le lenti di Gramsci

sabato 8 giugno 2019

PCI: COSTRUIRE L’UNITA’ DEL FRONTE POPOLARE


il “frontismo” di natura popolare va dunque inteso come unità sociale delle forze di classe, riorganizzate dalla frantumazione e perdita di soggettività, e come unità politica della sinistra di classe, antimperialista e anticapitalista. Solo così è possibile il “disvelamento” delle politiche dell’Unione europea, guidata e diretta dalle oligarchie liberiste che tendono ad azzerare la stessa sovranità costituzionale dei popoli, ora in primis quella del nostro paese. (fe.d.)


COSTRUIRE L’UNITA’ DEL FRONTE POPOLARE
di Fosco Giannini, Responsabile Dipartimento Esteri PCI

- GOLPISMO DELL’UE E CEDIMENTI DEL GOVERNO CONTE
I grandi avvenimenti e i grandi processi storici guidati dalle classi dominanti e che queste classi conducono, senza mediazioni, per i propri interessi e contro gli interessi dei lavoratori e dei popoli, vengono scientemente, dalle stesse classi dominanti, sempre accuratamente celati. Tutta la storia del colonialismo si è, ad esempio, dispiegata con questa modalità ed ogni azione coloniale si è sempre mascherata da “aiuto ai Paesi sottosviluppati”, nello stesso modo in cui tante guerre imperialiste si sono presentate come “interventi umanitari”. Così è per la costruzione dell’Unione europea, che procede come un treno di gangster dentro un lunghissimo tunnel buio: i viaggiatori non conoscono la strada reale né il reale punto d’arrivo e durante il viaggio vengono continuamente ingannati da informazioni che parlano di stazioni finte e di mete diverse da quelle reali. Essendo, l’obiettivo del grande capitale europeo, quello di costruire un’Unione europea come nuovo polo imperialista mondiale dotato di leggi sovranazionali in grado di assicurare alle forze capitaliste dei vari Paesi piena libertà di manovra politica, economica e finanziaria, volta alla più alta estrazione di plus valore possibile dal mondo complessivo del lavoro, tutta questa complessa dinamica va tenuta accuratamente nascosta: che i popoli non vedano, che i lavoratori non capiscano. Che le false forze della “sinistra” filoeuropeista aiutino a perpetrare l’inganno. Che le false forze “sovraniste”,che sposano ideologicamente il progetto liberista dell’Ue, si presentino pure come forze d’opposizione, prosciugando così l’opposizione e cancellando l’alternativa.
E l’inganno procede, solitamente, nel buio. Tuttavia, essendo anche la costruzione dell’Ue un progetto umano, anch’esso mostra a volta i propri punti deboli, anch’esso a volta non riesce a celarsi, a mitigare la propria natura imperialista. A volte, nella casa oscura dell’Ue, si aprono improvvisamente delle tende alle finestre che lasciano intravedere ciò che sta accadendo dentro le stanze del potere.
E’esattamente ciò che sta accadendo in questa fase in Italia: delle tende si sono aperte e la luce illumina la verità dell’Ue, illumina la dialettica politica tra l’Ue, le forze fintamente “sovraniste” e quelle liberal-democratiche,come il PD.
La Commissione europea, in relazione all’aumento del debito pubblico italiano, chiede violentemente al governo giallo-verde una nuova manovra economica di 4/5 miliardi (da attuare subito) che si basi essenzialmente sull’aumento dell’IVA ( e dunque sull’attacco alle condizioni di vita dei lavoratori e delle famiglie) e su ulteriori tagli allo stato sociale, tagli peraltro già anticipati dal governo Conte attraverso l’ennesima sforbiciata alle pensioni, non quelle d’oro, ma quelle percepite dagli ex operai e dagli ex lavoratori a 1.500 euro di stipendio. Ciò subito. Ma, naturalmente, la Commissione europea ha un disegno d’attacco strategico e, conseguentemente, chiede al governo italiano di cancellare la propria, totale, politica economica, a cominciare dalla rinuncia al reddito di cittadinanza e alla “quota cento” per le pensioni. I ministri delle Finanze dell’Ue si riuniranno a Bruxelles, proprio per il “caso Italia”, il prossimo 9 luglio. Da ora sino a quella data il governo Conte ha la possibilità di chinare completamente la testa (“di avviare una discussione con la Commissione europea”, si dice in modo eufemistico) e accettare i nuovi diktat imposti dall’Ue, nello stresso modo in cui questo governo “sovranista” chinò vergognosamente la testa nello scorso dicembre, quando accettò “la raccomandazione” dell’Ue di tagliare 10 miliardi di spese sociali nella manovra 2019. Se entro il 9 di luglio il governo giallo-verde non avrà chinato la testa la Commissione europea potrà scagliare contro il nostro Paese la micidiale “procedura d’infrazione”, mai lanciata nell’intera storia dell’Ue, una procedura che potrà, nei fatti, permettere alla Commissione di decidere, per anni, le intere politiche di bilancio del governo italiano e tutti gli obiettivi di rientro dal deficit (che, naturalmente non potranno essere che quelli “greci”: tagli alle pensioni, ai salari e allo stato sociale). Questo potere della Commissione potrà dilungarsi sino a quando la Commissione stessa non deciderà che il debito complessivo sia stato “adeguatamente” abbassato. Se il governo italiano non aderisse a questo disegno potranno scattare appieno le sanzioni, una “multa” sino allo 0,2% del PIN e la sospensione dei fondi strutturali dell’Ue all’Italia, continuando tuttavia l’Italia a versare la propria, ingentissima, quota quale membro dell’Ue.
E’ chiaro come le intenzioni della Commissione europea, che traggono la loro “liceità” dagli stessi Trattati dell’Ue, abbiamo il sapore acre del colpo di Stato: un intero Paese, la sua economia, le sue scelte strategiche, possono venire completamente annullate dai nuovi “Chicago Boys” dell’Ue e le condizioni di vita di un intero popolo possono passare nelle mani di una Commissione di esponenti diretti del grande capitale europeo.
Le degenerazioni golpiste dell’Ue sono tutte contemplate all’interno del disegno strategico del grande capitale europeo, volto alla costruzione di un nuovo polo imperialista, e tali degenerazioni sono possibili grazie alle stesse leggi interne di cui si è dotata l’Ue, ad esempio l’impossibilità di cambiare i Trattati se non all’unanimità! E cioè (per interloquire anche con quelle forze della sinistra che credono possibile il cambiamento dell’Ue “dall’interno”): per il cambiamento strutturale di questa Ue occorrerebbe che in ognuno dei 27 Paesi membri vincessero le forze comuniste, della sinistra di classe e anticapitaliste! Ed è all’interno di questa enorme contraddizione che il PCI giudica, come tanti altri Partiti Comunisti dell’Ue, irriformabile l’Ue.
Ora, quali sono le reazioni sia del governo italiano che del PD all’annuncio delle posizioni golpiste della Commissione europea? Come già nello scorso dicembre il governo Conte si sta preparando alla capitolazione, che avverrà in un immorale e indecente gioco delle parti: Salvini abbaierà un po’ alla luna mentre Conte e Tria, trainati da Mattarella e attraverso il beneplacito di Di Maio e dell’area moderata e liberista del M5S, accetteranno tutte le condizioni-capestro dell’Ue (sul reddito di cittadinanza gli esponenti liberal del M5S hanno già affermato che “la misura rimarrà, magari riequilibrata in relazione alle esigenze dell’ ’Ue”).
Sull’altro fronte, si palesa tutta la surreale “opposizione” del PD, che contesta il governo Conte proprio attraverso la piena assunzione di tutte le posizioni iperliberistee golpiste della Commissione europea.
Peraltro, la situazione italiana altro non è che lo specchio dell’intera condizione dell’Ue, dove le forze “sovraniste” (da Orban alle destre governative della Polonia e dell’ Austria) sono le prime a considerare legittime e giuste – per accedere ai fondi europei senza condizioni – le politiche di rientro dai debiti pubblici attraverso le politiche iberiste; dove nessun’altra forza “sovranista”, dal Raggruppamento Nazionale di Maria Le Pen in Francia al Brexit Party di Nigel Farage in Gran Bretagna, propongono politiche davvero alternative al liberismo imperante. E dove le forze liberal-democratiche e quelle socialdemocratiche e socialiste rappresentano i bastioni storici di questa Ue.
In questa fase, dunque, in Italia, le finestre si sono aperte sulla casa oscurata dell’Ue e sia la Commissione europea, sia il governo finto-sovranista che la stessa “opposizione” del PD stanno mostrando, nella congiuntura, ognuno la propria, vera, natura politica, nature che si presentano diversificate di fronte all’immaginario collettivo ma molto simili, accomunabili, nell’impianto ideologico liberista.
Nel buio omertoso di cui si circonda il processo di costruzione dell’Ue si è aperto in questa fase un pertugio di luce: su questo pertugio devono lavorare innanzitutto i comunisti, il PCI. E’ora il tempo, (se non ora quando?) che i comunisti si rendano protagonisti di un immediato disegno di costruzione di un Fronte Unitario, Popolare, comunista e di sinistra di classe volto a denunciare in tutte le piazze del Paese sia la protervia golpista dell’Ue che la subordinazione ad essa del governo italiano e del PD.
E’ scoccata, in questi giorni, in queste ore, l’ora dei comunisti: che essi svolgano nell’immediato il ruolo, decisivo anche ai fini della propria, autonoma, crescita, di convocatori e “agglutinatori” delle forze più avanzate, delle forze antimperialiste, contrarie alla NATO e al golpismo dell’Ue, al fine di mettere finalmente in campo un’azione di lotta di respiro nazionale, una lotta avente al suo interno anche l’intento di costruire un Fronte Popolare di lungo termine, ben diverso da quegli ansiosi e turbolenti tentativi di mettere assieme le forze solo nelle fasi che precedono le elezioni.

