le lenti di Gramsci

martedì 31 marzo 2020

SANITÀ, SISTEMA e VIRUS / l’analisi del PCI


stalcio 
- Premesso che:
il PCI ritiene centrale rimarcare il fatto che tali misure restrittive, in questi giorni ineludibili, sono da considerarsi assolutamente transitorie, e non debbono in nessun modo evocare o anticipare modelli politici lesivi della democrazia e delle libertà individuali o scorciatoie di carattere autoritario alla gestione della complessità sociale.(..)
Serve un cambio di paradigma, culturale e politico assieme. Investire in direzione del rilancio, della qualificazione di una sanità pubblica, gratuita, di qualità è necessario e possibile assieme. (..) 
Chiediamo pertanto:
la ridefinizione delle forme di governo della sanità. Ciò attraverso il superamento degli attuali livelli di autonomia regionale in materia, il rilancio del ruolo dello Stato, un diverso rapporto tra questi e le Regioni, mediante la definizione di “accordi per la salute”, in un’ottica solidale, volta al recupero delle differenze esistenti, allo sviluppo ed alla qualificazione di un Servizio Sanitario Nazionale pubblico coerente con i principi di universalità, equità e solidarietà sanciti dalla legge costitutiva 833/78, omogeneo, garante della qualità della risposta per l’insieme dei cittadini del Paese.
un piano straordinario di finanziamento del Fondo Sanitario Nazionale di almeno 40 miliardi nei prossimi 5 anni, da garantire anche attraverso una tassazione straordinaria delle grandi rendite
patrimoniali e finanziarie, la riconversione di spese militari in essere e/o preventivate, e di assegnare tali risorse alle Regioni in base alla rilevazione delle reali esigenze dei cittadini in esse presenti.
il superamento delle agevolazioni fiscali per la spesa sanitaria sostenuta dai privati, direttamente e/o con l’intermediazione delle assicurazioni, nonché di tutti i ticket, di ogni forma di compartecipazione dei cittadini alla spesa sanitaria, che deve essere finanziata unicamente attraverso la fiscalità generale progressiva.
di abbandonare il processo di crescente privatizzazione della sanità in atto da tempo, superando le diverse forme di finanziamento diretto od indiretto in essere, e la pratica dell’esternalizzazione dei servizi sanitari, socio-sanitari, di sostegno, definendo un piano di progressiva reinternalizzazione degli stessi che garantisca l’insieme dei lavoratori interessati.
che il piano di assunzioni straordinarie, a termine, definito dal governo in risposta all’emergenza da coronavirus, divenga strutturale e volto, in prospettiva, a garantire l’intero sistema sanitario, anche sul piano del riassetto del rapporto tra strutture ospedaliere e strutture territoriali, di base, a superare le molteplici esigenze palesatisi nel tempo, ad esempio relativamente al servizio di pronto soccorso, ai tempi d’attesa per esami e visite diagnostiche (rispetto ai quali si impone anche il superamento dell’attività intramoenia).
che il lavoro in sanità sia maggiormente tutelato e valorizzato, anche attraverso riconoscimenti economici, diretti ed indiretti, più adeguati per l’insieme del personale interessato.
il superamento del numero chiuso nella facoltà di medicina e chirurgia e per tutti i corsi di laurea relativi alle diverse professioni sanitarie, nonché il finanziamento di attività di ricerca e di formazione gestite congiuntamente da Università e Servizio Sanitario Nazionale.
di rompere con la logica speculativa imperante, con i condizionamenti del settore privato, con particolare riferimento a quello farmacologico, realizzando un’industria pubblica finalizzata alla produzione ed alla distribuzione.(..)
La salute non può essere considerata una merce, sottoposta alla mera logica del profitto, ma un diritto. Ciò tanto dice di una società, dell’idea che di essa si persegue; noi, i comunisti, siamo perché tutti, indistintamente, trovino risposta ai propri bisogni.
PCI, 23 marzo 2020
l’intero documento lo puoi leggere qui
https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/…/per-una-sanit…/…

domenica 29 marzo 2020

IL PRIMO MAESTRO DELLA DIDATTICA a DISTANZA


fu Alberto Manzi, straordinario pedagogo che, con “Non è mai troppo tardi”, dal 1960 al 1968, alfabetizzò in massa quegli spettatori della Rai che, per guerra e dopoguerra, non sapevano nè leggere né scrivere (far di conto sapevano, come mia madre, ad es.). Un milione e mezzo di italiani, grazie a lui, prese la licenza elementare. Semplificatore fine ed elegante, mai banale, questo grande precettore deve essere sconosciuto ai più, specie tra i temibili “esperti” di v.le Trastevere. Ecco perché nessun programma di pedagogia lo prevede. Già, perché il maestro Alberto condivideva con Don Lorenzo, il principio che “l’ubbidienza non è più una virtù“. E infatti si rifiutò di scrivere le schede di valutazione e nel 1981, nell’Italia demosocialista “da bere”, in pieno riflusso edonistico reaganiano, venne sospeso dall’insegnamento. E dalla paga. Ricordiamocelo oggi, quando gli emuli degli inquisitori della burocrazia ministeriale vogliono imporre i loro arbitrii. ~ fe.d.

