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L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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sabato 24 febbraio 2024

NOTE SU "ORIENTALISMO", FILOSOFIA e COMPARAZIONI 'INTERSEZIONALI'

 



NOTE SU ORIENTALISMO e FILOSOFIA

 

- Il libro "Orientalismo" ha rotto la comprensione convenzionale di vecchia data della relazione culturale tra Oriente e Occidente nei circoli accademici occidentali, ha analizzato e criticato l'imperialismo culturale e ha aperto una nuova prospettiva del rapporto tra Oriente e Occidente, in particolare il rapporto culturale.

Author: Edward W. Saïd, Orientalism

Pantheon Books, Publication date 1978

Edward Said, l’”Orientalismo” e la “traveling Theory”

- Said ha utilizzato la "Traveling Theory" (+) per spiegare lo specifico processo di formazione dell'orientalismo: l'orientalismo con immagini orientali rappresentate e ritratte da viaggiatori, missionari e colonizzatori è stato prodotto in un contesto storico specifico, a causa della variazione del contesto del testo quando si è diffuso da est a ovest; l'orientalismo, che originariamente cercava di diventare "conoscenza oggettiva", si trasformò in orientalismo come immagine creata dai poteri dominanti costituenti; per dirla con Gramsci, dall’ideologia del ‘senso comune’ e, con Marx, dalla ‘falsa coscienza’. Di fronte a questa situazione, Said ha sottolineato che abbiamo certamente bisogno di una teoria, ma abbiamo soprattutto bisogno di efficacia ermeneutica, cioè di coscienza critica.

(+) La "teoria del viaggio" di Edward Said si riferisce alla trasmissione e all'adattamento di idee attraverso diversi contesti e discipline.

 

- Il libro di Said “Orientalismo” (1978) è diventato una base classica e teorica per la cosiddetta critica post-coloniale. Le discipline orientaliste hanno rappresentato il tentativo di controllare i territori colonizzati attraverso la determinazione della loro immagine, l'immaginario a loro legato e la narrativa che li rappresenta. Con Said si sviluppa ulteriormente la categoria, che è concettuale e politica insieme, di imperialismo culturale.

Tipico delle teorie definibili come orientaliste è dunque la tendenza a considerare grandi complessi culturali, come l'Islam, l'India o addirittura l'intera Asia, riassumibili in pochi caratteri generali, quali ad esempio spiritualismo, irrazionalismo, fanatismo, dispotismo, e di considerare questi caratteri come immutabili. il pensiero indiano, ad esempio, tenderebbe per natura al misticismo; l'Islam, invece, tenderebbe al fanatismo, e in generale tutti i popoli asiatici sarebbero per natura impossibilitati a costruire una "vera" democrazia. —

Ma può essere la filosofia a rompere gli stereotipi della cultura dominante occidentale? E se sì, quale filosofia?

Geospazio, temporalità e categorie del punto di osservazione. Nord-Sud, Oriente-Occidente.

- Gli stereotipi scompaiono appena si entra nel merito dei contenuti, come al solito. La geografia diventa anch’essa filosofia. Contemplazione, meditazione, concentrazione, ascesi, misticismo, spiritualità, da una parte e riflessione, raziocinio, scienza e coscienza dall’altro? Niente affatto. Sia l’una tradizione filosofica che l’altra contengono nelle modalità contestuali della loro storia, l’interrogazione costante dell’essere umano su se stessi, la propria vita di relazione, soggettività ed oggettività, ermeneutica e costruzione del mondo, la meraviglia, che è aristotelica e zaratustriana insieme, dell’infinito che sovrasta gli stessi orizzonti del limite, quello che mirabilmente Ernesto de Martino chiamava “ethos del trascendimento” e Plotino l’estasi, l’ex-stasis, l’uscire fuori di sè, perdere la presenza nella vertigine di un assoluto che si presuppone come tale.

 

Said, oriente e occidente, Gramsci e Foucault -

 

Secondo Gramsci, una certa forma culturale può dominarne un’altra; Gramsci chiamò questa forma culturale dominante "egemonia culturale". Il capitalismo usa i dis/valori che lo permeano e la ‘narrazione’ egemonica, per raggiungere l'identità culturale conformistica del senso comune di massa. Edward Said (1935-2003) il prestigioso intellettuale di origini palestinesi docente alla Columbia University e autore del testo che ha dato origine e sviluppo a “criticism and postcolonial studies“, “Orientalism” (1978), ha assorbito questa teoria come riferimento, e l'ha inserita nel rapporto di potere tra cultura occidentale e cultura orientale. L'orientalismo rappresentato dai paesi occidentali è una nuova politica coloniale stabilita dall'imperialismo. Esso restringe le differenze tra i paesi orientali e occidentali in superficie, ma l'obiettivo ultimo è ancora quello di stabilire un nuovo tipo di relazione di potere diseguale tra coloniale e colonizzato. L'orientalismo è una manifestazione di egemonia culturale, il concetto di egemonia culturale conferisce all'orientalismo il potere di sostenersi.

 

Said discute l'orientalismo anche nel senso del discorso di Foucault, considera l'"Oriente" come l'altro della cultura autoidentificata occidentale e stabilisce la cosiddetta "essenza" e il valore dell'Occidente nel diverso ordine dei concetti che vengono imposti dalla grammatica del potere. Pertanto, l'Oriente è l'"Oriente" creato dalla cultura occidentale. Che sia come regione geografica o come concetto culturale, è la "costruzione" della storia e della cultura occidentale, ed esiste come l'opposto, l'"altro" della cultura occidentale. /

 

“Chi di voi non è filosofo, scagli la prima pietra”. (fe.d.)

 

TRA ORIENTE E OCCIDENTE, LA RICERCA ‘INTERSEZIONALE’

 

Il neoplatonismo -

La figura dello studioso irlandese Eric Dodds è emblematica della fecondità di una ricerca condotta con gli strumenti plurimi delle scienze umane. Non è solo uno storico del pensiero rigoroso, filologico e insieme interpretativo, è anche un antiaccademico, (*) oggi si direbbe ‘intersezionale’, perchè introduce, nella sua disamina analitica, strumenti ermeneutici antropologico-culturali e psicologico-psicanalitici. Fondamentale rimane, tuttora, “The Greeks and the Irrational“ del 1951, tradotta in varie lingue tra cui l'italiano, in cui vengono elaborate alcune categorie ermeneutiche ancora utilizzate, come, ad esempio, cultura della vergogna (shame culture), cultura della colpa (guilt culture) e timore della libertà (fear of freedom).

Credo però che una delle sue opere più rilevanti in questo senso sia “Temi fondamentali del Neoplatonismo. Filosofia e spiritualità nel pensiero tardo-antico (reperibile oggi nell’edizione a cura di D. Iezzi, Mimesis, Milano-Udine, 2021). La pedanteria filologica con cui va studiata la complessità di una teoresi astratta come quella della tarda antichità, in cui si forma l’intero apparato teoretico del cattolicesimo, apparato presente ai giorni nostri per inciso (per coloro che credono nell’anacronismo di ricerche e studi non apparentemente e strettamente legati all’attualità: stiamo parlando dell‘autoaffermata “cultura egemone” della sedicente “civiltà occidentale”! ), la meraviglia che può venire dalla lettura delle Enneadi di Plotino, filosofo egiziano ponte tra oriente e occidente, il parallelismo ‘anacronistico’ con la teoria dell’illuminazione del buddismo, gli stili di vita e l’approccio all’alimentazione vegetariana come filosofia del suo allievo Porfirio, devono superare gli stereotipi disciplinari, altrimenti non si fa storia della cultura, ma, come diceva il mio maestro Cesare Luporini, una sola cultura come storia.

 

(*) quando parliamo di ‘antiaccademia’ semplifichiamo, forse troppo: è la chiusura nello specialismo di ricerca che impedisce la capacità trasversale dell’interpretazione di testi e autori.