fonte: https://pcifederazionevarese.files.wordpress.com/2019/06/fp-unitc3a0.jpg



venerdì 7 giugno 2019

A TARANTO IL FALLIMENTO delle politiche governative e del modello di sviluppo CAPITALISTA


una delle opere più belle di tutti i tempi di Edoardo Scarpetta, immortalata poi al cinema dal grande Toto’, è MISERIA e NOBILTA’ che contiene uno scambio di battute caustico: “in questa casa si mangia pane e veleno”, “no”, risponde Felice Sciosciammocca, “solo veleno”.
- a Taranto si diceva che lo scambio “ineguale” fosse quello tra salute ambiente e il lavoro. Ora lo scenario è cambiato: danni alla salute all’ambiente e non-lavoro.
(fe.d.)
la vignetta è di Biani su Il Manifesto del 7/06/2019

“E' il mercato bellezza!!!” ci verrebbe da dire se non ci trovassimo dinanzi ad una ulteriore svolta drammatica della “questione” ex Ilva ora ArcelorMittal, con i 1400 lavoratori in cassa integrazione per alcuni mesi oltre gli esclusi prima dal ciclo produttivo...poi si vedrà.
I padroni e i loro sodali parlano di crisi cicliche di sovrapproduzione di acciaio ma non aggiungono la elementare considerazione che si sospendono salari e stipendi per conservare i margini di profitto programmati per giustificare qui la loro presenza. Vogliamo ricordare che la crisi i comunisti la seguono sin dagli anni 80 ed è ancora lì. La crescita tumultuosa della gestione “Riva” fu in concorrenza sleale in Europa per i bassi salari italiani e la produzione di acciaio senza alcun vincolo sui parametri fondamentali dell'inquinamento altrove, invece, presenti per leggi nazionali. L'Italia fu costretta in ritardo ad adattarli e fu “normalizzata”. Oggi i magazzini sono pieni di prodotto non consegnato, mentre l'inquinamento viene regolarmente prodotto perché l'area a caldo produce in modo costante. Ciò era, per noi, regolarmente prevedibile. Altra cosa sarebbe stata se (come proponevamo da oltre un decennio) si fosse reso pubblico tale settore strategico e si fosse programmata una riconversione ed ambientalizzazione, proprio prevedendo le inevitabili crisi cicliche di rallentamento delle produzioni e l'uso di manodopera eccedente per esso. Quell'accordo è stato un suicidio, lo ribadiamo da alcuni anni, e siamo rammaricati per i limiti di chiusura localistica e rassegnazione dei maggiori sindacati.
Il presente è difficile e il futuro drammatico per la fabbrica ed il territorio tarantino.A Taranto si diceva che lo scambio “ineguale” fosse quello tra salute ambiente e il lavoro. Ora lo scenario è cambiato: danni alla salute all’ambiente e non-lavoro.

Comitato Cittadino PCI Taranto, 7 giugno 2019




mercoledì 5 giugno 2019

L'OCCHIO DI ALE (Alessandro Leogrande): lo sciopero dei migrantes nel Salento, paradigma del nuovo sfruttamento globale nelle campagne





Alessandro (Leogrande, Taranto 1977-+Roma 2017, ndr) è stato uno dei veri grandi intellettuali del nostro tempo. Nella sua breve esistenza ci ha raccontato, con passione, rigore e un uso sublime della parola, con ricerche sul campo e studi approfonditi, le storie e le ragioni degli sfruttati e degli invisibili, delle vittime e dei carnefici, attraverso il suo strumento preferito, il reportage narrativo.
Se ne sappiamo di più sui mali del meridione e degli altri luoghi del mondo dove si consumano ingiustizie, è per i suoi scritti sulle nuove mafie, sul caporalato, sui braccianti e gli operai, sulle contraddizioni e le fragilità della sua Taranto, e soprattutto sulle storie dell’esodo e della frontiera, sulle vite di uomini e donne che fuggono da guerre, morte, carestie e dittature, sulla loro umanità, sulle loro sofferenze e sulle ragioni profonde che generano questi movimenti inarrestabili della Storia.
(dall'articolo di Gemma Cestari, direttrice Premio Sila '49, su Il Manifesto, 4/06/2019)

Questo reportage di Alessandro Leogrande sullo sciopero accaduto a luglio 2011 dei braccianti africani di Nardò, nel cuore del Salento, è uscito il 4 novembre di quell'anno su Minima Moralia, blog di approfondimento culturale e su Il Mese, inserto culturale di Rassegna Sindacale 

- C’è un video che mostra tutto. Le immagini scorrono velocemente. I cassoni sono accatastati in un angolo, i lavoratori sono nell’altro. I cassoni sono vuoti. Nessuno raccoglie più il pomodoro. I lavoratori confabulano tra loro. A pochi metri di distanza, seduto su un cassone rovesciato come fosse un pascià, un caporale sbraita. Intima di muoversi, di tornare a lavorare, di non farsi venire strani grilli per la testa… Ma i raccoglitori non si muovono. Anzi, sì: due, tre di loro lo fanno. Si dirigono verso il pascià seduto e gli dicono che oggi no, oggi non lavora nessuno, incrociano le braccia. Sono stanchi di essere trattati come schiavi. Poi bloccano la strada…
Lo sciopero dei braccianti africani di Nardò, nel cuore del Salento, è iniziato così, una mattina di fine luglio. Le immagini me le ha fatte vedere qualche giorno dopo un bracciante che aveva filmato tutto, raccontandomi ciò che le immagini mostravano in un misto di italiano e francese. Per aver immortalato quei momenti con il suo cellulare l’uomo è stato pesantemente minacciato. Ti tagliamo la gola, gli hanno detto gli sgherri del caporale. Ti tagliamo la gola se le fai vedere in giro…
Ma lui se ne frega, dice fiero, mentre stoppa le immagini e ripone il cellulare nella tasca dei pantaloni. Ed è allora che ho capito che una gabbia mentale era ormai andata in frantumi.

