Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

Powered By Blogger
Visualizzazione post con etichetta attualità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta attualità. Mostra tutti i post

giovedì 10 ottobre 2024

GRAMSCI, LA ”SINISTRA WOKE” E LA CATACRESI

 


La catacresi, l’estensione del significato di un termine oltre i limiti della proprietà della cosa rappresentata dalla parola, è una figura retorica, un gioco linguistico. “Questa notte la luna mi parla”. Bella immagine poetica, ma catacretica, perché la luna non parla. La catacresi, in latino abusio, abuso del linguaggio appunto, nella dialettica significante/significato. La catacresi è il legame esistente tra ciò che si autodefinisce e viene nominata dai suoi avversari politici “sinistra”, il “politicamente corretto”, la woke culture e il capitalismo ‘woke’. Il principe non deve baciare Biancaneve: è abuso. E guai a metterlo in discussione. Al bando, fuori la legalità, l’inquisizione è woke. Il capitalismo ‘woke’, a nostro modo di vedere, impernia molta pubblicità, la forma di persuasione mercantile che si impone alle grandi masse. L’ Eni, che con i suoi pozzi distrugge le testimonianze della civiltà contadina in Basilicata e contribuisce all’inquinamento di Taranto, tanto per fare un esempio, ha nelle sue campagne la pulita energia del futuro, legandosi così al senso comune delle battaglie ambientaliste. O le banche, cuore dell’egemonia del capitale finanziario, il parassitismo mediatore dell’estorsione di plusvalore: amano l’arte, finanziano restauri, sponsorizzano opere. Vanno cioè incontro al ‘socialmente corretto’, che diventa il ‘politicamente corretto’. Si cui si fonda l’impalcatura di quella che viene mediaticamente appellata ‘sinistra’. Ma che sinistra non è se non per gioco linguistico. La catacresi, appunto. Temi presenti nelle modalità del suo tempo anche nelle analisi del filologo Gramsci: tra le sue categorie analitiche più importanti ci sono infatti quella di ‘senso comune’ e ‘conformismo’ di massa.

La catacresi. Della ‘sinistra’. Annega nella woke culture, del ‘politicamente corretto’ del conformismo borghese e della piccola borghesia declassata. Del senso comune di massa che indica il dominio, il potere e il suo segno di classe, come ci ha insegnato Gramsci. Non può esistere sinistra borghese, esiste una borghesia che si crede di ‘sinistra’. Perorando cause di diritti già universali per renderli ‘legalmente riconosciuti’, ma senza lotta di classe. Diritti e tutele sociali rischiano così di non incontrarsi mai. Il ‘vokismo’ è diventato uno strumento del capitalismo imperialista. Ecco perchè critichiamo la stessa  Sahra Wagenknecht, fondatrice e leader del partito BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht, cioè un partito personale!) e il suo libro “Contro la sinistra neo liberale”, Fazi, 2022. Bisognerebbe scrivere correttamente ‘sinistra neoliberista’. Che è un ossimoro. O sinistra, o neoliberisti. Non esiste una sinistra ‘alla moda’. È accettare che il termine "sinistra" ricalchi lo stereotipo coniato dall’egemonia capitalista del senso comune guidato dalla destra politica. Non è sinistra la palude centrista neoliberista. La sinistra, o è di classe o non è. La sinistra o è antagonista o non è. Comunisti, socialisti, anarchici, devono nuotare in questa sinistra. Formarla, soprattutto. / fe.d.

Due libri importanti per l'analisi della 'woke culture' e del 'capitalismo woke'

 

L’INQUISIZIONE NON È PIÙ “SANTA”

La categoria gramsciana di ‘senso comune’ incrocia il conformismo di massa per il tramite dell’influenza del potere politico e dei suoi strumenti di persuasione ed è compito proprio della coscienza di classe penetrare la coltre dell’apparenza nel rapporto lessico-significato. La cultura ‘Woke’ e il ‘politicamente corretto’ si situano oggi allo stesso livello di potenza dei mezzi della comunicazione diffusa, sui social, in rete. L’”anomia” di Durkheim diventa l’ombra di un ‘grande fratello’. Le percezioni individuali una non più santa ma comunque terribile inquisizione e l’azzeramento della discussione collettiva in nome di assiomatiche asserzioni giocate su un lessico che permea dal senso comune i suoi significati. Il totalitarismo del neoliberismo permea così i valori relativi come assoluti, nell’”ordine naturale delle cose”. Ma c’è anche un limite in questa analisi: la dialettica struttura-sovrastruttura viene ‘rovesciata’ (è il caso di utilizzare il termine hegeliano ma nella circolarità dialettica di segno marxiano) illudendosi di un ‘binario parallelo’ fra diritti individuali e tutele sociali. Non è così, perchè solo le più forti delle tutele sociali determinano i diritti individuali nella dimensione collettiva.

