le lenti di Gramsci

mercoledì 14 novembre 2018

Dimenticare il «capitale umano»


«Aprire le porte. Per una scuola democratica e cooperativa», a cura di Piero Bevilacqua, per Castelvecchi


Devono essere valorizzati i nuclei di resistenza al processo di trasformazione neoliberista della scuola e dell’università, i luoghi dove il processo di trasformazione antropologica dell’essere umano in imprenditore di se stesso è stato – ed è tutt’ora – più feroce. Si tratta di un’intellettualità diffusa e critica, costituita principalmente da docenti di scuola e universitari, forgiata dalla lettura delle critiche crociane di Gramsci con le più avanzate decostruzioni di quella peculiare pedagogia del capitalismo oggi conosciuta sotto il nome di «governamentalità».

La nozione coniata da Michel Foucault è stata approfondita, e straordinariamente sviluppata, anche nell’ambito di una spietata critica alla società della valutazione e della certificazione che domina tutti i processi che hanno travolto, e trasformato, la scuola e l’università nell’ultima generazione, in Italia a partire perlomeno dal 1989, l’anno della riforma Ruberti continuata con quella Berlinguer-Zecchino del Duemila e proseguita con le «riforme» Moratti, Gelmini e, in ultimo, quella «Buona Scuola» con la quale Renzi e il Pd hanno chiuso il cerchio.

È QUESTO IL CASO di un libro, politicamente decisivo, curato da Piero Bevilacqua: Aprire le porte. Per una scuola democratica e cooperativa(Castelvecchi, pp. 187, euro 17,50) che raccoglie brevi e taglienti saggi di alcune delle figure che, in questi anni, hanno proseguito una critica inflessibile, e non solitaria, della scuola trasfigurata dall’ideologia del «capitale umano»: tra gli altri Rossella Latempa, Tiziana Drago, Laura Marchetti, Anna Angelucci, Gianluca Carmosino, Massimo Baldacci, Enzo Scandurra e molti altri.

Questo nucleo della resistenza non è l’unico. Va anche qui ricordato il ruolo che ha avuto, e ha tutt’ora, il sito Roars dove negli anni sono apparsi contributi fondamentali alla critica della «nuova ragione del mondo», il capitalismo in regime neoliberista che non è soltanto un fenomeno economico, ma un progetto che aspira a modificare l’essere umano, oltre che il governo e le sue istituzioni, sin dalla prima entrata in un’aula scolastica, accompagnando il soggetto fino alla tomba, in tutte le evoluzioni a cui obbliga la precarietà a tempo indeterminato, in quella che è stata definita la società che apprende: la learning society.L’imperativo è: apprendere ad apprendere come gestire un precariato concepito come realtà irreversibile. A questo corrisponde la trasformazione dell’istruzione in trasmissione di pacchetti di «competenze», la costruzione della vita in un’esistenza subalterna all’imperativo della perfomatività assoluta raccontata da Anna Angelucci.

Aprire le porte va letto come una breve, e esaustiva, guida al dibattito sulle premesse e le conseguenze dell’alternanza scuola-lavoro, ad esempio, il pilastro di quella riforma capitalista con la quale la scuola è stata trasformata definitivamente in uno snodo fondamentale delle politiche attive del lavoro. In questa cornice si spiega il furore ideologico con il quale si vogliono imporre i test Invalsi sin dagli anni della scuola elementare.

LA RICERCA che su questo tema sta conducendo Rossella Latempa è formidabile. Questo libro, come esorta Tiziana Drago, non è l’esercizio di un lutto, la pratica della rassegnazione, la celebrazione di una sconfitta dei moltissimi che si sono opposti nell’ultimo trentennio. Invita, fortinianamente, al buon uso «delle rovine», alla spietata clinica di ciò che siamo, aprendoci contemporaneamente alla ricerca di un possibile, senza sottoporci alle nuove autorità che dicono di agire per il nostro bene, mentre in realtà collaborano al nostro autosfruttamento.

L’ALTERNATIVA al soggetto imprenditore passa dalla riscoperta delle pratiche della cooperazione, concetto centrale presente già in copertina e sviluppato nel corso del libro. Cooperazione dei saperi, cooperazione della forza lavoro, cooperazione degli incontri – senza finalità imperative, economiche, idealistiche o gerarchiche – che possono nascere, qui e ora, già nelle classi. E affermarsi nella vita. Non è utopia, è prassi di una vita sognata e vissuta, in ogni momento.

pubblicato su Il Manifesto del 13 novembre 2018


domenica 11 novembre 2018

MARIO CAPANNA FERDINANDO DUBLA et alii a confronto sul ‘68


a partire dall’ultimo libro di Capanna “Noi tutti”, (Garzanti, 2018) 
l’INVITO

- L'associazione "Le belle città" ha il piacere di incontrare Mario Capanna in occasione della presentazione del suo ultimo libro "Noi Tutti", edito da Garzanti.
Interverranno:
Marcello Cotogni - Associazione "Le belle Città"
Pino Suriano - Giornalista
Lidia Martino - Docente di lettere
Ferdinando Dubla - Storico del movimento operaio
La presentazione del libro è aperta a tutti.
Seguirà un apertitivo con l'autore per il quale è necessaria la prenotazione.
Per prenotazioni contattare:
345 7994138
329 3166571



LAVORO POLITICO link






sabato 10 novembre 2018

Per una storia del marxismo-leninismo italiano (1)


La nebulosa marxista-leninista.(1)
Movimentata storia delle organizzazioni filocinesi
di Pierluigi Onorati- - dal fascicolo 1968 suppl. a Il Manifesto - - ottobre 2018


Negli anni che precedono il ’68 si forma in Italia un’intera galassia di gruppi marxisti-leninisti, filocinesi e molto spesso apertamente stalinisti. È un universo in continua fluttuazione,perennemente in fase di scissione sulla basa di identiche accuse reciproche. L’insistenza dogmatica sulla purezza ideologica è anche una reazione all’imborghesimento del PCI, al pragmatismo delle sue scelte politiche a cui si contrappone la fedeltà ai “testi sacri” e alla rivoluzione come unica via. Di fatto, dogmatismo e settarismo spinto fino al grottesco impediranno alle formazioni marxiste-leniniste di cogliere sia la portata innovativa di quanto avviene in Italia, sia glie elementi più fertili e rigenerati del maoismo.
Il primo giornale marxista-leninista italiano nasce a Padova nel ’62 e viene intitolato VIVA IL LENINISMO, come un importante opuscolo cinese in cui per la prima volta era messo sotto accusa il revisionismo dell’Unione sovietica. Fondano e dirigono il periodico Vincenzo Calò e Ugo Duse, che resteranno figure centrali nel serial degli incontri e scontri fra gruppi marxisti-leninisti per tutto il decennio. In diverse città italiane si sono già formati circoli filocinesi, in aperta dissidenza con il PCI, privi di ogni forma di collegamento. Il giornale di Duse e Calò non riesce a catalizzare le forze sparse dei vari circoli ed è costretto a interrompere le pubblicazioni dopo appena tre numeri.

