le lenti di Gramsci

martedì 25 giugno 2019

Scuola. Contro l'ideologia liberista delle competenze e del merito


un articolo davvero condivisibile del quotidiano cattolico Avvenire, a firma di Roberto Carnero: alla scuola mercatista dell’antipedagogia delle competenze e della docimologia delle valutazioni standardizzate, bisogna contrapporre la scuola-comunità della sperimentazione pedagogica delle conoscenze, della costruzione di saperi critici, dell’autodisciplina morale e dell’autonomia intellettuale per la crescita cognitiva e della creativita’, per una vita sociale di spiriti liberi. (fe.d.)
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Alcuni libri affrontano il problema della visione tecnicista del sapere, che uniforma e banalizza lo studio asservendolo al potere economico. Il caso delle prove Invalsi. E chi critica è passatista

di Roberto Carnero

Nel 1979 usciva negli Stati Uniti un saggio del sociologo Neil Postman (1931-2003), destinato a diventare celebre: Teaching as a Conserving Activity. Potremmo tradurre quel titolo con qualcosa come «L’insegnamento come attività di conservazione». Il libro di Postman fu pubblicato due anni dopo anche in Italia, da Armando Editore, con un titolo diverso: Ecologia dei media. La scuola come contropotere (ora in una nuova edizione a cura di Giampiero Gamaleri, Armando, pagine. 126, euro 12). Quell’idea di “conservazione” veniva lì veicolata dal sottotitolo (in cui si parla di “contropotere”), mentre il titolo principale ( Ecologia dei media)alludeva a una delle tematiche centrali del volume, vale a dire l’invadenza dei moderni mass media nel mondo occidentale (allora si trattava soprattutto della televisione, essendo ancora di là da venire i cosiddetti new media e gli odierni social). Al punto che fin dal 1971 lo studioso aveva istituito alla New York University (dove insegnava), una cattedra così chiamata, che terrà per tutto il resto della sua vita. «L’istruzione cerca di conservare la tradizione mentre l’ambiente esterno è innovatore», scriveva Postman. È questo un male? Non necessariamente. Perché “conservare” ciò che è stato tramandato significa anche “resistere” alle attrattive, effimere e superficiali, di quella che sempre Postman chiamava la «società adescante», tutta appiattita sull’hic et nunc di una sorta di eterno presente privo di spessore e di profondità. 
Da qui l’idea che, resistendo, la scuola possa configurarsi, appunto, come un “contropotere”, recuperando le radici etiche e cognitive su cui basare il futuro dei giovani: aiutandoli così a orientarsi in un mon do globalizzato e sempre più interconnesso. Ma oggi in Italia è possibile concepire la scuola in questi termini? La domanda è legittima, e la risposta, purtroppo, sembra virare più verso il negativo che verso il positivo. Questo perché tutte le riforme e riformine più recenti vanno in una direzione che lascia poco spazio alla discussione in merito ai paradigmi pedagogici assunti in questi ultimi anni. Scelte programmatiche e metodologiche fondamentali (che cosa insegnare e come insegnarlo) sono state spesso imposte in maniera autoritaria, attraverso leggi votate frettolosamente (magari ricorrendo alla fiducia per evitare ogni dibattito parlamentare, come è accaduto al Senato con la legge 107/2015, la cosiddetta “Buona Scuola”) o addirittura con semplici circolari ministeriali che, sotto l’apparenza di fornire indicazione pratiche su specifiche questioni, hanno l’effetto di scalzare e sovvertire modelli didattici consolidati. A vantaggio di un “nuovo che avanza”, senza però la minima disamina critica e, soprattutto, senza alcuna forma di coinvolgimento degli addetti ai lavori, vale a dire gli insegnanti, il cui ruolo viene così svilito al rango di quello di semplici esecutori di decisioni calate dall’alto.
Ciò viene lucidamente raccontato nel saggio dello storico Mauro Boarelli, Contro l’ideologia del merito (Laterza, pagine 152, euro 14), in cui si mostrano le radici di certi concetti sempre più presenti nell’innovazione didattica stabilita per legge: la misurabilità, le competenze, il capitale umano, la meritocrazia. Tutte idee transitate dal mondo dell’economia e dell’azienda a quello dell’educazione e della scuola. Soffermiamoci, per esempio, sulla “didattica per competenze”, promossa, sempre più, dall’Unione Europea a partire dall’inizio degli anni Novanta, fino alla promulgazione, nel 2006, del Quadro delle “competenze chiave”. Questo e altri documenti sono chiaramente accomunati da una visione utilitaristica della conoscenza. Una di queste competenze è definita “imparare a imparare”. Ora, nessuno nega che sia essere buona cosa trasmettere ai giovani l’idea che l’apprendimento è un processo che non si esaurisce con la scuola ma che dovrà continuare lungo tutto l’arco della vita. Tuttavia si capisce anche che ciò è funzionale a un mercato del lavoro che richiede dosi sempre maggiori di flessibilità: anziché portare nella scuola un dibattito sui modelli economici e produttivi esistenti, magari per criticarli nelle loro storture e per pensare di migliorarli in relazione ai diritti delle persone, si preferisce spingere gli individui ad adattarvisi fin dalla più giovane età, cioè sin dagli anni della scuola. Scrive Boarelli: «Non si tratta di “imparare a imparare” come occasione di sviluppo culturale, senza immediati fini utlitaristici, ma di apprendere una forma specifica di comportanto: l’adattamento alle esigenze dell’impresa e alle forme specifiche della “flessibilità” di cui essa ha bisogno ». E aggiunge: «Le competenze giocano un ruolo determinante in questo processo di subordinazione alla visione del mondo economico, perché spingono i sistemi educativi ad abbandonare la costruzione di saperi critici in favore dell’organizzazione di saperi strumentali». 
Tendenze di questo tipo si esprimono in concreto in pratiche come quella dei test Invalsi, che elevano a feticcio il mito della misurabilità dell’apprendimento. Prove che hanno l’effetto di chiudere, uniformare, banalizzare e decontestualizzare la conoscenza. Una conoscenza che, nel momento in cui viene chiesto allo studente di individuare la risposta giusta (preconfezionata) tra quelle già fornite dall’estensore della prova, viene deprivata di ogni dimensione critica, creativa o anche solo collaborativa, con la conseguenza di impedire qualsivoglia sviluppo di un pensiero divergente. «Il “capitale umano”, le “competenze” e la valutazione standardizzata sono parti di uno stesso sistema concettuale che ingloba la vita sociale nella sfera produttiva», conclude Boarelli, e (aggiungiamo noi) la scuola in una visione aziendalistica ed economicistica del sapere e della cultura. 
Sono, queste, preoccupazioni condivise anche dagli autori degli scritti raccolti da Piero Bevilacqua nel volume, da lui curato, Aprire le porte. Per una scuola democratica e cooperativa (Castelvecchi, pagine 192, euro 17,50). In un intervento dedicato alla “scuola delle competenze”, Anna Angelucci denuncia l’impossibilità di impostare un dibattito serio e aperto sui cambiamenti in atto: «Qualunque resistenza, ascrivibile al tentativo di esercitare, sul piano etico, forme di libero arbitrio o, sul piano culturale, spazi di libertà nella concezione della cultura e nella riflessione sul nesso insegnamento/apprendimento o magari, sotto il profilo metodologico, possibili opzioni di falsificabilità di una teoria che ci viene imposta come una teleologia, deve essere, e viene, abortita sul nascere». Il sospetto è che le riforme della scuola siano – di fatto – pezzi della riforma del mercato del lavoro. E il potere economico è così forte, autoritario e repressivo (non a caso, già nei primi anni Settanta, Pasolini negli Scritti corsari scriveva la parola “Potere” sempre con l’iniziale maiuscola, intendendo quello dell’economia e dell’industria, cioè del neocapitalismo avanzato) da non lasciare alcuno spazio per una contestazione al suo pensiero unico. Chi si oppone ad esso viene tacciato di passatismo, misoneismo, disfattismo. L’insegnante che rifiuta di “aggiornarsi” è la bestia nera di questa retorica del nuovo, che canta le magnifiche sorti e progressive della scuola digitale, della didattica per competenze, dell’alternanza scuola-lavoro (altro fondamentale tassello, quest’ultima, di tale asservimento della scuola all’azienda). Mentre forse, in realtà, sta solo provando a mettere in atto forme di resistenza civile, vedendo ancora nella scuola una possibilità di “contropotere” (rispetto allo strapotere del più bieco neoliberismo).


