le lenti di Gramsci

lunedì 17 settembre 2018

Taranto - Ilva, l'unico a vincere è il mercato, l'acciaio, esce sconfitta la politica locale e nazionale


Written by  Giancarlo Girardi


L’affaire Ilva – Continuiamo a pubblicare interventi, stavolta è Giancarlo Girardi, un ex lavoratore del siderurgico per trenta anni, nell'area a caldo, di cui 22 azienda di stato e 8 con Riva. Impegnato oggi sindacalmente nello SPI CGIL e politicamente nel PCI. 
"Plebiscito con i SI a Genova e Taranto". La stampa locale e nazionale concorda, ma dalla vicenda Ilva esce vincitore soltanto il mercato, come lo fu nel 1995 con Emilio Riva, ma ora nella figura del principale suo protagonista nel mondo dell'acciaio. Il ricatto occupazionale ancora una volta è stato lo strumento vincente. Esce sconfitta la politica nazionale e locale, incapace ieri ed oggi di dare una soluzione agli interessi del Paese e della città di Taranto regalando, ancora una volta, non nazionalizzandola, la fabbrica. Oggi i suoi profitti continueranno ad essere privati mentre i danni per cittadini e lavoratori continueranno ad essere pubblici. Escono sconfitti i sindacati, tutti, incapaci negli ultimi venticinque anni di cambiare dall'interno della fabbrica i problemi dell'ambiente, della sicurezza dei lavoratori e di conseguenza quella dei cittadini. La Taranto migliore ne esce con grande dignità ma non sconfitta come qualcuno ritiene. Dieci anni fa essa vinse contro i suoi peggiori nemici: la rassegnazione e l'indifferenza di che la governava. Sino al dicembre 2012 grandi manifestazioni la attraversarono ridandole quella volontà di cambiamento che le amministrazioni pubbliche sino allora non seppero darle. La magistratura fece il suo dovere colpendo un sistema di potere locale e nazionale su cui si reggeva la gestione della famiglia Riva. Tante leggi hanno garantito una immunità penale che oggi, nei fatti , viene riproposta. Drammatico e tragico, per le future morti sul lavoro, resta il futuro della fabbrica ed incerto quello della città con i decessi e malattie ambientali. Quanti di quei SI di oggi sfilarono in 8000 al soldo di RIVA, nel 2012, contro la magistratura rea di aver applicato la Costituzione italiana? Ora tocca a loro, i lavoratori. Recuperino la dignità perduta nel passato, tornino, oggi più che mai, “classe”. Diano il benvenuto ad Acelor con uno sciopero che riparti dalla sicurezza sui luoghi del lavoro in fabbrica, sciogliendo dall'interno quelle “catene” della salute e dell'ambiente che legano il loro futuro e quella della città tutta. La responsabilità totale è ora loro.


lunedì 10 settembre 2018

Patria e Costituzione: un’iniziativa da non perdere di vista


Sabato 8 settembre scorso si è svolto a Roma (dalle 10 e 30 alle 17,00) l’incontro “Patria e Costituzione” indetto da Stefano Fassina, avente l’obiettivo prioritario di costituire l’omonima associazione. Dopo l’introduzione dello stesso Fassina, ci sono state 5 relazioni (D’Attorre, Santomassimo, Giacché, D’Antoni, Preterossi) e una serie di interventi già annunciati sul manifesto di lancio dell’iniziativa. Il Pci non ha fatto parte del gruppo promotore ma è stato presente con due membri della segreteria nazionale (il sottoscritto e il compagno Francesco Della Croce). Quest’ultimo ha chiesto e ottenuto di intervenire. La sala della protomoteca del Campidoglio era piena, molti i giovani; importante, in particolare, la lettera di saluto inviata da Sahra Wagenknecht, dirigente della Linke fortemente critica con l’attuale direzione del suo partito e oggi presidente dell’associazione Aufstehen/Rialziamoci (con cui il Pci ha fissato un incontro in Germania per il prossimo ottobre). A occhio, erano assenti il Prc (a parte D. Moro) e Potere al Popolo. Di quest’ultima assenza non c’è da stupirsi, vista l’ironia con cui Salvatore Prinzi, uno dei maîtres à penser di Pap, ha accolto su Facebook l’uso del termine “patria”: come spesso accade sui social, l’ironia è poi diventata scherno e disprezzo nei commenti successivi, al punto che una delle rare voci sensate ha dovuto far presente “Scusate, ma non è la Costituzione che parla di patria.. e la Resistenza non era patriottica?”. Purtroppo, una voce nel deserto di Potere al popolo. Del resto, superficialità semplificante e fuga dalla realtà non sono un’eccezione a sinistra, se anche su Left si rende incredibilmente conto di questo incontro nei termini di “rossobrunismo” e “tardo-stalinismo”.
Ma torniamo al merito di un’iniziativa che è, a mio parere, da seguire nei suoi sviluppi, provando a valorizzare la sintonia riscontrata con molte delle cose dette. Qui di seguito, penso sia utile sintetizzare alcuni contenuti rispetto a cui il minimo che si richieda è di prestarvi un’attenta riflessione. Stefano Fassina ha esordito constatando che alle nostre spalle c’è “un trentennio inglorioso”, chiusosi in modo fallimentare perché caratterizzato da una pesante “svalorizzazione del lavoro”. Davanti al ripiegare della globalizzazione capitalistica, oggi occorre “rideclinare il nesso nazionale/internazionale”. In Italia e fuori d’Italia, due essenziali esigenze sono state clamorosamente disattese: la richiesta di una protezione del mondo del lavoro, la richiesta di una comunità solidale. In questo senso, “patria” significa: “una comunità nazionale e un programma fondamentale” (socialista). Nella forma aggiornata al XXI° sec., occorre dunque “riattivare il quadro nazionale” e, con esso, la politica (a fronte di un sistema dell’euro che relega la politica al ruolo di ancella dei poteri forti). Fassina ha insistito su due temi. Sulla questione migrazione: “l’accoglienza non può essere l’unico principio guida”, occorre assicurare a chi arriva in loco e a chi in loco risiede una vita e un ambiente dignitoso (evitando, per tutti, condizioni di degrado e aumento dello sfruttamento), “occorre una regolazione dei flussi”. Sull’Europa: è illusorio pensare di poter riformare i Trattati Ue; per questo è sbagliata la parola d’ordine “più Europa”, e occorre puntare invece ad un’ “Unione intergovernativa di sovranità nazionali democratiche” (è la medesima formulazione proposta da Sahra Wagenknecht).
Dal canto suo, anche Alfredo D’Attorre non ha fatto ricorso a giri di parole: la parola “sinistra” non mobilita più nessuno. Occorre una svolta netta. Non ci si oppone a questo governo con formule ormai incomprensibili per molti. Oggi non c’è un’opposizione credibile: e “non ci si salva la coscienza sul molo di Catania o minacciando l’ampliarsi dello spread”. Dobbiamo dire chiaramente che non abbiamo niente a che fare con gli autori del disastro sin qui fatto. E bisogna tenere a mente che Von Hayek, uno dei campioni del liberismo, aveva capito che, in nome della libera concorrenza, occorre tagliare il ramo degli stati nazionali. Anche D’Attorre riprende il tema immigrazione: “dire che l’immigrazione è solo un problema di percezione è una follia, piaccia o non piaccia il problema c’è”; e occorre affrontarlo non lasciandolo alla spontaneità del giorno per giorno ma predisponendo proposte realistiche e concrete. Ma soprattutto bisogna reimpadronirsi dei temi che hanno caratterizzato la nostra storia, ad esempio ribadiamo con forza che i servizi pubblici essenziali non si privatizzano. E cogliamo al balzo il tema posto (ma non certo risolto) da questo governo: facciamo della questione Autostrade e del tema nazionalizzazioni un passaggio essenziale.
Chiudo questa mia rapida sintesi sottolineando un punto della relazione di Massimo D’Antoni. Il regime di libera circolazione dei capitali dà ai medesimi un grande potere e lega al carro dei loro interessi gli stati-nazione, indebolendo all’interno di questi ultimi la forza delle classi popolari. Qui sta la radice del “vincolo esterno”, l’origine del “disciplinamento” e della sottrazione di sovranità. Ricorda D’Antoni che tutto ciò è ben spiegato nell’autobiografia di Guido Carli. Il punto è: perché a tutto ciò ha aderito la sinistra? “C’è dunque da meravigliarsi se, davanti al “tradimento” della sinistra, gli italiani diventano euroscettici e votano per gli euroscettici?”.
Mi fermo qui. Potrei aggiungere molto altro, scegliendo tra i tanti spunti di una discussione interessante (ad esempio le argomentazioni di Vladimiro Giacchè, come sempre lucidissime, centrate sull’incompatibilità tra Trattati Ue e Costituzione italiana). Ma quanto detto è già sufficiente a dare il senso di un serio impegno di approfondimento destinato a proseguire on line su di un apposito sito di cui la nascente associazione si doterà.
Ovviamente sin qui non ho fatto menzione di una domanda tutta politica, che pure si intravede a mezz’aria. A Fassina occorrerebbe infatti chiedere: “Che conti col recente passato intendete fare? Su quali gambe politiche potrà camminare questa che avete definito una svolta netta?” Si vedrà. Intanto è bene valorizzare quello che questa giornata di riflessione ha già prodotto.
di Bruno Steri, Segreteria nazionale PCI

