le lenti di Gramsci

mercoledì 16 giugno 2021

LAVORO POLITICO -- loghi e index storico

 



dal 1967, rivista di analisi, documentazione marxista e teoria politica - - reference website http://www.lavoropolitico.it., sito di documentazione e analisi storico-sociale e politica -- 

direttore: Ferdinando Dubla 

Nella scheda storica in ricompilazione, http://www.lavoropolitico.it/lrlink1.htm
i riquadri redazionali - box index  del primo numero1967 e del nr.5/6 del 1968

loghi



Formatasi a Verona per inziativa di Walter Peruzzi, il primo numero della rivista uscì nell'ottobre del 1967, raccogliendo una parte dell'area m-l soprattutto veneta e trentina. La redazione ha infine aderito al PC m-l, mettendo fine alle pubblicazioni con il numero 11-12, datato gennaio 1969.

domenica 6 giugno 2021

I COLPEVOLI e GLI IMPUNITI

 

PROCESSI GIUDIZIARI, PROCESSI POLITICI e PROCESSI STORICI per l’ex ILVA di TARANTO

 Finalmente gli assassini di Taranto sono stati scoperti: sono Vendola e Assennato. La voglia di capri espiatori fa velo alla stessa razionalità politica, quella che in maggior parte ha guidato la sentenza dei giudici del tribunale, che hanno invece un altro compito, quello di valutare le prove di una responsabilità penale personale riguardo la commissione o esecuzione di reati. Molti non si accorgono che confondendo i due processi, quello giudiziario e quello storico-politico, si torna ai tempi del potere temporale dei papi, su cui qui nel Sud dell’Italia Federico II di Svevia ci avrebbe dovuto insegnare molto.

E infatti l’ex Ilva continua ad inquinare in riva allo Jonio, con la diretta complicità dei governi e dunque dello Stato, lo stesso che deliberò un enorme stabilimento a ciclo integrale per la produzione di acciaio a ridosso di un quartiere della città, dentro la città, nel ventre urbano, scelta dissennata tipica di una classe dirigente indifferente alle sorti ambientali e di salute della popolazione e dei lavoratori in primis. E sono ora i governi, dunque lo Stato, che oggi devono decidere le sorti di un territorio all’interno di una diversa politica industriale-ambientale nazionale (e internazionale), non la magistratura. Tutti coloro che applaudono purchessia ai cappi al collo senza distinzioni, il cappio ce l’hanno ancora addosso loro.
Mi permetto di segnalare e riproporre un’analisi seria delle tre dimensioni della vicenda Ilva, giudiziaria, politica e storica da parte di Salvatore Romeo. - fe.d.