La svolta
Lo sciopero di Nardò costituisce un punto di svolta importante. Per la prima volta i braccianti stranieri, impiegati nella massacrante raccolta del pomodoro, si sono rivoltati contro i loro sfruttatori. Non è stata una rivolta esacerbata da una aggressione razzista, come nel caso di Rosarno. E non si è trattato neanche di una di quelle esplosioni di rabbia che attraversano di recente i cie della penisola. È stata una protesta matura, che ha avuto al centro della propria denuncia le condizioni di lavoro e di sfruttamento, i rapporti di forza nella campagne, i modi della rappresentanza.
Tutto ha avuto inizio la mattina del 28 luglio 2011, ma la tensione era montata già nei giorni precedenti. E per capire come è potuto scoppiare un moto di ribellione tanto ampio, che nessuno aveva previsto fino al giorno prima, sarà utile raccontare la storia sin dall’inizio. Sarà utile innanzitutto capire che cosa ci stavano a fare a Nardò, nel profondo Salento, diverse centinaia di immigrati.
continua a leggere in
http://www.minimaetmoralia.it/wp/la-rivolta-di-nardo/

lo scrittore Alessandro Leogrande, (Taranto, 20 maggio 1977 - +  Roma 26 novembre 2017)
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lo sciopero dei migrantes nel Salento, paradigma del nuovo sfruttamento globale nelle campagne, è raccontato ora da Francesco Piobbichi, "Sulla dannata terra!, lo sciopero di Nardò", Claudiana 2019


martedì 4 giugno 2019

DUE MARXISMI? (o delle "sacre famiglie" degli intellettuali)



LE FAMIGLIE “SACRE” 
la “quistione” degli intellettuali ha sempre assunto, dai tempi di Gramsci, grande rilevanza. Oggi la ha ancora, allargata dal ruolo socializzante dei nuovi media, che ha riposizionato le soggettività dell’influenza sociale, naturalmente, rispetto ai tempi di Benedetto Croce. Si è in presenza, però, da una parte di una spettacolarizzazione esotica di figure che più che al marxismo guardano a valori e concetti funzionali ad una generica ed eclettica critica al sistema capitalistico già indagati (e criticati) da Marx ed Engels nella “Sacra Famiglia” a proposito di Bruno Bauer e dei suoi fratelli e soci. Dall’altra il mondo accademico, che fa della scienza una politica e tiene ben distante la militanza non solo verbalistica ma rivoluzionaria di ricercatori che si ispirano ai valori e agli ideali del socialismo. 

Un bell’articolo di Greg Godels apparso su Mltoday e tradotto da resistenze.org fa il punto della situazione negli Stati Uniti, smascherando alcuni “fenomeni” e citando gli autori meritevoli di attenzione, perché seri, rigorosi e, non ovvio, marxisti. (fe.d.)

DUE MARXISMI? 
di Greg Godels
- Google sa che nutro un costante interesse per il marxismo. Di conseguenza, ricevo spesso link ad articoli che gli algoritmi di Google selezionano come popolari o influenti. Sistematicamente, in cima all'elenco figurano articoli di o sull'incontenibile Slavoj Žižek. Žižek padroneggia alla perfezione le arti dell'intellettuale pubblico - è divertente, pomposo, offensivo, deliberatamente oscuro e ricercato. L'aspetto trasandato e la barba lo fanno assomigliare a una caricatura del professore europeo che dona al mondo grandi idee avviluppate in strati multipli di astrusità - un metodo di sicuro effetto per apparire profondi. E di sicuro effetto anche per promuovere il proprio potenziale commerciale di intrattenimento.
I più fedeli seguaci del «maestro» pubblicano perfino video di Žižek che divora hot-dog - tenendone uno in ciascuna mano! Attualmente sta incassando alla grande con un dibattito pubblico con un pallone gonfiato di destra - a quanto si dice, i biglietti di ingresso costano una fortuna. Il marxismo come attività imprenditoriale.
Žižek è tra le più recenti incarnazioni di una lunga successione di accademici, perlopiù europei, che si sono costruiti una modesta fama pubblica attraverso l'identificazione con il marxismo o con la tradizione marxista. Da Sartre e l'esistenzialismo, attraverso lo strutturalismo, il postmodernismo e il post-essenzialismo, fino a giungere al post-fordismo e alla politica identitaria, vari accademici si sono impossessati di frammenti della tradizione marxista e hanno preteso di rielaborare tale tradizione, mantenendosi nel contempo a distanza di sicurezza da qualsiasi movimento marxista. Sono marxisti quando questo serve loro ad attirare un pubblico, ma di rado reagiscono agli appelli all'azione.
L'aspetto curioso di questo marxismo intellettuale, di questo marxismo dilettante da salotto, è che non è mai marxismo e basta; è sempre un marxismo «con riserva». Il marxismo va bene se è quello del «primo» Marx, il Marx «hegeliano», il Marx dei Grundrisse, il Marx senza Engels, il Marx senza classe operaia, il Marx prima del bolscevismo o prima del comunismo.
È comprensibile: chi aspira a essere il prossimo grande «interprete» di Marx deve distinguersi dalla massa, deve ripensare il marxismo, riscoprire il «vero» Marx, individuare dove Marx ha sbagliato.
Nel passato, intere generazioni di studenti universitari benintenzionati ma confusi sul concetto di classe si sono fatte sedurre da pensatori «radicali» che offrivano loro un assaggio di ribellione confezionato in un'accattivante veste accademica. Le bibliografie destinate agli studenti brulicavano di libri che nessuno leggeva ma che andavano di gran moda, di autori quali Marcuse, Althusser, Lacan, Deleuze, Laclau, Mouffe, Foucault, Derrida, Negri e Hardt - autori che avevano in comune titoli bizzarri e provocatori e una prosa impenetrabile. Libri che promettevano molto, ma che contenevano soltanto fumo.
Con il sorgere di una nuova generazione di giovani dalla mentalità radicale, alla ricerca di alternative al capitalismo e curiosi nei riguardi del socialismo, è inevitabile che molti guardino a Marx. E a chi possono rivolgersi?
Un docente di Yale propone con notevole faccia tosta un pratico manuale introduttivo, pubblicato dalla rivista in voga Jacobin Magazine e intitolato How to be a Marxist [Come essere marxisti]. Il professor Samuel Moyn svolge attualmente l'incarico di Henry R. Luce Professor di diritto. A quanto pare, Moyn non prova alcun disagio nell'occupare una cattedra finanziata da uno degli editori più notoriamente anticomunisti e antimarxisti del Paese, proponendo al tempo stesso una guida al marxismo.
La pretesa «manualistica» di Moyn di guidare l'incolto alla scoperta del marxismo non viene né giustificata né spiegata. Nondimeno, il professore si ritiene autorizzato a consigliare la lettura delle opere di due accademici recentemente scomparsi, Moishe Postone ed Erik Olin Wright (nonché quelle di Perry Anderson, tuttora in vita), definendoli gli ultimi esponenti di quella «...generazione di grandi intellettuali che furono indotti dalle esperienze da loro vissute negli anni Sessanta a dedicare la propria esistenza alla riscoperta e alla rielaborazione del marxismo».
Devo confessare che la scelta di Moishe Postone mi ha lasciato perplesso. Dovevo sentirmi imbarazzato per il fatto che non avevo mai sentito nominare le opere del professor Postone, né avevo mai saputo che fosse marxista? Poi ho trovato su YouTube un'intervista all'esimio professor Postone, e ho rapidamente scoperto che egli negava risolutamente e senza riserve di essere marxista. Per di più, Postone sostiene che la maggior parte di ciò che chiamiamo marxismo è stato scritto da Friedrich Engels. Postone ammette che Engels era «un bravissimo ragazzo»; ma Engels non ha mai capito veramente Marx. Postone invece sì. E il suo Marx non «glorifica» la classe operaia industriale.
Ho invece familiarità con l'altro presunto esemplare di «grande intellettuale» devoto al marxismo, vale a dire Erik Olin Wright. Wright è stato per lungo tempo un esponente di spicco della cosiddetta scuola del «marxismo analitico». Come gli altri protagonisti di questo movimento intellettuale, Wright tentò di dare al marxismo una base «legittima», mediante un processo in cui tale legittimazione veniva perseguita assoggettando il marxismo ai rigori delle scienze sociali anglo-americane convenzionali. All'interno di questa cricca, l'idea che le scienze sociali anglo-americane siano prive di pecche e che non abbiano nulla da imparare dalla metodologia di Marx non viene mai messa in discussione. A Wright, peraltro, va riconosciuto un enorme sforzo di comprensione del concetto di classe sociale.
Allo scopo di «salvare la sinistra dal rischio di infilarsi ancora una volta in vari vicoli ciechi», il professor Moyn propone il libro più recente del suo «brillante collega» Martin Hägglund. Moyn ci assicura che This Life: Secular Faith and Spiritual Freedom [Questa vita: Fede laica e libertà spirituale] è un ottimo punto di partenza per coloro che desiderano ridare energia alla teoria del socialismo, o perfino elaborare una propria teoria di una variante marxista del socialismo».
Bastano pochi istanti per capire che Martin Hägglund e il suo affezionato collega non fanno altro che condurci in altri vicoli ciechi, in cui molte generazioni precedenti si sono già infilate. Hägglund si propone di rivisitare l'esistenzialismo, Hegel e le tradizioni cristiane alla ricerca dello sfuggente «significato della vita». Se molti di noi pensavano che Marx avesse offerto un'analisi profondamente documentata del cambiamento sociale e della giustizia sociale, ecco che Moyn e Hägglund, seguendo le orme di Postone, portano alla ribalta «gli interrogativi ultimi che ciascuno di noi deve porsi: quale lavoro devo svolgere? Come devo impiegare il tempo limitato che mi è concesso?». Accumulando i contrasti del capitale, rispondono i nostri, e «massimizzando... il tempo libero che ciascun individuo può impiegare come desidera...»
Dunque la lotta per l'emancipazione, in questa versione riveduta e corretta del marxismo, non consiste nell'emancipazione della classe lavoratrice, bensì nell'accaparramento di tempo libero sottratto alla morsa del lavoro. Gli esimi docenti, peraltro, riconoscono che tale lotta è decisamente più agevole per gli accademici che per i «dannati della terra».
«E infine», conclude Moyn, «vi è la proposta di Hägglund secondo cui i marxisti possono accantonare il comunismo - che in ogni caso Marx descrisse solo in modo vago - a vantaggio della democrazia. Non è del tutto chiaro che cosa Hägglund intenda con democrazia - un punto che né Marx né molti marxisti hanno voluto approfondire sul piano teorico». Così, il distillato di «marxismo» ottenuto da Hägglund si traduce nel rifiuto del comunismo e nell'adozione di una vaga «democrazia». Non posso che concordare con Moyn: «È davvero notevole quanto poco di ciò che la maggior parte delle persone ha sempre considerato essere il marxismo trovi posto nel... tentativo di Hägglund di rimetterlo in marcia per i nostri tempi». A quanto pare, il segreto (ora rivelato) di come essere marxisti consiste nel gettare alle ortiche Marx.
Come molti sedicenti «marxisti» che li hanno preceduti, Postone, Hägglund e Moyn sembrano avere l'intenzione di neutralizzare il marxismo, più che di promuoverlo.

