le lenti di Gramsci

martedì 16 luglio 2019

UNITA' COMUNISTA entro UN FRONTE DELLA SINISTRA DI CLASSE


La conferenza di organizzazione del PCI a Bolsena del 13 e 14 luglio u.s. si è conclusa con un appello: tutto il partito mobilitato nella lotta anticapitalista e antimperialista e nell’impegno politico dell’unita’ dei comunisti e della sinistra di classe: non c’è un prima e un dopo, i due processi sono intrecciati tra di loro. Più forti i comunisti, più forte la sinistra antagonista. Senza una forte sinistra non può esserci lotta per il socialismo. La efficacia politica si misura dall' attività militante, con una linea di massa, responsabile ed unitaria. (fe.d.)

L’esito delle politiche affermatesi nel nostro paese in questi ultimi decenni all’insegna della cultura liberista, dell’austerità, politiche alle quali si sono assoggettati il centrodestra ed il centrosinistra, è sotto gli occhi di tutti: sempre più poveri, insicuri, soli.
Le speranze di cambiamento che in tanti, anche nel mondo del lavoro, hanno riposto nei confronti della Lega e del Movimento Cinque Stelle, che hanno portato all’affermazione del governo Conte, nonostante risultino largamente disattese, si traducono oggi in un crescente consenso tributato al partito di Salvini.

Gli equilibri politici che vanno affermandosi, sempre più orientati a destra, gettano una pesante ipoteca, da tanti punti di vista, sul futuro del nostro Paese, che è e resta profondamente immerso nella propria crisi finanziaria, economica, sociale.
Una crisi che su tale piano, pur con rilevanti differenze, ha investito anche tanta parte dell’Europa, che nell’ambito della conclamata crisi strutturale del sistema capitalista, nella ridefinizione degli equilibri geopolitici determinatasi a seguito del processo di globalizzazione affermatosi all’insegna della concentrazione del capitale finanziario, paga il prezzo più alto.

Un Paese, il nostro, che evidenzia anche una profonda crisi etico/morale e, in un evidente rapporto di causa/effetto, una altrettanto profonda crisi politica.
Le forze comuniste, le forze della sinistra di alternativa, hanno registrato nel tempo, segnatamente in questi ultimi anni, emblematiche le recenti tornate elettorali, il proprio progressivo arretramento, la propria crescente marginalità.
Se da oltre un decennio le prime sono escluse dal Parlamento, è assai probabile che con le prossime elezioni politiche, per tanti inevitabilmente anticipate data la conflittualità interna al governo, anche le seconde ne siano escluse.

E’ tempo di ricostruzione, è tempo di unità.

Come PCI siamo fermamente convinti della necessità di un soggetto capace di tenere assieme la critica agli assetti fondanti del capitalismo, di proporre un’alternativa di sistema, e contemporaneamente di promuovere una opposizione di classe la più ampia ed unitaria possibile.

Una opposizione che ponendo al centro la questione della pace e del disarmo, dell’uscita dell’Italia dalla NATO, della lotta all’imperialismo ed al neocolonialismo, della rottura con questa Unione Europea, dell’affermazione della Carta Costituzionale, promuovendo un ampio ciclo di lotte volto a cambiare i rapporti di forza, si proponga come alternativa credibile agli occhi del blocco sociale assunto a riferimento, a partire dal mondo del lavoro, determinando in tal modo le condizioni per il superamento della propria crisi.
Siamo convinti della necessità di una opposizione che abbia quale suo asse centrale l’unità dei comunisti, ritrovata sulla base di una cultura politica affine, e l’insieme della sinistra di classe.
L’unità dei comunisti entro un fronte della sinistra di classe, politica e sociale, è e resta l’obbiettivo del PCI, che in funzione di ciò lancia un appello a tutte le forze che non si rassegnano alle condizioni date, consapevoli che oggi più che mai è di ciò che c’è bisogno.

