Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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martedì 17 marzo 2026

QUELLA STELLA DELLA CINA CHE BRILLA NEL CIELO (3a parte)

 

IL VOLO SPEZZATO (4) 



Non abbiamo argomenti tabù nella storia della Cina di Mao. Ci dispiace per i salmodianti, se ce ne sono ancora, ma più spinosi sono i nodi storici, più ci interessa districarli.

 

La vicenda di Shangguan Yunzhu è uno di questi. Il Presidente amava Shangguan. Quanto di questo amore pesò sul destino dell’altra "stella" di Shanghai, Jiang Qing? sua quarta moglie.

- Nella "Rivoluzione Culturale" — da lei guidata — la situazione era andata fuori controllo, scivolando in un frazionismo violento che minacciava le basi stesse dello Stato. Mao decise dunque di interromperla: e la rivoluzione fu interrotta.

 

Il Presidente recuperò il comando affidandosi alla “vecchia guardia”, ai rivoluzionari della Lunga Marcia e di Yan’an. Lo fece per necessità politica di consolidamento, certo, ma forse anche per il dolore e l'amore verso Shangguan.

 

Perché la storia non è fatta solo di decreti, ma di soggettività che si scontrano.

 

La tragica fine di Shangguan Yunzhu, una delle dive più luminose del cinema cinese, rappresenta uno dei momenti più bui e complessi della storia culturale del Paese. La sua stella si spense il 23 novembre 1968, vittima diretta degli eccessi estremistici che caratterizzarono la "Rivoluzione Culturale" sotto la guida di Jiang Qing. In quegli anni, il radicalismo del gruppo politico di Shanghai trasformò la legittima critica al passato borghese in una persecuzione sistematica che non risparmiò nemmeno coloro che, come Shangguan, avevano goduto della stima personale di Mao Zedong. Il Presidente, che era un sincero ammiratore dell'arte dell'attrice, si trovò inizialmente a gestire un movimento che, nella sua spinta iconoclasta, sfuggiva parzialmente al controllo centrale, finendo per schiacciare figure di alto profilo intellettuale. Fu proprio Mao, rendendosi conto della pericolosità di tali derive, a intervenire in un secondo momento per fermare gli eccessi più violenti della "Rivoluzione Culturale", agendo per ragioni di stabilità politica e per preservare le strutture stesse dello Stato.

 

SHANGGUAN YUNZHU: IL VOLO SPEZZATO DI UNA STELLA DI SHANGHAI

 

La tragica fine di Shangguan Yunzhu, una delle dive più luminose del cinema cinese degli anni Quaranta, viene rielaborata da Anchee Min ne Il pavone rosso (op.cit., pp.276-280) attraverso le lenti deformanti del melodramma passionale. Nel romanzo, la morte dell'attrice è descritta come un auto-avvelenamento causato dalla gelosia ossessiva di Jiang Qing, trasformando un dramma politico in una faida sentimentale da corte imperiale. Tuttavia, la decostruzione storica ci restituisce una verità molto più cruda e complessa che va ben oltre la rivalità amorosa per l'attenzione di Mao Zedong.

- Shangguan Yunzhu non scelse il silenzio del veleno, ma morì gettandosi da una finestra il 23 novembre 1968, al culmine di una serie di interrogatori brutali condotti dagli apparati di sicurezza. La sua colpa, agli occhi del Gruppo per la Rivoluzione Culturale, non era solo il presunto legame privato con il Presidente, ma ciò che lei rappresentava esteticamente e culturalmente: il cosmopolitismo borghese di Shanghai che Jiang Qing intendeva eradicare per far posto all'<eroismo proletario> delle “Opere Modello”.

Interpretare il suo suicidio come una morte per gelosia, come fa la narrativa della diaspora, serve a occultare lo scontro violento tra due mondi e a ridurre la complessa paranoia securitaria di quegli anni a una semplice questione di "cuore infranto".

La vicenda di Shangguan Yunzhu resta un monito sulle contraddizioni della ‘rivoluzione di lunga durata‘, dove la legittima necessità di superare i modelli culturali del passato si intrecciò tragicamente con gli eccessi di una persecuzione che finì per schiacciare il singolo sotto il peso di una trasformazione epocale.

 

foto 1.: Shangguan Yunzhu nel fulgore della sua carriera a Shanghai. > Questo ritratto cattura l'estetica sofisticata e il fascino della "Parigi d'Oriente" che Jiang Qing voleva superare. Nella decostruzione di Anchee Min, questa bellezza diventa il movente di una gelosia mortale, mentre storicamente rappresentava l'ultimo baluardo di una cultura urbana che la Rivoluzione Culturale cercava di rifondare radicalmente. 




foto 2.: un ritratto autografo dell'attrice. > Shangguan Yunzhu decise di restare nella Cina continentale dopo il 1949, cercando un difficile compromesso con il nuovo ordine socialista. La sua morte nel 1968 segna il punto di rottura definitivo tra l'eredità cinematografica classica e il rigore ideologico imposto dalla fazione di Shanghai, un passaggio che la letteratura contemporanea riduce troppo spesso a cronaca privata.

 

 

ZHANG CHUNQIAO, LA MENTE DEI “QUATTRO” 


 


L'analisi della transizione socialista non può prescindere dalla figura di Zhang Chunqiao, che all’interno del Gruppo per la Rivoluzione Culturale ricoprì il ruolo di architetto teorico e di principale mente politica. Lungi dall’essere un semplice agitatore, Zhang fu un intellettuale organico di altissimo profilo, capace di tradurre le istanze della mobilitazione di massa in una dottrina sistematica sulla continuità dello Stato. La sua opera fondamentale del 1975, “Sull’esercizio della dittatura integrale sulla borghesia“, rappresenta ancora oggi un documento imprescindibile per comprendere come la grande costruzione cinese abbia affrontato il problema della persistenza del diritto borghese e delle gerarchie salariali all’interno di un’economia pianificata. Per Zhang Chunqiao, la rivoluzione non era un atto unico ma un processo di lunga durata necessario a impedire la cristallizzazione di nuove burocrazie, una visione che oggi viene richiamata con le moderne campagne per la disciplina del Partito e per la “rivitalizzazione“ ideologica. Gli scritti di Zhang, comprese le riflessioni raccolte durante i lunghi anni di prigionia fino alla morte nel 2005

 

lettere alla figlia scritte da Zhang - • Titolo inglese: Zhang Chunqiao: “On the Cultural Revolution and Beyond” (pubblicato da Verso Books nel 2017); mostrano una coerenza intellettuale che cercava di salvaguardare la sovranità nazionale e l’integrità del progetto socialista. 