mercoledì 19 giugno 2019

Lo straniamento dello storico


MARC BLOCH. L’attualità stringente del suo pensiero, a settantacinque anni dalla morte. Il 16 giugno 1944, dopo mesi di prigionia e torture in quanto resistente, veniva fucilato dai nazisti a Lione. Si interroga sulla natura del potere, sui legami che tengono avvinti i ceti subalterni ai gruppi dominanti.

Il racconto dello storico è quello che, per definizione, raccoglie e restituisce il senso del mutamento, in quanto condizione perenne dell’uomo, così come della complessa stratificazione di elementi e attori che stanno alla base del processo temporale. Marc Bloch, di cui in queste settimane ricorre l’anniversario della morte, fucilato dai nazisti a Lione il 16 giugno 1944, dopo mesi di prigionia e torture in quanto resistente, è forse tra quanti meglio hanno saputo rendere, attraverso la propria scrittura, la sensazione di straniamento che il fare e raccontare la storia induce in chi si adopera in un tale esercizio.
Tutta la sua scrittura, infatti, è sospesa tra la necessità di dare conto in maniera plausibile e accertata delle trasformazioni che il tempo induce nella collettività e, dall’altro lato, della difficoltà di discernere il fatto oggettivo dalle rappresentazioni che di esso circolano nel momento stesso in cui questo si verifica. Quella che lo accompagnava nelle sue riflessioni non è solo la questione delle manipolazioni deliberate bensì della reale conoscibilità degli eventi.

IL SUO TESTO più importante, I re taumaturghi, del 1924, oltre a essere un eruditissimo esercizio di storia della mentalità, interrogandosi su alcuni aspetti del «doppio corpo» (secolare e, al medesimo tempo, miracoloso) dei sovrani, costituisce una cavalcata di straordinaria vivacità nell’antropologia medievale. Se il ruolo dello storico non è solo quello di identificare degli eventi ma di stabilire concatenazioni logiche attraverso dei nessi, allora l’impegno che egli deve devolvere è quello di calarsi in un’epoca e coglierne i tratti prevalenti.
Non di meno, Bloch si interroga sulla natura del potere, ossia sui legami che tengono saldamente avvinti classi e ceti subalterni ai gruppi dominanti. Anche altre opere di medievistica, il suo campo d’azione per eccellenza, come Re e servi (1920), I caratteri originali della storia rurale francese (1931) e ancora La società feudale (1939-1940), rispondono a questa esigenza. La necessità di ibridare la ricostruzione storica con quelle altre discipline che si erano venute affermando a cavallo tra il Settecento e il primo Novecento, l’antropologia per l’appunto tra tutte, rimane per lo studioso un esercizio imprescindibile. Poiché il campo simbolico non è il regno della fantasia ma il contesto in cui si stabiliscono rapporti di diseguaglianza destinati a cristallizzarsi nel tempo. Così come anche il luogo delle possibilità, poiché gli uomini sono quello in cui credono e credono nella misura in cui a essi è offerta una guida che percepiscono come autorevole, ossia comprensiva, protettiva e riparatoria.

D’altro canto, la questione di capire la storia per Bloch si lega a quella di manifestare se stesso, la sua personalità, che, a sua volta, demanda alla necessità di assumersi le responsabilità dettate dalle circostanze. La sua stessa scelta, quando era oramai ultracinquantenne, di militare nella Resistenza francese, si inscrive chiaramente in questa dimensione. Ciò che studiò, disse, scrisse fu essenzialmente qualcosa che riportava a un dato personale, prima ancora che professionale. Ovvero, qualcosa che faceva dell’esercizio intellettuale un impegno morale quotidiano. Così come il racconto storico deve rendere intelligibile il presente, essendo altrimenti un esercizio barocco, autoreferenziato, in buona sostanza totalmente sterile.

BLOCH ERA CRESCIUTO intellettualmente in quella Francia che aveva digerito con grande difficoltà i miasmi dell’affaire Dreyfus, che si era confrontata con il carnaio della Prima guerra mondiale e che poi aveva seguito la lunga traiettoria declinante della Terza Repubblica. Vichy, da questo punto di vista, avrebbe costituito solo la tappa terminale di un percorso dove al declino militare, politico e geostrategico la Francia, e la stessa Europa, accompagnavano quello morale. L’assumersi una responsabilità politica implicava quindi il rifiutare la decadenza che la «collaborazione» con l’occupante portava invece con sé.Ma anche denunciare, a prescindere da qualsiasi affiliazione partitica, i limiti di un regime liberale, incapace di fare concretamente fronte all’evoluzione della società francese all’insegna di quei principi di emancipazione e integrazione di cui si dichiarava invece integrale depositario. Tre opere sul metodo, prima ancora che di merito, caratterizzano il lavoro di Bloch. Sono le Riflessioni d’uno storico sulle false notizie della guerra, redatte tra il 1914 e il 1915; La strana disfatta, del 1940; l’Apologia della storia, la cui curatela, per le mani di Lucien Febvre, vedrà la luce solo a cose fatte, nel 1949, cinque anni dopo la morte dell’autore. Il tratto comune a scritti tra di loro altrimenti diversi è quello della ricerca urgente di una dimensione simbolica nella quale celebrare il senso degli eventi correnti. Le Riflessioni demandano alla guerra parallela delle dicerie e dei passaparola, che si fa conflitto a sé, capace non solo di condizionare quello materialmente combattuto nelle trincee e sui campi di battaglia ma anche di generare un universo di significati, e con essi di aspettative e quindi di condotte, autonomi dai riscontri di fatto. Dei quali, almeno in parte, ne condizionano addirittura l’esito.
LA «DISFATTA», scritta sotto l’impellenza della repentina e clamorosa sconfitta francese dinanzi alla guerra lampo tedesca del 1940, è un vero e proprio regolamento di conti generazionale. Poiché al suo centro c’è il tracollo morale del Paese, ossia la rottura del patto tra le diverse parti della società francese, e quindi la consunzione delle ragioni e delle idealità che dal 1789 in poi ne avevano accompagnato la storia. Il disastro, per Bloch, che fu anche militare e come tale ragionò sulle cronache che lo vedevano chiamato in causa, non giungeva inatteso. Tuttavia, le sue proporzioni erano tali da rendere impossibile, con le sole forze allora presenti, il ricomporre le cesure che si erano nel mentre generate.
Anche per via di una tale premessa, lo storico sceglierà di lì a non molto la strada della Resistenza, vista come l’unico percorso possibile per dare un futuro non solo al suo Paese ma all’intero Continente, dinanzi al rullo compressore nazista del «nuovo ordine europeo». Lo stesso lavoro dello storico diveniva peraltro impossibile nell’asfissiante e mortificante regime di occupazione. Impraticabile non solo materialmente ma soprattutto moralmente, dinanzi alla decadenza dei quadri culturali e ideologici di un’intera collettività. L’Apologia, quindi, risponde anche all’esigenza di fare fronte ad un lavoro di ricostruzione, non esclusivamente intellettuale, del senso del passato, per meglio intendere la natura dell’intervento politico diretto sul presente.