Le Edizioni Oriente

L’anno seguente Maria Regis fonda a Milano le Edizioni Oriente che, al contrario, avranno un’importanza notevole, non limitata alla sola area m-l, nel formarsi di una cultura d’opposizione a sinistra del PCI. Le Edizioni Oriente, oltre alla rivista Vento dell’est, pubblicano gli scritti dei dirigenti cinesi e vietnamiti, i “Quaderni” e il “libretto rosso” con le citazioni di Mao.
Nel marzo ’64 i principali circoli m-l fondano il mensile NUOVA UNITÀ, con Duse direttore e Geymonat vicedirettore. Stavolta il colpo sembra andare a segno e il mensile a raccogliere intorno a sé l’intera nebulosa m-l. I nuclei principali sono concentrati a Milano,Roma,Padova e Pisa, ma fanno capo a Nuova Unita’ anche una quindicina di centri minori, tra cui alcune città del sud. Ma in meno di un anno la situazione degenera fino a determinare la chiusura del giornale. Il problema che divide in due fronti contrapposti l’intera area m-l è la diversa valutazione a proposito del PCI.
“Un corpo sano con una testa malata”, questo lo slogan che per molti militanti e dirigenti descrive sinteticamente la situazione del Partito Comunista. Giocano fattori sentimentali (si tratta per lo più di ex iscritti al partito), e dall’altra parte l’intera parabola della dissidenza m-l era iniziata nei primissimi ’60 con la circolazione all’interno del partito delle famose “lettere anonime”, redatte da dirigenti per promuovere una critica da sinistra alle scelte del vertice. Per un’altra ala del movimento, di cui si fa portavoce Giuseppe Mai, la radiografia è troppo ottimista e il PCI, per quanti possano esseri i “veri rivoluzionari” al suo interno, non può comunque rappresentare il proletariato rivoluzionario ma solo gli interessi corporativi dell’aristocrazia operaia qualificata.
Lo scontro porta, nel gennaio ’65, alla chiusura del giornale e alla scissione del gruppo redazionale. Duse guida gli intransigenti e fonda la rivista IL COMUNISTA. Da qui apre il fuoco sugli ex compagni, che intanto hanno dato vita a una seconda serie di Nuova Unità e che rispondono per le rime. Si afferma la pratica suicida della diffamazione reciproca, degli insulti e delle accuse più assurde, dei tentativi di linciaggio morale. Fortunatamente è solo una parodia dei metodi staliniani, che però impedirà sul nascere ogni sviluppo reale dell’area m-l.
Nel ’66 Il comunista e altri circoli m-l si fondono nella Federazione m-l d’Italia e iniziano le pubblicazioni di Rivoluzione proletaria. Duse però non aderisce e con un pugno di seguaci fonda la LEGA DEI COMUNISTI M-L, che dopo un fuggevole passaggio nel Manifesto rientrerà nel PCI alla vigilia  delle elezioni del ’72. La Federazione, a sua volta, esploderà letteralmente nel giro di due anni e intorno ai suoi frammenti si costituiranno non meno di dieci formazioni, ognuna fornita di un proprio organo di stampa. 


venerdì 9 novembre 2018

Il marxismo come filosofia olistica



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Il marxismo come filosofia olistica

La concezione materialistica della storia è unitaria/totale non totalizzante e/o totalitaria. Si basa sull’unita’ di teoria e prassi e sulla comprensione globale della storia e della società. (fe.d.)

- E’ più realistico accontentarsi di ravvisare nel corpo generale delle opere di Marx ed Engels l’espressione della sua totalità, apprezzando il fatto che in esse mano a mano i singoli elementi della totalità stessa –economia, politica, ideologia, teoria scientifica e prassi sociale –vanno progressivamente distaccandosi l’uno dall'altro; la critica dell’economia politica –ovvero la struttura –svolge appieno la funzione di elemento unificante del sistema, facendo in modo che esso non si dissolva mai in una sterile somma di scienze singole e garantendogli l’unità dei risultati. Una delle caratteristiche essenziali del metodo materialista dialettico consiste proprio nell’impossibilità di trarne conclusioni specialistiche, che possano sottrarsi alla comprensione globale dello sviluppo storico, e anche il nesso indissolubile tra teoria e prassi è formulato con tanta forza e chiarezza da far intendere la volontà di tutelarne la sussistenza anche negli eventuali sviluppi successivi del sistema.
Bisogna purtroppo constatare che quest’ultima preoccupazione fu in parte vana, perché –come d’altra parte c’era da aspettarsi –lo sviluppo del marxismo del secondo periodo nei suoi vari rami condusse necessariamente a varie forme di slegamento del sistema. Mentre secondo la concezione materialistica della storia non possono esistere singole scienze indipendenti –come non può esistere una ricerca pienamente teorica –molti marxisti dell’ultima parte del diciannovesimo secolo finirono per concepire il socialismo scientifico come una somma di conoscenze prive di nessi immediati con la prassi ; la concezione materialistica della storia, che in Marx ed Engels era stata essenzialmente dialettico-materialista, nei loro epigoni divenne qualcosa di essenzialmente adialettico. Il risultato fu il trasformare la teoria globale unitaria della rivoluzione in una critica scientifica dell’ordinamento economico borghese, dello Stato, dell’istruzione pubblica, delle religioni, dell’arte, della scienza e così via ; una critica destinata a sfociare in ogni sorta di ambizioni riformiste cui è estranea la critica radicale della società borghese e del suo Stato. Gli stessi Marx ed Engels biasimarono questa tendenza nelle evoluzioni del programma politico del partito socialdemocratico tedesco. In termini materialistico-dialettici, occorre dare atto agli sviluppi del secondo periodo di aver espresso le trasformazioni prodottesi nella prassi della lotta di classe. Non mancavano infatti i cosiddetti marxisti ortodossi, che tendevano a conservare l’impostazione teorica del primo periodo nel tentativo di frenare la deriva revisionista ; a conti fatti, però, furono proprio questi ultimi a rivelarsi più disarmati nei confronti dei grandi mutamenti storici che si stavano preparando. Per esempio, a fronte della maggior parte delle teorie revisioniste -le quali difficilmente si sarebbero potute definire marxiste, in quanto fondate su riforme destinate a cambiare lo Stato dall’interno -gli ortodossi si limitavano a respingere tali posizioni come un oltraggio, ma non offrivano risposte, e mentre l’azione rivoluzionaria veniva da loro collocata in un futuro sempre più trascendente, nell’immediato l’assuefazione alla politica revisionista si estendeva sempre più. Il crollo del marxismo ortodosso si sarebbe verificato con la guerra, nel momento in cui la questione della rivoluzione proletaria si impose all’ordine del giorno come questione reale e terrena di enorme portata ; allora fu chiara a tutti l’insensatezza di un’ortodossia teorica non sostenuta dalla prassi, e le nuove condizioni determinarono l’avvento di quel terzo periodo che dai suoi massimi protagonisti è definito di ripristinamento del marxismo. In realtà, più che un mero ritorno alle origini, ciò che teorici come Lenin e Rosa Luxemburg hanno effettivamente compiuto è lo svincolamento dal marxismo del secondo periodo, e si spiega con il fatto che in una nuova epoca storica rivoluzionaria non solo il movimento proletario di classe ma anche le posizioni teoriche dei comunisti dovevano riassumere la forma di una teoria rivoluzionaria.