IL COLLETTIVO RIVOLUZIONARIO TRA COSCIENZA E DOGMATISMO

 

Il libro di Anchee Min “Red Azalea” (1994) pur nato come critica al sistema, contiene al suo interno la prova della potenza egemonica dell'estetica di Jiang Qing e della sua capacità di mobilitare le passioni più nobili della classe operaia e contadina.

Azalea rossa era l’ideale della compagna Jiang Qing, la sua creatura, il suo sogno, la sua vita. Era questo il personaggio per cui dovevamo competere, e se una di noi l’otteneva raggiungeva la celebrità. La storia di Azalea rossa era una storia di passione nel rumor dei cannoni. Parlava di come dovrebbe vivere una donna, parlava di un amore proletario che durava fino alla morte. Per me, non era solo un film sul periodo della guerra, sulla nostra storia, era un film riguardo a ciò che era l’essenza di una vera eroina, l’essenza di Yan, e su come io stessa avrei dovuto continuare a vivere la mia vita.,

da Azalea Rossa, cit., pag. 148

 

L'analisi del collettivo di lavoro e di studio descritto da Anchee Min in Azalea Rossa ci offre una lente fondamentale per comprendere la dialettica interna alla grande costruzione socialista. Attraverso le figure di Yan e Lu, responsabili e capo-squadra dei collettivi di lavoro, si delineano due modalità antitetiche di intendere la direzione politica e la formazione dell'”uomo nuovo”. Yan incarna l'ascesi rivoluzionaria e la coerenza ideale: il suo comando non è burocratico ma pedagogico, basato sul superamento marxista degli incentivi materiali a favore di una realizzazione totale nel bene collettivo. In lei, la disciplina è l'espressione di una coscienza di classe autentica che agisce come avanguardia della ‘rivoluzione di lunga durata‘. Al contrario, la figura di Lu esemplifica la degenerazione del pensiero di Mao in una religione salmodiante e inquisitoria; il suo è un fanatismo performativo che utilizza il dogma come paravento per brame di potere personali e controllo gerarchico. Questo scontro non è una semplice disputa caratteriale, ma riflette la tensione tra la spinta all'emancipazione e la persistenza del "diritto borghese" e di strutture mentali pre-rivoluzionarie all'interno del partito. In questo contesto, il film e l'opera “Azalea Rossa“ assumono un significato che trascende l'estetica: per la protagonista, l'eroina del gruppo politico guidato da Jiang Qing, non è solo un personaggio da interpretare, ma l'essenza stessa di una vera eroina proletaria. Rappresenta l'ideale di una passione politica che si fonde con la vita, di un amore che dura fino alla morte nel rumore dei cannoni e che impone una tensione etica costante. Recitare quel ruolo significava, per la gioventù dell'epoca, tentare di raggiungere l'altezza morale di Yan, trasformando la propria esistenza in uno strumento di ‘trasformazione antropologica‘ verso il comunismo. La tragedia della rivoluzione interrotta (+)  risiede proprio nel divario tra questo sogno di onnilateralità (Marx) e la realtà di una direzione che, in certi quadri intermedi, smarriva la bussola della dialettica per rifugiarsi nel formalismo dogmatico, segnando il confine tra la liberazione della coscienza e la sua alienazione burocratica.

+ (vedi  in questo blog E la rivoluzione fu interrotta, L'analisi e la classe, 8 nov 2025) 


 

L’EROTISMO RIVOLUZIONARIO nella transizione femminista al comunismo

 

[decostruzione del romanzo di Anchee Min “Azalea Rossa” - 1993] 



AMORE E DESIDERIO NEL COLLETTIVO DI LAVORO MAOISTA

 

Analizziamo un passaggio cruciale di Azalea rossa (ed.it., Guanda, 1994, pp. 174-177) in cui Anchee Min descrive la tensione emotiva ed erotica tra la protagonista e la sua comandante Yan all'interno di un collettivo agricolo durante la "Rivoluzione Culturale". La narrazione di questo legame, in una lettura decostruzionista, non va interpretata come una semplice vicenda privata, ma come il tentativo di scrostare le sedimentazioni della vecchia società feudale e patriarcale per unire amore e rivoluzione nel processo di transizione al socialismo. Il desiderio descritto dalla narratrice rappresenta infatti la trasposizione fisica dell'attrazione delle masse verso l'avanguardia ideologica, dove l'amore per Yan diviene inseparabile dalla sua funzione di modello di coerenza e ascesi rivoluzionaria. In questo contesto, l'eros smette di essere un rifugio individuale di stampo borghese per trasformarsi in una sfida radicale ai rapporti di forza tradizionali, delineando un'utopia femminile in cui l'emancipazione è talmente profonda da ridefinire i legami affettivi al di fuori degli schemi del passato. Amarsi nel collettivo di lavoro significa dunque tentare una sintesi suprema in cui la passione politica si fonde con la sostanza umana, cercando di forgiare quella coscienza di classe totale capace di trasformare anche i sentimenti in energia trasformatrice. Sebbene la Min sottolinei la sofferenza derivante dalla disciplina di ferro, questa analisi ci permette di scorgere in queste pagine il travaglio necessario per la nascita dell' "uomo onnilaterale" (Marx), dove la ricerca dell'eroina proletaria passa inevitabilmente attraverso la costruzione di una nuova sensibilità che non separa l'affetto dalla prassi rivoluzionaria. La tragedia della "rivoluzione interrotta" risiede proprio nella difficoltà di stabilizzare questa altezza etica, ma resta la testimonianza di un momento storico in cui la grande costruzione socialista ha tentato di liberare ogni ambito dell'esistenza, inclusa la sfera più intima del desiderio.

 

 

precedenti

 

QUELLA STELLA DELLA CINA CHE BRILLA NEL CIELO (1a parte)

 

JIANG QUING O DELL'AMORE RIVOLUZIONARIO  [1]

 la rivoluzione ininterrotta di Madame Mao [2]

 

QUELLA STELLA DELLA CINA CHE BRILLA NEL CIELO (2a parte)

 

IL CUORE DEL POTERE (3) 



(a cura di Ferdinando Dubla)

martedì 10 marzo 2026

Micaela Bastidas Puyucahua: la estratega de la rebelión de Túpac Amaru II

 


Micaela Bastidas Puyucahua (1744-1781) 


Micaela Bastidas fu l’anima della Rivoluzione India capeggiata dal suo sposo José Gabriel Condorkanki, conosciuto anche come il Tupaq Amaru

 

Los rebeldes habían apostado centinelas en el camino al Cuzco para mantener las noticias sobre las autoridades locales fuera del alcance de la gente. Conservaron el paradero de Arriaga en secreto. Las masas congregadas en Tungasuca no sabían que el corregidor estaba encerrado en casa de Tupac Amaru y Micaela Bastidas. / [cit.] 


