le lenti di Gramsci

venerdì 11 ottobre 2019

No all’invasione turca. UE e Italia fermino il terrorista Erdogan


Il Rojava è anche un laboratorio sociale avanzato - La Federazione Democratica della Siria del Nord (in curdo: Federaliya Demokratîk a Bakûrê Sûriyê) - socialista ed egualitario, di classe e di genere. Repubblica parlamentare fondata sul pluralismo etno-culturale ed il decentramento politico-economico, la forma di governo è basata sul confederalismo democratico formulato da Abdullah Öcalan, ispiratosi ai principi del municipalismo libertario e dell'ecologia sociale teorizzati dal pensatore socialista libertario statunitense Murray Bookchin e ‘O Connor (ecomarxismo), un esperimento di evoluzione “dall’utopia alla scienza”; in medio oriente. ~ fe.d.


- L’invasione del Rojava è un’azione irresponsabile di terrorismo internazionale. Non ci sono aggettivi a sufficienza per commentare la scellerata decisione del Turchia di Erdogan, appoggiata dagli Stati Uniti di Trump, di invadere il nord della Siria, per combattere i partigiani kurdi che hanno liberato quell’area dall’Isis. Si contribuisce così a far ripiombare la Siria tutta in un caos, a ridare forza agli estremisti, a assecondare le politiche di potenza del regime turco. L’UE e l’Italia facciano di tutto per evitare questo scenario disastroso per tutta la regione e il massacro della più avanzata esperienza democratica del Medio Oriente. Riempiamo le piazze d’Europa con le bandiere della #pace, sosteniamo la comunità rivoluzionaria del #Rojava. Contro l’aggressione turca, per la pacifica convivenza dei popoli del Vicino Oriente. Il governo italiano chieda con decisione, in tutte le sedi, il ritiro immediato delle truppe turche dai confini del Rojava. Se ciò non avviene, l’Italia ritiri l’ambasciatore da Ankara e sospenda immediatamente le relazioni diplomatiche col regime di Erdogan.
Partito della Rifondazione Comunista #SinistraEuropea

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“Militanti comunisti e strutture comuniste devono essere impegnati nella mobilitazione, nella promozione di iniziative pubbliche in ogni città, sotto la parola d’ordine del No alla guerra imperialista contro la Siria, contro il massacro dei popoli. Nel registrare la complice inerzia delle principali istituzioni dell’UE, affermiamo che l’Italia deve non solo dissociarsi e contrastare l’iniziativa criminale della Turchia, ma dissociarsi e fuoriuscire dai meccanismi e sistemi di guerra che, ieri come oggi, fanno perno attorno alla NATO e agli Stati Uniti d’America; interrompere il vergognoso rifornimento di armi prodotte e vendute dal nostro Paese in favore dei conflitti imperialisti. Per la solidarietà internazionalista e antimperialista.”
leggi tutto in 




martedì 8 ottobre 2019

meno RAPPRESENTANZA meno DEMOCRAZIA


MENTRE I CANI ABBAIANO 
“L’Italia acquisterà 90 caccia F35. Il Governo Conte lo ha ribadito nel recente incontro con il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo.”
- da una parte i dazi protezionistici che causeranno danni economici enormi, dall’altra l’acquisto di inutili mezzi di offesa bellica, mentre al nostro popolo vengono chiesti sacrifici continui nei campi dello Stato sociale. Alleati degli USA? No, servi, e i servi servili che blaterano di Russia, Cina e Hong Kong. Gli pseudo-“sovranisti” della destra protezionistica (degli altri) intanto raccolgono firme contro lo ius cultura.

- meno RAPPRESENTANZA meno DEMOCRAZIA
“In questo sciagurato mo(n)do il Parlamento viene nominato dai cosiddetti leader, non viene assicurata alcuna governabilità politica, (ma solo quella delle convenienze del momento) le maggioranze sono drogate dai premi, la vera volontà popolare non conta niente, e le elezioni sono solo esercizi di posizionamento personale. ” (Enzo Paolini, il manifesto, 8/10/2019)
- eppure sono tutti lì a plaudire il taglio dei parlamentari, che in ogni caso riduce la rappresentatività territoriale. Fanno festa insieme a chi (la destra presidenzial-autoritaria) vuole anche una legge elettorale integralmente maggioritaria, con il furto di voti e l’impossibilità per le minoranze di contare ed essere rappresentate. Non vi sembra strano che il potere plauda a se stesso e richieda un consenso populistico, demagogico, che economicamente non vale quasi nulla, mentre sperpera euro per l’acquisto degli F-35 americani per dire sì a quel Trump che ci impone dazi e ora da’ il via libera ai turchi per combattere i curdi avamposto contro il terrorismo islamico? 
La democrazia sociale si nutre di rappresentanza politica, altrimenti si svuota di contenuto e diventa simulacro di poteri forti. 
E’ tutta demagogia: dalla democrazia diretta alla demagogia diretta, come la vignetta di Rolli, oggi sul Secolo XIX. 
                                                                                                                                                        ~fe.d.



TRUMP da' il via libera alla TURCHIA nella guerra contro i curdi


- Con quale legittimità parlate di guerra al terrorismo, quando i curdi sono l'avamposto armato avanzato contro l'ISIS?
Dovrete tacere e per sempre, la retorica non deve esservi concessa, ora e mai più, se mai ieri qualcuno vi ha creduto.
E l'Italia che fa, dopo aver subito i dazi doganali statunitensi, dopo aver chinato il capo sull'acquisto degli F-35, diventerà complice di questa ennesima nefandezza dell'imperialismo USA-Turchia? 

(fe.d.)

Ha scritto Tommaso Di Francesco:
"se i governi europei non saranno ancora più espliciti contro questa scelta potranno erigere nuovi muri contro i profughi dell’area; e con quale «innovativo decreto sicurezza» l’Italia avrà il coraggio di fermare la disperazione di chi fuggirà da questa nuova aggressione? «Aiutiamoli a casa loro», i curdi siriani, impediamo che questa nuova infamia si consumi sulla loro pelle.
Ma, purtroppo non basta. Emerge con chiarezza che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte rischia davvero il ruolo di «Giuseppi», avendo detto sì a Trump tramite il sottosegretario Usa Pompeo in visita a Roma, all’acquisto subito di tutti i famigerati e inutili cacciabombardieri F-35 «perché servono la nostra difesa» – e sono proprio quelli che il presidente turco non acquista più; e che ci costano come mezza finanziaria mentre si fa fatica a trovare i soldi per l’Iva e la sanità. Proprio non convince la mezza marcia indietro, a parole, con cui fanno sapere da Palazzo Chigi, per rassicurare i timori elettorali del M5s fin qui «inconsapevole» e che ora spinge per una revisione dell’accordo, che «Conte è d’accordo ad una rinegoziazione».
Non solo parmigiano dunque, il ricatto della Casa bianca che utilizza la nostra iper-fedeltà all’Alleanza atlantica, risulta tragicamente in piena sintonia, tematica e di tempi, con la nuova scelta di guerra avviata in Siria per interposto Sultano, atlantico anche lui. Davvero così facendo – se tace o peggio approva l’operato di Trump sulla Siria e se acquista gli F35 – questo governo non fa la cosa giusta."

(fonte: Il Manifesto, 8/10/2019)



martedì 1 ottobre 2019

Oggi, settant’anni fa: nasce la Repubblica Popolare Cinese


- - in estrema sintesi, questo è il percorso che porta alla nascita della Repubblica Popolare Cinese 70 anni fa.
Una storia volutamente cancellata perché porta alla luce i crimini dall’imperialismo.


di Manlio Dinucci

Settanta anni fa, il 1° ottobre 1949, Mao Zedong proclamava, dalla porta di Tien An Men, la nascita della Repubblica popolare cinese. L’anniversario viene celebrato oggi con una parata militare, di fronte alla storica porta a Pechino. Dall’Europa al Giappone e agli Stati uniti, i grandi media la presentano come una ostentazione di forza di una potenza minacciosa. Praticamente nessuno ricorda le drammatiche vicende storiche che portarono alla nascita della Nuova Cina.