Idee pericolose

La pura e semplice verità è che il marxismo - sin dall'epoca della censura e delle ripetute espulsioni da vari Paesi di cui fu vittima Marx - è un'idea pericolosa. L'impossibilità per Marx di ottenere incarichi accademici e la costante sorveglianza e persecuzione a cui fu assoggettato dalle autorità prefigurarono la sorte di quasi tutti gli intellettuali autenticamente marxisti. Il capitalismo non concede onori accademici o celebrità a chi invoca la distruzione del capitalismo. E quei «marxisti» che assurgono alla fama accademica, si assicurano lucrosi contratti editoriali e godono dell'attenzione dei media rappresentano di rado una minaccia per il sistema.
È indicativo che sebbene la storia abbia prodotto numerosi marxisti «organici» - marxisti le cui radici affondavano nella classe operaia e nei movimenti in lotta contro il capitalismo - i loro contributi figurino assai di rado nelle bibliografie dei docenti universitari, se non come oggetto di scherno. È raro che le università offrano posti di lavoro a chi persegue idee pericolose o si riconosce in una versione del marxismo che propugna il cambiamento rivoluzionario.
Uno storico marxista come lo scomparso Herbert Aptheker, che fece più di qualunque altro intellettuale per smentire il ritratto fasullo tracciato da film quali Nascita di una nazione e Via col vento di un Sud benevolo impegnato nell'eroica difesa di un nobile stile di vita, non riuscì a trovare lavoro nelle università USA. Fu anzi necessario tutto l'impegno di un movimento per la libertà di parola perché fosse autorizzato a prendere la parola nei campus degli Stati Uniti. I suoi libri sono scomparsi dalla circolazione, e ben pochi studenti di storia afroamericana possono accedere ai suoi contributi.
Nessuno ha ancora realizzato una storia del movimento sindacale USA in grado di rivaleggiare con i 10 volumi della History of the Labor Movement [Storia del movimento sindacale] dello scomparso studioso marxista Philip Foner. L'opera in 5 volumi The Life and Writings of Frederick Douglass [Vita e opere di Frederick Douglass] di Foner restituì a Douglass il ruolo di figura di primo piano nell'abolizione della schiavitù negli Stati Uniti. Un'ateneo storicamente legato alla comunità afroamericana, la Lincoln University, assunse coraggiosamente Foner, che da anni era inserito nella «lista nera». Oggigiorno, purtroppo, le sue opere sono in gran parte ignorate proprio in quei campi di studio di cui fu pioniere.
Gli importanti contributi di molti altri intellettuali marxisti statunitensi vanno scovati sui vecchi numeri di pubblicazioni quali Science and Society, Political Affairs, Masses, Masses and Mainstream e Freedomways, lasciati a prendere polvere su scaffali seminascosti nelle biblioteche, vittime del maccartismo, delle liste nere, della vigliaccheria degli studiosi e del più bieco anticomunismo.
I marxisti della classe operaia si sono visti sbarrare le porte delle istituzioni accademiche, così come lo spazio pubblico dei mass media - a meno che, beninteso, non rinnegassero le loro opinioni! Malgrado il suo ruolo di leader all'interno dei movimenti della classe operaia e la sua prolificità di scrittore, le opere del marxista William Z. Foster sull'organizzazione, la strategia e la tattica sindacali e l'economia politica sono in gran parte dimenticate, salvo quando ricompaiono sotto forma di idee altrui. Altre figure marxiste di spicco che sono state protagoniste o interpreti di alcuni dei momenti migliori del movimento sindacale, come Len De Caux e Wyndham Mortimer, sono parimenti escluse dal club degli eletti.
Analogamente, pionieri marxisti dei movimenti per l'eguaglianza degli afroamericani e delle donne, come Benjamin Davis, William Patterson e Claudia Jones, non vengono né riconosciuti come tali né tantomeno additati come esempi di «Come essere marxisti».
Le opere dello studioso marxista di economia politica Victor Perlo, che hanno contribuito a identificare le dimensioni del potere del capitale finanziario e i risvolti economici del razzismo, brillano per la loro assenza in qualsiasi dibattito accademico su tali argomenti.
Ciò che tutti questi marxisti hanno in comune è l'attività di militanti politici all'interno del Partito Comunista degli Stati Uniti d'America - un'attività di cui andare fieri, ma che è oggetto del disprezzo della maggior parte degli intellettuali americani.
I migliori contributi pubblicati dalla veneranda rivista Monthly Review sono oggetto della medesima emarginazione. I suoi fondatori erano abbastanza minacciosi da essere oggetto di persecuzioni giudiziarie durante il maccartismo. E uno di loro, Paul Sweezy, esimio studioso di economia politica, non è mai stato accolto con particolare entusiasmo nei circoli accademici.
Oggi l'intellettuale marxista più pericoloso degli Stati Uniti è Michael Parenti. Lo so perché malgrado i suoi innumerevoli libri, video e dibattiti, malgrado il suo impegno senza compromessi a favore di un'interpretazione marxista della storia e dell'attualità, malgrado il suo radicato ma ragionato odio per il capitalismo e malgrado lo stile straordinariamente accessibile con cui sa illustrare le sue grandi idee, non trova un posto di lavoro in università e gli viene precluso ogni accesso ai media, salvo quelli più schierati a sinistra o marginali.
Un altro notevolissimo studioso marxista americano è Gerald Horne, che - sebbene occupi una cattedra universitaria - merita di essere studiato da qualsiasi individuo «di sinistra» degli Stati Uniti per l'integrità, l'accessibilità e la qualità dei suoi lavori.
Il marxismo autentico, contrapposto al marxismo di moda, trendy o à la page, è inarrestabile, aggressivo, ispiratore di azione. Disseziona diligentemente i meccanismi interni del sistema capitalista. È spietato e implacabile nel suo rifiuto del capitalismo. Sfida il pensiero convenzionale, guadagnandosi ben pochi amici nella stampa capitalista e scuotendo il sussiego e le buone maniere sobriamente liberali del mondo accademico. Il marxismo non è un mezzo per fare carriera - è un impegno ingrato.
I veri marxisti sono inevitabilmente degli isolati. Sino a quando non maturano le condizioni per il cambiamento rivoluzionario, sono spesso oggetto di scetticismo, disinteresse, perfino derisione e ostilità. I marxisti trendy sono allergici alle organizzazioni politiche, alla militanza e al rischio intellettuale, mentre i marxisti genuini sono spinti a ricercare i movimenti per il cambiamento e a entrarne a far parte; sono spinti a fare propria l'undicesima tesi di Marx su Feuerbach, tanto spesso citata quanto raramente tradotta in pratica: «I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo».