L’unità nella diversità è la risposta.
La Segreteria nazionale del Partito Comunista Italiano

Comunicato dell’Assemblea Nazionale per il ritiro di qualunque progetto di Autonomia differenziata


Mentre il governo lavora per chiudere l’accordo con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, associazioni, sindacati e partiti si mobilitano contro il progetto

L’Assemblea Nazionale (organizzata da Appello per la scuola pubblica, Autoconvocati della scuola, ASSUR, Comitato 22 marzo per la difesa della scuola pubblica, LIPScuola, Manifesto dei 500) che si è tenuta a Roma il 7 luglio presso il liceo Classico “Tasso” per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, a cui hanno partecipato 200 persone e 70 associazioni di diverse categorie e settori provenienti da 38 città si costituisce in "Comitato provvisorio nazionale per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata”.
Si impegna nella costituzione di Comitati locali di scopo per il ritiro di ogni forma di Autonomia differenziata, che facciano crescere la consapevolezza che questo provvedimento minerebbe alle fondamenta la prima parte della Costituzione repubblicana, i diritti universali e le conquiste dei lavoratori.
L’assemblea rivolge un appello a tutte le forze politiche, sociali, democratiche del Paese per una forte azione unitaria per fermare il percorso dell’Autonomia differenziata. In particolare, lancia un appello a tutti i sindacati per una grande manifestazione unitaria che porti a Roma, nel più breve tempo possibile, centinaia di migliaia di cittadini, per il “ritiro di qualunque progetto di autonomia differenziata”.
Si impegna ad organizzare presìdi e mobilitazioni permanenti qualora si verificassero accelerazioni dell’iter.
Si impegna a diffondere e a far sottoscrivere le conclusioni dell’Assemblea stessa anche ai gruppi, alle Associazioni, ai Coordinamenti ed ai singoli che oggi non hanno potuto essere presenti.
Affida agli organizzatori dell’assemblea il compito di continuare a connettere iniziative ed informazioni nei singoli territori e a livello centrale.
Si riconvoca a livello nazionale il 29 settembre.
14/07/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