di Andrea Mulas 







giovedì 26 marzo 2020

Per un ascetismo spirituale laico


di Emanuela Lomartire 

Il termine ascetismo ha origini davvero molto lontane nel tempo; infatti ebbe origine in Grecia, laddove, inizialmente, assunse valore esclusivamente fisico, dal momento che il termine askesis, era usato per indicare l’allenamento di un atleta per il superamento di una prova. Solo in un secondo momento, il termine ascetismo venne connesso ad alcune particolari ideologie, quali il pitagorismo e l’orfismo che, pur partendo dalle stesse basi, si differenziarono proprio riguardo al concetto dell'immortalità dell'anima, che divenne uno dei capisaldi degli orfisti, secondo i quali al fine di evitare la perdita di tale immortalità, era necessario condurre un'intera vita di purezza. Nell’antica Grecia si diffusero anche le religioni misteriche, le quali avevano un carattere “salvifico”, poiché, attraverso vari gradi di iniziazione, gli adepti giungevano alla visione ed alla identificazione con il divino ed ottenevano la liberazione dalla realtà empirica materiale ed il superamento apparente dello stato proprio umano. Con la filosofia platonica, l’ascetismo assunse un definitivo significato morale, poiché, accertato il dualismo di anima e corpo, la pratica ascetica era considerata l’unica in grado di permettere all'anima di purificarsi da tutto ciò che era corporeo e di ritornare così alla originaria perfezione ideale. Durante l’Ellenismo, l’ascetismo si basò, prevalentemente, sui vari dualismi, esistenti da sempre nella vita umana, ad esempio tra luce e tenebre, materia e spirito, bene e male. In base alla loro concezione, l’uomo avrebbe dovuto liberarsi dalla cose negative (tenebre-materia-male) utilizzando la Gnosi, ovvero  una forma speciale di conoscenza religiosa, che  si caratterizzava  come accesso diretto al divino, mediante una sorta di illuminazione interiore. Tale visione dualistica portò ad atteggiamenti, talora, anche opposti, tanto che potè condurre o alla completa rinuncia degli aspetti materiali nell'ascetismo, oppure ad atteggiamenti completamente trasgressivi ed immorali. Il valore morale dell'ascesi, come esercizio per il controllo delle passioni tramite la rinuncia totale alla corporeità, si ritrova  anche nello stoicismo e si trasmise poi al cristianesimo, che lo adottò  in una prospettiva tutta trascendente. Alcuni scrittori teologi cristiani sostenevano che  solo attraverso la contemplazione mistica si poteva raggiunge l'unione con il divino e a questo scopo iniziarono a dare moltissima importanza  alla meditazione, alla preghiera, e  a  pratiche di severe rinunce e di mortificazione della corporeità. In realtà, tutto ciò, mal si conciliava con il cristianesimo delle origini, che non contemplava minimamente al suo interno l'ideale ascetico. Cristo infatti si schierò, apertamente, contro l'ascetismo, poiché egli non voleva che l’uomo si estraniasse dal mondo, ma che andasse nel mondo, annunciando il vangelo e diventando testimonianza vivente dei propri valori di vita. L'ascetismo, nell'ambito del cristianesimo, iniziò a manifestarsi, in occidente più tardi con Colombano, Benedetto e Bernardo, e quindi nell’ambito dell’antico monachesimo. Gli ordini contemplativi, solitamente, non conducevano una vita attiva e non lavoravano, ad eccezione dell' “ora et labora “ dei benedettini, eppure, la comunità riconosceva il ruolo di pubblica utilità sociale svolto dalla loro preghiera, e dalle rinunce da loro effettuate. Nel successivo movimento protestante, l'ascesi subì una svalutazione teologica, ma in realtà ha mantenuto il suo valore spirituale ed etico in molte religioni evangeliche come nel puritanesimo e nel pietismo. 
- Sinora, abbiamo considerato l'ascesi basata su una svalutazione della corporeità, realizzata tramite sacrifici, rinunce e mortificazioni della carne, al fine di raggiungere una superiore spiritualità, ma esiste anche un ascetismo che non contrappone il corpo allo spirito e che si basa su pratiche che mirano a sviluppare e controllare le proprie capacità fisiche. Tale concezione laica è presente, ad esempio, nella psicologia dinamica come “meccanismo di difesa”. Lo studio di questi meccanismi fu condotto da Anna Freud nel suo libro “L’io ed i meccanismi di difesa” (1937), in cui viene spiegato che l’ascetismo porta ad eliminare gli effetti piacevoli delle esperienze ed è diretto contro tutti i piaceri percepiti dalla parte conscia di ognuno di noi. Attualmente, l’ascetismo laico, lo possiamo ritrovare nella pratica della meditazione come condizione psicofisica extra-ordinaria che migliora il nostro stato di salute. Di solito questa pratica viene associata, unicamente, alle filosofie orientali, ma in realtà è un’azione che, se fatta correttamente, giova al corpo e alla mente, poiché ci porta a passare da uno stato di veglia ad uno stato di sonno profondo, abbassando così le onde mentali e conducendoci ad un contatto diretto con la mente cosmica. Per condurre questo viaggio attraverso la meditazione, secondo una prospettiva psicologica olistica, oltre a possedere una conoscenza pratica, sarebbe necessario abbandonarsi alla propria imperfezione, cercando di riuscire a controllare i propri pensieri, poiché, se negativi, sono in grado di influenzare il nostro umore, la nostra energia vitale e la nostra forza fisica. Infatti è necessario non abbandonare il nostro pensiero alla compulsività pensando che sia naturale poiché non appena gli eventi della vita solleciteranno il nostro aspetto emotivo oltre al limite a cui siamo abituati, cadremo in balia degli eventi.




mercoledì 25 marzo 2020

Che Guevara e la lotta al virus (traduzione di Hasta siempre)


è stata una strana sensazione, una strana emozione, nonostante le preoccupazioni virali. Contrarie a quando uno dopo l’altro le tv nell’89 snocciolavano “i crimini del comunismo”, parola d’ordine che ha intossicato le menti, troppe menti dell’Occidente. Orgoglio, commozione, rabbia ancora per l’embargo imperialista. E la convinzione che il nuovo socialismo, il nostro socialismo, è umanistico, è libertario, è l’avvenire. ~ fe.d. 

