gente, per
cancellare quella grande volontà di lavorare e di costruire qualcosa di
positivo."
Cosa accadde la notte
del 14 dicembre?
"Noi abitavamo in
periferia, non avevamo sentito quel che stava succedendo nel centro. Fummo
svegliati nel sonno, da qualcuno che bussò alla porta. Ci dissero: alzatevi,
andate in piazza perchè sta succedendo il finimondo! Si può capire cosa avvenne
nell'animo nostro. Cercammo di accendere la luce e la luce non c'era. Avevano
tolto la luce in tutto il paese. E allora ci vestimmo con la candela accesa...
Che devo dire! Son cose che mi fa male ricordare. Mio marito voleva andare da
solo, ma io temevo per la sua vita. Andai anch'io e mi trovai a vedere tutto
quel che accade..."
Rosario Panebianco, il
motociclista del battaglione mobile dei carabinieri di Bari, dice di essere
stato aggredito dai contadini a bastonate quella notte.
"No, non è vero.
Lo ricordo invece quella gran massa di gente timorosa che voleva che i
dirigenti arrestati fossero rilasciati. Pensavamo tutti che fossero in caserma,
ma invece i carabinieri arrestavano i contadini e li portavano nei camion fermi
sulla strada per Matera. Nessuno si è lanciato contro. No, non è
così."
Oggi cosa rimane di
quelle lotte, di quei fatti, di quella pagina di storia?
"Per chi ha
vissuto la tragedia di quella notte il ricordo non è ancora scomparso dalla
mente. Sono cose indimenticabili, se si pensa quello che è stato fatto non è
cosa di poco conto. Eravamo usciti dal fascismo. Non si poteva parlare, non si
poteva chiedere nulla. Molti giovani oggi non sanno cosa ha significato
fascismo, cosa ha significato la guerra, la miseria.
Quanta gente è morta, quante lotte... Sono morte tante donne, da Giuditta Levato a Maria Margotti. Tante lotte per riuscire a conquistarci quel poco che abbiamo conquistato. Quindi oggi c'è qualcosa per cui mi possa dire un tantino soddisfatta, perchè qualcosa è cambiata. Ma un cambiamento che non soddisfa, che non ha reso quello che si sperava avrebbe reso non solo la lotta per la terra, ma la lotta sotto tutti gli altri aspetti.
Prima si lottava tanto. Oggi c'è una certa stanchezza, questo mi dispiace, specie quando noto tante migliaia di giovani senza lavoro, ed io faccio il confronto con il passato..." “
da
R. De Rosa, Morire di terra.
Cinquant'anni fa le lotte contadine nel Sud, Lacaita, 1999, pp. 64-68
Le biografie come quelle di
Vincenza Castria che cosa dimostrano? Che la “rassegnazione secolare” del
popolo del Sud dei subalterni è categoria concettuale, non storica. Dopo
l’insorgenza del brigantaggio, le lotte per la terra nel secondo dopoguerra. E
con protagonista anche la “soggettivazione” femminile e femminista. L’articolo
3 della Carta scritto da Teresa Mattei trovò i fucili e la repressione della
polizia di Scelba , così come i briganti l’esercito sabaudo. Il ‘riscatto’ del
Sud fu tentato, ma sacrificato con il piombo al ‘colonialismo interno’.
a
cura di Ferdinando Dubla, Subaltern studies
Italia
In questo blog:
"È
caduto Novello sulla strada all’alba"
Giuseppe Novello, Vincenza Castria, Rocco Scotellaro e la "foglia
perenne" del riscatto del Sud a Montescaglioso (1949)
IL
RIFIUTO DEL ‘DESTINO’ NEGLI STUDI SUBALTERNI
Teresa Mattei, Vincenza
Castria e la liberazione di classe e di genere