- da “Comunismo e filosofia “ di Daniele Mansuino, eBook- - riassunto e adattamento di “Marxismo e filosofia” di Karl Korsch

martedì 30 ottobre 2018

LA DERIVA DI POTERE AL POPOLO, LA PRETESA DI AUTOSUFFICIENZA AUTISTICA



tutto deciso per lo Statuto 1 da un manipolo di sostenitori della rottura con le forze politiche organizzate



articolo di Dino Greco


Al coordinamento nazionale di PaP è andato in scena l’atto (annunciato) che certifica la frattura verticale del movimento.
Coloro che hanno proposto e sostenuto lo Statuto 1 hanno salutato con entusiastica enfasi lo “straordinario risultato” del voto, hanno dichiarato che ora non rimane che andare dal notaio per sostituire lo statuto ancora in vigore con quello nuovo che ritengono approvato e del quale hanno rivendicato l’immediata esigibilità.
Che lo lo Statuto 1 abbia raccolto poco più di un terzo dei consensi rispetto alle oltre 9 mila persone che hanno aderito a Pap e che tale percentuale tocchi a stento il 45% delle 7200 persone che hanno attivato la procedura prevista dalla piattaforma per accedere al voto, è cosa del tutto irrilevante: 3332 persone hanno approvato lo statuto1, 3868 hanno praticato l’astensione attiva o, in piccola parte, hanno votato lo statuto2, mentre 1890 aderenti a PaP non hanno attivato la procedura di voto.
Ci sarebbe di che riflettere. Invece no: tutto va bene, madama la marchesa.
Non basta avere cancellato il principio della decisione condivisa, non solo si è rifiutato il criterio della maggioranza qualificata dei due terzi, ma è passata in cavalleria persino la condizione della maggioranza semplice, quella del famigerato 50%+1.
I sostenitori dello Statuto1 hanno deciso che la minoranza assoluta basta e avanza per approvare lo Statuto, il documento fondativo del movimento, l’atto che equivale ad una costituzione, la casa comune di tutti e che, invece, di tutti non sarà più per scelta deliberata.
La verità, elementare per chiunque mastichi nozioni elementari di democrazia, è che quello statuto non è stato approvato.
E allora, perché questa proterva volontà di rottura, compiuta freddamente e con metodo?
Ho sentito dire: “perché bisogna garantire la governabilità”, e ancora, “perché serve rapidità di decisione”, affermazioni che hanno un suono sinistro, in quanto replicano, pari pari, gli argomenti che usò Renzi quando tentò di strappare la Costituzione.
Con la differenza che lui non poté pretendere di avere vinto con il 40 per cento dei voti.
E allora, perché si è esercitata una forzatura così violenta sul neonato corpo di PaP?
La ragione è di una inquietante semplicità: attraverso lo statuto si è voluto tracciare una netta linea di demarcazione fra i soggetti che hanno titolo di fare parte di Pap, e quanti possono restare, ma solo in una posizione gregaria e subalterna.
L’idea di un grande progetto sociale e politico di inclusione, per formare una soggettività antiliberista e anticapitalista, aperta e plurale deve escludere Rifondazione perché indiziata di collusione con il nemico.
Che Rifondazione abbia compiuto una radicale, definitiva e non negoziabile scelta di campo non ha importanza. Che essa abbia dato un impulso determinante alla formazione e alla proiezione nazionale di PaP neppure.
Come non conta che ben prima del naufragio del Brancaccio, e a maggior ragione dopo, fosse emerso limpidamente che non vi è per il Prc alcuna disponibilità a cadere nella trappola di accrocchi politicistici con i rottami in libera uscita del centrosinistra.
E allora? Il fatto è che una parte di PaP persegue l’obiettivo di un’autosufficienza autistica, per cui chiunque esiste, si muove, lotta fuori da esso un po’ di rogna se la porta comunque addosso.
Così si comportavano i gruppetti marx-leninisti degli anni Settanta nella loro fase crepuscolare. E si sa come è finita.
In queste settimane Rifondazione è stata sottoposta ad una sorta di ordalia, condita con una raffica di insulti a palle incatenate sui quali preferisco sorvolare.
Atti che però lasciano il segno in un corpo vivo che fa della militanza disinteressata la cifra del proprio impegno politico.
Difficile anche solo capire la pulsione autolesionista di chi ha portato sino in fondo una lacerazione che non può portare a nessuno, si badi: a nessuno, alcunché di buono.
Per questo sbaglia alla grande chi in queste ore festeggia la rottura, ritenendo che sbarazzatosi di Rifondazione con una rasoiata, ciò che resta di Pap potrà librarsi nel cielo depurato da scorie e tossine, forte di un piccolo nucleo che in plancia di comando tiene saldamente il timone nelle proprie mani, riservandosi di tracciare la rotta durante la navigazione.
E ora?
Certo, la delusione è forte. Ed è tanto più grande quanto lo è stato l’investimento su questo progetto di unità. Capisco lo sconforto di tanti e di tante che hanno creduto che si stesse aprendo una nuova pagina.
Ma una cosa è certa. Chi ha sostenuto che non si dovesse andare ad una conta fratricida, chi ancora si riconosce nel Manifesto costitutivo di PaP, chi in tutti questi mesi ha lavorato per costruire la trama di un rapporto unitario capace di mettere in comunicazione tante persone, alimentando la speranza di un cambiamento vero, non abbandonerà il campo.
Quell’esperienza, nelle forme possibili, continuerà. Non “resteremo sui colpi”.
La deriva reazionaria che sta ingoiando il Paese impone ad ognuno/a di noi di aprire cento fronti di lotta e di resistenza attiva. Lo faremo con la generosità e con lo spirito unitario di sempre.
fonte:
http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=35988

LA MANOVRA

Riceviamo dal compagno Bruno Steri e pubblichiamo come contributo alla discussione sulla fase politica che stiamo attraversando

di Bruno Steri«L’obiettivo dei comunisti e di una sinistra di classe resuscitata dal coma in cui è precipitata deve essere, quale esito di un’opposizione “intelligente”, il disvelamento delle contraddizioni strutturali contenute nel combinato disposto Di Maio/Salvini & C e, con ciò, il fallimento del patto politico “post-ideologico”». Questo dicevamo una diecina di giorni fa; e questo va ribadito oggi, alla luce del progetto di manovra appena licenziato dal governo.
Detto di passaggio, al suddetto obiettivo ha inteso corrispondere la manifestazione dello scorso 20 ottobre, cui il Pci ha aderito, essendo i contenuti della stessa concentrati nella parola d’ordine «nazionalizzazioni»: ciò al fine di evidenziare l’attrito fra le estemporanee dichiarazioni degli esponenti governativi e il più che probabile perdurare di un’assenza di fatti concreti; ma anche per riappropriarsi di un tema strategico che è nostro, che cioè comparirebbe in primo piano in una nostra proposta programmatica, accanto a una riforma fiscale fortemente orientata in senso progressivo (l’opposto della flat tax) e a una consistente imposta patrimoniale (la stessa che Matteo Salvini ha seccamente escluso) . La fase è difficile e tutt’altro che favorevole dal punto di vista dei rapporti di forza, ma ciò non autorizza a restare silenti in attesa degli eventi. Occorre ricostituire le forze, muovendo sin dall’inizio i passi giusti. E provando a dire le cose giuste.