domenica 2 giugno 2019

Il PCI ed il dopo elezioni europee



la segreteria naz. del PCI, 28 maggio u.s.
 
UNITÀ NELLA DIVERSITÀ: massima unità possibile con l’insieme delle forze comuniste e della sinistra di alternativa interessate ad una articolata iniziativa.
- L’esito del voto per il rinnovo del Parlamento Europeo è inequivocabile.
Con esso un numero crescente di elettori ha decretato un pesante arretramento delle forze ricondotte ai gruppi parlamentari popolare, socialista, liberale, ossia dei gruppi largamente responsabili delle politiche che si sono affermate negli anni all’insegna del liberismo, dell’austerità, e quindi della crisi dell’Unione Europea che ne è discesa.
Con tale voto escono rafforzate le forze politiche che gli osservatori definiscono generalmente sovraniste, un insieme di forze marcatamente di destra, che da tempo hanno mostrato il loro volto e che pongono pesanti interrogativi per il futuro democratico dei Paesi interessati, dell’Europa stessa. Diverse tra esse risultano al primo posto in paesi quali la Francia, il Regno Unito, l’Ungheria, l’Italia.
Con tale voto si registra anche un pesante arretramento delle forze afferenti al gruppo parlamentare europeo GUE/NGL, la cui proposta politica alternativa, di sinistra, non è stata percepita dall’elettorato come la risposta adeguata alla crisi dell’Unione Europea.
Le ripercussioni del voto sugli equilibri del Parlamento Europeo sono rilevanti, e nelle prossime settimane si evidenzierà un serrato confronto volto a determinarne di nuovi, a condizionare l’attribuzione dei posti chiave, un confronto che dirà molto anche in relazione al se ed in che misura cambieranno le politiche europee, in particolare quelle economiche.
Per quanto riguarda il nostro Paese il voto per il rinnovo del Parlamento Europeo, confermando la volubilità dell’elettorato, il venire meno di ogni rendita di posizione, ha determinato profondi cambiamenti nel quadro politico.

La Lega ha ottenuto oltre il 34% dei voti divenendo il primo partito, seguita dal PD, che pur perdendo oltre 100000 voti rispetto alle ultime elezioni politiche si attesta oltre il 22%, dal M5S, che perde oltre 6 milioni di voti dimezzando il consenso ottenuto nelle medesime elezioni, da Forza Italia, che scende sotto la soglia del 10%, confermando il proprio declino, da Fratelli d’Italia, che con oltre il 6% registra un significativo avanzamento. Queste cinque forze politiche sono le uniche che portano parlamentari in Europa.
In linea con quanto accaduto in tanti altri contesti europei la sinistra registra un risultato assai negativo, solo in minima parte riconducibile al “richiamo al voto utile” che ha premiato il PD, passando da oltre il 4% delle precedenti elezioni europee, che le avevano consentito di eleggere 3 suoi rappresentanti, all’1,7%. Un risultato negativo, quello ascrivibile al “campo largo della sinistra”, completato dallo 0,8% dei voti andati al PC. Un risultato che non può non interrogare circa la prospettiva di tale schieramento.
La situazione determinatasi dopo questo voto, in gran parte confermata dall’esito delle elezioni amministrative svoltesi in concomitanza in diverse realtà territoriali del Paese, non potrà non avere ripercussioni sulla stessa tenuta del Governo Conte. Gli equilibri interni allo stesso, infatti, si sono ribaltati a favore della Lega, a discapito del M5S, che conferma la propria parabola discendente. Quello che si profila è uno scenario dal quale non può essere escluso il ricorso, a breve, a nuove elezioni politiche, nelle quali uno schieramento di destracentro può proporsi come favorito.
Il PCI, che per le note ragioni non ha potuto presentarsi in quanto tale alle elezioni europee, a fronte della situazione data non può che confermare la propria posizione circa l’Unione Europea, sottolineando la necessità di mettere in campo una capacità di analisi, di proposta, d’azione, in grado di contrastare efficacemente le politiche, l’idea stessa di Europa che il grande capitale transnazionale è riuscito ad affermare, le politiche imperanti, e di prospettare un’alternativa possibile, oltre che necessaria.
Ciò che serve è un’altra Europa, dall’Atlantico agli Urali, un’Europa che ha in una dimensione sociale avanzata, tutelante, la propria ragion d’essere, un’Europa della democrazia, della cooperazione tra stati sovrani con uguali diritti, volta alla pace, alla collaborazione, alla solidarietà con il mondo.
In relazione alla realtà italiana il PCI non può che ribadire la propria ferma opposizione alle poltiche del governo in carica, che a fronte dell’esito del voto rischiano di caratterizzarsi ancor più come politiche di destra ( emblematiche al riguardo la questione della flat tax, il decreto sicurezza bis), promuovendo articolate iniziative volte a fare conoscere le proprie proposte alternative per un cambiamento sociale e politico dell’Italia fortemente ancorato alla Costituzione Repubblicana.
In relazione alla situazione data, su tali posizioni, il PCI promuoverà nei prossimi giorni una articolata iniziativa volta alla massima unità possibile con l’insieme delle forze comuniste e della sinistra di alternativa interessate.
L’unità nella diversità è la risposta da dare alla crisi con la quale le stesse sono chiamate a fare i conti.