ILVA di Taranto: PCI e SI di terra jonica e la mistificazione dell’accordo governo- sindacati- Mittal


Ci hanno detto: voi siete di parte! Sì, siamo di Taranto. Ci avevano detto che la siderurgia è asset industriale strategico per un paese: infatti, invece di ri-pubblicizzarla, l’hanno venduta agli indiani. Ci avevano detto che la scommessa era coniugare lavoro, salute ed ambiente: hanno salvato neanche tutti i posti, disinteressandosi dell’indotto, facendovi rientrare l’art.18, che non è materia di contrattazione, ma diritto universale da ri-estendere a tutti. Hanno continuato a conservare l’immunita’ penale, evidentemente per continuare ad inquinare e a far ammalare impunemente cittadini ed operai. Si’, siamo di parte: siamo di Taranto. (fe.d.)


SULL’ILVA di TARANTO prese di posizione del PCI e di SI 
Dalla vicenda Ilva esce vincitore il mercato nella figura del principale suo protagonista nel mondo. Il ricatto occupazionale ancora una volta è stato lo strumento vincente. Esce sconfitta la politica nazionale e locale, incapace ieri ed oggi di dare una soluzione agli interessi del Paese e della città di Taranto regalando, ancora una volta, non nazionalizzandola come voleva il PCI, la fabbrica. Oggi i suoi profitti continueranno ad essere privati mentre i danni per cittadini e lavoratori continueranno ad essere pubblici. Solo la propiretà dello Stato avrebbe potuto garantire il controllo da parte dei cittadini e dei lavoratori sulle attività della fabbrica e sull’avanzamento dell’ambientalizzazione.
L’accordo raggiunto tra Arcelor-Mittal, Governo e Sindacati, purtroppo, va nella stessa direzione delle relazioni sindacali degli ultimi 25 anni e non è in grado di cambiare dall’interno della fabbrica i problemi dell’ambiente, della sicurezza dei lavoratori e di conseguenza quella dei cittadini, lascinado alla sola “proprietà” la libertà di decidere e di agire.
La città ne esce con grande rispettabilità. Dieci anni fa vinse contro i suoi peggiori nemici: la rassegnazione e l’indifferenza che la governava. Sino al dicembre 2012 grandi manifestazioni la attraversarono ridandole quella dignità che le amministrazioni pubbliche sino allora non seppero darle. La magistratura fece il suo dovere colpendo un sistema di potere locale e nazionale su cui si reggeva la gestione della famiglia Riva. Tante leggi hanno garantito una immunità penale oggi, nei fatti , riproposta. Drammatico e tragico resta il futuro di fabbrica e città con le immancabili morti sul lavoro e quelle ambientali. I lavoratori tornino, oggi più che mai, “classe” sciogliendo dall’interno le “catene” che legano il loro futuro e la città tutta.
Federazione del P.C.I. di Taranto
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ILVA : IL BLUFF È FINITO!
LA TRAIETTORIA DEL GOVERNO DI MAIO-SALVINI È RIMASTA FEDELE ALLA LINEA DETTATA DAI GOVERNI PD.
I lavoratori lasciati fuori da Mittal rimangono migliaia, secondo qualcuno dovremmo gioire perché da 3.500 passerebbero 3.300;
la cassa integrazione e le uscite volontarie con bonus di 100.000 euro lorde, rimangono esattamente come previsto dal Governo precedente;
il taglio dei salari e la cancellazione dei Diritti fino ad oggi maturati, per i lavoratori che passeranno alla nuova gestione, rimangono immutati;
il Piano ambientale viene mantenuto, senza introdurre la Valutazione del Rischio e dell’Impatto Sanitario nell’Autorizzazione AIA, cosa che esclude l’utilizzo di tecnologie produttive e fonti diverse dal carbone;
Di nazionalizzazione e di intervento pubblico per garantire lavoro e salute, neanche a parlarne. Sembra che l’unica cosa che non interessi al Governo del cambiamento sia cambiare le cose.
Sinistra Italiana, fed. Taranto

martedì 28 agosto 2018

IMMIGRAZIONE E SCHIAVISMO NELLE CAMPAGNE PUGLIESI

di Franco De Mario, segr. reg. Pugliese del PCI

l’articolo integrale è reperibile in Lavoro Politico- -Marx XXI
https://www.facebook.com/Lavoro-Politico-Marx-21-Taranto-242960732497109/

Appunti Per Una Discussione Aperta ed Una Battaglia Unitaria indispensabile
LAVORATORI PRECARI AUTOCTONI ED IMMIGRATI SCHIAVIZZATI CONTINUANO A MORIRE SUI POSTI DI FATICA E NELLE CAMPAGNE MENTRE CRESCONO INTOLLERANZA E RAZZISMO..
Nelle campagne di Puglia, terra in cui Giuseppe Di Vittorio continua ad istruire al sindacalismo rivoluzionario di classe, lavoratori agricoli immigrati relegati a vivere in promiscui rifugi, ristretti in furgoni delittuosamente condotti da ”caporali collocatori” kapò, muoiono!.
Uccisi dal sistemico sfruttamento schiavistico bracciantile, funzionale agli interessi della produzione capitalistica di merci e alimenti, commercializzati con spietatezza concorrenziale dal padronato industriale e distributivo, connesso alle lobby della finanza estorsiva nazionale e multinazionale e protetto da sodali organizzati in forze politiche ed in organismi di informazione.
Assieme ai soggetti-vittima immigrati ed autoctoni, rivolgiamo un’ attenzione critica al come i sistemi mediatici di informazione, riflesso degli interessi dominanti, trattano questa umanità con ipocrita indignazione episodica, volta a depotenziare ogni tentativo di costruzione d’una battaglia politica di classe e unitaria, per modificare lo stato delle cose esistenti.
Da mesi in Italia come in Europa “la questione delle migrazioni” è la notizia più ossessivamente ripetuta, decisiva anche ai fini della formazione del contratto di governo Lega-M5S, più volte declinata sua stampa, notiziari e format televisivi con lo stesso linguaggio stereotipato.
Una pletora di famigli politici, di comparse intellettuali e di giornalisti al soldo del sistema radio-televisivo pubblico e privato, è schierata in trasmissioni e stucchevoli show in cui con cinismo è esibita l’indifferenza alle condizioni materiali di vita dei lavoratori dell’agricoltura, dell’industria, dell’edilizia, della logistica, del commercio, del turismo, della ristorazione, dell’istruzione, della sanità, degli impieghi privati e pubblici, uomini o donne, italiani o non essi siano.
Tutto è artatamente incentrato su un mantra divisivo sulle navi ONG, sugli arrivi dalla Libia, sui porti chiusi, sulla velleitaria campagna di intervento della U.E. e per contro sull’accoglienza umanitaria, sull’intervento solidaristico/assistenziale ai migrati, sul danaro sprecato e così via dicendo. Tutto per fuorviare e polarizzare un’opinione pubblica su criminalizzazione ed impedimenti contro accoglienza ed assistenza solidale.
Al contrario è necessario profilare il carattere di filiera di una immigrazione subdolamente promossa che incentiva lo sfruttamento dei lavoratori, ricattati dai costanti tassi di disoccupazione, dal costante crollo del valore dei salari, da prezzi al consumo in permanente competitività concorrenziale (dalla bancarella rionale alla spalliera del maxi-centro), in cui sono leggibili tutte le correlazioni dei monopolisti agroalimentari dai prestigiosi marchi  pubblicizzati, delle grandi strutture di confezionamento e distribuzione che incettano ovunque, ingenti quantità di produzione agroalimentare, imponendo ex-ante prezzi di acquisto per pomodori, ortaggi, uva, legumi, frutta, olive, latte, cereali e granaglie e per conseguenza il salario schiavistico degli addetti nelle campagne.
Sono parte di queste complesse correlazioni gli iniqui e diseguali trattati commerciali internazionali, la imposizione di politiche limitative e sanzionatorie della U.E., la guerra sui dazi doganali, che unicamente difendono quegli interessi di monopolio capaci anche di mobilitare grandi apparati mediatici e se necessario anche di guerra, verso Popoli e Paesi e produttori, riottosi ai desiderata di vero e propria espropriazione.
E’ qui annidata la vera responsabilità originaria: nel complesso sistema di sfruttamento capitalistico d’ogni bene e d’ogni risorsa, ben consapevole che nessuno dei prezzi imposti remunera il costo puro di produzione, e che difende questa impostazione, come unica risposta possibile alla costante riduzione dei profitti che la permanente guerra commerciale, finanziaria e valutaria , assottiglia sempre di più.
E’ parte della stessa filiera la funzione esercitata dai privati proprietari coltivatori, di qualsivoglia dimensione ed area di produzione agricola che assumono una duplice funzione di: “obbligato coatto” ad accettare le condizioni di monopolio sui prezzi e di “sodale facilitatore” dell’accaparramento di materie prime a basso costo, mantenendo la condizione schiavistica dei lavoratori, di cui è meglio non sapere nomi, provenienze, numero certo e condizioni di quotidianità di vita, meglio se lontani ed isolati dai centri urbani e dai già carenti servizi sociali, ancor meglio se trasportati in forme anonime da soggetti terzi, altrimenti responsabili e prezzolati.
Va disvelato e combattuto con fermezza questo perverso combinato di cause ed effetti, catafratto nel cinico rimestare dei problemi posti dalla presenza e dal rispetto dovuto e negato al lavoro immigrato e autoctono.
Chiunque operi alla cancellazione della storia e dei diritti dei lavoratori oppressi e sfruttati, nei nostri come in altri Paesi, è colpevole dell’acuirsi del livello di indifferenza e di illegalità, di familismo amorale e di vera e propria mafiosità, e delittuosamente opera ad offuscare il vissuto quotidiano delle collettività, pugliesi ed italiane.



