le lenti di Gramsci

lunedì 24 dicembre 2018

Marx e una certa tradizione filosofica

A Pavia l’ennesima dimostrazione di quanto la ricerca accademica sia arretrata nello studio e nella comprensione di Marx.

di Edoardo Acotto

Si è svolto a Pavia, il 13 e 14 dicembre, un convegno internazionale nel bicentenario della nascita di Karl Marx intitolato “Marx e la tradizione filosofica”. I relatori hanno affrontato diversi aspetti del rapporto di Karl Marx con la storia della filosofia. La scelta degli organizzatori è stata quella di limitare rigorosamente ciascun intervento agli autori letti, studiati e pensati da Marx: una scelta che ha accentuato l'effetto di forzoso confinamento entro il recinto della storiografia filosofica accademica.
In questo modo il pubblico, composto per lo più di studenti universitari, ha potuto ascoltare relazioni su “Marx su Democrito ed Epicuro” (Peter D. Thomas), “Marx e Machiavelli” (Fabio Frosini), “Marx e Spinoza” (Vittorio Morfino), “Marx e Hume” (Emilio Mazza), “Marx e il materialismo settecentesco” (Paola Rumore), “Marx e Kant” (Manuel Disegni), “Marx e Hegel” (Roberto Fineschi), “Marx e la sinistra hegeliana” (Douglas Moggach), “Marx e Feuerbach” (Giuseppe Invernizzi).
Unica eccezione alla struttura “Marx e...”, la relazione iniziale di Luca Fonnesu, docente di storia della filosofia a Pavia, che ha trattato il tema “teoria e prassi” alla luce della genealogia storica del concetto di prassi, che trova in Kant, in particolare nell'introduzione alla Critica del Giudizio, il suo vero momento iniziale poi ereditato da Hegel e gli hegeliani.
Il convegno pavese è stata un'occasione importante per fare il punto sulla conoscenza storiografica dell'opera e del pensiero marxiani alla luce della cosiddetta MEGA 2, la seconda Marx-Engels Gesamtausgabe, ossia la nuova edizione tedesca di tutte le opere di Marx e Engels iniziata nel 1975, articolata in quattro sezioni (solo la seconda è stata completata) e 48 volumi.
Tra i relatori, solo alcuni possono essere considerati dei “marxologi” (Fineschi, Frosini, Morfino) e se qualcuno tra i presenti era marxista, in quel contesto la cosa non è emersa (se non dalle domande di qualche studente). Sembrava insomma di ritrovarsi in un ambiente sterilizzato e asettico dove fosse d'uopo sottolineare la presunta avvenuta fine del marxismo politico e la necessaria distanza da esso degli studiosi perbene, proprio nel momento in cui si analizzavano col bisturi alcune sezioni anatomiche e nervature del pensiero marxiano. Non per nulla, in apertura dei lavori, è stata evocata la specificità umanistica dell'ateneo pavese che con docenti come Maria Corti e Cesare Segre ha dato al Novecento una lezione magistrale di filologia del testo.
Ma può Marx essere ridotto a mero oggetto filologico e storiografico? Certamente interessante è l'analisi, possibile proprio grazie alla MEGA 2, dei quaderni di lavoro di Marx, che testimoniano di letture precise di autori come Machiavelli, Bruno, Spinoza... Tuttavia è certamente lecito domandarsi quale sia la rilevanza effettiva di questi studi di dettaglio: sapere che Marx ha trascritto in un certo ordine alcuni brani del Tractatus theologico-politicus di Spinoza ci permette di comprendere qualcosa di universalea proposito del pensiero del Moro o non si rischia piuttosto di cadere in una sorta di pettegolezzo storiografico?
A questo sospetto si aggiunge un po' di stupore per il fatto che in due momenti cardinali del convegno, all'apertura dei lavori e alla chiusura, rispettivamente dal professor Francioni e dal professor Cospito, si è sostanzialmente detto che il marxismo politico deve oggi essere considerato un proverbiale cane morto: entrambi i docenti hanno sostenuto, come se si trattasse di evidenza per tutti nota e indiscutibile, che sono ormai irrimediabilmente trascorsi gli anni in cui, a Pavia e altrove, Marx era autore imprescindibile, e moltissimi corsi universitari erano incentrati sul suo pensiero e la sua opera. Da questa premessa non solo discutibile (ancorché non discussa) ma in gran parte falsa, i due relatori traevano inoltre la conclusione che solo ora si possa finalmente iniziare a studiare scientificamente Marx, poiché negli anni dell'egemonia marxista l'interesse propriamente filosofico per il pensatore di Treviri era assente e surrettiziamente sostituito da un mero interesse politico.
Dopo aver così nettamente separato filosofia e politica, scindendo teoria e prassi, gli accademici affermavano implicitamente la superiorità del primo termine sul secondo, come se finalmente la politica fosse respinta nel suo sozzo porcile senza più lordare la bella riflessione astratta e la pura teoresi. Il tutto senza che nemmeno si pensasse di poter aprire lo spazio per una riflessione collettiva (un convegno filosofico potrebbe ben essere anche questo, e di sicuro lo era in quei lontani anni Settanta, più volte evocati come un'epoca buia di errore e pregiudizio) sul rapporto tra la politica del nostro presente e ciò che il marxismo può ancora offrire alla teoria e alla prassi dei tanti soggetti, individuali e collettivi, che non si rassegnano a sottoscrivere la violenta narrazione dominante consustanziale all'ordine capitalista: populismo contro democrazia liberale, sovranismi contro Unione Europea, e tutto il resto è barbarie.
A titolo di esempio, due relatori hanno citato l'Enciclopedia del marxismo, opera tradotta da Einaudi tra il 1978 e il 1982: se il professor Invernizzi ha ricordato con una certa simpatia la folla di studenti che nelle aule dell'università di Milano assisteva alla presentazione della traduzione dei Grundrisse e dell'Enciclopedia summenzionata, il professor Cospito, nelle conclusioni del convegno, ha citato l'articolo dalla medesima Enciclopedia dell'importante allievo di Lukács, István Mészáros (“Marx filosofo”), quasi ad attenuare l'incauto giudizio secondo cui proprio negli anni in cui il movimento operaio era egemone l'interesse filosofico per l'autore del Capitale sarebbe stato sostanzialmente assente. Salvo poi affermare, altrettanto incautamente, che l'articolo del filosofo ungherese è datato e completamente superato (da chi, perché e come?) [1].
Molto ci sarebbe poi da dire sui concetti per niente tematizzati nel corso del convegno: classi socialidialettica, rivoluzione, ecc.
In conclusione: il convegno è stata un'occasione interessante per aggiornarsi sull'attuale stato della conoscenza scientifica e accademica dell'opera marxiana, ma ancor più interessante per la sua capacità di produrre nostalgia per gli anni in cui l'uso politico di Marx, oltre all'interesse popolare per il suo pensiero, era egemonico. Anni non così lontani, checché ne pensino i filosofi accademici, e che non sarebbe prudente liquidare come destinati a non ripresentarsi in nuove forme sulla scena dialettica della storia occidentale.