 

sabato 24 febbraio ore 18.30 al circolo cittadino di Manduria un convegno organizzato dalla Scuola di Filosofia ‘Giulio Cesare Vanini’ sulle filosofie orientali e l’”orientalismo”: Confucio, Mo-Ti, il Buddha e il buddismo come filosofia e psicoterapia, la scomposizione delle coordinate geografiche per le coordinate filosofiche di categorie come ‘occidentalismo’ e ‘orientalismo’.

La filosofia stessa è ponte tra oriente ed occidente, che da coordinate geospaziali diventano teoretiche. A sua volta il tema dell’”illuminazione” è un ponte tra filosofia d’oriente e d’occidente. (fe.d.)

L’oppositore di Confucio, Mo-Ti, filosofo cinese vissuto nel V secolo a.C., fu iniziatore di una scuola filosofica affermatasi prima dell'unificazione imperiale, ma non lasciò grande traccia di sè se non come oppositore di Confucio. Mo-Ti era contrario alla sacralità dei riti e della tradizione, affermava che la guerra è una forma di brigantaggio e per ovviare ai mali sosteneva che occorreva vivere frugalmente, con rispetto delle leggi, timore degli dei e degli spiriti, pratica dell'amore universale. Il confucianesimo, al contrario, sosteneva una gerarchia di affetti in relazione ai particolari rapporti esistenti fra gli individui. (or.cap.)

- a cura della scuola di Filosofia “Giulio Cesare Vanini” di Manduria.

#ScuolaFilosofiaVanini #convegno #filosofiaorientale #orientalismo

 

Nelle religioni asiatiche, come l'induismo, il taoismo, e soprattutto il buddismo, l'estasi è il momento sacro in cui avviene l'illuminazione, ed è il pieno sviluppo delle potenzialità e delle qualità naturali presenti nell'individuo. Questo stato è anche chiamato onniscienza oppure saggezza suprema e perfetta, dal sanscrito anuttarā-samyak-saṃbodhi, comunemente detta semplicemente Bodhi, e corrisponde all'illuminazione del Buddha; è lo stato in cui la mente diventa illimitata e non più separata dal resto del mondo, il punto in cui il microcosmo della persona si fonde con il macrocosmo dell'universo.

 

 

Diventa così possibile una condizione di nirvana alla quale ci si allena sotto la guida di un maestro tramite la meditazione, cioè la concentrazione su di sé e la consapevolezza della propria energia.

 

Secondo Plotino (filosofo ellenistico neoplatonico del III secolo d.C.), l'estasi è il culmine delle possibilità umane, che avviene dopo aver compiuto a ritroso il processo di emanazione dalla divinità: essa è un'autocoscienza, ed è la meta naturale della ragione umana, la quale, desiderando ricongiungersi col Principio da cui emana, riesce a coglierlo non possedendolo, ma lasciandosene possedere. Il pensiero cioè deve rinunciare ad ogni pretesa di oggettività abbandonando il dinamismo discorsivo della razionalità, ovvero negando se stesso. Tramite un severo percorso di ascesi, che si serve del metodo della teologia negativa e della catarsi dalle passioni, la ragione riesce così a uscire dai propri limiti, superando il dualismo soggetto/oggetto e compenetrandosi con l'Uno. Quello di Plotino non è tuttavia un semplice panteismo naturalistico, poiché per lui l'estasi è essenzialmente un percorso in salita verso la trascendenza. Appunto, un “ethos del trascendimento”.

(vedi concezione del rito e del mito in Ernesto de Martino)

Il tema dell’”illuminazione” è il ponte tra filosofia d’oriente e d’occidente.

Come teoreticamente sia possibile funzionalizzare punti dirimenti di teorie filosofiche, attraverso la comparazione ’intersezionale’ , ma filologicamente corretta, abbracciando una gamma molto più ampia di ipotesi interpretative. Qui, studiando Plotino, si arriva all’ethos del trascendimento dell’antropologia culturale di Ernesto de Martino, cioè non all’ascendenza, ma alla similitudine con le teorie dell’”illuminazione” dei tipi di buddismo come mistica apofatica, ma sia sacrale e religiosa sia laica, desacralizzata e agnostica, di natura psicologica.

DALL’EX/STASIS (uscire fuori di sè) ALLA COSCIENZA del SÈ



  • In questo schema, ripreso dalla filosofia delle Enneadi di Plotino (Leopoli, 203/205 - Campania, 270) c’è tutta la comparazione ’intersezionale’ tra la filosofia d’oriente e filosofia d’occidente, in questo caso l’origine del (neo) platonismo e la teoria dell’”illuminazione” del Buddha e della “buddità”. * Tra l’altro, Plotino era filosofo egizio, un ponte naturale, l’Egitto, tra Sud -Oriente-Occidente.
    * Come scaturisce dal Principio il mondo, molteplice e in divenire, di cui facciamo esperienza? secondo Plotino, non possiamo che parlare per immagini; in particolare la seguente: l’Uno produce il mondo, inizialmente come “mondo delle idee”, per generazione - ma Plotino parla anche di illuminazione o irradazione [èklampsis], emanazione o processione ecc. - servendosi, cioè, di diverse metafore, tutte, evidentemente, allusive e inadeguate ad esprimere l’inesprimibile scaturigine del tutto dall’Uno. L’inesprimibile è apofatico, cioè muto non perchè senza voce, ma solo ascoltabile nella coscienza-specchio di chi l’ascolta. Che è anche il presupposto paradossale di un possibile agnosticismo: il movimento immanente e trascendente è voce interiore, è la divinità in se stessi, è essere se stessi consapevoli del trascendimento, l’”ethos del trascendimento” di Ernesto de Martino.
    + Voglio ricordare che Plotino non è un cristiano, ma è stato ’saccheggiato’ dai cristiani, a tal punto da vedersi sviluppare, dal suo misticismo, la teoretica cattolica. La comparazione ’intersezionale’ permette una vicinanza di questo ’sentire filosofico’ con i capisaldi del buddismo e di altre teoretiche mistiche, di natura religiosa, ma anche laica e agnostica e finanche psicoterapica, come la lunga via che, attraverso la relazione con gli altri, giunge nuovamente a se stessi attraverso il trascendimento senza divinità esterne.

 

Per l'ermetismo il tema è il rapporto tra uomo e il dio  e il modo in cui l’uomo può coglierne l’essenza, può cogliere cioè l’essenza divina, elevando il proprio stato di coscienza attraverso la gnosi, un processo di natura sovrarazionale ottenibile attraverso l’illuminazione.

 ///

 

stralcio comunicazione Ferdinando Dubla al convegno Scuola di Filosofia ”Giulio Cesare Vanini”, Manduria (TA) il 24 febbraio 2024.

 

ARGOMENTI TRATTATI: Confucio, Mo-Ti, il buddismo come pratica spirituale e come filosofia, l’”orientalismo” e l’imperialismo culturale dell’Occidente, il metodo di studio e di ricerca delle comparazioni ‘intersezionali’.

Convegno a cura della Scuola di Filosofia “Giulio Cesare Vanini” di Manduria.

Telegram: https://t.me/scuolafilosofiaVanini





sabato 28 novembre 2020

Hegel, o il pensiero oscuro


LA CIVETTA di HEGEL

“Quando la filosofia dipinge il suo grigio su grigio, allora una figura della vita è invecchiata; e con grigio su grigio essa non si lascia ringiovanire, ma soltanto conoscere; la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo.” Hegel, Prefazione, in Lineamenti di filosofia del diritto (1821)
- la civetta è la filosofia, essa vola all’imbrunire, simbolo di Atena, ma fugge al chiarore di ogni nuova alba. 