La figura di Micaela Bastidas così come la ricostruisce Charles F. Walker in “La rebelión de Túpac Amaru” (Lima, 2015), spiega perché la sua azione può essere letta come una forma concreta di femminismo rivoluzionario, pur senza anacronismi terminologici.

 

Walker presenta infatti Micaela Bastidas non come semplice compagna di José Gabriel Condorcanqui (Túpac Amaru II), ma come co‑direttrice effettiva della ribellione andina del 1780–1781. Nei documenti d’archivio che Walker analizza è lei a gestire molte delle decisioni operative, amministrative e logistiche che permisero alla rivolta di avere struttura e slancio iniziale.

- La ricostruzione di Walker recupera la sua voce e il suo ruolo attraverso corrispondenze, rapporti giudiziari e testimonianze: da questi materiali emerge un profilo di donna politica, stratega e amministratrice.

 

Bastidas sovrintese ai rifornimenti, alla raccolta di fondi e al coordinamento delle scorte e dei trasporti, funzioni essenziali per sostenere un movimento armato diffuso su vasta scala.

- Presso i centri controllati dalla ribellione, ella contribuì all’allestimento di meccanismi di governo, riscossione e amministrazione della legge, mostrando capacità di gestione pubblica e fu coinvolta nella progettazione di operazioni e nel mantenimento della disciplina tra le forze ribelli; il suo ruolo non si limitò alla “retroguardia”, in quanto gestì corrispondenze, contatti e reti di parentela e commercio che erano strategiche per la diffusione della rivolta e per il reperimento di informazioni e risorse.

La sua azione può essere vista come femminismo rivoluzionario “di fatto”, come le brigantesse delle insorgenze dell’Italia meridionale in particolare nel periodo postunitario, 1861-1868.

 

(cfr. Così morì la brigantessa Michelina, in http://ferdinandodubla.blogspot.com/2021/07/cosi-mori-la-brigantessa-michelina.html )

 

 

 

"Per la libertà di questo popolo, ho rinunciato a tutto. Non vedrò fiorire i miei figli."

 Attribuito a Micaela Bastidas

 

 

- Micaela Bastidas Puyucahua non fu solo la moglie di un leader, ma il motore logistico e l’anima politica di uno dei più grandi movimenti anticoloniali della storia americana. Ecco una sintesi del contesto storico della sua azione.


La Ribellione di Túpac Amaru II (1780-1781)

 

Nel novembre del 1780, nel Vicereame del Perù, esplose la più vasta sollevazione indigena dell'era coloniale. Guidata da José Gabriel Condorcanqui (Túpac Amaru II) e Micaela Bastidas, la rivolta non fu un semplice tumulto locale, ma un progetto politico che mirava a scuotere le fondamenta dell'impero spagnolo in Sud America.

La scintilla fu la reazione alle riforme borboniche, che avevano inasprito il carico fiscale e lo sfruttamento delle popolazioni indigene. I motivi principali includevano:

la mita: il sistema di lavoro forzato nelle miniere (come quella di Potosí), che decimava la popolazione;

il reparto de mercancías: l’obbligo per gli indigeni di acquistare merci inutili a prezzi gonfiati dai funzionari spagnoli (corregidores);

tasse e dogane: l’aumento dell'alcabala (imposta sulle vendite) che soffocava il commercio locale dei mestizos e dei cacicchi.

L’esito drammatico +

Dopo una serie di vittorie iniziali (come a Sangarará), la mancanza di un attacco decisivo a Cusco e il tradimento interno portarono alla cattura dei leader nell'aprile del 1781. Il 18 maggio 1781, nella Plaza de Armas di Cusco, Micaela Bastidas fu giustiziata insieme al marito e al figlio maggiore dopo aver subito torture atroci. La sua esecuzione, per la sua crudeltà, mirava a estirpare non solo la ribellione, ma l'idea stessa che una donna potesse sfidare la Corona. /

#femminismo_rivoluzionario 



le immagini sono state reperite in rete 


 

scheda a cura di Ferdinando Dubla 

martedì 3 marzo 2026

CONNESSIONE SENTIMENTALE - Lo sguardo di Vittoria - Cuore e soggettività femminile nell’antropologia di Ernesto De Martino e Vittoria De Palma

 

di Ferdinando Dubla - Viviana Tortorici 



https://substack.com/@ferdinandodubla/note/p-189669828?utm_source=notes-share-action&r=6nhcml 


Abstract: “Se De Martino è l'intellettuale che analizza, la sua compagna Vittoria è la "mediatrice" che permette la connessione. De Palma non è solo un'assistente, è lo sguardo che accede al mondo femminile, quello più profondo della subalternità.”

§ In connessione
§ Sapere, comprendere, sentire
§ La categoria filosofica di “destorificazione del negativo” vissuta da Vittoria De Palma.
§ Box Biblio
foto Pinna, Gilardo
[fe.d - vv.torto.] 

Antropologia filosofica -Università della Libera Età, Taranto, corso 2025-2026 



mercoledì 25 febbraio 2026

LA CONTRADDIZIONE NON È UN PRANZO DI GALA


“la contraddizione non è un paradosso”

L'individuo non è un'essenza statica, ma un campo di battaglia di tendenze opposte. Non è un paradosso esistenziale. Affermare che la contraddizione non è un paradosso significa, in ultima analisi, rifiutare il fatalismo. Se tutto è in movimento attraverso la contraddizione, allora nulla è immutabile: né il potere dell'imperialismo, né la subalternità delle masse. Nè la stessa condizione umana, naturalmente. / fe.d.

 

SALUTO A HEGEL : il movimento dialettico è di classe 



In fotocomposizione Mao saluta Hegel 


Sviluppare la ragione dialettica negli studi subalterni significa rifiutare una visione della storia come linea retta o come semplice accumulo di fatti. La "contraddizione", come ha delineato Mao negli scritti del 1937, non è un errore logico (paradosso), ma la condizione ‘necessaria‘ dell'esistenza.

Cfr. Le grotte di Yan’an, http://ferdinandodubla.blogspot.com/2025/09/le-grotte-di-yanan.html

 

Affermare che "la contraddizione non è un paradosso" significa rivendicare la razionalità profonda del reale, sottraendola alla paralisi logica del pensiero formale (borghese).

In questa prospettiva, la contraddizione non è un "vicolo cieco" o un errore di sistema.

 

Piano logico: il superamento dell'identità

Per la logica formale (A = A), la contraddizione è un'impossibilità, un paradosso che annulla il discorso. Per Mao, seguendo la scia di Hegel e Marx, la realtà è invece un'unità di opposti.

• Non è un paradosso perché gli opposti non si annullano, ma si condizionano reciprocamente.

• La contraddizione è la "legge fondamentale" della materia: senza la tensione tra polo positivo e negativo, tra attrazione e repulsione, non ci sarebbe vita né pensiero. In Sulla Contraddizione, Mao chiarisce che l'universalità della contraddizione risiede proprio nella sua ineliminabilità logica.