Note
[1] Ricordiamo che István Mészáros è un pensatore marxista di prima grandezza, autore tra l'altro di Oltre il capitale.

venerdì 21 dicembre 2018

Test Invalsi: l’illusione morale di una giustizia che non c’è





Non convince quanto scrive Chiara Saraceno sulle pagine di Repubblica («I test Invalsi per una scuola più giusta»), a commento delle recenti voci su una revisione/fusione degli enti preposti alla valutazione del sistema di Istruzione pubblico.

Non convincono né il titolo – il test strumento di giustizia sociale- né le argomentazioni – gli insegnanti che si rifiutano per principio di essere valutati – che hanno fatto da grancassa alla progressiva trasformazione neoliberale dell’istruzione italiana, in un contesto globale. Le denunce di Saraceno – l’addestramento seriale nelle scuole trasformate in ”testifici”, l’impiego dei test nelle certificazioni individuali degli studenti come biglietto d’ingresso nel mercato del lavoro o nelle Università– non descrivono distorsioni accidentali. Non si tratta di un uso deformato e perfettibile del test, “strumento di giustizia” incompreso, che non gode di simpatie nel mondo scolastico.

Un test censuario, come quello Invalsi, ossia somministrato alla totalità degli studenti dai 7 ai 18 anni, non è un neutro strumento di indagine scientifica, ma uno strumento di regolazione e controllo (accountability) dell’attività educativa, il cui fine è esattamente quello previsto: trasformare l’esito delle prove in una misura dell’apprendimento degli studenti correlata alla qualità delle scuole.

Buon punteggio ai test significherebbe automaticamente buona qualità. D’altra parte a questo serve il “valore aggiunto” che l’Invalsi ha confezionato: a capire quanto “aggiunge” o “sottrae” un istituto – e dunque via via il singolo insegnante – all’apprendimento dei suoi studenti. Si tratta di uno strumento performativo, capace di indurre comportamenti e giudizi di valore, contestato scientificamente e dagli effetti ben noti a chi conosce l’evoluzione dei sistemi di istruzione angloamericani, che premia chi avanza e punisce chi recede (per ora, solo moralmente all’interno della comunità professionale).

Se l’intento fosse quello di “monitorare le disuguaglianze”- impegno nobilissimo condiviso da tanti insegnanti- basterebbero dati statistici raccolti su campioni ben scelti. La somministrazione di massa di test e i questionari di carattere psicometrico (come dimenticare i nuovi quesiti della scorsa primavera sulle “aspettative future” a 10 e 15 anni: avrò abbastanza soldi per vivere? Sono un ragazzo capace di pensare in fretta? Riuscirò a comprare le cose che voglio?) sono invece perfettamente coerenti con la nuova deriva tecnocratica che l’istruzione (non solo italiana) sta attraversando e che tanti denunciano da tempo (si leggano i post di Roars o del gruppo Noinvalsi).

Deriva che poggia, da una parte, sull’illusione razionalista di poter quantificare ogni performance del soggetto-capitalista umano (così lo definisce Roberto Ciccarelli, Il capitale disumano, la vita in alternanza scuola lavoro, Manifestolibri) e, dall’altra, sulla totale delegittimazione del giudizio professionale e della specificità dei contesti, sostituiti da indicatori numerici facilmente comparabili.

Pensare -come sostiene Saraceno -che rifiutare i test standardizzati significhi nascondersi dietro il “velo dell’ignoranza” somiglia a un velo di ipocrisia. Così si strangola la scuola nelle morse di un fallimento di cui è ritenuta unica responsabile. Non è migliorando uno strumento di misura che si modifica il fenomeno che si vuole misurare.

Rossella Latempa, da Il Manifesto del 18 dic 2018


martedì 18 dicembre 2018

Il lungo '68: come riprendere il sentiero interrotto dell’anticapitalismo


SAGGI. «È solo l'inizio. Rifiuto, affetti, creatività nel lungo ’68», un libro curato da Ilaria Bussoni e Nicolas Martino, edito da Ombre Corte





Movimento storico-politico che ha aperto un mondo, e fatto balenare l’impossibile nella nostra gabbia d’acciaio, il Sessantotto è identificato con l’inizio del neoliberismo, non con la prima opposizione al capitalismo neoliberale. A destra come a sinistra, il Sessantotto – che non coincide con un anno, ma con un processo globale lungo almeno un ventennio – preoccupa ancora perché è il nome di un’opposizione radicale a ciò che si presuppone sia il “reale” in nome di una vita altra e vera; di una militanza per un divenire imprevedibile, drammatico e incommensurabile che coincide con la vita intesa come mezzo di se stessa, non come strumento in mano ad altri; in un pensiero della vita, non in una meditazione sulla morte.

