le lenti di Gramsci

venerdì 13 luglio 2018

L’ENIGMA FEMMINILE IN RAFFAELLO SANZIO


L’urbinate amava le donne, non solo la celebre e carnale “fornarina”, che rappresento’ sempre l’amore sensuale, ma anche l’amore che e’ il tentativo di possedere per sempre il platonico “sommo bene”; il genio pittorico raffaelliano, pero’, e forse proprio per questo, non rinuncio’ ad indagarne l’enigma, rappresentato dalla esegesi pittorica del mito di Amore e Psiche, oppure dalla tranquilla e generosa comitas (la mansuetudine), dalla forza della ninfa marina Galatea che trionfa sull’orrido Ciclope Polifemo, dalla meravigliosa Barbara sul cui corpo si spensero anche le fiamme, Barbara dal volto fiero ma dolce e risoluta. L’enigma femminile in Raffaello è la metafora non della “tentazione” delle religioni trascendenti, ma il desiderio temperato dalla carezza di uno sguardo, il canto o la danza della natura stessa, soave ma mutevole, della terra che ti dona ma non ti appartiene per sempre: ciò che eterno dura, semmai, è l’ideale sommo bene della vita che si rinnova. (fe.d.) 

Trionfo di Galateacomitas (mansuetudine)la fornarina- - amore e psichebarbara 
(di Raffaello Sanzio)






giovedì 12 luglio 2018

SOVRANISMO-SUPREMATISMO e la destra del “politicamente corretto “


L’igiene linguistica del “politicamente corretto” non prevede che tra i valori della sinistra vi possa essere il “sovranismo”, termine con cui la destra occulta o cerca di mistificare il nazionalismo razzista xenofobo parte integrante della propria tradizione. Si confonde “sovranismo” con “suprematismo” (‘prima gli italiani’). Peccato per quell’art.1 della nostra Costituzione che recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.“. Ancora una volta la destra si appropria di termini e linguaggio nati dai valori e dal grembo della sinistra popolare, quella, per intenderci, tipizzante il secondo dopoguerra italiano o le forme attuali di molte delle esperienze contemporanee della sinistra latinoamericana. L’accusa è pesante: quella di “rossobrunismo”, che ricorda l’ideologia nazista, che, sarebbe bene ricordarlo, è nata scippando, per diventare popolare, il termine allora amato da grandi masse, il socialismo. Se non vogliamo utilizzare quel termine, “sovranismo”, per indicare la necessità di rilegittimazione del ruolo degli Stati nazionali contro le oligarchie sovranazionali che concorrono all’egemonia imperialista, almeno demistifichiamo il suo uso strumentale da parte delle destre e del “politicamente corretto”. (fe.d.).

Crediamo utile la lettura di questo estratto da Francesco Valerio Dalla Croce, Che cos’è per noi la sovranità, in Rete dei Comunisti, http://www.retedeicomunisti.org/index.php/interventi/2073-cos-e-per-noi-la-sovranita


Sulla contrapposizione tra sovranità nazionale e popolare

Spesso, nel dibattito sulla sovranità si ritrovano argomenti e posizioni che pongano in contraddizione la rivendicazione della sovranità nazionale e quella popolare. La ragione di una tale distinta considerazione di questi due piani risiede nella contestazione della entità “nazione” od anche di quella “Stato” (anche perchè esse, a causa dell’abbandono di determinate categoria da parte della sinistra ed anche dei comunisti, rischiano di divenire monopolio del discorso pubblico della destra o di populismo vari). Le parole citate sopra dovrebbero aiutare a sgomberare il campo da interpretazioni più hegeliane che marxiste di questi termini (salvo non considerare Marx, Engels e Lenin rossobruni ante litteram). Ma una siffatta contrapposizione dovrebbe venire meno alla sola lettura della nostra Costituzione: la Carta, legge fondamentale dello Stato, così recita all’art. 1:

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.“

Essa contiene la compresenza tanto dell’efficacia del potere dello Stato, innervato dal dettato della Costituzione che dispiega i suoi effetti entro i confini dello Stato nazionale, quanto l’esplicito fondamento popolare della sovranità. Il connubio tra queste dimensioni giustifica la definizione di “regime nuovo”, utilizzata da Palmiro Togliatti per definire il prodotto dell’incontro e del compromesso tra le forze popolari e antifasciste all’indomani della caduta del fascismo. Sono da respingere semplificazioni – che Lenin definirebbe “scolastiche” – di taluni sedicenti marxisti che rimuovono l’analisi delle forme di espressione del potere, anche nelle forme borghesi, bollandole – da mnemonici scolaretti – come mere “sovrastrutture”. Chi lo facesse, non solo si troverebbe in contrasto con le lezioni dei propri maestri, ma si troverebbero, più o meno consapevolmente, al capezzale di uno dei capi dei liberali italiani, Benedetto Croce, che etichettò lo Stato nuovo sorto dopo il secondo conflitto mondiale come un mero heri dicebamus rispetto all’assetto dell’Italia liberale precedente all’avvento del fascismo.

E del resto, la lotta per la difesa degli interessi nazionali, dopo il tradimento operato dal fascismo, da chi fu fatta propria nel secondo dopoguerra se non dal Partito Comunista Italiano guidato dal Migliore? In un rapporto ai quadri del PCI dal titolo eloquente (“La nostra politica nazionale”) dell’11 aprile del 1944, Togliatti testualmente afferma:

“Noi siamo il partito della classe operaia e non rinneghiamo, non rinnegheremo mai, questa nostra qualità. Ma, la classe operaia non è stata mai estranea agli interessi della nazione. Guardate al passato, ricordatevi come agli inizi del Risorgimento nazionale, quando esistevano soltanto piccoli gruppi di operai distaccati gli uni dagli altri e ancora privi di una profonda coscienza di classe e di una ricca esperienza politica, questi gruppi dettero i combattenti più eroici per le lotte di masse, che si svolsero nelle città e nelle campagne, per liberare il paese dal predominio straniero.

Operai e artigiani furono il nerbo dei combattenti delle Cinque giornate di Milano. Furono gli operai, insieme coi migliori rappresentanti dell’intellettualità, l’anima della resistenza degli ultimi baluardi della libertà italiana nell’anno successivo. Operai e artigiani troviamo nelle legioni di Garibaldi; li troviamo dappertutto dove ci si batte e si muore per la libertà e per l’indipendenza del paese. (…)La bandiera degli interessi nazionali, che il fascismo ha trascinato nel fango e tradito, noi la raccogliamo e la facciamo nostra; liquidando per sempre la ideologia da criminali del fascismo e i suoi piani funesti di brigantaggio imperialista, tagliando tutte le radici della tirannide mussoliniana noi daremo alla vita della nazione un contenuto nuovo, che corrisponda ai bisogni, agli interessi, alle aspirazioni delle masse del popolo.

Quando noi difendiamo gli interessi della nazione, quando ci mettiamo alla testa del combattimento per la liberazione d’Italia dall’invasione tedesca, noi siamo nella linea delle vere e grandi tradizioni del movimento proletario.

Siamo nella linea della dottrina e delle tradizioni di Marx e di Engels, i quali mai rinnegarono gli interessi della loro nazione, sempre li difesero, tanto contro l’aggressore e invasore straniero, quanto contro i gruppi reazionari che li calpestavano.

Siamo nella linea del grande Lenin, il quale affermava di sentire in sé l’orgoglio del russo, rivendicava al proprio partito di continuare tutte le tradizioni del pensiero liberale e democratico russo e fu il fondatore di quello Stato sovietico, che ha dato ai popoli della Russia una nuova, più elevata coscienza nazionale.

Noi siamo nella linea del compagno Dimitrov, il quale a Lipsia, davanti ai giudici fascisti, rivendicò con una fierezza che destò l’ammirazione di tutto il mondo la propria qualità di figlio del popolo bulgaro; rivendicò a sé le tradizioni e si presentò come il continuatore di tutte le lotte del popolo bulgaro contro i suoi oppressori.

Noi siamo nella linea del pensiero e dell’azione di Stalin, di quest’uomo il quale ha saputo sulla base delle conquiste della grande Rivoluzione socialista di Ottobre, sulla base delle realizzazioni di più di venti anni di edificazione socialista, realizzare l’unità di tutto il popolo, di tutte le nazioni che sono nel territorio dell’Unione Sovietica nella lotta sacra contro l’invasore, e per schiacciare definitivamente l’hitlerismo e il fascismo. Noi siamo sulla via che ci hanno tracciato questi nostri grandi maestri.”