- Andrea Zhok, “La profana inquisizione e il regno dell'anomia. Sul senso storico del «politicamente corretto» e della cultura woke”, Il Cerchio, 2024



Andrea Zhok è filosofo e professore di Antropologia filosofica e Filosofia morale all'Università degli Studi di Milano.

Il tema del libro ruota intorno al politicamente corretto e alla profana inquisizione, che ha le stesse caratteristiche di quella santa, salvo l'assenza di ispirazioni teologico/confessionali: la profana inquisizione, infatti, si ispira all'istanza anomica. E qui si arriva all'altro tema principale dello scritto: il concetto di anomia. Coniato dal sociologo Emile Durkheim, il termine indica un disorientamento di ordine valoriale e etico, un'assenza di direzione che guida la società, visibile, già ai suoi tempi, soprattutto nelle città occidentali. "Oggi questa forma culturale ha raggiunto un carattere egemonico - ha scritto Zhok - E' diventata un'ideologia estremamente influente nella componente della popolazione che ha le leve della cultura e dei media e che, quindi, ha la possibilità di influenzare l'opinione pubblica".

Cioè, un’élite funzionale alle classi dirigenti e ai gruppi di potere che corrodono la democrazia sostanziale.

- Infine: la critica radicale al capitalismo può portare ad un’escatologia salvifica di un’apocalissi culturale? È questo il comunismo? Ma l’apocalissi non è solo culturale, è il rischio immanente conseguenziale del conformismo di mercato. E del mercato politico.

CAPITALISMO WOKE [1]



Carl Rhodes, “Capitalismo woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia”, Fazi, 2023 - [pp.314]

dalla prefazione di Carlo Galli - estratto

- woke è il progressista mainstream che ipocritamente ostenta virtù civili per essere alla moda e che conformisticamente si colloca nella parte “giusta” della società, per stigmatizzare gli “altri”.

- la società è un unico magma informe, in cui i poteri forti sono quelli delle corporations, non certo quelli politici. È questo lo scenario del neoliberismo maturo, naturalmente, in cui le grandi aziende, i loro AD, danno per scontato che lo Stato abbia fallito nel risolvere determinate questioni sociali e che tocchi all’economia gestirle o direttamente oppure sponsorizzando movimenti politici di massa come, ad esempio, Me Too, Black Lives Matter, o le cause ambientali. Non più quindi i vecchi investimenti culturali nei grandi musei e nelle grandi biblioteche fondate nel Novecento dai “baroni ladri” ritiratisi in pensione, ma nuovi investimenti sociali delle aziende, che vogliono surrogare la politica. L’economia non si limita a invadere l’intera società, ma si sostituisce direttamente allo Stato.

- Sono cause meritevoli sì, ma simboliche o morali, ed economicamente innocue: hanno a che fare con diritti civili, non con diritti sociali strutturali, legati ai rapporti di potere tra capitale e lavoro. Rispetto ai quali funzionano come un diversivo: in ogni caso, l’attivismo aziendale le fa diventare cool, le integra nel discorso mainstream. È questa, del resto, la direzione prevalente delle politiche orientate “a sinistra” in età neoliberista.

- il capitalismo compra tempo – è la sua strategia di fondo, come ha argomentato Stiglitz –: non cerca soluzioni, ma differisce fin che può l’esplosione dei problemi che esso stesso genera.

- Il capitalismo woke è un capitalismo intelligente e sofisticato che, a differenza di quello conservatore antiwoke, si preoccupa del medio termine: e non vuole lasciare spazio a nulla al di fuori di sé, ma vuole dimostrare che solo il capitalismo è il motore della produzione economica, della ricostruzione sociale, della strategia politica.