- Una sentenza di primo grado è una sentenza di primo grado. L'iter processuale è ancora apertissimo e verosimilmente lungo. Essa però può dare spunto per una riflessione su alcuni dati di realtà, che è opportuno non tralasciare.
1) I commenti a caldo dei legali dei Riva appaiono proiettati da un'altra epoca. Vent’anni fa si poteva dire che non c’è prova del nesso causale fra inquinamento e danni sanitari nel caso di Taranto; ancora dieci anni fa lo si poteva ritenere incerto. Ma oggi, dopo che si sono sedimentate indagini scientifiche di diverso tipo, è davvero improbabile continuare a sostenerlo “in scienza e coscienza”. Esiste una verità di fatto che gode di ampio consenso nella comunità degli esperti, una verità che è forse il frutto più maturo della presa di coscienza del problema, emersa con fatica nel corso di diversi decenni, e del suo studio attento. Altro è stabilire le responsabilità personali in relazione a quel fatto: su questo piano, la sentenza di oggi è un primo momento che dovrà passare da altri due gradi di giudizio. Ma anche se le sentenze definitive accertassero l’innocenza degli ex dirigenti di Ilva, il fatto non verrebbe meno (a meno di nuove clamorose scoperte in grado di mettere in discussione l’interpretazione corrente).
2) È altresì un fatto che la Regione Puglia, fra il 2005 e il 2012, ha sviluppato un’iniziativa in ambito ambientale rivelatasi indispensabile per la stessa istruttoria del processo. I dati raccolti per dimostrare l’impatto del siderurgico hanno come fonti principali e imprescindibili ARPA E ASL. Il lavoro di queste istituzioni ha ricevuto un impulso decisivo dopo l’elezione a presidente di Nichi Vendola. Fino ad allora ARPA era un guscio vuoto; tutto quello che è diventata in seguito lo si deve al prof. Giorgio Assennato. Egli ha anche ispirato innovazioni legislative fondamentali, come la Valutazione del Danno Sanitario, per la quale la Puglia ha fatto da apripista a livello nazionale. Le condanne di Vendola e Assennato non possono oscurare quest'altra verità di fatto. Anche perché esse si riferiscono a un episodio circostanziato che, pure se dovesse essere confermato dai due gradi successivi, non potrebbe incidere sul giudizio complessivo intorno a quella stagione.
3) Vendola tuttavia, in un senso più ampio, non può essere considerato “innocente”. Egli ha responsabilità gravi. Ma queste non hanno niente a che vedere con l’aver trattato coi Riva – cosa che un presidente di Regione è tenuto a fare – o con gli inevitabili compromessi che ha dovuto accettare dati i rapporti di forza. La sua principale “colpa” è squisitamente politica. Proprio mentre, a livello di opinione pubblica, esplodeva il caso Ilva (fra il 2008 e il 2009) Vendola stava distruggendo la sua comunità politica in nome di un modello che allora sembrava vincente: il rapporto plebiscitario fra il leader e i “movimenti”. Questa strada, che lo stesso Bertinotti aveva provato a battere senza successo, aveva fruttato la vittoria del 2005 (o almeno così pensava il suo entourage, sottovalutando l’oscuro lavoro di mobilitazione dei partiti). L’obiettivo strategico era riportate “in partita” la sinistra dopo le catastrofiche elezioni del 2008, sfidando il PD per la guida di una nuova coalizione. Le amministrative del 2010-2011, e il referendum dello stesso anno, sembravano confermare le attese. Nel frattempo però veniva sottovalutato lo smottamento sociale e ideologico provocato dalla crisi e non si coglieva adeguatamente la portata della svolta dell’estate 2011, che avrebbe condotto al governo Monti. In quel torno di tempo la partita si chiudeva e a SEL non restava che accettare una posizione di subalternità strutturale come condizione per la permanenza nel centrosinistra. Così, mentre il movimento ambientalista muoveva i primi passi, la sinistra politica si avviava verso un inarrestabile declino. 
Certo, in Puglia i risultati elettorali sembravano continuare a premiare quella scelta. Ma come erano ottenuti? Spesso riempiendo le liste di spregiudicati “portatori di voti” raccattati nelle pieghe della società locale e con la frustrazione delle energie più sincere. I compagni che avevano mollato dopo la deflagrazione di Rifondazione venivano seguiti da un flusso inarrestabile di militanti, mentre i rapporti fra ex sodali restava segnato da rancori profondi. Vendola non sembrava curarsene molto, arrivando a prefigurare il superamento definitivo del partito con “le fabbriche di Nichi”. E contestualmente inaugurando una politica di “front office” verso i movimenti. Ma erano anche gli anni del “patto col diavolo” Don Verzè per la costruzione del San Raffaele a Taranto. Era un intreccio di governismo e spontaneismo, che passava dall’archiviazione dell’organizzazione politica. Per un po' ha sembrato funzionare. Gli avanzamenti in campo ambientale, per esempio, sono stati in buona parte frutto di questa combinazione, cioè del dialogo fra l’apparato amministrativo e la società civile. Ma questa forma di disintermediazione ha mostrato tutti i suoi limiti quando si è dovuto gestire il compromesso. Allora si è rivelata fatale la mancanza di un corpo politico in grado di assorbire l’urto e rielaborare la sconfitta – o anche di separarsi dal potere per ritrovare una motivazione. Dopo aver cercato di tenersi in equilibrio fra le spinte dell’ambientalismo e la realtà di rapporti di forza sfavorevoli, Vendola è finito schiacciato. A partire dall'estate del 2011, con il rilascio della prima AIA (da lui accolto positivamente nonostante alcune importanti prescrizioni proposte da ARPA fossero state rigettate) per il movimento è diventato il traditore per eccellenza. A nulla gli è valso, qualche mese dopo, chiedere il riesame di quell'atto, approvare la VDS ecc. Intanto era entrato in campo un nuovo paladino: la magistratura, con tutta la sua perentorietà. Si è trovato isolato, con i media che fino a poco prima lo avevano coccolato diventati ostili. Il caso Taranto d'altra parte è stato usato anche come occasione per ridimensionare definitivamente le sue ambizioni e definire precise gerarchie nel quadro politico. Presto, fiutando il vento che cambiava verso, anche i portatori di voti lo hanno abbandonato. Lo stesso modello che lo aveva spinto in alto lo fagocitava, ma non moriva con lui. Anzi, veniva ripreso e rilanciato – in forme ancora più esasperate – da un comico genovese e dai suoi adepti. Nel giro di poche settimane Vendola diventava una delle incarnazioni più aberranti della “casta”: il potente che se la ride della sorte tragica dei suoi governati con il factotum di uno dei più grandi gruppi industriali del paese.
4) Dopo Vendola e SEL, quel modello ha inghiottito anche i 5 stelle. Anche loro non hanno retto alla prova della mediazione, perché – assai più di Vendola – nei confronti di quest’ultima hanno sempre provato una repulsione viscerale. Ma quel modello – che potremmo chiamare “populismo” se questa parola non fosse ormai logora – è più vivo che mai. E alcune reazioni alla sentenza di oggi lo dimostrano. Il purismo, il giustizialismo, la propensione al pensiero magico sono elementi quasi strutturali di una società frantumata. Prima o poi qualcun altro verrà a cercare nuovamente di verticalizzare quegli impulsi. Siamo quindi condannati a una spirale regressiva? Non necessariamente, ma l’alternativa costa fatica. Riconoscere gli errori del passato sarebbe già un primo passo per muoversi nella giusta direzione.