Con queste parole, citate in estratto per esigenze di brevità da un rapporto che meriterebbe integrale riproduzione e rilettura, Togliatti: (1) pone il PCI nel solco della vicenda nazionale del Paese, ponendo radici nella storia e sul terreno nazionale (si vedano ancora le parole di Losurdo in apertura di questo testo); (2) attribuisce paternità al marxismo della questione della difesa degli interessi nazionali, nel solco della lezione di Marx ed Engels e del concreto operare del movimento comunista e degli Stati socialisti del suo tempo, in nome di una vocazione generale delle rivendicazioni della classe operaia; (3) infine, pone la classe operaia in Italia nella sua funzione dirigente generale del Paese, nel solco della più pura lezione di Lenin.

Insomma, nel PCI del secondo dopoguerra guidato da Togliatti, la centralità e la problematicità della questione nazionale, dell’indipendenza e sovranità del Paese sono assolutamente presenti e costanti, tanto nella elaborazione teorica, quanto nelle scelte politiche contingenti, che schierarono il PCI – ad esempio – contro la partecipazione dell’Italia alla NATO e ai primi trattati internazionali prototipi di integrazione europea.

Il valore della Costituzione e dell’operare dei comunisti nell’ambito nazionale determinato sono chiaramente presenti nell’analisi e nelle scelte dei comunisti che costruirono le fondamenta dello Stato democratico.

Da più parti, specie in un contesto storico in cui diviene sempre più aspro il conflitto tra il vincolo interno costituzionale e vincoli esterni imposti dai trattati europei, si evoca la parola d’ordine della sovranità costituzionale. Essa potrebbe essere un parola d’ordine opportuna, capace di superare la contrapposizione tra sovranità nazionale e popolare, e capace di portare su questo livello rivendicativo e di consapevolezza politica settori democratici rilevanti. Settori che, in particolare, hanno dimostrato la loro vitalità in occasione del referendum costituzionale del dicembre 2016.

La sovranità o patriottismo costituzionale, se intesi quali sinonimi della supremazia della Costituzione nazionale sulle regole UE, nel quadro di uno Stato permeabile alle istanze della classe lavoratrice, che trova il suo fondamento però in una Carta costituzionale assolutamente avanzata nella definizione del ruolo preponderante dello Stato nella regolamentazione della vita sociale ed economica del Paese (art. 3) e nel pieno riconoscimento di molteplici forme di proprietà (pubblica, privata e cooperativa) e limitazioni in capo a quella privata (artt. 41 e seguenti), possono divenire le parole d’ordine unitarie per una lotta per la sovranità del Paese, contro questo processo di integrazione europea, su basi avanzate, popolari e nel solco di una prospettiva strategica più generale per i comunisti.

Fare nostra la parola d’ordine della sovranità del Paese nel quadro di un mondo multipolare

Per quanto sopra esposto, ci sono valide motivazioni per fare propria dei comunisti in Italia, ancora più esplicitamente, la parola d’ordine della sovranità dello Stato. Da respingere e combattere, però, sono le false promesse dei “gattopardi”, coloro i quali, nascosti dietro la bandiera della sovranità, del “no euro”, ecc. mirano a conservare un sistema generale di sfruttamento del lavoro, in cui a fronte di aguzzini diversi, permangano i medesimi sfruttati: i lavoratori. Batterci per la sovranità del Paese significa, per i comunisti, battersi anche per un’Europa della cooperazione tra popoli e Stati, dall’Atlantico agli Urali (per usare le parole di Togliatti), rispettosa delle Costituzioni e dei diritti dei popoli, libera dal giogo della NATO. Sul piano mondiale, significa liberarsi da un atlantismo che, in una fase di declino inedita, mostra anche tutta la sua recrudescenza imperialista, in favore di un multipolarismo segnato dall’operato degli Stati socialisti (dai più importanti come la Cina, all’operato intelligente e tatticamente incisivo di più piccoli, come la Corea del Nord) e delle forze socialiste, che liberino il mondo dall’egemonia unipolare americana e riaprano la prospettiva della transizione del mondo verso scenari inediti e che, nel 1989, probabilmente apparivano addirittura insperabili.

Le note qui riprodotte si guardano bene dall’avere alcuna pretesa risolutiva di un dibattito che, anzi, è ora di affrontare e portare in profondità. Esse hanno solo un modesto fine chiarificatore, volto a inserire la questione della sovranità del Paese in un contesto di obiettivi strategici per i comunisti, da perseguire nel nostro tempo. Questa consapevolezza è pienamente presente nella stragrande maggioranza dei partiti che costituiscono oggi il movimento comunista internazionale. Un movimento internazionale che deve rafforzare la sua unità, nel nome dell’internazionalismo proletario, della sua storia gloriosa e della sua concreta incidenza nei processi politici del nostro tempo.

È importante, anzi, indispensabile che i comunisti italiani, che si trovano oggi ad operare in un contesto inedito, compiano un salto di qualità nella loro elaborazione e quindi, prioritariamente, nella loro discussione. È questo, dopotutto, il fine difficile ma essenziale del I Congresso del PCI.


F.V. Dalla Croce è segretario naz. della FGCI






mercoledì 4 luglio 2018

L'editoriale del nuovo direttore di Marx21.it


di Marco Pondrelli, direttore di Marx21.it

Inizia oggi la mia avventura come direttore di questo sito. Il mio primo pensiero ed il mio primo ringraziamento va all'amico ed al compagno Mauro Gemma, che ringrazio per le belle parole che ha speso su di me. Lo ringrazio, come tante e tanti hanno fatto in questi giorni, per il lavoro che ha profuso in questi 10 anni: un lavoro guidato dalla professionalità e dalla passione. So che non sarò all'altezza del suo esempio ma spero ugualmente di riuscire a profondere tutte le mie energie in questo percorso.

Dirigere un sito che si richiama a Karl Marx in questo momento non è affatto facile. La sinistra in tutte le sue forme (comunista, radicale, riformista...) non è mai stata così debole. Debolezza che è, prima che elettorale, culturale.

In questi anni la sinistra ha smarrito la bussola arrivando perfino a sommare la propria voce a quella degli aggressori imperialisti (qualcuno si è già scordato le manifestazioni sotto l'ambasciata libica al tempo della guerra?). In nome di un nuovismo, che è stato in realtà il peggio che il passato ci ha consegnato, abbiamo disconosciuto la nostra identità. Qualcuno rifletterà seriamente sul perché la sinistra vince nei quartieri bene delle città e perde nelle periferie?

Il nostro sito si colloca dentro questa battaglia. Una battaglia teorica che vuole smontare i dogmi liberisti e guerrafondai. Vorremmo una sinistra che tornasse a capire che la minaccia alla pace oggi arriva dalla Nato e non dalla Russia, vorremmo una sinistra che capisse che la Cina non è la causa della nostra crisi ma potrà esserne la soluzione, vorremmo una sinistra che non barattasse i diritti del lavoro con quelli di genere (non essendovi nessuna contraddizione fra di essi).

Marx XXI sarà sempre più il luogo in cui, senza paure e senza anatemi, chi non si riconosce nel pensiero unico si confronterà portando, dall'Italia e dall'estero, il suo contributo, la sua esperienza e la sua storia.