domenica 14 luglio 2019

L'ACCIAIO IN FUMO: perchè siamo arrivati all'età della rabbia


di Salvatore Romeo

- Cosa non ha funzionato nella relazione tra Taranto e grande industria

“Se ce lo avessero chiesto, avremmo costruito lo stabilimento anche in pieno centro cittadino. In piazza della Vittoria, nella Villa Peripato, a Lungomare”. Così Angelo Monfredi, sindaco di Taranto ai tempi della posa della prima pietra del siderurgico, rispondeva provocatoriamente a chi, già alla metà degli anni ’80, considerava l’acciaieria “la più grossa iattura” che fosse capitata alla città (la dichiarazione si trova in Nicola Caputo, “Parola di Sindaco”, Sedi 1985). Cosa era cambiato nel rapporto fra Taranto e la fabbrica al punto da spingere Monfredi ad assumere una “difesa d’ufficio” delle scelte prese alla fine degli anni ’50? Per le classi dirigenti tarantine del dopoguerra la prospettiva di accogliere una nuova grande fabbrica di portata nazionale si presentò come un’occasione per tornare a connettere la città con la matrice produttiva nazionale.
- Con la sconfitta bellica infatti era entrato in crisi il modello di sviluppo trainato dal “complesso militare industriale”, trascinando nel baratro quelle città, come Taranto, che ne erano state più legate. La battaglia della comunità ionica incrociò le istanze per lo sviluppo del Mezzogiorno sostenute dalla parte più avanzata delle classi dirigenti repubblicane. Queste tendenze dovettero mediare con le posizioni dell’industria di Stato, tutt’altro che favorevoli alla realizzazione di un siderurgico nel Sud. Se la politica ottenne la localizzazione dell’acciaieria a Taranto, Finsider (la società di IRI che controllava le attività siderurgiche) mantenne piena autonomia sul piano industriale. Lo stabilimento venne orientato a servire i mercati del Nord e la sua stessa progettazione rispose esclusivamente ad esigenze tecnico-economiche. La fabbrica non fu costruita in piazza della Vittoria, ma comunque a ridosso di un quartiere popoloso (22 mila abitanti nel 1961), che negli anni ’50 aveva conosciuto un rapido sviluppo. L’area fu scelta per la sua vicinanza al nuovo scalo marittimo che sarebbe sorto nella rada di Mar Grande, accanto al molo San Cataldo. All’approccio strumentale dell’azienda nei confronti del territorio fece riscontro la subalternità dei settori di vertice della società locale.
- Le imprese tarantine si collocarono nel sottobosco dell’appalto Italsider, mentre i principali detentori di capitali si lanciarono all’arrembaggio della città con operazioni speculative che hanno lasciato segni indelebili. Le stesse giunte di centro-sinistra si mossero in maniera contraddittoria, dimostrandosi incapaci di gestire l’impatto di quello sconvolgimento. L’ubriacatura durò poco: con il “raddoppio” dei primi anni ’70 vennero al pettine una serie di nodi cruciali. Il timore che Italsider puntasse a monopolizzare l’accesso al mare, i primi segnali dell’inquinamento ambientale, le lotte operaie per la sicurezza e per il riassorbimento della “disoccupazione di ritorno” al termine dei lavori di raddoppio confluirono nella cosiddetta “vertenza Taranto”. Il rapporto fra città e fabbrica divenne più conflittuale, ma soprattutto emerse l’idea che Italsider avrebbe dovuto contribuire allo sviluppo del contesto locale favorendo una strategia di diversificazione del tessuto produttivo. Protagonista di questa stagione fu il nuovo movimento operaio, che riuscì a ridefinire le gerarchie sociali e gli equilibri politici, ponendosi alla testa di un’ampia coalizione di forze. Le cose cambiarono drasticamente proprio nel momento in cui si sarebbero dovuti raccogliere i frutti di quelle lotte.
- Con l’inizio degli anni ’80 la siderurgia piombava in una crisi drammatica, mentre il nuovo corso liberista prendeva piede. Anche in riva allo Jonio si avviava una profonda ristrutturazione industriale. Il risanamento economico diventava una priorità imprescindibile per l’azienda; e lo stesso movimento operaio, di fronte al rischio del tracollo, si “disciplinava”, accettando un secco ridimensionamento dei suoi ranghi (circa 10 mila furono i “prepensionati” del sistema Italsider-appalto) e una disarticolazione del suo potere. Un processo giunto al culmine con i Riva attraverso un radicale ricambio di manodopera e una ridefinizione dei rapporti interni ed esterni alla fabbrica. Nel corso di quest’ultima fase si è prodotta una scissione drammatica fra città e stabilimento. Il siderurgico ha smesso di essere – e di essere considerato – un fattore di sviluppo per il territorio: mentre la produzione riprendeva quota, per la prima volta il contesto locale si impoveriva; contestualmente, l’autonomia dell’impresa si imponeva su ogni vincolo sociale. La percezione dell’estraneità dello stabilimento è andata così radicandosi in gran parte della popolazione, che ha preso a dividersi semmai sulla “soglia di tolleranza” nei confronti di quel corpo estraneo, fra chi lo considera un “male necessario” e chi lo ritiene un “mostro” da abbattere.
- Con l’arrivo di una multinazionale alla guida della fabbrica probabilmente quella separazione andrà accentuandosi. Taranto risentirà ancora di più delle fluttuazioni dell’economia globale, e si intensificherà la percezione della nostra impotenza davanti a processi di quella portata. In fondo è questa una delle cause della crisi della democrazia moderna e dell’emergere dei populismi. Finché non si conquisteranno nuovi ambiti di sovranità democratica (inevitabilmente sovranazionali) che consentano ai cittadini di incidere, in maniera organizzata, sulle dinamiche economiche non usciremo da quella che Pankaj Mishra ha definito “l’età della rabbia”. E la “guerra civile” che attraversa la nostra comunità conoscerà ulteriori e inattesi sviluppi.