Salvatore Romeo, storico, 31 maggio 2021






giovedì 3 giugno 2021

LA STORIA senza NARRAZIONE: studi subalterni in Italia


Subaltern studies Italia - una nuova narrazione dei subalterni e non per i subalterni. Citazioni da Gramsci, De Martino, Lombardi Satriani, Levi-Strauss

il mondo subalterno deve costituirsi come scandalo permanente della nostra organizzazione sociale
(L.M.Lombardi Satriani)



“Orientatemi
a Sud quando sarò spento / alle bionde montagne del sole, / alle penne rosse dei totem / alle vertigini delle stelle

Cristianziano Serricchio, poeta di Monte Sant’Angelo, cit. in “Sud. I poeti, vol.10, Macabor, 2021

 



Nella forma del collettivo di ricerca, il superamento del meridionalismo storico, del neo meridionalismo latitudinario, anche del cosiddetto pensiero meridiano, sta negli studi subalterni, Subaltern studies Italia, per un racconto non “dalla parte” dei dominati, ma dei dominati, che, come filosofia do oprimido, narri di uomini e donne che hanno costruito la storia senza la loro narrazione.

Creare una nuova cultura non significa solo fare individualmente delle scoperte «originali», significa anche e specialmente diffondere criticamente delle verità già scoperte, «socializzarle» per così dire e pertanto farle diventare base di azioni vitali, elemento di coordinamento e di ordine intellettuale e morale. Che una massa di uomini sia condotta a pensare coerentemente e in modo unitario il reale presente è fatto «filosofico» ben più importante e «originale» che non sia il ritrovamento da parte di un «genio» filosofico di una nuova verità che rimane patrimonio di piccoli gruppi intellettuali.
A.Gramsci, Quaderno 11 (XVIII) § (12) nota IV

“organizzare spedizioni in équipe” per raccogliere “materiale documentario per un’opera sull’angoscia della storia”. - E. de Martino, L’opera a cui lavoro, a cura di C. Gallini, Argo, Lecce 1996, p. 18.
‘Vai avanti, tu che sai, tu che puoi, tu che vedrai; non ci abbandonare, tu che sai, tu che puoi, tu che vedrai’”, E. de Martino, Intorno a una storia del mondo popolare subalterno, “Società”, v, 1949, p. 434.

- Paradossalmente, queste zone, questi uomini, che dovrebbero costituire il negativo - l’altro della società borghese che li nega nella misura in cui non può assimilarli totalmente - si pongono come signo contradictionis, come vivente testimonianza di possibilità culturali altre da quelle esperite dalle classi dominanti, come paradigmi di umanità altri da quelli imposti dalle classi al potere come gli unici universali.
Le cose - cui dovrebbero essere ridotti dall’egemonia borghese gli appartenenti alle classi subalterne - si ripresentano sulla scena della storia come fantasmi, come persone, radicalmente diversi, e quindi
portatori di inquietudine e di domande cui si deve dare risposta. (..)
L’etnocidio culturale sistematicamente tentato di confronti delle classi sfruttate del sud non è il segno arbitrario di una capricciosa “cattiveria delle classi sfruttatrici, ma il tentativo di compiere, secondo un lucido disegno politico, l’ultima espropriazione - culturale ed esistenziale - ai danni degli oppressi. Questi nel Sud costituiscono ormai - dopo le ultime rapine, anche culturali, effettuate contro di loro - un’umanita’ ferita, sottoposta a una nuova, tragica diaspora. [(..) il mondo subalterno deve, ndr]
costituirsi come scandalo permanente della nostra organizzazione sociale.
(..

L.M.Lombardi Satriani, Per un’inventivita’ antropologica: il cambiamento e la rassomiglianza, in (a cura di) De Angelis, Faeta, Malabotti, Piermarini, Sfruttamento e subalternità nel mondo contadino meridionale, Savelli, 1975, (page absque numero)

“una etnologia priva di opzioni filosofiche è una impossibilità teorica, perché è nella natura del conoscere far reagire l’oggetto con le proprie concezioni del mondo, e una povera illusione: quel che
può esistere è una etnologia inconsapevole delle proprie opzioni. (Archivio Ernesto de Martino, fascicolo 4.23), cit. in Gino Satta, “Fra una raffica e l’altra”, Il regno della miseria e la vita culturale degli oppressi, in Aut Aut nr. 366/2015.

- Il titolo rimanda ad un’espressione utilizzata da de Martino come programma di studi subalterni, (“Subaltern studies” come si sarebbero chiamati posteriormente dal lavoro dello storico indiano Ranajit Guha) indispensabili di più che generici appelli di intellettuali in riconnessione con il popolo: “pensare piuttosto che il compito degli intellettuali sia di decidersi a scrivere la “drammatica storia culturale degli oppressi”, che nessuno ha ancora mai scritto.(..) Noi non ci rassegneremo a registrare soltanto le raffiche di vento che sollevano gli stracci del regno della miseria: ma cercheremo anche di conoscere che cosa accade nel frattempo, fra una raffica e l’altra.“, da Il rinnovamento d’Italia, 4 agosto e 1 settembre 1952, cfr. E. de Martino, L’opera a cui lavoro, a cura di C.Gallini, Argo, Lecce 1996, pp. 25-37 e 38-42, cit. in Satta, ivi, note 37-39.