Mentre scrivo queste righe mi ha raggiunto la notizia della morte del compagno Domenico Losurdo. Non sprecherò parole per dire quanto lo stimavamo e quanto il suo contributo teorico ci mancherà. Voglio ricordarlo quando lo vidi per l'ultima volta più di un anno fa alla presentazione del suo libro un mondo senza guerre assieme al professor Carlo Galli. Lo ricordo come sempre lucido ed impeccabile. Si capiva, e tutti i presenti lo capirono, come ogni parola non fosse scelta casualmente ma fosse il prodotto di un attento ragionamento. Di questo rigore intellettuale di questa coerenza politica tenteremo di essere all'altezza.


venerdì 29 giugno 2018

GENEALOGIA DEL TARANTISMO


il 29 giugno i cattolici festeggiano i santi Paolo&Pietro, che, a dar retta alle tradizioni religiose, sarebbero comparsi dappertutto in Puglia. In particolare il culto paolino è assai vivo a Galatina, dove nella giornata di oggi s’incrocia con il rito della taranta. S’incrocia perché dal ‘700 in poi le gerarchie cattoliche hanno cercato di imbrigliare e mettere sotto controllo un culto antico ma pericoloso per le implicazioni psico-socio-sessuali che ne fanno da sfondo. Sulla genealogia della tarantella, poi trasformata dal folclore nella cosiddetta “pizzica pizzica”, una delle ipotesi più accreditate dopo gli studi di Ernesto De Martino nella sua celebre spedizione del 1959, è la sua origine nei culti dionisiaci molto diffusi in Magna Grecia, poi modificati (ma neanche troppo) dai riti rurali di passaggio stagionale, trasformando le Menadi possedute dall’ebbrezza, in tarantate morse dal ragno che “pizzica”.
Le foto-emblema della spedizione di De Martino del 1959 in Salento sono state scattate proprio a Galatina da Franco Pinna e raffigura una "tarantata" che cerca di spegnere la trance con la frenetica danza cercando pace sull'altare o sfidando il potere esorcistico del raffigurato Paolo di Tarso, apostolo che combatte i morsi del corpo e dell'anima, in quanto egli stesso probabilmente affetto da epilessia, isteria e depressione e convertito a Damasco dopo un'innumerevole serie di tentazioni della carne. 
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L'EPICENTRO DEL MITO DELLA TARANTA 
e del rito della possessione per il morso del ragno, si trova a Galatina, nel piazzale antistante la Cappella della chiesetta di Palazzo Tondi consacrata al santo Paolo. 
Scrive Wiki:
"Pozzo di San Paolo-Chiesa di San Paolo
La chiesa di San Paolo risale al XVIII secolo ed è incorporata al Palazzo Tondi. Nota anche come cappella delle Tarantate, è stata dal medioevo e sino alla fine degli anni cinquanta del XX secolo, teatro di fenomeni misteriosi legati al "tarantismo". In questa chiesetta, infatti, durante i festeggiamenti del 29 giugno, si recavano le donne, definite tarantate, che erano state vittime del morso della tarantola. Esse chiedevano la grazia al santo, pregando e bevendo l'acqua del pozzo attiguo alla chiesetta. Inoltre effettuavano un esorcismo musicale esibendosi in balli frenetici al suono dei tamburelli. Furono questi anche i motivi che spinsero l'etnologo italiano Ernesto de Martino ad avere interesse per il sito nella sua spedizione in Salento del 1959.
L'edificio, ad aula unica con volta alla leccese, ospita un altare settecentesco con una tela di Francesco Saverio Lillo che raffigura san Paolo con in mano una spada, le figure di un uomo e di una donna ed un angelo che sostiene un libro"--
- la foto-emblema della spedizione di De Martino del 1959 in Salento è stata scattata proprio in questo sito da Franco Pinna e raffigura una "tarantata" che cerca di spegnere la trance con la frenetica danza cercando pace sull'altare o sfidando il potere esorcistico del raffigurato Paolo di Tarso, apostolo che combatte i morsi del corpo e dell'anima, in quanto egli stesso probabilmente affetto da epilessia, isteria e depressione e convertito a Damasco dopo un'innumerevole serie di tentazioni della carne.
Oggi il fenomeno è sparito dall'autentico folclore per fare spazio a situazioni di esibizione della cultura popolare a fini turistici o meramente rappresentativi.
(fe.d.)




giovedì 28 giugno 2018

DOMENICO LOSURDO (1941-2018)


È MORTO IL FILOSOFO MARXISTA DOMENICO LOSURDO, INTELLETTUALE DI STATURA INTERNAZIONALE, PRESIDENTE DELL’ASS. MARX XXI

il contributo di Wikipedia
(..) La sua riflessione filosofico-politica, attenta alla contestualizzazione del pensiero filosofico nel proprio tempo storico, ha mosso in particolare dai temi della critica radicale del liberalismo, del capitalismo e del colonialismo, nonché della concezione tradizionale del totalitarismo (Arendt), nella prospettiva di una difesa della dialettica marxista e del materialismo storico. (..)
Domenico Losurdo volge la sua attenzione alla storia politica della filosofia moderna tedesca da Kant a Marx e del dibattito che su di essa si sviluppa in Germania nella seconda metà dell'Ottocento e nel Novecento, per poi procedere a una rilettura della tradizione del liberalismo, in particolare partendo dalla critica e dalle accuse d'ipocrisia rivolte a John Locke, per la sua partecipazione finanziaria alla tratta degli schiavi.
Riprendendo ciò che afferma Hannah Arendt nel 1951, in Origini del totalitarismo, per Domenico Losurdo il vero peccato originale del Novecento è nell'impero coloniale di fine Ottocento, dove per la prima volta si manifesta il totalitarismo e l'universo concentrazionario. (..)
Losurdo appartiene alla corrente del marxismo-leninismo, e ammira anche l'interpretazione che Mao dà della "pluralità della lotta di classe", da collocare nel contesto dell'attenzione che rivolge al processo di emancipazione femminile e dei popoli colonizzati. È stato direttore dell'associazione politico-culturale Marx XXI, vicina prima al Partito dei Comunisti Italiani, poi confluito nel Partito Comunista d'Italia (2014) e nel Partito Comunista Italiano (2016), di cui è stato membro autorevole.

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sabato 23 giugno 2018

BREVI DELUCIDAZIONI PEDAGOGICHE SU ALCUNE CATEGORIE GRAMSCIANE


- Gramsci e la filosofia della prassi: un’espressione che il filosofo usa, nelle ristrette condizioni carcerarie in cui cerca di utilizzare espressioni non direttamente riconoscibili, per indicare il marxismo come interpretazione e trasformazione del mondo e la concezione materialistica della storia. La sola teoria è necessaria ma non sufficiente: il mondo va trasformato nella pratica, nell’azione rivoluzionaria e nella lotta di classe, nel solco dell'XI glossa a Feuerbach di Marx.
- Il ruolo della cultura è sovrastrutturale, ma influenza la struttura (la base economica e i rapporti di produzione da cui discendono i rapporti sociali, secondo Marx) in modo determinante quando diventa cultura dei popoli e cultura nazional-popolare. Esse subiscono l’influenza delle classi dominanti che detengono il potere e dunque la rivoluzione culturale si ha con la liberazione dal folclore e dal senso comune
- Il folclore discende da una visione magico-ingenua del mondo, ma è il punto di partenza della cultura popolare che segna simboli ed identità; il senso comune è lo strumento attraverso il quale le classi dominanti esercitano la loro egemonia sulle classi subalterne. Sia i mezzi di informazione sia i “grandi intellettuali”, la scuola e le istituzioni-istituti sovrastrutturali, veicolano l’opinione, in particolare politica e morale e, intrecciandosi con le credenze tipiche del folclore, formano il senso comune. Anche da questo bisogna partire per rivoluzionare il sistema dei falsi valori, merce e denaro e mercificazione dei rapporti umani, per progettare la società autoregolata. (fe.d.)



PEDAGOGIA E ANTIPEDAGOGIA


L’antipedagogia, sull’onda delle tesi sulla descolarizzazione di Ivan Illich, venne considerata negli anni 70 la più aspra critica al conformismo pedagogico funzionale alla scuola come “apparato ideologico” (vedi tesi ed elaborazioni in Italia di De Bartolomeis, i bellissimi lavori di Angelo Broccoli come “Antonio Gramsci e l’educazione come egemonia” del 1972, l’educazione come alienazione negli studi di Manacorda sul Marx pedagogo, solo per fare qualche esempio). Oggi, al contrario, l’antipedagogia è funzionale al sistema. Per antipedagogia, infatti, deve intendersi tutta quella metodica formalistica tendente alla riduzione della cultura e dell’istruzione a merce, e la trasformazione genetica della didattica dei contenuti in didattica delle competenze. (fe.d.)

I COMPITI
Sulla questione dei “compiti a casa” e dei “compiti per le vacanze”, puntualmente si sollevano nel nostro paese polemiche in cui naturalmente non c’è minima traccia di metodologie pedagogiche o solo meramente istruttive, ne’ comparazione scientifica con i sistemi scolastici di altri paesi. 