Scompare così la Cina ridotta allo stato coloniale e semicoloniale, sottomessa, sfruttata e smembrata, fin dalla metà dell’Ottocento, dalle potenze europee (Gran Bretagna, Germania, Francia, Belgio, Austria e Italia), dalla Russia zarista, dal Giappone e dagli Stati uniti. Si cancella il sanguinoso colpo di stato effettuato nel 1927 da Chiang Kai-shek – sostenuto sia dagli anglo-americani che da Hitler e Mussolini, alleati del Giappone – che stermina gran parte del Partito comunista (nato nel 1921) e massacra centinaia di migliaia di operai e contadini. Non si fa parola della Lunga Marcia dell’Esercito Rosso che, iniziata nel 1934 quale disastrosa ritirata, viene trasformata da Mao Zedong in una delle più grandi imprese politico-militari della storia. Si dimentica la guerra di aggressione alla Cina scatenata dal Giappone nel 1937: le truppe nipponiche occupano Pechino, Shanghai e Nanchino, massacrando in quest’ultima oltre 300 mila civili, mentre oltre dieci città vengono attaccate con armi biologiche. Si ignora la storia del Fronte unito antigiapponese, che il Partito comunista costituisce con il Kuomintang: l’esercito del Kuomintang, armato dagli Usa, da un lato combatte gli invasori giapponesi, dall’altro sottopone a embargo le zone liberate dall’Esercito rosso e fa sì che si concentri contro di esse l’offensiva giapponese; il Partito comunista, cresciuto da 40 mila a 1,2 milioni di membri, guida dal 1937 al 1945 le forze popolari in una guerra che logora sempre più l’esercito nipponico. Non si riconosce il fatto che, con la sua Resistenza costata oltre 35 milioni di morti, la Cina contribuisce in modo determinante alla sconfitta del Giappone il quale, battuto nel Pacifico dagli Usa e in Manciuria dall’Urss, si arrende nel 1945 dopo il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki. Si nasconde cosa avviene subito dopo la sconfitta del Giappone: secondo un piano deciso a Washington, Chiang Kai-shek tenta di ripetere quanto aveva fatto nel 1927, ma le sue forze, armate e sostenute dagli Usa, si trovano di fronte l’Esercito popolare di liberazione di circa un milione di uomini e una milizia di 2,5 milioni, forti di un vasto appoggio popolare. Circa 8 milioni di soldati del Kuomintang vengono uccisi o catturati e Chiang Kai-shek fugge a Taiwan sotto protezione Usa.

Questo, in estrema sintesi, è il percorso che porta alla nascita della Repubblica popolare cinese 70 anni fa. Una storia scarsamente o per niente trattata nei nostri testi scolastici, improntati a una ristretta visione eurocentrica del mondo, sempre più anacronistica. Una storia volutamente cancellata da politici e opinion makers perché porta alla luce i crimini dall’imperialismo, mettendo sul banco degli imputati le potenze europee, il Giappone e gli Stati uniti: le «grandi democrazie» dell’Occidente che si autoproclamano giudici supremi col diritto di stabilire, in base ai loro canoni, quali paesi siano e quali non siano democratici. Non siamo però più all’epoca delle «concessioni» (aree urbane sotto amministrazione straniera) che queste potenze avevano imposto alla Cina, quando al parco Huangpu a Shanghai veniva «vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi».

@Il Manifesto





LA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE è PROPORZIONALE


I “pieni poteri” invocati dal fascioleghista, sono l’espressione della cultura politica della destra scimmiottata come al solito dalla falsa sinistra borghese per nome e per conto del capitale, la famosa “vocazione maggioritaria”. Ma la democrazia costituzionale, se deve rivitalizzarsi socialmente, ha bisogno di rappresentatività, altrimenti si svuota e diventa compiutamente oligarchia.
Tra l’altro, il sistema elettorale maggioritario ha dato pessima prova di sè, non garantendo affatto quella presunta “stabilità “ del potere esecutivo che è la ragione per la quale è stato propagandato, e per una ragione molto semplice: i problemi politici vanno affrontati politicamente, non con ingegnerie di tecniche elettorali da furto di voti. E questa ingegneria, poi, ha provocato il fatto che la povera Italia sia l’unico paese al mondo che a seconda dell’ente e dell’istituzione, ha un diverso sistema elettorale.
Per una democrazia sociale avanzata, sistema proporzionale puro, senza sbarramenti, e che sia solo l’inizio di quella riforma democratica profonda, necessaria, per ridare non solo parola ma poteri, a quel popolo tradito proprio dalla demagogia “populista”.
~ fe.d.

OCCORRE UNA FORTE MOBILITAZIONE PER UNA LEGGE ELETTORALE PROPORZIONALE SENZA SBARRAMENTI. E’ QUESTA LA RISPOSTA A SALVINI E ALLA LEGA

Matteo Salvini ha annunciato che punta ad una consultazione referendaria per abrogare la quota proporzionale del Rosatellum 2, rendendo così tale legge totalmente maggioritaria. Il leader della Lega ha intenzione di far presentare la proposta da almeno 5 Consigli regionali delle Regioni in cui il suo partito ha una consistente rappresentanza.

La questione della legge elettorale è ritornata, dunque, al centro del dibattito politico ed è oggetto di duri scontri tra una parte della nuova maggioranza e le opposizioni di destra, alle cui posizioni pro maggioritario sembra essersi avvicinata Forza Italia. Per la verità, anche i “padri nobili “del centro sinistra (Prodi, D’Alema e Veltroni), che ancora avvertono il fascino discreto del maggioritario, forse immemori dei tanti guasti che ha provocato dal 1994 in poi, pensano che la proporzionale non sia la legge elettorale migliore per l’Italia e vorrebbero un ritorno ai farraginosi ed iniqui sistemi maggioritari che abbiamo tristemente conosciuto.
Eppure, tutti coloro che vogliono il maggioritario dovrebbero riflettere sul fatto che in Italia abbiamo votato tre volte con il Mattarellum (’94, ’96 e 2001) e tre volte con il Porcellum (2006,2008 e 2013), ma, pur nella diversità dei meccanismi previsti dalle due leggi, con entrambe (tranne che nelle legislatura 2001-2006) abbiamo avuto avvicendamenti di governi e cambi di maggioranza (e di casacche).
Si dice da più parti che occorre riportare al centro dell’agenda politica la questione della governabilità, che, nelle intenzioni di chi la propone, dovrebbe assicurare stabilità e continuità all’azione di governo. Ma la governabilità è un concetto astratto, che non tiene in alcun modo conto delle contraddizioni sociali, politiche ed economiche del Paese. La governabilità, quella che abbiamo conosciuto in Italia, è “un falso mito”, che di fatto, con la previsione di sbarramenti elettorali altissimi e di patti di potere tra le forze politiche, mortifica la rappresentatività, soffoca la dialettica politica, esclude le minoranze che rifiutano di farsi mera appendice dei partiti maggiori.
La governabilità fondata sul maggioritario fotografa un Paese fermo, registra rapporti di forza e li perpetua attribuendo ai partiti maggiori una rappresentanza molto più ampia di quella alla quale essi avrebbero avuto diritto secondo i consensi realmente ottenuti.
Il Partito Comunista italiano di fronte alla nuova offensiva che propone Il ritorno, in qualsiasi forma, al maggioritario ribadisce la necessità di una battaglia politica e civile per una legge proporzionale senza sbarramenti e senza alcuna forma di premio a chi arriva primo.
Una legge proporzionale che non preveda sbarramenti può riavvicinare al voto settori dell’astensione e rendere più libero il confronto elettorale. Tanti cittadini, infatti, consapevoli del fatto che la lista che vorrebbero votare non ha possibilità di raggiungere il quorum per poter accedere alla ripartizione dei seggi, restano a casa perché rifiutano di votare il “male minore”, vale a dire i partiti principali.
Con il proporzionale gli elettori che pensano di contrastare la vittoria all’avversario più temuto possono tranquillamente votare per la propria lista preferita, consapevoli del fatto che, senza sbarramenti, potrà ottenere dei seggi, che finiranno inevitabilmente con l’essere sottratti alle forze avverse.
Ovviamente i partiti cosiddetti maggiori nulla avrebbero da temere da una legge proporzionale perché, i consensi da loro eventualmente ottenuti garantirebbero comunque la formazione di adeguate e consistenti rappresentanze parlamentari.
Il proporzionale consente di far entrare nelle aule parlamentari le contraddizioni reali del Paese, offre una voce ai lavoratori, ai precari, agli esclusi.
Il Partito Comunista Italiano lancia, quindi, la proposta di una mobilitazione unitaria per una legge elettorale proporzionale senza sbarramenti.

Antonio Frattasi

Segretario Regionale Pci Campania



martedì 24 settembre 2019

Il "rovescismo", fase suprema del revisionismo


Sul documento dei nuovi analfabeti della storia. Questo atto ha segnato la definitiva fuoruscita del PD dal campo della sinistra internazionale, ma anche dal campo della decenza e della dignità.

di Angelo D'Orsi

La risoluzione del Parlamento europeo, fondata sulla equiparazione tra nazifascismo e comunismo, rappresenta insieme un mostro storico e una bestialità politica. Ma è anche una clamorosa conferma della superfluità “esistenziale” di questo organismo.