“La coscienza di essere prigionieri di un umanesimo circoscritto” e la “irruzione di fatto nella storia dei popoli coloniali e semicoloniali […] pongono alla nostra cultura obiettivamente il compito di accostarsi al mondo primitivo e popolare in generale”. (..) ‘Cultura popolare’ non significa soltanto guadagnare alla cultura le classi popolari, ma anche far penetrare mediatamente nella cultura, accogliere nella luce della spiegazione, gli interessi, le esigenze, le esperienze del mondo che (per riprendere l’immagine che piacque al Levi) ‘vive oltre Eboli’”., E. de Martino, Recensione a Miti e leggende di Raffaele Pettazzoni, “Avanti!”, 157, 4 luglio 1948, p. 3.

- Secondo l’etnologo partenopeo il “Cristo” di Levi ha il merito di introdurre per la prima volta “il cosiddetto materiale folkloristico in una passione civile attuale, che è condizione certamente non sufficiente ma necessaria affinché quel materiale cessi di essere curiosità erudita e diventi argomento di storia.”, cfr. Id. Etnografia e Mezzogiorno, “Il Contemporaneo”, 3, 15 gennaio 1955, p. 5.


- fondamentale per la ricostruzione del dibattito C.Pasquinelli (a cura di), Antropologia culturale e questione meridionale: Ernesto De Martino e il dibattito sul mondo popolare subalterno negli anni 1948-1955, La Nuova Italia, Firenze 1977;
Invece su de Martino (estraneo) nella scrittura post coloniale:
E.G. Berrocal, The Post-colonialism of Ernesto De Martino: The Principle of Critical Ethnocentrism as a Failed Attempt to Reconstruct Ethnographic Authority, “History and Anthropology”, 2, 2009,

“(..) se l’Occidente ha prodotto degli etnografi è perché un cocente rimorso doveva tormentarlo, obbligandolo a confrontare la sua immagine con quelle delle società differenti, nella speranza di vedervi riflesse le stesse tare, o di averne un aiuto per spiegarsi come le proprie si fossero sviluppate. (..) L’etnografo non può disinteressarsi della sua civiltà né sconfessarne gli errori, in quanto la sua stessa esistenza è comprensibile solo se considerata come un tentativo di riscatto: egli è il simbolo dell’espiazione”,
C.Levi-Strauss, Tristi tropici, Milano, 1960, pag.377

- accenti non dissimili in de Martino per la necessaria autocoscienza della civiltà occidentale e il processo di “espiazione” delle sue colpe nell’incontro con l’”alieno”, il diverso da me, l’altro da me, che supportano la sua concezione dell’etnocentrismo critico e dell’umanesimo etnografico, in cui la dimensione antropologico-filosofica diventa concreta prassi per la ricerca di riscatto delle classi subalterne.
vedi http://ferdinandodubla.blogspot.com/2020/11/ernesto-de-martino-etnologia-e-civilta.htm

- La storia senza narrazione è quella di chi la storia la costruisce materialmente, concretamente, pagando questa sua costruzione con l’assenza di coscienza della propria soggettività storica e ricollocando la propria appartenenza ai codici simbolici dei riti collettivi. La cultura diventa così il riconoscimento reciproco ma in una rappresentazione aliena perché altro-da-sè, in cui è possibile la riproduzione del dominio dei dominanti sui subalterni. Non è dunque il semplice disvelamento dell’apparenza che si sviluppa, perché ciò minerebbe la funzione di protezione dell’appartenenza, ma l’isolamento dell’antagonismo nella formazione “molecolare” della coscienza della forza collettiva.



(a cura di Ferdinando Dubla)

 




L.M.Lombardi Satriani (Briatico, 1936)



  

venerdì 28 maggio 2021

Ernesto de Martino, La civiltà dello spirito, Avanti!, 18 agosto 1948

 

su Academia.edu

 https://www.academia.edu/49060519/Ernesto_de_Martino_La_civilt%C3%A0_dello_spirito_Avanti_18_agosto_1948

abstract.: 

LO SGUARDO DEL BRACCIANTE di MINERVINO in Ernesto de Martino

La civiltà dello spirito era la civiltà dell’Italia democristiana del 1948, quella in cui nel luglio si era consumato l’attentato a Togliatti, in cui una mobilitazione popolare senza precedenti aveva comunque affermato il protagonismo della vituperata civiltà del materialismo, quella aborrita dal clericalismo politico uscito vincitore dalle elezioni del 18 aprile. La civiltà dello spirito era il manto ideologico con cui la parte conservatrice, quando non apertamente reazionaria, della società italiana, rivestiva l’esercizio di un dominio che voleva svilupparsi in egemonia tramite i “valori” superiori in quanto trascendenti l’umano e suoi bisogni. Il 1948 è anche l’anno che consacra definitivamente l’etnologo e filosofo de Martino come interlocutore internazionale della cultura antropologica, con la pubblicazione, in gennaio, introdotta da Cesare Cases, de Il mondo magico: l’analisi del fenomeno della magia ricollocava anche il rapporto tra storia, natura, cultura ed esseri umani.

E’ in questo contesto che de Martino, nell’estate di quell’anno, consegna all’Avanti! una riflessione antropologico-filosofica che cerca di svelare l’arcano del ritrovato fervore spirituale della cultura dominante, e lo fa con uno sguardo semplice, quello del bracciante di Minervino, nelle Murge pugliesi.