Ora io proporrò ai miei allievi, per la stagione estiva, una serie di letture spero corroboranti e utili. Il tempo di lettura deve essere sottratto, coscientemente, alla futilità di molte azioni pseudo/comunicative al cell.; il cervello non va mai all’ammasso o in ferie. Spero non si risentiranno molti soloni dell’antipedagogia modernista e fintamente progressisti che si annidano, copiosi, nelle stanze del MIUR a dettare la linea agli insegnanti, forti dei loro lauti stipendi mai guadagnati sul campo. 
Seguite dunque SCHOLA DUBLATINA ogni giorno, e non per dovere, per piacere. [prof. fe.d.]


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PER UN'ECOLOGIA DELLA MENTE/ - CATARTICO


la rabbia e il rancore sono due sentimenti negativi di cui bisogna imparare ad autoliberarsi. Osservando la natura. La contemplazione, infatti, è un lenimento dell’anima. (fe.d.)




domenica 17 giugno 2018

COMPITI DEI COMUNISTI OGGI


PROMUOVERE l’opposizione sociale di massa sulle contraddizioni di sistema
RICOSTRUIRE la sinistra di classe nel nostro paese per l’unita’ popolare
RESPIRARE il proprio tempo storico con l’AZIONE.
Ecco il compito dei comunisti di oggi.
Ferdinando Dubla - - MARX XXI, Taranto


mercoledì 13 giugno 2018

UN’ALTRA OPPOSIZIONE È POSSIBILE


Sinistra e comunisti, dunque la sinistra di classe, non possono identificare la propria con l’altrui opposizione. C’è bisogno di un’opposizione sociale di massa e la ricostruzione di una sinistra di classe è possibile da essa e funzionale ad essa. Bisogna sempre più rivendicare i valori costituzionali: la sovranità popolare si sostanzia di eguaglianza, lavoro e libertà, laicità, diritto alla salute, all’istruzione, cultura e conoscenza, dignità della persona e diritti civili, sociali e politici e contro ogni logica securitaria e giustizialista. È su questo che va costruita l’opposizione alle contraddizioni che inevitabilmente il governo legastellato aprirà sul terreno politico e sociale. (fe.d.)

Populismo e trasformismo, la lezione di Gramsci




Che c’entra Gramsci con il nuovo governo della destra e dei populisti? Chi voglia provare a capire i caratteri della nostra (eterna) crisi non può fare a meno delle sue analisi. Che come quelle di ogni classico mantengono intatta nel tempo la loro attualità.

In una nota del «Quaderno 6» scrive proprio del “populismo”: esso è una forma di neutralizzazione del protagonismo delle masse; di fronte alla loro domanda di diritti e di potere le classi dominanti «reagiscono con questi movimenti ‘verso il popolo’». Il “pensiero borghese”, aggiunge Gramsci, «non vuole perdere la sua egemonia sulle classi popolari e, per esercitare meglio questa egemonia, accoglie una parte dell’ideologia proletaria».

La parola chiave è “egemonia”. Il “populismo” è insomma il travestimento della destra che si fa sinistra, per conservare il potere economico, politico e culturale accoglie “parte” delle istanze di sinistra: il lavoro, le tasse, le domande securitarie, le identità corporative o di campanile, fino a certo deteriore “nazionalismo popolare” del ‘sangue e suolo’.

In una nota del 1930 Gramsci aveva indagato il fenomeno dall’altro verso: non dell’andare al popolo dei potenti, ma della ripulsa della politica da parte del popolo. Popolo che prova «avversione verso la burocrazia» o «odia il funzionario», antipolitica diremmo oggi, ma che pure non riesce a darsi una strategia autonoma di alternativa. Si tratta, nota acutamente Gramsci, di «odio ‘generico’ ancora di tipo ‘semifeudale’, non moderno, e non può essere portato come documento di coscienza di classe».

Due elementi: è una politica immatura quella del populismo, regressiva; d’altro canto non è possibile populismo ‘di sinistra’ (osservazione non scontata, non mancano oggi infatti tentativi di declinazione progressiva del populismo, direi da Laclau a Mélenchon). Occorre invece una critica moderna dello stato di cose esistente. Che solo la politica può dare. Contro populismo e antipolitica occorre non farsi corrivi con lo spirito dei tempi, non porsi “sulla difensiva” rispetto al piano egemonico dell’avversario. E invece la sinistra italiana, già agli occhi di Gramsci, scontava proprio un difetto politico, di «scarsa efficienza dei partiti», ridotti a «bande zingaresche» o al «nomadismo politico». L’eterno trasformismo della politica nazionale.

Questa doppia debolezza strutturale della destra di governo e della sinistra di alternativa è la ragione profonda ed esaustiva non solo della fragilità storica della nostra democrazia, ma dell’intero nostro tessuto civile, se è vero che in Italia non è «mai esistito un ‘dominio della legge’, ma solo una politica di arbitrii e di cricca personale e di gruppo».

Si pensi proprio alla nascita del governo Conte. Sul manifesto Gaetano Azzariti ha parlato di «gestione del tutto privata della crisi», con «il programma di governo trasformato in un contratto tra due signori stipulato davanti a un notaio, le cui obbligazioni sono assolte da un loro fiduciario». Populismo e privatismo possono ben andare insieme. Come per altro avevamo imparato già da Berlusconi.

L’alternativa a tutto ciò deve essere chiara e netta: tornare alla politica, al «dominio della legge», dell’interesse generale. Perché se certo la colpa dell’antipolitica è della politica, pure l’antidoto all’antipolitica può essere solo di nuovo la politica. Combattere il populismo si deve rivendicando la nobiltà della politica. E praticandola. Rischiando anche l’impopolarità dell’antipopulismo (tanto più che il risultato straordinario del referendum del dicembre 2016 prova che nei momenti topici il popolo italiano mostra discernimento e intelligenza politica).

Ancora Gramsci ricorda che il fenomeno dell’“apoliticismo” si spiega col fatto che i partiti in Italia «nacquero tutti sul terreno elettorale», risultato di «un insieme di galoppini e maneggioni elettorali, un’accolita di piccoli intellettuali di provincia», senza visione, senza strategia, senza senso della politica.

Queste dunque le priorità della possibile e necessaria alternativa al populismo: organizzazione delle masse popolari, autonomia culturale e politica, un partito della sinistra in grado di corrispondere al dettato dell’articolo 49 della Costituzione: «Concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Avendone un’idea possibilmente: di interesse nazionale, di politica, di democrazia.

da Il Manifesto, 12 giugno 2018


domenica 10 giugno 2018

I triangoli del SE'


3triangoli3 -- triangolo dell'identità o della relazione, triangolo dell'autostima, triangolo della frustrazione
- - La valutazione degli altri non mi serve da guida
(Carl Ramson Rogers)
- - eppure non esiste identità senza relazione, autostima senza riconoscimento, frustrazione senza aspettativa
(Dublicius. counselor)

per Rogers la pura identità è possibile raggiungerla senza il condizionamento, e questo renderebbe più forte la propria energia interiore; ma l’identità non si costruisce senza relazione, dunque la valutazione endogena influisce sulla valutazione interna. Per la psicologia umanistica non-direttiva, così come anche per l’approccio olistico, la relazione d’aiuto non è valutativa.








PER UN’ECOLOGIA DELLA MENTE/ L’ENERGIA SOLARE


L’ENERGIA SOLARE
riveste, a mio avviso, un ruolo fondamentale per l’energia psichica, sebbene si incroci con lo stato d’animo. Per trasformarla in energia positiva, è necessario il training mentale, come sempre. Gli stessi fiori si esaltano e/o si deprimono rivolgendosi al sole, perché l’elemento che regge l’equilibrio naturale, e dunque anche l’equilibrio psico-fisico umano, proprio per la presenza vitale del sole, è l’acqua. [fe.d. counselor.1)]



martedì 5 giugno 2018

DIETRO LE PARATE


Le missioni militari in cui le Forze armate italiane sono impegnate in oltre 20 paesi: dal Kosovo all’Iraq e all’Afghanistan, dal Libano alla Libia e alla Lettonia, dalla Somalia a Gibuti e al Niger.
Quanto ci costano? è giusto farle?
Questo è un esempio di come l’opposizione sociale di massa che la sinistra di classe nel nostro paese deve promuovere, è un’altra opposizione rispetto al PD, servo dell’UE e della NATO, e di FI, sempre al soldo dei vari padroni, interni e del mondo.
(fe.d.) 

l’articolo di Manlio Dinucci oggi su Il Manifesto 

Quella del 2 giugno non è stata una parata militare, anzi nemmeno una parata, ma una «rassegna»: lo sostiene il ministero della Difesa che ne ha curato la regia (ultimo atto della ministra Pinotti).