D’ALTRO CANTO, Marc Bloch se precedentemente si era interrogato sul tessuto connettivo delle società feudali, sulle infinite ramificazioni delle dipendenze, delle sudditanze e delle credenze, insieme alla forza centripeta dei differenziali sociali (il paradosso della diseguaglianza che lega invece che dividere), con le opere redatte frammentariamente a ridosso della tragedia bellica cerca invece di rendere conto della radice di una sconfitta che interpreta e vive come evento totale.
L’impreparazione bellica è solo un aspetto di quella che viene intesa come una resa definitiva. Alla mobilità delle truppe tedesche, specchio efficace di un’intraprendenza feroce, disinvolta e amorale della società nazista, si contrappone quell’inerzia dell’esercito francese che è il prodotto del lungo stallo della Terza Repubblica (quella delle «biblioteche dagli scaffali vuoti»).
La destra nazionalista, fingendo di tradire le sue stesse premesse, si consegna allora all’occupante, coltivando l’inconfessabile desiderio di riceverne un dividendo, mentre ciò che resta dell’opposizione di sinistra, afasica e inconsistente, non riesce neanche a concepire quale possa essere l’esigenza di un discorso sulla rigenerazione nazionale. L’una, traditrice, così come l’altra, inessenziale, sono semmai destinate a essere surclassate dalla signoria tedesca. In una Francia sottomessa, dove le classi abbienti contrattano il regime di occupazione nel nome della compromissione, i ceti medi e la piccola borghesia cercano una finta normalità che sarà l’anticamera della collaborazione nei suoi aspetti più livorosi e intollerabili e le comunità lavoratrici si piegano a una visione particolarista e corporativa del proprio ruolo.

LO STORICO, che avrebbe senz’altro proseguito nel suo lavoro se non fosse stato ucciso anzitempo, coglie i lineamenti di questo drastico mutamento di quadro. Non fa in tempo ad ultimare l’affresco di un’epoca che lo vede diretto protagonista, come militante politico. E tuttavia riesce ancora a formulare, tra le righe, l’esigenza di un’altra Europa, così come il bisogno di un’altra idea di nazione. L’una e l’altro prodotto della disillusione e del disincanto. Quanto di quella lezione su un tramonto repentino, che però ha lontane radici, si riproponga per il nostro presente, sarà il futuro prossimo venturo a raccontarcelo. In un’età, la nostra, che è anch’essa di declino, per alcuni aspetti comparabile a quella che Bloch visse sulla sua viva carne.
Claudio Vercelli, su Il Manifesto del 18 giugno 2019

Marc Bloch, storico, 1886/1944

sabato 8 giugno 2019

PCI: COSTRUIRE L’UNITA’ DEL FRONTE POPOLARE


il “frontismo” di natura popolare va dunque inteso come unità sociale delle forze di classe, riorganizzate dalla frantumazione e perdita di soggettività, e come unità politica della sinistra di classe, antimperialista e anticapitalista. Solo così è possibile il “disvelamento” delle politiche dell’Unione europea, guidata e diretta dalle oligarchie liberiste che tendono ad azzerare la stessa sovranità costituzionale dei popoli, ora in primis quella del nostro paese. (fe.d.)


COSTRUIRE L’UNITA’ DEL FRONTE POPOLARE
di Fosco Giannini, Responsabile Dipartimento Esteri PCI