COMANDANTE CHE GUEVARA
Comandante Che Guevara
Carlos Puebla (Cuba)
Carlos Puebla (Cuba)
Aprendimos a quererte,
imparammo ad amarti
Desde la histórica altura,
da quella storica altura
Donde el sol de tu bravura
Dove il sole della tua bravura
Le puso cerco a la muerte.
Li circondò a morte
Aquí se queda la clara,
Qua rimane la chiara
La entrañable transparencia
l'accattivante trasparenza
De tu querida presencia,
della tua cara presenza
Comandante Ché Guevara.
Comandante Che Guevara
Tu mano gloriosa y fuerte
La tua mano gloriosa e forte
Sobre la historia dispara,
spara sopra la storia
Cuando todo Santa Clara
Quando tutta Santa Clara
Se despierta para verte.
si alza per vederti
Aquí se queda la clara,
Qua rimane la chiara
La entrañable transparencia
l'accattivante trasparenza
De tu querida presencia,
della tua cara presenza
Comandante Ché Guevara.
Comandante Che Guevara
Vienes quemando la brisa
vieni bruciando la brezza
Con soles de primavera
Con soli di primavera
Para plantar la bandera
Per piantare la bandiera
Con la luz de tu sonrisa
Con la luce del tuo sorriso
Aquí se queda la clara,
Qua rimane la chiara
La entrañable transparencia
l'accattivante trasparenza
De tu querida presencia,
della tua cara presenza
Comandante Ché Guevara.
Comandante Che Guevara
Tu amor revolucionario
Il tuo amore rivoluzionario
Te conduce a nueva empresa,
Ti conduce a una nuova impresa
Donde espera la firmeza
Dove aspetta la fermezza
De tu brazo libertario.
del tuo braccio liberatore
Aquí se queda la clara,
Qua rimane la chiara
La entrañable transparencia
l'accattivante trasparenza
De tu querida presencia,
della tua cara presenza
Comandante Ché Guevara.
Comandante Che Guevara
Seguiremos adelante
seguiremo avanti
Como junto a tí seguimos
Come insieme a te seguiamo
Y con Fidel te decimos:
E con Fidel ti diciamo
"¡Hasta siempre Comandante!"
"¡Hasta siempre Comandante!"
Aquí se queda la clara,
Qua rimane la chiara
La entrañable transparencia
l'accattivante trasparenza
De tu querida presencia,
della tua cara presenza
Comandante Ché Guevara.





martedì 17 marzo 2020

Ernesto De Martino. Il viaggio in Lucania (1952) e l’opera “Morte e pianto rituale nel mondo antico” (1958) /


De Martino, descrivendo fenomenologicamente le tradizioni popolari di alcune zone del Mezzogiorno d’Italia (dal 1950 al 1956 la Lucania, la civiltà contadina, dal 1959 il Salento, il rito della taranta), descrive anche una “storia totale”, cioè una storia capace di esaminare ogni aspetto della vita sociale, servendosi delle fonti più varie, una molteplicità di fonti (sul campo e per i singoli aspetti rilevanti della cultura popolare, la danza, la musica, la scrittura, la simbologia, ecc.., soprattutto per la “terra del rimorso”), capace di analizzare la realtà nella sua totalità, non solo generata dunque dalle classi dominanti, ma soprattutto, marxianamente e gramscianamente, da quelle che saranno chiamate “classi subalterne”. 
Le principali categorie interpretative dell’antropologia culturale sociale di Ernesto De Martino sono:
Crisi della presenza (sentimento del vuoto) 
Crisi del cordoglio e presenza rituale del pianto funebre
destorificazione del negativo 

ll lamento funebre è quella tecnica del saper piangere; è un modello culturale fondato dalla tradizione e cultura al fine di riaprire i valori che la crisi del cordoglio rischia di compromettere. Esso rimodella lo strazio tramite un'azione rituale. (appunti Università di Torino, skuola.net) 

è necessario approfondire ognuna di queste categorie, interpretandole non solo in termini esistenziali, come pure si sforza di elaborare lo stesso De Martino, ma propriamente antropologici e culturali. 

  •  - Il rituale lucano serba alcuni ritratti del rituale antico di carattere pagano: il lamento funebre e’ il corollario liturgico di rito antico. Dimostra che la gestualità e modalità comportamentale liturgica rende permanente il sentimento necessario alla ritualità. La ritualita’ liturgica ha componenti di preghiera (protezione e propiziazione) e di espiazione di colpe; il pianto funebre rituale simboleggia in senso religioso soprattutto quest’ultima, con la lamentazione femminile che rende irreversibile il dolore, per l’assenza e mancanza di ‘presenza’.  Si tenga presente, però, che la categoria ‘crisi della presenza’ e’ più generale e dilatata, cioè rappresenta la crisi della soggettività attiva nella storia delle classi subalterne, di quelle specifiche classi di territori con tradizioni ataviche e ancestrali e che pagano ogni arresto temporale di emancipazione (in termini di classi in-sè e per-sè), con la fondazione soprannaturale della rassegnazione, con il gradiente del pensiero magico alla base stessa della struttura di ‘civiltà’. 
  • Stralciamo da “Ernesto De Martino: dal pianto rituale al ‘sentimento del vuoto’”, di Maurilio Ginex: “ La crisi del cordoglio genera forme comportamentali che vanno a rappresentare una forma di negazione di un comportamento considerato umanamente “normale”. Queste forme comportamentali a-normali, potrebbero far sfociare il soggetto, che vive il dolore in prima persona, in una follia imperante identificata con la vendetta. (..) Il lamento funebre dunque rappresenta una pratica che “preserva” l’individuo dalla possibilità di assumere quei comportamenti anormali. La tipologia del pianto rituale consta di una particolare tecnica costituita da un codice linguistico che designa l’intenzionalità dell’azione rituale in sé , intesa come uno strumento per trasmettere significati. Quest’ultimi codificano il prodotto finale del rito che viene rappresentato da questa generale pratica che serve a preservare l’individuo. In questo modo il rituale diventa un modo per riplasmare culturalmente lo strazio naturale prodotto dal fenomeno. (..)                                                                                         https://dasandere.it/ernesto-de-martino-dal-pianto-rituale-al-sentimento-del-vuoto/