La coscienza infelice (Fenomenologia dello Spirito - Hegel, 1807)
Come conciliare il finito con l’infinito, il determinato con l’indeterminato, il fenomeno come appare e la sua essenza? Lo può solo la coscienza, ma in un drammatico cammino: nel suo stesso percorso storico filosofico si trova quello spirito assoluto che non si sa come tale, e dunque si ferma a guardare se stessa come aliena da sé, per questo infelice, come forma religiosa che anela il trascendente, ma trova solo sepolcri.
E’ il dramma dell’uomo scisso, lacerato dall’alienazione.
La dialettica è un processo, il superamento di un’opposizione tramite la mediazione. Riguardata dalla fine, è lo stesso spirito assoluto continuamente scisso da sé ma riproduttivo di sè. 


vecchia strix ormai stanca/ urla la civetta di notte / ma il chiarore dell’alba/ la farà riposare/nella notte dei tempi affonda il suo sguardo/il suo volo/ ora / è per domani.

HEGEL: QUANDO IL PENSIERO LOGICO PENSA SE STESSO /
Dal nulla non nasce nulla, ma, secondo Hegel, solo dal nulla può svilupparsi la determinazione dell’essere. Infatti l’essere è vuoto, indeterminato e solo nel nulla, negazione dell’essere, può trovarlo. La negazione è sempre negazione di qualcosa, e quindi determina l’indeterminato. Nasce dal nulla il divenire, e lo svolgimento dialettico dell’intera realtà che, pensata, è realtà del razionale.
Logica-filosofia della natura-filosofia dello spirito
Logica soggettiva: dottrine dell’essere e dell’essenza.
Logica oggettiva: dottrina del concetto.
[Hegel, Scienza della logica, 1812/1816] 

~ e voi che pure credete all’astuzia della ragione, non riuscite a pensare che dal nulla è nata la vita dell’universo. E che il concetto di spazio, come quello di tempo, non sono contraddittori, ma dialettici: essi sono in sé, per sé e in sé e per sé. Se infatti lo spazio nasce dall’idea di vuoto, a negare lo spazio è il suo stesso limite, cioè il pieno. E se il tempo nasce dal concetto di eterno, cioè senza tempo, il suo limite è la misura, cioè il tempo sottratto all’eterno.
E’ il pensiero che pensa se stesso, autocoscienza del concetto.
Si potrebbe anche dire: quando il pensiero si avvolge in se stesso tramite i concetti. Ecco perché, a mio avviso, il pensiero di Hegel è un pensiero notturno, oscuro, come il volo della civetta. . ~ fe.d.


F.W.Hegel (1770/1831)


mercoledì 12 agosto 2020

Su scienza, magia e civiltà


Magus significat hominem sapientem cum virtute agendi
(mago significa un uomo sapiente che sa operare), 
Giordano Bruno, Theses de magia, circa1589-90.

Il paradigma scientista-neopositivista del dominio tecnocratico feticizza non solo l’oggetto, ma aliena il soggetto, e il suo primato incrocia la suggestione religiosa e l’immaginazione simbolica “magica” nel permanente tratto antropologico dell’oltrepassare se stessi e i limiti del nostro intelletto. Anche il materialismo ‘volgare’ non coglie questa fondazione primaria dell’esistere ed esclude la sfera psichica ed emotiva dall’unitarietà integrale dell’individuo sociale.
E non è solo questione di “sistema”, ma di “civiltà “.
Il processo/percorso di liberazione collettivo va costruito a partire da quella fondazione.
· Nel senso comune della nostra civiltà, scienza e magia si sovrappongono. La scienza prende il posto della magia, ma solo apparentemente. Alla scienza vengono attribuite le stesse proprietà taumaturgiche della magia, con il doppio ethos propiziatorio del sacro e del medicamentoso, attraverso la mediazione del religioso e dell’immaginazione simbolica. Con una mano il rosario e con l'altra la pila dei farmaci. Ma se la guarigione non avviene, oppure la scienza non risponde alle aspettative, è colpa dello stregone non delle formule magiche. Nel Rinascimento italiano (ma non solo, il periodo è più esteso e coinvolge esperienze filosofiche di altri paesi) il linguaggio e l’esoterismo magici furono una delle principali strade della scienza e di una più rigorosa osservazione naturalistica. La scienza è una continua e incessante ipotesi di ricerca, l’aspettativa umana, invece, è la certezza e l’oggettività, per la risoluzione di tutti i problemi. L’incanto dell’oltrepassamento di limiti conoscitivi dell’intelletto è “miracolo”, oggi “miracolo della scienza”, a cui delegare la stessa certezza dell’esistere. Di qui l’integrazione magica e la considerazione della scienza come magia taumaturgica. (fe.d.)
 leggendo Magia e civiltà, antologia curata da Ernesto de Martino, Garzanti, 1962
pag.15
da Eugenio Garin: Magia ed astrologia nella cultura del Rinascimento, da Id., Medioevo e Rinascimento, pag.150-169,Bari, Laterza, 1954
Tommaso Campanella nel libro Del senso delle cose e della magia scriveva:
  • Tutto quello che si fa dalli scienziati imitando la natura, o aiutandola con l'arte ignota, non solo alla plebe  bassa, ma alla comunità degli uomini, [appare] opera magica. Talchè non solo le predette scienze, ma tutte l'altre servono alla magia. Magia fu d'Archita fare una colomba che volasse come l'altre naturali, e a tempo di Ferdinando Imperatore in Germania fece un tedesco un'aquila artificiosa e una mosca volare da se stessa; ma finchè non s'intende l'arte, sempre dicesi magia; dopo è volgare scienza. L'invenzione della polver dell'archibugio e delle stampe fu cosa magica, e così della calamita; ma oggi che tutti sanno l'arte è cosa volgare. Così ancora quella delli orologi e l'arti meccaniche facilmente perdono la riverenza, chè si fanno i corpi manifesti al volgo. Ma le cose fisiche e astrologiche e religiose, rarissime volte si divulgano; però in queste gli antichi ritirarono l'arte [magiam].
Campanella è, qui, molto preciso, nel mettere in evidenza tre cose: in primo luogo, che tutte le scienze, indagando la struttura della realtà, servono alla magia in quanto essa è attività pratica che trasforma la natura inserendosi nel giuoco delle sue leggi mediante accorgimenti tecnici capaci di operare in essa; in secondo luogo, che l'alone misterioso, che avvolgeva il mago quasi fosse un Dio o un dèmone, è venuto cadendo ad ogni progresso della scienza; in terzo luogo che, ciononostante, i problemi più alti, e quindi le opere più profonde, sfuggendo alla presa del ragionamento corrente, restano tuttora entro il velo del mistero "magico".
                                             —————————————
- è possibile una riattualizzazione dell’analisi del rapporto tra scienza, magia e civiltà?   sembra tema esoterico inessenziale nella modernità. Sembra. ~ fe.d.


Eugenio Garin (1909/2004)


lunedì 4 maggio 2020

GIORDANO BRUNO, compagno del nostro tempo


di Aldo Masullo
Giordano Bruno, maestro di anarchia” (2016)

“ E’ il vero fondatore della modernità. Di questo pensatore noi italiani dovremmo essere più orgogliosi di quanto si sia. Perché la tesi bruniana dell’infinità dell’universo, dell’infinità dei mondi, trasferita sul piano antropologico, significa che gli uomini sono tutti uguali. Come nell’universo fisico nessun punto è il centro, ma ogni punto è centro, così nell’universo umano: nessun uomo ha una sua particolare supremazia sugli altri, tutti hanno la stessa dignità. Questa non è soltanto l’estensione al piano antropologico dell’idea cosmologica dell’infinità dei mondi. Bruno lo dice chiaramente: ogni uomo è un mondo. Testuali parole. Allora se ogni uomo è un mondo, se ogni mondo è centro, non esiste più un’architettura verticale del potere. Il potere non viene dall’alto verso il basso…”.