martedì 14 agosto 2018

A Samir Amin

Andrea Catone

Pechino, 5 Maggio 2018, grandissima sala gremita di giovani e anziani, cinesi e di tutto il mondo. 
Samir Amin tiene in seduta plenaria la sua conferenza per il grande convegno dedicato a Marx a 200 anni dalla nascita, organizzato dall’università cinese con oltre 330 relatori.
È l’ultima volta che lo incontro: vivace e cordiale come sempre, nulla lascia presagire che ci avrebbe lasciati entro qualche mese. Scambiamo qualche battuta sulla situazione italiana e sull’emergere di movimenti di massa reazionari, di tipo fascista, che egli osserva crescere nelle società europee come conseguenza della crisi capitalistica. Su questo egli scriveva già da alcuni anni diversi articoli e saggi, come quello pubblicato dalla Monthly Review nel 2014, “The Return of Fascism in Contemporary Capitalism”.

A Pechino e in Cina Samir era quasi di casa, partecipe più volte ai forum internazionali che in autunno il World Socialism Studies Center della Chinese Academy of Social Sciences organizza con cadenza ormai annuale, o ai convegni marxisti che diversi istituti cinesi promuovono con sempre maggiore frequenza e ampiezza. Allo straordinario sviluppo del socialismo con caratteristiche cinesi e al ruolo fondamentale che la Repubblica Popolare Cinese può svolgere e svolge nel mondo nel percorso di emancipazione dell’umanità, Samir Amin, direttore del Forum del Terzo Mondo con sede in Senegal, a Dakar, guardava con crescente interesse e vicinanza negli ultimi anni, senza risparmiare alcuni rilievi critici e note di messa in guardia in merito ai rapporti di produzione e di proprietà e al rapporto città/campagna.

Samir Amin è ben noto ai compagni, ai militanti, agli studiosi italiani sin dagli anni 1960-70, quando, da posizioni marxiste, leniniste e maoiste elabora la strategia dello “sganciamento” dei paesi economicamente dipendenti dal sistema dell’imperialismo mondiale, proponendo uno “sviluppo autocentrato”. Sin da quei primi importanti contributi emergeva una delle direttrici di fondo della sua ricerca militante, e scrivo “ricerca militante” pour cause: Samir non è stato mai un teorico fine a se stesso, ma un intellettuale marxista militante, un organizzatore politico, un promotore di iniziative, un compagno attivamente impegnato sul fronte della lotta politica, sociale, culturale. Egli ha sempre tenuta ferma la barra dell’analisi marxista, ha sempre provato a leggere e interpretare il mondo – per cambiarlo – con le lenti di Marx, di un marxismo non dogmatico e non settario, ma sempre ben saldo, acuto e vigile nei suoi presupposti e nel suo sistema teorico, anche quando ne proponeva aggiornamenti di analisi e categorie, soprattutto in relazione al sistema mondiale dell’imperialismo e alla crisi economica del sistema capitalistico mondiale dei “monopoli generalizzati”.

Per la sua personale storia e formazione Samir è stato un intellettuale marxista antimperialista in lotta per l’emancipazione dei popoli sottoposti al giogo coloniale e semicoloniale, o allo scambio ineguale imposto dall’imperialismo occidentale, e, al contempo, un intellettuale marxista che era di casa a Parigi e nei principali centri dell’Occidente. Sotto questo aspetto godeva del raro privilegio di poter avere uno sguardo sul mondo dal “Sud” e dal “Nord”, con una prospettiva complessa e complessiva, che si traduceva in indicazioni strategiche. Era un intellettuale militante che ha conservato sino all’ultimo giorno la consapevolezza della necessità, per un marxista, di una strategia di lungo termine; era un militante che non intendeva perdersi nei meandri della tattica del giorno per giorno.

Era uno studioso di economia e di teoria economica, ma ha trattato sempre questa disciplina come la trattava Marx, al quale nulla di umano era estraneo: non in termini strettamente specialistici. I suoi numerosissimi scritti erano a un tempo economia, storia, politica, filosofia.

È stato presente, attivo e vigile sulla scena del mondo da oltre 60 anni, con la sua passione comunista durevole, con la sua verve brillante e a tratti polemica, e, al tempo stesso, con una straordinaria disponibilità all’ascolto e al confronto, per meglio comprendere questo mondo in rapida trasformazione, con le sue sfide, le sue possibilità e i suoi grandi rischi.

Ha scritto moltissimo, direttamente nelle lingue che dominava, dall’arabo al francese all’inglese. Avremo modo nei prossimi giorni di dar conto ai nostri lettori della sua sterminata produzione. Collaborava con molte riviste in tutto il mondo. L’ernesto e poi MarxVentuno rivista, nonché il sito marx21.it hanno ospitato numerosi testi che egli ci inviava di norma in francese, talora in inglese, e ci proponeva di tradurre e pubblicare. Nel settembre scorso è uscito per le Edizioni MarxVentuno il suo libro (apparso contemporaneamente in diverse altre lingue nel mondo) dedicato ad una riflessione sulla rivoluzione bolscevica e alle prospettive future del movimento operaio e di emancipazione dei popoli sottoposti al giogo imperialistico: Ottobre 17: ieri e domani. In omaggio a Samir, lo rendiamo disponibile nel sito, iniziando con il primo capitolo.

Andrea Catone
Bari, 13 agosto 2018

venerdì 3 agosto 2018

PER UN NUOVO MERIDIONALISMO


un’ interessante analisi di Piero Sansonetti su “Il dubbio” (3 agosto 2018) che potrebbe rendersi funzionale alla necessaria ripresa del pensiero meridionalista, nel solco del marxismo e dell’elaborazione gramsciana. (fe.d.) 