Se davvero si vuole una Europa unita, e se la si vuole come si dovrebbe, rifare a fundamentis, il Parlamento europeo sarà semplicemente da eliminare. Un gruppo di signori, godenti di privilegi, che hanno poco o nulla da fare nella vita, sono riusciti a formulare un testo basato su un modesto imparaticcio scolastico, senza capo né coda, un documento lunghissimo, farcito di premesse, di riferimenti interni alla legislazione eurounitaria, ma ahinoi, purtroppo, anche con una serie di ragguagli che pretendono di essere storici, ma sono un esempio di revisionismo ideologico all’ennesima potenza: insomma, il mai abbastanza vituperato «rovescismo», fase suprema del revisionismo, ed è il frutto finale di un lungo lavorio culturale, che dalle accademie è trapassato nel dibattito pubblico, tra giornalismo e politica professionistica.

Il rovescismo riesce a produrre esiti a cui il revisionismo tradizionale non ha avuto il coraggio di spingersi: questo documento è un esempio preclaro di questi esiti.

La linea di fondo, che il rovescismo ha raggiunto, e di cui in Italia abbiamo avuto numerose manifestazioni, è il rovesciamento della verità storica, sulla base di un equivoco parallelismo, che ha illustri precedenti nella filosofia politica, tra fascismo e comunismo, tra fascismo e antifascismo, tra partigiani e repubblichini (per concentrarsi sul nostro Paese): e questo sulla base della nefasta teoria delle memorie condivise, nel documento “europeo” riproposta al singolare, come fonte della “identità” del Continente, a cui l’organo legislativo di una sua parte, sebbene numerosa, pretende di sovrapporsi. L’Unione europea, sarà opportuno ricordare, non è l’Europa, e il Parlamento della Ue non esprime sentimenti, pensieri, sensibilità e, aggiungo, volontà, di alcune centinaia di milioni di cittadini e cittadine dei 27 Stati aderenti.

Ciò detto, la risoluzione, con temerario sprezzo della verità, attribuisce paritariamente la responsabilità della Seconda Guerra mondiale alla Germania nazista e alla Russia sovietica, e in particolare sarebbe la «conseguenza immediata» del Patto Ribbentrov-Molotov, e avendo sottolineato, di nuovo con un esempio di grottesca violenza alla realtà fattuale, che l’istanza unitaria nel Vecchio Continente nasce come risposta alla «tirannia nazista» e «all’espansione dei regimi totalitari e antidemocratici», si richiama alla legislazione di alcuni Paesi membri, che ha già provveduto a «vietare le ideologie comuniste e naziste», e invita gli Stati dell’Ue a prenderli ad esempio.

Curiosamente il documento di questi nuovi analfabeti della storia, usa l’espressione «revisionismo storico» per riferirsi esclusivamente al nazismo, e al progetto genocidario insito in esso, e presenta la posizione a cui si ispira come corretta e indubitabile, al punto da pretendere di diventare legge. E la proposta cui giunge questo mirabile esempio di menzogna storica, e insieme di miseria politica e di bassezza morale, quale è mai? La sollecitazione agli Stati membri a provvedere a condannare i «crimini dei regimi totalitari comunisti e dal regime nazista», e di conseguenza a «formulare una valutazione chiara», che traduca praticamente questa raccomandazione. Ossia, evitare la diffusione e la presenza e la circolazione nei relativi Paesi di ideologie e simboli che richiamino nazismo e comunismo.

Insomma, è una Europa polonizzata e magiarizzata e ucrainizzata: l’Europa che dimentica il ruolo fondamentale della Russia, a cui viene sì attribuito l’etichetta di Paese martire, ma non certo quello, confermato da ogni ricerca storica, di barriera al nazifascismo. E il documento, che pare ispirato direttamente da tedeschi polacchi e ungheresi, si apre a parole di dolce accoglienza nel seno della famiglia dell’Europa “democratica” dei Paesi liberatisi dal giogo sovietico. E, incredibilmente, si precisa: «adesione all’Ue e alla Nato», con una inaccettabile confusione di europeismo e atlantismo.

Ebbene, questo documento è stato approvato con i voti della destra di Orbán e soci, ma anche dei popolari e dei “socialisti”, ivi compresi gli esponenti del Pd. Che con questo atto ha segnato la sua definitiva fuoruscita dal campo della sinistra internazionale, ma altresì dal campo della decenza e della dignità.
pubblicato su @Il Manifesto del 22 settembre 2019


sabato 21 settembre 2019

NAZIEQUIPARAZIONI


Le colonne dell’anticomunismo sono da sempre l’ignoranza e la malafede, oltre naturalmente gli interessi di classe. 
METTIAMO FUORI LEGGE IL CAPITALISMO / 
- questi sono i “democratici”, alleati della destra reazionaria quando c’è da gareggiare in ignoranza e malafede storico-politica (e filosofica), quando gratti il liberale trovi la dittatura di un solo pensiero, di un solo sistema: quello capitalista. E gli stupidi servi che fanno da sponda a vergognose equiparazioni. Ma l’avvenire non è vostro.

Nel nome dei martiri ed eroi comunisti morti per un grande e straordinario ideale, vittime dei boia e carnefici nazifascisti e dei loro complici, ancora oggi e per sempre sosterremo il socialismo della libertà. (fe.d.)

-In Europa il PD, la LEGA, FORZA ITALIA e FRATELLI D'ITALIA votano IN BLOCCO la risoluzione anticomunista. Nella giornata di ieri, 19 settembre 2019, il Parlamento Europeo con 535 voti a favore, 66 contrari e 52 astenuti ha approvato la mozione di condanna dell'uso dei simboli del comunismo, chiedendo la rimozione dei monumenti che celebrano la liberazione avvenuta grazie all’Armata Rossa. La mozione equipara il comunismo al nazifascismo. Riportiamo i nomi dei parlamentari che hanno votato questa infame mozione, tra i quali tutti i parlamentari del PD (oltre ovviamente alle destre sovraniste). Socialisti & Democratici: Bartolo (PD), Benifei (PD), Bonafè (PD), Calenda (PD), Chinnici (PD), Cozzolino (PD), Danti (PD), De Castro (PD), Ferrandino (PD), Gualmini (PD), Moretti (PD), Picierno (PD), Pisapia (PD), Tinagli (PD). ID: Adinolfi Matteo (Lega), Baldassarre (Lega), Bardella (Lega), Basso (Lega), Bizzotto (Lega), Bonfrisco (Lega), Borchia (Lega), Bruna (Lega), Camponemosi (Lega), Caroppo (Lega), Casanova (Lega), Conte (Lega), Da Re (Lega), Donato (Lega), Dreosto (Lega), Grant (Lega), Lancini (Lega), Lizzi (Lega), Panza (Lega), Regimenti (Lega), Rinaldi (Lega), Sardone (Lega), Tardino (Lega), Tovaglieri (Lega), Vuolo (Lega), Zambelli (Lega). PPE: Berlusconi (FI), Dorfmann (SV), Martusciello (FI), Milazzo (FI), Salini (FI), Tajani (FI) ECR: Fidanza (FdI), Fiocchi (FdI), Fitto (FdI), Stancanelli (FdI) Il fatto è gravissimo in sé, denota una abissale ignoranza storica di gran parte della classe politica europea.

Dovrebbe inoltre far riflettere come continua nei fatti il TRADIMENTO storico da parte di quella forza politica che ha ereditato le strutture organizzative e sociali del Partito Comunista Italiano, ovvero il Partito Democratico.
[PCI, social]

