le lenti di Gramsci

martedì 30 ottobre 2018

LA DERIVA DI POTERE AL POPOLO, LA PRETESA DI AUTOSUFFICIENZA AUTISTICA



tutto deciso per lo Statuto 1 da un manipolo di sostenitori della rottura con le forze politiche organizzate



articolo di Dino Greco


Al coordinamento nazionale di PaP è andato in scena l’atto (annunciato) che certifica la frattura verticale del movimento.
Coloro che hanno proposto e sostenuto lo Statuto 1 hanno salutato con entusiastica enfasi lo “straordinario risultato” del voto, hanno dichiarato che ora non rimane che andare dal notaio per sostituire lo statuto ancora in vigore con quello nuovo che ritengono approvato e del quale hanno rivendicato l’immediata esigibilità.
Che lo lo Statuto 1 abbia raccolto poco più di un terzo dei consensi rispetto alle oltre 9 mila persone che hanno aderito a Pap e che tale percentuale tocchi a stento il 45% delle 7200 persone che hanno attivato la procedura prevista dalla piattaforma per accedere al voto, è cosa del tutto irrilevante: 3332 persone hanno approvato lo statuto1, 3868 hanno praticato l’astensione attiva o, in piccola parte, hanno votato lo statuto2, mentre 1890 aderenti a PaP non hanno attivato la procedura di voto.
Ci sarebbe di che riflettere. Invece no: tutto va bene, madama la marchesa.
Non basta avere cancellato il principio della decisione condivisa, non solo si è rifiutato il criterio della maggioranza qualificata dei due terzi, ma è passata in cavalleria persino la condizione della maggioranza semplice, quella del famigerato 50%+1.
I sostenitori dello Statuto1 hanno deciso che la minoranza assoluta basta e avanza per approvare lo Statuto, il documento fondativo del movimento, l’atto che equivale ad una costituzione, la casa comune di tutti e che, invece, di tutti non sarà più per scelta deliberata.
La verità, elementare per chiunque mastichi nozioni elementari di democrazia, è che quello statuto non è stato approvato.
E allora, perché questa proterva volontà di rottura, compiuta freddamente e con metodo?
Ho sentito dire: “perché bisogna garantire la governabilità”, e ancora, “perché serve rapidità di decisione”, affermazioni che hanno un suono sinistro, in quanto replicano, pari pari, gli argomenti che usò Renzi quando tentò di strappare la Costituzione.
Con la differenza che lui non poté pretendere di avere vinto con il 40 per cento dei voti.
E allora, perché si è esercitata una forzatura così violenta sul neonato corpo di PaP?
La ragione è di una inquietante semplicità: attraverso lo statuto si è voluto tracciare una netta linea di demarcazione fra i soggetti che hanno titolo di fare parte di Pap, e quanti possono restare, ma solo in una posizione gregaria e subalterna.
L’idea di un grande progetto sociale e politico di inclusione, per formare una soggettività antiliberista e anticapitalista, aperta e plurale deve escludere Rifondazione perché indiziata di collusione con il nemico.
Che Rifondazione abbia compiuto una radicale, definitiva e non negoziabile scelta di campo non ha importanza. Che essa abbia dato un impulso determinante alla formazione e alla proiezione nazionale di PaP neppure.
Come non conta che ben prima del naufragio del Brancaccio, e a maggior ragione dopo, fosse emerso limpidamente che non vi è per il Prc alcuna disponibilità a cadere nella trappola di accrocchi politicistici con i rottami in libera uscita del centrosinistra.
E allora? Il fatto è che una parte di PaP persegue l’obiettivo di un’autosufficienza autistica, per cui chiunque esiste, si muove, lotta fuori da esso un po’ di rogna se la porta comunque addosso.
Così si comportavano i gruppetti marx-leninisti degli anni Settanta nella loro fase crepuscolare. E si sa come è finita.
In queste settimane Rifondazione è stata sottoposta ad una sorta di ordalia, condita con una raffica di insulti a palle incatenate sui quali preferisco sorvolare.
Atti che però lasciano il segno in un corpo vivo che fa della militanza disinteressata la cifra del proprio impegno politico.
Difficile anche solo capire la pulsione autolesionista di chi ha portato sino in fondo una lacerazione che non può portare a nessuno, si badi: a nessuno, alcunché di buono.
Per questo sbaglia alla grande chi in queste ore festeggia la rottura, ritenendo che sbarazzatosi di Rifondazione con una rasoiata, ciò che resta di Pap potrà librarsi nel cielo depurato da scorie e tossine, forte di un piccolo nucleo che in plancia di comando tiene saldamente il timone nelle proprie mani, riservandosi di tracciare la rotta durante la navigazione.
E ora?
Certo, la delusione è forte. Ed è tanto più grande quanto lo è stato l’investimento su questo progetto di unità. Capisco lo sconforto di tanti e di tante che hanno creduto che si stesse aprendo una nuova pagina.
Ma una cosa è certa. Chi ha sostenuto che non si dovesse andare ad una conta fratricida, chi ancora si riconosce nel Manifesto costitutivo di PaP, chi in tutti questi mesi ha lavorato per costruire la trama di un rapporto unitario capace di mettere in comunicazione tante persone, alimentando la speranza di un cambiamento vero, non abbandonerà il campo.
Quell’esperienza, nelle forme possibili, continuerà. Non “resteremo sui colpi”.
La deriva reazionaria che sta ingoiando il Paese impone ad ognuno/a di noi di aprire cento fronti di lotta e di resistenza attiva. Lo faremo con la generosità e con lo spirito unitario di sempre.
fonte:
http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=35988