Roma, 28 Maggio 2019
La segreteria nazionale del PCI


sabato 1 giugno 2019

L'ATTO MISTICO per FUGGIRE: la GNOSI ORACOLARE di ERMETE e del TEURGO nel medioevo atavico



la gnosi, la gnosi mistica (Ermete Trismegisto) e gli Oracoli Caldaici (Giuliano il Teurgo): una chiave psicologica

- il confine tra religione oracolare e spiritualità ascetica si fonde nel misticismo dell’eta’ imperiale e tardo-antica, poi medievale e ripresa dall’umanesimo filosofico nel XV secolo, attraverso il mito di testi che, al contrario dei libri cosiddetti “sacri”, affiancano il simbolismo esasperato con le pratiche magiche, con il racconto iniziatico che propizia la salvezza attraverso la conoscenza (gnosi) sola possibile perché fusa all’atto mistico, l’ex-stasis (fuori di se’), l’estasi del congiungimento con la divinita’, l”indiamento”, termine presente in G.Reale (IV, 435). Sembra quasi una sublimazione di tipo freudiano, crediamo come risposta a sofferenze materiali e miserie morali in un’epoca di esistenze difficili, risolte nel ritualismo escatologico riservato a coloro che non vogliono capire, ma conoscere i codici dell’anima e della sua salvezza, e lo sdoppiamento per rifuggere l’apocalittico.
Come per il corpus dionysianum dello pseudo-Dionigi, il corpus di Ermete, messaggero degli dei, “tre volte grandissimo”, perché re, sacerdote, e primo anche tra i filosofi, contiene lo scrigno salvifico, che il dio ha rivelato solo a Thor, e dunque parla in oracolare, già tradotto dai sacerdoti scriba dell’Egitto.
E per gli oracoli del Teurgo figlio di Giuliano il Caldeo, la gnosi mistica prende l’accento della passione lirica, poesia esoterico misterica che quasi pare autocontemplarsi nel vaneggiamento paranoide.
E’ l’unico approdo per chi decide di vivere senza la materia, senza corporeità, con l’esterna spiritualita’ di un macrocosmo troppo grande per la misera esistenza terrena. (prof. fe.d.)
risorse didattiche / vai alla voce
- GNOSI - http://www.treccani.it/enciclopedia/gnosi/
- ERMETISMO (filosofia) - https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ermetismo_(filosofia)
- CORPUS HERMETICUM https://it.m.wikipedia.org/wiki/Corpus_Hermeticum
- ERMETE TRISMEGISTO
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ermete_Trismegisto
- ORACOLI CALDAICI
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Oracoli_caldaici
- GIULIANO IL TEURGO
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Giuliano_il_Teurgo





domenica 26 maggio 2019

UNA STORIA FILOSOFICA


per un'interpretazione della storiografia filosofica: chi studia il rapporto tra filosofia/metafisica e la sua trasformazione in chiave religiosa in teologia, deve fare sempre i conti con la sua stessa formazione e coscienza filosofica


Come già per la “Storia del pensiero filosofico e scientifico” di Ludovico Geymonat, ho ritrovato i volumi in ed. originale della Storia della filosofia antica di Giovanni Reale, un altro dei miti di noi studenti all’epoca di filosofia, che ora mi accingo a leggere integralmente e non solo a brani come allora. Di fede cattolica, meglio sarebbe dire neoplatonica (lettura cristiana di Plotino), Reale è molto lontano dalla mia impostazione (marxista), ma, al di là delle polemiche intraprese con Luciano Canfora (altro straordinario lettore e interprete della filosofia antica) negli ultimi anni (è morto nel 2014) a proposito dell’edizione di Giannantoni “I presocratici”, versione tedesca del Die Fragmente der Vorsokratiker di Hermann Diels e Walther Kranz, da lui curata e tradotta e in cui accusa tutta la “cultura comunista” di impropri tentativi egemonici, il suo è magistero fondamentale. Come quello di Étienne Gilson, d’altra parte, neotomista della Sorbona, autore de “La filosofia nel Medioevo. Dalle origini patristiche alla fine del XIV secolo”, (prima ed. 1922; seconda ed. 1944), collega sodale ed epistolare dell’italiano Augusto Del Noce, cattolico prima affascinato dal progressismo conciliatorio di Franco Rodano, poi reazionario e critico della modernità, senatore della Democrazia Cristiana, oltre che  professore esimio della Sapienza a Roma (equiparo’ i sessantottini ai fascistelli e perciò fu inviso e tanto da noi studenti post68; poi finì negli ultimi anni per studiare solo Giovanni Gentile, così, tanto per dire). Oggi credo che sia il prof. Claudio Moreschini, dell’Istituto Patristico Augustinianum di Roma e autore di una pregevole “Storia del pensiero cristiano tardo-antico” (2013), tra i più analitici continuatori della lezione di Reale, Gilson e forse anche di Del Noce. 
Tutti, comunque, sono e siamo debitori di Werner Jaeger (1888/1961), filologo filosofo tedesco, poi riparato negli USA, studioso e commentatore di Aristotele nonché convinto assertore dei valori educativi classici, tanto da lasciarci quel vero e proprio capolavoro che è PAIDEIA e che si fa ricordare anche per le sue doti di studioso della patristica, in particolare di Gregorio il nisseno e dei rapporti tra cristianesimo primitivo e paideia greca. 
- Uno dei grandi limiti che intravedo in questi grandi studiosi, è l’aver ristretto la “spiritualità”, costante psichica dell’animus umano, alla sola dimensione religiosa. La simbologia, che è una delle proiezioni di questa attività, alla sola ritualità di una fede.
Chi studia il rapporto tra filosofia/metafisica e la sua trasformazione in chiave religiosa in teologia, deve fare sempre i conti con la sua stessa formazione e coscienza filosofica, oscillante tra fede e ragione, rivelazione ed empiria, tra misticismo ascetico e intelletto attivo, tra libertà/necessità e volontà, tra estasi e tautologiche prove ontologiche, tra cattedrali che si ergono verso il cielo e le miserie umane di un mondo che quelle stesse cattedrali costruiscono. Il dubbio degli agnostici è, in definitiva, il loro stesso dubbio. L’inintuibile e l’inesprimibile è sempre tragicamente in silenzio. (fe.d.)  

«Il discorso sulla negatività non sarebbe affatto completo se non si parlasse della sofferenza, ma dato che la sofferenza è non solo negatività, ma è una tale svolta nella realtà che capovolge il negativo in positivo, [...] questo fa già parte di quella tragedia cosmoteandrica che è la vicenda universale.»
(Luigi Pareyson, Ontologia della libertà, pag. 59, Einaudi, Torino 1995)