“l’etica può anche sfidare il sistema stesso su cui poggia il capitalismo.”

“il capitalismo woke dovrebbe essere contrastato e combattuto su basi democratiche, poiché esso fa sì che gli interessi politici pubblici vengano sempre più dominati dagli interessi privati del capitale globale. (..) Quando la nostra stessa moralità viene imbrigliata e sfruttata come risorsa aziendale, dietro c’è sempre all’opera l’interesse privato delle imprese.“

“Come ci ricorda la politologa Wendy Brown, il concetto di democrazia non va confuso con l’idea del moderno Stato liberale democratico. Brown sostiene che, nell’attuale congiuntura storica, «gli impegni dello Stato democratico per l’uguaglianza, la libertà, l’inclusione e il costituzionalismo sono ora subordinati al progetto di crescita economica, di posizionamento competitivo e di valorizzazione del capitale». “

Su Wendy Brown in questo blog cfr. PER UNA CRITICA DELLA TEORIA CRITICA - Wendy Brown ed Agnes Heller

“la vera democrazia si fonda sul credere prima di tutto nella sovranità popolare.”

“Il capitalismo woke è l’odierna derivazione di questo feudalesimo rinnovato, che cede alle imprese non soltanto l’autorità legale, ma anche quella morale e politica.”

Stralci da Carl Rhodes, “Capitalismo woke”, Fazi ed., cit. da ed. digitale

- Su Sahra Wagenknecht, il suo partito e il marxismo leninismo -

appiccicano etichette: rosso-bruni, conservatori di sinistra, nostalgici della DDR. In realtà il limite serio della formazione di sinistra uscita da una costola della Linke è un accentuato leaderismo personalistico. Nel nome innanzitutto: BSW significa Bündnis Sahra Wagenknecht. Ad ogni modo mandiamo via tutti gli stereotipi che ci impone la narrazione delle classi dominanti europee: il punto che a noi sembra dirimente è un altro. Alcuni altri: tra questi c’è la specularità tra diritti civili e tutele sociali. La sfida del socialismo come ideale politico del presente e dell’avvenire non può essere la riproposizione di un azzeramento dei diritti che provengono dal liberalismo, ma combattere il liberismo con il libertarismo, il libertarismo sociale, perchè esiste anche quello falso-borghese.






È questa la vera ‘next revolution‘ in occidente. Così come il fenomeno dell’immigrazione: va certo studiato, analizzato ma anche gestito con la fraternità dei popoli, faro degli ideali comunisti e libertari nello stesso tempo. Non contrapposizione tra diritti e tutele, accoglienza e sfruttamento del capitale, centralità delle classi lavorative e marginali. Ma ricomposizione. In un processo rivoluzionario. Perchè rivoluzionario? Perchè fondamentale è il movimento di massa, la mobilitazione popolare, non solo la rappresentanza istituzionale per il riformismo del Welfare. Nessuna civetteria poi con il ciarpame ideologico di destra, nessuna possibilità di confusione. Il marxismo leninismo (senza trattino) del XXI secolo è tutta nelle sfide della nostra irriducibilità al capitalismo, alle guerre imperialiste, al fascismo e ai loro dis/valori. / fe.d.

 

Su questo blog vedi anche:

SENSO COMUNE E CONSENSO

 

LA CONQUISTA DELLA COSCIENZA di CLASSE per ANTONIO GRAMSCI


 a cura di Ferdinando Dubla, pagina FB: https://www.facebook.com/profile.php?id=61555253424792



 



martedì 7 novembre 2023

SEM - la catastrofe, la lotta e la resistenza del popolo palestinese

 




Nakba, prima e seconda Intifada, gli accordi di Oslo, Hamas e ANP

È necessario lavorare su almeno due fronti:

- la controinformazione di quello che sta accadendo nella striscia di Gaza e anche in Cisgiordania ad opera dei coloni predoni, che si configura come genocidio e sterminio del popolo palestinese da parte di Israele, con orrendi crimini di guerra che hanno come obiettivo la “soluzione finale”; sono coperti dai media complici e compiacenti occidentali, veri strumenti di diffusione di intossicazione sionista fascista (altro che antisemitismo!, anche i palestinesi sono semiti, che è termine coniato in ambito linguistico alla fine del XVIII secolo, derivato dal personaggio biblico Sem, figlio di Noè, che secondo il primo testamento sarebbe il progenitore dei popoli semitici).  Perchè il sionismo è fascista, nazionalista, teologico fondamentalista, ’suprematista’ (il popolo ‘eletto’).