LA MANOVRA

Riceviamo dal compagno Bruno Steri e pubblichiamo come contributo alla discussione sulla fase politica che stiamo attraversando

di Bruno Steri«L’obiettivo dei comunisti e di una sinistra di classe resuscitata dal coma in cui è precipitata deve essere, quale esito di un’opposizione “intelligente”, il disvelamento delle contraddizioni strutturali contenute nel combinato disposto Di Maio/Salvini & C e, con ciò, il fallimento del patto politico “post-ideologico”». Questo dicevamo una diecina di giorni fa; e questo va ribadito oggi, alla luce del progetto di manovra appena licenziato dal governo.
Detto di passaggio, al suddetto obiettivo ha inteso corrispondere la manifestazione dello scorso 20 ottobre, cui il Pci ha aderito, essendo i contenuti della stessa concentrati nella parola d’ordine «nazionalizzazioni»: ciò al fine di evidenziare l’attrito fra le estemporanee dichiarazioni degli esponenti governativi e il più che probabile perdurare di un’assenza di fatti concreti; ma anche per riappropriarsi di un tema strategico che è nostro, che cioè comparirebbe in primo piano in una nostra proposta programmatica, accanto a una riforma fiscale fortemente orientata in senso progressivo (l’opposto della flat tax) e a una consistente imposta patrimoniale (la stessa che Matteo Salvini ha seccamente escluso) . La fase è difficile e tutt’altro che favorevole dal punto di vista dei rapporti di forza, ma ciò non autorizza a restare silenti in attesa degli eventi. Occorre ricostituire le forze, muovendo sin dall’inizio i passi giusti. E provando a dire le cose giuste.