Giovanni Reale (1931/2014)




venerdì 24 maggio 2019

MISTICO APOFATICO


dalla FILOSOFIA TARDO/ANTICA alla FILOSOFIA MEDIEVALE

MISTICO APOFATICO
non può comprendersi, crediamo, la filosofia medioevale senza l’egida tardo-antica del cristianesimo primitivo e di quello posteriore al Concilio di Nicea del 325, nei passaggi dall’apostolato patristico al catechismo per i semplici, dal dottrinarismo che si struttura, tramite la trasformazione filosofica, in teologia. Se tutto ha origine, più che dal tarsiota Paolo, da Origene (dalla scuola catechetica di Alessandria) e la sua lettura neoplatonica e plotiniana della cristologia trinitaria e sacramentale, è la figura dello pseudo-Dionigi l’Aereopagita ad essere snodo emblematico di questi passaggi, con il suo Corpus Dionysianum, come ci avverte lo studioso (cattolico) della filosofia antica Giovanni Reale, un maestro nel merito. Il Corpus venne tradotto dal greco antico da Giovanni “scozzese di stirpe scozzese” Scoto Eriugena, su commissione di Carlo il Calvo, quando lo Scoto, nell’843, dirigeva già la Schola Palatina voluta e guidata dal devoto carolingio Alcuino di York fino all’ 804. E’ l’Eriugena un vero “doctor subtilis”, molto più di quel che quell’epiteto portò secoli dopo, il Duns anche lui Scoto perché scozzese, pio fanatico e fideista mariano dottrinario (1265/1308), beatificato dalle gerarchie. E l’Eriugena carolingio si fece persuaso della validità dell’apofatismo, cioè di Dio si può dire ciò che non è piuttosto che ciò che è. Da questa “quiddita’”, come la chiamò l’Anselmo ontologico della Valle d’Aosta, ma per privazione, scaturì la teologia detta “negativa”, forse l’unica possibile, come si accorsero gli umanisti neoplatonici italiani. Il silenzio è apofatico, in quanto inintuibile ed inesprimibile, come il mistero della natura creante e non creata. E il mistico apofatico poi, proprio Dionigi convertito dal tarsiota Paolo sull’Aereopago lo insegna nel Corpus Dionysianum, più del catafatico, regge meglio alle obiezioni della ragione, che sono le obiezioni non degli atei, agnostici, eretici ed insipienti, ma opera dei loro stessi dubbi e della loro anteriore coscienza filosofica. (fe.d.) 
Tra le risorse didattiche disponibili/ vedi alle voci
http://www.treccani.it/…/pseudo-dionigi-areopagita_%28Enci…/
- https://it.m.wikipedia.org/wiki/Corpus_Dionysianum
- https://it.m.wikipedia.org/wiki/Apofatismo
- https://it.m.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Scoto_Eriugena
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Alcuino_di_York
- https://it.m.wikipedia.org/wiki/Concilio_di_Nicea_I




martedì 21 maggio 2019

Perché il 26 maggio votiamo La Sinistra


Appello al voto per le elezioni europee. La Ue così come è non ci piace per nulla e occorre rompere la gabbia dei trattati neoliberisti, ma lo spazio europeo è il terreno di lotta sul quale ha senso oggi battersi e costruire una solidarietà tra gli oppressi. Per questo vi invitiamo a reagire e a battervi assieme a noi per sconfiggere il neoliberismo di Maastricht così come il nazionalismo xenofobo e razzista delle destre.

Di solito nelle elezioni europee il voto è considerato poco, perché il Parlamento di Bruxelles non vota la fiducia a un governo. Ma, a parte il fatto che questo ci libera dall’ossessione del “voto utile”, e dovrebbe essere considerato un vantaggio, la scadenza elettorale del 26 maggio è diversa, perché deciderà se affossare o rilanciare il progetto dell’unità europea, quale l’avevano sognato gli antifascisti al confino a Ventotene fin dal lontano 1941.
Quel progetto è stato ed è stravolto, da un lato, dalla logica neoliberista che ha ispirato il Trattato di Maastricht e le successive intese intergovernative, come il micidiale Fiscal compact, che, perseguendo politiche di austerità, hanno aggravato la crisi con gravi conseguenze per l’occupazione e le condizioni di vita delle persone. 
Dall’altro lato il percorso dell’unità europea è oggi seriamente minacciatodall’avanzata delle destre nazionaliste, xenofobe, razziste e sessiste.  Se si continua sulla prima strada si rischia l’implosione della Ue, perché si approfondiscono le differenze tra paesi e all’interno di questi.
Se si sceglie la seconda si arriverebbe alla deflagrazione della Ue, a un ritorno alle piccole patrie l’una contro l’altra armate.
In entrambi i casi il nostro paese verrebbe lasciato in balia dei grandi gruppi economici e finanziari che già con la globalizzazione selvaggia hanno sottratto il potere di decidere sulla nostra sorte ad ogni controllo democratico. 
Ogni scelta sarebbe in balia del “pilota automatico”, cioè del mercato e della finanza, alla ricerca del profitto immediato insensibile alle conseguenze che ne derivano per l’umanità, quella più povera innanzitutto.  Ma non solo: le catastrofi ecologiche che derivano dal supersfruttamento della natura e dell’ambiente colpiscono indistintamente tutta l’umanità. 
Recuperare la sovranità nazionale in questa situazione è illusorio. Certo bisogna lottare in tutti i paesi per modificare le politiche dominanti, certo bisogna battersi per l’attuazione della Costituzione e affermarne la prevalenza rispetto a trattati neoliberisti.
Dipende da noi, dalla forza collettiva che riusciranno a mobilitare i movimenti sociali, dei lavoratori, femministi, ambientalisti, pacifisti per ottenere un’Europa radicalmente diversa, più giusta, più democratica. 
Un’Europa impegnata a eliminare le insostenibili diseguaglianze, le cause delle guerre e a prevenire le catastrofi ambientali; aperta al Mediterraneo, ai processi migratori e in pace con gli altri popoli. 
Senza la forza che solo un’altra Europa unita può mettere in campo, nessuna delle rivendicazioni che ci stanno a cuore potrebbero essere conquistate. 
La Ue così come è non ci piace per nulla e occorre rompere la gabbia dei trattati neoliberisti, ma lo spazio europeo è il terreno di lotta sul quale ha senso oggi battersi e costruire una solidarietà tra gli oppressi. Anche l’Italia è segnata da profonde diseguaglianze, basti pensare alla questione meridionale. Ma sono le forze reazionarie al governo che ne propongono lo smembramento di fatto con il disegno delle autonomie regionali rinforzate che hanno presentato: una vera secessione dei ricchi! 
Per questo vi invitiamo a reagire e a battervi assieme a noi per sconfiggere il neoliberismo di Maastricht così come il nazionalismo xenofobo e razzista delle destre.
La lista la Sinistra non è un partito ma una coalizione unitaria: raccoglie  forze politiche e  istanze dei movimenti che di questa parola sono ancora fieri, quelli che non dimenticano che è alla sinistra che dobbiamo  quanto di meglio si è conquistato nella nostra storia. Del resto in altri paesi europei la sinistra si rinnova, vince elezioni, governa, come è successo in Grecia e in Portogallo, come ci auguriamo avverrà in Spagna. 
Non siamo soli, anche se siamo consapevoli di essere oggi in Italia una minoranza. Ma nel Parlamento europeo il gruppo rossoverde al quale i nostri eletti aderiranno, il Gue/Ngl, è la quinta forza per consistenza e riunisce tutte le forze che in Europa si sono battute con più determinazione contro le politiche della Commissione e della troika e contro l’estrema destra negli scorsi anni. 
Se oggi la Lega e i suoi compari sono diventati forti e con questi sono tornate ad alzare la testa le bande fasciste, è perché i più poveri si sono sentiti abbandonati dai governi che avrebbero dovuto proteggerli: quelli del Pd che hanno varato il Job Act, la controriforma delle pensioni, i decreti inumani firmati Minniti contro i migranti, che hanno sostenuto grandi opere, inutili e dannose come la Tav in Val di Susa, anziché linee ferroviarie per i pendolari o la messa in sicurezza del territorio. 
Per questo le vittime di questo malgoverno si sono rifugiate nel rancore, perdendo la fiducia nella politica e coltivando la pericolosa illusione dell’uomo forte al comando. In questo modo è dilagato un discorso di destra, sessista, razzista, che prende gli immigrati come capro espiatorio.
Per questo non basta votare contro le destre, occorre anche costruire un’alternativa alle politiche che hanno creato le condizioni per il loro successo e per farlo bisogna unire le forze di chi vuole davvero cambiare. 
Il nostro voto serve anche a questo: un impegno che non si esaurisce nell’urna, ma che ci parla di un diverso futuro.
le firme e adesioni all’appello in 