Ernesto De Martino (1908/1965)

mercoledì 11 marzo 2020

Ripensando Marx ai tempi del Coronavirus


di Paolo Ciofi 
La diffusione del Coronavirus, con i suoi effetti devastanti, avviene in un mondo dominato dal capitalismo finanziarizzato globale, già scosso da una crisi che colpisce insieme la natura e la società degli esseri umani. Di cui il medesimo Coronavirus è un’inedita e perversa espressione, finora sconosciuta. Siamo in presenza di un sistema dominante ma decadente, corroso dalle sue interne contraddizioni, in cui sono in gioco non solo la libertà e l’uguaglianza, bensì la vita stessa delle persone insieme all’esistenza del pianeta. Quindi, non di una “normale” crisi ciclica si tratta, ma di una crisi universale di un’intera formazione storica, che insieme all’economia investe la natura e la società, la politica e la cultura.
Se questa è la portata del problema che quotidianamente si rovescia sulla vita di miliardi di persone, la soluzione non sta nel rinculo nazionalista verso le piccole patrie, nell’esclusione dei poveri e dei diversi, nella guerra ai migranti e di tutti contro tutti, nell’accumulo di armamenti che accresce i rischi di un conflitto nucleare. Ma non sta neanche nel ritorno al capitalismo cosiddetto “buono” del passato, come predica un presunto nuovo riformismo. Giacché, nel perenne movimento che lo caratterizza, il pessimo capitalismo che ci circonda non è altro che l’evoluzione di quello che c’era prima.
La soluzione possibile sta nell’affermazione di un universalismo alternativo portatore di pace e solidarietà, di democrazia e libertà, amico e protettore della natura, fermo e determinato nella lotta per rimuovere le cause dello stato di cose presente. Una visione e una pratica, una teoria e una prassi, e anche una condotta morale, alle quali non so dare altro nome se non quello di nuovo socialismo. Ma non puoi rovesciare il dominio del capitale e andare oltre, se del capitale non conosci la natura più profonda e il suo meccanismo di funzionamento. Al di là delle infinite forme e degli adattamenti sempre cangianti in cui si manifesta, proprio nella fase suprema del suo dominio la domanda preliminare, semplice e fondamentale a cui rispondere (e che in Italia non va di moda) è la seguente: che cos’è il capitale? Una “cosa”? Un accumulo di mezzi finanziari? L’insieme degli strumenti della produzione e della comunicazione? Una somma di denaro che si autoriproduce? Un algoritmo?
In soccorso ci viene Carlo Marx, critico insuperato del capitale, che ha messo a nudo la natura più profonda della formazione economico-sociale denominata capitalismo. «Il capitale – ci dice il Moro di Treviri disvelando il feticismo delle merci – non è una cosa, ma un rapporto sociale mediato da cose», ossia da una immane raccolta di merci. Un rapporto tra esseri umani, socialmente e storicamente determinato, nel quale una parte monopolizza gli strumenti della produzione, della comunicazione e della finanza. Mentre un’altra parte, che costituisce la stragrande maggioranza, monopolizza solo le proprie abilità fisiche e intellettuali racchiuse nel corpo di ciascuno, denominate forza-lavoro. Dunque, secondo la visione di Marx, al di là dell’immane raccolta di merci e della finanziarizzazione del sistema, lo sfruttamento di esseri umani da parte di altri esseri umani sulla base di determinati rapporti di proprietà costituisce il codice genetico del capitale. E poiché il processo di produzione finalizzato all’ottenimento del profitto riproduce al tempo stesso il rapporto sociale tra i produttori, ne deriva che la distribuzione della ricchezza dipende in ultima analisi dalla distribuzione della proprietà.
Se nella sua caccia spietata al profitto, in un mondo dalle risorse limitate, il capitale cerca di superare il suo limite assumendo una dimensione universale insinuandosi in ogni angolo del pianeta e in tutte le espressioni della vita umana, in pari tempo trova nella sua stessa natura gli ostacoli che ne fanno esplodere le contraddizioni. Per alzare i profitti, il capitalista deve contenere i salari, ma i bassi salari comprimono il potere d’acquisto e quindi ostacolano la realizzazione dei profitti. E il ricorso all’indebitamento, come si è visto nella crisi del 2007-2008, è stato un’aggravante piuttosto che una soluzione. In questa fase del capitalismo maturo e senescente, le contraddizioni del sistema sono diventate esplosive. In modo drammatico si presenta la divisione del mondo tra chi compra e chi vende la forza-lavoro. Tra chi è proprietario dei mezzi finanziari e di produzione, delle più sofisticate conquiste della scienza e della tecnica, dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi, e li usa per sfruttare il lavoro, e chi è proprietario soltanto del proprio corpo e dei mezzi per vivere.
I non proprietari delle condizioni della produzione e della riproduzione sociale non sono stati mai così numerosi nel pianeta. Al contrario, la proprietà capitalistica su tali condizioni, invece di essere socializzata, ha raggiunto il top della concentrazione. Ma i rapporti di proprietà capitalistici si dimostrano troppo angusti e primitivi, addirittura distruttivi di fronte alle potenzialità innovative e di liberazione umana offerte dalle conquiste della scienza. Il punto di massima tensione si raggiunge allorché è la scienza stessa a configurarsi come forza direttamente produttiva, che traina il progresso dell’umanità. Una condizione, e una contraddizione, che la diffusione del Coronavirus mette bene in evidenza. Osserva Marx che «quando l’intero processo di produzione (…) si presenta come applicazione tecnologica della scienza» il lavoro non scompare ma assume un livello superiore di conoscenze. Fino a formare l’intelligenza generale dell’intera comunità, il «cervello sociale» che inventa le macchine, le usa e le controlla. Ciò che comporta un elevamento culturale generalizzato, affinché ciascuno, uomo e donna, nella sua individualità possa diventare padrone del proprio destino. Nel superamento non della proprietà individuale, ma della proprietà capitalistica.
D’altra parte, osserva ancora Marx, la natura è la fonte dei valori d’uso altrettanto quanto il lavoro. Ciò significa che il proprietario capitalista per ottenere il profitto deve poter disporre, oltre che del lavoro, anche della natura, coinvolgendo entrambi in un unico processo di sfruttamento. Ne deriva, come ha osservato Emanuele Severino, che «inevitabilmente», nella corsa al profitto, il capitalismo «distrugge la terra, la sua base ‘naturale’». È ciò che si sta verificando in questa fase di crisi climatico-ambientale che mette a rischio l’equilibrio del pianeta, in presenza di una competizione senza limiti al fine di accaparrarsi le limitate risorse naturali di cui dispone questo mondo.
Paolo Ciofi, jobsnews.it, 7 marzo 2020