Dare a Cesare quel che è di Cesare

Ma ricapitoliamo i termini della questione. Cominciando in primo luogo col riconoscere a Cesare quel che è di Cesare. Per quel che è dato capire dalla Nota di aggiornamento del Documento economia e finanza (Nadef), la manovra contiene impegni in direzione di un miglioramento sociale che il mondo del lavoro da tempo non vedeva: da quando, per un verso, è iniziata l’epopea berlusconiana e, per altro verso, la sinistra ha smesso di fare la sinistra (anche solo socialdemocratica), votandosi al rigore di Bruxelles e Berlino (questo e non altro ci dice l’approvazione del pareggio di bilancio in Costituzione) e piegando la testa davanti a orientamenti politici chiaramente antipopolari. Certo gli impegni vanno verificati all’atto della loro concretizzazione e, come vedremo, non è tutto oro quel che riluce nelle misure annunciate dall’esecutivo: siamo lontani cioè da una riscossa di classe. Tuttavia, la drammatica situazione in cui è precipitata una larga parte della popolazione del nostro Paese non consente atteggiamenti «aristocratici» e strumentalmente minimizzanti. Nella manovra c’è un «reddito di cittadinanza» (e per un disoccupato avere 780 euro è meglio che non avere niente); c’è il superamento della legge Fornero con l’instaurazione della cosiddetta «quota 100» (e per un lavoratore andare in pensione a 62 anni dopo 38 anni di lavoro è meglio che andarci a 67 anni); c’è un ridimensionamento, almeno iniziale, della cosiddetta «flat tax», con aliquota piatta al 15% per piccole imprese e partite Iva fino a 65 mila euro (con sollievo di una fetta importante di piccola borghesia); c’è un abbattimento dell’Ires sugli utili d’impresa, ma non a pioggia e condizionato al loro reinvestimento; c’è qualche provvidenza per risarcire quanti sono stati vittime delle “crisi bancarie” (leggi: ruberie bancarie); ci sono i tagli alle “pensioni d’oro”; c’è la cosiddetta «norma Bramini», che abolisce il pignoramento della casa per chi ha contratto debiti con banche ma ha crediti non riscossi con lo Stato; c’è qualche (risicata) risorsa per progetti regionali che puntino ad una limitazione delle liste d’attesa nella sanità; c’è la proroga degli ammortizzatori sociali per il 2018 e 2019 per imprese con più di cento dipendenti. Tutto ciò è in linea con il rifiuto di abbassare per il 2018 il rapporto tra deficit e Pil al di sotto del 2,4% per andare incontro al diktat imposto dal fiscal compact, la normativa europea che prevede pareggi di bilancio o, in ogni caso, deficit contenuti in vista di un rientro a tappe forzate dal debito pubblico.

Dell’assai meno esaltante capitolo del condono e del senso complessivamente deficitario della manovra dirò più avanti. Sin qui però dovrebbe risultare chiaro che una componente «sociale» nella manovra è presente; e, cosa importante, essa è particolarmente tenuta sotto osservazione dal mondo del lavoro e non solo. Lo ha chiaramente fatto intendere Pierpaolo Leonardi, segretario generale della Usb, nel corso della riunione che ha preparato la succitata manifestazione, auspicando di rendere preminenti contenuti capaci di metter pressione sul governo senza tuttavia disconoscere le pur delimitate migliorie sociali. Lo ha altresì fatto capire in una recente intervista a «La Repubblica» (del 19 ottobre scorso) la stessa Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, lasciando trapelare cautela dietro l’ufficialità dell’opposizione al governo. Segno evidente che le organizzazioni sindacali non possono non tener conto della percezione diffusa di una discontinuità, nonché di elementari esigenze materiali e determinati umori dei lavoratori (non sarà un caso se i primi sondaggi dicono che il 60% degli italiani approva la manovra). Se si considera che il precedente governo si era accomodato a prevedere, in sintonia con le richieste dell’Unione europea, un rapporto deficit/Pil dello 0,9% per il 2019, il pareggio di bilancio per il 2020 e un avanzo dello 0,2% per il 2021, si può apprezzare il ben visibile cambio di marcia. Tutto ciò sembra dunque giustificare il giudizio sulla manovra dato a suo tempo e con beneficio d’inventario da Stefano Fassina («Una manovra coraggiosa, quella che avrebbe dovuto fare il Pd»); e, viceversa, spiega l’irritazione subito manifestata dal centro-destra di Berlusconi e Meloni, i quali hanno invitato la Lega a sciogliere un sodalizio di governo che a loro dire avrebbe imboccato una strada «statalista», tradendo il mandato elettorale ispirato al taglio delle tasse e al sostegno alla libertà d’impresa. Nella serrata dialettica interna al patto di governo, questo delicato passaggio di politica economica ha dunque inizialmente fatto registrare una certa ripresa dell’impostazione più vicina al M5S: ripresa che l’economista Riccardo Puglisi (lavoce.info) si è incaricato di tradurre in euro, evidenziando i dati di «una manovra molto più gialla che verde». Nella distribuzione delle risorse messe a disposizione dallo sforamento del 2,4%, 6,75 miliardi di euro finanzierebbero il reddito di cittadinanza voluto da Di Maio; 600 milioni andrebbero a supporto della Flat tax sponsorizzata dalla Lega di Salvini; 6,76 miliardi sarebbero destinati a coprire la spesa (iniziale) prevista per il superamento della legge Fornero, auspicato da entrambe le parti. Risultato di questa partita intra-governativa: 10,12 miliardi complessivi a Di Maio; 3,975 a Salvini.