Ernesto de Martino, La civiltà dello spirito, Avanti!, 18 agosto 1948, in Id. Scritti minori su religione, marxismo e psicoanalisi, a cura di R. Altamura e P. Ferretti, NER, Roma, 1993, pp.115/117.



a cura di Ferdinando Dubla



mercoledì 26 maggio 2021

Presentazione pagina FB Subaltern studies Italia

 

Subaltern studies Italia - una nuova narrazione dei subalterni nella forma del collettivo di ricerca

metteremo la nostra ricerca al servizio dei subalterni se funzioneremo da intellettuale collettivo


SUBALTERN STUDIES COLLETTIVE ITALIA

 Una pagina di Gramsci sullo studio dei gruppi subalterni

Quaderno 25 (XXIII), 1934, Ai margini della storia (Storia dei gruppi sociali subalterni)

1. Subaltern Studies

"La storia dei gruppi sociali subalterni è necessariamente disgregata ed episodica. E' indubbio che nell'attività storica di questi gruppi c'è la tendenza all'unificazione sia pure su piani provvisori, ma questa tendenza è continuamente spezzata dall'iniziativa dei gruppi dominanti, e pertanto può essere dimostrata solo a ciclo storico compiuto, se esso si conchiude con un successo. I gruppi subalterni subiscono sempre l'iniziativa dei gruppi dominanti, anche quando si ribellano e insorgono: solo la vittoria "permanente" spezza , e non immediatamente, la subordinazione. (..) Ogni traccia di iniziativa autonoma da parte dei gruppi subalterni  dovrebbe perciò essere di valore inestimabile per lo storico integrale.", pag.2283/2284. (Ed. Gerratana - Einaudi, 1975)

I Subaltern Studies si configurano come svelamento di "tracce" in antitesi ai meccanismi di costruzione della storia come modalità egemone di relazione con il passato (e sono "tracce" culturali in assenza o disgregazione dell'autonomia politica), un tentativo dunque di esplorazione anche delle differenti modalità di relazione tra scrittura e passato.

“Il mondo popolare subalterno costituisce, per la società borghese, un mondo di cose più che di persone”.

E. de Martino, “ Intorno a una storia del mondo popolare subalterno”, su Società nr.3/1949

 

Il termine subalterno entra nel lessico antropologico in relazione con il mondo storico popolare con Ernesto de Martino, che nel 1949 ne configura il profilo di ricerca e i suoi criteri, con l‘inchiesta di gruppo sul campo e la verifica empirica dell’analisi etnologica.

Un collettivo di studio sui subalterni deve dunque muoversi intorno alle problematiche gramsciane nella ricezione, diretta e indiretta, esplicita ed implicita, dell’antropologia filosofica di de Martino.

 

"proveremo a pensare la storia del mondo come l'impensabile che è racchiuso all'interno dei suoi confini"

Ranajit Guha, La storia ai limiti della storia del mondo, Sansoni, 2003, pag.23

pagina FB Subaltern Studies Italia 

https://www.facebook.com/Subaltern-studies-Italia-102006355428935





sabato 22 maggio 2021

LO SGUARDO DEL BRACCIANTE di MINERVINO in Ernesto de Martino


La civiltà dello spirito era la civiltà dell’Italia democristiana del 1948, quella in cui nel luglio si era consumato l’attentato a Togliatti, in cui una mobilitazione popolare senza precedenti aveva comunque affermato il protagonismo della vituperata civiltà del materialismo, quella aborrita dal clericalismo politico uscito vincitore dalle elezioni del 18 aprile. La civiltà dello spirito era il manto ideologico con cui la parte conservatrice, quando non apertamente reazionaria, della società italiana, rivestiva l’esercizio di un dominio che voleva svilupparsi in egemonia tramite i “valori” superiori in quanto trascendenti l’umano e suoi bisogni. Il 1948 è anche l’anno che consacra definitivamente l’etnologo e filosofo de Martino come interlocutore internazionale della cultura antropologica, con la pubblicazione, in gennaio (1.), introdotta da Cesare Cases, de Il mondo magico: l’analisi del fenomeno della magia ricollocava anche il rapporto tra storia, natura, cultura ed esseri umani.

E’ in questo contesto che de Martino, nell’estate di quell’anno, consegna all’Avanti! una riflessione antropologico-filosofica che cerca di svelare l’arcano del ritrovato fervore spirituale della cultura dominante, e lo fa con uno sguardo semplice, quello del bracciante di Minervino, nelle Murge pugliesi.

Ernesto de Martino, La civiltà dello spirito, Avanti!, 18 agosto 1948, in Id. Scritti minori su religione, marxismo e psicoanalisi, a cura di R. Altamura e P. Ferretti, NER, Roma, 1993, pp.115/117.