OGGI,COME IERI, il problema è imbrigliare il desiderio e le facoltà dell’essere umano, schierandoli contro il loro stesso soggetto, in una torsione epocale che può portare a desiderare di essere schiavi in nome di una presunta libertà: quella dell’imprenditore di se stesso che promuove il brand dell’Io sul mercato delle identità e dei valori. La rivendicazione di una vita priva di finalità, o apriori, salvo quelli che si danno nell’esperienza per essere superate, è rovesciata nella ricerca di un’autenticità, una comunità originaria, un “popolo”. Una storia del Sessantotto, e delle idee che lo hanno contrastato, come quella di Serge Audier (La pensée anti-68, La Découverte), ha dimostrato invece che questo conflitto è iniziato da subito, cinquant’anni fa, e fa parte di ciò che oggi chiamiamo “Sessantotto”. E si può dire che rappresenti la materia stessa della nostra politica: il rovesciamento nell’opposto delle istanze di emancipazione e liberazione, sempre presenti nel nostro sentire e pensare, è programmaticamente perseguito al fine di neutralizzare, o deviare su tutt’altri obiettivi, il conflitto contro l’alienazione, l’(auto)sfruttamento, la generazione di una conoscenza che è forza produttiva, non solo contemplazione del disagio o celebrazione delle occasioni mancate.

ECCO COSA E’ DIVENTATO il Sessantotto: il nome che indica uno strano conformismo dell’anomalo. Per questo è stato ridotto allo sfoggio di una soggettività consumistica; alla diatriba edipica mamma-papà-figlio; al discorso generazionale di chi cerca un posto sul mercato per i suoi piccoli sogni di imprenditore di se stesso; al discorso reazionario, e infondato, di una presunta superiorità dei “diritti civili” contro i “diritti sociali” oppure a quello di evento minore rispetto alla grande storia del politico con la maiuscola.

È SOLO L’INIZIO. Rifiuto, affetti, creatività nel lungo ‘68, il libro curato da Ilaria Bussoni e Nicolas Martino pubblicato da Ombre Corte (pp.199, euro 18), si sottrae a questo conformismo reazionario e tremebondo. Raccoglie saggi ostinatamente sintonizzati con la carica anti-autoritaria, anti-statale e anti-capitalista oggi lasciata nel lato oscuro della storia. In Claire Fontaine, Marco Scotini, Giuseppe Allegri, Pierre Dardot, Gilda Policastro, Lidia Riviello, Cristina Morini, Ida Dominjanni, Bifo, Andrea Colombo, Benedetto Vecchi, Giovanna Ferrara, Franco Piperno, tra gli altri, in totale 28 autrici e autori, emerge un aspetto unico in questo cinquantenario condotto in tono minore. Si dice che il Sessantotto “è l’inizio del nostro mondo”. La sua attualità consiste nel dimostrare la possibilità di “scioperare dalla paura” (della miseria, della polizia, del patriarcato, di non essere “normali”) e inventare insieme una forma di vita che ribalta il rapporto di forza con il potere che la assoggetta. I riferimenti all’arte, al cinema, alla letteratura e alla musica, oltre che ai movimenti a cominciare da quello delle donne permettono di capire che un movimento non è solo rivolta libertaria, o generazionale, né impero della politica “rivoluzionaria” o “di classe”.

OGNI MOVIMENTO – in questo mondo che è iniziato allora, e il Sessantotto non è stato un’eccezione, ma la prima volta – è in primo luogo una forma di sentire produttivo, riproducibile e tramandabile che ha al centro le facoltà dei soggetti e le loro relazioni. Non solo, dunque, la produzione materiale, la tecnologia, il politico. È ancora oggi, il Sessantotto, un prototipo di politica incarnata, un’etica della vita di chi si conduce criticamente in un mondo ridotto a rapporti servili, devastati dal microfascismo psichico delle passioni tristi o dell’auto-sabotaggio nel “realismo capitalista”.

NON E’UN IDEA PLATONICA, è un’“invenzione politica” alla portata di una prassi, individuale e collettiva imprevedibile e concreta. Il Sessantotto è un “sentiero interrotto”, lo si può riprendere. Anche se viviamo nella “carestia del desiderio”, non è escluso che si possa ricominciare a esprimerlo. Non è volontarismo, è l’opposto. La percezione di un possibile materiale e ideale ci attraversa, già ora, per quello che siamo, e non per quello che dovremmo essere. Oggi questa potenza, invece, è espressa con fatica nel suo opposto, facendoci illudere che la fine sia già arrivata, mentre siamo solo all’inizio. La vita è un rovesciamento delle prospettive. Politica è quella che lo rende desiderabile.

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recensione apparsa su Il Manifesto del 18 dicembre 2018 a firma di Roberto Ciccarelli

martedì 11 dicembre 2018

LE CONTRADDIZIONI DEL GOVERNO CHE C’E’ E L’OPPOSIZIONE CHE NON C’E’