 - approfondimento storico-politico. La storia della nascita di Israele dopo la II guerra mondiale è la storia di una pulizia etnica, è la storia dell’imperialismo atlantista che crea uno stato alleato ‘cane da guardia’ nel Medio Oriente e nel mondo arabo, con la deportazione e la progressiva segregazione del popolo palestinese. È la storia della resistenza di quel popolo all’annientamento, nelle forme e nei modi possibili nel dato contesto storico-politico, anche con gravi errori tattici e strategici delle guide politiche laiche palestinesi, che infatti perdono consenso ed egemonia a favore del teologismo fondamentalista e avventurista dei tagliagole reazionari, specchio del sionismo fascista dall’altra parte. Un approfondimento che deve avvalersi dei grandi contributi degli storici e filosofi critici e analisti sia nativi palestinesi sia di origini ebraiche, primi fra tutti Edward Said, il gramsciano autore di “Orientalismo” (1978) che ci ha lasciati troppo presto (nel 2003) e Ilan Pappè, autore de “La pulizia etnica della Palestina”, The Ethnic Cleansing del 2007, vero atto d’accusa, documentato, del peccato originale dello Stato d’Israele datato 1948.

 - Il lavoro incessante su questi due fronti, quanto più capillare e di massa, deve contribuire al lavoro politico della sinistra di classe e antagonista, dei comunisti, dei marxisti, per assumere una lettura della questione palestinese universalistica e di prospettiva democratica, laica e socialista, per la costituzione delle forme di autodeterminazione politica attraverso un’entità statale autonoma, libera e indipendente, fermando il genocidio, lo sterminio, l’apartheid, la segregazione del martoriato popolo palestinese. / fe.d.

 

 

NAKBA (1.)  e INTIFADA (2.) - la catastrofe, la lotta e la resistenza del popolo palestinese

 

La Nakba, la catastrofe, è il peccato originale, è l’esodo forzato dalla propria terra dei palestinesi nel 1948, al termine del mandato britannico, tre anni dalla fine dell’Olocausto. Al tempo della costituzione dello Stato di Israele, la popolazione araba era di 1 ml e 200 mila abitanti, 600 mila la popolazione ebraica (dati UNSCOP, United Nations Special Committee on Palestine, A/364, 3 settembre 1947).

Il peccato originale, però, è stata la pulizia etnica, la “nakba”. Il termine ‘pulizia etnica’ è dello storico Ilan Pappè, uno dei rappresentanti della Nuova storiografia israeliana, autore del libro “La pulizia etnica della Palestina”, in Italia editato da Fazi nel 2008.

SECONDO PAPPÈ,

più di metà della popolazione palestinese originaria, quasi 800.000 persone, era stata sradicata, 531 villaggi erano stati distrutti e 11 quartieri urbani svuotati dei loro abitanti. Il piano, deciso il 10 marzo 1948, e soprattutto la sua sistematica attuazione nei mesi successivi, fu un caso lampante di un’operazione di pulizia etnica, considerata oggi dal diritto internazionale un crimine contro l’umanità. (..) l’espropriazione delle terre dei palestinesi da parte di Israele nel 1948. (..) utilizzando principalmente gli archivi militari israeliani, gli storici revisionisti sono riusciti a dimostrare quanto fosse falsa e assurda la pretesa israeliana che i palestinesi se ne fossero andati “volontariamente”, sono stati in grado di confermare molti casi di espulsioni di massa da villaggi e città e hanno rivelato che le forze ebraiche avevano commesso un gran numero di atrocità, massacri compresi. Una delle figure più note tra quanti hanno scritto sull’argomento è lo storico israeliano Benny Morris. (..) Nel creare il proprio Stato-nazione, il movimento sionista non condusse una guerra che “tragicamente, ma inevitabilmente” portò all’espulsione di parte della popolazione nativa, ma fu l’opposto: l’obiettivo principale era la pulizia etnica di tutta la Palestina, che il movimento ambiva per il suo nuovo Stato. (..) Il termine Nakba fu adottato, per comprensibili ragioni, come tentativo di controbilanciare il peso morale dell’Olocausto ebraico (Shoah), ma l’aver trascurato i protagonisti può in un certo senso aver contribuito a perpetuare la negazione da parte del mondo della pulizia etnica della Palestina nel 1948 e successivamente. (..) È nostro dovere strappare dall’oblio la semplice ma orribile storia della pulizia etnica della Palestina, un crimine contro l’umanità che Israele ha voluto negare e far dimenticare al mondo.