Un giorno un bracciante di Minervino mi tenne presso a poco questo discorso: “Compagno, ho cinquant’anni, sono vecchio, ho lavorato tutta la vita, ora le forze mi vengono meno. Forse ancora per un anno sarò capace di portare a casa il frutto del mio lavoro. Poi, quando non potrò più lavorare, diventerò un ingombro anche per i miei figli: perché da noi il padre è padre finché porta da mangiare. E poi? E poi l’ospizio nel quale mi costringeranno ad entrare in attesa della morte”. E sul volto del vecchio che così mi parlava parve distendersi tutta l’angoscia secolare che travaglia sordamente l’umanità desolata delle Murge. Più volte, in seguito, ho riflettuto su questo incontro e sul significato delle parole che avevo udito. Se l’oscuro bracciante di Minervino fosse stato capace di farsi ideologo conseguente della propria condizione umana, quale immagine avrebbe potuto formarsi della vita e del mondo se non quella di una greve dipendenza dalla “materia”, dalla zolla, dal cibo e dal sudore, dalla fatica senza orizzonte che gli aveva oramai incurvato la schiena? E quale idea si sarebbe egli potuto formare dello “spirito”, dei valori culturali della dignità della persona umana se non quella di un privilegio concesso a un’altra umanità? L’accusa fondamentale lanciata dalla cultura tradizionale contro il materialismo storico, l’accusa di “ricaduta nella barbarie della materia”, di negazione dell’indipendenza dei valori culturali e di spregio della libertà e della dignità della persona umana sta ora davanti a noi in tutta la sua immensa ipocrisia: il materialismo storico non è affatto una spiritosa invenzione metafisica escogitata dal cervello di alcuni ideologi isolati, ma è semplicemente il riconoscimento storico che nella società borghese vige la barbarie della materia, la dipendenza dei valori culturali dalla struttura sociale, la limitazione della libertà e della dignità della persona umana, a una cerchia ristretta di uomini. (..)

occorre però che il marxismo si liberi dal materialismo volgare, dalle contaminazioni positivistiche, dalla metafisica, dalla ricerca della “vera causa” della storia in generale, per diventare essenzialmente, nel suo aspetto più propriamente culturale, l’analisi concreta, particolareggiata, in continuo sviluppo, delle “apparenze” dello Spirito nella società borghese, la denunzia sistematica di queste apparenze, e la liberazione reale, rivoluzionaria, dell’uomo dal momento servile, di inevitabile dipendenza materialistica, che vulnera la cultura tradizionale. Noi dobbiamo metterci dal punto di vista del bracciante di Minervino, per il quale il mondo storico nel quale viviamo “dipende” di fatto dalla zolla, dal cibo e dal sudore: ma col bracciante di Minervino dobbiamo avvertire tutta l’angoscia connessa alla precarietà di una vita così poco umanamente vissuta. E’ questa coscienza analitica della situazione di fatto, è questa angoscia maturantesi in ribellione, che fa noi marxisti, più liberi e più umani di coloro che usano dell’idea di libertà ma solo per ribadire spietatamente la condizione umana che lega il bracciante di Minervino alla zolla al cibo e al sudore.”

Quello sguardo rimarrà nella mente e nella penna di Ernesto de Martino permanentemente come sguardo non mediato dei subalterni sul mondo della storia, che si erge come potenza estranea alla propria condizione esistenziale e trascende i singoli destini. Lo “spirito” come privilegio di un’umanita’ non dolente cela il volgare e barbaro materialismo delle cose e degli oggetti, e degli uomini come cose nella società di classe, in cui i dominanti riducono i valori spirituali a simulacri metafisici con la cancellazione della narrazione subalterna e della sua soggettività storica.

Rientrare nella storia, allora, sarà la possibilità di autodeterminare il proprio destino con l’escatòn, frutto stesso, “per entro” la cultura, dell’ethos del trascendimento. L’angoscia della precarietà dell’esistenza non rende irreversibile “questo” essere nel mondo, perché è l’essere stesso che determina la coscienza.

“si trattava di liberarsi, attraverso la scienza dell’ethnos, dai cosiddetti «etnocentrismi occidentali» e dalle loro inconsapevoli proiezioni sia nelle civiltà dell’ethnos sia nella «natura umana in generale»; si trattava di analizzare le condizioni storiche in cui, nelle civiltà primitive, erano maturate esperienze e risposte culturali diverse dalle nostre, e di chiarire come quelle esperienze e quelle risposte, lasciate rigerminare nelle condizioni della civiltà moderna, perdevano la loro autenticità e maturavano in conflitti e in contraddizioni che, in ultima istanza, avrebbero condotto la civiltà moderna alla catastrofe. Ma soprattutto si trattava di una presa di coscienza culturale che, nel momento stesso in cui si apriva alla comprensione delle civiltà cosiddette primitive, poneva in causa la stessa determinazione borghese della civiltà occidentale, la sottoponeva a verifica, ne misurava i limiti interni di origine e di sviluppo.”

da E.de Martino, Furore, simbolo, valore, Il Saggiatore, 2013, pp. 78/79. Si tratta del saggio Promesse e minacce dell’etnologia, i cui spunti erano già presenti in Etnologia e cultura nazionale negli ultimi dieci anni, in Società, IX, 1953, nr.3

Secondo R.Altamura, il programma di ricerca demartiniano è di un integrale umanesimo “improntato al perseguimento ed all’espansione di una lotta, di portata potenzialmente collettiva, per la ‘liberazione umana’ da ogni specie di ‘servitù’, sia economica che esistenziale, (.) per la lotta ad ogni aspetto delle umane alienazioni.”, op.cit., pag.11.

- Quale “superamento” del marxismo, dunque, se con esso ne viene allargato lo sguardo? (2.)