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http://www.marx21.it/index.php/italia/quadro-politico/29351-una-prima-valutazione-sul-progetto-di-manovra-del-governo

sabato 13 ottobre 2018

Bauman, rabdomante della modernità liquida


La rivista «Sicurezza e Scienze Sociali» dedica un numero al sociologo e pensatore polacco

articolo di Francesco Antonelli- - - apparso su Il Manifesto, 12 ottobre 2018


Zygmunt Bauman è stata una delle figure più rappresentative della sociologia mondiale in questo primo ventennio del Duemila. Quella metafora della liquidità con la quale ha saputo leggere con acutezza e profondità le molteplici conseguenze della globalizzazione sulle persone e sulle società, lo ha reso famoso presso un pubblico vastissimo. Bauman ha così mostrato che il compito di quei nuovi «intellettuali interpreti» (soprattutto i sociologi) di cui aveva analizzato ascesa e persino necessità già nel 1987, è innanzitutto fornire grandi e comprensibili quadri di lettura di una realtà che, altrimenti, rischia nella contemporaneità di essere oscura e completamente sfuggente.
NONOSTANTE QUESTI indiscutibili meriti o forse a causa di essi, l’opera di Bauman – in parte come accadde in vita a Georg Simmel, sua grande fonte d’ispirazione – ha sempre diviso profondamente la comunità scientifica che in buona sostanza gli ha rimproverato una certa debolezza metodologica, la mancata produzione di una teoria organica e lo stile eccessivamente divulgativo. Peccato mortale in un’accademia divisa tra autoreferenzialità e iper-specializzazione, non in grado di cogliere nel suo insieme la complessità sociale. A questi attacchi si uniscono oggi quelli più volgari e poco documentati di alcuni neo-sovranisti che lo accusano di essere stato, addirittura, un apologeta della globalizzazione e della postmodernità. Quando, al contrario, Bauman ne è stato uno dei più attenti critici senza rinunciare, innanzitutto, a descrivere la realtà così come si presenta.
Che ne sarà quindi dell’eredità di Bauman? A questa domanda prova a dare una risposta il numero monografico della rivista Sicurezza e Scienze Sociali (edita da Franco Angeli), curata da Riccardo Mazzeo, e significativamente intitolatoZygmunt Bauman. I cancelli dell’acqua. Questa opera si segnala innanzitutto perché va ad arricchire una paradossalmente scarsa produzione critica, sia in Italia sia all’estero, sull’opera di Bauman.
Il secondo merito di questo numero monografico è quello di riunire su una molteplicità di aspetti dell’opera del sociologo polacco – dalla Shoah al lavoro, dalla globalizzazione agli intellettuali – le riflessioni di alcuni dei più autorevoli studiosi italiani di scienze sociali – da Mauro Magatti a Vanni Codeluppi – molti dei quali, come Benedetto Vecchi, hanno conosciuto e lavorato con lo stesso Bauman. Allo stesso tempo, significativa è la presenza dei contributi di più giovani ma non meno acuti studiosi come Sabina Curti o Vincenzo Romania. Tre sono i punti fondamentali che, come un filo rosso, attraversano tutti i saggi raccolti nella rivista. Il primo concerne il permanere o meno di una condizione di modernità liquida nelle società contemporanee, soprattutto alla luce di quello che è il tema generale della rivista: il rapporto tra sicurezza e socialità.
GIÀ BAUMAN, soprattutto nella sua ultima opera, pubblicata postuma e dedicata alle «retrotopie», sottolineava l’ingresso delle società occidentali nella gramsciana fase dell’interregno. Una sorta di caotico guado nel quale il vecchio (in questo caso rappresentato dalla modernità liquida, cioè dalla fase più dinamica e dirompente della globalizzazione neo-liberale) si destruttura, e il nuovo ancora non è nato. I saggi contenuti nel numero mostrano come questo stato di crisi cronica sia dovuto, soprattutto, a un approfondimento delle condizioni della modernità liquida ribadendo così, con il dovuto senso critico, il permanere della fecondità delle analisi di Bauman.
LA SECONDA QUESTIONE attiene all’impianto metodologico dell’opera del sociologo polacco: proprio quella che viene spesso indicata come una debolezza è invece, come argomenta Magatti, una forza dell’opera di Bauman; che ci sollecita continuamente a essere curiosi, rabdomanti del mutamento, e orientati a fornire ad un pubblico più vasto gli strumenti per comprendersi e comprendere il mondo circostante. Una postura intellettuale di tipo critico del tutto peculiare e che, come argomenta Luca Corchia nel suo bel saggio, divide profondamente Bauman da Habermas; canonicamente considerato l’intellettuale critico (e classico) per eccellenza.
INFINE, IL TERZO FILO rosso è rintracciabile nella questione del rapporto tra Bauman, la modernità e la società keynesiano-fordista: qui emerge quella centralità dell’ambivalenza come categoria interpretativa baumaniana che, da una parte rivela l’esito totalitario che la modernità ha portato con sé; e, dall’altra, l’importanza di sicurezze e garanzie istituzionalizzate, nonché delle politiche redistributive, nello stabilizzare la vita sociale e individuale di fronte all’incontenibile dinamismo dell’economia. Un tema di nuovo centrale per determinare, in positivo o in negativo, l’approdo al quale ci condurrà la lunga fase di interregno nel quale siamo immersi.



