le lenti di Gramsci

sabato 14 dicembre 2019

Tra cattiva coscienza e strumentalità


verso il centenario del PCI
- Tra cattiva coscienza e strumentalità
di Mauro Alboresi, Segretario nazionale del PCI

In data odierna (12dicembre 2019,ndr), il quotidiano Il Messaggero, con il titolo “Soldi al PCI, festa dimezzata: il centenario accende le faide”, a firma Mario Ajello, dà conto della levata di scudi della destra contro un emendamento a firma Errani-Manca-Verducci, parlamentare di LEU il primo, del Pd gli altri, volto a far sì che nella legge di bilancio dello stato, che a breve sarà sottoposta al dibattito parlamentare, sia prevista la cifra di 200000 euro per il 2020 ed altrettanti per il 2021, a sostegno della ricorrenza del centenario della fondazione del PCI avvenuta a Livorno nel 1921.
Sul chi sarà chiamato a gestire tali eventuali fondi, come sottolineato dall’autore dell’articolo, si rincorrono diverse ipotesi.
Che la destra italiana insorga contro tale previsione non può meravigliare, anche se si tratta della stessa destra che ha recentemente approvato, sia sul piano nazionale che locale, analoghi finanziamenti volti a celebrare ricorrenze di altro segno, né può meravigliare il tono sguaiato e volgare dalla stessa utilizzato in quanto ne è largamente rappresentativo.
Non può meravigliare che sia soprattutto il PD a sostenere tale proposta, né che tra i vari soggetti potenzialmente chiamati a gestire tale ricorrenza molti siano riconducibili, direttamente o indirettamente, ad esso.
Da tempo, infatti, tale soggetto politico, così come prima di lui i DS ed il PDS, è impegnato in un’azione volta a rappresentare, nei confronti di tanta parte della sua base, una sorta di continuità con tale storia, con la storia dei comunisti in Italia (emblematiche le dichiarazioni che vengono raccolte in occasione della festa dell’unità) mentre dall’altra le sue scelte politiche, quelle che contano, nulla hanno avuto ed hanno a che vedere con essa (emblematico il voto recentemente espresso dai rappresentanti del PD, unitamente alla destra, al parlamento europeo “sull’importanza della memoria” che omettendo e stravolgendo la storia ha messo sullo stesso piano nazismo e comunismo).
La realtà è che con il congresso di Rimini del 1991, si è scelto di chiudere una grande storia politica, largamente coincidente con la parte migliore della storia del Paese, di disperdere una grande comunità politica ed umana, in nome di una prospettiva il cui esito fallimentare è sotto gli occhi di tutti ed evidenzia un PD assai lontano dal concetto stesso di sinistra.

Noi, con l’Assemblea Costituente di San Lazzaro di Savena (Bologna) del Luglio 2016, abbiamo scelto di ricostruire il PCI, attualizzando una storia che rivendichiamo, nella convinzione che oggi più che mai vi è bisogno di un soggetto capace di tenere aperta la prospettiva di un’alternativa di sistema, di ridare voce al mondo del lavoro, ai ceti popolari, che si batta contro quel pensiero unico che da tanto tempo sostanzia le politiche del centrosinistra, nel quale al più può ascriversi il PD, e del centrodestra, che ha già dato pessima prova di sé quando è stato al governo.
Anche per questo abbiamo deciso di promuovere, a nostre spese, diverse iniziative in occasione del centenario della fondazione del PCI, iniziative nelle quali evidenziando quella storia, sottolineando l’attualità di quel pensiero, emerga con chiarezza che le scelte fatte seguire da altri al suo scioglimento nulla hanno avuto a che vedere con essa.
Noi siamo favorevoli a qualificate iniziative, anche promosse e sostenute dallo Stato, aventi per oggetto, in coerenza con il dettato costituzionale, l’approfondimento di fatti che hanno segnato la storia del nostro Paese.
Ciò che ci preme è che il tutto non sia riconducibile a letture di parte, strumentali.
La storia del PCI è la storia della forza politica e culturale che meglio e con più forza ha dato voce al dolore del Paese ed all’aspirazione all’emancipazione delle classi subalterne.
Chi ha deciso di non essere e chiamarsi più comunista, non può oggi suggerire una linea di continuità con una storia che ieri come oggi mantiene quale proprio orizzonte la trasformazione socialista.
La storia non si cancella, quella del PCI è stata e vuole tornare ad essere una grande storia.

fonte: https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/


lunedì 9 dicembre 2019

NON SOLO SARDINE


ASSEMBLEA!
sull’assemblea delle sinistre di opposizione del 7 dicembre 2019 a Roma, che speriamo sia propedeutica ad una ripresa politica della sinistra di classe in Italia e, in essa, di un ruolo centrale dei comunisti per il bene del nostro popolo. ~fe.d.

da Assemblea Unitaria delle Sinistre di Opposizione
- Un successo inaspettato, una sala stracolma, entusiasmo per un percorso che vuole finalmente invertire la tendenza all'omologazione da un lato, alla frammentazione dall'altro, per la ricostruzione di una sinistra di classe adeguata alla sfide del presente
Questa assemblea risponde a una domanda molto diffusa di unità d'azione, per ricostruire i rapporti di forza e favorire la costruzione politica della forza delle lavoratrici e dei lavoratori, contro un padronato sempre più affamato e, per questo, ancora più pericoloso
Noi non ci fermiamo, uniamoci per non morire leghisti o piddini!
Uniamoci per costruire l'alternativa di classe alla barbarie del capitalismo!




Fine della scuola? (e la doppia alienazione antipedagogica)


Solo chi vive la scuola pubblica direttamente è capace di operare analisi così precise e puntuali, così vere. E non a caso, infatti, chi straparla di scuola, imperversando sui media, non la vive, se non dall’esterno. Gli insegnanti italiani stanno soffrendo una doppia alienazione: la delega familiare e sociale all’educazione e alla formazione e la contemporanea sottrazione degli strumenti (l’ora di lezione, cfr. Massimo Recalcati) per l’istruzione pubblica di massa, annegando nell’antipedagogica didattica delle competenze e il burocratismo tronfio e insussistente, tra il progettificio extracurricolare e i soffocanti luoghi comuni della retorica “digitale”, contro i libri e la necessaria erudizione di base, tra l’analfabetismo funzionale e il senso comune, sintetico e non analitico, per la quantità contro la qualità. ~ fe.d. 

Le parole vuote e le promesse mirabolanti passano e la scuola, da vent’anni a questa parte, va sempre peggio. Massimo Recalcati, nel libro L'ora di lezione, parla della "burocratizzazione fatale della funzione dell'insegnante, che deve sempre più rispondere alle esigenze dell'Istituzione e non a quelle degli allievi".