 

Piano politico: la lotta di classe come necessità

Qui il parallelismo con Gramsci è estremamente interessante. Se la contraddizione fosse un paradosso, la politica sarebbe immobile o puramente accidentale.

• La contraddizione è il motore: nel 1937, a Yen’an, Mao deve gestire la contraddizione tra la lotta di classe (PCC vs KMT) e la lotta nazionale contro l'invasore giapponese.

• Non è un paradosso: egli risolve il problema attraverso la categoria della "contraddizione principale". Individuare quale aspetto della contraddizione sia dominante in un dato momento permette l'azione politica. Non c'è assurdità, c'è strategia. È la "guerra di posizione" che diventa "scienza della prassi".

• Nello scritto Sulla Pratica, Mao spiega che la conoscenza nasce dalla risoluzione delle contraddizioni tra teoria e realtà. Se non ci fosse contraddizione, non ci sarebbe apprendimento, ma solo dogma.

 

"ESISTENZIALISMO" MAOISTA

 

Questa intuizione di Mao del 1937, pur nascendo nel cuore della lotta politica a Yen’an, contiene una portata filosofica che travalica il materialismo dialettico per farsi ontologia ed etica della condizione umana. Se trasliamo il concetto di contraddizione dal piano della materia a quello dell'esistenza, la "vita della cosa" diventa la "vita dell'individuo", e la lotta degli opposti ne diventa il respiro vitale.

Sul piano esistenziale, l'idea che non esista nulla senza contraddizione significa accettare che l'essere umano non è un'entità statica o pacificata, ma un processo incessante. La condizione umana è intrinsecamente contraddittoria: siamo biologia e coscienza, necessità e libertà, passato che vincola e futuro che apre. Se cercassimo di eliminare queste tensioni in favore di una coerenza assoluta e immobile, non otterremmo la perfezione, ma la morte psichica e spirituale. La "vita" del soggetto è determinata proprio dalla capacità di stare in questa tensione senza esserne annientato.

L'approfondimento più fecondo riguarda il superamento del nichilismo. Per il pensiero borghese o esistenzialista classico, la contraddizione tra l'aspirazione umana al senso e l'assurdità del mondo produce spesso paralisi o angoscia. Nella prospettiva maoista applicata all'esistenza, questa stessa contraddizione è invece la prova dell'appartenenza dell'uomo all'universo. Non è un paradosso tragico, ma la molla che spinge l'individuo a trasformarsi.

Qui si innesta il legame con l'autodisciplina cosciente: l'individuo non "subisce" passivamente le proprie contraddizioni interne (desideri egoistici vs. dovere sociale, paura vs. coraggio), ma le riconosce come il motore del proprio sviluppo. La crescita personale non è dunque l'eliminazione dei conflitti interiori, ma la loro risoluzione dinamica attraverso la prassi. Senza questa "lotta degli aspetti contraddittori", il carattere non si tempra e la coscienza non evolve.

In sintesi, la "conoscenza" di cui parla Mao nel 1937 non è solo politica, ma è la consapevolezza che l'identità umana è un equilibrio instabile e potente. Accettare la contraddizione come legge universale significa dare dignità alla fatica dell'esistere, vedendo in ogni conflitto interiore non un ostacolo, ma la condizione stessa per cui esiste, nell'universo, la possibilità di un cambiamento e di un miglioramento.

 

 

SE LA RIVOLUZIONE NON E' UN PRANZO DI GALA

allora

LA CONTRADDIZIONE È UNIVERSALE

 

Per comodità di esposizione tratterò prima del carattere universale della contraddizione e poi del suo carattere particolare. Questo perché per spiegare il carattere universale della contraddizione basteranno poche parole, essendo ormai esso riconosciuto da molti dopo che i grandi fondatori e continuatori del marxismo (Marx, Engels, Lenin e Stalin) hanno esposto la concezione materialista dialettica del mondo e applicato con grande successo la dialettica materialista nell’analisi di molti aspetti della storia dell’umanità e della storia della natura, di molti aspetti della trasformazione della società e della natura (per esempio nell’Unione Sovietica). Il problema del carattere particolare della contraddizione, invece, non è stato ancora compreso da molti compagni, specialmente dai dogmatici. Essi non capiscono che l’universale della contraddizione esiste nel particolare della contraddizione. Essi non comprendono neppure quale enorme importanza, per dirigere il corso della nostra pratica rivoluzionaria, ha lo studio del carattere particolare della contraddizione inerente alle cose concrete che ci troviamo a dover affrontare. Per questo il problema del carattere particolare della contraddizione richiede uno studio particolarmente attento e all’esame di esso deve essere dedicato uno spazio adeguato. Per questo motivo, analizzando la legge della contraddizione inerente alle cose, tratteremo prima il problema dell’universalità della contraddizione, in seguito esamineremo con particolare attenzione la questione del suo carattere particolare, per tornare poi di nuovo al problema dell’universalità.

Il carattere universale o assoluto della contraddizione ha due aspetti: in primo luogo, la contraddizione esiste nel processo di sviluppo di ogni cosa; in secondo luogo, nel processo di sviluppo di ogni cosa un movimento di opposti esiste dall’inizio alla fine del processo.

La contraddizione esiste nel processo di sviluppo di ogni cosa

Engels ha detto: “Lo stesso movimento è una contraddizione” (14) . Lenin ha definito la legge dell’unità degli opposti come “il riconoscimento (la scoperta) di tendenze contraddittorie, opposte, che si escludono reciprocamente, in tutti i fenomeni e processi della natura (mente e società inclusi)” (15) . Sono giuste queste affermazioni? Sì, sono giuste. L’interdipendenza e la lotta degli aspetti contraddittori insiti in una cosa determinano la vita della cosa e determinano il suo sviluppo. Non esistono cose che non contengano contraddizioni; senza contraddizioni, non vi sarebbe l’universo (16) .

La contraddizione è la base delle forme più semplici di movimento (per esempio, del movimento meccanico) e, a maggior ragione, la base delle forme complesse di movimento.

 

14. F. Engels, Anti-Dühring (1878) parte 1, cap. 12, Dialettica. Quantità e qualità, Editori Riuniti, 1971, anche in https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1878/antiduhring/1-4.htm

15. V.I. Lenin, A proposito della dialettica (1915) in Opere, vol. 38, Editori Riuniti, 1969, pag.32

16. Nella versione del testo pubblicata prima della revisione effettuata da Mao Tse-tung in vista della pubblicazione, nel 1951, dello stesso testo nelle Opere scelte , a questo punto vi era il brano seguente:

Perché diciamo che la contraddizione è movimento? Non hanno alcuni contestato questa affermazione di Engels? Ciò è avvenuto perché la teoria della contraddizione elaborata da Marx, Engels e Lenin è diventata la più importante base teorica della rivoluzione proletaria. Questo ha scatenato ogni genere di attacchi da parte dei portavoce della borghesia nel campo della teoria: essi sperano sempre di sbaragliare l’affermazione di Engels ‘la contraddizione è movimento’.