IL SOCIALISMO “SCIENTIFICO” è umanistico


La scienza, oggi tanto evocata e da più parti, per la lotta al virus, è parte essenziale del processo di ‘general intellect’, il cervello sociale che permetterebbe un diverso sviluppo delle forze produttive in accordo, armonia ed equilibrio con la natura. Processo che confligge con la proprietà privata dei mezzi di produzione del sistema capitalistico e l’egoismo proprietario, che si incardinano nel feticismo delle merci e il suo “arcano”, la intermediazione del profitto e di riproduzione del capitale tra uomo, natura e scienza, e sfocia in rapporti sociali non più umani. ~ fe.d.

RIPENSANDO MARX AI TEMPI DEL CORONAVIRUS 
di Paolo Ciofi 


“(..) Carlo Marx, critico insuperato del capitale, che ha messo a nudo la natura più profonda della formazione economico-sociale denominata capitalismo. «Il capitale – ci dice il Moro di Treviri disvelando il feticismo delle merci – non è una cosa, ma un rapporto sociale mediato da cose», ossia da una immane raccolta di merci. Un rapporto tra esseri umani, socialmente e storicamente determinato, nel quale una parte monopolizza gli strumenti della produzione, della comunicazione e della finanza.(..)
Osserva Marx che «quando l’intero processo di produzione (…) si presenta come applicazione tecnologica della scienza» il lavoro non scompare ma assume un livello superiore di conoscenze. Fino a formare l’intelligenza generale dell’intera comunità, il «cervello sociale» che inventa le macchine, le usa e le controlla.“

in questo blog leggi l’intero articolo 

sul ‘general intellect’ approfondisci  I GRÜNDRISSE in homo laicus
http://www.homolaicus.com/teorici/marx/grundrisse.htm




martedì 10 marzo 2020

PLEBEISMO vs. 'general intellect'


PLEBEISMO, POPULISMO e CESARISMO: 
contro la metafisica delle parole, per igiene politica, contro il senso comune di massa orientato da media e potere, per la riappropriazione della coscienza di se’ delle classi subalterne. 

IL VENTRE PLEBEISTA: la demagogia populista è da sempre ingrediente dei fascismi e dell’autoritarismo. Andare controcorrente rispetto al ventre plebeista è opera necessaria di intenzionalità pedagogica e formazione collettiva delle avanguardie politiche.
Secondo Gramsci il cesarismo “progressivo” moderno si identifica con l’intelletto collettivo del soggetto collettivo del ‘moderno principe’.


- Il “tribunus plebis” dell’età repubblicana a Roma, pur investito della sacrosanctitas, cioè dell'inviolabilità, era il rappresentante di classi sociali urbane e della suburbia, che tendeva a difendere gli immediati interessi materiali di un indistinto popolo proletario dall’egemonia del patriziato, non a formarne l’identità di classe in lotta per il dominio politico-sociale, ma solo per un potere di mera rappresentanza e dunque destinato ad essere massa di manovra di fazioni in contrapposizione tra di loro, come i populares e gli optimates dell’era cesariana, guidate da capi-popolo, cariche pubbliche, elementi del Senato.
In età imperiale, le condizioni materiali dei contadini (il “colonus”, da “colere”, coltivare) sotto il limite del puro sostentamento, preoccupò non poco l’imperatore Diocleziano (284/305), che, al fine di fermare la fuga dalle campagne verso le città, con un provvedimento autoritario, aveva imposto ai coloni di trasmettere il proprio mestiere ai loro discendenti; li aveva inoltre fissati (anche per le generazioni successive) al terreno che coltivavano, al punto da essere venduti assieme a esso (passando così al servizio del nuovo proprietario del fondo). Il proprietario del fondo aveva il diritto di reclamare i coloni al suo servizio qualora si allontanassero dal fondo; poteva infliggere loro pene corporali in caso di disobbedienza; poteva stabilire in quali modi ogni colono potesse utilizzare la sua paga (chiamata peculius, come quella concessa agli schiavi).
 [cfr. Richard Lim, Late Antinquity, in The Edinburgh Companion to Ancient Greece and Rome, Edinburgh, Edinburgh University Press, 2010, p. 115].