di Luca Malgioglio

La diagnosi è tristemente esatta: io penso che tutti noi insegnanti ci stiamo accorgendo del fatto che anno dopo anno ci stanno progressivamente costringendo a smettere di insegnare, attraverso l'instillazione del terrore, la compiacenza verso le famiglie, il lassismo per quieto vivere, lo squallore ministeriale, gli infiniti cavilli della burocrazia, il legalismo furbo che blocca qualunque tentativo di educare e minaccia il ricorso a tribunali, polizia e carabinieri a cavallo di fronte a qualunque "no", la squalifica dell'ora di lezione, le attività senza senso e le infinite perdite di tempo, il trionfo della mediocrità e dell'ignoranza, il conformismo programmistico e competenziale senza nessuna sostanza educativa e culturale. Gli insegnanti che amano la scuola sono stati lasciati soli. A farne le spese sono, e saranno sempre di più, i nostri studenti, apparentemente coccolati, in realtà devastati dall'incuria, dall'indifferenza e dalla paura degli adulti. 
Questo smantellamento della scuola passa attraverso una strategia fatta di azioni convergenti, tutte orientate allo stesso obiettivo:
1) La squalifica del lavoro degli insegnanti: da una parte si blandiscono le persone, con "elargizione" di assunzioni senza criterio e senza regole stabili (invece, cosa che tutti dicono e nessuno fa, le assunzioni dovrebbero avvenire secondo una modalità unica e chiara, attraverso un solo canale, definito accuratamente in modo da poter effettuare una selezione giusta, rispettosa e motivata dei futuri docenti); dall'altra, si mette in atto una strategia quasi punitiva nei confronti dei "beneficiati", con norme che creano un'universale precarizzazione degli insegnanti ("potenziamento", "ambiti disciplinari” ecc.) e tolgono loro ogni certezza di poter svolgere serenamente il proprio lavoro. In più, si dà per scontato che chi lavora nella scuola non abbia già un compito estremamente impegnativo da svolgere - quello, appunto, di insegnare - e lo si soffoca con una burocratizzazione metastatica dell'organizzazione scolastica (progetti su progetti, programmazioni, montagne di documenti senza senso che non servono a niente e sono inutili già nella mente di chi li propone), come a dire: "almeno così fai qualcosa", produttivo come scavare e riempire sempre la stessa buca. Per non parlare degli "aggiornamenti" on line, sontuosamente vuoti, che utilizzano la fuffa di un didattichese fine a se stesso, imparaticcio e orecchiato, e che soprattutto evitano come la peste la lettura di libri (cui molti adulti, prima ancora che i ragazzi, sembrano diventati allergici), la conoscenza approfondita della propria materia, un'autentica preparazione psico-pedagogica... 
2) La modalità principale della distruzione della scuola è poi quella della squalifica del lavoro in classe e dell’ora di lezione. Di fatto, si impedisce il contatto fondamentale, la creazione di un autentico rapporto umano ed educativo, tra gli studenti e gli insegnanti; un rapporto che avrebbe bisogno di una nettissima riduzione del numero di studenti per classe (in classi di trenta alunni è praticamente impossibile che l’insegnante possa PARLARE con i singoli, cosa che invece dovrebbe essere assolutamente centrale nel rapporto educativo), e ancor di più di chiarezza delle regole e dei ruoli: agli insegnanti dovrebbero essere garantiti strumenti semplici ed efficaci - di cui l’istituzione, dalla singola scuola all’intero sistema educativo, si assuma la responsabilità - per mettere in chiaro, dal primo minuto di lezione, che il rispetto delle regole e l’impegno sono le condizioni indispensabili (con modalità diverse all’interno e al di fuori dell’obbligo scolastico) per la permanenza nella classe e per la continuazione del percorso scolastico. Se vengono dati loro limiti chiari gli studenti, dopo una prevedibile opposizione iniziale, si adeguano. Ciò che li confonde è sempre la mancanza di chiarezza e di determinazione da parte degli adulti; indifferenza, abulia, disprezzo per l’istituzione, atteggiamenti oppositivi e provocatòri (volti in realtà a mettere alla prova gli adulti), nullafacenza, depressione, disorientamento e rabbia diminuiscono man mano che i limiti contenitivi si rafforzano, rassicurano e proteggono, senza lasciare possibilità e spazi ad alternative distruttive. 
Invece, per compiacere famiglie che sono state incapaci di educare i propri figli, l’istituzione scolastica si lascia ricattare, diviene sempre più accondiscendente; in questo modo, invece di rappresentare modalità diverse  di rapporto col mondo, entrambe indispensabili alla crescita, famiglia e scuola tendono sempre più a coincidere (genitori e figli che rimangono in contatto continuo attraverso gli smartphone anche durante le ore di lezione rappresentano l’immagine più emblematica e più terrificante di una simbiosi incapace di allontanamenti), si attua un’identificazione quasi totale tra disfunzionalità della famiglia e disfunzionalità della scuola, regole e limiti saltano di continuo. Il che, come vede chiunque voglia vedere, lascia in realtà gli studenti sempre più soli e li disorienta sempre di più. 
La squalifica dell’ora di lezione, poi, avviene rendendo tale ora evanescente, facendo passare il messaggio che qualunque altra attività, anche la più scadente, viene prima del lavoro in classe: è il caso di attività di alternanza scuola-lavoro francamente ridicole (come le noiosissime lezioni, all’interno dell’istituto, dei “maestri del lavoro”, spesso bruttissima copia delle lezioni degli insegnanti); è il caso di attività progettuali vuote e senza senso, utili solo a far passare l’idea che la scuola “fa qualcosa” (come se l’ora di lezione non fosse in sé infinitamente significativa), che “innova”, che “si muove”. Sono spesso gli studenti stessi a chiedere, ad implorare di poter evitare certe attività progettuali, schiacciati dal senso di noia che esse – come tutto ciò che è vacuo, inutile e senza senso – producono e instillano.
3) La terza modalità di distruzione della scuola è l’imposizione di un’ideologia delle “competenze” fondata sull’illusione di una completa trasparenza, misurabilità e prevedibilità del processo educativo, inutile e capace di sottrarre enormi quantità di energia al lavoro dell’insegnante, spesso distruttiva e capace di desertificare ogni passione educativa e culturale. Tale ideologia (insieme all’esaltazione acritica delle “nuove tecnologie”) spinge allo svuotamento della sostanza dell’insegnamento e pone l’accento su un “metodo” vuoto e privo di contenuti, rispetto al quale i contenuti stessi – quelli che dovrebbero essere capaci di coinvolgere emotivamente ed intellettualmente gli studenti nella loro naturale curiosità e nel loro bisogno di trovare un senso alle cose - sono del tutto indifferenti. La scuola che abbiamo conosciuto, e che funzionava benissimo, era fondata sul valore paradigmatico delle "storie"; quelle della letteratura, certo, con i suoi personaggi spesso più vivi delle persone in carne ed ossa, ma anche quella delle idee, delle parole, delle teorie scientifiche e delle innovazioni tecnologiche. È attraverso il confronto con le storie che lo precedono, e con l'immenso patrimonio culturale dell'umanità, che l'individuo in crescita può lentamente costruire un senso pieno della propria identità. Quello che avviene oggi, la ridicola pretesa di fornire "competenze" a prescindere dai contenuti, è invece funzionale a sfornare frettolosamente monadi sradicate, prigioniere di un presente istantaneo e solidificato, schiavi, lavoratori e consumatori a disposizione di un caporalato economico universale. 
Ecco, oggi ci aspettiamo un completo rovesciamento di queste modalità di distruzione del senso stesso della scuola e siamo pronti ad attuarlo in prima persona. Non ci accontenteremo di niente di meno.