di Salvatore Romeo
dottore di ricerca in Storia economica, autore di L'Acciaio in fumo - L'Ilva di Taranto dal 1945 a oggi, Donzelli ed., 2019






lunedì 8 luglio 2019

L’UMANESIMO del giovane MARX


Il Marx degli anni giovanili non è uno dei giovani hegeliani contro cui, anzi, scrive la sua critica insieme al compagno fraterno Friedrich Engels (“La Sacra Famiglia”, a proposito di Bruno Bauer e dei suoi fratelli e soci). E’ un filosofo politico, giornalista appassionato, che concepisce la rivoluzione sociale nella concezione materialistica della storia. E lo fa non hegelianamente, ma criticando Hegel: nei Manoscritti del 1844 e nell’ “Ideologia tedesca” dell’anno successivo (lasciata poi alla “critica roditrice dei topi” in quanto funzionale solo ai conti con l’”anteriore coscienza filosofica”) e nelle straordinarie tesi su Feuerbach, il giovane Marx forgia gli strumenti teorico-politici dell’emancipazione delle classi oppresse e della loro definitiva liberazione dalle catene dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Il socialismo e il comunismo vengono intesi non più come utopie palingenetiche e dunque prescientifiche, ma come orizzonti possibili per via rivoluzionaria. Disvelare la struttura dei rapporti di produzione diventa compito rivoluzionario unitario nella prassi cosciente, in quanto la coscienza (di classe) si libera di apparenze fenomeniche che ne occultano il ruolo mai astrattamente teoretico di dinamica storica della trasformazione, effettiva e concreta. Lo stesso concetto di “arcano delle merci”, presente nel I libro de “Il Capitale”, si pone all'interno della categoria di reificazione, un punto forte di congiunzione con il giovane Marx dei Manoscritti del 1844 e la categoria di alienazione, dimostrazione concreta che nel filosofo di Treviri è indisgiungibile, a dispetto della “rottura epistemologica” di Althusser, la metodologia dello scienziato dell'economia politica dall'impostazione umanistica dell'analisi sociale.
Quel nuovo umanesimo che scaldo’ i cuori e le teste dei rivoluzionari secolarizzati, quel nuovo umanesimo che parla ancora oggi, necessario al superamento della civiltà della mercificazione, perché l’arcano delle merci non è che gli stessi rapporti umani occultati dalle forme del capitale. La mercificazione dei rapporti umani è, oggi, uno degli aspetti più devastanti delle forme in cui appare il dominio di classe nel sistema capitalista. (fe.d.)


giovedì 4 luglio 2019

LA CRITICA ECOLOGICA AL CAPITALISMO di GIORGIO NEBBIA


NON C'E' PIU' NEBBIA
- docente di merceologia e ambientalista da sempre, comunista indipendente di sinistra, Giorgio Nebbia ha rappresentato, in Italia, la più sistematica critica ecologica al capitalismo (come il sottotitolo del suo testo "Le merci e i valori" del 2002) e la ricerca di una fusione tra marxismo e ambientalismo (sulla scia dell'"ecomarxismo" di James O' Connor, vedi in questo blog http://ferdinandodubla.blogspot.com/2017/11/l-di-james-o-e-la.html). Noi abbiamo avuto il piacere e l’onore di conoscerlo personalmente, durante gli anni dell’ Università Verde di Taranto organizzata dalla prima Lega Ambiente (seconda metà degli Ottanta): la sua collaborazione fu assidua e la sua interpretazione delle vicende della città jonica oggi profetica. Taranto città dello sviluppo, ma ecologico. Come per l'intero pianeta, del resto. Grazie Giorgio. (fe.d.)