[parziale]
Negli ultimi diciotto anni, ci dice la Svimez, quasi due milioni di giovani meridionali hanno abbandonato il nostro paese. Qualcuno è andato al Nord, moltissimi all’estero.
Due milioni vuol dire un po’ più di una intera Regione, come la Calabria o come la Sardegna. Capite? una intera Regione che scompare. E vuol dire quasi il 10 per cento della popolazione meridionale. Siccome però questi migranti sono quasi tutti giovani tra i 18 e 30 anni, la percentuale è molto, molto superiore: quasi la metà dei giovani meridionali è in fuga.
Se andate in vacanza al Sud, provate a fare una gita nei paesini di montagna, della Sicilia, della Calabria, dell’Abruzzo. Sono bellissimi. Bellissimi ma vuoti.
Sono ancora “vivi” perché fino a trent’anni fa, nonostante l’emigrazione, ci abitavano moltissime persone. Ora sono quasi deserti, silenziosi. Poche decine di residenti, tutti vecchi, un ufficio postale, i locali del comune, un droghiere, un bar che vende le sigarette e forse una trattoria quasi sempre senza clienti.
Il rapporto della Svimez, uscito l’altro giorno, mette i brividi. Il Sud, da quando è iniziata la crisi, è su una china che non sembra avere fine. La crescita del Pil, nonostante una ripresa tra il 2015 e il 2017, è a meno 10 per cento, mentre al Nord è al meno 4 per cento. Il che vuol dire che in questi pochi anni il divario tra Nord e Sud è ancora aumentato. E per il 2019 si prevede un’ulteriore frenata dello sviluppo al Mezzogiorno, compensata da un aumento al Nord. Investimenti pubblici per il Sud zero, i privati ci hanno messo qualche soldo tra il 2015 e il 2017 poi si sono ritirati.
Voi capite che considerare la questione meridionale quasi come una questione minore è una follia. Stando ai numeri nudi e crudi scopriamo che il fenomeno dell’emigrazione è quantitativamente quasi uguale al fenomeno dell’immigrazione. Eppure di immigrazione si parla moltissimo, si discute di come fermarla, viene posta al centro di tutte le discussioni politiche, presentata come l’emergenza delle emergenze. Sebbene i dati ci dicono che l’aumento degli immigrati non ha prodotto grandi danni, anzi ci ha salvati, in questi anni, dal crollo demografico, e ha portato risorse indispensabili alle casse dello Stato. E quando si propongono alla discussione questi numeri, in molti rispondono che il problema è quello di sostituire l’immigrazione con l’aumento delle nascite, mettendo a punto delle forti strategie di sostegno alla famiglia.
Sarà anche vero. E non voglio qui addentrarmi nella discussione ( che considero un po’ surreale) sulla sostituzione etnica, che è lo spauracchio dei sovranisti. Voglio solo far osservare che aumentare le nascite, per esempio al Sud, potrebbe non servire niente se poi la metà o più di quelli che nascono, a sedici anni se ne scappa via.

Il danno irreversibile che l’emigrazione ha procurato al Sud è incalcolabile. La perdita di forza lavoro giovane, di intelligenze, di sapere, ha ridotto molti paesi e città e province e in una condizione di povertà e di disperazione. Non solo mancano i soldi, manca lo Stato, mancano le strutture, mancano le scuole, le università, i musei, ma mancano le intelligenze e le braccia. Cioè manca l’umanità: tutto. Intelligenze e braccia sono andate a lavorare per il Nord, o per gli stranieri, e il prezzo sociale ed economico pagato dal Sud è mostruoso. Una cosa è pagare una tassa, una casa è regalare i propri figli. Naturalmente se vogliamo parlare di colpe dobbiamo chiamare in causa tutti. I partiti di sinistra e di destra, i giornali, le Tv, tutta l’informazione, gli imprenditori ( quelli del Sud, apatici, quelli del Nord, rapaci ed egoisti, che sono scesi al Mezzogiorno solo per raccattar sussidi e poi sono spariti), i sindacati, la magistratura, i prefetti. In questi decenni c’è stata come una specie di grande alleanza tra tutti questi soggetti che ha avuto come risultato l’impoverimento del Sud e la perdita di prospettive. I partiti hanno tagliato i fondi ( specie da quando la Lega Nord ha assunto un peso molto grande nella politica italiana, cioè dalla fine degli anni ottanta), e hanno rinunciato a sviluppare ricerca sociale e strategia. Il meridionalismo, che era stato uno dei punti forti dell’elaborazione teorica dei grandi partiti negli anni sessanta, è scomparso. Messo al bando. Voi sapete chi è Pasquale Saraceno? Forse si, ma se facciamo un sondaggio tra gli italiani credo che almeno il 90 per cento confesserà di non averlo mai sentito nominare. 
L’informazione non ha mosso un dito per raccontare il Sud e rappresentarne le ragioni. Del resto c’è un dato che colpisce: le direzioni e i centri produttivi di tutte le Tv, tutte le radio, tutti i quotidiani e tutti i settimanali nazionali, risiedono al Nord. Tutte. Sotto Roma, zero. E’ immaginabile che un paese dove esiste un Meridione che non è in grado di produrre nemmeno un grammo di informazione, possa essere un paese equilibrato dal punto di vista territoriale? Tutti noi conosciamo le idee del Nord sul Sud. Nessuno conosce quelle del Sud sul Nord. E in questo modo il nordismo diventa senso comune, il sudismo diventa spazzatura. E alla fine la questione meridionale si riduce alla questione criminale, alla lotta alla mafia. E’ giustissimo combattere la mafia, ma pensare che la lotta alla mafia possa sostituire un “piano”, una “strategia” per il Sud, è come pensare che per governare bene una azienda, prendiamo la Fiat, bisogna mettere i metal detector all’uscita. la lotta alla mafia è stata una specia di scusa, per la politica. Una scusa per ignorare il Sud. e spesso ha prodotto danni, invece che sollievo, ha bloccato lo sviluppo, ha creato nuove ingiustizie.




http://ildubbio.news/ildubbio/2018/08/03/sud-mandato-alla-deriva/


giovedì 26 luglio 2018

Jiddu Krishnamurti e il "decondizionamento"



Credo che la figura del filosofo di origine indiana JiDDU KRISHNAMURTI (1895/1986) sia molto importante per la psicologia olistica e per alcune concezioni di comunismo zen. Un magistero dialettico che parte dal rifiuto di “maestri guida”, la totale avversione per “guru” e “santoni”, perché uno dei principi ispiratori dell’olismo è l’autoterapia che si genera dall’autodeterminazione, paradossalmente inizio e fine del processo psicologico che, insiste Jiddu, da individuale si fa collettivo e viceversa. J.K. respirò in pieno il movimento del ’68 (in quell’anno aveva gia’ 73 anni) fu alfiere di un pacifismo antimperialistico e si confronto’, implicitamente ed esplicitamente, con le elaborazioni marxiste, naturalmente con tesi da confutare. 
Seppure da campi diversi ma affini, Krishnamurti va associato ad Abraham Maslow (psicologia umanistica), Carl Rogers (psicologia non-direttiva centrata ”sulla persona”) e ad altri autori che rendono centrale, dunque possibile, il decondizionamento. 
Leggete la voce su wiki e confutate 
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Jiddu_Krishnamurti


nelle foto, il giovane e maturo J.K. e un ritratto di Waldorf Watch

  