Dare a Cesare quel che è di Cesare

Ma ricapitoliamo i termini della questione. Cominciando in primo luogo col riconoscere a Cesare quel che è di Cesare. Per quel che è dato capire dalla Nota di aggiornamento del Documento economia e finanza (Nadef), la manovra contiene impegni in direzione di un miglioramento sociale che il mondo del lavoro da tempo non vedeva: da quando, per un verso, è iniziata l’epopea berlusconiana e, per altro verso, la sinistra ha smesso di fare la sinistra (anche solo socialdemocratica), votandosi al rigore di Bruxelles e Berlino (questo e non altro ci dice l’approvazione del pareggio di bilancio in Costituzione) e piegando la testa davanti a orientamenti politici chiaramente antipopolari. Certo gli impegni vanno verificati all’atto della loro concretizzazione e, come vedremo, non è tutto oro quel che riluce nelle misure annunciate dall’esecutivo: siamo lontani cioè da una riscossa di classe. Tuttavia, la drammatica situazione in cui è precipitata una larga parte della popolazione del nostro Paese non consente atteggiamenti «aristocratici» e strumentalmente minimizzanti. Nella manovra c’è un «reddito di cittadinanza» (e per un disoccupato avere 780 euro è meglio che non avere niente); c’è il superamento della legge Fornero con l’instaurazione della cosiddetta «quota 100» (e per un lavoratore andare in pensione a 62 anni dopo 38 anni di lavoro è meglio che andarci a 67 anni); c’è un ridimensionamento, almeno iniziale, della cosiddetta «flat tax», con aliquota piatta al 15% per piccole imprese e partite Iva fino a 65 mila euro (con sollievo di una fetta importante di piccola borghesia); c’è un abbattimento dell’Ires sugli utili d’impresa, ma non a pioggia e condizionato al loro reinvestimento; c’è qualche provvidenza per risarcire quanti sono stati vittime delle “crisi bancarie” (leggi: ruberie bancarie); ci sono i tagli alle “pensioni d’oro”; c’è la cosiddetta «norma Bramini», che abolisce il pignoramento della casa per chi ha contratto debiti con banche ma ha crediti non riscossi con lo Stato; c’è qualche (risicata) risorsa per progetti regionali che puntino ad una limitazione delle liste d’attesa nella sanità; c’è la proroga degli ammortizzatori sociali per il 2018 e 2019 per imprese con più di cento dipendenti. Tutto ciò è in linea con il rifiuto di abbassare per il 2018 il rapporto tra deficit e Pil al di sotto del 2,4% per andare incontro al diktat imposto dal fiscal compact, la normativa europea che prevede pareggi di bilancio o, in ogni caso, deficit contenuti in vista di un rientro a tappe forzate dal debito pubblico.

Dell’assai meno esaltante capitolo del condono e del senso complessivamente deficitario della manovra dirò più avanti. Sin qui però dovrebbe risultare chiaro che una componente «sociale» nella manovra è presente; e, cosa importante, essa è particolarmente tenuta sotto osservazione dal mondo del lavoro e non solo. Lo ha chiaramente fatto intendere Pierpaolo Leonardi, segretario generale della Usb, nel corso della riunione che ha preparato la succitata manifestazione, auspicando di rendere preminenti contenuti capaci di metter pressione sul governo senza tuttavia disconoscere le pur delimitate migliorie sociali. Lo ha altresì fatto capire in una recente intervista a «La Repubblica» (del 19 ottobre scorso) la stessa Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, lasciando trapelare cautela dietro l’ufficialità dell’opposizione al governo. Segno evidente che le organizzazioni sindacali non possono non tener conto della percezione diffusa di una discontinuità, nonché di elementari esigenze materiali e determinati umori dei lavoratori (non sarà un caso se i primi sondaggi dicono che il 60% degli italiani approva la manovra). Se si considera che il precedente governo si era accomodato a prevedere, in sintonia con le richieste dell’Unione europea, un rapporto deficit/Pil dello 0,9% per il 2019, il pareggio di bilancio per il 2020 e un avanzo dello 0,2% per il 2021, si può apprezzare il ben visibile cambio di marcia. Tutto ciò sembra dunque giustificare il giudizio sulla manovra dato a suo tempo e con beneficio d’inventario da Stefano Fassina («Una manovra coraggiosa, quella che avrebbe dovuto fare il Pd»); e, viceversa, spiega l’irritazione subito manifestata dal centro-destra di Berlusconi e Meloni, i quali hanno invitato la Lega a sciogliere un sodalizio di governo che a loro dire avrebbe imboccato una strada «statalista», tradendo il mandato elettorale ispirato al taglio delle tasse e al sostegno alla libertà d’impresa. Nella serrata dialettica interna al patto di governo, questo delicato passaggio di politica economica ha dunque inizialmente fatto registrare una certa ripresa dell’impostazione più vicina al M5S: ripresa che l’economista Riccardo Puglisi (lavoce.info) si è incaricato di tradurre in euro, evidenziando i dati di «una manovra molto più gialla che verde». Nella distribuzione delle risorse messe a disposizione dallo sforamento del 2,4%, 6,75 miliardi di euro finanzierebbero il reddito di cittadinanza voluto da Di Maio; 600 milioni andrebbero a supporto della Flat tax sponsorizzata dalla Lega di Salvini; 6,76 miliardi sarebbero destinati a coprire la spesa (iniziale) prevista per il superamento della legge Fornero, auspicato da entrambe le parti. Risultato di questa partita intra-governativa: 10,12 miliardi complessivi a Di Maio; 3,975 a Salvini.

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http://www.marx21.it/index.php/italia/quadro-politico/29351-una-prima-valutazione-sul-progetto-di-manovra-del-governo

sabato 13 ottobre 2018

Bauman, rabdomante della modernità liquida


La rivista «Sicurezza e Scienze Sociali» dedica un numero al sociologo e pensatore polacco

articolo di Francesco Antonelli- - - apparso su Il Manifesto, 12 ottobre 2018


Zygmunt Bauman è stata una delle figure più rappresentative della sociologia mondiale in questo primo ventennio del Duemila. Quella metafora della liquidità con la quale ha saputo leggere con acutezza e profondità le molteplici conseguenze della globalizzazione sulle persone e sulle società, lo ha reso famoso presso un pubblico vastissimo. Bauman ha così mostrato che il compito di quei nuovi «intellettuali interpreti» (soprattutto i sociologi) di cui aveva analizzato ascesa e persino necessità già nel 1987, è innanzitutto fornire grandi e comprensibili quadri di lettura di una realtà che, altrimenti, rischia nella contemporaneità di essere oscura e completamente sfuggente.
NONOSTANTE QUESTI indiscutibili meriti o forse a causa di essi, l’opera di Bauman – in parte come accadde in vita a Georg Simmel, sua grande fonte d’ispirazione – ha sempre diviso profondamente la comunità scientifica che in buona sostanza gli ha rimproverato una certa debolezza metodologica, la mancata produzione di una teoria organica e lo stile eccessivamente divulgativo. Peccato mortale in un’accademia divisa tra autoreferenzialità e iper-specializzazione, non in grado di cogliere nel suo insieme la complessità sociale. A questi attacchi si uniscono oggi quelli più volgari e poco documentati di alcuni neo-sovranisti che lo accusano di essere stato, addirittura, un apologeta della globalizzazione e della postmodernità. Quando, al contrario, Bauman ne è stato uno dei più attenti critici senza rinunciare, innanzitutto, a descrivere la realtà così come si presenta.
Che ne sarà quindi dell’eredità di Bauman? A questa domanda prova a dare una risposta il numero monografico della rivista Sicurezza e Scienze Sociali (edita da Franco Angeli), curata da Riccardo Mazzeo, e significativamente intitolatoZygmunt Bauman. I cancelli dell’acqua. Questa opera si segnala innanzitutto perché va ad arricchire una paradossalmente scarsa produzione critica, sia in Italia sia all’estero, sull’opera di Bauman.
Il secondo merito di questo numero monografico è quello di riunire su una molteplicità di aspetti dell’opera del sociologo polacco – dalla Shoah al lavoro, dalla globalizzazione agli intellettuali – le riflessioni di alcuni dei più autorevoli studiosi italiani di scienze sociali – da Mauro Magatti a Vanni Codeluppi – molti dei quali, come Benedetto Vecchi, hanno conosciuto e lavorato con lo stesso Bauman. Allo stesso tempo, significativa è la presenza dei contributi di più giovani ma non meno acuti studiosi come Sabina Curti o Vincenzo Romania. Tre sono i punti fondamentali che, come un filo rosso, attraversano tutti i saggi raccolti nella rivista. Il primo concerne il permanere o meno di una condizione di modernità liquida nelle società contemporanee, soprattutto alla luce di quello che è il tema generale della rivista: il rapporto tra sicurezza e socialità.
GIÀ BAUMAN, soprattutto nella sua ultima opera, pubblicata postuma e dedicata alle «retrotopie», sottolineava l’ingresso delle società occidentali nella gramsciana fase dell’interregno. Una sorta di caotico guado nel quale il vecchio (in questo caso rappresentato dalla modernità liquida, cioè dalla fase più dinamica e dirompente della globalizzazione neo-liberale) si destruttura, e il nuovo ancora non è nato. I saggi contenuti nel numero mostrano come questo stato di crisi cronica sia dovuto, soprattutto, a un approfondimento delle condizioni della modernità liquida ribadendo così, con il dovuto senso critico, il permanere della fecondità delle analisi di Bauman.
LA SECONDA QUESTIONE attiene all’impianto metodologico dell’opera del sociologo polacco: proprio quella che viene spesso indicata come una debolezza è invece, come argomenta Magatti, una forza dell’opera di Bauman; che ci sollecita continuamente a essere curiosi, rabdomanti del mutamento, e orientati a fornire ad un pubblico più vasto gli strumenti per comprendersi e comprendere il mondo circostante. Una postura intellettuale di tipo critico del tutto peculiare e che, come argomenta Luca Corchia nel suo bel saggio, divide profondamente Bauman da Habermas; canonicamente considerato l’intellettuale critico (e classico) per eccellenza.
INFINE, IL TERZO FILO rosso è rintracciabile nella questione del rapporto tra Bauman, la modernità e la società keynesiano-fordista: qui emerge quella centralità dell’ambivalenza come categoria interpretativa baumaniana che, da una parte rivela l’esito totalitario che la modernità ha portato con sé; e, dall’altra, l’importanza di sicurezze e garanzie istituzionalizzate, nonché delle politiche redistributive, nello stabilizzare la vita sociale e individuale di fronte all’incontenibile dinamismo dell’economia. Un tema di nuovo centrale per determinare, in positivo o in negativo, l’approdo al quale ci condurrà la lunga fase di interregno nel quale siamo immersi.