Giorgio Nebbia (1926/2019)


- Chiunque si sia occupato di tematiche ambientali in Italia ha dovuto fare i conti con la sua lezione. Nebbia è stato fra i primissimi a sviluppare la prospettiva dell'ecologia nel nostro paese, con un approccio razionale e progressivo, interpretando l'emergenza ambientale che segna la nostra epoca come inestricabilmente legata ai rapporti sociali posti in essere dal capitalismo. Di estrazione cattolica, è stato un "compagno di strada" importante per i comunisti (negli anni '80 venne eletto in Parlamento da indipendente nelle liste del PCI): nel 1971 fu tra i protagonisti del convegno dell'istituto Gramsci "Uomo natura società", che introdusse nel dibattito culturale del PCI la questione ecologica; nella seconda metà degli anni 70 fu in prima fila contro l'opzione nucleare, insieme a Giovanni Berlinguer, Laura Conti e altri, animando una vivace dialettica all'interno del partito. Nonostante l'età ha continuato a mantenere una lucidità straordinaria, che gli ha consentito di intervenire sull'attualità e di offrire preziose ricostruzioni storiche. Molti suoi scritti sono reperibili in rete: per chi non li abbia mai letti è un'occasione per ampliare i propri orizzonti. Che la terra gli sia lieve, e che la sua lezione venga meditata e tramandata, come si deve a un tassello fondamentale della nostra storia.” @#(Salvatore Romeo)




mercoledì 3 luglio 2019

Valentino Gerratana: il filosofo militante che ci ha ridato Gramsci


il resoconto di Antonio Floridia del Convegno dedicato allo studioso Valentino Gerratana, della generazione degli intellettuali "organici" del PCI e autore dell'edizione critica dei "Quaderni dal carcere" di Antonio Gramsci pubblicata da Einaudi nel 1975, tenutosi a Modica il 15 e 16 giugno u.s.
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“L’uomo che ci ha ridato Gramsci”, così Guido Liguori, presidente della International Gramsci Society, nell’intervento conclusivo del convegno che ha ricordato, nel centenario della nascita, la figura di Valentino Gerratana, e che si è tenuto a Modica, città di origine dello studioso, il 15 e il 16 giugno.
Il convegno modicano, organizzato da una “scuola di formazione politica” intitolata alla memoria di Virgilio Failla (storico leader e a lungo deputato del Pci nel ragusano, in quella che a lungo è stata la “provincia rossa” della Sicilia), in collaborazione con l’Istituto Gramsci siciliano e quello nazionale, nonché con la Gramsci International Society, ha avuto il merito di collocare la figura di Gerratana nel contesto della sue radici (a partire dalla relazione di Giancarlo Poidomani, storico dell’università di Catania, su “la costruzione del Partito nuovo nella provincia iblea”) e di illuminare passaggi della biografia di Gerratana che sono rimasti a lungo poco conosciuti, quasi oscurati dall’imponente lavoro per l’edizione critica dei Quaderni di Gramsci, a cui il nome di Gerratana rimarrà indubbiamente legato.
Un momento culminante, e anche molto toccante, del convegno si è avuto con una lunga video-intervista di Emanuele Macaluso. Lo storico leader del PCI ha ricordato i suoi rapporti con Valentino Gerratana, conosciuto in Sicilia nei primi anni del Dopoguerra, quando Macaluso era segretario della Cgil siciliana e Valentino – inviato in Sicilia dal partito per affiancare Calogero Li Causi – era il direttore, di fatto, de “La voce della Sicilia”, il quotidiano voluto dal Pci per sostenere la battaglia politica durissima di quegli anni per la democrazia e la “terra ai contadini”. La testimonianza di Macaluso ha sottolineato, tra l’altro, la grande stima che Togliatti aveva maturato nei confronti del giovane intellettuale siciliano.

L’amicizia con Giaime Pintor

La relazione generale introduttiva del sen. Concetto Scivoletto ha ricostruito l’intero percorso biografico di Gerratana. Nato il 14 febbraio del 1919, da una famiglia di piccola borghesia impiegatizia (il padre era un agente delle imposte, la madre viene ricordata negli atti anagrafici come “possidente”), secondo di quattro figli, Gerratana perde il padre ad appena 13 anni, e si impegna fortemente nello studio, conseguendo la maturità classica a 17 anni nel liceo classico di Modica.

