IL
MARGINE E I SUBALTERNI
Etnocentrismo
critico e umanesimo etnografico in Ernesto de Martino e bell hooks
di Ferdinando Dubla e
Viviana Tortorici
Lunedì 30 marzo 2026
Università della Libera Età di Taranto
corso di Antropologia
filosofica - lezione 11
È
anzitutto evidente che nella misura in cui queste masse premono per entrare
nella storia, nella misura in cui vi entrano di fatto, nella misura in cui
cessano di essere «masse» da padroneggiare, la cultura tradizionale non può più
contentarsi di una semplice scienza naturale del mondo popolare e della sua
cultura. Queste masse, irrompendo nella storia, portano con sé le loro
abitudini culturali, il loro modo di contrapporsi al mondo, la loro ingenua
fede millenaristica e il loro mitologismo, e persino certi atteggiamenti
magici.
Ernesto de Martino, Intorno a una storia del mondo popolare
subalterno, Società, anno V, n. 3,
settembre 1949
Irruzione
nella storia
41 anni dopo, bell
hooks, nel 1990, pubblica negli USA la sua riflessione sul margine. È un
contesto post-coloniale e post-segregazionista, dove il "margine" non
è più un luogo da cui fuggire, ma una postazione politica da rivendicare.
- bell hooks, Yearning: Race, Gender, and Cultural
Politics, South End Press (Boston, MA), 1990 - Il saggio Choosing
the Margin as a Space of Radical Openness (tradotto in Italia come Elogio del margine, Tamu, 2020) è il
capitolo 15 di questo volume (pp. 145-153 nell'edizione originale).
Chi
è bell hooks
bell hooks (1952–2021)
è stata una delle più importanti teoriche femministe, scrittrici e attiviste
statunitensi. Il suo lavoro si concentra su temi come razzismo, sessismo,
classe sociale e rappresentazione culturale, mettendo in luce come queste forme
di oppressione siano intrecciate tra loro. Nei suoi testi, il margine diventa
non solo luogo di esclusione, ma anche spazio di resistenza, consapevolezza e
produzione teorica.
Il nome “bell hooks” è
uno pseudonimo ispirato alla sua bisnonna e scritto in minuscolo per una scelta
politica: mettere al centro le idee, non la persona. Inoltre, afferma una
genealogia matrilineare.
Nel testo Elogio del margine, bell hooks elabora
una teoria del margine dove emergono alcuni concetti chiave — come lo sguardo
oppositivo, la critica all’universalismo e la centralità dell’esperienza
vissuta — che permettono di articolare il legame con l'etnocentrismo critico,
la subalternità e l'intersezionalità.
⁃ Uno degli elementi
fondamentali è la critica all’universalismo occidentale. hooks mostra come il
soggetto “universale” della teoria femminista dominante sia spesso
implicitamente bianco, borghese e occidentale. Questo si collega direttamente
all’etnocentrismo: il centro si presenta come neutro e universale, mentre in
realtà è situato e parziale.
⁃ L’etnocentrismo
critico, in questa prospettiva, diventa la pratica di smascheramento di questa
falsa universalità.
⁃ hooks invita a
riconoscere che ogni sapere è situato e che le prospettive marginali non sono
deviazioni, ma punti di osservazione privilegiati per comprendere i meccanismi
del potere.
Oppositional
gaze e agency
Un concetto chiave che
rafforza questa posizione è quello di “sguardo oppositivo” (oppositional gaze). hooks descrive come
i soggetti marginalizzati sviluppino una capacità critica di leggere e
decostruire le rappresentazioni dominanti. Questo sguardo non è solo difensivo,
ma produttivo: consente di reinterpretare la realtà e di resistere
simbolicamente alla cultura egemonica. In relazione alla subalternità, questo
implica che i soggetti subalterni non sono privi di voce in senso assoluto, ma
sviluppano forme alternative di espressione e lettura del mondo, anche quando
sono esclusi dai canali ufficiali. hooks inoltre introduce una dimensione
fondamentale: quella della agency.
A differenza di alcune
interpretazioni più rigide del concetto di subalterno (subalterno=passività) la
sua prospettiva insiste sulla capacità dei soggetti marginalizzati di produrre
cultura, teoria e resistenza. Il margine è uno spazio ambivalente: è imposto
dal potere, ma può essere riappropriato. Questa riappropriazione è un atto
politico che trasforma la marginalità in luogo di enunciazione. E di
rivoluzione, soprattutto ‘rivoluzione culturale’.