Essi hanno fatto un gran chiasso, ma in sostanza le obiezioni che hanno avanzato sono queste: il movimento delle cose del mondo reale si svolge in istanti diversi del tempo e attraverso posizioni diverse dello spazio; quando una cosa si trova in una data posizione, essa occupa quel punto dello spazio e quando passa in un’altra posizione, essa occupa un altro punto dello spazio. In questo modo il movimento delle cose nel tempo e nello spazio è suddiviso in molti tratti; non c’è alcuna contraddizione in ciò, perché se vi fossero contraddizioni non ci sarebbe movimento.

Lenin ha messo in luce l’assurdità di questo ragionamento. Egli ha osservato infatti che questo ragionamento equivale a negare il movimento, trasformando il movimento continuo in tanti punti del tempo e dello spazio e in tanti stati statici. I sostenitori di questa teoria non tengono conto che quando una cosa occupa una nuova posizione, ciò avviene perché la cosa si è mossa nello spazio da un punto a un altro, ossia in forza del movimento. Senza la contraddizione di ciò che chiamiamo movimento in forza della quale una cosa occupa un punto e nello stesso tempo non occupa un punto dello spazio, senza questa continua e ininterrotta unità, senza l’unità di movimento e di quiete, di azione e inazione, non ci può essere alcun movimento.

Ogni movimento in natura, nella società e nel pensiero è questo movimento dell’unità di opposti.

La contraddizione è senza eccezione la base delle forme semplici di movimento (per esempio, del movimento meccanico analizzato sopra) e anche delle forme complesse di movimento.

C’è un nesso indissolubile tra il processo della vita e l’opposto processo della morte, questo sia nelle varie forme della vita organica sia nella vita di ogni cellula di un organismo. La sostituzione del vecchio col nuovo, la successione di vita e di morte, insomma questo movimento dell’unità di opposti è la condizione necessaria di ogni vita organica e di ogni sviluppo. È impossibile immaginare il fenomeno della vita senza questa contraddizione.

In meccanica, ogni azione è internamente contraddittoria e genera una reazione; senza reazione non si potrebbe immaginare alcuna azione.

In matematica, ogni numero è internamente contraddittorio e può diventare un numero positivo o negativo, un numero intero o un numero frazionario. Positivo e negativo, numero intero e frazione costituiscono il movimento degli opposti in matematica. La legge dell’unità di opposti nelle dissociazioni e nelle combinazioni chimiche costituisce il movimento senza limiti delle trasformazioni chimiche: senza queste contraddizioni non potrebbero esistere fenomeni chimici.

Nella vita sociale ogni fenomeno contiene contraddizioni di classe. La compravendita di forza-lavoro, l’organizzazione dello Stato e il contenuto di una teoria filosofica contengono tutti contraddizioni di classe. La legge fondamentale della società divisa in classi è la lotta di classe.

Cfr. Mao Tse Tung, Sulla contraddizione (agosto 1937), in Opere, vol.5, Edizioni Rapporti Sociali, 1991-1994, pp.216-217. 

 

Leggi tutto il saggio Sulla contraddizione di Mao qui https://www.nuovopci.it/arcspip/articlebec8.html 



fotocomposizione: in senso orario Confucio, Lao Tse e Mao Zedong 


L'ASCENDENTE TAOISTA

Più leggi e decreti si promulgano, più vi saranno ladri e briganti. Perciò il Santo dice: io non agisco e il popolo si trasforma da sé; io amo la quiete e il popolo si corregge da sé; io non mi do da fare e il popolo arricchisce da sé."

Lao Tse, Tao Te Ching - cap.57

"In determinate condizioni, ogni aspetto di una contraddizione si trasforma nel suo opposto in seguito alla lotta contro di esso. [...] Il vecchio filosofo cinese Lao Tse ha detto: 'La fortuna si appoggia sulla sfortuna e nella sfortuna si nasconde la fortuna'."

Mao, Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo, 27 febbraio 1957 alla XI sessione (allargata) della Conferenza suprema di Stato.

La frase citata da Mao proviene dal Capitolo 58 del Tao Te Ching. La traduzione letterale è dal cinese classico (Huo xi fu zhi suo yi, fu xi huo zhi suo fu).

La citazione di Lao Tse di Mao completa è: dobbiamo imparare a esaminare i problemi sotto tutti gli aspetti, a non vedere solo il dritto della medaglia, ma anche il suo rovescio. In determinate condizioni una cosa cattiva può portare a buoni risultati e, a sua volta, una cosa buona può portare a cattivi risultati. Più di duemila anni fa Lao Tzu diceva: “La fortuna si appoggia sulla sfortuna e nella sfortuna si nasconde la fortuna”. I giapponesi giudicarono una vittoria la conquista della Cina e la perdita di vasti territori fu considerata dai cinesi una sconfitta: ma la sconfitta della Cina portava in sé il germe della sua vittoria e la vittoria del Giappone conteneva in sé la sua sconfitta. Forse che ciò non è stato confermato dalla storia?, cfr. Mao - Opere, cit,. vol. 14, pag. 122

 

Mao non cita Lao Tse per misticismo, ma per dare una veste filosofica alla legge della "trasformazione degli opposti".

- La sfortuna rappresenta la condizione materiale data, l'ostacolo, la finitezza o la sconfitta temporanea.

- La fortuna (tempo/sviluppo) rappresenta il potenziale di superamento, la vittoria che nasce dalla corretta gestione della crisi.

Mentre il confucianesimo forniva l'alibi morale alla sclerosi burocratica, Mao attinge alla linfa vitale del taoismo per restituire al marxismo tutta la sua carica eversiva. La dialettica non è più una formula astratta, ma la comprensione che la forza motrice della storia risiede nella lotta degli opposti. Solo attraverso l'inchiesta sul campo — ovvero il contatto diretto tra la teoria e la prassi rivoluzionaria — il comunista può agire in armonia con la necessità storica, trasformando la subalternità in potere popolare.

Mao combatte il confucianesimo perché esso rappresenta la cristallizzazione gerarchica, il culto dell'autorità e la conservazione dello status quo. In termini gramsciani, il confucianesimo è stato per millenni l'apparato egemonico della classe dei letterati e dei proprietari terrieri: una "rivoluzione passiva" permanente che neutralizzava il conflitto in nome di un'armonia artificiale e oppressiva.