“Il Nolano pensa insieme l’idea cosmologica e il principio etico, che fondano la modernità politica, la forma democratica dell’ordine civile. Per lui ogni individuo umano, in quanto centro irriducibile tra infiniti centri irriducibili, con cui non può non essere sempre aperto a comunicare, è portatore di responsabilità piena. Ma proprio perciò nessun capo è assoluto. L’ordine umano è anarchico.
C’è ordine in una società, solo quando tutte le diversità sono ugualmente rispettate. La dignità umana comporta il rifiuto dell’unità e la ricerca dell’unione. (..)
Il pensiero di Bruno è il canto della ragione, la quale non può rinunciare alla prospettiva in cui la sua essenza consiste. Se non pensiamo la questione dei ‘diritti umani’ come centrale struttura problematica del presente, non possiamo comprendere il nostro tempo nei nostri pensieri. Tra la struttura problematica del tempo di Bruno, in cui egli pensa la ragione intendendola come paritaria dignità degl’infiniti centri di soggettività, e la struttura problematica del tema dei ‘diritti umani’, in cui noi oggi pensiamo il nostro tempo, l’analogia è evidente. È questo uno dei motivi per cui Bruno, nel suo tempo, ci è compagno, nel nostro tempo.”

Aldo Masullo, filosofo avellinese di statura internazionale, fenomenologo, di idee profondamente democratiche, scomparso a 97 anni il 24 aprile u.s. è stato anche un grande estimatore e studioso del pensiero di Giordano Bruno. Al grande Nolano ha dedicato uno dei suoi ultimi studi: “Giordano Bruno, maestro di anarchia”, ed. Saletta dell’Uva, 2016, una lettura “bruniana” dello stesso Giordano Bruno, e per questo, dunque, originale.
vedi http://www.irpinianews.it/il-filosofo-irpino-aldo-masullo-firma-giordano-bruno-maestro-di-anarchia/
L’idea di fondo che ha mosso sempre Masullo nella sua ricerca è che l’umano è contrassegnato dalla non separatezza degli individui, dalla loro relazione, una concezione olistica della natura e dell’essere umano e della natura dell’essere umano. ~ fe.d. 

Aldo Masullo (1923/2020) 

Giordano Bruno (1548/1600) 

giovedì 26 marzo 2020

Per un ascetismo spirituale laico


di Emanuela Lomartire 

Il termine ascetismo ha origini davvero molto lontane nel tempo; infatti ebbe origine in Grecia, laddove, inizialmente, assunse valore esclusivamente fisico, dal momento che il termine askesis, era usato per indicare l’allenamento di un atleta per il superamento di una prova. Solo in un secondo momento, il termine ascetismo venne connesso ad alcune particolari ideologie, quali il pitagorismo e l’orfismo che, pur partendo dalle stesse basi, si differenziarono proprio riguardo al concetto dell'immortalità dell'anima, che divenne uno dei capisaldi degli orfisti, secondo i quali al fine di evitare la perdita di tale immortalità, era necessario condurre un'intera vita di purezza. Nell’antica Grecia si diffusero anche le religioni misteriche, le quali avevano un carattere “salvifico”, poiché, attraverso vari gradi di iniziazione, gli adepti giungevano alla visione ed alla identificazione con il divino ed ottenevano la liberazione dalla realtà empirica materiale ed il superamento apparente dello stato proprio umano. Con la filosofia platonica, l’ascetismo assunse un definitivo significato morale, poiché, accertato il dualismo di anima e corpo, la pratica ascetica era considerata l’unica in grado di permettere all'anima di purificarsi da tutto ciò che era corporeo e di ritornare così alla originaria perfezione ideale. Durante l’Ellenismo, l’ascetismo si basò, prevalentemente, sui vari dualismi, esistenti da sempre nella vita umana, ad esempio tra luce e tenebre, materia e spirito, bene e male. In base alla loro concezione, l’uomo avrebbe dovuto liberarsi dalla cose negative (tenebre-materia-male) utilizzando la Gnosi, ovvero  una forma speciale di conoscenza religiosa, che  si caratterizzava  come accesso diretto al divino, mediante una sorta di illuminazione interiore. Tale visione dualistica portò ad atteggiamenti, talora, anche opposti, tanto che potè condurre o alla completa rinuncia degli aspetti materiali nell'ascetismo, oppure ad atteggiamenti completamente trasgressivi ed immorali. Il valore morale dell'ascesi, come esercizio per il controllo delle passioni tramite la rinuncia totale alla corporeità, si ritrova  anche nello stoicismo e si trasmise poi al cristianesimo, che lo adottò  in una prospettiva tutta trascendente. Alcuni scrittori teologi cristiani sostenevano che  solo attraverso la contemplazione mistica si poteva raggiunge l'unione con il divino e a questo scopo iniziarono a dare moltissima importanza  alla meditazione, alla preghiera, e  a  pratiche di severe rinunce e di mortificazione della corporeità. In realtà, tutto ciò, mal si conciliava con il cristianesimo delle origini, che non contemplava minimamente al suo interno l'ideale ascetico. Cristo infatti si schierò, apertamente, contro l'ascetismo, poiché egli non voleva che l’uomo si estraniasse dal mondo, ma che andasse nel mondo, annunciando il vangelo e diventando testimonianza vivente dei propri valori di vita. L'ascetismo, nell'ambito del cristianesimo, iniziò a manifestarsi, in occidente più tardi con Colombano, Benedetto e Bernardo, e quindi nell’ambito dell’antico monachesimo. Gli ordini contemplativi, solitamente, non conducevano una vita attiva e non lavoravano, ad eccezione dell' “ora et labora “ dei benedettini, eppure, la comunità riconosceva il ruolo di pubblica utilità sociale svolto dalla loro preghiera, e dalle rinunce da loro effettuate. Nel successivo movimento protestante, l'ascesi subì una svalutazione teologica, ma in realtà ha mantenuto il suo valore spirituale ed etico in molte religioni evangeliche come nel puritanesimo e nel pietismo. 
- Sinora, abbiamo considerato l'ascesi basata su una svalutazione della corporeità, realizzata tramite sacrifici, rinunce e mortificazioni della carne, al fine di raggiungere una superiore spiritualità, ma esiste anche un ascetismo che non contrappone il corpo allo spirito e che si basa su pratiche che mirano a sviluppare e controllare le proprie capacità fisiche. Tale concezione laica è presente, ad esempio, nella psicologia dinamica come “meccanismo di difesa”. Lo studio di questi meccanismi fu condotto da Anna Freud nel suo libro “L’io ed i meccanismi di difesa” (1937), in cui viene spiegato che l’ascetismo porta ad eliminare gli effetti piacevoli delle esperienze ed è diretto contro tutti i piaceri percepiti dalla parte conscia di ognuno di noi. Attualmente, l’ascetismo laico, lo possiamo ritrovare nella pratica della meditazione come condizione psicofisica extra-ordinaria che migliora il nostro stato di salute. Di solito questa pratica viene associata, unicamente, alle filosofie orientali, ma in realtà è un’azione che, se fatta correttamente, giova al corpo e alla mente, poiché ci porta a passare da uno stato di veglia ad uno stato di sonno profondo, abbassando così le onde mentali e conducendoci ad un contatto diretto con la mente cosmica. Per condurre questo viaggio attraverso la meditazione, secondo una prospettiva psicologica olistica, oltre a possedere una conoscenza pratica, sarebbe necessario abbandonarsi alla propria imperfezione, cercando di riuscire a controllare i propri pensieri, poiché, se negativi, sono in grado di influenzare il nostro umore, la nostra energia vitale e la nostra forza fisica. Infatti è necessario non abbandonare il nostro pensiero alla compulsività pensando che sia naturale poiché non appena gli eventi della vita solleciteranno il nostro aspetto emotivo oltre al limite a cui siamo abituati, cadremo in balia degli eventi.




venerdì 6 marzo 2020

IL CERCHIO CONCENTRICO OLISTICO


la principale fonte della psicologia olistica è l’analisi di se stessi in relazione agli altri, e dunque il confronto con teorie, studi e ricerche che hanno contribuito all’idea dell’autoanalisi e autoterapia sistemico-relazionale. ~ fe.d.