Io
sono nel margine. Faccio una distinzione precisa tra marginalità imposta da
strutture oppressive e marginalità eletta a luogo di resistenza– spazio di
possibilità e apertura radicale. Questo luogo di resistenza è permanentemente
caratterizzato da quella cultura segregata di opposizione che è la nostra
risposta critica al dominio.
Pagina 115, Elogio del margine
Il 'mondo popolare
subalterno' di de Martino e il 'margine' di bell hooks sono lo stesso luogo
geografico e mentale: se la storia è 'integrale opera dell'uomo', allora la
rivoluzione è l'atto con cui il margine si riappropria del proprio diritto di
progettare l’intersezionalità di classe, genere e razza con un’irruzione nella
storia della periferia sfidando il centro che gerarchizza i livelli del potere
egemonico (struttura e sovrastruttura in Gramsci e de Martino) in una nuova
soggettività controegemonica, in cui l’ineguaglianza di classe si trova in
linea orizzontale con la ‘differenziazione’ subalterna di genere e la
‘razzializzazione’.
L'irruzione della
periferia nel centro non mira a "diventare il centro", ma a
distruggere la logica stessa della gerarchia egemonica.
L’umanesimo etnografico
di De Martino si nutre oggi dell’elogio del ‘margine’ di bell hooks, il riconoscimento cioè che la classe, il
genere e la razza sono i territori di un'unica, vasta battaglia per il diritto
all'”esser-ci”, per il superamento della’ crisi della presenza’ dai margini stessi
della storia per l’irruzione nella storia, per superare il ‘centro’ dell’etnòs,
l’etnocentrismo e il suo sguardo coloniale, per la fondazione di un nuovo
centro, critico perchè dei margini dei subalterni del mondo, etnocentrismo
critico.
La controcondotta egemonica dal margine dei
subalterni
Il nuovo discorso
critico si configura come un'etica e una politica dello sguardo globale, capace
di decodificare i meccanismi del dominio attraverso una lente intersezionale e
multidisciplinare. Questo sguardo non è neutro, ma parziale e situato: nasce
dall'esperienza vissuta della classe (un nuovo umanesimo) e dalle sue
determinazioni materiali.
Mentre le classi
dominanti occupano il "centro" trasformandolo in uno spazio di
disciplinamento e autoaffermazione, le classi subalterne abitano il
"margine" e la "periferia". È proprio in questo spazio
marginale che si innescano i processi di soggettivizzazione e di conflitto.
Qui, la subalternità (spesso "doppia", incrociando classe e genere, e
tripla con la razza) cessa di essere solo oggetto di dominio per farsi soggetto
resistente. Attraverso la produzione di una propria storia organica e
l'esercizio di contro-condotte, il posizionamento marginale si trasforma in una
forza politica collettiva e autonoma. La lotta per l'egemonia coincide dunque
con la rottura della marginalità isolata, pur conservando lo sguardo critico e
autonomo maturato "fuori" dal “centro”.
Il
tema dell’intersezionalità e l’etnocentrismo critico
viene ulteriormente
approfondito attraverso la critica alla frammentazione delle lotte. hooks
evidenzia come i movimenti femministi e antirazzisti abbiano spesso ignorato le
interconnessioni tra le diverse forme di oppressione. In questo senso, il suo
pensiero dialoga con quello di Kimberlé Crenshaw, pur sviluppandosi in modo
autonomo. Il concetto di intersezionalità è stato infatti introdotto da
Kimberlé Crenshaw nel 1989, in un saggio
giuridico diventato poi il manifesto del femminismo nero contemporaneo:
Demarginalizing the
Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination
Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics, in «University of Chicago Legal Forum», Vol. 1989,
Issue 1, Article 8. La Crenshaw lo svilupperà anche come
“linguaggio del dominio” (“hate speech”).
hooks sottolinea che
genere, razza e classe non sono semplicemente categorie che si sommano, ma
strutture che si co-costituiscono. L’esperienza del margine è quindi sempre
intersezionale: non esiste una marginalità “pura”.
Questo contrasta con
l’astrazione universalizzante tipica del pensiero dominante e rafforza il
legame con l’etnocentrismo critico: riconoscere il proprio posizionamento
significa anche riconoscere i propri limiti e i propri privilegi.
Se consideriamo il
margine solo come un segno che esprime disperazione, veniamo penetrati
distruttivamente da uno scetticismo assoluto. Ed è proprio lì, in quello spazio
di disperazione collettiva, che la nostra creatività e la nostra immaginazione
sono in pericolo, che la nostra mente viene colonizzata, che si desidera la
libertà come fosse un bene perduto.