- In quanto alla gleba dell’epoca feudale, caratteristica comune fu che il rapporto con la terra era intermediato dal “dominus-signore”, e quindi, o servi rurali o suburbani o ultimo gradino della plebe inurbata. Scrivono Marx ed Engels:
“La fuga dei servi nelle città continuò ininterrotta durante tutto il Medioevo. Questi servi, perseguitati nelle campagne dai loro signori, arrivano isolatamente nelle città, dove trovavano una comunità organizzata contro la quale erano impotenti e nella quale dovevano assoggettarsi alla posizione che ad essi assegnava il bisogno del loro lavoro e l’interesse dei loro concorrenti cittadini organizzati. Questi lavoratori che arrivavano isolatamente non potevano mai costituire una forza, perché se il loro lavoro era regolato da una corporazione e doveva essere appreso, i maestri della corporazione se li sottomettevano e li organizzavano secondo il loro interesse; ovvero, se il loro lavoro non doveva essere appreso e quindi non era regolato da una corporazione ma era lavoro a giornata, essi non arrivavano mai a costituire un’organizzazione e restavano plebe disorganizzata. La necessità del lavoro salariato nelle città creò la plebe.”
[K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1972, pag. 42]

- Dunque, il plebeismo antipolitico e antipartitico, qualunquista e becero, anticostituzionale, è espressione più confacente di populismo (non parliamo poi di “sovranismo”), perché il populismo storico ha una sua dignità come ideale nella Russia prerivoluzionaria, (in russo: народничество? narodničestvo, da narod, «popolo») rappresenta un movimento politico e culturale nato nell'Impero russo verso la metà del XIX secolo. Sviluppatosi nelle città e formato da intellettuali e studenti consapevoli dei gravi problemi economici, sociali e politici della società autocratica zarista, si proponeva l'emancipazione delle masse contadine, la fine dello zarismo e la creazione di una società socialista. Ne fece parte anche Aleksandr Il'ič Ul'janov, fratello maggiore di Lenin, che fu catturato e impiccato nel 1887. La condanna di Aleksandr fu un precedente significativo per la formazione politica del fratello Vladimir. 


- L’analisi del bonapartismo di Marx (il 18 brumaio) diventa in Gramsci analisi del cesarismo, soffermandosi sulla questione in diverse note dei Quaderni del carcere (in particolare nei paragrafi 133 e 136 del Quaderno 9 e nel paragrafo 27 del Q 13).
Secondo Gramsci, il cesarismo si sviluppa in situazioni di incertezza politica, quando «il vecchio muore e il nuovo non può nascere», ed è un tipo di regime nel quale un capo carismatico gestisce il potere in maniera autocratica, assecondando gli istinti popolari sostituendo la partecipazione e la rappresentanza con la delega diretta, plebiscitaria (plebiscito viene appunto da plebe, plebs in latino, la classe in sé che ratifica decisioni e deliberazioni dei poteri forti).
L'analisi gramsciana parte dalla figura di Giulio Cesare, ma si allarga fino a comprendere vari regimi dei secoli XIX e XX. Per Gramsci il cesarismo può essere progressivo (se aiuta le forze in sviluppo a prendere il potere) o regressivo (se aiuta le forze reazionarie) come ha storicamente fatto il fascismo per prendere il potere.
Alberto Burgio ha sottolineato la differenza tra cesarismo e bonapartismo, ma in particolare ha evidenziato come il “cesarismo progressivo” moderno si identifichi con l’intelletto collettivo del soggetto collettivo del ‘moderno principe’. 
[A.Burgio, Per Gramsci. Crisi e potenza del mondo moderno, Derive e approdi, 2007, pp.107-119].

“Per Gramsci,”, scrive Enrico Fonzo in Il mondo antico negli scritti di Antonio Gramsci, Paguro, 2019, (pag.78), “il cesarismo rappresentava una fase ‘primitiva’ dello sviluppo dei partiti e degli Stati, giacché, in una fase più matura, il Cesare doveva essere un organismo collettivo, almeno nel mondo occidentale.” Già nel Q.2, Gramsci aveva criticato il concetto di ‘charisma’ nel significato datogli da Robert Michels nella “Sociologia del partito politico” (1911, ed.it. UTET 1912), coincidente, appunto, “con una fase primitiva dei partiti di massa”. 
[Q.233, ed. Gerratana,1975].
Nelle note su Machiavelli del Quaderno 13, al paragrafo 1 si legge:
“Il moderno principe, il mito-principe non può essere una persona reale, un individuo concreto, può essere solo un organismo; un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente nell’azione." 
[Q.1558, ed. Gerratana,1975].