- GOLPISMO DELL’UE E CEDIMENTI DEL GOVERNO CONTE
I grandi avvenimenti e i grandi processi storici guidati dalle classi dominanti e che queste classi conducono, senza mediazioni, per i propri interessi e contro gli interessi dei lavoratori e dei popoli, vengono scientemente, dalle stesse classi dominanti, sempre accuratamente celati. Tutta la storia del colonialismo si è, ad esempio, dispiegata con questa modalità ed ogni azione coloniale si è sempre mascherata da “aiuto ai Paesi sottosviluppati”, nello stesso modo in cui tante guerre imperialiste si sono presentate come “interventi umanitari”. Così è per la costruzione dell’Unione europea, che procede come un treno di gangster dentro un lunghissimo tunnel buio: i viaggiatori non conoscono la strada reale né il reale punto d’arrivo e durante il viaggio vengono continuamente ingannati da informazioni che parlano di stazioni finte e di mete diverse da quelle reali. Essendo, l’obiettivo del grande capitale europeo, quello di costruire un’Unione europea come nuovo polo imperialista mondiale dotato di leggi sovranazionali in grado di assicurare alle forze capitaliste dei vari Paesi piena libertà di manovra politica, economica e finanziaria, volta alla più alta estrazione di plus valore possibile dal mondo complessivo del lavoro, tutta questa complessa dinamica va tenuta accuratamente nascosta: che i popoli non vedano, che i lavoratori non capiscano. Che le false forze della “sinistra” filoeuropeista aiutino a perpetrare l’inganno. Che le false forze “sovraniste”,che sposano ideologicamente il progetto liberista dell’Ue, si presentino pure come forze d’opposizione, prosciugando così l’opposizione e cancellando l’alternativa.
E l’inganno procede, solitamente, nel buio. Tuttavia, essendo anche la costruzione dell’Ue un progetto umano, anch’esso mostra a volta i propri punti deboli, anch’esso a volta non riesce a celarsi, a mitigare la propria natura imperialista. A volte, nella casa oscura dell’Ue, si aprono improvvisamente delle tende alle finestre che lasciano intravedere ciò che sta accadendo dentro le stanze del potere.
E’esattamente ciò che sta accadendo in questa fase in Italia: delle tende si sono aperte e la luce illumina la verità dell’Ue, illumina la dialettica politica tra l’Ue, le forze fintamente “sovraniste” e quelle liberal-democratiche,come il PD.
La Commissione europea, in relazione all’aumento del debito pubblico italiano, chiede violentemente al governo giallo-verde una nuova manovra economica di 4/5 miliardi (da attuare subito) che si basi essenzialmente sull’aumento dell’IVA ( e dunque sull’attacco alle condizioni di vita dei lavoratori e delle famiglie) e su ulteriori tagli allo stato sociale, tagli peraltro già anticipati dal governo Conte attraverso l’ennesima sforbiciata alle pensioni, non quelle d’oro, ma quelle percepite dagli ex operai e dagli ex lavoratori a 1.500 euro di stipendio. Ciò subito. Ma, naturalmente, la Commissione europea ha un disegno d’attacco strategico e, conseguentemente, chiede al governo italiano di cancellare la propria, totale, politica economica, a cominciare dalla rinuncia al reddito di cittadinanza e alla “quota cento” per le pensioni. I ministri delle Finanze dell’Ue si riuniranno a Bruxelles, proprio per il “caso Italia”, il prossimo 9 luglio. Da ora sino a quella data il governo Conte ha la possibilità di chinare completamente la testa (“di avviare una discussione con la Commissione europea”, si dice in modo eufemistico) e accettare i nuovi diktat imposti dall’Ue, nello stresso modo in cui questo governo “sovranista” chinò vergognosamente la testa nello scorso dicembre, quando accettò “la raccomandazione” dell’Ue di tagliare 10 miliardi di spese sociali nella manovra 2019. Se entro il 9 di luglio il governo giallo-verde non avrà chinato la testa la Commissione europea potrà scagliare contro il nostro Paese la micidiale “procedura d’infrazione”, mai lanciata nell’intera storia dell’Ue, una procedura che potrà, nei fatti, permettere alla Commissione di decidere, per anni, le intere politiche di bilancio del governo italiano e tutti gli obiettivi di rientro dal deficit (che, naturalmente non potranno essere che quelli “greci”: tagli alle pensioni, ai salari e allo stato sociale). Questo potere della Commissione potrà dilungarsi sino a quando la Commissione stessa non deciderà che il debito complessivo sia stato “adeguatamente” abbassato. Se il governo italiano non aderisse a questo disegno potranno scattare appieno le sanzioni, una “multa” sino allo 0,2% del PIN e la sospensione dei fondi strutturali dell’Ue all’Italia, continuando tuttavia l’Italia a versare la propria, ingentissima, quota quale membro dell’Ue.
E’ chiaro come le intenzioni della Commissione europea, che traggono la loro “liceità” dagli stessi Trattati dell’Ue, abbiamo il sapore acre del colpo di Stato: un intero Paese, la sua economia, le sue scelte strategiche, possono venire completamente annullate dai nuovi “Chicago Boys” dell’Ue e le condizioni di vita di un intero popolo possono passare nelle mani di una Commissione di esponenti diretti del grande capitale europeo.
Le degenerazioni golpiste dell’Ue sono tutte contemplate all’interno del disegno strategico del grande capitale europeo, volto alla costruzione di un nuovo polo imperialista, e tali degenerazioni sono possibili grazie alle stesse leggi interne di cui si è dotata l’Ue, ad esempio l’impossibilità di cambiare i Trattati se non all’unanimità! E cioè (per interloquire anche con quelle forze della sinistra che credono possibile il cambiamento dell’Ue “dall’interno”): per il cambiamento strutturale di questa Ue occorrerebbe che in ognuno dei 27 Paesi membri vincessero le forze comuniste, della sinistra di classe e anticapitaliste! Ed è all’interno di questa enorme contraddizione che il PCI giudica, come tanti altri Partiti Comunisti dell’Ue, irriformabile l’Ue.
Ora, quali sono le reazioni sia del governo italiano che del PD all’annuncio delle posizioni golpiste della Commissione europea? Come già nello scorso dicembre il governo Conte si sta preparando alla capitolazione, che avverrà in un immorale e indecente gioco delle parti: Salvini abbaierà un po’ alla luna mentre Conte e Tria, trainati da Mattarella e attraverso il beneplacito di Di Maio e dell’area moderata e liberista del M5S, accetteranno tutte le condizioni-capestro dell’Ue (sul reddito di cittadinanza gli esponenti liberal del M5S hanno già affermato che “la misura rimarrà, magari riequilibrata in relazione alle esigenze dell’ ’Ue”).
Sull’altro fronte, si palesa tutta la surreale “opposizione” del PD, che contesta il governo Conte proprio attraverso la piena assunzione di tutte le posizioni iperliberistee golpiste della Commissione europea.
Peraltro, la situazione italiana altro non è che lo specchio dell’intera condizione dell’Ue, dove le forze “sovraniste” (da Orban alle destre governative della Polonia e dell’ Austria) sono le prime a considerare legittime e giuste – per accedere ai fondi europei senza condizioni – le politiche di rientro dai debiti pubblici attraverso le politiche iberiste; dove nessun’altra forza “sovranista”, dal Raggruppamento Nazionale di Maria Le Pen in Francia al Brexit Party di Nigel Farage in Gran Bretagna, propongono politiche davvero alternative al liberismo imperante. E dove le forze liberal-democratiche e quelle socialdemocratiche e socialiste rappresentano i bastioni storici di questa Ue.
In questa fase, dunque, in Italia, le finestre si sono aperte sulla casa oscurata dell’Ue e sia la Commissione europea, sia il governo finto-sovranista che la stessa “opposizione” del PD stanno mostrando, nella congiuntura, ognuno la propria, vera, natura politica, nature che si presentano diversificate di fronte all’immaginario collettivo ma molto simili, accomunabili, nell’impianto ideologico liberista.
Nel buio omertoso di cui si circonda il processo di costruzione dell’Ue si è aperto in questa fase un pertugio di luce: su questo pertugio devono lavorare innanzitutto i comunisti, il PCI. E’ora il tempo, (se non ora quando?) che i comunisti si rendano protagonisti di un immediato disegno di costruzione di un Fronte Unitario, Popolare, comunista e di sinistra di classe volto a denunciare in tutte le piazze del Paese sia la protervia golpista dell’Ue che la subordinazione ad essa del governo italiano e del PD.
E’ scoccata, in questi giorni, in queste ore, l’ora dei comunisti: che essi svolgano nell’immediato il ruolo, decisivo anche ai fini della propria, autonoma, crescita, di convocatori e “agglutinatori” delle forze più avanzate, delle forze antimperialiste, contrarie alla NATO e al golpismo dell’Ue, al fine di mettere finalmente in campo un’azione di lotta di respiro nazionale, una lotta avente al suo interno anche l’intento di costruire un Fronte Popolare di lungo termine, ben diverso da quegli ansiosi e turbolenti tentativi di mettere assieme le forze solo nelle fasi che precedono le elezioni.

fonte: https://pcifederazionevarese.files.wordpress.com/2019/06/fp-unitc3a0.jpg



venerdì 7 giugno 2019

A TARANTO IL FALLIMENTO delle politiche governative e del modello di sviluppo CAPITALISTA


una delle opere più belle di tutti i tempi di Edoardo Scarpetta, immortalata poi al cinema dal grande Toto’, è MISERIA e NOBILTA’ che contiene uno scambio di battute caustico: “in questa casa si mangia pane e veleno”, “no”, risponde Felice Sciosciammocca, “solo veleno”.
- a Taranto si diceva che lo scambio “ineguale” fosse quello tra salute ambiente e il lavoro. Ora lo scenario è cambiato: danni alla salute all’ambiente e non-lavoro.
(fe.d.)
la vignetta è di Biani su Il Manifesto del 7/06/2019

“E' il mercato bellezza!!!” ci verrebbe da dire se non ci trovassimo dinanzi ad una ulteriore svolta drammatica della “questione” ex Ilva ora ArcelorMittal, con i 1400 lavoratori in cassa integrazione per alcuni mesi oltre gli esclusi prima dal ciclo produttivo...poi si vedrà.
I padroni e i loro sodali parlano di crisi cicliche di sovrapproduzione di acciaio ma non aggiungono la elementare considerazione che si sospendono salari e stipendi per conservare i margini di profitto programmati per giustificare qui la loro presenza. Vogliamo ricordare che la crisi i comunisti la seguono sin dagli anni 80 ed è ancora lì. La crescita tumultuosa della gestione “Riva” fu in concorrenza sleale in Europa per i bassi salari italiani e la produzione di acciaio senza alcun vincolo sui parametri fondamentali dell'inquinamento altrove, invece, presenti per leggi nazionali. L'Italia fu costretta in ritardo ad adattarli e fu “normalizzata”. Oggi i magazzini sono pieni di prodotto non consegnato, mentre l'inquinamento viene regolarmente prodotto perché l'area a caldo produce in modo costante. Ciò era, per noi, regolarmente prevedibile. Altra cosa sarebbe stata se (come proponevamo da oltre un decennio) si fosse reso pubblico tale settore strategico e si fosse programmata una riconversione ed ambientalizzazione, proprio prevedendo le inevitabili crisi cicliche di rallentamento delle produzioni e l'uso di manodopera eccedente per esso. Quell'accordo è stato un suicidio, lo ribadiamo da alcuni anni, e siamo rammaricati per i limiti di chiusura localistica e rassegnazione dei maggiori sindacati.
Il presente è difficile e il futuro drammatico per la fabbrica ed il territorio tarantino.A Taranto si diceva che lo scambio “ineguale” fosse quello tra salute ambiente e il lavoro. Ora lo scenario è cambiato: danni alla salute all’ambiente e non-lavoro.