sabato 7 dicembre 2019

l’olismo nella teoria del campo di Kurt Lewin


biografia: - Nel 1933 Lewin emigrò negli USA (da ebreo e socialista, emigrò a causa del nazismo), dove fu accolto dalla Cornell University, donde, più tardi, si sarebbe trasferito all'Università dello Stato dello Iowa. Fu infine anche ad Harvard ed al MIT. Parallelamente, fu ricercatore e consulente presso numerose istituzioni pubbliche e private, con colleghi che si erano riuniti attorno al Research Centre for Group Dynamics, che egli diresse fino alla morte, nel 1947. Notevole fu poi la sua collaborazione con l'amica Margaret Mead, nota antropologa celebre per i suoi studi alle isole Samoa. [interp. wiki]
opere: - Lewin, Teoria dinamica della personalità (1935), tr. it., Editrice Universitaria, Firenze 1965.
Lewin, Principi di psicologia topologica (1936), tr. it., OS, Firenze 1961.
La teoria del campo
“ (..) Al centro del campo c’è la persona. La persona e il campo vengono attraversati da un insieme di forze che si configurano come tensioni; diverse per direzione, per valenza, per potenzialità emotiva, per carica espressiva e per capacità di coinvolgimento.
Il comportamento è originato da questa totalità di fattori interdipendenti, e quindi, in buona sostanza, dalla totalità dinamica della situazione così come si determina in un dato momento.
Lewin prova a dare una rappresentazione simbolica della sua teoria, con la formula, diventata ormai celebre:
C = f (P,A)
dove (C) sta ad indicare i comportamenti, che sono funzione (f) degli spazi di vita a loro volta costituiti dalle persone (P) e dagli ambienti (A)
Ecco, in sintesi, i punti nodali della teoria di K. lewin:
La totalità è ben diversa dalla somma delle parti che la compongono, ed ha qualità e dinamiche sue proprie. In questo K. Lewin mostra e conferma la sua piena partecipazione alla “scuola” della Gestalt
Il campo è costituito da un insieme di forze, tensioni, relazioni e processi. E già qui, per questa evidente e forte proiezione dinamica, K. Lewin si porta decisamente al di là della Gestalt Theory.
La persona non è esterna al campo, ma è al suo centro. Anzi, è essa stessa costitutiva del campo.
Il comportamento è funzione dello stato della persona e dell’ambiente.
Ogni comportamento va analizzato hic et nunc (il passato è reso presente dalla memoria);
Nel campo, l’ambiente (o contesto) è, al tempo stesso, soggettivo ed oggettivo.(..)”
dall’articolo-saggio di Nicola Paparella, già professore emerito di Pedagogia dell’Universita’ di Lecce, integrale qui:
http://nuovadidattica.lascuolaconvoi.it/…/la-teoria-del-ca…/

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admin.: prof. Ferdinando Dubla

foto: introduzione alla psicologia sociale, schema



martedì 3 dicembre 2019

Il socialismo delle libertà e i suoi nuovi fondamenti teorici (appunti)_2)/L’INTELLETTO COLLETTIVO/


IL socialismo delle libertà e i suoi nuovi fondamenti teorici (appunti)

il socialismo delle libertà democratiche e della partecipazione, è la trasformazione dell’intelletto collettivo e della sua prassi conseguente. Una rivoluzione cognitivo-relazionale ne’ precede ne’ consegue alla rivoluzione politica e sociale, ne ha bisogno. L’ecologismo olistico è nondimeno conservativo quanto produttivo, il femminismo come critica radicale agli assetti di potere e non lobbie sessista neoliberista, sono ancelle di un nuovo paradigma di cambiamento strutturale, che ha al suo cuore la lotta di classe.
2) Gramsci (intellettuale collettivo, filosofia della prassi- Marx/ Grundrisse - intelligenza collettiva)
3) Il pensiero meridiano è l’universalizzazione della trasformazione rivoluzionaria /


- IL FRUTTO
[storico o antropologico?]

L’egoismo proprietario è nella natura umana, perché è nella storia. E tutto ciò che la storia dimostra, è nella natura umana. E’ il frutto dell’istinto. E’ la guerra.
Il comunismo il comunitarismo l’intelletto collettivo è nella storia delle idee, nella scienza, nella natura esterna e interna all’essere umano. È la cooperazione dell’homo abilis che vince la competizione, è il gruppo che prevale sull’individuo, è la libertà nel vincolo solidale, è il rispetto del proprio e del gruppo altrui. È il frutto dell’intelligenza. E’ la pace.
- Marx, a partire dall'Ideologia Tedesca (1845) fa prevalere la storia sulla natura antropologica. Ma egli vuole combattere il falso universalismo borghese, combattendo ogni universalismo assoluto. L’uomo è il prodotto della storia, ma è nella storia che si sviluppa la natura umana. Nella natura c’è istinto e intelligenza. Si tratta, dunque, di rendere storico l’intelletto collettivo.(fe.d.)


ASSEMBLEA ! la sinistra di classe prova a ripartire dall'unità d'azione, il 7 dicembre a Roma


- settarismo, dogmatismo, massimalismo sterile, mali endemici di una sinistra di classe frantumata, dispersa e ininfluente. Ben venga, dunque, un’iniziativa unitaria, di coordinamento delle lotte e che avvii un processo politico ricompositivo.
Il filosofo marxista Domenico Losurdo lo chiamava, con espressione psicopedagogica, “processo di apprendimento” collettivo: imparare, nella lotta, a camminare insieme. La spinta unitaria non è solo necessità: è nello stesso sviluppo del conflitto sociale, che nel nostro paese ha bisogno, in maniera sia diretta che rappresentativa, della sinistra di classe.
Il testardo lavoro unitario, molte volte inviso alla tua stessa parte, è di chi tesse la tela, è dell’intelletto collettivo.
~fe.d.







venerdì 29 novembre 2019

RED FRIDAY a Taranto


NESSUN MEDIA
di mass o d’élite, ha dato adeguato risalto alla manifestazione di Taranto, da settimane pur in prima pagina fra presidenti, manager e commissari. Venerdì 29 novembre 2019 sono stati protagonisti operai, lavoratori, cittadini. Lo stesso “Manifesto” amplifica sardine, pesci di composita qualità con piattaforme eccessivamente generiche e solo oppositive, sempre subalterni e in coda all’antipolitica. Significa che la piattaforma dell’USB, di Potere al Popolo, del PCI, delle associazioni ecosociali, e che si può sintetizzare nella ripubblicizzazione del polo industriale siderurgico considerato strategico, nel suo controllo operaio e popolare, nella profilazione di un diverso destino di sviluppo, che accompagni le vocazioni territoriali, nella coniugazione di salute, lavoro e ambiente, nell’unità, nella lotta, fra lavoratori e cittadini, città e provincia, nord e sud del paese, è la strada giusta. ~ fe.d.





martedì 19 novembre 2019

Mistico apofatico (2), il laicismo quietista e il "Ma fendo i cieli e a l'infinito m'ergo" di Giordano Bruno


MISTICO Apofatico (2) e il laicismo quietista 
la lettura laica del molinosismo o quietismo
— è possibile la lettura laica della “Guida spirituale” (1675) di Miguel de Molinos (1628/1696), utile alla psicologia olistica. Considerato il fondatore della corrente mistica religiosa chiamata quietismo, fu accusato di eresia dall'Inquisizione romana, costretto ad abiurare e condannato al carcere a vita. Cosa conteneva di eretico la guida? Un rapporto non più mediato con la propria via interiore alla spiritualità, lo spostamento della spiritualità stessa dal piano mediato e trascendente a quello dell’interiorità mistica.
«...il silenzio nel tumulto, la solitudine nella folla, la luce nelle tenebre, l'oblio nell'ingiuria, il vigore nella codardia, il coraggio nel terrore, la resistenza nella tentazione, la pace nella guerra e la quiete nel tormento»
(M. de Molinos, dalla Guida spirituale)
la lettura laica è questa: quietismo, detto anche molinosismo, è una dottrina mistica che ha lo scopo di indicare la strada verso l’infinito e la natura, consistente in uno stato di quiete passiva e fiduciosa dell'anima. Attraverso questo stato continuo di serenità e di unione panteistica, l'anima raggiunge una specie di indifferenza mistica, fino ad arrivare a negare le pratiche e le liturgie comuni della religione tradizionale. 
Il quietismo si focalizza quindi sulla interiorità spirituale, raggiungibile solo grazie alla contemplazione; il percorso quietista è caratterizzato da un profondo e continuo "desiderio” di pace interiore, di tranquillità stoica e di unione con l’infinito universo, che porta alla fine del percorso mistico e alla cessazione delle pratiche che hanno permesso il percorso stesso (quindi i vincoli dell'ascesi e la liturgia). Per il quietismo, la pace interiore, che deve portare alla relazione pacifica con gli altri, è l'unico obiettivo realmente perseguibile della vita.
- il silenzio mistico (e apofatico)
“Tre sono le modalità per il silenzio interiore: la prima è di parole, la seconda di desideri e la terza di pensieri. Nella prima, di parole, si raggiunge la virtù; nella seconda si consegue la quiete e nella terza l'interiore raccoglimento. Non parlando, non desiderando, non pensando, si giunge al vero e perfetto silenzio mistico”
Brani tratti dalla Guida Spirituale di Miguel de Molinos    