L’emancipazione storica di plebe e gleba da classi in-se’ a classe in-se’ e per- se’, è l’uscita di minorità di un indistinto popolo, che diventa ‘massa popolare’ solo con la coscienza di classe e la soggettività antagonista, in grado di progettare il proprio autogoverno senza forme di plebeismo ammantate di populismo, senza cesarismo regressivo e bonapartismo, ma con la forza collettiva del ‘general intellect’.
La fase di transizione della ‘guerra di posizione’ in occidente, è la fase dell’affermazione rappresentativa di questa forza contro la regressione imposta dall’ ”arcano” del sistema economico-politico e sociale capitalista e imperialista delle classi dominanti. ~fe.d.



lunedì 9 marzo 2020

ALEXANDRA, amore e rivoluzione


ALEXANDRA KOLLONTAJ, la giornata della donna, IL FEMMINISMO BORGHESE e quello RIVOLUZIONARIO 
-amore e rivoluzione, amore per la rivoluzione, l’amore è sempre libero, è l’eros alato. 
- Il socialismo ha bisogno delle donne, è il movimento dei lavoratori e delle lavoratrici, e del loro amore libero verso l’emancipazione e liberazione di genere, umano. ~ fe.d. 
“Cos'è il giorno della donna? E' realmente necessario? Non è una concessione alle donne della classe borghese, ai movimenti femministi e alle suffragette? Non è dannoso all'unità del movimento operaio? Di queste questioni si sente ancora discutere in Russia, sebbene all'estero non se ne parli più. La vita stessa ha già dato una risposta chiara ed eloquente.
Il giorno della donna è un anello della catena lunga e compatta del movimento operaio delle donne.”

A.M.Kollontaj, “Pravda” del 17 febbraio 1913 
Aleksandra Michajlovna Kollontaj, in russo: Александра Михайловна Коллонтай?, nata Domontovič (San Pietroburgo, 31 marzo 1872 – Mosca, 9 marzo 1952), è stata una rivoluzionaria russa di orientamento marxista e femminista, la prima donna nella storia ad aver ricoperto l'incarico di ministra e ad aver figurato, come funzionaria di carriera e come ambasciatrice, nella diplomazia dei grandi paesi europei.
Nel marzo del 1917, dopo lo scoppio della rivoluzione contro lo zarismo, fu la prima donna ad essere eletta al Comitato esecutivo del Soviet di Pietrogrado. All'atto del ritorno in Russia di Lenin, fu tra i pochissimi dirigenti bolscevichi ad approvarne incondizionatamente le nuove radicali proposte passate alla storia con il nome di Tesi di Aprile.
Fu quindi nominata, il 28 ottobre, dopo la vittoria della Rivoluzione, «commissaria del popolo» (cioè ministra) per l'assistenza sociale, prima donna al mondo ad essere membro di un governo. Nel breve periodo del suo incarico, decretò la distribuzione ai contadini delle terre appartenenti ai monasteri, l'istituzione degli asili nido statali e l'assistenza di maternità.
Nel 1918 fu tra le organizzatrici del primo congresso delle donne lavoratrici russe dal quale nacque il Ženotdel, organismo per la promozione della partecipazione delle donne alla vita pubblica, per le iniziative sociali e la lotta all'analfabetismo. Grazie anche alla sua iniziativa, le donne ottennero il diritto di voto e di essere elette, il diritto all'istruzione e a un salario eguale a quello degli uomini. Venne anche introdotto il divorzio e, nel 1920, il diritto all'aborto.
Alla fine del 1920 si schierò con l'Opposizione operaia (Rabočaja opposicija), una corrente di sinistra che affondava le radici nel mondo dei sindacati.
A partire dall'ottobre del 1922, cominciarono quindi ad esserle affidati incarichi diplomatici all'estero: rappresentò l'Unione Sovietica in Norvegia fino al 1926 e poi dal 1927 al 1930, nonché nell'intervallo, tra il 1926 e il 1927, in Messico. I governi di entrambi i paesi le conferirono in seguito alte onorificenze. Dal 1930 al 1945 passò quindi a rappresentare il suo paese in Svezia, inizialmente ancora con il rango di ministra plenipotenziaria e poi, finalmente, dal 1943, con quello di ambasciatrice. Fu una delle sole diciassette donne che parteciparono come delegate all'Assemblea generale della Società delle Nazioni nell'arco dei circa vent'anni di vita dell'organizzazione. In Unione Sovietica fu insignita dell'Ordine di Lenin nel 1933 e dell'Ordine della Bandiera rossa del Lavoro nel 1942 e nel 1945.
Nel 1927 aveva scritto un romanzo, Un grande amore, nel quale si è creduto di vedere la storia della relazione tra Lenin e Inessa Armand. Nel 1925, come altri bolscevichi, aveva compilato ella stessa, riprendendo un opuscolo già pubblicato nel 1921, la voce a lei dedicata nel Dizionario Enciclopedico Granat, un'iniziativa editoriale russa iniziata nel 1910 e poi proseguita fino al 1948. Nel testo sosteneva che le donne erano entrate, con la rivoluzione del 1917, nell'epoca della loro definitiva liberazione, sia dallo sfruttamento capitalistico che dalla condizione di sfruttamento e inferiorità in quanto donne.
// stralcio voce wiki, a cui abbiamo contribuito, ma che, nonostante i nostri sforzi, contiene tesi interpretative unilaterali sulla sua figura, in particolare l’adesione e poi la coerenza dei suoi ideali dell’Opposizione operaia e il consenso alle modalità di costruzione sovietica del socialismo negli anni ‘30. ~ fe.d. 

https://it.wikipedia.org/wiki/Aleksandra_Michajlovna_Kollontaj





ALEXANDRA Kollontaj, rivoluzionaria russa 
(1872/1952)



venerdì 6 marzo 2020

IL CERCHIO CONCENTRICO OLISTICO


la principale fonte della psicologia olistica è l’analisi di se stessi in relazione agli altri, e dunque il confronto con teorie, studi e ricerche che hanno contribuito all’idea dell’autoanalisi e autoterapia sistemico-relazionale. ~ fe.d.