Comitato Cittadino PCI Taranto, 7 giugno 2019




mercoledì 5 giugno 2019

L'OCCHIO DI ALE (Alessandro Leogrande): lo sciopero dei migrantes nel Salento, paradigma del nuovo sfruttamento globale nelle campagne





Alessandro (Leogrande, Taranto 1977-+Roma 2017, ndr) è stato uno dei veri grandi intellettuali del nostro tempo. Nella sua breve esistenza ci ha raccontato, con passione, rigore e un uso sublime della parola, con ricerche sul campo e studi approfonditi, le storie e le ragioni degli sfruttati e degli invisibili, delle vittime e dei carnefici, attraverso il suo strumento preferito, il reportage narrativo.
Se ne sappiamo di più sui mali del meridione e degli altri luoghi del mondo dove si consumano ingiustizie, è per i suoi scritti sulle nuove mafie, sul caporalato, sui braccianti e gli operai, sulle contraddizioni e le fragilità della sua Taranto, e soprattutto sulle storie dell’esodo e della frontiera, sulle vite di uomini e donne che fuggono da guerre, morte, carestie e dittature, sulla loro umanità, sulle loro sofferenze e sulle ragioni profonde che generano questi movimenti inarrestabili della Storia.
(dall'articolo di Gemma Cestari, direttrice Premio Sila '49, su Il Manifesto, 4/06/2019)

Questo reportage di Alessandro Leogrande sullo sciopero accaduto a luglio 2011 dei braccianti africani di Nardò, nel cuore del Salento, è uscito il 4 novembre di quell'anno su Minima Moralia, blog di approfondimento culturale e su Il Mese, inserto culturale di Rassegna Sindacale 

- C’è un video che mostra tutto. Le immagini scorrono velocemente. I cassoni sono accatastati in un angolo, i lavoratori sono nell’altro. I cassoni sono vuoti. Nessuno raccoglie più il pomodoro. I lavoratori confabulano tra loro. A pochi metri di distanza, seduto su un cassone rovesciato come fosse un pascià, un caporale sbraita. Intima di muoversi, di tornare a lavorare, di non farsi venire strani grilli per la testa… Ma i raccoglitori non si muovono. Anzi, sì: due, tre di loro lo fanno. Si dirigono verso il pascià seduto e gli dicono che oggi no, oggi non lavora nessuno, incrociano le braccia. Sono stanchi di essere trattati come schiavi. Poi bloccano la strada…
Lo sciopero dei braccianti africani di Nardò, nel cuore del Salento, è iniziato così, una mattina di fine luglio. Le immagini me le ha fatte vedere qualche giorno dopo un bracciante che aveva filmato tutto, raccontandomi ciò che le immagini mostravano in un misto di italiano e francese. Per aver immortalato quei momenti con il suo cellulare l’uomo è stato pesantemente minacciato. Ti tagliamo la gola, gli hanno detto gli sgherri del caporale. Ti tagliamo la gola se le fai vedere in giro…
Ma lui se ne frega, dice fiero, mentre stoppa le immagini e ripone il cellulare nella tasca dei pantaloni. Ed è allora che ho capito che una gabbia mentale era ormai andata in frantumi.

La svolta
Lo sciopero di Nardò costituisce un punto di svolta importante. Per la prima volta i braccianti stranieri, impiegati nella massacrante raccolta del pomodoro, si sono rivoltati contro i loro sfruttatori. Non è stata una rivolta esacerbata da una aggressione razzista, come nel caso di Rosarno. E non si è trattato neanche di una di quelle esplosioni di rabbia che attraversano di recente i cie della penisola. È stata una protesta matura, che ha avuto al centro della propria denuncia le condizioni di lavoro e di sfruttamento, i rapporti di forza nella campagne, i modi della rappresentanza.
Tutto ha avuto inizio la mattina del 28 luglio 2011, ma la tensione era montata già nei giorni precedenti. E per capire come è potuto scoppiare un moto di ribellione tanto ampio, che nessuno aveva previsto fino al giorno prima, sarà utile raccontare la storia sin dall’inizio. Sarà utile innanzitutto capire che cosa ci stavano a fare a Nardò, nel profondo Salento, diverse centinaia di immigrati.
continua a leggere in
http://www.minimaetmoralia.it/wp/la-rivolta-di-nardo/

lo scrittore Alessandro Leogrande, (Taranto, 20 maggio 1977 - +  Roma 26 novembre 2017)
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lo sciopero dei migrantes nel Salento, paradigma del nuovo sfruttamento globale nelle campagne, è raccontato ora da Francesco Piobbichi, "Sulla dannata terra!, lo sciopero di Nardò", Claudiana 2019


martedì 4 giugno 2019

DUE MARXISMI? (o delle "sacre famiglie" degli intellettuali)



LE FAMIGLIE “SACRE” 
la “quistione” degli intellettuali ha sempre assunto, dai tempi di Gramsci, grande rilevanza. Oggi la ha ancora, allargata dal ruolo socializzante dei nuovi media, che ha riposizionato le soggettività dell’influenza sociale, naturalmente, rispetto ai tempi di Benedetto Croce. Si è in presenza, però, da una parte di una spettacolarizzazione esotica di figure che più che al marxismo guardano a valori e concetti funzionali ad una generica ed eclettica critica al sistema capitalistico già indagati (e criticati) da Marx ed Engels nella “Sacra Famiglia” a proposito di Bruno Bauer e dei suoi fratelli e soci. Dall’altra il mondo accademico, che fa della scienza una politica e tiene ben distante la militanza non solo verbalistica ma rivoluzionaria di ricercatori che si ispirano ai valori e agli ideali del socialismo. 

Un bell’articolo di Greg Godels apparso su Mltoday e tradotto da resistenze.org fa il punto della situazione negli Stati Uniti, smascherando alcuni “fenomeni” e citando gli autori meritevoli di attenzione, perché seri, rigorosi e, non ovvio, marxisti. (fe.d.)