lunedì 8 ottobre 2018

Intervista a Carol Ann Tomlinson, pedagogista e scrittrice americana


CONTRO LA SCUOLA “QUANTITATIVA” DEI TEST E DELLE MISURAZIONI

l’intervista all’autrice de The Differentiated classroom: Responding to the Needs of All Learners, 
testo non ancora tradotto in italiano, ma la cui lettura sarebbe vivamente consigliata agli esponenti ministeriali dell’antipedagogia nostrana, è a cura di Arianna Di Genova ed è apparsa su Il Manifesto del 5/10/2018.
«Ascoltiamo i ragazzi» è il titolo della sua relazione al simposio di Rimini. Come crede che una comunità di adulti possa seguire questa sollecitazione?
Nella mia esperienza di quasi cinquant’anni di insegnamento, ho potuto constatare che i giovani desiderano sempre un confronto con gli adulti purché li ritengano affidabili, interessati e solidali. Le nostre parole non passano mai inosservate. Bambini e adolescenti controllano come li salutiamo, come rispondiamo ai loro momenti positivi e negativi, se mostriamo fiducia o no. Quando trasmettiamo un senso di cura in modo chiaro e positivo, si mostrano disponibili a condividere con noi le loro storie. Così facendo, diventano i nostri insegnanti. Quando accade, oltre all’ascolto attento, è necessario riflettere sul significato di ciò che raccontano, elaborare quel che ascoltiamo in modo ponderato e, infine, agire sul messaggio che ci stanno consegnando. L’azione dovrebbe essere un supporto per la stima di quel particolare individuo.


Carol Ann Tomlinson

Lei ritiene che la scuola non debba essere solo una palestra per il lavoro futuro o un luogo dove sperimentare la competizione…
La competizione fa parte della vita, naturalmente, ma è preferibile che la scuola aiuti i giovani a diventare competenti e fiduciosi – sia accademicamente che personalmente. È fondamentale che ognuno di loro comprenda che è artefice del proprio destino, solo così sarà costruttivo e felice. Questo deve rimanere vero anche nei periodi più bui.
A cosa risponde, dunque, la sua idea di «educazione differenziata»?
È qualcosa che accade quando i dirigenti scolastici e insegnanti immaginano il loro lavoro come un ausilio nello sviluppo di tutti gli aspetti degli studenti, stimolando bambini e ragazzi a diventare «completi». Lavorando per assicurarsi che le esperienze in classe (e le altre opportunità) enfatizzino cose come trovare la propria voce, fissare gli obiettivi, prendersi cura gli uni degli altri, collaborare in modo efficace, riconsegnare il conflitto in modo proficuo, ascoltare e apprendere da varie prospettive, esprimere empatia, oltre a formarsi proprie idee e testare abilità. Gli studenti che imparano meglio sono quelli che vivono in forti comunità scolastiche.
Cosa manca principalmente alla scuola americana per poter rispondere meglio alle esigenze di una società in rapido cambiamento?
La società americana ha bisogno di capire quanto sia incredibilmente complesso il lavoro di un docente. A volte, è più facile incolpare che sostenere. Quando non si riesce ad apprezzare una risorsa essenziale come l’insegnamento, quel lavoro si traduce in una perdita, per la comunità tutta. Negli Stati Uniti ci siamo consacrati al sistema dei punteggi in test standardizzati. È qualcosa di de-professionalizzante per chi insegna e danneggia il senso di soddisfazione degli studenti, che invece dovrebbe essere il fulcro delle classi. Oltretutto, abbiamo ormai abbondanti prove che la ricerca dei voti con i test non porta nessun grande risultato.