(..) Tornando ai fatti del giorno, è evidente allora che forze e organizzazioni pienamente corresponsabili di un tale fallimento epocale non possano che affidarsi allo strumento giudiziario. Tuttavia, il rischio più che concreto, visto che la storia è lì a insegnarcelo, non è nel capovolgimento della situazione, ma nell’inasprimento delle contraddizioni politiche e nel rafforzamento del nemico che si intende in modo così avventuroso combattere.
Se queste forze così nuove e così pericolose per la democrazia nascono come risposta a un sistema morente, bisognerebbe combatterle non per resuscitare il morto, ma per affermare che queste forze non sono un’alternativa al sistema morente.
Bisognerebbe allora chiedere al ministro dell’Interno: dov’è l’abolizione della riforma Fornero, visto che nella migliore delle ipotesi sarà sostituita da una “quota 100” che i giovani non vedranno mai a causa della precarietà che non permetterà mai di accumulare i contributi necessari? Dov’è finita la volontà persecutoria che lo aveva contraddistinto all’indomani della tragedia di Genova e che oggi è sepolta sotto un pesantissimo silenzio?
A Di Maio, poi, bisognerebbe chiedere: dove sono finite le proposte di nazionalizzazione della gestione delle autostrade o di Alitalia? Come si può asserire che vi sono state evidenti illegittimità nella gara per la vendita dell’ILVA e lavarsene, contestualmente, le mani, quando invece la Costituzione (art. 42) conferisce grandi poteri in capo al governo per la tutela dell’interesse generale? Dov’è finito il reddito di cittadinanza, visto che – se tutto andrà liscio in sede di manovra – ci ritroveremo con un renziano reddito di inclusione un po’ ampliato nella platea?
E ancora: dov’è finito il conflitto con la Ue sulle materie economiche e sociali, dal momento che vi è un ministro dell’Economia il cui principale impegno è quello di rilasciare interviste rassicuranti per Bruxelles?
Un’opposizione che voglia essere alternativa, inoltre, deve denunciare le cause dei fenomeni migratori in larga misura imputabili all’Occidente stesso e affermare che non può esistere alcun “aiutiamoli a casa loro” se siamo stati e siamo impegnati principalmente a distruggere e colonizzare quelle case.
Di certo, questa affermazione non sarà mai pronunciata da un governo che, chino al volere di Trump, accetta di portare al 4% del PIL (circa 70 miliardi di euro) le spese dello Stato per la NATO. Affermare politiche di cooperazione tra Stati e popoli, significa esattamente fare il contrario di ciò che ieri e oggi ha fatto e fa l’Alleanza atlantica, significa, per esempio, imparare da modelli avanzati di cooperazione come quello posto in essere dalla Cina nei confronti dei Paesi dell’Africa. Ma una riaffermazione continua di adesione al volere della NATO e la ricerca costante di un asse privilegiato con l’attuale presidente del Paese guida dell’alleanza militare, non lasciano molte speranze.
Un’opposizione dovrebbe denunciare la demagogia del governo Renzi, che ha concluso un accordo internazionale misconosciuto che, in cambio della flessibilità per 80 euro e mance elettorali varie, ha garantito la gestione esclusiva da parte dello Stato italiano del fenomeno migratori del Mediterraneo, distraendo, però, le risorse che avrebbero certamente garantito un’accoglienza migliore e più efficiente.
Un’alternativa al quadro dato dovrebbe porre il problema del superamento dell’accoglienza straordinaria e militarizzata, rompendo il modello dei ghetti, con una gestione diretta da parte dello Stato dell’accoglienza secondo trasparenza, efficienza, raccordo e rapporto virtuoso con gli enti locali.
Come si vede da poche battute, allora, il nemico Salvini, il cosiddetto governo giallo-verde, non si combattono politicamente iscrivendoli nel registro degli indagati, ma in quello dei bugiardi e dei gattopardi che da secoli popolano le classi dirigenti del nostro Paese, succedendosi l’uno dopo l’altro dietro il sogno del cambiamento ma con davanti la realtà della conservazione.

di Francesco Valerio della Croce, Federazione Giovanile Comunisti Italiani 

tutto l’articolo in 
http://www.fgci.info/2018/08/27/la-via-giudiziaria-per-la-lotta-politica-non-porta-lontano/?fbclid=IwAR0Iucj2UX3cqVSCTjM-lspjPQw9JR_MEfrUNfZStpjsXQiQ_NNlpQoTdLY




LA FRANCE INSOUMISE


quando le sedicenti “liberaldemocrazie” annusano pericoli e vedono intaccato il proprio potere e i propri privilegi, rivelano tutto il loro volto: mazzieri e squadristi. E hanno l’ardire di chiamare “regimi” altri governi a loro non graditi nonostante le elezioni, cartina di tornasole di ogni governo dell’occidente. E i servi mediatici si affrettano a offrire loro le parole giuste: sommossa non rivoluzione, rivolta non liberazione. Ma se anche ci mettete in ginocchio davanti alla vostra ignominia, non chineremo mai il capo, non servirà molto la vostra violenza, se non a riaccendere il motore della storia. (fe.d.)





domenica 2 dicembre 2018

NON CI FERMERETE FACILMENTE!: il Movimento Studentesco di oggi


30 novembre 2018:  LA PRIMA DI TANTE MOBILITAZIONI: NON CI FERMERETE FACILMENTE!



Questa mattina eravamo più di mille, tra studenti e lavoratori della scuola, davanti al palazzo del Miur a Roma. Un fronte sociale composito, i tanti volti che concretamente danno vita e corpo alla scuola pubblica nel nostro paese. Quelli che da anni subiscono senza poter reagire: tagli, denigrazioni, repressione, svendita della scuola ai privati, lavoro gratuito, precarietà, manipolazione ideologica, autoritarismo, competizione sopra tutto. 
In piazza abbiamo voluto esprimere il nostro dissenso nei confronti del modello di scuola (neoliberista e classista) che ci hanno imposto: una scuola che divide invece di unificare, che reprime invece di lasciare spazio di espressione, una scuola che lascia carta bianca ai privati invece di investire soldi pubblici per la nostra formazione. In piazza c’era l’opposizione, quella vera, che non fa sconti a nessuno.
Siamo stati ricevuti all’interno del MIUR dal dott. Pinneri, vice capo del gabinetto, assieme a una delegazione di USB Scuola e delle associazioni di precari della scuola che hanno aderito alla mobilitazione. Purtroppo però l’incontro ha confermato le nostre aspettative: nessuna dichiarazione di discontinuità rispetto alle riforme portati avanti dai vari governi di centrodestra e centrosinistra negli ultimi anni. L’alternanza cambierà di nome ma non di sostanza. Silenzio su Invalsi e autonomia scolastica regionale. E’ il governo del “finto” cambiamento, quello che inganna, reprime la conflittualità ed esacerba la guerra tra poveri.
Durante la mobilitazione abbiamo però appreso la terribile notizia della morte di uno studente di Catania, colto da un infarto. Alla notizia abbiamo bloccato il traffico in segno di protesta per poi muoverci in corteo, nonostante le resistenze della polizia, che ha provato ad ostacolare in ogni modo il nostro passaggio. Abbiamo raggiunto il presidio degli ex LSU-ATA a Montecitorio, non ci siamo fatti fermare da nessuno, come promesso.
Una giornata di lotta che non dimenticheremo, una giornata di lotta che non dimenticheranno. Abbiamo promesso anche che non ci saremmo fermati qui e che da Nord a Sud avremmo unito tutte le studentesse e gli studenti che non si arrendono, quelli che nonostante tutto resistono e che non scendono a compromessi. 
CONQUISTEREMO IL FUTURO, CI RIPRENDEREMO LA SCUOLA PUBBLICA!
fonte: pagina FB Campagna BastAlternanza 

venerdì 30 novembre 2018

IL '68: un 'possente' movimento rivoluzionario (1)


NON SOLO ANNIVERSARIO
non retorica, ma lavoro storico-politico/
per coloro i quali dal '68 'continuons le combat'
ripubblichiamo la prima parte del cap. 3 del libro di Ferdinando Dubla:
“Secchia, il PCI e il ‘68”, Edit. Datanews nel 1998 in occasione del 30* anniversario
le note seguono le pagine e si rinominano da 1 e vanno lette dal basso verso l'alto.