- L’equiparazione di Sachsenhausen

in questo campo di concentramento vicino Berlino, trovarono la morte circa 100.000 internati, e, oltre ebrei ed omosessuali, la maggior parte di loro erano soldati ed ufficiali sovietici comunisti catturati e sterminati a suon di musica e con un colpo alla nuca inferto da una fessura del muro a cui erano addossati. Nel cortile della prigione, invece, isolato dal resto del lager, avevano luogo le esecuzioni per impiccagione. Molti morirono di stenti, di fame, di dissenteria e di polmonite o con un colpo di fucile sul cranio da parte dei kapo’ mentre lavoravano per le SS. La fuliggine dei corpi bruciati nel crematorio, insufficiente, avvolgeva tutto il campo, tanto che nel 1942 di forni ne venne costruito uno ex novo.
Il campo fu liberato tra il 22 e il 23 aprile del 1945 dai reparti avanzati delle gloriose ed eroiche truppe comuniste sovietiche dell’Armata Rossa. Al suo interno rimanevano ancora circa 3.000 persone ormai in fin di vita poiché la maggior parte degli internati era stata trasferita dalle SS con le famigerate marce della morte in campi più occidentali.
- Chi equipara nazifascismo e comunismo è complice del nazifascismo:
”Collocare sul medesimo piano il comunismo russo e il nazifascismo in quanto entrambi sarebbero totalitari, nel migliore dei casi è superficialità, nel peggiore è fascismo. Chi insiste su questa equiparazione può ben ritenersi un democratico, in verità e nel fondo del cuore è in realtà già fascista, e di certo solo in modo apparente e insincero combatterà il fascismo, mentre riserverà tutto il suo odio al comunismo." Thomas Mann
a cura di Ferdinando Dubla, direttore Lavoro Politico 


giovedì 19 settembre 2019

BIO-BIOGRAFIE GRAMSCIANE


La biografia su Gramsci su cui si è formata un’intera generazione di studiosi del pensatore sardo, è sicuramente quella di Giuseppe Fiori, la cui prima edizione per Laterza è del 1966. Era il libro iniziale consigliato ai militanti del PCI per fare una prima conoscenza con chi veniva considerato da tutti il padre nobile dei comunisti italiani. Ma anche una biografia è interpretazione storiografica: come quelle di Tamburrano, che era stata pubblicata nel 1963 per i tipi di una casa editrice a me molto cara, Lacaita di Manduria (che nel 1986 dette alle stampe il mio “Gramsci e la fabbrica”, con prefazione di Carmelo D’Amato) di sapore liberalsocialista, con cui quella di Fiori interloquiva (e polemizzava) e di Giuseppe Vacca (1991), che all’epoca era la biografia “togliattianamente corretta“ di un autore che nella direzione del glorioso Istituto Gramsci, ha portato i suoi mutevoli convincimenti politici riformisti e revisionistici. Poi, ma molti anni dopo, nel 2005, quella, mirabile, di Antonio Santucci per Sellerio, destinata a influenzare, come già quella di Fiori per la generazione precedente, nuovi giovani studiosi del filosofo marxista.
Le biografie di Angelo D’Orsi del 2017, è nuova per lettori vecchi e nuovi, ortodossi, critici e revisionisti, ha il merito di riportare Gramsci alla dimensione sua propria, pensatore e politico comunista (affatto scontato); ora quella di Gianni Fresu, studioso della dimensione filosofica di uno straordinario autore del XX secolo, su cui torneremo. (~ fe.d.)




martedì 17 settembre 2019

L’IMPORTANZA dei NUMERI PRIMI


Gramsci accresce il suo prestigio internazionale e la sua opera si universalizza parlando al mondo delle contraddizioni imperialistiche e capitaliste, in oriente e occidente, ma soprattutto nel sud del pensiero meridiano. Qui in Italia, la grande eredità di questo filosofo marxista e politico comunista, deve legarsi maggiormente proprio al rilancio della cultura meridionalista. (~ Ferdinando Dubla)


lunedì 9 settembre 2019

METAFISICA delle PAROLE


Così come per sovranismo, ora per il governo cosiddetto giallo-rosso. La metafisica delle parole al servizio della destra politica. Veicolata dai media, tenta di influenzare il senso comune per una battaglia egemonica. Di rosso questo governo non ha nulla, nulla di sovranista la destra che gli si oppone. Governo di necessità che incontra l'opportunismo, è una mistura di qualunquismo propagandistico sempre meno con effetti populisti, e di liberismo "centrista" guidato da oligarchie (con tanti epigoni  e prassi di cultura e ascendenze democristiane). Per fermare l'egemonia della destra, solo la costruzione di una forte sinistra di classe con dentro i comunisti non testimoniali e reliquiari, può essere un argine controffensivo. Con un'opposizione che riparta dalla società e diventa politica perchè necessaria.  (fe.d.)

LE MANI NELLE TASCHE, I PUGNI IN TASCA:
come lo Stato del capitale mette le mani sul capitale e mistifica la vera sinistra, quella marxista.//
- la società capitalista, la più totalitaria perché basata sulle merci-denaro-profitto-, incompatibile con la democrazia, vuole il controllo occhiuto sul reddito-salario-risparmio-consumo, e non può ammettere l’autodeterminazione della forza-lavoro e del capitale variabile. Il bello è che la mistificazione ideologica, nel senso critico che Marx dava a questo termine, arriva al punto da considerare l’”evasometro”, in vigore dal 1 settembre u.s., come una misura di sinistra. L’egemonia delle banche, gli istituti di intermediazione parassitaria D/D+1 (denaro-accumulazione di denaro tramite denaro-prestito speculativo-usuraio) e dell’Agenzia delle entrate per conto dello Stato al servizio del capitale privato (molto più cospicuo del debito pubblico), considerata di ”sinistra”!! A tal punto è arrivata la manipolazione e intossicazione del senso comune: che grida a squarciagola le ragioni di una sconfitta storica, che spetta alla sinistra di classe tesaurizzare per ripartire con una speranza rivoluzionaria. ~fe.d.



venerdì 6 settembre 2019

La democrazia senza più rappresentanza non è democrazia


La riduzione del numero dei parlamentari, senza il contemporaneo allargamento della rappresentanza tramite un sistema elettorale di proporzionale puro, mette a serio rischio una già fragile e minata democrazia costituzionale repubblicana, a favore di un sistema oligarchico di autoritari interessi di classe. (fe.d.)

- L’articolo è di Massimo Villone /

In una lettera al direttore del Corriere della sera (del 4 settembre) Romano Prodi si lancia in un endorsement senza se e senza ma del maggioritario, in specie se ispirato al doppio turno come in Francia, o all’uninominale di collegio come in Gran Bretagna. Sullo stesso giornale D’Alema suggerisce cautela nella corsa verso un sistema proporzionale, essendo preferibile un maggioritario che favorisca un ritorno al bipolarismo. Su Italiaoggi (5 settembre) Claudio Velardi concorda con Prodi e con D’Alema. Decisamente, un déjà vu.
La riforma della legge elettorale è in agenda insieme al taglio dei parlamentari, giunto all’ultimo giro di boa, e posto da M5Stelle come priorità. Se il taglio si facesse a legge elettorale invariata, la distorsione della rappresentatività delle assemblee sarebbe fortissima e incostituzionale.
Ad esempio, nelle regioni minori solo i primi due partiti otterrebbero seggi in Senato. Un ritorno al proporzionale appare a molti una condizione necessaria. Se ne avverte una eco nel programma di governo (al punto 10), laddove si parla di avviare un percorso di riforma della legge elettorale, assicurando il «pluralismo politico e territoriale». Ma non c’è un esplicito richiamo al proporzionale, e forse qui le opinioni citate hanno giocato un ruolo.
Nemmeno sfugge che oggi qualsiasi impianto maggioritario darebbe al centrodestra un vantaggio incolmabile.
La crisi di agosto ha visto tra le ragioni di fondo la valutazione che il momento fosse favorevole per assaltare Palazzo Chigi.
In questa prospettiva Matteo Salvini ha corso un azzardo, ha scommesso, e ha perduto.
A tutto questo i sostenitori del maggioritario rispondono che bisogna ripristinare il bipolarismo. È ovvio che in un sistema tripolare o multipolare un maggioritario che garantisca il totem della stabilità e della governabilità è fatalmente troppo distorsivo della rappresentatività, e probabilmente incostituzionale.
Per Prodi ciò non rileva, perché «una legge elettorale non è fatta per fotografare il Paese, ma per dargli una maggioranza di governo possibilmente stabile». Non potremmo dissentire di più. Una assemblea elettiva assolve la sua funzione solo se è ampiamente rappresentativa. Diversamente, è una inutile superfetazione istituzionale.
Chi vuole il maggioritario o ritiene irrilevante qualsiasi misura di distorsione della rappresentatività, o pensa a una strategia di alleanze che portando a una competizione tra due coalizioni riduca al minimo la correzione maggioritaria che garantisce la vittoria. A sinistra o nel centrosinistra si pensa a una alleanza pre-elettorale tra Pd e M5Stelle, e forse ancora altri. Ma è una prospettiva plausibile?
Trovare una compatibilità su temi quali le trivelle, la scuola, i beni culturali, il lavoro o persino le grandi opere può essere alla fine non facile, ma possibile.
Ma che dire del diverso modo di concepire la democrazia? Vincolo di mandato, eletti-portavoce, referendum propositivo, taglio dei parlamentari, votazioni su Rousseau segnano un depotenziamento della democrazia rappresentativa che fa allo stato parte del dna del Movimento, e trova qualche eco anche nel programma di governo.
Una strategia duratura di solide alleanze può bene trovare qui ostacoli difficilmente superabili.
Ma poi, siamo sicuri che le chiavi di lettura di un tempo siano ancora valide? In Francia, il doppio turno ha dato a Macron una maggioranza, ma non ha impedito – anzi, indebolendo la rappresentatività del parlamento ha probabilmente concorso a determinare – la rivolta dei gilet gialli.
In Gran Bretagna, emblema della stabilità e della governabilità assicurata dal maggioritario, Boris Johnson ha preso ceffoni dai Commons, e altri probabilmente ne avrà. La stessa unità del regno scricchiola pericolosamente.
Sono prove che maggioranze farlocche create con artifici elettorali non chiudono le faglie politiche, economiche e sociali, e che il fulcro della democrazia è in un parlamento che dia pienamente voce al paese, e non nei palazzi del governo.
Prodi chiede che si prendano «le decisioni necessarie a far sì che l’Italia possa riprendere il suo ruolo in Europa e nel mondo». Dubitiamo assai che abbiamo perso quel ruolo a causa di una legge elettorale non abbastanza maggioritaria, e che basti correggere l’errore per riguadagnarlo.