 Ilan Pappè, op.cit, Fazi, 2008, ed.digit. 2015,  pos. 88-203  




LA PRIMA INTIFADA [1987_1993]

1987. L'8 dicembre un camion delle forze di difesa israeliane (IDF) colpì due furgoni che trasportavano operai di Gaza a Jabalya, un campo profughi che al tempo ospitava 60.000 persone. Uccise all'istante quattro di loro. Corse veloce la voce che lo scontro non era stato un incidente, ma una vendetta in nome di un israeliano accoltellato a morte alcuni giorni prima nel mercato di Gaza. Quella sera, scoppiò una rivolta a Jabalya, durante la quale centinaia di persone bruciarono pneumatici ed attaccarono le forze di difesa israeliane (IDF) di turno nella zona. La rivolta si allargò ad altri campi profughi palestinesi ed infine a Gerusalemme. Il 22 dicembre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite condannò Israele per avere violato la convenzione di Ginevra a causa del numero di morti palestinesi nelle prime poche settimane di Intifada. La rivolta palestinese si esprimeva con mezzi poveri: decine di adolescenti affrontavano le pattuglie di soldati israeliani bersagliandoli di sassi. Nei primi tredici mesi di Intifada, 332 palestinesi e 12 israeliani furono uccisi. Il fatto che 159 bambini palestinesi sotto i 16 anni, molti dei quali colpiti mentre tiravano sassi a soldati delle IDF, fossero stati uccisi, era diventato particolarmente allarmante per gli osservatori internazionali. Comunque, il popolo palestinese con la prima Intifada di massa era riuscito a rinsaldare la propria identità politica indipendente, sebbene l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina, fondata a Gerusalemme nel maggio 1964) avesse un controllo limitato sulla situazione, cioè non dirigeva politicamente di fatto le spontanee espressioni di rabbia popolare. Ma la rivolta può anche essere collegata sia alla conferenza di Madrid del 1991 (tre giorni, 30 - 31 ottobre e 1 novembre) in cui USA e URSS cercarono di accordarsi su soluzioni negoziali coinvolgendo Siria, Libano e Giordania; sia al ritorno di Arafat e dell'organizzazione dal proprio esilio tunisino dopo la guerra libanese del 1982. Con la prima Intifada, estesa da Gaza alla Cisgiordania, caratterizzata, oltre che dal lancio di pietre, da scioperi, dimostrazioni, scontri con le forze occupanti, azioni di disobbedienza civile, e fino al 1993, era ridiventato centrale il tema dell’autodeterminazione politica attraverso la creazione di un’entità statale autonoma palestinese autogovernata.

LA SECONDA INTIFADA (2000-2006)