Al contrario, il taoismo offre a Mao la base per una visione materialistica dialettica che non ha timore del conflitto. Mentre il confuciano cerca l'ordine nell'obbedienza, il taoista vede l'ordine come un equilibrio dinamico tra forze in lotta.

• La contraddizione principale: se il Tao è il divenire incessante di Yin e Yang, la prassi rivoluzionaria è l'individuazione della contraddizione principale che muove quel divenire nel corpo sociale.

• Lotta di classe come Tao: la lotta di classe non è un "errore" da correggere (visione confuciana/liberale), ma la legge fondamentale dello sviluppo storico.

Il nesso maoismo-taoismo si fa metodo di ricerca teorica e comprensione storica insieme. Il rifiuto maoista del dogmatismo (il "libro-centrismo" dei quadri istruiti a Mosca) si accorda con il pragmatismo taoista.

Allora l'inchiesta sul campo sarà la premessa: non è semplice raccolta di dati (empirismo volgare), ma è l'ascolto del "fluire" della lotta di classe in una data realtà.

• “Come l'acqua si adatta alla forma del vaso“ (Tao), così la teoria marxista deve adattarsi alle peculiarità storiche (la "sinizzazione"). Non si può applicare uno schema precostituito: bisogna "immergersi" nel conflitto per rilevarne la direzione.

 

Scheda a cura di Ferdinando Dubla

 

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MAOISMO CRITICO

http://lavoropolitico.it/maoismo_critico.htm


 



venerdì 13 febbraio 2026

QUELLA STELLA DELLA CINA CHE BRILLA NEL CIELO (2a parte)

 

IL CUORE DEL POTERE (3)



Jiang Quing e Mao Ze Dong a Yenan, 1936 


Cimentarsi con la figura di Jiang Qing significa confrontarsi con l’essenza stessa della Cina maoista. La parabola politica di colei che nel 1938 divenne la compagna di Mao Zedong nella roccaforte di Yan’an, va sottratta all'aneddotica per essere analizzata in termini rigorosamente storici.

In Occidente, la comprensione della sua figura è stata spesso distorta dal successo editoriale delle opere di Anchee Min: Red Azalea (1994) e Becoming Madame Mao (2000). Attraverso la decostruzione di questi testi, condotta secondo il canone degli studi subalterni, ci proponiamo di profilare una figura centrale: Jiang Qing non come l'emblema di un passato interrotto, ma come un tassello imprescindibile di quella «rivoluzione di lunga durata» che ha posto le basi per la Cina contemporanea.

Rifiutando le letture caricaturali che vedono nella Cina attuale un "tradimento revisionista", il nostro studio si muove nel solco della continuità: la Cina di oggi, protagonista dell'egemonia mondiale del socialismo dalle caratteristiche cinesi, non esisterebbe senza la titanica costruzione maoista (1921-1976). Decostruire la narrazione di Jiang Qing oggi significa dunque comprendere le radici profonde della potenza cinese attuale, oltre i miti e le demonizzazioni della "letteratura della diaspora".

 

Il link dall’Archivio de Il Manifesto: l’articolo di Alessandra Spalletta del 23/02/2017 da cui muove la nostra analisi sulla figura di Jiang Quing (link https://ilmanifesto.it/la-gru-delle-nevi-diventata-madame-mao )

 

La «Gru delle Nevi» diventata «Madame Mao»

 

Figura tragica e capro espiatorio: la storia della vita di Jiang Qing, quarta moglie del Grande Timoniere morta con l’infamia di «demonio dalle bianche ossa».

 

 

Shanghai 1935. Al Jincheng Theatre va in scena il testo di Ibsen «Casa di Bambola» con la regia di Zhang Ming. In città non si parla d’altro. Nella storia del teatro cinese quello fu poi ricordato come l’«anno di Nora», a testimoniare l’acceso dibattito sul femminismo suscitato da quell’opera.

Nel ruolo della protagonista è stata scelta Lan Ping («Mela Azzurra»), pseudonimo di Li Shumeng, bellissima ventunenne originaria di una piccola città dello Shandong. In fuga dalla Cina feudale, è approdata nella grande metropoli delle concessioni straniere: la «Parigi d’Oriente», meta di avventurieri, miliardari, intellettuali, artisti.

Eppure, al fascino di un luogo alla moda, con una forte industria cinematografica, si mescolano la miseria e lo squallore di una città decadente. La Shanghai degli anni Trenta non è solo glamour: il Paese è scosso dalla guerra civile, il governo nazionalista è corrotto. Proprio da qui, tre anni prima, i comunisti sono fuggiti, braccati dalla polizia di Chiang Kai-shek, per rifugiarsi nelle basi rosse rivoluzionarie nello Jiangxi, da dove è partita la Lunga Marcia.

E così, mentre Shanghai celebra «l’anno di Nora», altrove nella provincia del Guizhou, la conferenza di Zunyi elegge Mao presidente del Partito Comunista Cinese (PCC). «Voglio scoprire chi ha ragione, io o la società», Nora dice a Helmer. L’applauso del pubblico rende Lan Ping tronfia di un successo a lungo atteso. Ha sempre sognato di essere Nora. Un giorno diventerà Madame Mao, la prima attrice della grande tragedia rivoluzionaria. Il capro espiatorio delle colpe del suo quarto marito.  Yan’an, luglio 1937. Lan Ping arriva in questo paesino dello Sha’anxi scavato nella roccia, tra le colline della Cina centro-settentrionale, punto di arrivo della Lunga Marcia e scelto dal PCC come roccaforte.

A Shanghai è iniziata l’occupazione giapponese, e per gli artisti è la vigilia di un’epoca buia: a molti non resta che darsi alla fuga. La guerra civile conoscerà una breve, seppur fragile, tregua in cui PCC e Guomindang si uniranno per respingere l’invasore e liberare infine il Paese, nel 1945. Lan Ping in quegli anni si era avvicinata al marxismo e decide di entrare nella scuola del Partito.

Vuole cominciare una vita nuova. Mentre dal finestrino del treno vede scorrere la campagna dove qualche anno prima 3mila persone sono morte di fame, deve aver rivolto lo sguardo al suo passato. Da piccola nessuno a casa la chiamava per nome, l’identità delle bambine cinesi veniva definita in virtù delle relazioni familiari.

Sua madre, una concubina, a un certo punto è scomparsa. Il nonno le ha dato il nome di Yunhe («Gru delle Nubi») e l’ha introdotta alla letteratura e all’opera classica. «Sei un pavone in un pollaio» le diceva, e quella era la prima volta che imparava a sognare. Presto sono cresciuti in lei sentimenti di ambizione e sete di potere. A sedici anni il primo divorzio dal primo marito, sposato per denaro, e il trasferimento a Qingdao, dove ha studiato alla scuola di teatro e incontrato il primo grande amore, Yu Qiwei, leader comunista, il primo cenno di un destino che s’intreccia con la storia del Partito.