Pagina 111, Elogio del margine
Il margine diventa uno
spazio dinamico di produzione di sapere, resistenza e ridefinizione
identitaria, da cui è possibile mettere in crisi il centro e immaginare nuove
forme di convivenza sociale e politica
- Per Ernesto de
Martino l'irruzione delle masse dal ‘margine’ al centro’ è la "produzione
di una propria storia". Il "vissuto umano della classe" è
l'erede diretto dell'umanesimo etnografico demartiniano. Non si tratta più di
guardare al subalterno come "oggetto di natura" (naturalismo), ma
restituirgli la dignità di costruttore integrale della realtà storica.
• Come per hooks, il
margine non è solo il luogo della privazione, ma il sito della resistenza.
• “Doppia
subalternità”: il nesso classe-genere è il cuore dell'intersezionalità della
hooks. La "forza politica autonoma" nasce proprio quando il
subalterno smette di guardare al “centro” come unico modello di emancipazione e
inizia a valorizzare la propria prospettiva "periferica".
• Soggettività antagonista: la
"scelta" di abitare il margine di cui parla hooks è descritta come la
capacità di produrre una rappresentazione autonoma dei rapporti di forza,
rompendo la mediazione culturale del dominio.
La rivoluzione nel
margine è l'atto con cui si ricompone la frammentazione imposta dal dominio.
Classe, genere e razza
non sono livelli separati, ma linee orizzontali di un'unica lotta. Il
"riscatto" si attua qui: nella capacità di progettare una storia che
non gerarchizza le oppressioni, ma le trascende in una nuova unità politica.
La vera
soggettivizzazione antagonista è il subalterno che decide di fare della propria
periferia il cuore di una nuova visione del mondo.
Writing
in the dark
Per bell hooks,
"scrivere al buio" significa produrre teoria e narrazione partendo da
una condizione di oscuramento imposta dal potere egemonico: è la condizione di
chi abita il margine, dove le luci del "centro" (la cultura
ufficiale, l'accademia, i media) non arrivano o arrivano solo per distorcere la
realtà. Dunque “scrivere al buio” significa dar voce a ciò che è stato reso
muto. È l'atto di tracciare segni in uno spazio dove il potere ha decretato che
non debba esserci storia.
C'è un'affinità
profonda tra la "scrittura al buio" e l'umanesimo etnografico: se il
subalterno di de Martino vive una "storia muta" schiacciata
dall'angoscia di una presenza che ‘dilegua’, la “scrittura al buio” è lo strumento per affermare la
‘presenza’. Sofferenza e dolore
individuali diventano forza collettiva.
⁃ Come il rito
demartiniano permette di "abitare il mondo" nonostante la crisi, così
la “scrittura al buio” permette alla soggettività marginalizzata (di classe,
genere e razza) di progettare la propria presenza laddove l'egemonia vede solo
assenza o barbarie.
⁃ La 'scrittura al buio'
è la risposta politica alla 'storia muta' demartiniana. Se il subalterno è
stato privato della luce del riconoscimento, egli impara a vedere e a scrivere
nell'oscurità del margine.
Questa scrittura non è
solo un diario del dolore, ma la progettazione <intersezionale> di una
nuova soggettività che, proprio perché abita l'ombra, vede le crepe del potere
egemonico molto meglio di chi sta alla luce del “centro”.
Uno dei nodi
dell’etnocentrismo critico di de Martino consiste, a nostro modo di vedere, in
questo: piuttosto che ribadire un primato della cultura occidentale, pur
assumendo uno sguardo ‘alieno’ per la descrizione ma anche la ‘comprensione’
delle altre culture, ci sembra, vista la sua opposizione anche al ‘relativismo
culturale’, che vi sia un ‘azzeramento’ funzionale all’emergere delle culture
subalterne. È l’antropologo e filosofo che inevitabilmente legge le culture
‘altre’ (nel momento in cui non solo descrive, ma, appunto, ‘sente’ e
‘comprende’). E che in definitiva il vaglio critico dell’etnocentrismo sia la
filosofia e l’utilizzo di categorie filosofiche per l’interpretazione e non il
giudizio.
L’umanesimo
etnografico si pone dunque come base fondante dell’etnocentrismo critico.