lettura laica:
se le parole e i gesti aprono al dialogo e alla relazione, necessari per una piena e soddisfacente vita sociale, l’interiore raccoglimento è necessario per comprendere con l’anima, oltre che con il raziocinio, se stessi e la stessa vita sociale. Il silenzio mistico non è dunque l’afasia sociale, ma il suo contrario, non è il silenzio dell’incomunicabilità, ma una comunicazione sempre a due vie.
- Il libro non costituì soltanto un successo editoriale ma fece dei proseliti, che seguirono le indicazioni della Guida sul modo di giungere alla pace con se stessi e alla concordia con gli altri, non attraverso la meditazione e i ragionamenti, ma con la pura esercitazione spirituale e la contemplazione. Valido per la spiritualita’ religiosa e per quella laica, che sostituisce dio e “la perfezione cristiana” con l’infinità bruniana e il “furore eroico“ naturalistico, panteistico, che acquieta i tormenti.
Il fenomeno fu denunciato pubblicamente nel 1682 dall'arcivescovo Iñigo Caracciolo, nel regno di Napoli, che in quell'occasione sembra aver utilizzato, per la prima volta, il termine quietismo.
Dalla Guida spirituale furono estratte 68 tesi considerate eretiche: in esecuzione della sentenza emessa il 3 settembre 96 anni prima, il 17 febbraio, era stato arso al rogo in Campo dei Fiori, a Roma, il grande Giordano Bruno. E quella orribile brace, ardeva ancora. ~


GIORDANO BRUNO (citazioni) 

CONTRO IL SENSO COMUNE e l’ELOGIO del DUBBIO 
“Per ciò che si riferisce alle discipline intellettuali possa io tener lontano da me non solo la consuetudine di credere, instillata da maestri e genitori, ma anche quel senso comune che in molti casi e luoghi (per quanto ho potuto
giudicare io stesso) appare colpevole di inganno e di raggiro; possa io tenerli lontani in maniera da non affermare mai nulla, nel campo della filosofia, sconsideratamente e senza ragione; e siano per me ugualmente dubbie tutte le cose, tanto quelle che sono reputate astrusissime e assurde, quanto quelle che sono considerate le più certe ed evidenti, tutte le volte che vengono messe in discussione” 
Dall'Epistola dedicatoria a Rodolfo II 

TUTTO è INFINITO, la natura è infinito, e nel pensiero dell'anima, il furore eroico, l’uomo è l’infinito che assurge all’infinità del mondo (dublicius) 

“Io dico Dio tutto Infinito, perché da sé esclude ogni termine ed ogni suo attributo è uno e infinito; e dico Dio totalmente infinito, perché lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente: al contrario dell'infinità de l'universo, la quale è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi all'infinito, possono esse chiamate parti) che noi possiamo comprendere in quello”
da De infinito, universo e mondi

ASINITA’ (Santa) 
O sant'asinità, sant'ignoranza, | Santa stolticia e pia divozione, | Qual sola puoi far l'anime sí buone, | Ch'uman ingegno e studio non l'avanza; | [...] | La santa asinità di ciò non cura; | Ma con man gionte e 'n ginocchion vuol stare, | Aspettando da Dio la sua ventura. | Nessuna cosa dura, | Eccetto il frutto de l'eterna requie, | La qual ne done Dio dopo l'essequie. 
(dal sonetto anteposto alla declamazione, In lode dell'asino, in Cabala del cavallo Pegaseo

IN GINOCCHIO
Avete più paura voi ad emanare questa sentenza che non io nel riceverla.
Certamente voi proferite questa sentenza contro me con più timore di quello che io provo nell'accoglierla.
Il timore che provate voi a infliggermi questa pena è superiore a quello che provo io a subirla.
(Giordano Bruno rivolto ai giudici dell'Inquisizione.
Citato in Caspar Schoppe, Epistola a Konrad Rittershausen, in Vincenzo Spampanato, Vita di Giordano Bruno.
È la frase che Bruno pronunciò, costretto in ginocchio, dopo aver ascoltata la sentenza di condanna l'8 febbraio del 1600.) 
Pugnavi, multum est; me vincere posse putavi [...]. Est aliquid prodisse tenus [...]. Non timuisse mori, [...] praelatam mortem animosam imbelli vitae
Ho lottato, e molto; ho creduto nella mia vittoria [...]. È già qualcosa essere arrivati fin qui [...]. Non aver temuto di morire, [...] aver preferito coraggiosa morte a vita imbelle.
Da De Monade, numero et figura

- Dopo aver rifiutato i conforti religiosi e il crocefisso, il 17 febbraio 1600, con la lingua in giova – serrata da una mordacchia perché non possa parlare – viene condotto in piazza Campo de' Fiori, denudato, legato a un palo e arso vivo. Le sue ceneri saranno gettate nel Tevere.
Ma la sua filosofia sopravvisse alla sua morte, portò all'abbattimento delle barriere tolemaiche, rivelò un universo molteplice e non centralizzato e aprì la strada alla Rivoluzione scientifica: per il suo pensiero Bruno è quindi ritenuto un precursore di alcune idee della cosmologia moderna, come il multiverso; per la sua morte, è considerato un martire del libero pensiero.

“E chi mi impenna, e chi mi scalda il core? | Chi non mi fa temer fortuna o morte? | Chi le catene ruppe e quelle porte, | Onde rari son sciolti ed escon fore? | L'etadi, gli anni, i mesi, i giorni e l'ore | Figlie ed armi del tempo, e quella corte | A cui né ferro, né diamante è forte, | Assicurato m'han dal suo furore. | Quindi l'ali sicure a l'aria porgo; | Né temo intoppo di cristallo o vetro, | Ma fendo i cieli e a l'infinito m'ergo. | E mentre dal mio globo a gli altri sorgo, | E per l'eterio campo oltre penetro: | Quel ch'altri lungi vede, lascio al tergo. (dall'epistola, De infinito, universo e mondi
- - -

Chi mi fa sognare, e chi mi scalda il cuore? / Chi non mi fa temere né il destino né la morte? / chi riuscì a rompere le catene e aprir le porte/ da cui pure assai rari son liberati o escon fuori? / Le epoche, anni giorni ed ore, le figlie e le armi del tempo, questo mi ha assicurato dal furor di quella corte/ a cui non resiste né ferro né diamante/ Quindi io porgo all’aria ali sicure/ né temo intoppi di cristallo o vetro, / Ma fendo i cieli e mi ergo nell’ infinito./ E mentre dal mio mondo altri ne vedo sorgere,/ per l’etereo spazio penetro oltre: / e lascio dietro di me / chi mi vede da lontano / 
G.Bruno, De l'infinito, universo e mondi
[traslitterazione ferdinando dubla]
- Così si esprime Giordano Bruno in uno dei tre sonetti premessi al dialogo italiano De infinito, universo e mondi del 1584. E con parole simili si esprimerà all'inizio del poema latino De immenso, pubblicato sette anni dopo.
“Così io sorgo impavido a solcare con le ali l'immensità dello spazio, senza che il pregiudizio mi faccia arrestare contro le sfere celesti, la cui esistenza fu erroneamente dedotta da un falso principio [...] Mentre mi sollevo da questo mondo verso altri lucenti e percorro da ogni parte l'etereo spazio, lascio dietro le spalle, lontano, lo stupore degli attoniti.”