lunedì 8 ottobre 2018

Intervista a Carol Ann Tomlinson, pedagogista e scrittrice americana


CONTRO LA SCUOLA “QUANTITATIVA” DEI TEST E DELLE MISURAZIONI

l’intervista all’autrice de The Differentiated classroom: Responding to the Needs of All Learners, 
testo non ancora tradotto in italiano, ma la cui lettura sarebbe vivamente consigliata agli esponenti ministeriali dell’antipedagogia nostrana, è a cura di Arianna Di Genova ed è apparsa su Il Manifesto del 5/10/2018.
«Ascoltiamo i ragazzi» è il titolo della sua relazione al simposio di Rimini. Come crede che una comunità di adulti possa seguire questa sollecitazione?
Nella mia esperienza di quasi cinquant’anni di insegnamento, ho potuto constatare che i giovani desiderano sempre un confronto con gli adulti purché li ritengano affidabili, interessati e solidali. Le nostre parole non passano mai inosservate. Bambini e adolescenti controllano come li salutiamo, come rispondiamo ai loro momenti positivi e negativi, se mostriamo fiducia o no. Quando trasmettiamo un senso di cura in modo chiaro e positivo, si mostrano disponibili a condividere con noi le loro storie. Così facendo, diventano i nostri insegnanti. Quando accade, oltre all’ascolto attento, è necessario riflettere sul significato di ciò che raccontano, elaborare quel che ascoltiamo in modo ponderato e, infine, agire sul messaggio che ci stanno consegnando. L’azione dovrebbe essere un supporto per la stima di quel particolare individuo.


Carol Ann Tomlinson

Lei ritiene che la scuola non debba essere solo una palestra per il lavoro futuro o un luogo dove sperimentare la competizione…
La competizione fa parte della vita, naturalmente, ma è preferibile che la scuola aiuti i giovani a diventare competenti e fiduciosi – sia accademicamente che personalmente. È fondamentale che ognuno di loro comprenda che è artefice del proprio destino, solo così sarà costruttivo e felice. Questo deve rimanere vero anche nei periodi più bui.
A cosa risponde, dunque, la sua idea di «educazione differenziata»?
È qualcosa che accade quando i dirigenti scolastici e insegnanti immaginano il loro lavoro come un ausilio nello sviluppo di tutti gli aspetti degli studenti, stimolando bambini e ragazzi a diventare «completi». Lavorando per assicurarsi che le esperienze in classe (e le altre opportunità) enfatizzino cose come trovare la propria voce, fissare gli obiettivi, prendersi cura gli uni degli altri, collaborare in modo efficace, riconsegnare il conflitto in modo proficuo, ascoltare e apprendere da varie prospettive, esprimere empatia, oltre a formarsi proprie idee e testare abilità. Gli studenti che imparano meglio sono quelli che vivono in forti comunità scolastiche.
Cosa manca principalmente alla scuola americana per poter rispondere meglio alle esigenze di una società in rapido cambiamento?
La società americana ha bisogno di capire quanto sia incredibilmente complesso il lavoro di un docente. A volte, è più facile incolpare che sostenere. Quando non si riesce ad apprezzare una risorsa essenziale come l’insegnamento, quel lavoro si traduce in una perdita, per la comunità tutta. Negli Stati Uniti ci siamo consacrati al sistema dei punteggi in test standardizzati. È qualcosa di de-professionalizzante per chi insegna e danneggia il senso di soddisfazione degli studenti, che invece dovrebbe essere il fulcro delle classi. Oltretutto, abbiamo ormai abbondanti prove che la ricerca dei voti con i test non porta nessun grande risultato.

mercoledì 3 ottobre 2018

IL POTERE POLITICO DELLE ARMI



Manlio Dinucci su Il Manifesto, 2/10/2018
[integrale]
L'arte della guerra. Si discute della finanziaria in deficit, ma si tace sul fatto che l’Italia spende ogni anno miliardi a scopo militare.
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Mercati e Unione europea in allarme, opposizione all’attacco, richiamo del presidente della Repubblica alla Costituzione, perché l’annunciata manovra finanziaria del governo comporterebbe un deficit di circa 27 miliardi di euro. Silenzio assoluto invece, sia nel governo che nell’opposizione, sul fatto che l’Italia spende in un anno una somma analoga a scopo militare. Quella del 2018 è di circa 25 miliardi di euro, cui si aggiungono altre voci di carattere miitare portandola a oltre 27 miliardi. Sono oltre 70 milioni di euro al giorno, in aumento poiché l’Italia si è impegnata nella Nato a portarli a circa 100 milioni al giorno.
Perché nessuno mette in discussione il crescente esborso di denaro pubblico per armi, forze armate e interventi militari? Perché vorrebbe dire mettersi contro gli Stati uniti, l’«alleato privilegiato» (ossia dominante), che ci richiede un continuo aumento della spesa militare.
Quella statunitense per l’anno fiscale 2019 (iniziato il 1° ottobre 2018) supera i 700 miliardi di dollari, cui si aggiungono altre voci di carattere militare, compresi quasi 200 miliardi per i militari a riposo. La spesa militare complessiva degli Stati uniti sale così a oltre 1.000 miliardi di dollari annui, ossia a un quarto della spesa federale. Un crescente investimento nella guerra, che permette agli Stati uniti (secondo la motivazione ufficiale del Pentagono) di «rimanere la preminente potenza militare nel mondo, assicurare che i rapporti di potenza restino a nostro favore e far avanzare un ordine internazionale che favorisca al massimo la nostra prosperità».
La spesa militare provocherà però nel budget federale, nell’anno fiscale 2019, un deficit di quasi 1.000 miliardi. Questo farà aumentare ulteriormente il debito del governo federale Usa, salito a circa 21.500 miliardi di dollari. Esso viene scaricato all’interno con tagli alle spese sociali e, all’estero, stampando dollari, usati quale principale moneta delle riserve valutarie mondiali e delle quotazioni delle materie prime.
C’è però chi guadagna dalla crescente spesa militare. Sono i colossi dell’industria bellica. Tra le dieci maggiori produttrici mondiali di armamenti, sei sono statunitensi: Lockheed Martin, Boeing, Raytheon Company, Northrop Grumman, General Dynamics, L3 Technologies. Seguono la britannica Bae Systems, la franco-olandese Airbus, l’italiana Leonardo (già Finmeccanica) salita al nono posto, e la francese Thales.
Non sono solo gigantesche aziende produttrici di armamenti. Esse formano il complesso militare-industriale, strettamente integrato con istituzioni e partiti, in un esteso e profondo intreccio di interessi. Ciò crea un vero e proprio establishment delle armi, i cui profitti e poteri aumentano nella misura in cui aumentano tensioni e guerre.
La Leonardo, che ricava l’85% del suo fatturato dalla vendita di armi, è integrata nel complesso militare-industriale statunitense: fornisce prodotti e servizi non solo alle Forze armate e alle aziende del Pentagono, ma anche alle agenzie d’intelligence, mentre in Italia gestisce l’impianto di Cameri dei caccia F-35 della Lockheed Martin. In settembre la Leonardo è stata scelta dal Pentagono, con la Boeing prima contrattista, per fornire alla Us Air Force l’elicottero da attacco Aw139. In agosto, Fincantieri (controllata dalla società finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze) ha consegnato alla Us Navy, con la Lockheed Martin, altre due navi da combattimento litorale.
Tutto questo va tenuto presente quando ci si chiede perché, negli organi parlamentari e istituzionali italiani, c’è uno schiacciante consenso multipartisan a non tagliare ma ad aumentare la spesa militare.