https://ilmanifesto.it/perche-il-26-maggio-votiamo-la-sinistra/

sabato 18 maggio 2019

METRODORO, di tutti il PIÙ SCETTICO



Fu Metrodoro di Chio, secondo Diogene Laerzio, il maestro di tutti gli scettici, persino del dubbioso Pirrone da Elide, considerato caposcuola. Anche il celebre Sesto Empirico (160/210 circa) posteriormente (ben sei secoli dopo) ammise i meriti del Metrodoro, lui che amava il relativismo dimostrato dalla scrittura di ben undici libri “Contra”, i cui capolavori erano considerati i libri dal VII a XI, titolo “Contro i dogmatici”. Metrodoro negava la possibilità di ogni criterio di giudizio, perché amava ripetere, oltrepassando il motto socratico dell’umiltà gnoseologica, “Nulla sappiamo, e non sappiamo neppure questa stessa cosa, che nulla sappiamo.” (Sesto Empirico, “Contro i matematici”, VII, 87 sg.). Insomma, se Socrate sa di non sapere, Metrodoro non sa neppure che sa di non sapere. Fu lo spunto per il filosofo di Elide per negare tutti i valori: niente è per natura brutto o bello, buono o cattivo, giusto o ingiusto e tutto indifferentemente si equivale e anche non si equivale, niente è più questo che quello. Pirrone non esita ad affermare che ogni cosa è non più di quanto non è, che ogni cosa è e non è, che ogni cosa né è né non è. 
E se sei arrivato al termine di questa lettura, che tu creda ad essa o non creda, è indifferente. (fe.d.) 
link su Metrodoro 


Metrodoro di Chio (presuntivamente/V/IV sec.a.C.)


giovedì 16 maggio 2019

Guaidó, consensi a picco. Ma tra i suoi alleati sbuca la Monsanto


Ma coloro che cianciano a vuoto del Venezuela bolivariano, si informano a dovere o si acculturano alle veline della Casa Bianca, in giustificazione di colpi di stato tentati e tradimenti consumati da parte di un burattino al soldo della multinazionale della Bayer della Monsanto che vuole introdurre nel paese socialista dell’America Latina, ogm e glisofato? La fonte che smaschera Guaidó è il Washington Post. Leggete anche questo, oltre le veline, s’intende. (fe.d.) 

Venezuela. Il leader dell’opposizione ormai punta tutto sull’intervento militare straniero. E sul «ritorno» anti-chavista di ogm e glifosato. Lo spauracchio dei «terroristi Eln» e dei cubani già in campo non convince neanche Trump.

- Claudia Fanti, Il Manifesto, 14.05.2019

Con le spalle al muro e in caduta libera di consensi, e per di più retrocesso dalla stampa mondiale
dal ruolo di «presidente ad interim» a quello di «leader dell'opposizione», Juan Guaidó tenta il tutto
per tutto, deciso a giocarsi l'unica carta che gli rimane: quella dell'intervento militare straniero. Ed è
così che rivolgendosi l'11 maggio alla sparuta folla dei suoi sostenitori, ha annunciato di aver dato
istruzioni al suo pseudo-ambasciatore negli Usa Carlos Vecchio affinché «si riunisca
immediatamente» con il Comando sud degli Stati uniti e con il presidente della Colombia Iván Duque
per definire una «cooperazione militare internazionale».
UNA DECISIONE GIUSTIFICATA con l'argomento che in Venezuela sarebbe già in atto un
intervento straniero, rappresentato dalla «penetrazione dell'Esercito di liberazione nazionale
colombiano e dei militari cubani, come rivelato dallo stesso usurpatore». Dove il riferimento è al
lapsus in cui è caduto Maduro il 9 maggio, parlando, durante una cerimonia di laurea di medici
comunitari, dell'arrivo nel paese di «un gruppo di 500 soldati cubani», prima di correggersi con una
risata spiegando che intendeva riferirsi a «500 medici specialisti». Una frase che Guaidó ha
interpretato come l'ammissione della presenza di militari cubani nel paese, in aggiunta al «50%
dell'organico della guerriglia dell'Eln» che si troverebbe in Venezuela: «Noi non vogliamo ha detto
che il paese diventi un santuario del terrorismo».
Non è la prima volta, in realtà, che Guaidó arriva a sollecitare l'intervento militare straniero. Era già
successo dopo il mancato ingresso di aiuti militari attraverso la frontiera colombiana, quando aveva
dichiarato di vedersi costretto a «proporre in modo formale alla comunità internazionale di
mantenere tutte le opzioni disponibili per liberare il paese». Salvo poi dover fare un passo indietro
dinanzi ai tanti distinguo sull’uso della forza espressi dagli stessi governi amici del gruppo di Lima.
STAVOLTA, TUTTAVIA, non avendo davvero più frecce al proprio arco, non sembra poter far altro
che confidare nellala più guerrafondaia dell'amministrazione Trump, malgrado le rivelazioni del
Washington Post su una crescente insofferenza del presidente Usa rispetto alla strategia
pesantemente interventista seguita finora in Venezuela da Bolton e dai suoi compari. Non a caso, il 9
maggio, appena due giorni prima dell'appello di Guaidó, il capo del Comando sud degli Usa Craig
Faller aveva dichiarato di essere «disposto a discutere il modo in cui appoggiare il futuro ruolo dei
leader delle forze armate» decisi a «restaurare l'ordine costituzionale», non appena avesse ricevuto
l'invito «di Guaidó e del legittimo governo del Venezuela»: «Siamo pronti», ha detto.
Né l'autoproclamato presidente ad interim deve più preoccuparsi della possibilità che l'invocazione
esplicita di un'invasione del proprio paese da parte di potenze straniere possa fargli perdere il
sostegno della popolazione: quel sostegno semplicemente non ce l'ha più. Dalla Deutsche Welle
all Associated Press e France Press, molti media hanno dovuto ammettere il nuovo e completo
fallimento della manifestazione convocata da Guaidó sabato scorso, prendendo atto del deciso calo
di consensi registrato dopo il fallito golpe del 30 aprile (benché in realtà sia iniziato già prima).
COME SE NON BASTASSE, il nome di Guaidó viene ora associato anche a quello di un'impresa in
gravissima crisi di reputazione: la Bayer, colosso tedesco della chimica e della farmaceutica, che,
con l'acquisizione della Monsanto, ne ha ereditato anche le cause due quelle già perse, in arrivo
altre 13mila intentate dalle vittime del glifosato, il principio attivo del diserbante Roundup dai
«probabili» effetti cancerogeni (stando allo Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro
che fa parte dall’Organizzazione mondiale della sanità).
COSA ABBIA A CHE FARE il colosso tedesco con Guaidó lo spiega nei dettagli Whitney Webb sul
sito MintPress News, evidenziando i legami della Bayer-Monsanto con figure chiave della strategia
Usa diretta a operare un cambio di regime in Venezuela, dove finora la «Legge sulle sementi del
popolo», approvata nel 2015, ha bloccato ogni tentativo dell'impresa di aprire il mercato venezuelano
ai propri prodotti, glifosato e ogm inclusi. E vi accenna anche, sull'inserto Affari&Finanza della
Repubblica di lunedì, Tonia Mastrobuoni, ricordando come Chávez avesse sventato già nel 2004 il
piano della Monsanto di piantare 500mila acri di terra agricola con soia geneticamente modificata e
riportando le accuse rivolte all'impresa di sostenere Guaidó «per rientrare nel paese e impadronirsi
delle piantagioni».