3. Il ‘possente’ movimento rivoluzionario 


Tra queste date-simbolo, che abbiamo citato solo per una  traccia schematica di tappe significative che costituiscono comunque il fulcro di un determinato periodo storico che, iniziato a metà degli anni '60 continua fino ai primi anni '70 e ha un'incidenza profonda anche per la genesi e lo sviluppo del cosiddetto 'movimento del '77',[1] la sua tipologia insieme creativa e tragica (la stagione del terrorismo, gli 'anni di piombo'), si intrecciarono ovviamente eventi tumultosi e carichi di significato simbolico a livello internazionale, basti pensare all'esperienza della rivoluzione culturale cinese nel biennio '66/'67, preceduta dalla campagna dei 'centofiori', alla morte del Che Guevara in Bolivia nell'ottobre 1967, alla guerra del Vietnam (offensiva del Tet, 30 gennaio 1968), la 'primavera di Praga' che iniziò proprio nei primi mesi del '68 con il CC del PC Cecoslovacco e le dimissioni del segretario generale del Partito Novotny a favore di Alexander Dubcek e poi l'ingresso delle truppe del Patto di Varsavia nella notte dal 20 al 21 agosto,  l'assassinio di Martin Luther King il 4 aprile del '68, il 'maggio francese' e le leadership di Rudy Dutschke e Cohn-Bendit, [2]  l'assassinio di Robert Kennedy (fratello dell'ex Presidente John F.Kennedy assassinato nel 1963) il 5 giugno, l'inizio della guerriglia dei Tupamaros in Uruguay in agosto, il massacro di decine e decine di studenti da parte della polizia messicana in ottobre, l'eccidio di Avola il 2 dicembre, rimanendo in un ambito quasi esclusivamente politico (le influenze culturali dirette/indirette furono altrettanto numerose e significative) in "una miscela straordinariamente possente", per usare un' espressione di Paul Ginsborg (o l'imagination au pouvoir, come recitava il titolo dell'intervista a J.P.Sartre e Cohn-Bendit sull'edizione speciale del Nouvel Observateur del 20 maggio 1968). [3]

Se dunque la scintilla e la originale connotazione prevalentemente studentesca del movimento è da ritrovarsi "nel meccanismo dell'apprendimento, denunciato come passiva ricezione e condizionamento, che non lascia allo studente alcuna funzione di dialettica con l'istituto, gli ordinamenti, il docente, il tipo di nozioni che gli vengono imposte",[1] la sua genesi profonda è nel cuore dei sistemi capitalistici dell'occidente. In Italia, poi, il contesto politico e sociale giocava un ruolo specifico anche in riferimento all’uso dei movimenti dell’estrema destra, della ‘destra radicale’, da parte di apparati dello Stato e da parte di una borghesia impaurita dalle conseguenze dell’accentuata conflittualità sociale: “Qui la protesta iniziò prima che negli altri Paesi (la prima occupazione universitaria ebbe luogo nell’autunno del 1967, alla Cattolica di Milano), durò più a lungo (praticamente fino alla fine degli anni settanta) e abbracciò un fronte molto più vasto. (..) Se l’avvento relativamente inoffensivo del centro-sinistra aveva suscitato, nel ‘cartello dell’ansietà’, l’allarme (..), sarà facile comprendere che gli sviluppi molto più radicali del 1968 innalzarono tale allarme a livelli di vero panico.[2]

In Italia il Sessantotto rappresentò una rivoluzione culturale senza concreto sbocco politico, e gli elementi generali e quelli nazionali specifici si fusero in una miscela potenzialmente deflagrante, che scosse le fondamenta dell’edificio reazionario delle classi dominanti e segnò una generazione intera  più che in altri paesi:

“Al di sotto dello scontro politico e ideologico vi era la grande massa dei giovani che viveva il ’68 in primo luogo come rivoluzione culturale personale. La prima conquista fu il concetto di democrazia di massa e del rifiuto della delega, che si accompagnò a una rivoluzione nel costume di vita contro la morale, i sistemi di vita borghesi e l’individualismo, per conquistare una nuova dimensione della vita collettiva. Una seconda acquisizione – questa più immediatamente politica – fu costituita dalla comprensione di che cosa rappresentasse il sistema di potere democristiano: la sua chiusura a ogni concessione e la sua incapacità di rispondere alle esigenze delle masse e alle richieste di democrazia. La rottura con la società borghese sviluppò invece l’interesse nei confronti dell’esperienza dei popoli rivoluzionari, e in particolare della Rivoluzione culturale cinese. (..)Per le masse studentesche, quindi, il socialismo, l’alleanza con la classe operaia, l’assunzione del marxismo-leninismo-pensiero di Mao non costituivano una prospettiva culturale, ma un obiettivo rispondente ai loro bisogni materiali.”[3]

- Una vera e propria temperie che non poteva non travolgere proprio i soggetti politici, come i partiti comunisti più forti nell' occidente capitalistico, l'italiano e il francese, che si dibattevano, in forme differenti l'uno dall'altro, in una contraddizione che veniva sottolineata da sponde diverse sia dal 'movimento' che dagli avversari politici, dalle forze reazionarie; la contraddizione era tra la perorazione di principi astrattamente rivoluzionari e la prassi palesemente riformista, accusati dagli uni come 'revisionisti' e dagli altri considerati inaffidabili per gestire le sorti della borghesia nazionale: contenitori, dalla grande storia e tradizione, di teorizzazioni marxiste-leniniste e pratiche della socialdemocrazia, insieme 'radical' e liberal'. Proprio per questo, il PCI soprattutto, venne comunque considerato un punto fondamentale della tattica e della strategia dei movimenti, bersaglio di una critica serrata, finanche rabbiosa, ma comunque forza della sinistra di cui non si poteva ignorare la capacità di mobilitazione di massa e di 'controllo' del conflitto di classe. La tradizione comunista, d'altra parte, era ripresa in tutte le sue versioni, quella che molti conglobano come 'critica' e quella che viene da alcuni definita 'ortodossa': entrambe erano presenti come culture all'interno del PCI.