giovedì 27 settembre 2018

Sovranismo popolare e autodeterminazione dei popoli


SOVRANISMO POPOLARE E AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI
all’interno di una visione INTERNAZIONALISTA, sono da sempre stati valori cardine della sinistra.Oggi il “politicamente corretto” e l’apparato mediatico in crisi di consenso, vuole omologarli al NAZIONALISMO e alle sue conseguenze (come la xenofobia e il razzismo), che, da destra, ne sono l’antitesi. Una seria disamina, non solo di igiene linguistica, ma politica, è necessaria. D’altra parte, gli ideali del socialismo si sviluppano con la necessità di organizzare la socialità. Socialità è sovranità e autodeterminazione, e la Costituzione italiana, nel suo primo articolo, ne fa l’architrave di una democrazia popolare.
Sociologicamente, la socialità dell’essere umano è intesa in due modi: la socialità come destinazione propria dell’esistenza umana; la socialità come appartenenza a un contesto sociale determinato. 
(ferdinando dubla) 

La cura del linguaggio 3. Sovranità, sovranismo e sciocchezze

di Dante Barontini

26229724 576241919385192 4756770682638861436 n 1Un fantasma si aggira per l’Europa. Il fantasma del sovranismo
Ci perdonerete la parafrasi dell’immortale incipit di Marx, ma poche parole recenti hanno avuto successo quanto questa, anche se praticamente nessuno sa darne una definizione univoca, linguisticamente fondata. Eppure se chiedete a chiunque chi siano i “sovranisti” tutti ve ne indicheranno uno. Probabilmente molto diverso da altri che condividono l’identico stigma. “Quelli lì, insomma, no?”.
Proviamo a fare quel che ogni “bravo giornalista” fa quando si trova davanti a un termine ambiguo: consulta il dizionario. Siccome cerchiamo l’eccellenza – o l’incerta certezza di non scrivere fesserie – siamo andati a vedere sul dizionario più prestigioso, quello Treccani, per trovare una definizione scientifica..
Ma anche la mitica enciclopedia italiana, su questa parola, alza bandiera bianca. Citiamo:
sovranismo s. m. Posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovrannazionali di concertazione.
«Dove il necessario affievolimento di sovranità degli Stati a favore di un ordinamento sovrastatuale non tocca minimamente l’unità politica degli Stati-nazione. Solo da noi si riesce a sposare un “sovranismo” anti-europeo con una devolution anti-nazionale». (Andrea Manzella, Repubblica, 13 novembre 2002, p. 1, Prima Pagina)
«Brexit è la vittoria non del popolo, ma del populismo. […] È la rivincita, in tutto il Regno Unito, di coloro che non hanno mai sopportato che gli Obama, Hollande, Merkel e altri esprimessero la propria opinione su quello che essi si accingevano a decidere. È la vittoria, in altri termini, del “sovranismo” più stantio e del nazionalismo più stupido. È la vittoria dell’Inghilterra ammuffita sull’Inghilterra aperta al mondo e all’ascolto del suo glorioso passato». (Bernard Henry Levy, Corriere della sera.it, 27 giugno 2016, Politica, traduzione di Daniela Maggioni)
[tit.] «Altro che sovranismo e populismo, il 2017 / può essere l’anno dell’Europa / Le istituzioni europee rimangono solide nonostante gli attacchi. Incluso il fondo salva / stati con 500 miliardi di munizioni». (Foglio.it, 14 febbraio 2017, Economia)
«Un paesaggio democratico che credevamo conquistato per sempre, a garanzia di noi stessi e degli altri. Ma ecco che il sovranismo cambia la geografia emotiva e riduce l’orizzonte internazionalista in cui si muoveva la sinistra». (Ezio Mauro, Repubblica.it, 15 febbraio 2017, Politica).
Si deve notare che si citano quattro fonti dell’establishment giornalistico (due da Repubblica, una dal Corriere e una dal Foglio, giornale del “centrodestra pensante”, a lungo diretto da Giuliano Ferrara e di proprietà berlusconiana). Silenzio, invece, da parte dei filosofi della politica o dei politologi di un certo livello, che sembrano attendere che il polverone si posi per tratteggiare più chiaramente l’oggetto misterioso.
La Treccani prova a sintetizzare:
posizione politica propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovrannazionali di concertazione”.
Messa così, lo diciamo sinceramente, tanto valeva continuare ad usare la categoria più antica e scientifica: nazionalismo.
Se infatti si deve indicare una posizione politica che cerca di sottrarsi alla globalizzazione dell’economia e/o alle politiche sovrannazionali di concertazione (elaborate dentro istituzioni con quel compito, dall’Unione Europea al G7, dal Wto al Fmi, ecc) in riferimento a un determinato territorio unito da lingua e tradizioni culturali omogenee, governato da uno Stato di qualsiasi natura e orientamento, stiamo parlando di nazionalismo. Puro e semplice. Più o meno ammodernato negli ultimi due secoli, ma niente affatto originale…
D’altro canto veniamo da almeno tre secoli in cui la conquista o riconquista della sovranità nazionale conculcata da uno o più Stati stranieri è un valore positivo, che il diritto internazionale e la filosofia politica hanno sintetizzato in diritto all’autodeterminazione dei popoli. Naturalmente questa aspirazione alla libertà e autonomia decisionale di ciascun popolo può essere politicamente declinata in molti modi, e il Novecento ci ha consegnato un’ampia gamma di movimenti di liberazione nazionale progressisti, comunisti, rivoluzionari (Vietnam, Cuba, Mozambico, Angola, Kurdistan, Algeria, ecc), ed anche movimenti analoghi molto di destra (le repubbliche ex sovietiche dell’Est europeo indulgono spesso alla rivalutazione del passato nazista, come in Ucraina e nei paesi baltici).
Ma chi usa il termine sovranismo come definizione spregiativa non ha affatto in mente questa dimensione storica dell’indipendentismo nazionale (che nell’Europa continentale ha avuto importanti momenti di lotta nei Paesi Baschi, in Irlanda, in Catalogna), bensì – e molto più modestamente – qualunque tipo di opposizione allo sviluppo dell’Unione Europea come concentrazione di poteri esplicitamente sottratti agli Stati nazionali che la compongono. Non a caso il termine non viene usato fuori dal perimetro europeo, né per indicare movimenti indipendentisti extraeuropei. Che anzi vengono supportati entusiasticamente se diretti contro Stati considerati nemici dell’Occidente (Russia e Cina, fondamentalmente), fino a fiancheggiare movimenti terroristici capaci di rivoltarsi contro i propri supporter, quando questo appoggio viene meno (Al Qaeda, Isis).
Una prima valutazione si può dunque fare: sovranismo è una definizione a geometria variabile – come “terrorismo”, per cui neppure l’Onu è mai riuscito a trovare una definizione universalmente condivisa – adottata per mettere in cattiva luce chi contesta uno specifico potere “quasi statuale” chiamato Unione Europea. Una definizione, insomma, contingente, elastica, strumentale e priva di struttura solida. Passata la moda, finirà nel dimenticatoio, come “un attimino”…
L’establishment “culturale” l’ha forgiata e imposta come stigma usando come esempio negativo prevalentemente la destra politica nei vari paesi (Le Pen, Orbàn, Salvini, Meloni, Afd tedesca, ecc), ma viene abitualmente usata anche per chi si oppone alla Ue da sinistra (Mélénchon e la France Insoumise, il movimento Aufstehen appena nato in Germania, Eurostop qui in Italia e dunque in parte anche Potere al Popolo, Stefano Fassina e i suoi pochi amici, gli indipendentisti catalani, ecc). Come un coltellino svizzero, ha cento usi possibili. Tutti estremamente utili per chi controlla il manico…
Ma cerchiamo di approfondire il fondamento concettuale di questo termine, così da svelarne l’intento in modo chiaro. Dice sempre la Treccani:
Derivato dall’agg. sovrano con l’aggiunta del suffisso -ismo, sul modello del fr. Souverainisme.
E dà la seguente, classica, definizione di sovrano:
Riferito a un potere o un’autorità, che non ha altro potere o autorità da cui dipenda nell’ordinamento politico-giuridico di cui fa parte.
In altri termini, è sovrano chi prende decisioni senza dipendere da nessun altro potere, che non ha nessuno al di sopra di sé. Gli unici vincoli possibili per questo potere decisionale sono i trattati internazionali (con altri poteri altrettanto sovrani) e il consenso o l’arrendevolezza della popolazione sottoposta alle sue decisioni.
I concetti di sovrano e di sovranità (potere originario e indipendente da ogni altro potere) hanno avuto con la modernità un cambiamento radicale, perché si è passati da una attribuzione di potere di origine semi-divina (“dio me l’ha data e guai a chi me la tocca”) ad altre assai più terrene. Anche le monarchie sono sopravvissute solo “costituzionalizzandosi”, ossia accettando che il proprio potere fosse sottoposto a vincoli superiori, come un Parlamento eletto da una platea variabile, a seconda dei paesi e dell’evoluzione storica. E infine le democrazie – anche quelle socialiste – hanno attribuito la sovranità al popolo, non più a un “prediletto da dio” né a una singola classe sociale di “eletti” (oligarchia). Chi volesse approfondire di più può consultare una bibliografia praticamente sconfinata, con variazioni sul tema che vanno dalle estreme destre dittatoriali alle estreme sinistre comuniste, e perfino agli anarchici.