Con esso, non senza di esso, perché, a restringere l’ispirazione marxista gramsciana dell’etnologo partenopeo all’inchiesta sul campo e le interpretazioni conseguenti della “trilogia meridionalista”, lo si divide e riduce a pensatore isolato che, per universalizzare la sua ermeneutica antropologica, decontestualizza la sua ricerca. Si tratta cioè di consegnare la sua opera all’acribia filologica degli accademici o fargli respirare la contemporaneita’ e le sue contraddizioni, i drammi e le speranze del presente, specifiche dell’epoca o universali perché storiche, culturali e, per l’appunto, antropologiche.

La ricezione di un’opera diventa la storia di un impatto tra ricerca e “senso comune” intellettuale. E’ Il mondo magico (1948) l’opera in cui de Martino già teorizza la fondamentale categoria di “crisi della presenza”, (3.) la cui pregnanza ermeneutica, in particolare in rapporto alla soggettività storica, è argomento di confronto attuale tra chi considera l’etnologo partenopeo un filosofo esistenzialista che incidentalmente si occupa delle classi subalterne sulla traccia di Gramsci oppure un appassionato ricercatore di Subaltern studies che può essere attualizzato oggi per uno sguardo antropologico-filosofico sugli stessi.
L’impegno politico diretto attraversa la biografia di de Martino per tutti gli anni ‘40 e ‘50 e non può essere espunto certo come parentesi incidentale, semmai è indicativo del suo stesso programma di ricerca ed esistenziale.
Lo sguardo demartiniano non è senza orizzonte. “E’ come si perde l’orizzonte / ai contadini nella sera”, cantava Scotellaro (R. Scotellaro, Capostorno, in E’ fatto giorno, a cura di Franco Vitelli, 1982, pp.70-71).

note

1. cfr. V. Salvatore Severino, Cronaca della prima ricezione de Il mondo magico, Italia 1948/1955, "Quaderni di storia, antropologia e scienze del linguaggio" e "Territori e culture", 

2. “la componente marxista è solo un dato marginale della riflessione demartiniana (..) semplice riferimento interlocutorio. (..) ha luogo una successione di fasi distinte (..)”, cfr. P.Cerchi-M.Cerchi, Ernesto De Martino: dalla crisi della presenza alla comunità umana, Liguori ed.,1987, pag.312 e il giudizio di Roberto Altamura ne riprende l’impostazione: “un marxismo strutturalmente incapace (..) [in] tutta la debolezza riduttivistica e l’incompletezza astrattizzante dei costrutti teorici che lo sostanziano.”, Id., op.cit., pag.19. Dalle “fasi distinte” dello spezzatino della ricerca demartiniana, si confonde la critica specifica e motivata ad una certa lettura marxista o pseudo tale, imbevuta di positivismo, ‘volgare’ perché determinista, addirittura”metafisica”, perché per de Martino non ‘onnilaterale’, alla liquidazione dell’officina marxiana e dunque gramsciana che ha forgiato gli strumenti per la ricerca dell’etnologo napoletano e corroborato la sua volontà militante nella dimensione politica. Il “superamento” è l’andare oltre, scrutare le multidimensionalità umane in atto e in prospettiva, anche nella riflessioni “fur ewig“ de La fine del mondo (vedi anche Interpretazioni dell'apocalisse: le tre edizioni de La fine del mondo di Ernesto de Martino,


3.Il magico mondo di de Martino e la genesi della labilità della presenza.
Riferito al particolare stato psichico chiamato latah dai Malesi, olon dai Tungusi, irkunii dagli Yukagiri, caratterizzato dalla perdita dell’io e frantumazione dell’identità personale come dissoluzione della coscienza che dunque viene potenzialmente agita da altri, l’etnologo partenopeo scrive:
“Il fatto negativo della fragilità della presenza, del suo smarrirsi e abdicare, è incompatibile per definizione, con qualsiasi creazione culturale, che implica sempre un modo positivo di contrapporsi della presenza al mondo, e quindi una esperienza, un dramma, un problema, uno svolgimento, un risultato. Ma l’olonismo presenta anche un aspetto che contiene un orientamento suscettibile di sviluppo culturale. Soprattutto in dati casi, l’olonizzato oppone una resistenza visibile. Non accetta la propria labilità, non si concede ad essa passivamente, ma reagisce. Un’angoscia caratteristica lo travaglia: e quest’angoscia esprime la volontà di esserci come presenza davanti al rischio di non esserci. La labilità diventa così un problema e sollecita la difesa e il riscatto: la persona cerca di reintegrare la propria presenza insidiata.”

E. de Martino, Il mondo magico, cap. II Il dramma storico del mondo magico, ed. Boringhieri 1973, pp.94/95.





sabato 15 maggio 2021

Subaltern studies Italia: il Crocco di Proto

 

Tantissime le edizioni del memoriale di Carmine Donatelli, il brigante Crocco, da Rionero in Vulture, accurata quella introdotta da Mario Proto, + (che si riconnette a quella a cura di Tommaso Pedio del 1964) per Lacaita nel 1995.