La sfilata ai Fori Imperiali – di fronte al nuovo governo appena insediato – è stata simbolicamente aperta da 330 sindaci in rappresentanza della società civile, seguiti da tutti i settori delle Forze armate, per celebrare la «Festa degli Italiani – Uniti per il Paese». Nel suo messaggio il presidente della Repubblica Mattarella ha espresso la gratitudine del popolo italiano alle Forze armate per «la preziosa opera che svolgono in tante travagliate regioni del mondo per l’assistenza alle popolazioni gravate dai conflitti», in base alla «nostra Carta Costituzionale, architrave delle Istituzioni e supremo riferimento per tutti».

Man mano che i reparti sfilavano, venivano elencate le missioni militari in cui le Forze armate italiane sono impegnate in oltre 20 paesi: dal Kosovo all’Iraq e all’Afghanistan, dal Libano alla Libia e alla Lettonia, dalla Somalia a Gibuti e al Niger. In altre parole, venivano elencate le guerre e le altre operazioni militari cui l’Italia ha partecipato e partecipa, violando la propria Costituzione, nel quadro della strategia aggressiva ed espansionista Usa/Nato. Le operazioni militari all’estero, in cui l’Italia è impegnata, sono in continuo aumento.

Oggi 5 giugno, su incarico della Nato, cacciabombardieri italiani Eurofighter Typhoon cominciano a «proteggere» insieme a quelli greci lo spazio aereo del Montenegro, ultimo entrato nella Alleanza. Cacciabombardieri italiani già «proteggono» i cieli di Slovenia, Albania ed Estonia dalla «minaccia russa». Navi da guerra italiane si apprestano a salpare per il Pacifico, dove parteciperanno alla Rimpac 2018, la più grande esercitazione navale del mondo cui prenderanno parte, sotto comando Usa, le marine militari di 27 paesi in funzione anti-Cina (accusata dagli Usa di «espansione e coercizione» nel Mar Cinese Meridionale). Forze speciali italiane hanno partecipato in Niger a una esercitazione del Comando Africa degli Stati uniti, sponsorizzata dall’Unione europea, in cui sono stati addestrati circa 1900 militari di 20 paesi africani.

In Niger, dove gli Usa stanno costruendo ad Agadez una grande base per droni armati e forze speciali, l’Italia si appresta a costruire una base destinata a ospitare inizialmente 470 militari, 130 mezzi terrestri e 2 aerei. Scopo ufficiale dell’operazione, ostacolata da opposizioni all’interno del governo nigerino, è aiutare il Niger e i paesi limitrofi a combattere il terrorismo.

Scopo reale è quello di partecipare, sulla scia di Francia e Stati uniti, al controllo militare di una regione ricchissima di materie prime – oro, diamanti, uranio, coltan, petrolio e molte altre – di cui nemmeno le briciole vanno alla popolazione che vive per la maggior parte in povertà estrema. Col risultato che cresce il dramma sociale e di conseguenza anche il flusso migratorio verso l’Europa. Il nuovo governo intende «rivalutare la nostra presenza nelle missioni internazionali sotto il profilo del loro effettivo rilievo per l’interesse nazionale». Per farlo, occorre però stabiire quale sia l’interesse nazionale. Ossia se l’Italia debba restare all’interno di un sistema di guerra dominato dagli Usa e dalle maggiori potenze europee, o ne debba uscire per essere un paese sovrano e neutrale in base ai principi della propria Costituzione.

Politica interna e politica estera sono due facce della stessa medaglia: non ci può essere reale libertà all’interno se l’Italia, sovvertendo l’Articolo 11, usa la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.


giovedì 31 maggio 2018

Educare alla precarietà fin da bambini


fonte: lariscossa.com 


Educare alla precarietà fin da bambini. A questo introduce una delle domande presenti nel questionario della prova Invalsi di Italiano imposto agli alunni delle classi quinte della scuola primaria. Un futuro annunciato che non lascia alcuno spazio all'immaginazione e alla fantasia ma indica al bambino una ricetta ben precisa. 

"Pensando al tuo futuro, quanto pensi che siano vere queste frasi?". Con una risposta chiusa graduale che va dal "Per niente" al "Totalmente", i bambini di 10 anni sono chiamati ad esprimersi circa le proprie aspettative di studio e di lavoro, ma anche riguardo a mercato e logiche di consumo.

"Raggiungerò il titolo di studio che voglio"; "Avrò sempre abbastanza soldi per vivere"; "Nella vita riuscirò a fare ciò che desidero"; "Riuscirò a comprare le cose che voglio"; "Troverò un buon lavoro". 

Risulta evidente come la scelta di queste frasi sia volta a suggerire come metro di valutazione delle proprie capacità e possibilità il denaro di cui si dispone. Oltre a mortificare il bambino proveniente da famiglie meno abbienti, l'intenzione è chiaramente quella di assoggettare le giovanissime menti alla formula imposta dal sistema capitalistico alla stragrande maggioranza della popolazione, ovvero il "nasci, consuma e crepa", dove il diritto allo studio e al lavoro sono ormai messi in discussione e diventano un privilegio per pochi, il primo, e una concessione dei padroni a cui piegarsi, il secondo. 

Le domande, del resto, sono coerenti con uno degli obiettivi politici chiave dell'Unione europea e degli Stati membri nell'ambito del sistema d'istruzione, ovvero sviluppare e promuovere l'educazione all'imprenditorialità.

Come possiamo leggere in un recente studio della rete Eurydice1, Entrepreneurship education at School in Europe2:

«Vi è una sempre maggiore consapevolezza delle potenzialità dei giovani di avviare e sviluppare imprese commerciali e sociali, diventando così innovatori nei settori in cui vivono e lavorano. L'educazione all'imprenditorialità è essenziale non solo per forgiare la mentalità dei giovani, ma anche per fornire le competenze, conoscenze e attitudini che sono centrali per lo sviluppo di una cultura imprenditoriale».

I campi presi in considerazione nello studio sono le azioni strategiche e i meccanismi di finanziamento a sostegno dell'educazione all'imprenditorialità, il livello di integrazione dell'educazione all'imprenditorialità nei curricoli di studio nazionali e i risultati dell'apprendimento, oltre ai curricoli della formazione degli insegnanti iniziale e continua. 

«In Europa – continua il rapporto – lo sviluppo e l'attuazione dell'educazione all'imprenditorialità sono finanziati con fondi nazionali e/o europei. I fondi nazionali sono spesso erogati dal Ministero dell'istruzione, di concerto con altri ministeri competenti. Ventisette dei paesi/regioni europei esaminati destinano fondi nazionali all'educazione all'imprenditorialità, principalmente per l'attuazione delle proprie strategie specifiche o più generiche in tale campo.

I fondi vengono stanziati sotto forma di un budget specifico destinato all'educazione all'imprenditorialità o, più spesso, nell'ambito del budget nazionale complessivo. Oltre ai finanziamenti nazionali, 24 paesi/regioni europei ricevono fondi dall'UE per l'educazione all'imprenditorialità. 

Anche se in Italia, non esiste attualmente una strategia nazionale sull'educazione all'imprenditorialità, tuttavia questa, definita come "spirito di iniziativa e imprenditorialità", costituisce una competenza cross-curricolare, introdotta attraverso la Certificazione delle competenze, rilasciata al termine della classe quinta della scuola primaria e della classe terza della scuola secondaria di primo grado. 

Inoltre, "spirito di iniziativa e imprenditorialità" sono inclusi nei contenuti specifici di una materia chiamata "Diritto ed economia" e all'interno dell'alternanza scuola-lavoro.

In particolare, nella materia "Diritto ed economia", è prevista un'abilità che si riferisce all'educazione all'imprenditorialità. Nei primi due anni degli istituti tecnici (settori economico e tecnologico), l'acquisizione delle competenze imprenditoriali è inoltre stimolata attraverso la gestione di progetti, la gestione di processi produttivi relativi alle funzioni aziendali e l'attuazione dei regolamenti nazionali ed europei, in particolare nel campo della sicurezza e protezione ambientale.  Una delle abilità che gli studenti dovrebbero acquisire consiste nel "riconoscere gli aspetti giuridici ed economici che connotano l'attività imprenditoriale".