DUE MARXISMI? 
di Greg Godels
- Google sa che nutro un costante interesse per il marxismo. Di conseguenza, ricevo spesso link ad articoli che gli algoritmi di Google selezionano come popolari o influenti. Sistematicamente, in cima all'elenco figurano articoli di o sull'incontenibile Slavoj Žižek. Žižek padroneggia alla perfezione le arti dell'intellettuale pubblico - è divertente, pomposo, offensivo, deliberatamente oscuro e ricercato. L'aspetto trasandato e la barba lo fanno assomigliare a una caricatura del professore europeo che dona al mondo grandi idee avviluppate in strati multipli di astrusità - un metodo di sicuro effetto per apparire profondi. E di sicuro effetto anche per promuovere il proprio potenziale commerciale di intrattenimento.
I più fedeli seguaci del «maestro» pubblicano perfino video di Žižek che divora hot-dog - tenendone uno in ciascuna mano! Attualmente sta incassando alla grande con un dibattito pubblico con un pallone gonfiato di destra - a quanto si dice, i biglietti di ingresso costano una fortuna. Il marxismo come attività imprenditoriale.
Žižek è tra le più recenti incarnazioni di una lunga successione di accademici, perlopiù europei, che si sono costruiti una modesta fama pubblica attraverso l'identificazione con il marxismo o con la tradizione marxista. Da Sartre e l'esistenzialismo, attraverso lo strutturalismo, il postmodernismo e il post-essenzialismo, fino a giungere al post-fordismo e alla politica identitaria, vari accademici si sono impossessati di frammenti della tradizione marxista e hanno preteso di rielaborare tale tradizione, mantenendosi nel contempo a distanza di sicurezza da qualsiasi movimento marxista. Sono marxisti quando questo serve loro ad attirare un pubblico, ma di rado reagiscono agli appelli all'azione.
L'aspetto curioso di questo marxismo intellettuale, di questo marxismo dilettante da salotto, è che non è mai marxismo e basta; è sempre un marxismo «con riserva». Il marxismo va bene se è quello del «primo» Marx, il Marx «hegeliano», il Marx dei Grundrisse, il Marx senza Engels, il Marx senza classe operaia, il Marx prima del bolscevismo o prima del comunismo.
È comprensibile: chi aspira a essere il prossimo grande «interprete» di Marx deve distinguersi dalla massa, deve ripensare il marxismo, riscoprire il «vero» Marx, individuare dove Marx ha sbagliato.
Nel passato, intere generazioni di studenti universitari benintenzionati ma confusi sul concetto di classe si sono fatte sedurre da pensatori «radicali» che offrivano loro un assaggio di ribellione confezionato in un'accattivante veste accademica. Le bibliografie destinate agli studenti brulicavano di libri che nessuno leggeva ma che andavano di gran moda, di autori quali Marcuse, Althusser, Lacan, Deleuze, Laclau, Mouffe, Foucault, Derrida, Negri e Hardt - autori che avevano in comune titoli bizzarri e provocatori e una prosa impenetrabile. Libri che promettevano molto, ma che contenevano soltanto fumo.
Con il sorgere di una nuova generazione di giovani dalla mentalità radicale, alla ricerca di alternative al capitalismo e curiosi nei riguardi del socialismo, è inevitabile che molti guardino a Marx. E a chi possono rivolgersi?
Un docente di Yale propone con notevole faccia tosta un pratico manuale introduttivo, pubblicato dalla rivista in voga Jacobin Magazine e intitolato How to be a Marxist [Come essere marxisti]. Il professor Samuel Moyn svolge attualmente l'incarico di Henry R. Luce Professor di diritto. A quanto pare, Moyn non prova alcun disagio nell'occupare una cattedra finanziata da uno degli editori più notoriamente anticomunisti e antimarxisti del Paese, proponendo al tempo stesso una guida al marxismo.
La pretesa «manualistica» di Moyn di guidare l'incolto alla scoperta del marxismo non viene né giustificata né spiegata. Nondimeno, il professore si ritiene autorizzato a consigliare la lettura delle opere di due accademici recentemente scomparsi, Moishe Postone ed Erik Olin Wright (nonché quelle di Perry Anderson, tuttora in vita), definendoli gli ultimi esponenti di quella «...generazione di grandi intellettuali che furono indotti dalle esperienze da loro vissute negli anni Sessanta a dedicare la propria esistenza alla riscoperta e alla rielaborazione del marxismo».
Devo confessare che la scelta di Moishe Postone mi ha lasciato perplesso. Dovevo sentirmi imbarazzato per il fatto che non avevo mai sentito nominare le opere del professor Postone, né avevo mai saputo che fosse marxista? Poi ho trovato su YouTube un'intervista all'esimio professor Postone, e ho rapidamente scoperto che egli negava risolutamente e senza riserve di essere marxista. Per di più, Postone sostiene che la maggior parte di ciò che chiamiamo marxismo è stato scritto da Friedrich Engels. Postone ammette che Engels era «un bravissimo ragazzo»; ma Engels non ha mai capito veramente Marx. Postone invece sì. E il suo Marx non «glorifica» la classe operaia industriale.
Ho invece familiarità con l'altro presunto esemplare di «grande intellettuale» devoto al marxismo, vale a dire Erik Olin Wright. Wright è stato per lungo tempo un esponente di spicco della cosiddetta scuola del «marxismo analitico». Come gli altri protagonisti di questo movimento intellettuale, Wright tentò di dare al marxismo una base «legittima», mediante un processo in cui tale legittimazione veniva perseguita assoggettando il marxismo ai rigori delle scienze sociali anglo-americane convenzionali. All'interno di questa cricca, l'idea che le scienze sociali anglo-americane siano prive di pecche e che non abbiano nulla da imparare dalla metodologia di Marx non viene mai messa in discussione. A Wright, peraltro, va riconosciuto un enorme sforzo di comprensione del concetto di classe sociale.
Allo scopo di «salvare la sinistra dal rischio di infilarsi ancora una volta in vari vicoli ciechi», il professor Moyn propone il libro più recente del suo «brillante collega» Martin Hägglund. Moyn ci assicura che This Life: Secular Faith and Spiritual Freedom [Questa vita: Fede laica e libertà spirituale] è un ottimo punto di partenza per coloro che desiderano ridare energia alla teoria del socialismo, o perfino elaborare una propria teoria di una variante marxista del socialismo».
Bastano pochi istanti per capire che Martin Hägglund e il suo affezionato collega non fanno altro che condurci in altri vicoli ciechi, in cui molte generazioni precedenti si sono già infilate. Hägglund si propone di rivisitare l'esistenzialismo, Hegel e le tradizioni cristiane alla ricerca dello sfuggente «significato della vita». Se molti di noi pensavano che Marx avesse offerto un'analisi profondamente documentata del cambiamento sociale e della giustizia sociale, ecco che Moyn e Hägglund, seguendo le orme di Postone, portano alla ribalta «gli interrogativi ultimi che ciascuno di noi deve porsi: quale lavoro devo svolgere? Come devo impiegare il tempo limitato che mi è concesso?». Accumulando i contrasti del capitale, rispondono i nostri, e «massimizzando... il tempo libero che ciascun individuo può impiegare come desidera...»
Dunque la lotta per l'emancipazione, in questa versione riveduta e corretta del marxismo, non consiste nell'emancipazione della classe lavoratrice, bensì nell'accaparramento di tempo libero sottratto alla morsa del lavoro. Gli esimi docenti, peraltro, riconoscono che tale lotta è decisamente più agevole per gli accademici che per i «dannati della terra».
«E infine», conclude Moyn, «vi è la proposta di Hägglund secondo cui i marxisti possono accantonare il comunismo - che in ogni caso Marx descrisse solo in modo vago - a vantaggio della democrazia. Non è del tutto chiaro che cosa Hägglund intenda con democrazia - un punto che né Marx né molti marxisti hanno voluto approfondire sul piano teorico». Così, il distillato di «marxismo» ottenuto da Hägglund si traduce nel rifiuto del comunismo e nell'adozione di una vaga «democrazia». Non posso che concordare con Moyn: «È davvero notevole quanto poco di ciò che la maggior parte delle persone ha sempre considerato essere il marxismo trovi posto nel... tentativo di Hägglund di rimetterlo in marcia per i nostri tempi». A quanto pare, il segreto (ora rivelato) di come essere marxisti consiste nel gettare alle ortiche Marx.
Come molti sedicenti «marxisti» che li hanno preceduti, Postone, Hägglund e Moyn sembrano avere l'intenzione di neutralizzare il marxismo, più che di promuoverlo.