Segue poi il trasferimento a Roma, iscrivendosi a Giurisprudenza e laureandosi poi nel 1941. Risalgono a quegli anni, le prime testimonianze del suo impegno critico sul terreno filosofico, pubblicando Gerratana, sul Bollettino dell’Istituto di Studi Filosofici dell’Università di Roma, tre saggi di polemica con Benedetto Croce. Ma la “grande storia” incombe: e Gerratana, frequentando la scuola allievi ufficiali di Salerno, incontra nel 1939 due figure che segneranno la sua vita: Giaime Pintor e Carlo Salinari.
L’amicizia con Giaime, e la sua tragica morte, non possono che dargli una forte motivazione politica e morale e spingerlo all’impegno politico: Carlo Salinari diviene il tramite per l’ingresso nel Pci clandestino e nella Resistenza romana: Gerratana sarà uno dei capi militari dei Gruppi di Azione Patriottica romani (con il nome di battaglia “Santo”). Anni di duro impegno e di dolore, che imponevano rigorose scelte morali, come lo stesso Gerratana ricorderà poi nella sua introduzione al testo di Giaime Pintor, “Sangue d’Europa”, pubblicato da Einaudi. E anni che segnano dolorosamente anche la sua vita familiare: nel 1941 muore in Grecia il fratello maggiore di Gerratana, ufficiale medico.
A Gerratana sarà poi conferita una medaglia d’argento al valor militare; ma, come è stato ricordato da molti nel corso del convegno modicano, egli rifuggirà sempre da ogni enfasi celebrativa su questi sui trascorsi: un costume di riservatezza che sarà uno dei tratti costitutivi della sua personalità, e ricordati anche dalla testimonianza dell’avv. Carmelo Ruta, già sindaco di Modica, che conferì negli anni Novanta a Gerratana un riconoscimento a nome della città.

La “Voce della Sicilia” e l’Unità

Nel dopoguerra, Gerratana si ritrova a vivere pienamente l’esperienza straordinaria di quel “nucleo romano” del Pci che tanta parte avrà nella storia del partito e nella costruzione del rapporto tra Pci e intellettuali: e si ritrova a gravitare e lavorare nell’ambito della commissione “stampa e propaganda” della direzione del partito. Una prima svolta matura già nel 1946: Togliatti “invia” in Sicilia, a costruire il Pci, Girolamo Li Causi e gli affianca Gerratana, per dirigere la “La Voce della Sicilia”, il quotidiano del comitato regionale del Pci: Michele Figurelli, nella sua relazione, ha ricostruito la linea politica e editoriale del giornale, e il contributo che vi diede Gerratana. E anche da queste pagine emerge la forza con cui il Pci affrontò la drammatica condizione sociale dell’isola, le lotte contadine, il movimento separatista, la costruzione di un partito che aveva radici deboli e che pure, in pochi mesi, ottenne risultati elettorali straordinari, fino al successo delle elezioni regionali del ’47, con la successiva, violenta reazione degli apparati statali, degli agrari e della mafia.
Gerratana rimane nella sua Sicilia fino al ’48: da qui passa all’altro capo della penisola, va a lavorare a Torino, presso la casa editrice Einaudi e nella redazione torinese de “L’Unità” dove conosce – restandogli legato da una lunga amicizia – Paolo Spriano e Italo Calvino. Le relazioni di Delia Miceli e Gregorio Sorgonà, archivisti e ricercatori della Fondazione Gramsci, hanno dato conto dei “fondi” documentari che sono oggi conservati dalla Fondazione e che testimoniano della lunga attività di Gerratana come protagonista della politica culturale del Pci.