Nel 1968/69, Secchia non era più da tempo il PCI, sebbene egli individualmente e politicamente, anche per le cariche istituzionali che continuava a rivestire (fu vice-presidente del Senato dal 1963 al 1972) si sentisse legato ad esso come corpo organico e inscindibile. Proprio nei 'diari' riferiti a quegli anni, annotò:  "Il partito mi ha dato di più? Certo, mi ha dato molto, ma molto ho dato anche io. Cosa sarei io senza il partito? Nulla! Ma nella vita? Se le energie, tutta la gioventù e l'intera vita dedicata al partito l'avessi dedicate con lo stesso impegno ad altra attività, cosa sarei?" e in polemica, sebbene affettuosissima, con un dirigente ormai del passato che stimava grandemente, Eduardo D'Onofrio, criticava la '"concezione religiosa del partito".[1] A rimarcare, siamo nel febbraio 1967, che la sua sconfitta politica all'interno del PCI, ha coinciso con una divaricazione rispetto agli ideali e ai principi con cui si erano combattute le fasi precedenti al 1954, e sempre più progressivamente: una deriva moderata, 'revisionista' appunto, che non era stato affatto invertita dalla segreteria di Longo dopo la morte di Togliatti (1964), nonostante le grandi speranze che in lui aveva suscitato l'elezione del suo compagno più vicino negli anni della Resistenza. Il partito è allora sì tutto, per la sua personale connotazione politico-biografica, ma non si doveva rimanere ciechi dinanzi alla contraddizione palese ed evidente proprio in quegli anni e che caratterizzò la stagione comunista di fronte ai movimenti del '68/'69: quella tra riferimento teorico e azione politica. E' evidente che proprio per queste riflessioni, Secchia si ritrovasse in pieno con lo slancio generoso delle giovani generazioni studentesche e in un rapporto nient'affatto paternalistico o strumentale; inevitabile divenne un rapporto di reciproca 'attenzione affettuosa' tra lui,  vecchio dirigente comunista escluso dal gruppo dirigente per la tenacia con cui contrastava la variante moderata e tatticista del togliattismo e il movimento che cercava un legame, critico sin che si vuole, ed un' identità importante con la storia del marxismo militante in Italia. Per questo, quando egli scriverà del 'movimento' non userà toni di 'affettazione' o tartufeschi: sarà ricambiato con una stima pressochè generalizzata (a parte alcune punte talmente esasperate che ai giorni nostri hanno esasperato la loro stessa immagine di allora all'incontrario, Lucio Colletti o A. Brandirali, ad es.). Conviene dunque seguire Secchia, oltre che per la sua autonoma produzione storica e di divulgazione della memoria politica di avvenimenti di cui era stato protagonista e testimone, produzione che ebbe, tramite Feltrinelli, di cui era amico fraterno e compagno, un'influenza notevole sulla formazione dei militanti dell'arcipelago di organizzazioni del 'movimento', specie di quelle marxiste-leniniste, anche per le sue uniche e dirette impressioni sul movimento studentesco annotate nei 'Diari' nel 1968:


" Sugli studenti e loro lotta avanzata in tutti i paesi è mia opinione che si tratti del più possente movimento rivoluzionario di questi anni. Lotta di generazioni e lotta di classe. Il movimento studentesco ha assunto una dimensione politica che va al di là delle rivendicazioni universitarie. E' un movimento di classe e di generazioni così impetuoso quale non si aveva da cinquant'anni. Non tutte le loro posizioni sono chiare e accettabili, non tutti gli obiettivi sono precisi. Non c'è ancora un'organizzazione, una guida che li raggruppi, li coaguli, come nel 1920. Ma il dato positivo che esce fuori è che tutto il movimento è orientato a sinistra per la pace, per la lotta, per il potere e per il socialismo (allora nel 1919 la gioventù in parte andò col fascismo). (..) L'influenza che esercitò allora la rivoluzione russa l'hanno esercitata in questi anni le rivoluzioni dei popoli per la loro indipendenza. Le guerre di liberazione Cina, Cuba, Vietnam (..)"[1]





[1] Ivi, pag.534. Temi che ritorneranno sia in un articolo di Secchia per la rivista Baita, il 18 aprile 1968,  in cui sottolineerà che "il contrasto fondamentale dell'epoca nostra non è un contrasto tra generazioni (anche se elementi del genere sono presenti, differenze di età, di bisogni, di cultura, di modi di sentire), ma è il contrasto tra il capitalismo con le sue vecchie strutture che rappresenta il passato e il socialismo che rappresenta l'avvenire.", sia nell'opera pubblicata postuma nel 1973 Lotta antifascista e giovani generazioni , su cui torneremo. 




[1] Cfr. AS, op.cit., parte II I diari, pag.506. Il 19 febbraio 1967 Eduardo D'Onofrio gli aveva mandato in lettura una lettera già inviata al segretario Longo, in cui annunciava di non volersi più ricandidare al Parlamento nelle elezioni future, adducendo motivi di salute ma anche ben precisi motivi politici: in breve, noi non siamo più quelli di prima e neanche il partito, ma tra noi e il partito deve prevalere quest'ultimo. La risposta di Secchia, sempre schematicamente, è in pratica: disciplina sì, quella rivoluzionaria, fideismo no. Nel 1970 Secchia rincarerà la dose contro la concezione dei rapporti partito/disciplina di D'Onofrio, scrivendo, sempre nei 'diari', che "sono diverso da lui in quanto per lui, per un motivo o per un altro, non viene mai il momento in cui un compagno può avere delle posizioni critiche nei confronti del partito.", ivi, (datato 5 maggio, quaderno n.6), pag.545. 