pubblicato su Il Manifesto del 6 settembre 2019 
con il titolo "Le maggioranze farlocche di Romano Prodi"



martedì 3 settembre 2019

Lo Scotellaro di Carlo Levi: la civiltà contadina meridionale che per la poesia non muore


L'edizione delle opere complete di Rocco Scotellaro, curate da Franco Vitelli, Giulia Dell'Aquila, Sebastiano Martelli, ed edite da Mondadori in quest'anno 2019, è l'occasione per rileggere la splendida prefazione di Carlo Levi all'edizione di "E' fatto giorno", la silloge di poesie dal 1940 al 1953 pubblicata nel 1954, sempre per Mondadori. - (fe.d.)



PREFAZIONE

La poesia di Rocco Scotellaro, che oggi soltanto, lui morto, qui appare nella sua commovente e originale bellezza, è legata alla sua vita, che essa racconta ed esprime; e non tanto alle vicende e agli avvenimenti, quanto alla qualità, alla condizione, allo sviluppo singolare ed esemplare di quella, che nei versi ha trovato, con la rara misura del genio, la sua forma più diretta. Poiché Rocco Scotellaro è una di quelle nature per cui l’espressione poetica (il linguaggio del verso, del ritmo, ecc.) è la prima forma d’espressione, la più vicina al sentimento e al moto profondo della vita, la più immediata. Verrà poi, costruita su quei ritmi e modi naturali dell’animo, su quel denso e già chiaro primo mondo poetico, la prosa, più complessa e adulta.

Ma questa forma immediata, intrisa di verità e del senso dell’esistenza, e così identica alla persona, non nasce come tale dapprincipio. È essa stessa una conquista, una scoperta, ogni giorno, ogni volta, preziosa e difficile. Rocco Scotellaro deve farsi da sé, deve inventare sé stesso, e la forma del proprio mondo poetico; non ha radici colte, se non quelle dell’antichissima e ineffabile cultura contadina. Perciò, finché egli è ancora adolescente, nelle poesie precedenti, all’incirca, al 1946, finché i suoi sentimenti sono ancora vaghi, generici, simbolici (il bivio, la strada, l’amore sognato, ecc.) non può ancora esistere una forma se non presa a prestito, se non letteraria. E tuttavia, sotto le derivazioni evidenti, già si sente la potenza di una personalità per la quale quei modi letterari non sono che abiti provvisori.

Gli anni ’46-’47 segnano la sua maturazione, in senso umano e in senso poetico. Rocco è ancora un ragazzo, ma è finita in lui, e nel mondo della sua vita, l’indeterminata adolescenza. È finita la guerra, il Mezzogiorno pare si sia destato da un lunghissimo sonno, è cominciato il moto contadino, che è l’affermazione dell’esistenza di un popolo intero. In questo popolo risvegliato per la prima volta, per la prima volta vivente e protagonista della propria storia (con quali difficoltà e delusioni, e scoraggiamenti e dolori) Rocco vive la propria giovane vita; ed è il fiore di quella terra solitaria, perché il suo sviluppo di uomo è tutt’uno con il nuovo germogliare di quel popolo contadino. Con la naturale, spontanea scelta da cui nascono i capi e gli eroi popolari, egli è riconosciuto dai suoi: il piccolo ragazzo dai capelli rossi, dal viso imberbe di bambino, è il primo sindaco di Tricarico, per volontà dei contadini. L’attività politica e amministrativa non è allora per lui un’esperienza esterna e pratica, ma un’esperienza, nel pieno senso della parola, poetica.

(Risale a quel tempo, al maggio del ’46, il nostro primo incontro, e la nostra amicizia, che a me fu, più di ogni altra, preziosa; e che forse contribuì, in qualche modo, alla sua presa di coscienza del mondo contadino di cui faceva parte, e al suo guardarlo per la prima volta con distacco e amore, al suo fame poesia, attraverso un linguaggio libero, personale, non letterario.)

Questa sua maturazione e liberazione nell’ azione (un ospedale, una strada, una occupazione di terre, una discussione sindacale, sono, in un mondo nuovo, profonde verità poetiche) creano il grande periodo della poesia di Rocco del ’47-’48, con le poesie contadine, le poesie di ispirazione politica e sociale, tutte bellissime; alcune di esse sono, a mio avviso, grandi poesie, eccezionali nella nostra letteratura [« Sempre nuova è l’alba», questa Marsigliese del movimento contadino, « Pozzanghera nera», « Il massaro » ecc.). Con queste poesie egli si afferma non soltanto come poeta, ma come l’esponente vero della nuova cultura contadina meridionale, la cui espressione e il cui valore primo non può essere che poetico. (Allo stesso modo con cui, ma su un piano razionale, storico e critico, un altro giovane, Piero Gobetti, lo era stato, nel primo dopoguerra, per il mondo operaio e intellettuale del Nord.)

Poi, dopo questo primo sbocciare di espressione compiuta, comincia per Rocco un’esperienza piu larga, e spesso angosciosa e difficile e dolorosa. È la vita, con i suoi complessi, i suoi problemi, le sue contraddizioni. È la lotta quotidiana nel piccolo paese, la caduta dei primi entusiasmi contadini, dopo la dura svolta del 1948; le donne, tutte, in un certo senso, straniere; il contatto con la città, difficilissimo; con un mondo già tutto fatto, incomprensibile, chiuso nella sua estranea molteplicità. Sono prove dure, culminate con un periodo di prigione, per ragioni politiche, nel 1950; e poi con le sue dimissioni da sindaco; e con la sua andata a Napoli, liberazione insieme ed esilio. È un periodo di lotta e di conoscenza, di assimilazione e di ritegno, di aperture e di rifiuti. È l’uscita da un nido tanto più materno quanto piu povero e desolato, il contatto con l’altro mondo. Questi anni di varie esperienze ci danno poesie, alcune bellissime, altre più direttamente legate alle oscillazioni sentimentali di questo processo di maturazione.

Ma Rocco, in questo processo, si apre sempre più a grandi interessi umani, impara sempre più a contemplare il mondo partecipando continuamente (con quale fatica tuttavia, e dolente entusiasmo) alla vita; e sente in sé la capacità e la necessità di una grande e lunga strada, di una alta traiettoria che lo riporterà al mondo contadino da cui è partito, con coscienza ormai piena. Sono gli anni 1952 e 1953: è, credo, il secondo grande periodo della sua poesia; dove il senso universale della vita riempie i suoi versi, arricchiti di amorosa intelligenza; dove pure, in quella pienezza, è il presentimento della morte, e la grandezza di un destino breve; fino alle ultime poesie, quelle dell’ultimo giorno [« O mio cuore antico, / topo solenne che non esci fuori » … … « Mamma, tu sola sei vera »];

Cosi, con questa altezza poetica raggiunta ed espressa, finisce la sua poesia e la sua vita, cosi breve per troppa intensità umana. Il cammino percorso da Rocco Scotellaro in cosi pochi anni, da un muto mondo nascente a una piena espressione universale, era quello di secoli e secoli di cultura: troppo rapido per il suo piccolo, fragile cuore contadino.

CARLO LEVI







venerdì 30 agosto 2019

UNA RIFLESSIONE A 360° SULLA SCUOLA ITALIANA


sulla scuola, bisogna ridare la parola agli operatori della scuola. Un esaustivo articolo di Lucio Garofalo, maestro, impegnato da anni sul fronte della pedagogia democratica e gramsciana e nell’impegno politico per la “riforma intellettuale e morale”. (fe.d.) 