Idee pericolose

La pura e semplice verità è che il marxismo - sin dall'epoca della censura e delle ripetute espulsioni da vari Paesi di cui fu vittima Marx - è un'idea pericolosa. L'impossibilità per Marx di ottenere incarichi accademici e la costante sorveglianza e persecuzione a cui fu assoggettato dalle autorità prefigurarono la sorte di quasi tutti gli intellettuali autenticamente marxisti. Il capitalismo non concede onori accademici o celebrità a chi invoca la distruzione del capitalismo. E quei «marxisti» che assurgono alla fama accademica, si assicurano lucrosi contratti editoriali e godono dell'attenzione dei media rappresentano di rado una minaccia per il sistema.
È indicativo che sebbene la storia abbia prodotto numerosi marxisti «organici» - marxisti le cui radici affondavano nella classe operaia e nei movimenti in lotta contro il capitalismo - i loro contributi figurino assai di rado nelle bibliografie dei docenti universitari, se non come oggetto di scherno. È raro che le università offrano posti di lavoro a chi persegue idee pericolose o si riconosce in una versione del marxismo che propugna il cambiamento rivoluzionario.
Uno storico marxista come lo scomparso Herbert Aptheker, che fece più di qualunque altro intellettuale per smentire il ritratto fasullo tracciato da film quali Nascita di una nazione e Via col vento di un Sud benevolo impegnato nell'eroica difesa di un nobile stile di vita, non riuscì a trovare lavoro nelle università USA. Fu anzi necessario tutto l'impegno di un movimento per la libertà di parola perché fosse autorizzato a prendere la parola nei campus degli Stati Uniti. I suoi libri sono scomparsi dalla circolazione, e ben pochi studenti di storia afroamericana possono accedere ai suoi contributi.
Nessuno ha ancora realizzato una storia del movimento sindacale USA in grado di rivaleggiare con i 10 volumi della History of the Labor Movement [Storia del movimento sindacale] dello scomparso studioso marxista Philip Foner. L'opera in 5 volumi The Life and Writings of Frederick Douglass [Vita e opere di Frederick Douglass] di Foner restituì a Douglass il ruolo di figura di primo piano nell'abolizione della schiavitù negli Stati Uniti. Un'ateneo storicamente legato alla comunità afroamericana, la Lincoln University, assunse coraggiosamente Foner, che da anni era inserito nella «lista nera». Oggigiorno, purtroppo, le sue opere sono in gran parte ignorate proprio in quei campi di studio di cui fu pioniere.
Gli importanti contributi di molti altri intellettuali marxisti statunitensi vanno scovati sui vecchi numeri di pubblicazioni quali Science and Society, Political Affairs, Masses, Masses and Mainstream e Freedomways, lasciati a prendere polvere su scaffali seminascosti nelle biblioteche, vittime del maccartismo, delle liste nere, della vigliaccheria degli studiosi e del più bieco anticomunismo.
I marxisti della classe operaia si sono visti sbarrare le porte delle istituzioni accademiche, così come lo spazio pubblico dei mass media - a meno che, beninteso, non rinnegassero le loro opinioni! Malgrado il suo ruolo di leader all'interno dei movimenti della classe operaia e la sua prolificità di scrittore, le opere del marxista William Z. Foster sull'organizzazione, la strategia e la tattica sindacali e l'economia politica sono in gran parte dimenticate, salvo quando ricompaiono sotto forma di idee altrui. Altre figure marxiste di spicco che sono state protagoniste o interpreti di alcuni dei momenti migliori del movimento sindacale, come Len De Caux e Wyndham Mortimer, sono parimenti escluse dal club degli eletti.
Analogamente, pionieri marxisti dei movimenti per l'eguaglianza degli afroamericani e delle donne, come Benjamin Davis, William Patterson e Claudia Jones, non vengono né riconosciuti come tali né tantomeno additati come esempi di «Come essere marxisti».
Le opere dello studioso marxista di economia politica Victor Perlo, che hanno contribuito a identificare le dimensioni del potere del capitale finanziario e i risvolti economici del razzismo, brillano per la loro assenza in qualsiasi dibattito accademico su tali argomenti.
Ciò che tutti questi marxisti hanno in comune è l'attività di militanti politici all'interno del Partito Comunista degli Stati Uniti d'America - un'attività di cui andare fieri, ma che è oggetto del disprezzo della maggior parte degli intellettuali americani.
I migliori contributi pubblicati dalla veneranda rivista Monthly Review sono oggetto della medesima emarginazione. I suoi fondatori erano abbastanza minacciosi da essere oggetto di persecuzioni giudiziarie durante il maccartismo. E uno di loro, Paul Sweezy, esimio studioso di economia politica, non è mai stato accolto con particolare entusiasmo nei circoli accademici.
Oggi l'intellettuale marxista più pericoloso degli Stati Uniti è Michael Parenti. Lo so perché malgrado i suoi innumerevoli libri, video e dibattiti, malgrado il suo impegno senza compromessi a favore di un'interpretazione marxista della storia e dell'attualità, malgrado il suo radicato ma ragionato odio per il capitalismo e malgrado lo stile straordinariamente accessibile con cui sa illustrare le sue grandi idee, non trova un posto di lavoro in università e gli viene precluso ogni accesso ai media, salvo quelli più schierati a sinistra o marginali.
Un altro notevolissimo studioso marxista americano è Gerald Horne, che - sebbene occupi una cattedra universitaria - merita di essere studiato da qualsiasi individuo «di sinistra» degli Stati Uniti per l'integrità, l'accessibilità e la qualità dei suoi lavori.
Il marxismo autentico, contrapposto al marxismo di moda, trendy o à la page, è inarrestabile, aggressivo, ispiratore di azione. Disseziona diligentemente i meccanismi interni del sistema capitalista. È spietato e implacabile nel suo rifiuto del capitalismo. Sfida il pensiero convenzionale, guadagnandosi ben pochi amici nella stampa capitalista e scuotendo il sussiego e le buone maniere sobriamente liberali del mondo accademico. Il marxismo non è un mezzo per fare carriera - è un impegno ingrato.
I veri marxisti sono inevitabilmente degli isolati. Sino a quando non maturano le condizioni per il cambiamento rivoluzionario, sono spesso oggetto di scetticismo, disinteresse, perfino derisione e ostilità. I marxisti trendy sono allergici alle organizzazioni politiche, alla militanza e al rischio intellettuale, mentre i marxisti genuini sono spinti a ricercare i movimenti per il cambiamento e a entrarne a far parte; sono spinti a fare propria l'undicesima tesi di Marx su Feuerbach, tanto spesso citata quanto raramente tradotta in pratica: «I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo».





domenica 2 giugno 2019

Il PCI ed il dopo elezioni europee



la segreteria naz. del PCI, 28 maggio u.s.
 