Se il centro è l’IO, esso immediatamente si pone in relazione e non può che essere ME (come IO soggettivamente mi porgo all’altro) e SE’ (l’influenza che il ME ha sull’IO, come riflesso identitario e comportamentale). Dunque l’introspezione (IO-IO) non è che un terzo sistema relazionale. 

Se il centro è l’IO, l’introspezione non può essere immediata, ma mediata e quindi si pone nell’ultimo cerchio concentrico esterno. Gli altri cerchi costituiscono, a secondo della vicinanza all’IO, le relazioni interne soggettive, che sono quelle che noi abbiamo la possibilità di scegliere; le relazioni esterne oggettive, imposte dal contesto sistemico globale, l’ambiente sociale, che condiziona volontà e possibilità, la natura esterna, il cosmo, con cui entrare pitagoricamente in equilibrio e armonia (zen) attraverso contemplazione, meditazione e introspezione. 
Il principio olistico dell’uno e del tutto (“l’uno influenza il tutto, ma il tutto influenza l’uno più di quanto l’uno influenzi il tutto”) consente l’incontro tra psicologia olistica, psicologia sociale e sociologia. 
I principi olistici permettono infine di unificare i contributi e le ricerche di G.H.Mead e dell’interazionismo simbolico pragmatista 
dell’ecologia della mente di Gregory Bateson (“Verso l’ecologia della mente”, 1972) 
*per “ecologia della mente” Gregory Bateson intende la possibilità della mente di svilupparsi in un ambiente “pulito”, per avere migliori condizioni di sviluppo in sintonia con il sistema e le relazioni sociali che un soggetto riesce a conquistare attraverso la propria capacità di socializzazione.
Paul Watzlawick e la “pragmatica della comunicazione umana” (1967) che, da analisi descrittiva solo assiomatica, diventa essa stessa necessario contenuto di relazione e, proprio per questo, costitutiva dell’identità personale. ~ fe.d. 






venerdì 28 febbraio 2020

Il “virus” della paura


di Lucio Garofalo 

abstract: la paura è un elemento costante della nostra esistenza. Essa assume innumerevoli manifestazioni, si insinua nei meandri più oscuri e reconditi dell'animo umano. Le società vengono governate anche con il ricorso alla paura, e gli Stati più avanzati sul fronte tecnologico si avvalgono anche delle paure per esercitare una forma di controllo sociale sempre più esteso e capillare. Le testimonianze che ci hanno lasciato il Boccaccio ed il Manzoni nelle loro opere (Decameron e Storia della colonna infame) ci trasmettono degli insegnamenti assai preziosi. Ma, come spesso accade, la storia insegna, ma non ha scolari (cit. Antonio Gramsci). 

La paura è, com'è noto, una pulsione ancestrale del genere umano, è un impulso ferino ed irrazionale, preesistente ad ogni stadio della civiltà e a qualsiasi forma di cultura e di raziocinio, è un elemento insito nella stato di natura animale ed è riconducibile all'istinto più antico e primordiale di auto-conservazione della specie. La paura discende da un sentimento più che naturale, ossia il terrore inconscio ed incontrollabile della morte. Perciò, la paura è una pena che si sconta e si vince vivendo. Sin dai suoi lontani primordi, l'umanità ha imparato (per una necessità insopprimibile, e non per volontà) a convivere con lo sgomento destato dalla furia naturale e dalle sue terribili manifestazioni più frequenti: tuoni e fulmini, terremoti, eruzioni vulcaniche ed altri cataclismi. Nel corso dei millenni della preistoria, l'uomo ha provato ad esorcizzare la paura, cercando di interpretare i vari fenomeni fisici come eventi soprannaturali di origine divina. In tal modo sono sorte le antiche religioni mitologiche che affondano le loro radici nei timori più ancestrali e remoti dell'umanità. Ancor oggi, in un'epoca apparentemente soggiogata dal razionalismo e dal delirio/complesso di onnipotenza tecnicistica ed utilitaristica dell'uomo, la paura è un elemento costante della nostra esistenza. Essa assume innumerevoli manifestazioni, si insinua nei meandri più oscuri e reconditi dell'animo umano, come un "virus" subdolo e letale che genera più danni e iatture di qualsiasi morbo e di ogni epidemia infettiva. È fuori discussione che la paura sia uno dei tratti più tipici e peculiari della natura animale che è insita nell'uomo, ma non dev'essere un'ossessione che non concede pace o tregua. Eppure, la realtà che viviamo oggi, è sempre più assillata da paure, a cominciare dalla paura di morire fino alla paura di vivere. Non a caso, il triste e lugubre primato dei suicidi, in modo particolare tra le generazioni più giovani, è conteso dalle nazioni più opulente ed evolute dell'Occidente, il Giappone in testa. Non a caso, le società vengono governate anche con il ricorso alla paura, e gli Stati più avanzati sul fronte tecnologico si avvalgono anche delle paure per esercitare una forma di controllo sociale sempre più esteso e capillare. Non a caso, si vincono le elezioni politiche proprio "giocando" la carta dell'idiosincrasia o della fobia isterica verso qualcuno, un nemico, un diverso, da demonizzare ed agitare come uno spauracchio. In primis, la "paura del comunismo", che costituisce tuttora un'avversione ed un'inquietudine ossessiva della borghesia. Lo "spettro del comunismo", dopo il fallimento del "comunismo reale", dopo la caduta del muro di Berlino ed il tracollo dell'URSS, viene agitato assai più che in passato, proprio allo scopo di conquistare e di preservare il potere e l'ordine costituito. In passato, in Italia venne importata dall'Estremo Oriente una nuova paura incarnata nel virus dell'Aviaria, meglio nota come "influenza dei polli", che suscitò timori assai spropositati, infondati ed isterici, prefigurando vari scenari apocalittici addirittura di stragi "pandemiche", paragonabili alle peggiori pestilenze dei secoli passati. Invece, come si è verificato in altre occasioni, il panico si rivelò assai più pernicioso della stessa patologia "ornitologica". Che polli! I veri "polli" si rivelarono gli utenti e gli spettatori più sciocchi e passivi delle campagne di disinformazione di massa. L'aviaria si dimostrò essere una bufala. Già nel 1998/99 numerosi polli perirono a causa del contagio, ma i mass-media non ne parlarono e tutti continuarono a mangiare polli senza allarmismi di ordine sanitario. Lo spavento suscitato dall'aviaria in anni successivi, mise in ginocchio un'intera economia agricola, contribuendo ad incrementare i già colossali profitti delle multinazionali farmaceutiche. La vicenda conferma l'abnorme ruolo dei mass-media, la cui "influenza" è assai più deleteria di ogni virus influenzale. Aveva pienamente ragione il ministro della propaganda nazista, Goebbels, quando affermava: "Una bugia, ripetuta continuamente, è accettata dalle masse popolari come una verità incontestabile". Negli anni '80, il virus HIV (l'Aids) seminò un'enorme psicosi nel mondo occidentale, ma fu presto scongiurato, tuttavia ancor oggi rappresenta una delle principali malattie infettive in Africa e nel Sud del mondo, un morbo assai più letale della tubercolosi e della malaria, che provocano stermini di massa. Mentre in Occidente il virus dell'AIDS è oramai debellato grazie ai risultati ottenuti sul versante della ricerca, nei Paesi del Terzo mondo esso uccide più di ogni altra malattia a causa degli esorbitanti costi dei vaccini, imposti dalle multinazionali farmaceutiche, che risultano potenti e totalitarie quanto lo sono le compagnie petrolifere e quelle legate all'industria bellica, per cui si configurano come i padroni assoluti ed incontrastati del nostro pianeta. Nei secoli bui della storia, il terrore provocato dalla peste bubbonica causava più danni del morbo stesso. Ad esempio, nell'Europa medievale la paura degli untori era assai più nociva e deleteria della stessa peste che sterminava milioni di vite umane. Le testimonianze che ci hanno lasciato il Boccaccio ed il Manzoni nelle loro opere (Decameron e Storia della colonna infame) ci trasmettono degli insegnamenti assai preziosi. Ma, come spesso accade, la storia insegna, ma non ha scolari (cit. Antonio Gramsci). Le vicende relative al nuovo virus, il Covid-19, meglio conosciuto come il Coronavirus, temo che confermino il fatto che la paura è assai più subdola e più perniciosa di qualsiasi morbo epidemico, eppure, nel contempo può rivelarsi lucrosa per chi, in modo cinico e spregiudicato, riesca a trarne profitto. L'isteria collettiva generata dal nuovo virus, assai meno nocivo dell'influenza stagionale, è un fenomeno di proporzioni immani e spaventose. La mia ipotesi, dettata dalle esperienze storiche, è che le attuali campagne mediatiche di allarmismo e di terrorismo psicologico di massa, serviranno a giustificare e ad incentivare la corsa futura all'acquisto di milioni di dosi di vaccino ad un titolo preventivo e cautelativo, che farà la fortuna dei principali colossi farmaceutici multinazionali... 