Sta per avviarsi il nuovo anno scolastico e vorrei riassumere, in una sorta di "saggio manualistico" più o meno schematico, quelli che, dal punto di vista di un insegnante che vive il mondo della scuola, costituiscono i problemi più seri che assillano ed inficiano pesantemente la vita e il funzionamento della scuola italiana. Molto probabilmente, nel più distorto e contorto immaginario collettivo, la scuola è percepita e giudicata tramite una serie di banali e diffusi clichè, ossia in base a facili e comodi luoghi comuni, per cui urge provare a confutarli con argomentazioni il più possibile valide, razionali e persuasive.





Riforme e controriforme


Sui media si vocifera e si ciancia spesso degli "annosi problemi" che opprimono la scuola italiana, ma le autorità politico-istituzionali deputate a risolverli non mi pare che si prodighino in alcun modo a rispondere in modo incisivo, corretto e tempestivo. A livello politico, ogni tentativo di soluzione non può essere efficace se non è giusto e tempestivo: le ingiustizie finiscono per sortire effetti assai peggiori delle cause. Per la serie "quando il rimedio è più nocivo del male". In politica il presunto decisionismo ed efficientismo hanno bisogno di essere ben calibrati grazie a criteri di effettiva equità di tipo sociale, altrimenti rischiano di provocare conseguenze deleterie ed arrecare danni difficilmente riparabili, che inevitabilmente si sommano ai guai e ai problemi preesistenti. Negli ultimi 20/25 anni i numerosi ministri che si sono avvicendati a capo del dicastero della Pubblica Istruzione (poi si è deciso di derubricare l'aggettivo Pubblica), hanno provveduto solo a varare altrettante "riforme" per apporvi il proprio "sigillo" e lasciare un segno (infausto) nella storia. Insomma, la scuola è diventata una cavia istituzionale esposta ai continui e reiterati esperimenti di riforme, anzi di controriforme e "schiforme", applicate oltretutto male, se non addirittura peggio.


Fannulloni e supermanager


Restando nell'ambito delle "alte sfere" (non celesti, bensì istituzionali) si può anche rilevare come, a scadenze periodiche, si affaccino schiere di moralisti, predicatori e "sputasentenze" che, come Soloni saccenti e presuntuosi, sono pronti a crocifiggere i "lavativi" e "pelandroni" che imperverserebbero nella Scuola Pubblica italiana come, più in generale, nel comparto della Pubblica Amministrazione. È come se i "fannulloni" fossero la principale ragione dei "mali" che affliggono la scuola pubblica italiana. Ma lo "scarso rendimento" di alcuni insegnanti ha ben altre spiegazioni causali. E si presume forse che nelle scuole private si lavori senza sosta, senza sprecare tempo e soldi? Ecco le ragioni per cui i fondi e i finanziamenti statali, anziché destinarli alle scuole pubbliche, sono dirottati a vantaggio di quelle private, oppure parificate. Piuttosto "infingardi perditempo" sono stati vari ministri della Repubblica, che non hanno saputo, o forse voluto, fornire risposte adeguate ai problemi reali, mentre hanno gettato soltanto fumo nero negli occhi dell'opinione pubblica. Ricordo, ad esempio, Renato Brunetta, che appena si insediò al vertice del dicastero istituzionale di sua competenza, si attivò subito per promuovere una vasta, martellante campagna ideologica "anti-fannulloni". Cito giusto il caso più noto e più rilevante di tutti. Allora, si inizi a dare l’esempio "al vertice", a cominciare dai quadri dirigenti a capo delle istituzioni pubbliche o delle grandi imprese, che hanno mostrato di essere assolutamente inefficienti, oziosi ed improduttivi. Se non addirittura fallimentari. Penso, tanto per citare il primo esempio che mi viene in mente, a quei dirigenti pubblici che hanno affondato e rovinato l'Alitalia. Tali "supermanager", se non erro, ricevono lauti compensi annui che si aggirano attorno ai 500mila euro (!), vale a dire oltre 1300 euro al giorno. Sono cifre pari, se non superiori ad un salario mensile medio percepito da operai ed insegnanti qualsiasi. Lascio a voi giudicare i livelli di iniquità e di sperequazione socio-materiale di questa forbice tra i redditi più alti e quelli più bassi. È un divario destinato ad ampliarsi in misura ulteriore e progressiva. Com'è accaduto nel corso degli ultimi anni.


Dopo tali osservazioni preliminari, mi accingo ad esporre in dettaglio le singole questioni da me colte ed analizzate, su cui è indispensabile ragionare senza lenti deformanti o eventuali equivoci generati dai pregiudizi o stereotipi, senza sterili commenti da bar, o da social, che scaturiscono dai rozzi e più grossolani luoghi comuni che circolano nell'opinione pubblica a proposito del lavoro degli insegnanti e dei supposti "privilegi" di cui (si presume che) godrebbe la categoria.


I peggio pagati in Europa


Dopo le riflessioni fin qui svolte, occorre far ben presente come il personale docente, che in tanti si figurano come una massa di "nullafacenti" e di "privilegiati", non sia adeguatamente ed equamente retribuito e valorizzato. Intendo riferirmi non soltanto allo scarso rilievo ed al prestigio sociale e morale, che ormai la mentalità della gente comune riconosce alla professione docente, bensì soprattutto al temine "valore" inteso in un senso marxiano, vale a dire da un punto di vista squisitamente economico-materiale. Insomma, occorre mettere mano al budget ministeriale per incrementare in modo adeguato gli stipendi mensili concessi agli insegnanti italiani, che risultano i meno pagati in Europa. Si spieghi come un insegnante che oggi percepisce un salario medio che si aggiri attorno ai 1200 euro mensili, al netto delle imposte fiscali che lo Stato trattiene direttamente alla fonte stipendiale, possa concedersi il lusso di acquistare dei libri, o corsi di formazione professionale, nonché materiali didattici e sussidi tecnologici e multimediali, utili ed indispensabili ad un normale svolgimento del proprio lavoro, o al proprio aggiornamento professionale. Certo, si obietterà facilmente che il bonus docente di 500 euro all'anno, è stato introdotto per questa finalità. Ma è una misura tampone, che non può bastare a colmare, o sanare le difficoltà economiche in cui versano oggi molti insegnanti, alle prese con il menage familiare quotidiano. Ho menzionato un caso assai dozzinale, quanto emblematico, che tutti sono in grado di valutare mediante un calcolo matematico approssimativo, per comprendere il valore e le spese derivanti dallo studio e da un serio aggiornamento professionale come l'insegnamento. È un impegno non soltanto faticoso sotto il profilo mentale, ma oneroso sul piano economico. Per cui non è più alla portata della maggior parte degli insegnanti italiani. I quali, ripeto, rappresentano i peggio pagati in Europa.


Progettifici scolastici


Altro problema serio, avvertito dal corpo docente, è quello delle cosiddette "attività aggiuntive" a carattere non obbligatorio, ossia gli impegni progettuali extra-curricolari, come i PON e POR finanziati con fondi europei, nazionali e/o regionali. Nel delicato settore dell'istruzione i criteri di quantità e di qualità sono difficilmente compatibili tra loro, nel senso che l'una voce esclude l'altra. Per cui le singole istituzioni scolastiche si vanno trasformando in veri e propri "progettifici scolastici", con gravi, negative ed inevitabili ripercussioni sulla qualità della didattica, sul successo della formazione e sul valore educativo delle giovani generazioni. Personalmente, sono contro i "progettifici", non per rivendicazioni ideologiche astratte, bensì per ragioni assai concrete correlate alla mia esperienza diretta. Nulla mi impedirebbe di essere a favore dei progetti di qualità, purché siano realizzati seriamente; tuttavia, nel contempo sono cosciente che i casi davvero virtuosi sono eccezioni assai rare. I "progettifici scolastici" si caratterizzano in modo negativo per vari motivi, anzitutto per la scarsa intelligenza creativa e trasparenza non solo procedurale, per un livello di grave inadeguatezza degli interventi attuati, per un'esigua rispondenza alle reali esigenze psicologiche, emotive, formative, culturali e sociali degli studenti, mentre obbediscono a logiche meramente affaristiche, utilitariste ed aziendalistiche. Per non parlare anche dei frequenti strappi alle regole, delle reiterate violazioni di norme e dei diritti sanciti dalla legge, delle pesanti scorrettezze ed abusi commessi all'interno delle singole scuole, derivanti da invidie o rivalità individualiste, o altre meschinità e grettezze di origine piccolo-borghese.