anche detta i. di al-Aqsa, dal nome della moschea che sorge a Gerusalemme, nel terzo luogo santo dell’islam (al-Haram ash-Sharif «il nobile santuario») dopo La Mecca e Medina, ebbe inizio nel settembre 2000. L’evento scatenante fu infatti la visita, il 28 settembre, del leader del Likud, A. Sharon, al sito religioso venerato da entrambe le religioni (per gli ebrei l’al-Haram ash-Sharif è il monte del Tempio). Il giorno successivo, dopo la preghiera del venerdì, migliaia di fedeli musulmani affollavano la Spianata delle moschee dove si verificarono i primi scontri con le forze di polizia israeliane (6 morti e oltre 200 feriti tra i palestinesi). La protesta palestinese dilagò rapidamente a Gaza e in Cisgiordania, trasformandosi in una rivolta contro l’occupazione israeliana e per l’indipendenza della Palestina. La durezza della repressione messa in atto dal governo israeliano, condannata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 7 ottobre, fu più volte denunciata nelle sedi internazionali nei mesi successivi. A differenza della prima i., caratterizzata da scontri di piazza, manifestazioni popolari e azioni non violente di disobbedienza civile, l’i. di al-Aqsa ha visto un largo uso di armi da fuoco da parte dei palestinesi e il ricorso ad attentati e attacchi suicidi contro obiettivi civili e militari, con una recrudescenza nel marzo 2002 contro alberghi, autobus, bar, centri commerciali. La sfiducia verso il processo di pace avviato a Oslo (1993), contraddistinto da inadempienze israeliane, e le misere condizioni di vita dei palestinesi motivarono una rivolta che non risparmiò nemmeno Y. ‛Arafat, accusato di poca democrazia interna e di arrendevolezza verso gli israeliani. Dai primi giorni di aprile, con l’assedio al campo profughi palestinese di Jenin in Cisgiordania, l’escalation delle operazioni militari israeliane nei territori palestinesi subì una drammatica intensificazione. Dal dicembre 2001 lo stesso ‛Arafat venne confinato nella sede dell’Autorità nazionale palestinese, a Ramallah, assediata dall’esercito israeliano. La seconda i., intanto, proseguiva, sia pur con minore intensità, prolungandosi anche dopo il 2004, quando la morte di ‛Arafat e la malattia di Sharon mutarono il quadro. Solo nel 2006 poté dirsi conclusa, con il tragico bilancio di circa 5000 morti tra i palestinesi e circa 1000 tra gli israeliani.    

scheda elaborata con Dizionario di storia Treccani

Sosteniamo la tesi che l’egemonia politica di Hamas nella resistenza palestinese è stata favorita da Israele, direttamente in funzione anti-ANP, indirettamente dalle sue continue violazioni degli accordi di Oslo del 1993-1995.

Il grande inganno di Israele ad Oslo rafforza Hamas




 13 settembre 1993: un Bill Clinton a larghe braccia fa da mezzàno tra Yitzhak Rabin, allora primo ministro di Israele e Yasser Arafat, in rappresentanza dell’OLP - Organizzazione per la liberazione della Palestina, alla Casa Bianca. Si ufficializzavano gli accordi di Oslo, in cui da parte palestinese veniva istituita l’ANP, l’autorità nazionale che, accontentandosi di una striscia di terra a Gaza e del territorio al confine giordano, la Cisgiordania, appunto, rimandava pericolosamente ad un secondo momento la costituzione di uno Stato palestinese. In quanto al primo ministro israeliano, verrà assassinato da un fanatico fondamentalista religioso ebreo (Yigal Amir) il 4 novembre 1995 a Tel Aviv. Insieme ad Arafat e Shimon Peres (allora laburista ministro degli esteri) era stato insignito del premio Nobel per la pace 1994. Forse è lì che muore il simulacro dei “due popoli due stati”. Perchè è un passaggio successivo alla soluzione di un conflitto dovuto ad un’espropiazione e una pulizia etnica,  dunque “terra e stato ai palestinesi nell’autoderminazione politica”, prioritariamente. Israele ha sempre boicottato le ‘concessioni’ degli accordi norvegesi del 1993 (ci fu anche una specie di Oslo 2 nel 1995) (1) con una costante aggressione colonialista al  territorio già concentrazionario della Cisgiordania, violando ogni risoluzione ONU. Arafat perse consenso ed egemonia, divenendo addirittura, con il riconoscimento politico degli occupanti, un simbolo di arrendevolezza ed eccessivo moderatismo. Favorendo così l’ascesa delle organizzazioni fondamentaliste integraliste religiose, fra cui la sunnita Hamas, che andò al potere nella striscia di Gaza. L'ala politica di Hamas vinse diverse elezioni amministrative locali a Gaza, Qalqilya, e Nablus. Nel gennaio 2006 con una vittoria a sorpresa alle elezioni legislative in Palestina del 2006 con il 44% circa dei voti, Hamas ottenne 74 dei 132 seggi della camera, mentre al-Fatah, con il 41% circa dei voti ne ottenne solo 45. La distribuzione del voto però era molto differente nei vari territori: le principali basi elettorali di Hamas erano nella Striscia di Gaza, mentre quelle del Fatah erano concentrate in Cisgiordania. Questo lasciò subito presagire che, se i due partiti non avessero trovato un compromesso, sarebbe potuta scoppiare una lotta per il controllo dei due territori nei quali ciascuno dei due partiti era più radicato.