Quindi non solo l'educazione dei giovani è indirizzata verso un'acquisizione acritica dell'ideologia dominante, come tutte le società oppressive hanno sempre fatto, ma ovviamente anche le risorse che la società borghese destina alla scuola sono finalizzate a promuovere un modello di educazione e di sistema basato sul profitto e la competizione, che spinge l'essere umano a misurare la propria felicità a seconda della quantità di beni che può permettersi e che oggi viene insistentemente introdotto già a partire dai primi gradi dell'istruzione. 

Boicottare i test Invalsi quindi è un primo passo contro il classismo e la dequalificazione della scuola pubblica.
Emilia Calabria e Sabrina Cristallolariscossa.com 


martedì 29 maggio 2018

«Sovranità» da Bruxelles, non da Washington


la nota di Manlio Dinucci su Il Manifesto, 29 maggio 2018


Steve Bannon – ex stratega di Donald Trump, teorico del nazional-populismo – ha espresso il suo entusiastico sostegno all’alleanza Lega-Movimento 5 Stelle per «il governo del cambiamento».

In una intervista (Sky TG24, 26 maggio) ha dichiarato: «La questione fondamentale, in Italia a marzo, è stata la questione della sovranità. Il risultato delle elezioni è stato quello di vedere questi italiani che volevano riprendersi la sovranità, il controllo sul loro paese. Basta con queste regole che arrivano da Bruxelles».

Non dice però significativamente «basta con queste regole che arrivano da Washington».

Ad esercitare pressione sull’Italia per orientarne le scelte politiche non è infatti solo l’Unione europea, dominata dai potenti circoli economici e finanziari soprattutto tedeschi e francesi, che temono una rottura delle «regole» funzionali ai loro interessi.

Forte pressione viene esercitata sull’Italia, in modo meno evidente ma non meno invadente, dagli Stati uniti, che temono una rottura delle «regole» che subordinano l’Italia ai loro interessi economici e strategici.

Ciò rientra nelle politiche che Washington adotta verso l’Europa, attraverso diverse amministrazioni e con metodi diversi, perseguendo lo stesso obiettivo: mantenere l’Europa sotto l’influenza statunitense. Strumento fondamentale di tale strategia è la Nato.

Il Trattato di Maastricht stabilisce, all’Art. 42, che «l’Unione rispetta gli obblighi di alcuni Stati membri, i quali ritengono che la loro difesa comune si realizzi tramite la Nato».

E il protocollo n. 10 sulla cooperazione stabilisce che la Nato «resta il fondamento della difesa» dell’Unione europea.

Oggi 21 dei 27 paesi della Ue, con circa il 90% della popolazione dell’Unione, fanno parte della Nato, le cui «regole» permettono agli Stati uniti di mantenere, sin dal 1949, la carica di Comandante supremo alleato in Europa e tutti gli altri comandi chiave; permettono agli Stati uniti di determinare le scelte politiche e strategiche dell’Alleanza, concordandole sottobanco soprattutto con Germania, Francia e Gran Bretagna, facendole quindi approvare dal Consiglio Nord Atlantico, in cui secondo le «regole» Nato non vi è votazione né decisione a maggioranza, ma le decisioni vengono prese sempre all’unanimità.

L’ingresso nella Nato dei paesi dell’Est – un tempo membri del Patto di Varsavia, della Federazione Jugoslava e anche dell’Urss – ha permesso agli Stati uniti di legare questi paesi, cui si aggiungono Ucraina e Georgia di fatto già nell’Alleanza atlantica, più a Washington che a Bruxelles.

Washington ha potuto così spingere l’Europa in una nuova guerra fredda, facendone la prima linea di un sempre più pericoloso confronto con la Russia, funzionale agli interessi politici, economici e strategici degli Stati uniti.

Emblematico il fatto che, proprio nella settimana in cui in Europa si dibatteva aspramente sulla «questione italiana», è sbarcata ad Anversa (Belgio), senza provocare alcuna significativa reazione, la 1a Brigata corazzata della 1a Divisione statunitense di cavalleria, proveniente da Fort Hood in Texas.

Sono sbarcati 3.000 soldati, con 87 carri armati Abrams M-1, 125 veicoli da combattimento Bradley, 18 cannoni semoventi Paladin, 976 veicoli militari e altri equipaggiamenti, che saranno dislocati in cinque basi in Polonia e da qui inviati a ridosso del territorio russo.

Si continua in tal modo a «migliorare la prontezza e letalità delle forze Usa in Europa», stanziando dal 2015 16,5 miliardi di dollari.

Proprio mentre sbarcavano in Europa i carri armati inviati da Washington, Steve Bannon incitava gli italiani e gli europei a «riprendersi la sovranità» da Bruxelles.



MEZZ’ORA


“Dopo aver liquidato Giuseppe Conte e il candidato di Lega-M5S Paolo Savona il Quirinale, dopo neanche mezz’ora, ha convocato Carlo Cottarelli“
così Bruno Perini su Il Manifesto di oggi.
E aggiungo che anche la lista dei ministri del governo provvisorio era prontissima, tutto in meno di 24ore.
L’hastag “io sto con Mattarella” a egemonia PD è un hashtag di regime, di regime come le manifestazioni dirette dai poteri capitalistico-finanziari degli oligarchi eurocrati, che possono contare sui megafoni del potere, i media tradizionali, i gazzettieri “maitre a penser”.
Noi a sinistra non amiamo il termine “sovranista”: siamo internazionalisti, da sempre. Ma la “sovranita’ appartiene al popolo” lo dice la nostra Costituzione e sostanzia la democrazia repubblicana che comunisti e socialisti hanno contribuito a costruire. Se la sinistra antiNato e critica di questa Europa dei capitali, che usa il debito pubblico e la speculazione finanziaria per azzerare le prerogative costituzionali di ogni singolo paese, si fosse presentata al Capo dello Stato per contribuire alla formazione di un governo, forte di un cospicuo successo elettorale, cosa sarebbe accaduto? Ci avrebbero liquidato neanche in mezz’ora, in un quarto d’ora. 
Dal mattarello al manganello il passo è breve. Per ricostruirsi, la sinistra di classe, e i comunisti in essa, contribuisca all’organizzazione di un’opposizione sociale di massa. A rimorchio di nessuno, ma senza tentennamenti. (fe.d.) su FB, 29 maggio 2018
-- Molti confondono il sovranismo (ovviamente deve essere di classe e di sinistra) con nazionalismo: e invece il sovranismo di sinistra è popolare non populista. I populisti accarezzano la pancia del popolo diretti dalle classi dominanti. Popolare lo diventa chi interpreta i bisogni e gli interessi della maggioranza della popolazione diretta dalle classi produttrici e per l'egemonia dei subalterni. Alcuni governi, come quello del Venezuela chavista, lo sanno bene. Qui, nell'occidente del capitalismo europeo, la cultura della sinistra stenta a riconoscerlo. Per capirlo, basta leggere la nota di Manlio Dinucci su Il Manifesto di oggi, 29 maggio 2018.
ferdinando dubla


mercoledì 23 maggio 2018

L’ultima trappola della «Buona scuola»


Appello al Miur. L’inserimento di docenti Irc nelle Commissioni d’esame per la terza media è l’ultimo atto di un processo sotterraneo per recuperare all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche il ruolo di «materia obbligatoria» con diritto all’esonero.