martedì 25 febbraio 2020

ANTROPOLOGIA CULTURALE e PSICOLOGIA SOCIALE


il “cono antropologico” (alle origini del mito o la genesi delle religioni) - - 
omaggio ad Ambrogio Donini

 
Ambrogio Donini (1903/1991)

Il rapporto tra gli esseri umani e la terra è ancestrale. Ogni rito si organizza, anticamente, intorno a questo rapporto. La codificazione simbolica permanente è alla base del passaggio dal rito al culto, e dunque all’origine della pratica delle religioni, posteriore alla ritualizzazione simbolica.
  • è la mediazione simbolica che permette la condivisione: se la rappresentazione viene a costituire un insieme simbolico, è proprio il significato condiviso che consente la percezione collettiva;
  • è l’essere umano che appartiene alla terra, i riti propiziatori o esorcistici sono legati al ciclo delle stagioni, come i riti di passaggio al suo ciclo di sviluppo;
  • il mito di Tellus-Gea/Gaia è il mito di fondazione di quest’appartenenza;
  • il mito di Anteo è il principale mito della necessità dell’appartenenza;
  • i miti di fondazione costituiscono l’epopea dell’antropologia culturale dei popoli, necessari per il senso di appartenenza e l’identità;
  • il passaggio dal rito al culto permette anche la semplificazione gestuale rituale, ripetitiva e densa di significati simbolici nella liturgia;
  • si chiamerà “cono antropologico” il circuito dialettico di un elemento con l’altro [principalmente mito (epopea)- rito - culto- liturgia] del rapporto degli esseri umani con la terra, nell’atavico (la notte dei tempi degli avi) e nell’ancestrale (inconscio collettivo);
  • - - la civiltà contadina è il legame di appartenenza
  • la civiltà industriale è la ridefinizione di un’identità culturale senza appartenenza, dunque il passaggio all’animale metropolitano di specie diversa, all’alienazione e la società del feticcio delle merci (Marx)
@[prof. fe.dubla]



venerdì 7 febbraio 2020

‘General intellect’ e “anteriore coscienza filosofica”



ovvero OLISMO NATURALISTICO e UMANESIMO MARXISTA

perché la filosofia della praxis è una concezione olistica della natura dell’uomo, interna [psiche-spirito e materia] ed esterna [relazione e ambiente]

- Premesso che intendiamo per

olismo quella concezione gestaltica dell’indissolubile unità dell’intero, della totalità inscindibile perché interconnessa, del corpo e della mente, così come delle pluralità particolari (il “molteplice”) che caratterizza la natura e gli infiniti universi e l’opera e le relazioni dell’essere umano in essi, tant’è che le trasformazioni e dunque le rivoluzioni avvengono in più punti ma si sviluppano nell’intero;
naturalismo la natura esterna, interna e “natura naturans” e “naturata” nonché la loro relazione interna/esterna con l’ambiente e la loro connessione;
antropologia l’universalizzante, la storia il relativizzante, l’antropologia culturale la dialettica dell’universale concreto.

“Se si prende il pensiero in senso naturalistico, ovvero come qualcosa di contrapposto alla natura e volto a interpretarla, allora non si comprende come mai le leggi della natura e quelle che regolano il pensiero siano sostanzialmente le stesse. Per questo Marx rinnegò, fin dagli inizi della sua opera filosofica, ogni forma di interpretazione della realtà fondata sull’opposizione tra pensiero e natura, tra coscienza ed essere ; al contrario, l’identificazione tra la coscienza dell’uomo e la realtà che lo circonda è il punto di partenza di tutto il suo lavoro.”
Le sovrastrutture ideologiche nella concezione materialista della storia, di Franz Jakubowski (1912-1970). reductio Daniele Mansuino, eBook

Indubbiamente l’essere umano determina la realtà e trasforma con il lavoro la natura esterna, costruendo la storia. Ma uomo-realtà-lavoro-natura sono dialetticamente unite nella storia. “Condizioni materiali di vita”, “rapporti di produzione” e “forze produttive” sono le categorie centrali dell’analisi marxiana, che concepisce la ‘natura interna’ umana non assoluta, ma relativa alle modalità sociali delle relazioni.
Senonche’ Alfred Schmidt, il successore di Horkheimer alla cattedra di Francoforte, parla del metodo critico/logico-dialettico dell”esposizione”, e cioè quell’esposizione concettuale che consente di pensare il reale senza che la realtà divenga categoria astratta, ma per come la realtà si presenta, come totalità, come intero, cioè con approccio olistico: “in Marx il discorso sul metodo non si dà separatamente e in astratto, ma soltanto in relazione stretta con l’oggetto indagato. (..) L’effettivo ‘oggetto di conoscenza’ e’ l’intero della società, e dunque il capitale come totalità.”,
Riccardo Bellofiore, Materialismo, dialettica e prassi emancipatrice: l’attualità inattuale di Alfred Schmidt, in A.Schmidt, Il concetto di natura in Marx, punto rosso - 2017, (1ed. or.1962-1ed.it., Laterza, 1969).
La considerazione è che entrambe le tradizioni (ortodosse e critiche) del marxismo accademico e militante, quando trattano del rapporto uomo-natura, escludono la natura interna, il se stesso in relazione (dialettica) con gli altri. Inoltre, rimane parimenti fuori, il nesso tra storicità e antropologia, vale a dire il che si fa , la “natura” che si fa “cultura”, l’evidenza de “tutto quello che è nella storia e che è nella natura”, nella natura umana, esterna e interna.
La domanda non può più essere se il nostro pensiero è in grado di conoscere il mondo reale, domanda classica della filosofia e delle sue ipotesi teoretiche e gnoseologiche, ma se l’intelletto collettivo può trasformarlo in armonia con la natura esterna, costruendo, nella storia, una natura interna che esalti lo spirito di cooperazione e collaborazione già insito come componente fondamentale di essa.

“Se per Hegel l’uomo era il mezzo tramite il quale l’idea si svelava, per Marx l’idea non è altro che l’idea dell’uomo ; se l’uomo per Hegel era lo strumento della coscienza di sé, questa è per Marx la coscienza di sé dell’uomo.” Daniele Mansuino, cit., pos.125

La concezione materialistica della storia è un umanismo, il marxismo è un umanismo, la filosofia della praxis è una concezione olistica della natura dell’uomo, interna ed esterna.

L’olismo naturalistico è dunque un umanismo, il socialismo come edificazione stabile, ma in perenne trasformazione, del pensiero sociale.
Rintracciare tratti comuni o analogici, di pensatori olistici precedenti a Marx, come Giordano Bruno e Spinoza, è assumere lo stesso sguardo di Marx nei confronti della sua “anteriore coscienza filosofica”, ed evitare che l’umanesimo marxista si rifondi attraverso l’hegelismo sia pure criticato o “rovesciato” e come fondamento del socialismo prescientifico, come unico orizzonte di formazione del necessario ‘general intellect’.