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admin.: prof. Ferdinando Dubla





venerdì 15 novembre 2019

SALVARE TARANTO, una battaglia concreta di grande valore simbolico per il resto del paese


No ai ricatti all'ex ILVA e nel resto del paese. Il 29 novembre sciopero generale e manifestazione nazionale a Taranto
Taranto, 12/11/2019 12:11
LIBERIAMO TARANTO DAI VELENI - CHIUDIAMO GLI IMPIANTI INQUINANTI
VOGLIAMO UNA POLITICA INDUSTRIALE A GESTIONE PUBBLICA
PER LO SVILUPPO, LA DIFESA DELL'AMBIENTE E LA SALUTE DEI LAVORATORI
Con il ricatto del lavoro vorrebbero continuare a regalare miliardi di soldi pubblici ad aziende multinazionali italiane o straniere che in questi anni hanno rapinato il nostro paese senza alcun rispetto per i lavoratori e per il territorio.
E' successo con le ferrovie, con le autostrade, con le telecomunicazioni. Succede con Alitalia e vogliono che continui ad accadere anche all'Arcelor Mittal (ex ILVA) di Taranto.
Con lo smantellamento dell'industria pubblica, l'Iri e le Partecipazioni Statali, l'Italia ha dismesso da tempo la politica industriale. I governi vanno con il cappello in mano dalle grande imprese ad offrire le nostre risorse, le nostre competenze e la nostra esperienza senza un progetto ed un'idea di sviluppo per il paese. Città e territori vengono stuprati dall’azione selvaggia e irresponsabile di chi guarda esclusivamente all’interesse economico e speculativo senza alcun rispetto della natura e del lavoro. Ci stiamo trasformando in una meta per turisti e in una piattaforma per società di servizi, perdendo qualsiasi vocazione industriale. E così stiamo perdendo autonomia e capacità di intervenire efficacemente nelle centinaia di crisi aziendali che si moltiplicano continuamente.
E' il ricatto la loro arma preferita. E' così che hanno costretto Taranto a piangere i suoi morti e a continuare a sopportare i fumi e le polveri omicide dell'ex-ILVA pur di salvaguardare i posti di lavoro. Ma ora, di fronte al fallimento dei finti piani di risanamento ambientale e allo smascheramento degli intenti di rapina di Arcelor Mittal non si può accettare di piegare ancora la testa, come vorrebbero Cgil, Cisl e Uil, magari in cambio di qualche esubero in meno.
Taranto ha diritto a un futuro senza veleni e i lavoratori dell'ex-ILVA hanno diritto ad un posto di lavoro sicuro e dignitoso. Le tante crisi industriali che sono in discussione presso il MISE non troveranno una soluzione se non rilanciando l’azione pubblica, che non può certo ridursi a finanziare gli ammortizzatori sociali. L'Italia ha diritto ad una politica industriale non subalterna agli interessi dei grandi gruppi. Vanno definiti nuovi strumenti pubblici di gestione e pianificazione dello sviluppo del sistema produttivo che contrastino lo smantellamento del sistema industriale e rilancino gli asset strategici della nostra economia, dalla ricerca ai trasporti all’energia.
Salvare Taranto e chiudere le fonti dell'inquinamento deve rappresentare un segnale per tutto il paese: vogliamo un'industria sana, rispettosa della salute dei lavoratori e dei cittadini, che sia un'alternativa produttiva vera al cimitero di persone e di aziende al quale ci vogliono condannare. Ed è a Taranto che si gioca una battaglia concreta di grande valore simbolico per il resto del paese: o si sceglie la strada di uno sviluppo sano che mette al primo posto la dignità della città e dei lavoratori o si cede al ricatto di scelte scellerate che producono morte, disastro ambientale ed impoverimento sociale.
Per questi motivi l’Unione Sindacale di Base chiama alla mobilitazione ed allo sciopero generale l’insieme delle categorie del lavoro, perché il ricatto che si vuole far ingoiare ai lavoratori di Taranto è lo stesso ricatto che usano contro tutti i lavoratori ogni giorno.
Ci propongono un cimitero e vogliono anche che ringraziamo.
Respingiamo i ricatti. Allarghiamo la lotta. Il 29 novembre tutti a Taranto.
Unione Sindacale di Base




martedì 12 novembre 2019

Bolivia de los proletarios y los indios tarde o temprano te enterrará y para siempre


INDIOS, Coyas e Aymaras, la revolución debe ser defendida y ganará
- le democratiche elezioni e i suoi esiti solo quando conviene. Vince Morales, allora non vales.
Il colpo di Stato, come questo in Bolivia, dimostra come i poteri capital-imperialistici e le eversive destre politiche (Mesa sotto di 10 punti!), ingrassati dagli USA e dai suoi manutengoli, sono i peggiori nemici di quelle prerogative democratiche che invocano retoricamente.
Tacete invece di parlare di democrazia e diritti umani, il potere del popolo termina dove iniziano i vostri interessi. Pagate i vostri scribacchini per il muro del pianto, non piangete però sulle vittime dei vostri colpi di stato. Capitalisti e imperialisti, reazionari e manutengoli, destre eversive e serve di ogni padrone largo di tasche, non vincerete,
Bolivia de los proletarios y los indios tarde o temprano te enterrará y para siempre ~ fe.d.

stralci da Il Manifesto del 12 novembre 2019

- […] A COMPIERE L’ULTIMO ATTO del golpe, quello decisivo, è stato il comandante generale delle forze armate Willimas Kaliman, che ha “suggerito” a Morales di dimettersi, «consentendo la pacificazione e il mantenimento della stabilità». Ma, prima di allora, si erano già registrati vari ammutinamenti della polizia, nel momento in cui la violenza golpista, a cui era stato lasciato campo libero, dilagava nel paese in mezzo a incendi appiccati alle case dei dirigenti del Mas (Movimiento al socialismo), ad attacchi ai mezzi di comunicazione e ad atti di violenza squadrista, come quello contro la sindaca di Vinto, Patricia Arce, a cui i manifestanti hanno tagliato a forza i capelli e versato addosso della vernice rossa.(..) INTANTO, mentre si è consumato in America Latina il quarto golpe in dieci anni, dopo quelli in Honduras (2009), Paraguay (2012) e Brasile (2016), il Comitato politico del Mas ha annunciato l’avvio di «un lungo cammino di resistenza, per difendere i successi storici del primo governo indigeno» della storia del paese: «Resistere, per tornare domani a combattere». […] Claudia Fanti