MARCHIONNE E' MORTO, IL CAPITALISMO E' VIVO


Da inizio anno a ieri (25 Luglio 2018) 418 lavoratori sono morti sul proprio posto di lavoro. Chi con un contratto di 6 giorni. Chi con un contratto più lungo, ma sempre precario. Un bollettino di guerra. Guerra tra classi, che al momento sta vedendo la vittoria, per semplificare i concetti, della classe sfruttatrice su quella degli sfruttati. In tutto ciò da giorni (sì, perché comunque era nell’aria anche prima di ieri la prossimità del fatale evento) si parla solo di lui: Marchionne. Un autentico boss del Capitalismo, preso ad esempio dai suoi simili, lodato dai poteri forti, dai media e dal sistema.
Da giorni si parla delle sue condizioni nella malattia prima, della sua morte poi. Delle conseguenze che avrà sui mercati globali la sua dipartita, di come sia stato importante nell’economia mondiale, di che italiano illustre si sia trattato come cervello, figura e peso. Ma nessuno dedica un decimo dello spazio dato a M. a quei 418 morti sul lavoro. Neanche presi tutti insieme gli articoli che parlano di loro coprono lo stesso spazio mediatico dato alla morte del big boss delle delocalizzazioni. Un fatto gravissimo: “Ci sono morti che pesano come piume, altre che pesano più del piombo” recita un vecchio detto. Evidentemente nell’Italia di oggi le vite dei lavoratori sono piume, quelle dei padroni piombo. E in tutto ciò anche tra noi compagni il dibattito si è visto polarizzato su M. , tra chi sosteneva la “pietà per il nemico morto” e chi invece “nessuna pietà per il nemico, mai“. Tanto impegno sui social network sarebbe stato meglio speso ricordando i 418 morti. Nessuno a parte i familiari, ovvero i genitori, i coniugi o i figli, terrà vivo il loro ricordo. Dovremmo farlo noi, i comunisti, il PCI e la FGCI: il nostro ruolo sarebbe quello. Invece molti sono stati colonizzati dallo strapotere mediatico dato alla figura del boss.
Marchionne è morto. Il capitalismo è vivo. 418 lavoratori sono morti, altri moriranno. Combattere il capitalismo è il nostro dovere, non fossilizzarci sulle dipartite dei suoi maggiori esponenti. Lo dobbiamo a quei 418 morti. Che non possiamo né vogliamo dimenticare: lottare, continuare la lotta politica a favore dei diritti dei lavoratori, è il modo migliore di onorare quei morti. Per inciso, spesso, molto spesso, ben più giovani di Marchionne.
Al lavoro e alla Lotta.


di Dennis Vincent Klapwijk, Resp. Nazionale Lavoro FGCI



venerdì 13 luglio 2018

L’ENIGMA FEMMINILE IN RAFFAELLO SANZIO


L’urbinate amava le donne, non solo la celebre e carnale “fornarina”, che rappresento’ sempre l’amore sensuale, ma anche l’amore che e’ il tentativo di possedere per sempre il platonico “sommo bene”; il genio pittorico raffaelliano, pero’, e forse proprio per questo, non rinuncio’ ad indagarne l’enigma, rappresentato dalla esegesi pittorica del mito di Amore e Psiche, oppure dalla tranquilla e generosa comitas (la mansuetudine), dalla forza della ninfa marina Galatea che trionfa sull’orrido Ciclope Polifemo, dalla meravigliosa Barbara sul cui corpo si spensero anche le fiamme, Barbara dal volto fiero ma dolce e risoluta. L’enigma femminile in Raffaello è la metafora non della “tentazione” delle religioni trascendenti, ma il desiderio temperato dalla carezza di uno sguardo, il canto o la danza della natura stessa, soave ma mutevole, della terra che ti dona ma non ti appartiene per sempre: ciò che eterno dura, semmai, è l’ideale sommo bene della vita che si rinnova. (fe.d.) 

Trionfo di Galateacomitas (mansuetudine)la fornarina- - amore e psichebarbara 
(di Raffaello Sanzio)






giovedì 12 luglio 2018

SOVRANISMO-SUPREMATISMO e la destra del “politicamente corretto “


L’igiene linguistica del “politicamente corretto” non prevede che tra i valori della sinistra vi possa essere il “sovranismo”, termine con cui la destra occulta o cerca di mistificare il nazionalismo razzista xenofobo parte integrante della propria tradizione. Si confonde “sovranismo” con “suprematismo” (‘prima gli italiani’). Peccato per quell’art.1 della nostra Costituzione che recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.“. Ancora una volta la destra si appropria di termini e linguaggio nati dai valori e dal grembo della sinistra popolare, quella, per intenderci, tipizzante il secondo dopoguerra italiano o le forme attuali di molte delle esperienze contemporanee della sinistra latinoamericana. L’accusa è pesante: quella di “rossobrunismo”, che ricorda l’ideologia nazista, che, sarebbe bene ricordarlo, è nata scippando, per diventare popolare, il termine allora amato da grandi masse, il socialismo. Se non vogliamo utilizzare quel termine, “sovranismo”, per indicare la necessità di rilegittimazione del ruolo degli Stati nazionali contro le oligarchie sovranazionali che concorrono all’egemonia imperialista, almeno demistifichiamo il suo uso strumentale da parte delle destre e del “politicamente corretto”. (fe.d.).

Crediamo utile la lettura di questo estratto da Francesco Valerio Dalla Croce, Che cos’è per noi la sovranità, in Rete dei Comunisti, http://www.retedeicomunisti.org/index.php/interventi/2073-cos-e-per-noi-la-sovranita


Sulla contrapposizione tra sovranità nazionale e popolare

Spesso, nel dibattito sulla sovranità si ritrovano argomenti e posizioni che pongano in contraddizione la rivendicazione della sovranità nazionale e quella popolare. La ragione di una tale distinta considerazione di questi due piani risiede nella contestazione della entità “nazione” od anche di quella “Stato” (anche perchè esse, a causa dell’abbandono di determinate categoria da parte della sinistra ed anche dei comunisti, rischiano di divenire monopolio del discorso pubblico della destra o di populismo vari). Le parole citate sopra dovrebbero aiutare a sgomberare il campo da interpretazioni più hegeliane che marxiste di questi termini (salvo non considerare Marx, Engels e Lenin rossobruni ante litteram). Ma una siffatta contrapposizione dovrebbe venire meno alla sola lettura della nostra Costituzione: la Carta, legge fondamentale dello Stato, così recita all’art. 1:

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.“

Essa contiene la compresenza tanto dell’efficacia del potere dello Stato, innervato dal dettato della Costituzione che dispiega i suoi effetti entro i confini dello Stato nazionale, quanto l’esplicito fondamento popolare della sovranità. Il connubio tra queste dimensioni giustifica la definizione di “regime nuovo”, utilizzata da Palmiro Togliatti per definire il prodotto dell’incontro e del compromesso tra le forze popolari e antifasciste all’indomani della caduta del fascismo. Sono da respingere semplificazioni – che Lenin definirebbe “scolastiche” – di taluni sedicenti marxisti che rimuovono l’analisi delle forme di espressione del potere, anche nelle forme borghesi, bollandole – da mnemonici scolaretti – come mere “sovrastrutture”. Chi lo facesse, non solo si troverebbe in contrasto con le lezioni dei propri maestri, ma si troverebbero, più o meno consapevolmente, al capezzale di uno dei capi dei liberali italiani, Benedetto Croce, che etichettò lo Stato nuovo sorto dopo il secondo conflitto mondiale come un mero heri dicebamus rispetto all’assetto dell’Italia liberale precedente all’avvento del fascismo.

E del resto, la lotta per la difesa degli interessi nazionali, dopo il tradimento operato dal fascismo, da chi fu fatta propria nel secondo dopoguerra se non dal Partito Comunista Italiano guidato dal Migliore? In un rapporto ai quadri del PCI dal titolo eloquente (“La nostra politica nazionale”) dell’11 aprile del 1944, Togliatti testualmente afferma:

“Noi siamo il partito della classe operaia e non rinneghiamo, non rinnegheremo mai, questa nostra qualità. Ma, la classe operaia non è stata mai estranea agli interessi della nazione. Guardate al passato, ricordatevi come agli inizi del Risorgimento nazionale, quando esistevano soltanto piccoli gruppi di operai distaccati gli uni dagli altri e ancora privi di una profonda coscienza di classe e di una ricca esperienza politica, questi gruppi dettero i combattenti più eroici per le lotte di masse, che si svolsero nelle città e nelle campagne, per liberare il paese dal predominio straniero.

Operai e artigiani furono il nerbo dei combattenti delle Cinque giornate di Milano. Furono gli operai, insieme coi migliori rappresentanti dell’intellettualità, l’anima della resistenza degli ultimi baluardi della libertà italiana nell’anno successivo. Operai e artigiani troviamo nelle legioni di Garibaldi; li troviamo dappertutto dove ci si batte e si muore per la libertà e per l’indipendenza del paese. (…)La bandiera degli interessi nazionali, che il fascismo ha trascinato nel fango e tradito, noi la raccogliamo e la facciamo nostra; liquidando per sempre la ideologia da criminali del fascismo e i suoi piani funesti di brigantaggio imperialista, tagliando tutte le radici della tirannide mussoliniana noi daremo alla vita della nazione un contenuto nuovo, che corrisponda ai bisogni, agli interessi, alle aspirazioni delle masse del popolo.