Dai primi anni Cinquanta inizia la collaborazione con le Edizioni Rinascita; partecipa poi alla fondazione degli Editori Riuniti di cui dirige la collana “Classici del Marxismo”; collabora con l’Istituto Gramsci, divenendo prima membro del consiglio direttivo e dal 1957 direttore della sezione Filosofia. E svolge anche un’intensa attività pubblicistica su tutta la stampa di partito, anche quella “collaterale” dalle più dirette finalità pedagogiche (ad esempio, “Il calendario del popolo”: una comunicazione del giornalista Pinuccio Calabrese ha analizzato la collaborazione di Gerratana sul tema “religione e politica”).

L’edizione critica dei Quaderni dal carcere di Gramsci


Nel 1972 Gerratana ottiene la cattedra di Storia della filosofia all’Università di Salerno, dove rimarrà fino al 1994 (con una breve parentesi a Siena): un riconoscimento per la sua ricchissima produzione scientifica, che ha visto Gerratana curare e introdurre opere di Rousseau, Antonio Labriola, Marx ed Engels, Lenin. Nel 1966, su proposta dell’allora segretario generale dell’Istituto Gramsci, Franco Ferri, e su decisione della segreteria del Pci, a Gerratana viene affidato l’incarico di lavorare all’edizione critica dei Quaderni dal carcere, conclusa nel 1975.
In un’intervista rilasciata nel 1987 al giornalista dell’Unità Eugenio Manca, Valentino Gerratana, a proposito della prima edizione dei “Quaderni”, affermava che in quel caso “di Gramsci si offrì una rappresentazione vera ma parziale, non priva di forzature o di omissioni”. In effetti, Gerratana, come ha ricordato Guido Liguori, riconosceva questi limiti, ma anche i meriti, della vera e propria “operazione egemonica”, con cui Togliatti introdusse Gramsci nella cultura italiana, organizzando – com’è noto – i Quaderni su base tematica: il merito di aver fatto conoscere il pensiero gramsciano forse nel solo modo, e nel modo più rapido, con cui allora era possibile; ma il limite di averlo fatto con qualche forzatura e censura nei testi, facendo perdere il legame critico che Gramsci continuava a intessere – sebbene chiuso nelle carceri fasciste – con le vicende del movimento comunista internazionale, e trasformando la stessa immagine di Gramsci: non un politico e un teorico rivoluzionario, che rifletteva sulle ragioni della sconfitta del movimento operaio in Occidente, ma un grande intellettuale che lavorava sulla base delle tradizioni partizioni disciplinari: la filosofia, la critica letteraria, la storiografia… Un’immagine parziale, che tuttavia permise al pensiero gramsciano di entrare prepotentemente nella cultura italiana e che permise anche, almeno in parte, di stemperare – nella cultura del Pci – gli effetti della grigia stagione staliniana.

Quello straordinario rapporto tra intellettuali e Pci

Valentino Gerratana, con il suo lavoro e quello di tutto il gruppo dei suoi collaboratori – tra cui va ricordato Antonio Santucci, prematuramente scomparso – ci ha restituito un Gramsci che si arrovella, pensa, riflette, scrive e riscrive i suoi appunti: un pensiero vivente che costituisce uno straordinario patrimonio, come testimonia la crescita esponenziale dell’interesse critico verso la sua opera, specie negli Stati Uniti e in America Latina (la stessa nascita della International Gramsci Society, di cui Gerratana sarà primo presidente, si deve – lo ha ricordato Liguori – all’iniziativa di alcuni intellettuali nordamericani).
Insomma, la figura di Gerratana è emersa dal convegno modicano in tutta la sua ricchezza: “filosofo militante”, si dice, nel titolo stesso del convegno. Chi scrive ha voluto offrire, nel suo intervento, qualche riflessione su una stagione straordinaria del rapporto tra la cultura e la politica, tra gli intellettuali e un partito come il Pci; e sui termini con cui oggi sia possibile ripensare il nesso tra ricerca teorica e intellettuale, cultura politica, partiti. Oggi, forse, non si riesce nemmeno più a capire bene il senso di un’espressione che, giustamente, può essere evocata anche a proposito di una figura come quella di Gerratana, l’essere egli un “intellettuale organico”. Anzi, questa definizione viene oramai spesso usata in modo dispregiativo, o abbandonata perché foriera di equivoci. Si stenta persino a comprendere, oggi, come una generazione di intellettuali comunisti, di cui Gerratana è stato una delle più alte espressioni, concepisse il proprio rapporto con la politica e – quel che conta – con un organismo collettivo quale era un partito di massa.