“ È un colpo di stato fascista quello che ha costretto alle dimissioni e alla fuga il presidente boliviano Evo Morales. Un colpo di stato d’estrema destra orchestrato da una destra populista, bianca e oligarchica, con la connivenza aperta degli Stati uniti.
Come ben racconta l’ inchiesta «The Us embassy in La Paz continues carrying out covert actions in Bolivia to support the coup d’état against the bolivian president Morales» del sito Behind Back Door del 19 ottobre scorso – e che, con l’appoggio determinante di polizia e Forze armate, ha abbattuto il miglior governo che il paese abbia mai avuto.
Per «il bene della Bolivia» e per evitare uno spargimento di sangue, sia Evo Morales sia il suo vice Alvaro García hanno rinunciato all’incarico dopo che da giorni squadracce dei cosiddetti comitati civici di Santa Cruz e Potosí e i “motoqueros” di Cochabamba hanno bastonato, rapito e torturato indigeni e membri del Movimento al socialismo (Mas) e del governo, e assaltato e incendiato sedi del Mas e abitazioni di personalità del partito e del governo, compresa l’abitazione di Morales. Ancora una volta si dimostra che in America latina le forze preposte alla difesa della democrazia e dello stato di diritto sono invece al servizio di un’oligarchia e dell’impero nordamericano. È un copione già seguito dai golpe contro Arbens in Guatemala, nel Cile di Allende, con l’operazione Condor in Argentina, poi con Chavez in Venezuela. Prima una campagna nazionale e internazionale di accuse mai provate ma diffuse dai media. Poi una seconda fase di agitazione di classi medie che prepara l’intervento finale dei militari. Ci eravamo augurati e illusi che fosse roba del secolo passato. Questo «muro» invece non cade.
Ancora una volta vi è un mondo che si definisce democratico che applaude la caduta di Evo Morales per mano di tali turbe violente e razziste. E sostiene che è stata debellata una «gigantesca frode» organizzata «da una dittatura» che in tredici anni di governo ha abbassato l’indice di la povertà dal 38% al 18%, ha dimezzato la disoccupazione e ha portato il salario minimo da 60 a 310 dollari. Che ha usato le risorse naturali per finanziare salute e scuola. Che ha ridato dignità alle popolazioni indigene, coyas e aymarás, da cui proviene anche il presidente deposto. Un mondo «democratico» che ha bisogno di essere difeso da squadracce come quelle di Fernando Camacho, Bibbia in mano e conti a Panama – come fu dimostrato dai Panama Papers.
Ancora una volta, purtroppo, le Forze armate in America latina hanno deciso che la pace si ottiene difendendo i diritti di una minoranza e dell’impero del nord.
Evo Morales è stato votato da più del 47% dei boliviani. Voti che ora non sarebbero validi a causa di quella che chiamano la «gigantesca frode» decisa e sbandierata ancor prima delle elezioni dai Camacho e Mesa (il secondo arrivato a dieci punti di distanza da Morales) e poi confermata – ma senza prove – dai tecnici dell’Oea, l’Organizzazione degli Stati americani, praticamente il «ministero delle colonie Usa», peraltro invitati dallo stesso Morales. Ora con l’arresto in massa dei membri dei tribunali elettorali, non vi è dubbio che le prove salteranno fuori. I torturatori della Cia hanno fatto scuola.
Non bisogna essere grandi analisti per prevedere il ritorno del Fondo monetario internazionale e delle grandi multinazionali. Il litio e gli idrocarburi non serviranno a finanziare politiche sociali ma finiranno in poche mani come nei secoli scorsi accadde ad argento e stagno. Sarà il ritorno alla vecchia Bolivia dei cento golpe, dello sfruttamento e dell’emarginazione delle popolazioni indigene. Ma dove il seme lasciato da Morales non scomparirà.“
Roberto Livi, (integrale)





venerdì 8 novembre 2019

TARANTO BRUCIA (1) e il plusvalore sociale (con un reportage di Gianmario Leone)


5.000 esuberi per continuare con Arcelor Mittal? Se 5.000 vi sembrano pochi...
Ma se 5.000 non sarebbero neanche sufficienti a bonificare l'aria, il suolo e l'acqua, la fabbrica e il territorio. 
E gli ideologi del liberismo multinazionale capitalistico si scandalizzano per la proposta della ripubblicizzazione e i loro poeti, su stampa e tv, starnazzano. Ma,
"la produzione capitalistica non è soltanto produzione di merce, è essenzialmente produzione di plusvalore. L'operaio non produce per sé, ma per il capitale. Quindi non basta più che l'operaio produca in genere. Deve produrre plusvalore. È produttivo solo quell'operaio che produce plusvalore per il capitalista, ossia che serve all'auto-valorizzazione del capitale". (Karl Marx, Il Capitale, Editori Riuniti, 1980, pag. 556.)

E una parte del plusvalore, assai consistente, dei padroni dell'acciaio, consiste nell'inquinamento. 
Solo la ristatalizzazione della siderurgia italiana, propugnata dai comunisti da sempre, permetterebbe il plusvalore sociale, cioè coniugare la produzione con l’ambientalizzazione radicale, le bonifiche e l’occupazione, investimenti sulle tecnologie delle aree a caldo realmente ecocompatibili e diversificazione produttiva del territorio jonico all’interno di una pianificazione economica nazionale. (fe.d.)

Il reportage di Gianmario Leone. I lavoratori sfilano silenziosi davanti alle telecamere. Dopo la gestione Riva, dopo esser sopravvissuti al quinquennio commissariale, speravano di aver trovato una nuova stabilità

Taranto, la città divisa e sfiduciata piange i suoi morti dentro e fuori l’azienda



Ancora una volta Taranto è arrivata impreparata ad un appuntamento cruciale per la sua storia. E’ lo stesso copione del 2012, se non peggio. Perché se è vero che sette anni fa la questione ‘Ilva’ era un problema ‘di pochi e per pochi’, vuoi per ignoranza, per ignavia, o per interessi legati a doppio filo al ‘sistema Riva’, oggi, ad un passo dal 2020, una città divisa, smarrita, indolente, quasi invisibile, non la si può immaginare se non si vive qui: eppure è così.

È CERTO CHE LA DELUSIONE, la rassegnazione, il dolore, la rabbia per le tante occasioni perdute è più che lecita e giustificata. Così come lo scoramento per essere rappresentati da quasi trent’anni da una classe politica, imprenditoriale e intellettuale del tutto inadeguata e impreparata a gestire il presente e ad immaginare il futuro. Però tutto questo non basta a spiegare e a giustificare il perché, ancora oggi, di fronte alla concreta possibilità di chiudere, magari anche solo parzialmente, una pagina che ha fatto la storia di questa città, si arrivi all’appuntamento a ranghi sparsi. Ognuno per conto suo, ognuno chiuso nel cortile della sua associazione, del suo comitato, della sua organizzazione: ognuno con una ricetta diversa che è sempre migliore di quella degli altri. E così, da un lato, abbiamo la città che vuole chiudere, una volta e per sempre, i conti con la grande fabbrica. Troppi i morti, troppi i malati, troppe vite spezzate, troppe famiglie distrutte. Troppi giovani lavoratori caduti sul lavoro. Tutto troppo in cambio di un lavoro. Non hanno torto.

NON INVENTANO NIENTE: decine di studi scientifici a partire dagli anni ’80 per finire ai più recenti, riportano una situazione sanitaria inaccettabile per qualsivoglia comunità. E’ quella parte della città nella quale si ritrovano decine di associazioni e comitati, la maggior parte nati dopo il fatidico luglio del 2012. Una realtà trasversale che racchiude ogni fascia sociale di Taranto: dall’operaio al medico, dall’insegnante al bancario, dal magistrato al commerciante, dal dipendente pubblico al disoccupato, sino ad arrivare agli studenti più giovani. Il grave errore è stato quello di non esser stati capaci in tutti questi anni di fare sintesi, di non aver sfruttato l’onda lunga dell’inchiesta del 2012 che fece scendere in strada 30mila persone. Ha prevalso l’io sul noi. Se in questi giorni di grande caos durante i sit-in all’esterno dell’ex Ilva, non sono mai stati più di una trentina di persone, è evidente che molto non ha funzionato a dovere. Come non ha funzionato la strategia di legarsi a doppio filo al governatore Michele Emiliano: molti esponenti di comitati e associazioni sono da anni legati al presidente e ad i suoi uomini all’interno della Regione o ad esponenti di ARPA Puglia. Come non ha pagato la strategia di votare in massa nel 2018 il Movimento 5 Stelle, che non è stato in grado di reggere l’urto con la gestione reale della cosa pubblica, portando in Parlamento e in Senato esponenti non all’altezza della situazione, che a Taranto non si vedono più da oltre un anno.