Quando noi difendiamo gli interessi della nazione, quando ci mettiamo alla testa del combattimento per la liberazione d’Italia dall’invasione tedesca, noi siamo nella linea delle vere e grandi tradizioni del movimento proletario.

Siamo nella linea della dottrina e delle tradizioni di Marx e di Engels, i quali mai rinnegarono gli interessi della loro nazione, sempre li difesero, tanto contro l’aggressore e invasore straniero, quanto contro i gruppi reazionari che li calpestavano.

Siamo nella linea del grande Lenin, il quale affermava di sentire in sé l’orgoglio del russo, rivendicava al proprio partito di continuare tutte le tradizioni del pensiero liberale e democratico russo e fu il fondatore di quello Stato sovietico, che ha dato ai popoli della Russia una nuova, più elevata coscienza nazionale.

Noi siamo nella linea del compagno Dimitrov, il quale a Lipsia, davanti ai giudici fascisti, rivendicò con una fierezza che destò l’ammirazione di tutto il mondo la propria qualità di figlio del popolo bulgaro; rivendicò a sé le tradizioni e si presentò come il continuatore di tutte le lotte del popolo bulgaro contro i suoi oppressori.

Noi siamo nella linea del pensiero e dell’azione di Stalin, di quest’uomo il quale ha saputo sulla base delle conquiste della grande Rivoluzione socialista di Ottobre, sulla base delle realizzazioni di più di venti anni di edificazione socialista, realizzare l’unità di tutto il popolo, di tutte le nazioni che sono nel territorio dell’Unione Sovietica nella lotta sacra contro l’invasore, e per schiacciare definitivamente l’hitlerismo e il fascismo. Noi siamo sulla via che ci hanno tracciato questi nostri grandi maestri.”

Con queste parole, citate in estratto per esigenze di brevità da un rapporto che meriterebbe integrale riproduzione e rilettura, Togliatti: (1) pone il PCI nel solco della vicenda nazionale del Paese, ponendo radici nella storia e sul terreno nazionale (si vedano ancora le parole di Losurdo in apertura di questo testo); (2) attribuisce paternità al marxismo della questione della difesa degli interessi nazionali, nel solco della lezione di Marx ed Engels e del concreto operare del movimento comunista e degli Stati socialisti del suo tempo, in nome di una vocazione generale delle rivendicazioni della classe operaia; (3) infine, pone la classe operaia in Italia nella sua funzione dirigente generale del Paese, nel solco della più pura lezione di Lenin.

Insomma, nel PCI del secondo dopoguerra guidato da Togliatti, la centralità e la problematicità della questione nazionale, dell’indipendenza e sovranità del Paese sono assolutamente presenti e costanti, tanto nella elaborazione teorica, quanto nelle scelte politiche contingenti, che schierarono il PCI – ad esempio – contro la partecipazione dell’Italia alla NATO e ai primi trattati internazionali prototipi di integrazione europea.

Il valore della Costituzione e dell’operare dei comunisti nell’ambito nazionale determinato sono chiaramente presenti nell’analisi e nelle scelte dei comunisti che costruirono le fondamenta dello Stato democratico.

Da più parti, specie in un contesto storico in cui diviene sempre più aspro il conflitto tra il vincolo interno costituzionale e vincoli esterni imposti dai trattati europei, si evoca la parola d’ordine della sovranità costituzionale. Essa potrebbe essere un parola d’ordine opportuna, capace di superare la contrapposizione tra sovranità nazionale e popolare, e capace di portare su questo livello rivendicativo e di consapevolezza politica settori democratici rilevanti. Settori che, in particolare, hanno dimostrato la loro vitalità in occasione del referendum costituzionale del dicembre 2016.

La sovranità o patriottismo costituzionale, se intesi quali sinonimi della supremazia della Costituzione nazionale sulle regole UE, nel quadro di uno Stato permeabile alle istanze della classe lavoratrice, che trova il suo fondamento però in una Carta costituzionale assolutamente avanzata nella definizione del ruolo preponderante dello Stato nella regolamentazione della vita sociale ed economica del Paese (art. 3) e nel pieno riconoscimento di molteplici forme di proprietà (pubblica, privata e cooperativa) e limitazioni in capo a quella privata (artt. 41 e seguenti), possono divenire le parole d’ordine unitarie per una lotta per la sovranità del Paese, contro questo processo di integrazione europea, su basi avanzate, popolari e nel solco di una prospettiva strategica più generale per i comunisti.

Fare nostra la parola d’ordine della sovranità del Paese nel quadro di un mondo multipolare

Per quanto sopra esposto, ci sono valide motivazioni per fare propria dei comunisti in Italia, ancora più esplicitamente, la parola d’ordine della sovranità dello Stato. Da respingere e combattere, però, sono le false promesse dei “gattopardi”, coloro i quali, nascosti dietro la bandiera della sovranità, del “no euro”, ecc. mirano a conservare un sistema generale di sfruttamento del lavoro, in cui a fronte di aguzzini diversi, permangano i medesimi sfruttati: i lavoratori. Batterci per la sovranità del Paese significa, per i comunisti, battersi anche per un’Europa della cooperazione tra popoli e Stati, dall’Atlantico agli Urali (per usare le parole di Togliatti), rispettosa delle Costituzioni e dei diritti dei popoli, libera dal giogo della NATO. Sul piano mondiale, significa liberarsi da un atlantismo che, in una fase di declino inedita, mostra anche tutta la sua recrudescenza imperialista, in favore di un multipolarismo segnato dall’operato degli Stati socialisti (dai più importanti come la Cina, all’operato intelligente e tatticamente incisivo di più piccoli, come la Corea del Nord) e delle forze socialiste, che liberino il mondo dall’egemonia unipolare americana e riaprano la prospettiva della transizione del mondo verso scenari inediti e che, nel 1989, probabilmente apparivano addirittura insperabili.

Le note qui riprodotte si guardano bene dall’avere alcuna pretesa risolutiva di un dibattito che, anzi, è ora di affrontare e portare in profondità. Esse hanno solo un modesto fine chiarificatore, volto a inserire la questione della sovranità del Paese in un contesto di obiettivi strategici per i comunisti, da perseguire nel nostro tempo. Questa consapevolezza è pienamente presente nella stragrande maggioranza dei partiti che costituiscono oggi il movimento comunista internazionale. Un movimento internazionale che deve rafforzare la sua unità, nel nome dell’internazionalismo proletario, della sua storia gloriosa e della sua concreta incidenza nei processi politici del nostro tempo.

È importante, anzi, indispensabile che i comunisti italiani, che si trovano oggi ad operare in un contesto inedito, compiano un salto di qualità nella loro elaborazione e quindi, prioritariamente, nella loro discussione. È questo, dopotutto, il fine difficile ma essenziale del I Congresso del PCI.


F.V. Dalla Croce è segretario naz. della FGCI






mercoledì 4 luglio 2018

L'editoriale del nuovo direttore di Marx21.it


di Marco Pondrelli, direttore di Marx21.it

Inizia oggi la mia avventura come direttore di questo sito. Il mio primo pensiero ed il mio primo ringraziamento va all'amico ed al compagno Mauro Gemma, che ringrazio per le belle parole che ha speso su di me. Lo ringrazio, come tante e tanti hanno fatto in questi giorni, per il lavoro che ha profuso in questi 10 anni: un lavoro guidato dalla professionalità e dalla passione. So che non sarò all'altezza del suo esempio ma spero ugualmente di riuscire a profondere tutte le mie energie in questo percorso.

Dirigere un sito che si richiama a Karl Marx in questo momento non è affatto facile. La sinistra in tutte le sue forme (comunista, radicale, riformista...) non è mai stata così debole. Debolezza che è, prima che elettorale, culturale.

In questi anni la sinistra ha smarrito la bussola arrivando perfino a sommare la propria voce a quella degli aggressori imperialisti (qualcuno si è già scordato le manifestazioni sotto l'ambasciata libica al tempo della guerra?). In nome di un nuovismo, che è stato in realtà il peggio che il passato ci ha consegnato, abbiamo disconosciuto la nostra identità. Qualcuno rifletterà seriamente sul perché la sinistra vince nei quartieri bene delle città e perde nelle periferie?