Ferdinando Dubla, Lavoro Politico nr.2/2020 -- febbraio
 



Karl Marx (1818/1883) 

Baruch Spinoza (1632/1677)

Giordano Bruno (1548/1600) 

sabato 1 febbraio 2020

IL PANTEISMO OLISTICO DI SPINOZA


Che cos'è la natura se non quella sub specie aeternitatis che rende gli uomini liberi? (fe.d.)

indice:
De rerum natura
La "geometrica potenza" del panteismo olistico di Spinoza
Etica e psicologia nelle passioni di Spinoza
Il fascino dell’Etica spinoziana in Labriola (e il "QUADERNO SPINOZA" del 1841 di Marx)

(a cura di Ferdinando Dubla)


DE RERUM NATURA
LA NATURA in SPINOZA e il naturalismo di Giovanni Scoto Eriugena e Bernardino Telesio

-Mentre per Cartesio Res Cogitans e Res Extensa sono due sostanze, per Spinoza rappresentano i due attributi dell’unica sostanza (dio).
Mentre Cartesio assume come punto di partenza la ragione umana, per Spinoza il concetto fondamentale da cui partire è quello di Sostanza.
La Sostanza, per Spinoza, rappresenta una realtà auto sussistente e autosufficiente (“ciò che è in sé e per sé”). La sostanza è ciò che è in sé e che si concepisce per sé, o in altri termini, ciò che non ha bisogno del concetto di un’altra cosa da cui debba essere formata (causa sui, dunque).
Proprietà della sostanza:
—Increata (per esistere non ha bisogno d’altro, essendo, per natura, causa di sè);
-Eterna (possiede l’esistenza che non riceve da altro);
-Infinita (se fosse finita dipenderebbe da qualcos’altro, contraddicendo se stessa);
-Unica (nella natura non possono esistere due o più sostanze della medesima natura).
Rispetto ai filosofi precedenti Spinoza introduce un elemento di novità in quanto ritiene che dio e mondo non costituiscano due enti separati ma uno stesso ente, poiché l’ente eterno costituisce con il mondo un’unica realtà globale che è la Natura (deus sive natura = dio ovvero la natura).
Infatti se la sostanza è unica essa ha tutto dentro di sé e nulla fuori di sé. Spinoza ha quindi una visione panteistica: l’ente divino è la natura stessa.
⇒Panteismo (il dio si identifica con il mondo). Spinoza fu considerato ateo, il suo panteismo fu chiamato ateismo. Egli venne espulso dalla sua congregazione religiosa, dalla Sinagoga e dalla comunità ebraica della sua città.
- - -
Nella sua più importante opera, il De Divisione naturae o, secondo il titolo più esatto, Periphyseon, Giovanni Scoto Eriugena, filosofo medievale di Schola Palatina (810/877), chiama l'insieme di tutte le cose "natura", e, poiché la natura si identifica con il concetto divino, egli in essa distingue le quattro divisioni dell'essere primo. Esse sono:
La natura increata e creante, La natura creata e creante, che è il Lógos, La natura creata e non creante, che è tutta la realtà materiale (o fisica) posta nello spazio e nel tempo, ossia il mondo, La natura non creata e non creante.
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Nel Rinascimento filosofico italiano, il cosentino Bernardino Telesio (1509/1588), sostiene che «Per conoscere la natura l'uomo, in fondo, deve soltanto riuscire a fare parlare la natura stessa, servendosi di scoperte ed indagini nuove attraverso un mutato modo di procedere e un metodo che è basato solo sul senso» [Spartaco Pupo, L'anima immortale in Telesio: per una storia delle interpretazioni, Pellegrini Editore, 1999 pp.7-8].
La filosofia di Telesio si sviluppa dalla critica dei fondamenti della fisica aristotelica basata su un metodo dove principi universali astratti, come sostanza, forma, materia, pretendono di spiegare fatti concreti che rimandano piuttosto ad un intervento dei sensi che li percepiscono. In più, osserva Telesio, Aristotele introduce spiegazioni metafisiche come il "motore immobile" per spiegare fenomeni fisici. La "riduzione naturalistica" di Telesio si basa invece sul principio che «La natura è un mondo a sé, che si regge su principii intrinseci ed esclude ogni forza metafisica.» (Abbagnano). La natura quindi va studiata adoperando principi che abbiano la stessa consistenza materiale della natura che quindi possa da noi essere conosciuta tramite la nostra sensibilità materiale.
La natura, iuxta propria principia (1565).
- Natura interna, natura esterna, essere umano e natura e natura dell’essere umano: nel naturalismo è la chiave sia del razionalismo che dell’empirismo moderni. 

LA “GEOMETRICA POTENZA” DEL PANTEISMO OLISTICO di SPINOZA
Le declinazioni della sostanza ( attributi e modi) definiscono la concezione olistica di Spinoza rispetto al dualismo cartesiano. /

Dalla sostanza assolutamente infinita discendono infiniti attributi infiniti per genere. Questi attributi sono i modi immediati e infiniti dati dall’immediato svolgersi della sostanza assolutamente infinita. Questi modi sono già una forma-di-modalità in quanto sono determinati dalla natura stessa della sostanza così non si possono pensare se non ci fosse la sostanza a cui ineriscono. Di questi modi infiniti e immediati abbiamo conoscenza possibile solo di due: il pensiero e l’estensione. Ecco risolto il problema della dualità di Cartesio. Spinoza quindi concepisce un’unica sostanza che si esplica mediante estensione e pensiero simultaneamente.

http://www.scuolafilosofica.com/669/spinoza-b

3. Per sostanza intendo ciò che esiste in sé ed è concepito per sé: ovvero ciò, il cui concetto non ha bisogno del concetto di un’altra cosa, da quale debba essere formato.
4. Per attributo intendo ciò che l’intelletto percepisce di una sostanza come costituente la sua essenza.
5. Per modo intendo le affezioni di una sostanza, ossia ciò che è in altro, per mezzo del quale è anche concepito.

Riferimenti
Etica. Dimostrata con metodo geometrico. Definizioni, Assiomi, Proposizioni. Parte 1, 2, 3.
Definizioni.

Gli attributi della sostanza sono infiniti, ma noi ne conosciamo solo due: il pensiero e l’estensione. I modi sono invece gli esseri particolari, cioè le determinazioni (e quindi limitazioni) degli attributi. E’ come per il concetto di spazio: esso è infinito, ma, se riempito, è la limitazione del vuoto, una parziale negazione. Analogamente per il pensiero, modo della res cogitans tutta, sua determinazione. I modi non stanno “in se’”, ma in altro, gli attributi sono la sostanza stessa.
Spinoza non crede in un dio-creatore ne’ nel plotiniano uno-ineffabile che degradandosi spegne la sua luce; ed è contro tutte le concezioni antropomorfiche di esso: il dio-natura è simile al dio-infinito di Giordano Bruno, in quanto non c’è creazione, ma un universo razionalmente comprensibile dalla ragione (Spinoza) e infiniti universi intuiti da un furore eroico (Bruno). La base di questa “geometrica potenza” gli era stata fornita, oltre che dai principi cartesiani (il metodo, le idee “chiare e distinte” e la regola dell’evidenza, la res cogitans e la res extensa), dalle classificazioni della natura di Scoto Eriugena e dallo studio della natura “secondo i propri principi” di Bernardino Telesio. Per cui Spinoza distingue natura naturans e naturata, la prima causa libera (dio-causa sui) ed essenza infinita (l’essenza non può non implicare l’esistenza); la seconda è il mondo in quanto cosa che è e non può già essere nella sostanza infinita.
Il panteismo olistico, dunque, è proprio della concezione di Spinoza, secondo la quale, se dio è conoscibile in quanto perfettamente razionale e non crea ne’ emana la natura, ma si identifica con essa, la natura è conoscibile e razionale e non può emanare ne’ aver creato il dio, ma si identifica con esso in un’inscindibile unità’ sostanziale che è infinita e causa di se stessa, e gli esseri umani devono comprenderla nelle sue parti come parti di un tutto, con potenza geometrica, la stessa della natura (“Deus sive natura”) .