Trasparenza e democrazia collegiale


Veniamo ad una questione essenziale, che investe la scarsa trasparenza nella gestione politico-amministrativa ed economico-finanziaria dei fondi distribuiti alle scuole e al tema della democrazia collegiale che versa in condizioni estremamente fragili, critiche e decadenti. Dall'emanazione, nel 1974, dei Decreti Delegati che istituirono forme e strumenti di democrazia collegiale nella scuola italiana, la partecipazione alla vita, al funzionamento e all'organizzazione degli organi collegiali si è progressivamente ridimensionata, fino ad un deterioramento che ha svuotato tali canali e strumenti preziosi di democrazia diretta e partecipativa soltanto sulla carta. Oramai il potere decisionale detenuto all'interno degli organi collegiali (Consiglio di Istituto, Collegio dei docenti, Consiglio di classe, interclasse e/o di intersezione) esclude sempre più la maggior parte delle famiglie, degli studenti, del personale docente e non docente, da una prassi effettiva. Infatti, l'esercizio del potere politico-decisionale nelle singole scuole è oggi riservato ad una cerchia oligarchica assai ristretta formata dal Dirigente e dai suoi più stretti e fidati collaboratori. Basta esaminare il caso emblematico di un organo collegiale come il Collegio dei docenti. Un tempo, il Collegio dei docenti era la sede deputata a discutere e decidere degli argomenti più elevati, delle tematiche psico-pedagogiche e didattiche, per cui gli insegnanti, specie i più motivati, preparati e coscienti, avevano il modo di confrontarsi e di maturare sotto il profilo intellettuale e professionale. Oggi i Collegi dei docenti sono ridotti a centri di ratifica formale delle decisioni assunte dai Dirigenti scolastici e dai loro collaboratori. Tale avallo avviene, in genere, con modalità procedurali acritiche ed esautoranti, che negano ed umiliano la dignità e la sovranità dei Collegi stessi. In pratica, i Collegi dei docenti sono diventati il luogo più alienante e passivizzante in cui si dibatte di questioni di ordine squisitamente finanziario, ma senza la dovuta trasparenza informativa, senza fornire le informazioni relative ai vari budget effettivi di spesa delle scuole. In altri termini, i Collegi dei docenti oggi avallano senza nemmeno conoscere fino in fondo l'oggetto che viene sottoposto all'attenzione degli organi collegiali, vale a dire le somme ed i finanziamenti, in alcuni casi cospicui, che poi vengono distribuiti a beneficio di un'esigua minoranza di colleghi, che coincide con la cerchia formata dallo "staff dirigenziale".


Autonomia scolastica


Da oltre 20 anni la scuola pubblica italiana assiste ad un inarrestabile declino e indebolimento della democrazia collegiale partecipativa, della stessa democrazia sindacale e degli spazi di libertà e di legalità vigenti al suo interno. Tale processo di logoramento involutivo in un senso autoritario ed antidemocratico, è riconducibile ai colpi letali inferti nel corso degli ultimi lustri, direi senza "soluzione di continuità", dai governi che si sono succeduti in Italia, sia di centro-sinistra che di centro-destra: dalla "riforma Moratti" alla "Buona scuola" di Renzi e Giannini, con una sorta di escalation nefasta e devastante. Nel caso specifico, le principali responsabilità a livello politico-istituzionale, di tale decadimento, sono da ricercare in alcuni passaggi storico-legislativi: in primis, l'istituzione della cd. "autonomia scolastica" in seguito l'applicazione della legge n. 53/2003, meglio nota come "riforma Moratti", poi della "riforma Gelmini" fino alla legge 107 del 2015, meglio nota come "Buona scuola". Negli ultimi 20 anni è stato possibile toccare con mano le pesanti ripercussioni derivanti dall'avvento della succitata "autonomia" e dall'applicazione di quelle "riforme", che non hanno sortito esiti apprezzabili in termini di apertura virtuosa delle scuole alle reali esigenze del territorio. La mera formulazione a livello giuridico di una fantomatica "autonomia", non ha stimolato le singole scuole ad esercitare un ruolo incisivo e trainante, di intervento critico-costruttivo e di promozione culturale rispetto al contesto politico ed economico-sociale di riferimento. Anzi, in molti casi, le istituzioni scolastiche ribattezzate come "autonome", hanno assunto una posizione subalterna ai centri di potere vigenti nelle realtà locali, anzitutto alle Pubbliche Amministrazioni, che si sono rivelate inette o restie a supportare finanziariamente un arricchimento della qualità dell'offerta formativa delle scuole. A tutto ciò si aggiunga un progressivo imbarbarimento dei rapporti interpersonali, sindacali e politici tra i lavoratori della scuola, diventata il teatrino di sempre più estese e laceranti conflittualità interpersonali. Questi processi disgreganti sono la conseguenza prodotta proprio dalla tanto osannata "autonomia", nella misura in cui un simile provvedimento normativo non ha generato un assetto organizzativo stabile, equo, efficiente, ma in molti casi ha generato soprattutto contrasti, confusione, assenza di certezze, violazione di norme e diritti, a livello anzitutto sindacale e collegiale, favorendo ed incentivando atti e comportamenti furbeschi ed arroganti, esasperando un clima di arrivismo ed accesa competizione per fini prettamente venali ed egoistici perseguiti da parte di minoranze.


Lucio Garofalo

mercoledì 21 agosto 2019

SOVRANISMO senza SOVRANITÀ


parafrasando il cantante, vorremmo trovare un senso alle parole che, molte volte, non hanno senso per come vengono utilizzate (fe.d.) 

Noterelle a margine di “Sovranità” di Carlo Galli

Si confonde il “sovranismo” con il populismo demagogico antipolitico e  antipartitico, quello che accarezza la pancia del popolo, con una missione antipedagogica e antiemancipatrice. La qualità della democrazia è indisgiungibile dalla sovranità costituzionale, concetto reso chiaro recentemente da Carlo Galli, docente di Storia delle dottrine politiche all’Universita’ di Bologna, nel suo “Sovranità” (Il Mulino, 2019), secondo cui “la democrazia costituzionale è una riconnessione della figura giuridica e del corpo sociale e politico della sovranità”, (ivi, pag.67). Oggi i pericoli per la qualità della democrazia non provengono solo dalle “torsioni plebiscitarie” o da quello che Tocqueville individuava come “tirannide della maggioranza” e “apatia individualistica”: utilizzando categorie gramsciane, si può dire che siamo governati da un senso comune di massa in una democrazia rappresentativa senza più rappresentanza, immersi in una, pur moderna, “rivoluzione passiva”. Più che “apatia”, termine che originariamente sviluppa la resistenza alle sofferenze e tribolazioni (a/patos), virtù degli stoici, si tratta di una continua ricerca della delega che evita la partecipazione politica cosciente e dunque l’emancipazione della coscienza di classe. Le contraddizioni di sistema vengono velate come l’arcano delle merci, il conflitto sociale occultato dalle forme contemporanee di alienazione. Viene così mortificata una reale “capacità d’agire collettivo, un’interpretazione politica della complessità giuridica e sociale che la Costituzione contiene, esprime, e anticipa come progetto.”, proprio perché “la democrazia non implica la fine della sovranità, della soggettività politica collettiva”, (ivi, pp.69 e 70) e questa mette in discussione “la sovranità del mercato”.
Se non fosse che, nel sistema capitalistico, che richiede incessantemente lo svuotamento di prerogative democratiche, la sovranità’ politica non sur-determina la sovranità economica, ma è questa a sur-determinare quella.


E’ così che il “sovranismo” dei media del “politicamente corretto”, del senso comune di massa guidato dagli alfieri del sistema, si ritrova senza sovranità, quella reale s’intende, e costituzionale.
In quanto alla “rivoluzione passiva” al tempo dei social, ciò che appare, non è: non c’è trasformazione strutturale, ma nuove e antiche modalità di “passivizzazione” delle masse. Il populismo demagogico richiede deleghe, non partecipazione, senza sovranità.
~ fe.d. 


venerdì 16 agosto 2019

NE’ NEOBORBONICI NE’ NEOCOLONIALISTI, ma RIVOLUZIONARI e MERIDIONALISTI


Il “pensiero meridiano” non ha più coordinate: semplicemente, non viene riconosciuto. Dissoltosi nelle nebbie del liberismo e dell’omogeneizzazione mercatista, la sua caratterizzazione culturale è evaporata insieme ai tratti neocoloniali del classico modello dell’”inviluppo” capitalista. Se storicamente il processo risorgimentale moderato prevalse sulle debolezze e contraddizioni azioniste, politicamente il processo democratico è stato corrotto dall’assistenzialismo clientelare funzionale alla riproduzione di consenso a favore delle classi dominanti per l’”egemonia” sociale. 