Il nostro sito si colloca dentro questa battaglia. Una battaglia teorica che vuole smontare i dogmi liberisti e guerrafondai. Vorremmo una sinistra che tornasse a capire che la minaccia alla pace oggi arriva dalla Nato e non dalla Russia, vorremmo una sinistra che capisse che la Cina non è la causa della nostra crisi ma potrà esserne la soluzione, vorremmo una sinistra che non barattasse i diritti del lavoro con quelli di genere (non essendovi nessuna contraddizione fra di essi).

Marx XXI sarà sempre più il luogo in cui, senza paure e senza anatemi, chi non si riconosce nel pensiero unico si confronterà portando, dall'Italia e dall'estero, il suo contributo, la sua esperienza e la sua storia.

Mentre scrivo queste righe mi ha raggiunto la notizia della morte del compagno Domenico Losurdo. Non sprecherò parole per dire quanto lo stimavamo e quanto il suo contributo teorico ci mancherà. Voglio ricordarlo quando lo vidi per l'ultima volta più di un anno fa alla presentazione del suo libro un mondo senza guerre assieme al professor Carlo Galli. Lo ricordo come sempre lucido ed impeccabile. Si capiva, e tutti i presenti lo capirono, come ogni parola non fosse scelta casualmente ma fosse il prodotto di un attento ragionamento. Di questo rigore intellettuale di questa coerenza politica tenteremo di essere all'altezza.


venerdì 29 giugno 2018

GENEALOGIA DEL TARANTISMO


il 29 giugno i cattolici festeggiano i santi Paolo&Pietro, che, a dar retta alle tradizioni religiose, sarebbero comparsi dappertutto in Puglia. In particolare il culto paolino è assai vivo a Galatina, dove nella giornata di oggi s’incrocia con il rito della taranta. S’incrocia perché dal ‘700 in poi le gerarchie cattoliche hanno cercato di imbrigliare e mettere sotto controllo un culto antico ma pericoloso per le implicazioni psico-socio-sessuali che ne fanno da sfondo. Sulla genealogia della tarantella, poi trasformata dal folclore nella cosiddetta “pizzica pizzica”, una delle ipotesi più accreditate dopo gli studi di Ernesto De Martino nella sua celebre spedizione del 1959, è la sua origine nei culti dionisiaci molto diffusi in Magna Grecia, poi modificati (ma neanche troppo) dai riti rurali di passaggio stagionale, trasformando le Menadi possedute dall’ebbrezza, in tarantate morse dal ragno che “pizzica”.
Le foto-emblema della spedizione di De Martino del 1959 in Salento sono state scattate proprio a Galatina da Franco Pinna e raffigura una "tarantata" che cerca di spegnere la trance con la frenetica danza cercando pace sull'altare o sfidando il potere esorcistico del raffigurato Paolo di Tarso, apostolo che combatte i morsi del corpo e dell'anima, in quanto egli stesso probabilmente affetto da epilessia, isteria e depressione e convertito a Damasco dopo un'innumerevole serie di tentazioni della carne. 
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L'EPICENTRO DEL MITO DELLA TARANTA 
e del rito della possessione per il morso del ragno, si trova a Galatina, nel piazzale antistante la Cappella della chiesetta di Palazzo Tondi consacrata al santo Paolo. 
Scrive Wiki:
"Pozzo di San Paolo-Chiesa di San Paolo
La chiesa di San Paolo risale al XVIII secolo ed è incorporata al Palazzo Tondi. Nota anche come cappella delle Tarantate, è stata dal medioevo e sino alla fine degli anni cinquanta del XX secolo, teatro di fenomeni misteriosi legati al "tarantismo". In questa chiesetta, infatti, durante i festeggiamenti del 29 giugno, si recavano le donne, definite tarantate, che erano state vittime del morso della tarantola. Esse chiedevano la grazia al santo, pregando e bevendo l'acqua del pozzo attiguo alla chiesetta. Inoltre effettuavano un esorcismo musicale esibendosi in balli frenetici al suono dei tamburelli. Furono questi anche i motivi che spinsero l'etnologo italiano Ernesto de Martino ad avere interesse per il sito nella sua spedizione in Salento del 1959.
L'edificio, ad aula unica con volta alla leccese, ospita un altare settecentesco con una tela di Francesco Saverio Lillo che raffigura san Paolo con in mano una spada, le figure di un uomo e di una donna ed un angelo che sostiene un libro"--
- la foto-emblema della spedizione di De Martino del 1959 in Salento è stata scattata proprio in questo sito da Franco Pinna e raffigura una "tarantata" che cerca di spegnere la trance con la frenetica danza cercando pace sull'altare o sfidando il potere esorcistico del raffigurato Paolo di Tarso, apostolo che combatte i morsi del corpo e dell'anima, in quanto egli stesso probabilmente affetto da epilessia, isteria e depressione e convertito a Damasco dopo un'innumerevole serie di tentazioni della carne.
Oggi il fenomeno è sparito dall'autentico folclore per fare spazio a situazioni di esibizione della cultura popolare a fini turistici o meramente rappresentativi.
(fe.d.)




giovedì 28 giugno 2018

DOMENICO LOSURDO (1941-2018)


È MORTO IL FILOSOFO MARXISTA DOMENICO LOSURDO, INTELLETTUALE DI STATURA INTERNAZIONALE, PRESIDENTE DELL’ASS. MARX XXI

il contributo di Wikipedia
(..) La sua riflessione filosofico-politica, attenta alla contestualizzazione del pensiero filosofico nel proprio tempo storico, ha mosso in particolare dai temi della critica radicale del liberalismo, del capitalismo e del colonialismo, nonché della concezione tradizionale del totalitarismo (Arendt), nella prospettiva di una difesa della dialettica marxista e del materialismo storico. (..)
Domenico Losurdo volge la sua attenzione alla storia politica della filosofia moderna tedesca da Kant a Marx e del dibattito che su di essa si sviluppa in Germania nella seconda metà dell'Ottocento e nel Novecento, per poi procedere a una rilettura della tradizione del liberalismo, in particolare partendo dalla critica e dalle accuse d'ipocrisia rivolte a John Locke, per la sua partecipazione finanziaria alla tratta degli schiavi.
Riprendendo ciò che afferma Hannah Arendt nel 1951, in Origini del totalitarismo, per Domenico Losurdo il vero peccato originale del Novecento è nell'impero coloniale di fine Ottocento, dove per la prima volta si manifesta il totalitarismo e l'universo concentrazionario. (..)
Losurdo appartiene alla corrente del marxismo-leninismo, e ammira anche l'interpretazione che Mao dà della "pluralità della lotta di classe", da collocare nel contesto dell'attenzione che rivolge al processo di emancipazione femminile e dei popoli colonizzati. È stato direttore dell'associazione politico-culturale Marx XXI, vicina prima al Partito dei Comunisti Italiani, poi confluito nel Partito Comunista d'Italia (2014) e nel Partito Comunista Italiano (2016), di cui è stato membro autorevole.

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sabato 23 giugno 2018

BREVI DELUCIDAZIONI PEDAGOGICHE SU ALCUNE CATEGORIE GRAMSCIANE


- Gramsci e la filosofia della prassi: un’espressione che il filosofo usa, nelle ristrette condizioni carcerarie in cui cerca di utilizzare espressioni non direttamente riconoscibili, per indicare il marxismo come interpretazione e trasformazione del mondo e la concezione materialistica della storia. La sola teoria è necessaria ma non sufficiente: il mondo va trasformato nella pratica, nell’azione rivoluzionaria e nella lotta di classe, nel solco dell'XI glossa a Feuerbach di Marx.
- Il ruolo della cultura è sovrastrutturale, ma influenza la struttura (la base economica e i rapporti di produzione da cui discendono i rapporti sociali, secondo Marx) in modo determinante quando diventa cultura dei popoli e cultura nazional-popolare. Esse subiscono l’influenza delle classi dominanti che detengono il potere e dunque la rivoluzione culturale si ha con la liberazione dal folclore e dal senso comune
- Il folclore discende da una visione magico-ingenua del mondo, ma è il punto di partenza della cultura popolare che segna simboli ed identità; il senso comune è lo strumento attraverso il quale le classi dominanti esercitano la loro egemonia sulle classi subalterne. Sia i mezzi di informazione sia i “grandi intellettuali”, la scuola e le istituzioni-istituti sovrastrutturali, veicolano l’opinione, in particolare politica e morale e, intrecciandosi con le credenze tipiche del folclore, formano il senso comune. Anche da questo bisogna partire per rivoluzionare il sistema dei falsi valori, merce e denaro e mercificazione dei rapporti umani, per progettare la società autoregolata. (fe.d.)