Se il centro è l’IO, esso immediatamente si pone in relazione e non può che essere ME (come IO soggettivamente mi porgo all’altro) e SE’ (l’influenza che il ME ha sull’IO, come riflesso identitario e comportamentale). Dunque l’introspezione (IO-IO) non è che un terzo sistema relazionale. 

Se il centro è l’IO, l’introspezione non può essere immediata, ma mediata e quindi si pone nell’ultimo cerchio concentrico esterno. Gli altri cerchi costituiscono, a secondo della vicinanza all’IO, le relazioni interne soggettive, che sono quelle che noi abbiamo la possibilità di scegliere; le relazioni esterne oggettive, imposte dal contesto sistemico globale, l’ambiente sociale, che condiziona volontà e possibilità, la natura esterna, il cosmo, con cui entrare pitagoricamente in equilibrio e armonia (zen) attraverso contemplazione, meditazione e introspezione. 
Il principio olistico dell’uno e del tutto (“l’uno influenza il tutto, ma il tutto influenza l’uno più di quanto l’uno influenzi il tutto”) consente l’incontro tra psicologia olistica, psicologia sociale e sociologia. 
I principi olistici permettono infine di unificare i contributi e le ricerche di G.H.Mead e dell’interazionismo simbolico pragmatista 
dell’ecologia della mente di Gregory Bateson (“Verso l’ecologia della mente”, 1972) 
*per “ecologia della mente” Gregory Bateson intende la possibilità della mente di svilupparsi in un ambiente “pulito”, per avere migliori condizioni di sviluppo in sintonia con il sistema e le relazioni sociali che un soggetto riesce a conquistare attraverso la propria capacità di socializzazione.
Paul Watzlawick e la “pragmatica della comunicazione umana” (1967) che, da analisi descrittiva solo assiomatica, diventa essa stessa necessario contenuto di relazione e, proprio per questo, costitutiva dell’identità personale. ~ fe.d. 






martedì 3 marzo 2020

QUELLO DI ERDOGAN E' FASCISMO


il reportage di Maurizio Acerbo, segr. naz. di Rifondazione Comunista, sul congresso ad Ankara dell’HDP, il partito di sinistra turco
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Mentre rientravamo da Ankara dove si è svolto domenica 23 febbraio il 4° congresso dell’Hdp, il partito di sinistra curdo, 15 militanti venivano arrestati con accuse relative alla proiezione dell’immagine di Ocalan durante i lavori. Accusato di essere il braccio politico dei «terroristi» del Pkk, l’Hdp rappresenta il tentativo di soluzione politica del conflitto tra stato turco e minoranza curda nell’ambito di una democratizzazione del paese e dell’area.

L’Hdp traduce il confederalismo democratico di Ocalan nella proposta di una nuova costituzione che riconosca la diversità etnica, linguistica e religiosa della Turchia, che risolva con l’autonomia non l’indipendenza la questione curda e garantisca i diritti delle minoranze.

L’Hdp è rappresentata come la colomba della pace nel video che racconta questi anni di resistenza non violenta nelle aule parlamentari come nelle strade. Nel suo intervento la co-presidente Pervin Buldan ha reso omaggio a Ocalan che dalla sua cella di isolamento di tredici metri quadrati ha elaborato il solo valido progetto di pace e democrazia per il Medio Oriente.

In molti interventi Apo è stato paragonato a Mandela e quando la palestinese Leila Khaled del Fplp ha salutato a pugno chiuso il «compagno Ocalan» si è levato un boato di applausi. Colpivano i volti incredibilmente sorridenti nonostante la violenza subita. Come quello di Leyla Gulen, reduce da un lunghissimo sciopero della fame contro il regime di isolamento imposto a Ocalan e altri detenuti.

Il congresso è stato un atto di resistenza e orgoglio, una dimostrazione di forza e gioia collettiva. Nell’affollatissimo palazzo dello sport era forte la sensazione di essere di fronte non a un partito ma a un popolo, parola che va declinata al plurale perché l’Hdp dà voce e rappresentanza a tutte le minoranze oppresse, ai movimenti sociali, ai sindacati al femminismo, alla comunità lgbtq.

Non a caso nel commovente messaggio che hanno inviato i due co-presidenti Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag, detenuti in regime di carcere duro dal 2016, paragonano l’Hdp all’Arca di Noè. La loro immagine è stata continuamente proiettata sul grande schermo insieme a quelle degli altri parlamentari e sindaci in carcere, degli atti di resistenza e eroismo, delle città curde del sudest turco distrutte dall’esercito.

L’elenco dei martiri è interminabile quanto quello delle migliaia di prigionieri. Celebrata la resistenza dei giovani, delle madri (in video il saluto delle Madres argentine), delle donne. In Turchia come a Kobane «il fascismo ha paura delle donne e del loro potere di cambiamento».

La proposta politica che è uscita dal congresso è chiara: quello di Erdogan è fascismo, bisogna unire tutte le lotte in una piattaforma comune per la pace e democrazia. E l’Hdp propone la collaborazione contro l’autocrate a tutti i partiti tra cui non mancano antichi nemici.

Potrebbe essere l’ultimo congresso, il rischio che Hdp venga messo fuorilegge è più che concreto. Non sarebbe la prima volta nella storia della Turchia. Il partito è riuscito a superare ogni volta lo sbarramento del 10% inserito nella Costituzione dai militari dopo il golpe del 1980 per impedire la nascita di una forza di sinistra.

leggi l’articolo integrale in https://ilmanifesto.it/la-repressione-di-erdogan-contro-cu…/