Se Yu incarnava l’anima della Cina, lei era il suo discepolo. Uno schema che si ripeterà all’epoca della rivoluzione culturale, quando vorrà essere definita come la più fedele interprete e portavoce del pensiero di Mao. Dopo un divorzio drammatico in anni di tensioni politiche, la fuga a Shanghai. Qui è diventata un’attrice affermata, ma non una diva: è attratta dalla cinematografia di denuncia sociale, e ha sposato il critico teatrale Tang Nah, dal quale ha poco dopo divorziato per incompatibilità caratteriale. Lan Ping è un’attrice patriota, impegnata nella diffusione del pensiero marxista.

Nel 1937, Mao Zedong, 44 anni, vive in una casa scavata nella pietra, la tipica yaodong, venerato come un Buddha dai fedeli soldati dell’Armata Rossa, i reduci della Lunga Marcia: dei centomila che in un anno hanno percorso oltre diecimila chilometri, ne sono arrivati quattromila.

Disteso sul kang (giaciglio di mattoni o di argilla), Mao, il genio della guerriglia, passa il tempo a scrivere trattati di guerra e a comporre poesie. Nella sua grotta, il Grande Timoniere elabora il pensiero che guiderà la Cina fino alla sua morte, nel 1976. Un giorno Kang Sheng, stretto collaboratore di Mao, accompagna l’attrice venuta da Shanghai nella grotta del leader.

I due iniziano a frequentarsi, e poco dopo decidono di sposarsi. Da ora in poi si chiamerà Jiang Qing, ma la strada è tutta in salita. Convive con il fantasma di He Zizhen, la terza moglie di Mao, l’eroina della Lunga Marcia, spedita a Mosca a curarsi.

Jiang Qing ambisce a un ruolo: vuole essere moglie, non amante, e punta a una posizione dirigenziale. Ma l’attrice non è amata dai dirigenti del Partito, che vedono in lei un’usurpatrice dal passato fosco, infilatasi nel letto di Mao in assenza della moglie lontana. Anche il popolo di Yan’an non la giudica con benevolenza, così distante dall’integrità morale delle precedenti consorti: prima di He, Yang Kaihui, la seconda sposa, catturata e giustiziata dal Guomindang.

La drammaturgia degli anni ’80 esalterà lo spirito di sacrificio delle prime mogli di Mao, un’operazione finalizzata alla canonizzazione di Jiang Qing come icona suprema di dissolutezza. Il partito acconsente infine al matrimonio ma impone come condizione l’esclusione di Madame Mao dalle riunioni del Politburo e dalla vita pubblica. Fino all’inizio degli anni ’60, sarà tenuta nell’ombra.

Da Yan’an i comunisti partono per la conquista del Paese. La lunga marcia verso il potere si conclude nel 1949 con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese e la fuga dei nazionalisti a Taiwan.

Ormai onnipotente, il presidente Mao (Mao Zhuxi) si trasferisce a Pechino. Continua a dormire sul kang e a usare la sedia di vimini, ma è incline alla lussuria. Ogni giorno Kang Sheng gli porta una giovane fanciulla per soddisfarlo. Jiang Qing cade in depressione. Sono finiti i tempi in cui la rivoluzione era una cosa bella, e loro due erano una coppia innamorata.
Voleva essere l’imperatrice, è diventata una concubina, come la madre dimenticata. Quel ruolo arriva solo dopo il disastroso Grande Balzo in Avanti, quando il consenso di Mao si indebolisce.

Mao lancia il Movimento di educazione socialista, affidando il compito di riformare l’opera di Pechino a Jiang Qing, la quale produce le otto opere modello che domineranno la scena teatrale di quegli anni, e rimodella in seguito anche il cinema.

Si getta nella vita politica nel 1966, quando Mao lancia la Rivoluzione Culturale per sconfiggere i veterani che si oppongono alla sua politica, e dai quali si sente messo da parte. Per farlo si serve della moglie.

Tra le prime vittime, Liu Shaoqi, accusato di «seguire la via capitalistica»: violentemente epurato, muore in prigione nel 1969. Jiang si allea con Lin Biao e assume il comando del Gruppo della Rivoluzione, insieme a Chen Boda. Imbruttita, in divisa militare, compare davanti alle masse, organizza le Guardie Rosse.

Dietro di lei, Mao orchestra. Non ha scrupoli nell’usare il suo potere per vendicarsi di chi in passato l’ha disprezzata, come alcuni esponenti culturali della Shanghai di un tempo. Una crudeltà che non lascia scampo neanche alla moglie di Liu Shaoqi, Wang Guangmei, di cui è invidiosa perché per molti anni è stata l’unica first lady ad apparire in pubblico.

Nel 1966 la espone all’oltraggio delle Guardie Rosse facendola girare con una collana di palline di ping pong appesa al collo, in disprezzo della sua collana di perle. Alla fine dei «dieci anni di calamità», Jiang Qing guadagna ancora più potere ponendosi al comando di quella che Mao ha soprannominato la «Banda dei quattro», gli esponenti della fazione radicale (insieme a lei, Zhang Chunqiao, Yao Wenyuan, Wang Hongwen). Cioè gli unici impostori che dopo la morte di Mao nel 1976, il nuovo potere targato Deng Xiaoping, che offusca l’erede designato Hu Yaobang, mette sotto processo.

La condanna del 1981 alla pena di morte con sospensione verrà poi tramutata in ergastolo. Madame Mao non ha mai temuto di pagare per gli eccessi rivoluzionari, si è sentita protetta dal marito fino alla fine. Durante il processo, sfida i giudici «revisionisti». Mao le aveva predetto che dopo la sua morte la destra l’avrebbe annientata.

Durante il processo, alla sua biografa Roxane Witke sussurra che la nuova linea politica ha bisogno di un capro espiatorio. La compagna Jiang diventa l’acerrima nemica del popolo. Nel maggio del 1991, scarcerata per motivi di salute,  il «demonio dalle bianche ossa» si uccide appendendosi a una corda. Resta ancora oggi una delle figure più controverse della storia cinese.

Fu per alcuni stupida, per altri vittima, per pochi coraggiosa.

 

 

 

«Bombardare il quartier generale»: Kuai Dafu e l'etica del “ribellarsi è giusto”

 

 

Sostenuto da Jiang Qing, Kuai divenne il volto della mobilitazione studentesca contro il "quartier generale revisionista". La sua figura incarna la fase di massima spinta dal basso della rivoluzione di lunga durata, prima della successiva normalizzazione operata dalle squadre operai-contadine.