Il Decreto legislativo 62/2017 stravolge tacitamente le disposizioni contenute nell’art. 185 comma 3 del Decreto 297 1994. Si tratta della sostituzione dell’elenco relativo alle materie all’Esame di Stato conclusivo della Scuola Secondaria di I°grado con la dicitura riferita a «tutti i docenti del Consiglio di Classe». Tra le materie indicate nel Decreto del 1994 non figurava l’Insegnamento della Religione Cattolica (Irc). È questa un’ultima trappola della legge denominata «Buona Scuola».
L’inserimento di docenti Irc nelle Commissioni d’esame per la terza media è l’ultimo atto di un processo sotterraneo – iniziato con il rinnovo del sistema concordatario – per recuperare all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche il ruolo di «materia obbligatoria» con diritto all’esonero. Solo con difficoltà sono state introdotte norme e istituti per rendere effettiva la nuova facoltatività con la formulazione delle quattro alternative fra cui la frequenza di una reale materia alternativa.
Nessuna promozione è stata fatta per informare le famiglie su tali alternative sulle quali, anche per la difficoltà a superare certe prassi e il timore di esporre i figli a discriminazioni, sono state esercitate, in particolare nella scuola primaria, ben poche opzioni. (…).
Le sottoscritte associazioni che si battono da anni per il rispetto della laicità della Scuola e dello Stato, si oppongono con forza a tale stravolgimento della Legge 121/1985, attuativa del Nuovo Concordato. Rivolgono pertanto al Miur la richiesta urgente di chiarimenti indispensabili per insegnanti e famiglie di alunni e alunne in procinto di affrontare la prova del citato Esame:
– l’Irc sarà materia d’esame? Se non lo sarà, a qual fine la presenza del docente? L’eventuale presenza di un docente di a. a. non si configura come discriminante nei confronti di coloro che hanno scelto attività di studio o di ricerca individuali o la non presenza a scuola durante l’Irc?
– nella prova d’esame, a differenza di quanto avviene nelle operazioni di scrutinio, i voti sono soltanto numerici: è quindi prevedibile una valutazione numerica dell’Irc?
– il docente di Rc nella votazione per promozione o bocciatura si comporta come previsto nel DPR 202/1990, ossia non vota se il suo voto fosse determinante?
Queste sono solo alcune delle ambiguità da chiarire.
*** Comitato Nazionale Scuola e Costituzione, Comitato bolognese Scuola e Costituzione, Associazione Nazionale per la Scuola della Repubblica, Manifesto dei 500, Ass.Naz. Sostegno Attivo, Cogedeliguria, Ass.Naz. del Libero Pensiero “Giordano Bruno”, Coordinamento Genitori Democratici (Cgd), Comitato Genovese Scuola e Costituzione, Crides (Centro di iniziativa per la difesa dei diritti nella scuola), Movimento di Cooperazione Educativa (Mce), Uaar, Fnism, Cidi, Osservatorio diritti scuola, Fcei (Fed.Chiese Evangeliche It.), Comitato Insegnanti Evangelici Italiani, Comitato Democrazia Costituzionale -Roma




domenica 20 maggio 2018

Potere nelle fabbriche e identità di classe


TEMPI MODERNI? NO, TEMPO ANTICO A TARANTO.
Potere nelle fabbriche e identità di classe
Taranto riconquista le prime pagine di tutti gli organi di informazione locali e nazionali. Ha suscitato grande emozione la morte di un giovane operaio di 28 anni, pari a quella, l’altro giorno, di un anziano lavoratore di 67 anni che è caduto da un' impalcatura…l’età sorprende in entrambi i casi. Queste non sono “morti bianche” ma omicidi sul lavoro. Ieri l’operaio lavorava su un impianto “fermo” che doveva essere in “sicurezza”. Ribadiamo ancora una volta che non è mai fatalità! Affermiamo con certezza che non basta cercare solo nella catena di comando le responsabilità e magari partendo sempre da una velata allusione della corresponsabilità del lavoratore. E’ invece nella organizzazione del lavoro che va cercata la soluzione delle tragedie. E’ lì che la proprietà oggi esprime il suo ruolo totalizzante nell’ubbidire ad un mercato senza regole ed utilizzando il ricatto di un misero salario e la vita stessa dei lavoratori. I problemi attuali aumenteranno con la nuova proprietà che incombe, e che prevede anche una gestione diversa tra i reparti di lavorazione nel ciclo produttivo mettendoli in competizione tra loro. Tempi moderni? No antichi! Ci adeguiamo in un mondo produttivo livellato al massimo sfruttamento dei lavoratori. Oggi si proclamerà uno sciopero nazionale sulla sicurezza del lavoro da parte dei maggiori sindacati ma non basta! Loro hanno una storica inadeguatezza nel livello dello scontro attuale che ribadiamo essere antico nei contenuti. Il passato insegna che occorre cambiare il modo di lavorare ed il controllo deve essere diretto da parte dei lavoratori sull’intero ciclo produttivo. Il potere nelle fabbriche va riconquistato con l’Identità di una classe che oggi drammaticamente è assente. I comunisti vengono da lontano e vogliono andare lontano, verso una economia ed una società diversa, a misura d’uomo e non del profitto. Non basta il cordoglio per l’ennesima vittima ma l’impegno per un radicale cambiamento.

Giancarlo Girardi -- Comitato Cittadino PCI Taranto



SPREAD BANG



a grande richiesta dei poteri forti viene richiamato lo SPREAD, il proiettile ad orologeria che le oligarchie eurocrati riservano a coloro che potrebbero mettere in discussione gli assetti capitalistico-finanziari di questa parte dell’occidente. Ma voi immaginate cosa accadrebbe se la pur debole democrazia rappresentativa portasse un domani ad un governo di sinistra, magari guidato dalla sinistra di classe? Capite ora il Venezuela? 🇻🇪
La diarchia demo/populista andrebbe invece, su questo, incalzata: siete davvero capaci di ricollocare l’Italia in un diverso scenario internazionale (Russia, paesi BRICS), a rinegoziare seriamente il debito, di riprendere un briciolo di sovranità nazionale? e il sistema pensionistico, dell’imposizione fiscale, dell’istruzione, della sanità e dei servizi essenziali del Welfare?
La sinistra di classe (e i comunisti in essa) deve ripartire dalle contraddizioni sociali che il prossimo governo legastellato inevitabilmente allarghera’: a partire dalle mobilitazioni, sempre più estese e combattive, contro la TAV, il TAP e l’Ilva di Taranto. Solo l’organizzazione di una forte opposizione sociale crea le premesse per una forte sinistra di classe, non i giochini politici e le discussioni sterili.

(fe.d.)

sabato 19 maggio 2018

La sovranità monetaria è una battaglia di sinistra

Debito. La categoria «sovranità» era emersa negli incontri internazionali di Porto Alegre, declinata come sovranità alimentare, energetica e, appunto, anche monetaria


Tonino Perna su Il Manifesto, 19/05/2018

Ha ragione Luigi Pandolfi a denunciare il fatto che l’opposizione alle politiche di austerity le abbiamo lasciate in mano alla destra fascistoide. Non basta che esponenti della sinistra radicale ogni tanto alzino la voce contro queste politiche.
Bisognerebbe anche trovare delle alternative credibili e praticabili.
Certamente, come viene suggerito nell’articolo citato, si potrebbe sterilizzare una parte del debito pubblico trasformato i titoli di Stato in possesso della Banca d’Italia in titoli “irredimibili”, ma questa operazione non è una passeggiata come dimostra la storia europea e italiana, perché colpisce la credibilità di uno Stato e la fiducia dei risparmiatori e investitori. Insomma, è una questione da approfondire, ma non è l’unica soluzione per uscire da questa situazione insostenibile e da rapporti di forza asimmetrici.
E questo è il punto: quando si parla di rivedere i Trattati europei o di sfondare il rapporto Deficit/Pil non si tengono in conto i rapporti di forza realmente esistenti.
Avendo perso i singoli stati europei la possibilità di battere moneta ed essendo costretti ad acquistarla dalle banche private pagando un interesse del 4 per cento (mentre le banche la ricevono dalla Bce a tassi vicino allo zero) uno Stato come il nostro con un debito pubblico che va oltre il 130 per cento del Pil e paga interessi annui legati alla speculazione finanziaria c’è ben poco da fare restando entro questi rapporti di forza asimmetrici.
Si può sbraitare contro i burocrati di Bruxelles quanto si vuole, aumentando per questa via il consenso popolare, ma se si alza lo spread perché “i mercati” puntano a speculare sui nostri titoli di Stato andremo a pagare interessi annui oltre i 70 miliardi attuali e ci avvicineremo al default (Argentina docet).
Un grande intellettuale, oltre che prestigioso sociologo e economista, come Luciano Gallino, nella prefazione ad un volume sulla “Moneta fiscale” curato da Marco Cattaneo, Stefano Sylos Labini, Enrico Grazzini, ha spiegato con estrema chiarezza e precisione come i nostri guai finanziari sono cominciati da quando abbiamo perso la «sovranità monetaria».
Ed essendo uomo di sinistra non avrebbe mai immaginato che in pochi anni avremmo regalato questa battaglia sacrosanta alla destra fascista e sfascista. Non a caso la categoria della «sovranità» era emersa negli incontri internazionali di Porto Alegre declinata come sovranità alimentare, energetica e, per l’appunto, monetaria.
Il movimento no/new global aveva espresso e articolato una critica diretta a questa globalizzazione finanziaria che sottomette al volere del capitale finanziario le stesse istituzioni politiche nazionali e locali. Tra le alternative emerse ci sono le monete locali e, nello specifico caso italiano, quella dei Certificati di Credito Fiscale , detta anche “moneta fiscale” proposta dagli autori qui già richiamati. Con il sostegno scientificamente approfondito da parte di Luciano Gallino e la critica, scontata, dei tecnici della Banca d’Italia e di altri economisti neoliberisti che condividono una visione sacrale del denaro.
Creare una moneta parallela da parte dello Stato, o come la definisce Gallino una forma di “denaro potenziale”, permetterebbe di immettere liquidità nel sistema e far ripartire la domanda aggregata senza aumentare il deficit dello Stato.
Purtroppo, anche a sinistra c’è una parte rilevante che di fronte ad ogni alternativa non ortodossa storce il naso perché ha interiorizzato il culto magico-sacrale del denaro, del novello “vitello d’oro” e le orazioni dei suoi sacerdoti (economisti e speculatori finanziari).
E’ fuorviante dividersi tra rigoristi e sovranisti, la vera divisione passa su chi deve pagare il debito pubblico nel medio periodo e su chi deve ricadere il costo della crisi finanziaria.