- LUCANIA 61, il capolavoro pittorico di Carlo Levi, può essere assunto a emblema della “quistione meridionale” complessiva, storicamente caratterizzata come “questione contadina” e della civiltà contadina al tramonto. Fu dedicato a Rocco Scotellaro, scrittore, poeta e intellettuale “impegnato” di Tricarico, che poteva egli stesso assurgere a simbolo della volontà di riscatto delle classi che, sulla traccia di Gramsci, verranno definite studiate e analizzate da Ernesto De Martino negli anni 50 del Novecento, come classi subalterne del Mezzogiorno d’Italia, tra folclore, “rivoluzione passiva” e identità culturale.
Naturalmente, vi è differenza tra questione meridionale complessivamente intesa e questione contadina e, fra queste, della civiltà contadina. (continua) 
~ fe.d. 




martedì 6 agosto 2019

il PCI della CAMPANIA: CONTRO OGNI AUTONOMIA DIFFERENZIATA. La Lega ha intercettato frazioni di borghesia stracciona meridionale


Contro ogni autonomia differenziata.

L’autonomia differenziata si integra perfettamente nelle politiche neo-liberiste
e imperialiste di rimozione di ogni ostacolo, istituzionale e sociale, al pieno
dispiegamento dello sfruttamento .
La fame di valore che caratterizza la crisi strutturale del modo di produzione
capitalistica come già nei casi della Jugoslavia, della Siria, dell’Ucraina,
considera gli stati nazionali come un ostacolo da abbattere.
La tendenza , in Italia, alla concentrazione di risorse finanziarie e intellettuali
al Nord e nelle aree forti , con ulteriore desertificazione strutturale al Sud,
può preludere a una rottura anche formale dell’unità nazionale. Si tratta del
modello neoliberista di accumulazione che pratica la polarizzazione tra un
centro ‘virtuoso’ (ovviamente dal punto di vista della accumulazione) che
concentra investimenti, ricerca, produzioni avanzate e una periferia da
utilizzare come serbatoio di manodopera anche qualificata a basso costo .
In questo senso questo progetto è una ripetizione , su scala nazionale, del
modello ordoliberista sul quale si fondano i trattati europei e il progetto
imperialista della U.E.
La differenziazione strutturale tra territori comporta una differenziazione
anche nella composizione del lavoro, con una divergenza di interessi tra
lavoratori su base territoriale.
I progetti neocorporativi, ben incarnati dalla prima Lega di Bossi e di Miglio e
aggiornati dalla ‘lega nazionale’ di Salvini, che ha cooptato frazioni di
borghesia stracciona meridionale sono in atto da anni.
Il progetto è arrivato a uno snodo, ma da anni e grazie alla complicità dei
maggiori sindacati, la desertificazione industriale del Sud prosegue senza
freno.
Di fronte all’arroganza delle multinazionali che investono (con lauti
finanziamenti statali) al Sud e poi chiudono alla ricerca di situazioni di
maggior profitto, i sindacati hanno accettato la logica perdente del ‘minor
danno’, isolando le lotte a livello aziendale e evitando una vertenza generale
sul lavoro e sulla produzione.
Contratti d’area, zone speciali, salari differenziati sulla base della produttività
preludono a una riedizione moderna delle gabbie salariali.
La ristrutturazione provocata dalla crisi del 2008 ha rimodellato le strategie
delle aziende competitive del Nord : da produttrici di beni di consumo di
massa anche per il Sud a produttrici di componentistica per la locomotiva
(ultimamente un po’ spompata) tedesca e nord-europea.
Questa divisione strutturale può preludere a una spaccatura-divergenza di
interessi tra lavoratori del Sud e del Nord, a partire da progetti neocorporativi
ben incarnati dalla Lega di Salvini.
Come Partito Comunista Italiano proponiamo:
• Il
rilancio del conflitto sui temi del salario minimo e egualitario, sui diritti
sociali (scuola – salute – casa - trasporti ) è la base necessaria per una
efficace opposizione.
• Lo
strumento dell’inchiesta territoriale , sulla struttura produttiva e sui
bisogni sociali , sempre più diventa necessario per poter articolare
programmi di lotta incisivi .
• L’opposizione
alle ulteriori, prevedibili privatizzazioni di servizi sociali
essenziali, deve prendere la forma di una lotta generalizzata per la difesa
dei diritti sociali e della loro gestione pubblica con controllo popolare.
• La
lotta per le nazionalizzazioni e per la pianificazione delle risorse
nazionali costituisce la premessa fondamentale: forti investimenti statali,
finalizzati alla crescita strutturale e sociale dei territori, basata sulle effettiv
esigenze popolari e non sulle esigenze di profitto dei monopoli e delle
lobbies affaristiche private.
• Rilanciare
la questione della devastazione ambientale, provocata dal
capitalismo ultraliberista e della gestione e manutenzione del territorio
naturale.
• Rivendicare
le pari opportunità, su tutto il territorio nazionale, per quanto
riguarda le offerte formative pubbliche e la ricerca.
Tutti questi punti hanno una premessa fondamentale : la rottura dei vincoli di
bilancio imposti dalla Unione Europea e la dislocazione geopolitica
alternativa, che ne deriva necessariamente.


PCI - Comitato Regionale Campania


martedì 16 luglio 2019

UNITA' COMUNISTA entro UN FRONTE DELLA SINISTRA DI CLASSE


La conferenza di organizzazione del PCI a Bolsena del 13 e 14 luglio u.s. si è conclusa con un appello: tutto il partito mobilitato nella lotta anticapitalista e antimperialista e nell’impegno politico dell’unita’ dei comunisti e della sinistra di classe: non c’è un prima e un dopo, i due processi sono intrecciati tra di loro. Più forti i comunisti, più forte la sinistra antagonista. Senza una forte sinistra non può esserci lotta per il socialismo. La efficacia politica si misura dall' attività militante, con una linea di massa, responsabile ed unitaria. (fe.d.)

L’esito delle politiche affermatesi nel nostro paese in questi ultimi decenni all’insegna della cultura liberista, dell’austerità, politiche alle quali si sono assoggettati il centrodestra ed il centrosinistra, è sotto gli occhi di tutti: sempre più poveri, insicuri, soli.
Le speranze di cambiamento che in tanti, anche nel mondo del lavoro, hanno riposto nei confronti della Lega e del Movimento Cinque Stelle, che hanno portato all’affermazione del governo Conte, nonostante risultino largamente disattese, si traducono oggi in un crescente consenso tributato al partito di Salvini.

Gli equilibri politici che vanno affermandosi, sempre più orientati a destra, gettano una pesante ipoteca, da tanti punti di vista, sul futuro del nostro Paese, che è e resta profondamente immerso nella propria crisi finanziaria, economica, sociale.
Una crisi che su tale piano, pur con rilevanti differenze, ha investito anche tanta parte dell’Europa, che nell’ambito della conclamata crisi strutturale del sistema capitalista, nella ridefinizione degli equilibri geopolitici determinatasi a seguito del processo di globalizzazione affermatosi all’insegna della concentrazione del capitale finanziario, paga il prezzo più alto.

Un Paese, il nostro, che evidenzia anche una profonda crisi etico/morale e, in un evidente rapporto di causa/effetto, una altrettanto profonda crisi politica.
Le forze comuniste, le forze della sinistra di alternativa, hanno registrato nel tempo, segnatamente in questi ultimi anni, emblematiche le recenti tornate elettorali, il proprio progressivo arretramento, la propria crescente marginalità.
Se da oltre un decennio le prime sono escluse dal Parlamento, è assai probabile che con le prossime elezioni politiche, per tanti inevitabilmente anticipate data la conflittualità interna al governo, anche le seconde ne siano escluse.

E’ tempo di ricostruzione, è tempo di unità.

Come PCI siamo fermamente convinti della necessità di un soggetto capace di tenere assieme la critica agli assetti fondanti del capitalismo, di proporre un’alternativa di sistema, e contemporaneamente di promuovere una opposizione di classe la più ampia ed unitaria possibile.

Una opposizione che ponendo al centro la questione della pace e del disarmo, dell’uscita dell’Italia dalla NATO, della lotta all’imperialismo ed al neocolonialismo, della rottura con questa Unione Europea, dell’affermazione della Carta Costituzionale, promuovendo un ampio ciclo di lotte volto a cambiare i rapporti di forza, si proponga come alternativa credibile agli occhi del blocco sociale assunto a riferimento, a partire dal mondo del lavoro, determinando in tal modo le condizioni per il superamento della propria crisi.
Siamo convinti della necessità di una opposizione che abbia quale suo asse centrale l’unità dei comunisti, ritrovata sulla base di una cultura politica affine, e l’insieme della sinistra di classe.
L’unità dei comunisti entro un fronte della sinistra di classe, politica e sociale, è e resta l’obbiettivo del PCI, che in funzione di ciò lancia un appello a tutte le forze che non si rassegnano alle condizioni date, consapevoli che oggi più che mai è di ciò che c’è bisogno.

L’unità nella diversità è la risposta.
La Segreteria nazionale del Partito Comunista Italiano