Ma se la sovranità è semplicemente il potere di decidere su un certo ambito (territoriale e di popolazione), ne discende che non si può abolire o combattere la sovranità in quanto tale (neanche gli anarchici lo teorizzano, in fondo), ma solo discutere e combattere per definire chi decide. Ovvero su quale sia il detentore collettivo di questo potere concretamente insopprimibile. Si può insomma combattere contro il sovrano di turno, non contro il sovranismo, perché un centro decisionale ci sarà in ogni caso.
In una democrazia in senso lato questo potere sovrano appartiene al popolo, come recita anche l’articolo 1 della Costituzione nata dalla Resistenza. Ma forse anche la nostra Costituzione potrebbe esser definita sovranista, secondo qualche testa fine…
La questione a questo punto dovrebbe esser chiara: le cessioni di sovranità operate dai singoli Stati nazionali aderenti all’Unione Europea – soprattutto in materia economica, commerciale e monetaria – si traducono in decisioni prese in questo ambito e vincolanti per tutti i paesi membri. Sulla democraticità di queste decisioni si può naturalmente eccepire, e anche radicalmente. Le istituzioni di Bruxelles affermano che la loro investitura democratica deriva da trattati liberamente sottoscritti da governi liberamente eletti a suffragio universale. Ma è evidente che questa “democraticità derivata”, di secondo grado, si presta a critiche devastanti.
La prima, e principale, è che le decisioni prese in quelle istituzioni – perlomeno quelle che cambiano radicalmente l’architettura dei poteri, diciamo quelle “costituenti” un nuovo ordine – dovrebbero esser validate non solo da un Parlamento europeo (peraltro privo di potere legislativo autonomo), ma dal voto referendario popolare.
Cosa che, quando è avvenuta – in Francia e Olanda nel 2005, per esempio – ha fatto registrare una clamorosa bocciatura. Cui non è però seguita alcuna modifica o autocritica istituzionale; semplicemente non si sono più svolti altri referendum su questioni così importanti. Cancellare l’opinione dei popoli è più semplice che convincerli, pare…
Abbiamo dunque questa inedita situazione storica: la sovranitàceduta o sottratta con la forza economica ai singoli Stati (il caso della Grecia è stato paradigmatico), ovvero ai relativi popoli, si concentrain centri decisionali non elettivi, parlamento di Strasburgo a parte (con i limiti che abbiamo detto).
Il soggetto della sovranità è qui, insomma, una oligarchia tecno-burocratica, quasi una nuova “classe di prescelti” con criteri non democratici, che prende decisioni che riguardano oltre mezzo miliardo di esseri umani senza mai passare dalla verifica elettorale.
Comunque la si pensi, insomma, discutere di “sovranismo” in queste condizioni è un modo di confondere le acque: a rigor di logica la “posizione politica che attribuisce la sovranità all’Unione Europea” non è meno sovranista di quella che la rivendica per gli Stati nazionali. Semplicemente è una posizione che attribuisce la sovranità europea a un soggetto diverso dal popolo europeo.
A questo punto, però, la contrapposizione diventerebbe un’altra: quella tra sovranità oligarchica e sovranità popolare. E gli “antisovranisti” si troverebbe allo scoperto.
Proporre infatti, all’inizio del terzo millennio, un ritorno al “patriziato oligarchico” pre-medioevale, non sarebbe molto vendibile, sul piano del marketing delle idee politiche. Non è carino dire a mezzo miliardo di persone, peraltro dotate di un alto livello medio di alfabetizzazione e scolarizzazione, che la loro opinione non conterà mai più nulla. A meno che non approvino le decisioni prese da altri (è quel che accade al Parlamento di Strasburgo).
Abbiamo poi, nella realtà dei rapporto economici e politici, un altro e ben più potente potere decisionale, che sovrasta assolutamente quello dei singoli Stati nazionali (tutti) e persino quello dell’Unione Europea: i mercati.
Si tratta di un potere formalmente indefinito, privo di una identità riconoscibile e di un indirizzo geografico, privo persino di vere istituzioni in grado di concentrare davvero le decisioni in una sola fonte. Ma attentissimo a determinare un corso degli eventi economico-politici – come le scelte di politica economica e monetaria di ogni istituzione pubblica, sia nazionale, che sovranazionale – che sia adatto al proprio incontrastato sviluppo/arricchimento.
Il carattere indefinito del “potere dei mercati” – del capitalismo contemporaneo, insomma – ha favorito anche ricostruzioni mitologiche e complottistiche, narrazioni di comodo con cui riassumere e dare un volto a un’entità impersonale: il Bilderberg, la Trilateral, Davos, “i poteri forti”, ecc. Stiamo parlando di istituzioni reali, a volte semplici think tank, eltre volte “salotti buoni internazionali” in cui i manager che contano si annusano e si danno grandi pacche sulle spalle, ma raramente partoriscono “decisioni”. Orientamenti, sì, e anche abbastanza univoci; ma “decisioni” no, perché quei capitalisti d’alto bordo gestiscono società gigantesche in concorrenza tra loro (in parte o in tutto). Dunque hanno nemici comuni e interessi specifici diversi.
Ciò non toglie che, quando un governo adotta decisioni che minacciano anche marginalmente il loro business, i mercati si mettono in moto come se ci fosse un comando strategico, colpendo in modo durissimo i “reprobi” che osano tanto.
Abbiamo ormai un frasario foltissimo di espressioni giornalistiche che riassumono questo ruolo dei mercatiche vanno dal “creare un ambiente favorevole agli investimenti stranieri” al “bisogna tagliare il debito, ossia la spesa pubblica, altrimenti i mercati si innervosiscono”.
Per quanto informale, insomma, il potere dei mercati costituisce una vera e propria sovranità molto concreta che – questa sì – “non ha nessun altro potere al di sopra di sé”.
Siamo ormai alla fine del nostro viaggio. Abbiamo scoperto che ci sono diversi livelli di sovranità e anche diverse fonti di legittimazione.
C’è quella popolare, che storicamente può avere un ambito territoriale di applicazione anche assai variabile (nazionale o internazionale, in prospettiva storica anche mondiale), orientamenti politici anche opposti (socialismo, democrazia liberale, fascismo).
C’è quella sovranazionale a dimensione quasi continentale, che viene incarnata tipicamente da trattati e istituzioni dell’Unione Europea.
C’è quella dei mercati, che non ha confini precisi, è tendenzialmente globale pur essendo orientata da interessi di piccolissimi gruppi (gli azionisti di controllo).
Queste ultime due vanno a braccetto in modo esplicito, addirittura rivendicato, imponendo scelte economiche e politiche senza che i popoli (singoli o in coalizione) possano interferire.
Nei fatti, al dunque, abbiamo due soli tipi di sovranità possibile: quella popolare e quella dei mercati. Il nazionalismo è un’altra cosa, abbastanza fuori dal tempo come possibile politica economica ,ma totalmente alla moda come narrazione semplificante i problemi esplosi in dieci anni di crisi.
Definire sovranismo ogni posizione politica che tende a contrastare – sul serio o per calcolo elettorale – il potere assoluto dei mercati e del loro quasi Stato sovranazionale europeo è una scelta coerente con la delegittimazione “morale” delle opposizioni popolari.
Diciamolo chiaramente: soltanto di quelle popolari. La volontà di creare consfusione tra “destra” e “sinistra” è assolutamente intenzionale, anzi: funzionale, di stampo orwelliano.
Se passa nel senso comune l’idea che sia “di destra” e “pericolosa” la voglia dei cittadini di poter contare, il desiderio di un popolo di poter decidere liberamente sulle proprie condizioni di vita… insomma che non sia “democratico” il fatto che un popolo sia sovrano, per i mercati il gioco è fatto. Le loro decisioni saranno sempre e assolutamente le migliori, “tecniche” e inappellabili, nel migliore dei mondi possibili, nonostante la devastazione che ogni loro scelta comporta. E l’Unione Europea resterà il loro migliore strumento, addirittura travestita da “baluardo liberale” contro le destre fascistoidi che quella stessa politica ha riportato in vita.
Balle.
Perché le destre europee – da Salvini a Orbàn passando per Le Pen – non sono affatto “euroscettiche” e non mirano a “disfare l’Unione”. Se ascoltate o leggete con attenzione i loro proclami in vista delle elezioni continentali del prossimo anno, stanno già pensando a come usare la loro possibile egemonia a Strasburgo per cambiare ben pochi trattati europei. Quelli sull’immigrazione, naturalmente, e forse qualcosa a difesa di singoli settori produttivi nazionali a rischio. Ma per l’essenziale, questa Unione Europea – feroce con i popoli, sdraiata a tappetino con i mercati – ai fascisti va benissimo.
Mentre per la sovranità dei mercati non c’è incubo più grande della più radicale forma di sovranità popolare: il comunismo.