venerdì 11 maggio 2018

INTERNAZIONALISMO e/o SOVRANISMO


Sovranismo, globalismo, mondialismo, atlantismo, sono termini in uso alla cultura di destra e rischiano di mistificare i contenuti che ne dovrebbero sviluppare senso e significato. La sinistra di classe ha l'internazionalismo e l'imperialismo come valori fondanti non solo dell'identità politico-culturale, ma della sua prassi militante. Questo però non significa che gli interessi popolari delle singole nazionalità non siano preminenti, in particolar modo la salvaguardia dei livelli raggiunti dalle forze produttive di ogni singolo paese, che dunque deve conservare le proprie prerogative appunto di sovranità, contro l'offensiva delle frazioni dominanti del capitale economico-finanziario. Può esistere, dunque, un "sovranismo" di sinistra? In tempi di governo di unione tra eclettico qualunquismo e demagogia securitaria in nome di un inconseguente sovranismo, appunto di destra, è utile rileggere questa analisi di Francesco Maringiò per l'"Antidiplomatico". (fe.d.)

Costruire un “sovranismo di sinistra”. Primo passo: contribuire ad eliminare il pareggio di bilancio in Costituzione

L’editoriale di Sergio Fabbrini [Italia e Ue, il momento delle scelte strategiche, il Sole24Ore, p.1, 11/03/2018] sul giornale confindustriale è molto interessante. A partire dall’analisi del voto che individua chi ha vinto le elezioni (e per quale ragione principale): «domenica scorsa, più della metà dell’elettorato italiano, [ha] dato il voto a due partiti (5 Stelle e Lega) che avevano un programma (dichiaratamente) sovranista. 

Quelle elezioni, forse per la prima volta, ci hanno consegnato un’Italia politicamente unificata intorno a uno stato d’animo sovranista, rappresentato al nord dal centro-destra a guida leghista e al sud dai 5 Stelle. (…) Si tratta di un voto che esprime la richiesta (da parte di elettorati diversi) di recuperare il controllo su cruciali politiche nazionali, come quella di bilancio e quella migratoria. (…) Il 4 marzo ha portato alla superficie politica una diffusa insicurezza economica (negli elettori del sud) e una altrettanto diffusa insicurezza territoriale (negli elettori del nord). Il sud ha pagato più di altre aree la crisi economica e si è sentito escluso dalla ripresa successiva. Il nord ha subìto più di altre aree l’immigrazione e l’ha percepita come una minaccia identitaria alla propria coesione sociale. 


Il fatto è che entrambe le insicurezze sono state generate da politiche (quella economica e quella migratoria) su cui l’Italia ha competenze e risorse limitate. Si tratta di politiche che vengono decise nel sistema europeo dell’interdipendenza (l’Eurozona nel primo caso, l’Unione europea o Ue nel secondo caso) e non nel sistema nazionale dell’indipendenza».

Finalmente, vengono messi i piedi nel piatto della questione che, per la sinistra di questo paese è spesso un tabù: il tema della difesa degli interessi nazionali. Ovviamente, questo, non è un tema di classe tout court, ma attraversa l’arco destra-sinistra: si può difendere la sovranità nazionale per rafforzare la borghesia nazionale di un paese, oppure per difenderne le forze produttive, il cui sviluppo è imprescindibile per un processo di transizione socialista.


E l’approfondimento della crisi ha maturato nella testa del popolo (meno in quello dei gruppi dirigenti della sinistra politica) l’esigenza di una salvaguardia degli interessi nazionali in tutta Europa: «le forze sovraniste hanno conquistato il 13% degli elettori in Germania (nelle elezioni del 24 settembre scorso) mentre hanno ottenuto più del 50% in Italia (nelle elezioni del 4 marzo scorso)».


L’editorialista del Sole vede una discontinuità tra l’orientamento europeista ed il voto: «secondo un recente policy brief di Eupinions, ben il 66% degli italiani continua a essere favorevole a una maggiore integrazione economica e politica.

Ciò che occorre spiegare è perché quel 66% era superiore di ben 10 punti solamente due anni fa», spiegabile con il sistema intergovernativo. «Il sistema intergovernativo – continua l’editoriale - creato per gestire collegialmente quelle politiche ha finito per generare effetti non previsti (…) [ed] ha finito per creare gerarchie di potere tra i governi nazionali oppure per generare stalli decisionali. Così, nella politica finanziaria, le decisioni prese (stabilità invece che crescita) sono risultate congruenti con gli interessi dei Paesi predominanti oppure, nella politica migratoria, le decisioni che non sono state prese (controllo sovranazionale delle frontiere e dei flussi) hanno favorito i Paesi meno esposti ai processi migratori. In tutti i Paesi europei c’è stata una reazione sovranista per gli effetti della crisi finanziaria e dell’immigrazione». E si aggiunge «l’interdipendenza europea (nelle politiche fiscali o migratorie) non ha portato a un ridimensionamento uniforme delle sovranità nazionali. Infatti, alcuni stati membri (come la Germania) hanno potuto combinare il sostegno alla sovranità europea con la preservazione della propria sovranità nazionale, mentre altri stati membri (come l’Italia) hanno dovuto rinunciare alla seconda per poter fare parte della prima».


Quello che, a mio modesto parere, non viene messo in evidenza è che questo non è un tema che attiene alla “tecnica”, ma alla politica a tutto tondo: l’Unione Europea ed il meccanismo dell’Eurozona non hanno smarrito “l’ispirazione originale”, ma rappresentano proprio l’attuazione del processo di integrazione, basato sul disequilibrio tra aree economiche ed una competizione inter-imperialistica tra i paesi di Kerneuropa (il nocciolo duro attorno all’area del marco tedesco) ed i paesi del sud Europa.
Quello che è colpevolmente mancato in questa campagna elettorale è stata una posizione chiara di sovranismo “di sinistra”, capace di indicare una prospettiva alternativa al paese e di rispondere alle esigenze di insicurezza economica e di insicurezza territoriale.


L’elusione di questo punto è gravida di conseguenze: dall’incapacità di interlocuzione con i vasti settori popolari che oggi hanno appoggiato il M5S e, soprattutto, impedire alcuna connessione sentimentale con le masse popolari che oggi soffrono la crisi.


Per cui, in conclusione, due sono le necessità che vedo di fronte: costruire ed avanzare una linea politica di “sovranismo di sinistra” e partecipare al referendum per l’abrogazione della modifica costituzione che ha introdotto il pareggio di bilancio in costituzione: primo mattone da sfilare per riguadagnare sovranità ed indipendenza nazionale.


(Francesco Maringiò)