A seguito della Battaglia di Gaza (2007) (2) tra Fatah e Hamas, questa prese il controllo completo dell'omonima Striscia eliminando o allontanando gli esponenti avversari; nel quadro di tali eventi e tra accuse di illegalità a loro volta i funzionari eletti di Hamas furono eliminati fisicamente o allontanati dalle loro posizioni dall'Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania e i loro incarichi furono assunti da esponenti del Fatah e da membri indipendenti. Il 18 giugno 2007, il Presidente palestinese Mahmūd Abbās (Fath) emette un decreto che mette fuorilegge le milizie di Hamas. La cui forza, politica, militare e specie economica, giovandosi degli appoggi degli sceicchi nel Quatar  dunque, si deve proprio agli accordi di Oslo.

1) Il cosiddetto Accordo di Taba, in cui si riconosceva ad interim un Consiglio palestinese di autogoverno eletto

2) La battaglia di Gaza si svolse fra il 12 e il 14 giugno del 2007 fra le milizie di Hamas e le forze di Fatah. In particolare, dal punto di vista strategico-militare, fu importante la conquista, da parte dei miliziani, del quartier generale del Servizio Palestinese di Sicurezza Preventiva nella Striscia.

 

E oggi l’ANP? Chiara Cruciati su Il Manifesto, 7.11.2023

estratto

Sono trascorsi trent’anni dagli Accordi di Oslo e dalla fondazione dell’Autorità nazionale palestinese, esecutrice dell’omicidio politico dell’Olp ed elefantiaca amministrazione senza sovranità che avrebbe dovuto condurre alla nascita di uno stato di Palestina.

Eppure, trent’anni dopo, la diplomazia occidentale non intende ancora intraprendere una strategia reale di soluzione della secolare questione palestinese. Non lo vuole soprattutto Israele (..) In tale contesto di blackout politico e persistenza di un approccio colonialista verso il sud del mondo, la carta dell’Anp come cane da guardia altrui è l’ovvia risposta ma è esercizio futile. Non ha prospettive reali: perché l’Autorità non gode di alcun consenso tra la base né di legittimità nel mondo arabo che l’ha palesemente bypassata per normalizzare i rapporti con Tel Aviv; perché è proprietà privata di un’élite politica ed economica che ha allargato a dismisura il gap sociale con la popolazione; (..) Non esiste strategia per il futuro, un’assenza surreale e dolorosa a 75 anni dall’espulsione forzata di quasi un milione di palestinesi dalle proprie terre e a 56 dall’occupazione militare di quel che restava della Palestina storica. Decenni dopo, la comunità internazionale occidentale non legittima ancora le aspirazioni di libertà palestinesi e si trincera dietro uno slogan – due popoli, due stati – che è solo uno scudo alla soluzione politica. L’occupazione non è davvero messa in dubbio, nemmeno oggi. (..) Privati della politica, privati di speranza, la rabbia dei palestinesi ribolle insieme alla convinzione che la libertà non passerà per una diplomazia schiacciata sulle ragioni israeliane e complice del massacro in corso.

a cura di Ferdinando Dubla, Subaltern studies Italia - Lavoro Politico web_serie



http://lavoropolitico.it/

 

sabato 28 ottobre 2023

EDWARD SAID: INTERPRETARE L’OGGI CON LE LENTI DELLA STORIA

 



Edward Said (Gerusalemme, 1935 - New York, 2003)

“La pace può venire soltanto con la fine dell’occupazione”.

Così scriveva Edward Said nel gennaio 2002, venti mesi prima della sua morte. Said è stato uno degli intellettuali più importanti del XX secolo, professore alla Columbia University di Letteratura comparata, era nato a Gerusalemme nel 1935 e cresciuto al Cairo. Pietre miliari della sua produzione di scrittore e studioso furono in particolare due opere: la sua prima in assoluto, “Orientalismo” del 1978, presa a riferimento per gli studi cosiddetti post-coloniali (postcolonial studies) e “Cultura e imperialismo” di quindici anni dopo, 1993, lavoro di indagine letteraria e storica in cui accusa le complicità della cultura occidentale con il progetto egemonico di vecchi e nuovi imperi. Molti studiosi hanno sottolineato la consonanza tra le sue riflessioni e una ‘lettura interpretativa’ degli scritti di Gramsci. (Cfr., tra gli altri, Orazio Irrera, Université Paris 1 – Panthéon-Sorbonne, Egemonia e coscienza geografica. Edward W. Said lettore di Antonio Gramsci, febbraio 2016, https://gramscilab.com/2016/02/04/seminario-egemonia-e-coscienza-geografica-edward-w-said-lettore-di-antonio-gramsci/ 