PEDAGOGIA E ANTIPEDAGOGIA


L’antipedagogia, sull’onda delle tesi sulla descolarizzazione di Ivan Illich, venne considerata negli anni 70 la più aspra critica al conformismo pedagogico funzionale alla scuola come “apparato ideologico” (vedi tesi ed elaborazioni in Italia di De Bartolomeis, i bellissimi lavori di Angelo Broccoli come “Antonio Gramsci e l’educazione come egemonia” del 1972, l’educazione come alienazione negli studi di Manacorda sul Marx pedagogo, solo per fare qualche esempio). Oggi, al contrario, l’antipedagogia è funzionale al sistema. Per antipedagogia, infatti, deve intendersi tutta quella metodica formalistica tendente alla riduzione della cultura e dell’istruzione a merce, e la trasformazione genetica della didattica dei contenuti in didattica delle competenze. (fe.d.)

I COMPITI
Sulla questione dei “compiti a casa” e dei “compiti per le vacanze”, puntualmente si sollevano nel nostro paese polemiche in cui naturalmente non c’è minima traccia di metodologie pedagogiche o solo meramente istruttive, ne’ comparazione scientifica con i sistemi scolastici di altri paesi. 

Ora io proporrò ai miei allievi, per la stagione estiva, una serie di letture spero corroboranti e utili. Il tempo di lettura deve essere sottratto, coscientemente, alla futilità di molte azioni pseudo/comunicative al cell.; il cervello non va mai all’ammasso o in ferie. Spero non si risentiranno molti soloni dell’antipedagogia modernista e fintamente progressisti che si annidano, copiosi, nelle stanze del MIUR a dettare la linea agli insegnanti, forti dei loro lauti stipendi mai guadagnati sul campo. 
Seguite dunque SCHOLA DUBLATINA ogni giorno, e non per dovere, per piacere. [prof. fe.d.]


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PER UN'ECOLOGIA DELLA MENTE/ - CATARTICO


la rabbia e il rancore sono due sentimenti negativi di cui bisogna imparare ad autoliberarsi. Osservando la natura. La contemplazione, infatti, è un lenimento dell’anima. (fe.d.)




domenica 17 giugno 2018

COMPITI DEI COMUNISTI OGGI


PROMUOVERE l’opposizione sociale di massa sulle contraddizioni di sistema
RICOSTRUIRE la sinistra di classe nel nostro paese per l’unita’ popolare
RESPIRARE il proprio tempo storico con l’AZIONE.
Ecco il compito dei comunisti di oggi.
Ferdinando Dubla - - MARX XXI, Taranto


mercoledì 13 giugno 2018

UN’ALTRA OPPOSIZIONE È POSSIBILE


Sinistra e comunisti, dunque la sinistra di classe, non possono identificare la propria con l’altrui opposizione. C’è bisogno di un’opposizione sociale di massa e la ricostruzione di una sinistra di classe è possibile da essa e funzionale ad essa. Bisogna sempre più rivendicare i valori costituzionali: la sovranità popolare si sostanzia di eguaglianza, lavoro e libertà, laicità, diritto alla salute, all’istruzione, cultura e conoscenza, dignità della persona e diritti civili, sociali e politici e contro ogni logica securitaria e giustizialista. È su questo che va costruita l’opposizione alle contraddizioni che inevitabilmente il governo legastellato aprirà sul terreno politico e sociale. (fe.d.)

Populismo e trasformismo, la lezione di Gramsci




Che c’entra Gramsci con il nuovo governo della destra e dei populisti? Chi voglia provare a capire i caratteri della nostra (eterna) crisi non può fare a meno delle sue analisi. Che come quelle di ogni classico mantengono intatta nel tempo la loro attualità.

In una nota del «Quaderno 6» scrive proprio del “populismo”: esso è una forma di neutralizzazione del protagonismo delle masse; di fronte alla loro domanda di diritti e di potere le classi dominanti «reagiscono con questi movimenti ‘verso il popolo’». Il “pensiero borghese”, aggiunge Gramsci, «non vuole perdere la sua egemonia sulle classi popolari e, per esercitare meglio questa egemonia, accoglie una parte dell’ideologia proletaria».

La parola chiave è “egemonia”. Il “populismo” è insomma il travestimento della destra che si fa sinistra, per conservare il potere economico, politico e culturale accoglie “parte” delle istanze di sinistra: il lavoro, le tasse, le domande securitarie, le identità corporative o di campanile, fino a certo deteriore “nazionalismo popolare” del ‘sangue e suolo’.

In una nota del 1930 Gramsci aveva indagato il fenomeno dall’altro verso: non dell’andare al popolo dei potenti, ma della ripulsa della politica da parte del popolo. Popolo che prova «avversione verso la burocrazia» o «odia il funzionario», antipolitica diremmo oggi, ma che pure non riesce a darsi una strategia autonoma di alternativa. Si tratta, nota acutamente Gramsci, di «odio ‘generico’ ancora di tipo ‘semifeudale’, non moderno, e non può essere portato come documento di coscienza di classe».

Due elementi: è una politica immatura quella del populismo, regressiva; d’altro canto non è possibile populismo ‘di sinistra’ (osservazione non scontata, non mancano oggi infatti tentativi di declinazione progressiva del populismo, direi da Laclau a Mélenchon). Occorre invece una critica moderna dello stato di cose esistente. Che solo la politica può dare. Contro populismo e antipolitica occorre non farsi corrivi con lo spirito dei tempi, non porsi “sulla difensiva” rispetto al piano egemonico dell’avversario. E invece la sinistra italiana, già agli occhi di Gramsci, scontava proprio un difetto politico, di «scarsa efficienza dei partiti», ridotti a «bande zingaresche» o al «nomadismo politico». L’eterno trasformismo della politica nazionale.

Questa doppia debolezza strutturale della destra di governo e della sinistra di alternativa è la ragione profonda ed esaustiva non solo della fragilità storica della nostra democrazia, ma dell’intero nostro tessuto civile, se è vero che in Italia non è «mai esistito un ‘dominio della legge’, ma solo una politica di arbitrii e di cricca personale e di gruppo».

Si pensi proprio alla nascita del governo Conte. Sul manifesto Gaetano Azzariti ha parlato di «gestione del tutto privata della crisi», con «il programma di governo trasformato in un contratto tra due signori stipulato davanti a un notaio, le cui obbligazioni sono assolte da un loro fiduciario». Populismo e privatismo possono ben andare insieme. Come per altro avevamo imparato già da Berlusconi.

L’alternativa a tutto ciò deve essere chiara e netta: tornare alla politica, al «dominio della legge», dell’interesse generale. Perché se certo la colpa dell’antipolitica è della politica, pure l’antidoto all’antipolitica può essere solo di nuovo la politica. Combattere il populismo si deve rivendicando la nobiltà della politica. E praticandola. Rischiando anche l’impopolarità dell’antipopulismo (tanto più che il risultato straordinario del referendum del dicembre 2016 prova che nei momenti topici il popolo italiano mostra discernimento e intelligenza politica).

Ancora Gramsci ricorda che il fenomeno dell’“apoliticismo” si spiega col fatto che i partiti in Italia «nacquero tutti sul terreno elettorale», risultato di «un insieme di galoppini e maneggioni elettorali, un’accolita di piccoli intellettuali di provincia», senza visione, senza strategia, senza senso della politica.

Queste dunque le priorità della possibile e necessaria alternativa al populismo: organizzazione delle masse popolari, autonomia culturale e politica, un partito della sinistra in grado di corrispondere al dettato dell’articolo 49 della Costituzione: «Concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Avendone un’idea possibilmente: di interesse nazionale, di politica, di democrazia.

da Il Manifesto, 12 giugno 2018