[1] Ivi, pag.74.
[2]Cfr. F.Ferraresi: Minacce alla democrazia - La Destra radicale e la strategia della tensione in Italia nel dopoguerra, Feltrinelli, 1995, pp.164/65. Nel periodo 1968/1973 l’Italia ebbe i più alti indici di conflitto in Europa, misurati in termini di: azioni di protesta per 100.000 lavoratori; lavoratori coinvolti, giornate di lavoro perdute. Per quel che riguarda il primo e terzo indicatore, il periodo 1968-1973 registrò i valori più alti di tutta la storia italiana, cfr. L. Bordogna- G.C.Provasi: La conflittualità, in G.P. Cella-T.Treu (a cura di): Relazioni Industriali. Manuale per l’analisi dell’esperienza italiana, Il Mulino, Bologna, 1982, pp.215/245.
[3] Cfr. E. Criscione, prefazione a S.Toscano: A partire dal ’68 – Politica e movimento di massa, Mazzotta, 1978. Si tratta di una raccolta di scritti del leader del Movimento Studentesco dell’Università  Statale di Milano, poi primo segretario, nel 1976, del Movimento Lavoratori per il Socialismo., ‘Turi’ Toscano (1938/1976).



[1] Cfr. l'opera che tratta il legame '68/'77 di M.Monicelli: L'ultrasinistra in Italia - 1968/1978 - , Laterza, 1978.
[2] Il 3 maggio del ’68 il movimento studentesco parigino diede il via a una serie di scontri intorno alla Sorbona e nel Quartiere Latino. Era l’inizio di un movimento di rivolta contro il regime gollista che dapprima coinvolse le scuole e le univerisità. Ma dopo gli scontri in Boulevard Saint Germain (600 feriti, 400 arrestati), al movimento di lotta per la scarcerazione degli arrestati aderirono interi settori dell’intellettualità francese e gli studenti raccolsero grandi simpatie nelle masse popolari. Il 24 maggio una forte mobilitazione popolare contro le manovre reazionarie e repressive di De Gaulle, fu brutalmente attaccata dalla polizia. La ‘rivoluzione del maggio’ diventò ben presto l’emblema della carica rivoluzionaria dell’intero movimento del ’68, a livello internazionale. Sul movimento del  maggio francese, sebbene con tesi discutibili, si veda A.Touraine: Le mouvement de mai ou le communisme utopique, Paris, Seuil, 1968, pag.112. Preferibile la lettura diretta  di D. e G. Cohn-Bendit in traduzione italiana, L’estremismo, rimedio alla  malattia senile del comunismo, Torino, Einaudi, 1969, pag.60.
[3] Uno dei giudizi a caldo più calzanti sul movimento fu quello di R.Rossanda: "Per trattarsi, insomma, d'una presa di coscienza soggettiva ai limiti di una evidente e canonica contraddizione materiale, il fenomeno non è di minore rilevanza. Al contrario, esso si presenta come un potenziale di insofferenza, una contraddizione tipica del capitalismo maturo, della quale vanno individuate anche le basi materiali e che, per la stessa originalità della sua esplosione e delle sue forme ideologiche, denuncia un ritardo nell'elaborazione e quindi una crisi di egemonia da parte del movimento operaio. (..) A monte dell'anno degli studenti sta il Vietnam, sta la scoperta della guerriglia latino-americana e il frantumarsi emblematico del personaggio del 'Che'. Sta il logorarsi della formula politica che parve 'rinnovatrice' agli inizi degli anni Sessanta, sotto la spinta di conflitti di classe sempre più aspri. Stanno la fatica e le tensioni del movimento comunista in occidente. Sta la 'rivoluzione culturale' in Cina. Ognuno di questi fatti contribuirà a mettere insieme quel detonatore che provocherà (..)la nascita e il dilagare del movimento studentesco", op.cit., pp.10/11.




mercoledì 28 novembre 2018

IL SOFISTA SOFISTICATO: L’ ARGOMENTO DI GORGIA, IL SOFISTA DI LENTINI


- - certo, dimostrare che nulla è, che in effetti nulla esiste, è cosa ardua; dimostrare poi che, se pur esistesse, non sarebbe conoscibile, è davvero difficile; ma asserire che, se pur conoscibile, nulla è comunicabile, sembra confutazione impossibile, perché impedirebbe anche l’ascolto di qualunque argomentazione, quella in oggetto e quella contraria. Ma non per Gorgia, il sofista siciliano che riuscì ad entusiasmare anche il pubblico di Atene, aduso all’argomentare filosofico, anche il più oscuro. Così descrive la sua dialettica argomentativa Sesto Empirico lo scettico, che lo considerava un maestro, evidentemente ammirato dal relativismo conoscitivo ed etico del sofisticato sofista e dalla convinzione che cercare le assolute verità fosse cosa vana, e in quanto vana, stolta. - - (fe.d.)
- - “ 1. Che niente esista Gorgia dimostra in questo modo: se qualcosa esiste, esso sarà o l'essere o il non-essere o l'essere e il non-essere insieme. Ora il non-essere non c'è, ma neppure l'essere c'è. Ché, se ci fosse, esso non potrebbe essere che o eterno o generato o eterno e generato insieme. Ora, se è eterno, non ha alcun principio e, non avendo alcun principio, è infinito e, se è infinito, non è in alcun luogo e, se non è in nessun luogo, non esiste. Ma neppure generato può essere l'essere: ché, se fosse nato, sarebbe nato o dall'essere o dal non-essere. Ma non è nato dall'essere, ché, se è essere, non è nato, ma è già; né dal non-essere, perché il non-essere non può generare.
2. Se le cose pensate non si può dire siano esistenti, sarà vero anche l'inverso, che non si può dire che l'essere sia pensato. È giusta e conseguente la deduzione che “se il pensato non esiste, l'essere non è pensato”. E che le cose pensate non esistano è chiaro: infatti, se il pensato esiste, allora tutte le cose pensate esistono, comunque le si pensino; ciò è contrario all'esperienza, perché non è vero che, se uno pensa un uomo che voli o dei carri che corran sul mare, ecco che un uomo si mette a volare o dei carri si mettono a correre sul mare. Sicché non è vero che il pensato esista. Di più, se il pensato esiste, il non-esistente non potrà esser pensato, perché ai contrari toccan contrari attributi. Ma ciò è assurdo, perché si pensa anche Scilla e la Chimera e molte altre cose irreali. Dunque l'essere non è pensato.
3. Posto che le cose esistenti sono visibili e udibili e in genere sensibili e di esse le visibili sono percepibili per mezzo della vista e le udibili per l'udito, e non viceversa, come dunque si potranno esprimere ad un altro? Poiché il mezzo con cui ci esprimiamo è la parola, e la parola non è l'oggetto, la cosa, non è realtà esistente ciò che esprimiamo al nostro vicino, ma solo parola, che è altro dall'oggetto. Al modo stesso dunque che il visibile non può diventare audibile, e viceversa, così l'essere, in quanto è oggetto esterno a noi, non può diventar parola, che è in noi. E non essendo parola non potrà esser manifestato ad altri. “
(Sesto Empirico, Contro i matematici, VII, 65 ss)
- - Uomo, non costruir nulla su certezze indubitabili, solo il dubbio accrescera’ la conoscenza, questo a me sembra il messaggio di Gorgia. Tra la realtà e la logica, comunque costruita su parole, non vi sarà perfetta corrispondenza così come simmetria in natura. (fe.d.)