UNITÀ NELLA DIVERSITÀ: massima unità possibile con l’insieme delle forze comuniste e della sinistra di alternativa interessate ad una articolata iniziativa.
- L’esito del voto per il rinnovo del Parlamento Europeo è inequivocabile.
Con esso un numero crescente di elettori ha decretato un pesante arretramento delle forze ricondotte ai gruppi parlamentari popolare, socialista, liberale, ossia dei gruppi largamente responsabili delle politiche che si sono affermate negli anni all’insegna del liberismo, dell’austerità, e quindi della crisi dell’Unione Europea che ne è discesa.
Con tale voto escono rafforzate le forze politiche che gli osservatori definiscono generalmente sovraniste, un insieme di forze marcatamente di destra, che da tempo hanno mostrato il loro volto e che pongono pesanti interrogativi per il futuro democratico dei Paesi interessati, dell’Europa stessa. Diverse tra esse risultano al primo posto in paesi quali la Francia, il Regno Unito, l’Ungheria, l’Italia.
Con tale voto si registra anche un pesante arretramento delle forze afferenti al gruppo parlamentare europeo GUE/NGL, la cui proposta politica alternativa, di sinistra, non è stata percepita dall’elettorato come la risposta adeguata alla crisi dell’Unione Europea.
Le ripercussioni del voto sugli equilibri del Parlamento Europeo sono rilevanti, e nelle prossime settimane si evidenzierà un serrato confronto volto a determinarne di nuovi, a condizionare l’attribuzione dei posti chiave, un confronto che dirà molto anche in relazione al se ed in che misura cambieranno le politiche europee, in particolare quelle economiche.
Per quanto riguarda il nostro Paese il voto per il rinnovo del Parlamento Europeo, confermando la volubilità dell’elettorato, il venire meno di ogni rendita di posizione, ha determinato profondi cambiamenti nel quadro politico.

La Lega ha ottenuto oltre il 34% dei voti divenendo il primo partito, seguita dal PD, che pur perdendo oltre 100000 voti rispetto alle ultime elezioni politiche si attesta oltre il 22%, dal M5S, che perde oltre 6 milioni di voti dimezzando il consenso ottenuto nelle medesime elezioni, da Forza Italia, che scende sotto la soglia del 10%, confermando il proprio declino, da Fratelli d’Italia, che con oltre il 6% registra un significativo avanzamento. Queste cinque forze politiche sono le uniche che portano parlamentari in Europa.
In linea con quanto accaduto in tanti altri contesti europei la sinistra registra un risultato assai negativo, solo in minima parte riconducibile al “richiamo al voto utile” che ha premiato il PD, passando da oltre il 4% delle precedenti elezioni europee, che le avevano consentito di eleggere 3 suoi rappresentanti, all’1,7%. Un risultato negativo, quello ascrivibile al “campo largo della sinistra”, completato dallo 0,8% dei voti andati al PC. Un risultato che non può non interrogare circa la prospettiva di tale schieramento.
La situazione determinatasi dopo questo voto, in gran parte confermata dall’esito delle elezioni amministrative svoltesi in concomitanza in diverse realtà territoriali del Paese, non potrà non avere ripercussioni sulla stessa tenuta del Governo Conte. Gli equilibri interni allo stesso, infatti, si sono ribaltati a favore della Lega, a discapito del M5S, che conferma la propria parabola discendente. Quello che si profila è uno scenario dal quale non può essere escluso il ricorso, a breve, a nuove elezioni politiche, nelle quali uno schieramento di destracentro può proporsi come favorito.
Il PCI, che per le note ragioni non ha potuto presentarsi in quanto tale alle elezioni europee, a fronte della situazione data non può che confermare la propria posizione circa l’Unione Europea, sottolineando la necessità di mettere in campo una capacità di analisi, di proposta, d’azione, in grado di contrastare efficacemente le politiche, l’idea stessa di Europa che il grande capitale transnazionale è riuscito ad affermare, le politiche imperanti, e di prospettare un’alternativa possibile, oltre che necessaria.
Ciò che serve è un’altra Europa, dall’Atlantico agli Urali, un’Europa che ha in una dimensione sociale avanzata, tutelante, la propria ragion d’essere, un’Europa della democrazia, della cooperazione tra stati sovrani con uguali diritti, volta alla pace, alla collaborazione, alla solidarietà con il mondo.
In relazione alla realtà italiana il PCI non può che ribadire la propria ferma opposizione alle poltiche del governo in carica, che a fronte dell’esito del voto rischiano di caratterizzarsi ancor più come politiche di destra ( emblematiche al riguardo la questione della flat tax, il decreto sicurezza bis), promuovendo articolate iniziative volte a fare conoscere le proprie proposte alternative per un cambiamento sociale e politico dell’Italia fortemente ancorato alla Costituzione Repubblicana.
In relazione alla situazione data, su tali posizioni, il PCI promuoverà nei prossimi giorni una articolata iniziativa volta alla massima unità possibile con l’insieme delle forze comuniste e della sinistra di alternativa interessate.
L’unità nella diversità è la risposta da dare alla crisi con la quale le stesse sono chiamate a fare i conti.


Roma, 28 Maggio 2019
La segreteria nazionale del PCI


sabato 1 giugno 2019

L'ATTO MISTICO per FUGGIRE: la GNOSI ORACOLARE di ERMETE e del TEURGO nel medioevo atavico



la gnosi, la gnosi mistica (Ermete Trismegisto) e gli Oracoli Caldaici (Giuliano il Teurgo): una chiave psicologica

- il confine tra religione oracolare e spiritualità ascetica si fonde nel misticismo dell’eta’ imperiale e tardo-antica, poi medievale e ripresa dall’umanesimo filosofico nel XV secolo, attraverso il mito di testi che, al contrario dei libri cosiddetti “sacri”, affiancano il simbolismo esasperato con le pratiche magiche, con il racconto iniziatico che propizia la salvezza attraverso la conoscenza (gnosi) sola possibile perché fusa all’atto mistico, l’ex-stasis (fuori di se’), l’estasi del congiungimento con la divinita’, l”indiamento”, termine presente in G.Reale (IV, 435). Sembra quasi una sublimazione di tipo freudiano, crediamo come risposta a sofferenze materiali e miserie morali in un’epoca di esistenze difficili, risolte nel ritualismo escatologico riservato a coloro che non vogliono capire, ma conoscere i codici dell’anima e della sua salvezza, e lo sdoppiamento per rifuggere l’apocalittico.
Come per il corpus dionysianum dello pseudo-Dionigi, il corpus di Ermete, messaggero degli dei, “tre volte grandissimo”, perché re, sacerdote, e primo anche tra i filosofi, contiene lo scrigno salvifico, che il dio ha rivelato solo a Thor, e dunque parla in oracolare, già tradotto dai sacerdoti scriba dell’Egitto.
E per gli oracoli del Teurgo figlio di Giuliano il Caldeo, la gnosi mistica prende l’accento della passione lirica, poesia esoterico misterica che quasi pare autocontemplarsi nel vaneggiamento paranoide.
E’ l’unico approdo per chi decide di vivere senza la materia, senza corporeità, con l’esterna spiritualita’ di un macrocosmo troppo grande per la misera esistenza terrena. (prof. fe.d.)
risorse didattiche / vai alla voce
- GNOSI - http://www.treccani.it/enciclopedia/gnosi/
- ERMETISMO (filosofia) - https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ermetismo_(filosofia)
- CORPUS HERMETICUM https://it.m.wikipedia.org/wiki/Corpus_Hermeticum
- ERMETE TRISMEGISTO
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ermete_Trismegisto
- ORACOLI CALDAICI
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Oracoli_caldaici
- GIULIANO IL TEURGO
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Giuliano_il_Teurgo