CARMINE CROCCO
Come divenni brigante
Autobiografia - a cura di Mario Proto -

1) MELFI E LE METAMORFOSI DELLA CONDIZIONE MERIDIONALE

2) L'AUTOBIOGRAFIA DI C. CROCCO

3) IL BRIGANTAGGIO MERIDIONALE

4) IL BRIGANTAGGIO. ANALISI ED INTERPRETAZIONI

5) BANDITI, RIBELLI, RIVOLUZIONARI

6) NORD E SUD: IL CASO ITALIA

7) PER UNA STORIA DEL FEDERALISMO MERIDIONALE

NOTA BIBLIOGRAFICA

https://www.dragonetti.pz.it/contenuti/storia/brigantaggio/Carmine-Crocco-Autobiografia.pdf

vedi anche:

http://www.brigantaggio.net/Brigantaggio/Briganti/Crocco.pdf


+ Mario Proto ha insegnato all'Università di Lecce Storia delle dottrine politiche e Sociologia generale presso i Corsi di laurea in Lettere moderne, Filosofia, Scienze politiche e delle relazioni internazionali e Scienze della Comunicazione. È stato direttore della collana Ideologia e Scienze sociali (Piero Lacaita editore), nonché collaboratore di vari centri studi italiani e stranieri. Autore di numerosi volumi di interesse storico-politico su Mezzogiorno, federalismo e accentramento, democrazia, informazione, statalismo e globalizzazione, guerra e politica, ha inoltre curato l'edizione di testi classici del pensiero politico meridionale e nazionale. E’ morto a Lecce il 29 ottobre 2009.+

"Chi può dire quante lacrime spargemmo noi cinque creature, il più grande ottenne, il più piccolo di due anni! Chi pensava più a noi? Chi ci puliva, pettinava, rassettava i panni? Chi ci accarezzava? Oh quante volte ho sospirato gli amorosi scappellotti della mamma! Mio padre non poteva lasciare il lavoro, che saremmo morti di fame. Una zia ladra e ghiottona ebbe l'incarico della casa; essa rubava tutto ciò che le capitava sottomano, divorava quello che trovava di buono, lasciando per noi la roba fradicia e puzzolente. Addio scuole, addio zio Martino, parenti, compagni, amici, addio tutti!
Disperazione e miseria sono con noi. La morte ed il carcere è serbata ai miseri!"

Ogni fenomeno di massa ha cause sociali, la storia presenta nessi causali, si documenta e se ne interpreta il racconto. E’ il caso del brigantaggio del Mezzogiorno d’Italia, all’interno di politiche coloniali e postcoloniali piuttosto che unitarie, all’interno della subordinazione azionista risorgimentale alle classi dominanti e al moderatismo politico (Gramsci).

Subaltern studies Italia - una nuova narrazione dei subalterni e non per i subalterni

· ripartire dunque da Crocco o Passanante, Scotellaro e Corrado Alvaro et alii.

Annales e studi post coloniali, i testi centrali sono La quistione meridionale (1926) e il Quaderno XXV (1934) di Antonio Gramsci e Intorno a una storia del mondo popolare subalterno (1949) con lo sguardo del bracciante di Minervino (1948) di Ernesto de Martino.

+ M. Proto:

Ripubblicata nel 1964 dall'Editore Lacaita, nella collana “Briganti e Galantuomini”, a cura di T. Pedio, l'autobiografia di C. Crocco si presentava ai lettori quale testimonianza di una lotta sociale perduta contro padroni vecchi e nuovi, pronti a riciclarsi come dirigenti della futura classe politica nazionale.(..) A seguire Crocco sono in maggior numero braccianti agricoli, sellai, pastori, contadini a giornata, pronti ad essere assunti nella banda per la durata del bel tempo e poi rientrare nella fatica quotidiana con il sopraggiungere della cattiva stagione. Nel circondario di Melfi la natura sembra essere rimasta intatta, allo stato selvaggio, da secoli. Assai poche le vie di comunicazione con il resto della regione, incidentate e pericolose, da sempre facile nascondiglio, soprattutto al limitare dei boschi, per masnadieri e malfattori pronti a saltare addosso al malcapitato viaggiatore. L'agricoltura estranea ai principi ed alle tecniche di una conduzione moderna, sul tipo di quella sviluppatasi nelle regioni dell'Italia centrale. Ancora in uso pratiche medievali di uso degli attrezzi agricoli, mentre la vita quotidiana del contadino si consumava in angusti tuguri, umidi ed affumicati, in compagnia delle bestie.

 

“io voglio con ciò conchiudere che i Governi, generalmente parlando, non guardano mai dove nascono i figli della miseria, né come essi fanno a vivere, né si occupano in un modo qualunque onde alleviare in qualche maniera la miseria e toglierli dall’ignoranza. Invece li cercano quando son fatti uomini capaci di vivere da sé e porgere qualche sollievo ai vecchi genitori; allora ecco il signor governatore, senza dimenticarne uno solo, se li prende come sua proprietà e ne fa quello che gli pare e piace.

Il pretesto è bello, la Patria, la Legge, la prima è una puttana, la seconda peggio ancora.

E Patria e Legge hanno diritti e non doveri e vogliono il sangue dei figli della miseria. Ma vi è forse una legge eguale per tutti?”

dall’autobiografia di Carmine Donatelli Crocco, dal bagno penale di Santo Stefano (LT), dal 27 marzo 1889, trascrizione (e interpolazione) a cura di Eugenio Massa, capitano del Regio esercito.


l'autobiografia illustrata curata per l'ed.Siris - 2017 

l'edizione curata da Mario Proto nel 1995

Ferdinando Dubla, Mario Proto - Università di Lecce, febbraio 1999