domenica 25 novembre 2018

PASSATISTI E FUTURISTI: ma il presente della scuola è preda di analfabetismo funzionale


e antipedagogia alimentata da formalismo metodologico e stalking iperburocratico/ (fe.d.)

articolo di Luca Malgioglio, admin. del gruppo FB Professione insegnante.it - - -
http://www.professioneinsegnante.it/index.php/news/457-passato-e-presente-una-proposta-per-la-scuola


Gli esaltatori della didattica per ‘competenze’, del ruolo salvifico delle nuove tecnologie in qualunque modo utilizzate, di metodi astratti e astrusi di (non) insegnamento, della scuola dell’autonomia che diventa una macchinosa scuola-azienda iper-burocratizzata, si scontrano con la cruda realtà di un tracollo verticale delle conoscenze degli studenti, con quello delle capacità linguistiche, lessicali, logico-sintattiche, della capacità di formulare ed esprimere pensieri sufficientemente articolati, della manualità e dell’autonomia. 



A chi, di fronte a tale disastro, fa notare che forse, tra moltissime chiacchiere, sono stati dimenticati troppo spesso gli scopi fondamentali della scuola - alfabetizzare, far crescere affettivamente, trasmettere conoscenze, educare le nuove generazioni alla scoperta di sé, della realtà e dell'immenso patrimonio culturale dell'umanità, abituare alla riflessione -; a chi dice tutto questo, si risponde con l’accusa di “passatismo”. I passatisti, si dice con aria di sufficienza, rifiutano il nuovo per paura o per incomprensione e si rifugiano in ciò che già conoscono, in una vecchia idea di scuola nostalgicamente idealizzata; nella cosiddetta “comfort zone”, che non li costringe a mettersi in discussione.  È colpa loro, dei recalcitranti, se il 'nuovo' non ha ancora potuto dispiegare tutte le sue potenzialità.
Ora, a parte le dure smentite che la realtà – per quanto denegata - sbatte in faccia alle “magnifiche sorti e progressive” dei cultori della metodofilia e del ‘nuovo’ (e, purtroppo, sbatte soprattutto in faccia ai loro studenti), vorrei fare qui una riflessione sul rapporto che esiste tra passato e presente. 
Guardare le cose da una prospettiva storica, riallacciando i legami tra ciò che accade oggi e ciò che abbiamo alle nostre spalle, non significa idealizzare il passato o averne nostalgia: significa invece relativizzare il presente ed evitarne l'idolatria e l'assolutizzazione (una tentazione ricorrente nella storia, oggi resa immensamente più forte dalla sua saldatura con le esigenze totalitarie del 'mercato', per il quale la permanenza di idee, oggetti e valori è il nemico che limita un continuo velocissimo 'consumo' di tutte le cose). Non è un caso che il passato sia stato sempre la bestia nera di tutte le dittature (comprese quelle culturali), che hanno sempre cercato di nasconderlo, alterarlo, contraffarlo, negarlo, schiacciarlo sulle esigenze del presente; far scomparire, insomma, la sua ingombrante presenza e la sua alterità, che dimostra che le cose possono essere diverse da come sono oggi, perché lo sono già state tante altre volte (per chi ha letto 1984 di Orwell non c'è bisogno di aggiungere altro). 
Questo, sia detto per inciso, è uno dei moltissimi motivi per cui sarebbe così importante la lettura dei libri: la ‘solidità’ dei loro contenuti, in confronto con la volatilità di quanto viene prodotto nella comunicazione social, ci mostra contemporaneamente come ci siano stati mentalità, vite, culture, storie, mondi diversi dal nostro, ma anche come alcune esigenze dell’umanità, al fondo, siano rimaste le stesse nel corso dei secoli. Questo è anche il motivo per cui, che so, un personaggio de I promessi sposi può apparirci lontanissimo e al tempo stesso rivelarci qualcosa della nostra umanità; è proprio nella feconda dialettica passato-presente che gli uomini hanno sempre faticosamente costruito il proprio futuro. 
Insomma, significa essere nostalgici e “passatisti” ipotizzare, ad esempio, un collegamento diretto (ovvio, per chi guardi la realtà senza pregiudizi ideologici) tra il nuovo analfabetismo e il crollo della lettura di libri - sostituita dall'ipnosi dell''iperconnessione – di quei libri che hanno offerto alle generazioni passate una preziosa occasione di coltivazione di uno spazio interiore ed ideativo, oltre che di un consistente arricchimento linguistico? E se il presente è fatto soprattutto di errori, quale idolatria dell'esistente ci impedisce di cambiare strada, facendo tesoro dell'esperienza del passato per proiettarci creativamente verso un futuro diverso?