ETICA e PSICOLOGIA nelle PASSIONI di Spinoza
Baruch Spinoza, Etica, IV

Prop. 67.

L’Uomo che sia libero pensa alla morte meno che a qualsiasi altra cosa, e la sua sapienza risulta dal meditare non sulla morte, ma sulla vita.

Dimostrazione: L’Uomo libero, cioè l’Uomo che vive secondo il solo dettame della Ragione, non è guidato nel suo agire dal Timore della morte, cioè né fa il bene per evitare il male, né fugge direttamente il male: desidera invece e vuole direttamente ciò che è bene, cioè procura di agire, di vivere, di conservare il suo essere sulla base della ricerca del proprio utile (P. IV, Prop. 24): e quindi di nulla egli si preoccupa meno di quanto si preoccupi della morte, e la sua sapienza è una meditazione della vita.

Etica, parte V, Dottrina

Prop. 42.

La Beatitudine non è il premio della Virtù: ma la Virtù medesima è premio a se stessa e beatitudine; e noi non ne godiamo perché reprimiamo le nostre inclinazioni irrazionali, ma, al contrario, siamo in grado di reprimere le nostre inclinazioni irrazionali perché godiamo della Beatitudine.

La conoscenza della natura è vera beatitudine, l’unica che permette di passare dalla necessità alla libertà. L’uomo erra, perché è un modo finito, ed erra con l’immaginazione: erra, ad es., quando vuole fare del dio qualcuno/qualcosa di simile a noi, provvisto di volontà personale e di passioni umane, in senso antropoformico.

Centrale, nella psicologia spinoziana, è il concetto di affectus, affezione, affetto: tre sono le sue matrici emozionali: letizia (più perfezione), tristezza (meno perfezione) e cupidita’ (desiderio). Compito della ragione è frenare e moderare le passioni, che rispetto alle “azioni” di cui siamo diretta causa, subiamo e ne percepiamo l’aggressione e di cui dunque va conquistata piena consapevolezza; è proprio questa coscienza che può rendere l’uomo libero, è l’”adeguata conoscenza” che rende liberi, sebbene sempre determinati dalla necessità e l’”adeguata conoscenza” è appunto beatitudine, pace interiore. L’uomo libero, avendo compreso la vera natura delle cose e perciò anche delle passioni, saprà, proprio per questo, agire indipendentemente da esse. Afferrata la necessità dell’universo, egli godrà la pace perfetta. La sua conoscenza di tutte le cose è sub specie aeternitatis, sottoposta e necessitata, dunque, ma non dal tempo e la sua effimera durata, per lui, sebbene con l’aspetto dell’eternità, della natura infinita.

Baruch Spinoza, Proposizione 44, in Ethica, II


Il fascino dell’Etica spinoziana in Labriola (e il "QUADERNO SPINOZA" del 1841 di Marx)

- Smontando e rimontando il testo dell’Etica così come il giovane Marx – anch’egli poco più che ventenne – fece a suo tempo con il Trattato teologico-politico quando era studente a Berlino (si veda il “Quaderno Spinoza” del 1841), Labriola condivise con l’ ‘ateo virtuoso’ l’istanza di intendere l’uomo “come potenza naturale senza il presupposto metafisico del bene come qualcosa di sostanziale e senza la pretenzione di predicar morale là dove parla la legge della natura” (p. 107). Per concludere, una presenza profonda quella del filosofo di Amsterdam, anche se a tratti problematica come testimoniano i riferimenti, talora anche critici, che figurano negli scritti della maturità. Così come in Marx Labriola non andò cercando “l’abicì’ del sapere”, ma di certo gli elementi peculiari e fondanti del materialismo storico (lettera a Turati del 5 giugno 1897), allo stesso modo egli da Spinoza non pretese la risposta certa e definitiva agli interrogativi che andava ponendosi negli anni della sua formazione. E’ indubbio, tuttavia, che la lettura dell’Etica gli fornì gli elementi per avviare quella “rottura” che - non senza crisi e conflitto - prese avvio proprio dal confronto serrato con le pagine cristalline della III Parte che ci insegnano a trattare delle passioni come se fosse questione di linee, di superfici e di corpi.
Dunque per Labriola Spinoza non divenne un “cane morto”, come ai tempi di Jacobi e Lessing lo dipingeva Moses Meldelsshon e come taluni mediocri epigoni consideravano Hegel ai tempi del Capitale di Marx; egli rimase, al contrario, un interlocutore vivo e presente anche al confronto teorico degli anni a venire.

da Recensione a
Antonio Labriola, Origine e natura delle passioni secondo l’Etica di Spinoza, a cura di M.
Zanantoni , Ghibli, 2004
di Bostrenghi Daniela
In: Giornale di filosofia - filosofia italiana
http://www.filosofiaitaliana.net/…/Antonio-Labriola-Origine…

IL “QUADERNO SPINOZA” DI MARX del 1941

Nel marzo-aprile 1841 il giovane dottorando K. Marx raccoglieva tre quaderni di estratti dal "Trattato teologico-politico" di Spinoza. L'edizione italiana condotta sulla nuova Mega (Berlino 1976) riporta in appendice un saggio di A. Matheron che raffronta puntualmente il Trattato con la ricostruzione fatta da Marx (..). La prima parte del montaggio ruota intorno alla tesi dell'ordine immutabile della natura che esclude interventi miracolosi. Fede e conoscenza, religione e filosofia non hanno rapporti tra loro. Ne conseguono due ordini di problemi ricostruiti da Marx nella seconda e nella terza parte del montaggio. Se le credenze religiose hanno un risvolto politico in quanto inducono o distolgono dall'obbedienza quale deve essere l'atteggiamento dello Stato? Marx trascrive dal testo tutto ciò che rafforza la proposizione: "il vero fine dello Stato è la libertà"; (..) Vengono cosi contrapposti due tipi di Stato: quello confessionale e oppressivo e quello autentico che garantisce la libertà e la democrazia ("l'unione di tutti gli uomini che ha collegialmente pieno diritto a tutto ciò che è in suo potere"). I passi successivi sono tratti dalla parte esegetica del "Trattato". Marx è interessato solo ad alcuni risultati della critica ai testi sacri come racconti mitici o storici che, insieme a culti e riti nulla hanno a che fare con l'"amor Dei intellectualis". L'informatissima introduzione di Bongiovanni [ed. Bollati Boringhieri, 1987, ndr (..)] propone una chiave interpretativa forte degli estratti spinoziani di Marx che legge come premessa alla critica dello Stato hegeliano.
da Google books
- La fondazione filosofica del marxismo passa anche dalla lettura e scelta dei brani che il giovane Marx opera del “Trattato teologico-politico” di Spinoza, in cui si intravede il suo interesse per il rapporto tra Stato e libertà di coscienza, fra Stato ed etica e il rapporto tra conoscenza filosofica e religione. Le origini del marxismo vanno rintracciate nella stessa formazione di Marx e il panteismo olistico di Spinoza (razionalistico, ma critico del dualismo cartesiano), considerato un’alta espressione del liberalismo filosofico e base contraddittoria del liberalismo storico, gli affina le armi della critica della concezione dello Stato e della filosofia del diritto di Hegel, nonché, posteriormente, gli fa rilevare le insufficienze dell’analisi della religione di Feuerbach e la insussistenza critica-critica della sinistra hegeliana. In Spinoza Marx intravede l’insopprimibile passione degli esseri umani per ciò che la natura rivela solo a se stessa, la libertà e quella vertigine emozionale che di fronte agli attributi infiniti, dal piccolo nostro mondo, compreso con l’intelletto, ambisce a farsi storia. Lo stesso sguardo che muoverà Antonio Labriola, critico dell’hegelismo, per l’Etica (more geometrico demonstrata) dello stesso Spinoza.

Baruch Spinoza (1632/1677)


Karl Marx (1818/1883)

Antonio Labriola (1843/1904)