mercoledì 3 ottobre 2018

IL POTERE POLITICO DELLE ARMI



Manlio Dinucci su Il Manifesto, 2/10/2018
[integrale]
L'arte della guerra. Si discute della finanziaria in deficit, ma si tace sul fatto che l’Italia spende ogni anno miliardi a scopo militare.
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Mercati e Unione europea in allarme, opposizione all’attacco, richiamo del presidente della Repubblica alla Costituzione, perché l’annunciata manovra finanziaria del governo comporterebbe un deficit di circa 27 miliardi di euro. Silenzio assoluto invece, sia nel governo che nell’opposizione, sul fatto che l’Italia spende in un anno una somma analoga a scopo militare. Quella del 2018 è di circa 25 miliardi di euro, cui si aggiungono altre voci di carattere miitare portandola a oltre 27 miliardi. Sono oltre 70 milioni di euro al giorno, in aumento poiché l’Italia si è impegnata nella Nato a portarli a circa 100 milioni al giorno.
Perché nessuno mette in discussione il crescente esborso di denaro pubblico per armi, forze armate e interventi militari? Perché vorrebbe dire mettersi contro gli Stati uniti, l’«alleato privilegiato» (ossia dominante), che ci richiede un continuo aumento della spesa militare.
Quella statunitense per l’anno fiscale 2019 (iniziato il 1° ottobre 2018) supera i 700 miliardi di dollari, cui si aggiungono altre voci di carattere militare, compresi quasi 200 miliardi per i militari a riposo. La spesa militare complessiva degli Stati uniti sale così a oltre 1.000 miliardi di dollari annui, ossia a un quarto della spesa federale. Un crescente investimento nella guerra, che permette agli Stati uniti (secondo la motivazione ufficiale del Pentagono) di «rimanere la preminente potenza militare nel mondo, assicurare che i rapporti di potenza restino a nostro favore e far avanzare un ordine internazionale che favorisca al massimo la nostra prosperità».
La spesa militare provocherà però nel budget federale, nell’anno fiscale 2019, un deficit di quasi 1.000 miliardi. Questo farà aumentare ulteriormente il debito del governo federale Usa, salito a circa 21.500 miliardi di dollari. Esso viene scaricato all’interno con tagli alle spese sociali e, all’estero, stampando dollari, usati quale principale moneta delle riserve valutarie mondiali e delle quotazioni delle materie prime.
C’è però chi guadagna dalla crescente spesa militare. Sono i colossi dell’industria bellica. Tra le dieci maggiori produttrici mondiali di armamenti, sei sono statunitensi: Lockheed Martin, Boeing, Raytheon Company, Northrop Grumman, General Dynamics, L3 Technologies. Seguono la britannica Bae Systems, la franco-olandese Airbus, l’italiana Leonardo (già Finmeccanica) salita al nono posto, e la francese Thales.
Non sono solo gigantesche aziende produttrici di armamenti. Esse formano il complesso militare-industriale, strettamente integrato con istituzioni e partiti, in un esteso e profondo intreccio di interessi. Ciò crea un vero e proprio establishment delle armi, i cui profitti e poteri aumentano nella misura in cui aumentano tensioni e guerre.
La Leonardo, che ricava l’85% del suo fatturato dalla vendita di armi, è integrata nel complesso militare-industriale statunitense: fornisce prodotti e servizi non solo alle Forze armate e alle aziende del Pentagono, ma anche alle agenzie d’intelligence, mentre in Italia gestisce l’impianto di Cameri dei caccia F-35 della Lockheed Martin. In settembre la Leonardo è stata scelta dal Pentagono, con la Boeing prima contrattista, per fornire alla Us Air Force l’elicottero da attacco Aw139. In agosto, Fincantieri (controllata dalla società finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze) ha consegnato alla Us Navy, con la Lockheed Martin, altre due navi da combattimento litorale.
Tutto questo va tenuto presente quando ci si chiede perché, negli organi parlamentari e istituzionali italiani, c’è uno schiacciante consenso multipartisan a non tagliare ma ad aumentare la spesa militare.