Il partito come intellettuale collettivo

Non erano intellettuali “prestati” alla politica, come si dice oggi: al contrario, erano intellettuali che sentivano profondamente l’intrinseca “politicità” del loro specifico lavoro teorico e scientifico, che proprio per questo – anzi, tanto più per questo – doveva essere svolto con il massimo del rigore intellettuale. Erano intellettuali che erano e si sentivano profondamente parte di un “gruppo dirigente”, anche senza avere specifici incarichi politici: e potevano farlo perché il Pci era un partito che agiva come un luogo collettivo in cui questo incontro tra ricerca, cultura politica diffusa e “senso comune”, poteva esprimere al meglio le sue potenzialità.
Uno straordinario testo di Gramsci ci ricorda come ogni uomo “è un filosofo”, portatore di una “filosofia spontanea”, di una concezione del mondo spesso assunta passivamente dall’esterno e non rielaborata criticamente. Compito degli intellettuali è appunto quello di elaborare questa “filosofia spontanea”, costruire una consapevolezza critica di quanto spesso rimane implicito o confuso. E il partito, ricorda Gramsci in un altro passaggio, può essere uno “sperimentatore” di queste concezioni del mondo: il luogo collettivo in cui si cerca di “tenere insieme” la “filosofia spontanea” e la riflessione critica. Per questo, gli “intellettuali organici” di quella stagione politica non vedevano il “partito” come un’entità a cui sacrificare la propria libertà intellettuale: anzi, il partito era lo strumento collettivo attraverso cui soltanto il pensiero di un singolo poteva trovare il modo migliore per esprimersi ed essere valorizzato: attraverso cui il lavoro intellettuale diveniva esso stesso prassi. Si superava così una visione astratta, individualistica, della propria libertà intellettuale. Se la propria riflessione teorica doveva essere parte della costruzione di una coscienza collettiva, livelli e forme di mediazione erano inevitabili. E servivano a poco fughe in avanti che magari potevano e gratificare una dimensione “narcisistica” individuale, ma che non entravano nella costruzione di una più ricca e matura cultura politica diffusa.

La costruzione mancata di una cultura comune

Si comprende bene, così, come anche Valentino Gerratana, al pari di altri intellettuali comunisti della sua generazione, abbia vissuto molto male la “svolta” della Bolognina e la fine del Pci: quel che soprattutto colpiva negativamente era lo scarso rigore intellettuale, la notevole dose di superficialità, con cui si affrontò il nodo storico della fine del “comunismo reale”: qualcosa che strideva fortemente con un’eredità critica che aveva segnato un’intera esistenza.
Oggi, i termini del rapporto tra cultura e politica si pongono in modo certamente diverso dal passato; ma ci dovrebbe essere (e spesso non c’è) una drammatica consapevolezza di quanto urgente sia – per il destino della sinistra e della stessa democrazia – ricostruire questo rapporto. Non mancano oggi, nella cultura contemporanea, contributi intellettuali di alto valore che offrono uno sguardo critico sul presente e si interrogano sulle potenzialità di liberazione ed emancipazione che possono essere aperte o anche solo intravviste. Quel che manca, drammaticamente, e specie in Italia, sono le sedi, i luoghi, i canali, attraverso cui riconnettere la ricerca teorica e la produzione scientifica, da un lato, e – dall’altro – la costruzione di una cultura politica diffusa, di una coscienza collettiva che possa rappresentare il “bagaglio culturale” con cui chi “fa politica” guarda alla realtà. Una sconnessione letale, a cui bisognerà pur tentare di reagire.

Antonio Floridia, 18 giugno 2019

Valentino Gerratana (1919-2000)