lunedì 17 settembre 2018

Taranto - Ilva, l'unico a vincere è il mercato, l'acciaio, esce sconfitta la politica locale e nazionale


Written by  Giancarlo Girardi


L’affaire Ilva – Continuiamo a pubblicare interventi, stavolta è Giancarlo Girardi, un ex lavoratore del siderurgico per trenta anni, nell'area a caldo, di cui 22 azienda di stato e 8 con Riva. Impegnato oggi sindacalmente nello SPI CGIL e politicamente nel PCI. 
"Plebiscito con i SI a Genova e Taranto". La stampa locale e nazionale concorda, ma dalla vicenda Ilva esce vincitore soltanto il mercato, come lo fu nel 1995 con Emilio Riva, ma ora nella figura del principale suo protagonista nel mondo dell'acciaio. Il ricatto occupazionale ancora una volta è stato lo strumento vincente. Esce sconfitta la politica nazionale e locale, incapace ieri ed oggi di dare una soluzione agli interessi del Paese e della città di Taranto regalando, ancora una volta, non nazionalizzandola, la fabbrica. Oggi i suoi profitti continueranno ad essere privati mentre i danni per cittadini e lavoratori continueranno ad essere pubblici. Escono sconfitti i sindacati, tutti, incapaci negli ultimi venticinque anni di cambiare dall'interno della fabbrica i problemi dell'ambiente, della sicurezza dei lavoratori e di conseguenza quella dei cittadini. La Taranto migliore ne esce con grande dignità ma non sconfitta come qualcuno ritiene. Dieci anni fa essa vinse contro i suoi peggiori nemici: la rassegnazione e l'indifferenza di che la governava. Sino al dicembre 2012 grandi manifestazioni la attraversarono ridandole quella volontà di cambiamento che le amministrazioni pubbliche sino allora non seppero darle. La magistratura fece il suo dovere colpendo un sistema di potere locale e nazionale su cui si reggeva la gestione della famiglia Riva. Tante leggi hanno garantito una immunità penale che oggi, nei fatti , viene riproposta. Drammatico e tragico, per le future morti sul lavoro, resta il futuro della fabbrica ed incerto quello della città con i decessi e malattie ambientali. Quanti di quei SI di oggi sfilarono in 8000 al soldo di RIVA, nel 2012, contro la magistratura rea di aver applicato la Costituzione italiana? Ora tocca a loro, i lavoratori. Recuperino la dignità perduta nel passato, tornino, oggi più che mai, “classe”. Diano il benvenuto ad Acelor con uno sciopero che riparti dalla sicurezza sui luoghi del lavoro in fabbrica, sciogliendo dall'interno quelle “catene” della salute e dell'ambiente che legano il loro futuro e quella della città tutta. La responsabilità totale è ora loro.