DALL’ALTRO LATO c’è invece quella parte di città che, pur avendo oramai contezza dei danni sanitari e ambientali dell’Ilva, del siderurgico non può farne a meno per continuare a condurre una vita dignitosa. E regalare un futuro ai propri figli e alle proprie famiglie. Sono gli oltre 10mila lavoratori del siderurgico e di tutto quel mondo oscuro dell’indotto e dell’appalto che impiega altre migliaia di lavoratori con formule contrattuali non sempre delle migliori. I lavoratori oggi preferiscono non parlare, sfilando silenziosi davanti alle telecamere e ai microfoni delle televisioni locali e nazionali, che da queste parti si vedono soltanto nei momenti di massima tensione. Dopo essere passati sotto le forche caudine di una fabbrica che marciava a spron battuto sotto la gestione Riva, dopo esser sopravvissuti al quinquennio del limbo della gestione commissariale, ‘speravano’ di aver trovato una nuova stabilità.

DI CERTO NESSUNO HA FATTO salti di gioia all’arrivo della multinazionale indiana, né nei mesi successivi l’entusiasmo è salito: ma quanto meno si pensava di avere davanti a sé un futuro diverso. Ed invece, in appena un anno di gestione ArcelorMittal, hanno dovuto ingoiare nuove incertezze, nuova cassa integrazione, piangere un altro giovane compagno morto. In questi giorni entrano ed escono dalla grande fabbrica a testa bassa, scrollano le spalle, guardano perplessi i rappresentanti sindacali che oggi come non mai sentono mancare il terreno sotto i piedi.

E POI C’È IL RESTO della città. Quella di mezzo. Quella che vorrebbe vedere una città finalmente unita, ma non sa come fare perché ciò avvenga realmente. Quella di chi ogni giorno aiuta chi ha di meno, perché Taranto è città solidale, aperta, fraterna, come ogni città di mare che si rispetti. Quella di chi ogni giorno fa il proprio dovere in silenzio, la così detta maggioranza silenziosa. Che vorrebbe veder finalmente tutelati diritti sacrosanti: lavoro, salute, ambiente. Quella di chi ama questa bellissima città del Sud, ma che decide comunque di andare via per inseguire i propri sogni.
Che quando parte si lascia alle spalle le scie scintillanti dei due mari, e le centinaia di ciminiere che da decenni fanno da sfondo a parte del panorama della città. Nella consapevolezza che quando tornerà, loro saranno ancora lì, in un modo o nell’altro. Forse.

pubblicato su Il Manifesto dell' 8 novembre 2019



giovedì 7 novembre 2019

La doppia lente dell’internazionalismo marxista


L’internazionalismo marxista non è solo geopolitica strategica (in rapporto con l’imperialismo USA-NATO e gli imperialismi complici, concorrenti o subalterni), non è solo, sebbene fondamentali, comunanza e fratellanza con gli stati che alla prassi marxista rivoluzionaria si ispirano, ma per i comunisti è l’appoggio e il sostegno- possibili - alle lotte dei popoli per la loro autodeterminazione e per il socialismo, costruendo modelli di transizione e di edificazione diversi e plurali, basati sulla più ampia partecipazione democratica delle masse popolari. 
la doppia lente - - Consiglio la contemporanea lettura di “Sovranità” di Carlo Galli e “Laboratorio Rojava” di Knapp-Ayboga-Flach, sul nodo tematico sovranismo/indipendentismo, integrità territoriale dello stato-nazione e esperienze rivoluzionarie, /secessionismo. La lettura di classe di tutte le vicende mondiali per forgiare un nuovo internazionalismo dei proletari globali, coniugato alle sovranità nazionali, è sempre necessaria.




martedì 5 novembre 2019

TARANTO BRUCIA



il furore ideologico ordoliberista ha portato alla situazione attuale: se la siderurgia è strategica, va pubblicizzata, nell’ambito di una politica industriale ecocompatibile nazionale. Se la fabbrica, il territorio, vanno bonificati, nessun lavoratore deve essere licenziato o, come è stato permesso ai nuovi padroni, messo in cassa integrazione. Dicono che questo governo è giallo e “rosso”: noi abbiamo visto solo il giallo e il nero dei fumi siderurgici. In quanto agli strilli di Salvini e della destra demagogica, vuole cavalcare il tema dell’occupazione, ma le ricette sono le stesse del governo. Dell’inquinamento nulla infischia loro: tarantini, morite, per una patria che non c’è, il falso sovranismo prevede servi e padroni. ~fe.d.

l'analisi del prof. Paolo Maddalena.
Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”

Ilva: dobbiamo sottrarci al potere cinico e intransigente delle multinazionali

- Il caso Ilva, che si aggiunge a quello di Whirlpool e di Alitalia, dimostra che ormai il nostro paese è nelle mani avide e ciniche delle multinazionali.
ArcelorMittal, chiedendo l’immunità penale e la riapertura dell’altoforno 2, per continuare nell’affitto e poi nel conseguente acquisto dell’Ilva, dimostra per tabulas che essa non vuole assolutamente seguire le prescrizioni del piano ambientale e non ha nessuno scrupolo di lucrare sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini di Taranto.
È evidente che per l’Ilva economia e salute sono entità inconciliabili. E che per Lei ha valore solo il suo personale guadagno. Essa specula sull’eroismo dei lavoratori che, pur di portare a casa un misero salario, non esitano a rischiare la propria salute e la propria vita.
L’errore sta a monte. Il nostro governo e il nostro Parlamento non avrebbero mai dovuto privatizzare le fonti di produzione di ricchezza nazionale e, in particolare, le acciaierie di Taranto, Piombino e Genova, eliminando così la possibilità, nei casi di cicli economici sfavorevoli, di trasferire in parte gli operai da una fabbrica all’altra e, se del caso, anche dal settore siderurgico ad altri settori produttivi.
Ingannevole e deplorevole è stato l’atteggiamento della televisione, della stampa e di buona parte dei politici, i quali, assecondando le intenzioni di ArcelorMittal, hanno fatto apparire come una “mazzata” la minaccia della chiusura della fabbrica, addossandone la colpa alla forza politica che aveva tolto, con legge, l’immunità penale. Quasi che la vita dei lavoratori e dei tarantini non avesse nessun valore nei confronti dell’attività della fabbrica stessa.
A questo punto l’Italia è davvero a un bivio: o si capisce che dobbiamo sottrarci al potere cinico e intransigente delle multinazionali, o non abbiamo più alcuna possibilità di salvare, non solo l’ambiente, ma addirittura la salute e la vita dei nostri concittadini.
È arrivato il momento che gli italiani si sveglino e escano dal loro torpore, evitando di farsi ingannare dalle menzogne di tutti quei politici, nel caso di specie Salvini e Renzi in testa, che ancora vedono nella nostra subordinazione alle multinazionali l’unica via d’uscita.
Senza pensare che questa via d’uscita conduce direttamente alla povertà, alla schiavitù e alla morte.
È assurdo che si faccia di tutto per pregare, senza un minimo di dignità, le multinazionali straniere a restare in Italia, donando loro i profitti che spetterebbero agli italiani.
Il territorio, dove ha sede questa industria, è italiano, e in virtù dell’articolo 42, comma 2, della Costituzione, l’abbandono di questo sito da parte della multinazionale in questione comporta il venir meno di qualsiasi diritto da parte di essa, nonché il ritorno della fabbrica nella piena disponibilità dello Stato italiano, il quale non deve pagare assolutamente nulla alla società che specula in modo tanto palese sui nostri beni e sulla salute dei nostri cittadini e deve anzi chiedere il risarcimento dei danni conseguenti al chiusura dell’azienda.
Il problema è stabilire quanta produzione di acciaio occorre nel momento attuale, e ridimensionare l’azienda nei limiti del dovuto. Tutto il resto, come avvenuto nella Rhur deve essere riconvertito in altre attività che producono egualmente reddito senza danneggiare l’ambiente e la salute, occupando nel contempo tutti i lavoratori.
Occorrono oggi decisioni coraggiose e limpide. E soprattutto è necessario uscire dalla china pericolosa nella quale si è ficcato il governo, mostrando la sua debolezza nei confronti delle prepotenze delle multinazionali straniere.
La soluzione è soltanto una: nazionalizzare le imprese per tutelare la salute, il lavoro e l’ambiente.
Le risorse economiche finora sono state impiegate per finalità inutili e soltanto per rendersi graditi alla pancia degli elettori.
Adesso le risorse vanno trovate, anche mediante una richiesta di un prestito nazionale, per riportare in campo lavorativo l’utilità sociale, la libertà, la sicurezza e la dignità umana. Lo impongono gli articoli 41 e 42 della Costituzione Italiana Repubblicana e Democratica.
fonte:

domenica 3 novembre 2019

LIBERE DONNE IN LIBERA TERRA (dai territori occupati)


come in Rojava, le donne in prima linea per la liberazione dei territori occupati in Palestina. Il movimento Ta’lat, donne in lotta per una libera Palestina e YPJ, le unità di protezione delle donne curde: non abbiamo ascoltato alcuna solidarietà, fa rumore solo l’indifferenza dell’Occidente che blatera di “diritti umani”.(fe.d.)
- - - https://nena-news.it/protesta-ovunque-donne-libere-in-pale…/

- Territori occupati. La deputata, femminista e dirigente del Fronte popolare da ieri è sotto interrogatorio. Per lei si annunciano altri mesi di detenzione "amministrativa", senza processo. Per la sua liberazione e per quella di Heba al Labadi raduni ieri in città palestinesi ed europee.
Suha Jarrar ci racconta al telefono da Ramallah il quarto arresto subito, nella notte tra mercoledì e giovedì, dalla madre Khalida Jarrar, deputata palestinese, storica attivista dei diritti delle donne e tra i dirigenti del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, il Fplp, la sinistra marxista. «È stato come rivedere un brutto film» ci dice. «Eravamo in casa solo mia madre ed io. Intorno alle 3 siamo state svegliate da forti rumori proprio sotto la nostra abitazione. Abbiamo visto una dozzina di jeep piene di soldati israeliani, mamma ha capito subito che venivano per lei». I militari guidati di un ufficiale, prosegue Suha Jarrar, «ci hanno intimato di aprire la porta. Appena entrato l’ufficiale con un sorriso beffardo si è rivolto a mia madre con le parole “eccoci di nuovo qui” e le ha ordinato di seguirlo. Ho chiesto di poter vedere il mandato di arresto ma i soldati non mi hanno mostrato nulla. Poi mi hanno allontanato da mia madre e ho potuto abbracciarla e salutarla solo per pochi secondi».(..)
Ad alzare la voce è stata un’altra importante donna palestinese, Hanan Ashrawi, del Comitato esecutivo dell’Olp. «Nelle stesse ore in cui (Jarrar) veniva portata via, altri attivisti nelle città di Ramallah e Betlemme sono stati arrestati dalle forze di occupazione israeliane», ha denunciato. «Ancora una volta» ha continuato Ashrawi, «è stata arrestata Khalida Jarrar, che è anche un insigne difensore dei diritti umani. (..)
Khalida Jarrar, 57 anni, era stata rilasciata lo scorso febbraio dopo 20 mesi di detenzione amministrativa. Un calvario denunciano la famiglia e il Fplp. Capo della Commissione parlamentare per i prigionieri politici e vice presidente dell’associazione Addameer che tutela i diritti dei detenuti, aveva scontato 14 mesi di carcere già tra il 2015 e il 2016. In quell’occasione fu accusata di ben 12 reati ma, evidentemente, senza prove dato che i giudici militari alla fine decisero di condannarla alla detenzione amministrativa e di non processarla. I palestinesi parlarono di una «vendetta» poiché Jarrar aveva rifiutato il domicilio coatto a Gerico ordinato da Israele. E perché faceva parte della commissione che prepara rapporti sulle violazioni israeliane destinati alla Corte penale internazionale. Nei Territori Khalida Jarrar è un simbolo della lotta all’occupazione (..)

dal servizio di Michele Giorgio su Il Manifesto del 1 novembre 2019
articolo completo:
https://ilmanifesto.it/israele-arresta-ancora-una-volta-kh…/

in foto: Khalida Jarrar, Heba al Labadi, in sciopero della fame, e il movimento Ta’lat, femminista e anti-colonialista indipendente per le strade di Ramallah







sabato 2 novembre 2019

IL MURO e IL PUGNO. Il socialismo delle libertà e i suoi nuovi fondamenti teorici (appunti)


IL MURO e IL PUGNO
di Lula liberato, fanno da sfondo alla retorica anticomunista che, virulenta, si è scatenata in questi giorni di anniversario della caduta berlinese. I gazzettieri e i vati e vaticinatori dei regimi capitalistici dell’Occidente, liquidano con sanguinose definizioni, “dittatura comunista”-regime di spie e traditori con esoterici servizi segreti, la DDR e gli uffici dei “Berja” esecutivi, la STASI, e via liquidando, nel tentativo spasmodico di orientare la loro paura attuale, attualissima, del socialismo, storico, in costruzione e avvenire, il senso comune di massa. Nessuna contestualizzazione storica, la guerra mondiale, i lager, la guerra “fredda”: nessuna seria interpretazione di un intero periodo storico, bellum para bellum, che ha visto il dispiegarsi dell’imperialismo nordamericano e neocolonialista, e nonostante ciò, la conquista di standard sociali egualitari e benessere sociale di livello elevato, nonostante il cospicuo prezzo politico libertario e costo economico, che impedisce a quelle esperienze di essere riferimento per il futuro. E poi la costruzione di tanti e troppi altri muri, a delimitare le ingiustizie del mondo. Intanto, è proprio un’ingiustizia banditesca, la carcerazione del compagno Lula ad opera del patto brasilero destra politica/magistratura asservita e corrotta, che è caduta. “Sono comunista, non ho niente di cui pentirmi”, ha ribadito da Silva. Anche noi siamo orgogliosi nei giorni del muro e del pugno: comunisti e marxisti ne’ ortodosso/dommatici ne’ revisionisti, leninisti per l’audeterminazione popolare e avanguardia politica, maoisti critici sovranisti di sinistra e internazionalisti, combattiamo per una democrazia sociale radicale della società autoregolata, come ci ha insegnato Gramsci e la migliore tradizione del comunismo democratico in Italia. ~ fe.d.

in costruzione. appunti


il socialismo delle libertà democratiche e della partecipazione, è la trasformazione dell’intelletto collettivo e della sua prassi conseguente. Una rivoluzione cognitivo-relazionale ne’ precede ne’ consegue alla rivoluzione politica e sociale, ne ha bisogno. L’ecologismo olistico è nondimeno conservativo quanto produttivo, il femminismo come critica radicale agli assetti di potere e non lobbie sessista neoliberista,
*(http://effimera.org/come-il-femminismo-divenne-ancella-del…/) vedi anche su Lavoro Politico- Marx XXI, https://www.facebook.com/Lavoro-Politico-Marx-XXI-242960732497109/)
sono ancelle di un nuovo paradigma di cambiamento strutturale, che ha al suo cuore la lotta di classe.

2) Gramsci (intellettuale collettivo, senso comune e filosofia della prassi- Marx/ Grundrisse - general intellect e l’interpretazione di Pierre Lévy, da approfondire, + attualità dei Manoscritti del 1844)
3) Il pensiero meridiano è l’universalizzazione della trasformazione rivoluzionaria / fe.d.