⁃ Senza questa base
fondante, l'etnocentrismo critico sarebbe solo un esercizio logico. È la
tensione umanistica a spingere l'intellettuale verso il margine, per ritrovare
in quella periferia i frammenti di un'”umanità integrale” che il “centro” ha
rimosso.
È l’incontro tra la
‘sospensione del giudizio’ del ricercatore e la rivendicazione del ‘marginale’
che crea la vera soggettività controegemonica.
È l’incontro tra il
'mondo popolare subalterno' di de Martino e il 'margine' di bell hooks, così
come delle categorie concettuali di Gramsci e i Subaltern studies di Ranajit
Guha. Oggi.
Nota
biblio
Ferdinando Dubla (a
cura di), Subaltern studies Italia 1 - Saggi su Guha, Gramsci, de Martino e i
margini della storia, ed. Barbieri, 2024
Viviana Tortorici, Genere e città: percorsi femministi per lo
spazio urbano, Università degli Studi di Bari Aldo Moro, Anno accademico
2024/2025, Relatrice: Laura Mitarotondo
Ernesto de Martino,
Il
mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo,
Einaudi, 1948
Ernesto de Martino,
La
fine del mondo. Contributo all'analisi delle apocalissi culturali,
a cura di Clara Gallini, Einaudi, 1977
De Martino analizza
come la civiltà occidentale affronti il rischio della propria fine e come si
rapporti alle "apocalissi" delle altre culture. L'autore chiarisce
che il ricercatore occidentale non può né deve rinunciare alle proprie
categorie (storicismo, razionalità), ma deve usarle come uno specchio. L'incontro
con l'alieno (il subalterno, il colonizzato) serve a rimettere in discussione
le basi stesse della cultura occidentale. È in queste pagine che si evince come
l'etnocentrismo diventi "critico" solo quando lo studioso accetta il
rischio di veder crollare le proprie certezze nell'incontro con l'altro,
trasformando l'osservazione in un'autocritica della ragione occidentale.
Kimberlé Crenshaw,
Demarginalizing the
Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination
Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics, in
«University of Chicago Legal Forum», Vol. 1989, Issue 1, Article 8.
bell hooks,
Elogio
del margine: razza, sesso e mercato culturale (Feltrinelli
1998 (traduzione e cura di M. Nadotti), una raccolta di dieci saggi
dell'autrice afroamericana, e
Scrivere
al buio (La tartaruga 1998) un dialogo critico e allo
stesso tempo intimo tra bell hooks e Maria Nadotti. Entrambi i contributi sono
ora raccolti nella nuova edizione Elogio
del margine / Scrivere al buio (Tamu Edizioni 2020).
APPENDICE
Per
de Martino: l’esempio del "lamento funebre"
L'antropologo entra in
una casa lucana dove si veglia un morto.
Da una parte c'è
l'intellettuale razionalista (il "centro"), dall'altra le donne che
urlano, si strappano i capelli e dicono frasi ritmate (il "margine"
magico).
- Se l'antropologo
guarda con gli occhiali della psichiatria moderna o di un’acquisita cultura
metropolitana occidentale, vede solo "isteria". Deve azzerare il suo
giudizio di uomo del '900 per "sentire" che quel grido non è pazzia,
ma una tecnica millenaria per non morire di dolore.
Solo azzerando il
proprio mondo, comprende che il rito è un dispositivo di protezione: serve a
"far passare la nottata" alla comunità.
Per
bell hooks: oltre i binari della ferrovia
Immaginiamo la
cittadina di origine di hooks, Hopkinsville, nel Kentucky segregato, divisa
nettamente da una linea ferroviaria.
- I neri vivono
"oltre i binari". Per andare a lavorare, devono attraversarli ed
entrare nel mondo dei bianchi.
- Chi vive al margine è
costretto a conoscere entrambi i mondi per sopravvivere. Vede i binari come un
limite imposto dal “centro” egemonico, ma da quella posizione periferica riesce
a scorgere le contraddizioni di tutto il sistema (classe, razza e genere) che
chi sta nel "quartiere bene" non può nemmeno immaginare.
- Il margine non è un
posto dove si è "finiti" per caso, ma è il luogo da cui si osserva il
treno del potere passare, comprendendone i meccanismi meglio di chi vi è seduto
sopra.
Chi sta oltre i binari ha una "doppia - tripla -plurima visione", tante quanti sono i suoi vissuti di subalternità, fondamentali per ogni soggettività antagonista.
Su questo blog vedi
amche:
di Ferdinando Dubla - Viviana Tortorici
