Tutto ha inizio nel giugno del 1966 a Pechino, quando un giovane studente di chimica decide di sfidare apertamente le squadre di lavoro inviate dai vertici del Partito per calmare le acque nelle università. Quel giovane è Kuai Dafu e la sua resistenza solitaria attira subito l’attenzione di Mao Zedong e di sua moglie Jiang Qing, che vedono in lui un’avanguardia entusiasta per scardinare le vecchie burocrazie. In pochi mesi Kuai passa dall’essere un ‘ribelle’ sorvegliato dalla polizia a diventare il comandante del “Gruppo dei Monti Jinggangshan“, guidando migliaia di Guardie Rosse nel cuore della capitale. La foto lo ritrae proprio in quel momento di massima espansione, quando il motto "ribellarsi è giusto" sembrava poter ridisegnare ogni gerarchia sociale e politica. Fu lui a organizzare le clamorose sessioni di critica pubblica contro i dirigenti ritenuti distanti dalle masse, trasformando il campus della Tsinghua nel centro del mondo rivoluzionario. La sua parabola storica resta una delle più intense di quel periodo, segnata dal passaggio bruciante dalla protezione dei massimi leader alla successiva emarginazione quando il Paese dovette ritrovare la stabilità produttiva. Ricordare oggi Kuai Dafu significa immergersi in quella fase in cui la politica cinese uscì dai palazzi per farsi strada nelle piazze e nelle aule universitarie attraverso la voce di una generazione che credeva di poter bombardare il quartier generale per l’”assalto al cielo”. 



in foto Kuai Dafu, leader della fazione radicale dell'Università Tsinghua, arringa le masse durante una sessione di lotta nel 1967 



La "Corrente avversa di febbraio"

 

L'episodio del 18 febbraio 1967 è passato alla storia come la "Corrente avversa di febbraio" (Er-yue ni-liu). Rappresenta uno dei momenti di massima tensione drammatica e politica della Rivoluzione Culturale, poiché segna lo scontro frontale e definitivo tra la Commissione Militare e i veterani del Partito da una parte, e il Gruppo per la Rivoluzione Culturale (GRC) guidato da Jiang Qing dall'altra.

 

Nel febbraio del 1967, la Cina era nel pieno del "Vento di Shanghai" e della destituzione dei quadri locali. La vecchia guardia, guidata da marescialli come Tan Zhenlin, Chen Yi e Xu Xiangqian, era allarmata dal collasso dell'ordine e dagli attacchi delle Guardie Rosse contro i veterani. In varie riunioni a Zhongnanhai, questi leader esplosero in una protesta veemente, accusando Jiang Qing e i suoi collaboratori di voler distruggere il Partito e l'Esercito.

 

Anchee Min (Il pavone rosso, cit., pag.241-243) individua correttamente in questo passaggio il consolidamento del potere di Jiang Qing. Quando Mao decise di schierarsi apertamente contro i veterani (definendo la loro protesta, appunto, una "corrente avversa"), fornì al Gruppo per la Rivoluzione Culturale un'investitura totale:

 

Mao chiarì che attaccare Jiang Qing e Chen Boda significava attaccare la sua stessa linea politica. Da quel momento, il GRC divenne l'organo esecutivo supremo, svuotando di fatto il Politburo. Il sostegno di Mao a Jiang Qing fu blindato dall'appoggio di Lin Biao e dell'Esercito Popolare di Liberazione. Questo binomio (ideologia culturale e forza militare) divenne il perno del governo cinese per gli anni successivi.

Dopo questo scontro, i leader della "vecchia guardia" furono messi da parte, isolati o costretti all'autocritica, lasciando il campo libero alla radicalizzazione guidata da Jiang Qing.

È qui che nasce la "linea di massa" e si definisce il ruolo del Partito come avanguardia che impara dal popolo per poi dirigerlo. Mentre la letteratura della diaspora si concentra sulle privazioni di questi anni, la nostra analisi sottolinea come questa stabilità dottrinale e questa vicinanza fisica tra leader e popolo abbiano gettato le basi per la legittimità storica del socialismo dalle caratteristiche cinesi.



Yu Huiyong (1935-1977): l'architetto sonoro della Rivoluzione Culturale

Compositore d'avanguardia e Ministro della Cultura, Yu Huiyong fu l'uomo che tradusse in musica l'ideale estetico di Jiang Qing. La sua tragica fine e la sua collaborazione con il Gruppo della Rivoluzione Culturale sono state spesso rilette dalla narrativa contemporanea (come in Anchee Min) attraverso la lente del melodramma sentimentale. Tuttavia, Yu Huiyong resta il simbolo di un tentativo titanico di creare un'arte proletaria di eccellenza tecnica, capace di sfidare i canoni occidentali e feudali. 



in foto Jiang Qing e il compositore Yu Huiyong in visita a Dazhai (metà anni '70)


Lungi dall'essere la trama di un melodramma sentimentale come ipotizzato dalla narrativa di Anchee Min, questo scatto documenta il legame tra i vertici del Gruppo per la Rivoluzione Culturale e la realtà produttiva del Paese. Yu Huiyong, qui nel suo ruolo di Ministro della Cultura e geniale innovatore dell'Opera di Pechino, accompagna Jiang Qing nel luogo simbolo della resistenza contadina. L’immagine dunque rappresenta l'unione tra l'avanguardia intellettuale di Shanghai e la base rurale: un tentativo di “sintesi egemonica“ volto a costruire un'estetica nazionale che fosse, allo stesso tempo, tecnicamente raffinata e profondamente popolare. Decostruire il mito della "passione proibita" significa restituire a queste figure la loro reale dimensione di quadri dirigenti impegnati nella “rivoluzione di lunga durata”.



Oltre ai “romanzi” di successo di Anchee Min, c’è un testo da decostruire ed è quello di Ross Terrill, “Madame Mao: The White Boned Demon” (originariamente pubblicato come “The White-Boned Demon: A Biography of Madame Mao“), 1984 (con una versione pesantemente rivista e ampliata nel 1992/1994, pubblicata da Simon & Schuster e successivamente da Stanford University Press).

Nonostante l'importanza del testo, non è mai stato tradotto in italiano. Ross Terrill è un autorevole sinologo australiano-americano che ha insegnato ad Harvard e ha scritto anche una celebre biografia di Mao Zedong.

Terrill esplora la tesi secondo cui Jiang Qing sia stata guidata da un senso di rivalsa contro le ingiustizie subite in gioventù e da una perenne ricerca di palcoscenico, prima come attrice a Shanghai e poi come "attrice politica" nella Rivoluzione Culturale. Il titolo stesso, "Il demone dalle bianche ossa" (The White Boned Demon), riprende l'epiteto spregiativo con cui fu bollata dopo la caduta, un riferimento a un mostro mutaforma dell'opera classica “Il viaggio in Occidente”.

 

 

(continua)

 

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