- Attivo sostenitore della causa del suo popolo, non esitava neanche a criticare le leadership delle organizzazioni palestinesi, l’arrendevolezza e il moderatismo degli accordi al ribasso e la perdita di egemonia di Arafat e Fatha per le controversie interne, l’autoritarismo e la corruzione, che poi in effetti porteranno come concausa al dominio dei fondamentalismi politico-religiosi. Ma il suo indice accusatore fu sempre contro l’imperialismo a dominanza USA e l’occupazione abusiva permessa ai governi israeliani per conto dell’atlantismo nell’area strategica del Medio Oriente. Rileggere Said è interpretare l’oggi con le lenti della storia.

“La tesi insensata del governo Sharon, ovvero che in quarant’anni di una guerra spietata e indiscriminata, intrapresa dall’esercito israeliano contro civili, proprietà e istituzioni, la vittima sia Israele e i palestinesi siano gli aggressori. Questo significa oggi che i palestinesi sono rinchiusi in duecentoventi ghetti controllati dall’esercito; che gli elicotteri Apache, i carri armati Merkava e gli F-16 forniti dagli americani falciano ogni giorno persone, case, uliveti e campi coltivati; che scuole e università sono devastate, così come le imprese e le istituzioni civili; che centinaia di civili innocenti sono stati uccisi, mentre i feriti sono decine di migliaia; che gli omicidi israeliani di leader palestinesi continuano; che i tassi di disoccupazione e povertà si aggirano intorno al 50 per cento”. Edward Said, in Al-Ahram, 10-16 gennaio 2002, ora in La pace possibile - Il testamento politico del grande intellettuale palestinese, Il Saggiatore, 2004, pag.171

 

RILEGGERE SAID

Uno degli assi del pensiero di Said è che le questioni in nome della religione sono politiche. Fuori la religione dalla politica, dunque, nessuna è superiore o inferiore all’altra;  non c’è civiltà in nome della religione, civiltà è solo l’autodeterminazione, necessaria, dei popoli oppressi. L’imperialismo e il colonialismo hanno sempre soffiato e soffiano sulle guerre di religione, ma il loro interesse è economico e politico. I popoli convivono pacificamente tra loro, ognuno con la sua cultura e credenze, l’imperialismo e il colonialismo dividono e provocano i conflitti.

È vero, ci manca il suo acume, la sua analisi stringente, corroborata sempre dalla documentazione, la sua interpretazione storico-politica. Edward Said è stato uno dei più grandi e innovativi studiosi del XX secolo, fondatore, di fatto, degli studi postcoloniali. Attraverso le sue opere, è uno dei più attuali del XXI secolo. Di fronte al martirio del suo popolo, lui, naturalizzato statunitense, ha da dirci tanto, soprattutto, come ha scritto Bruno Montesano su Il Manifesto (20.10.2023) sulla necessaria disarticolazione tra Stato e identità (religiosa e nazionale che sia). Non un’utopia, una necessità. Per i palestinesi e per tutti i popoli oppressi nella loro autodeterminazione. Rileggere proprio ora l’autore di “Orientalismo” (1978) è necessario.

L’imperialismo è colonialismo su larga scala, la cultura imperialista colonialista impregna l’immagine dell’”altro”, lo costruisce, se la rimanda come a uno specchio riflesso, diventa stereotipo di massa: l’oriente esotico, l’arabo- musulmano, il mediorientale-terrorista. E l’intellettuale, che dovrebbe svelare la fenomenologia neocolonialista, strumento di potere, “dire la verità” (titolo di un bellissimo saggio pubblicato in Italia da Feltrinelli, 1995 e 2014), non critica ma occulta. L’indispensabilità dell’intellettuale, dunque, ma quello “organico” alla classe subalterna, antimperialista e anticolonialista. Said è lettore e interprete di Gramsci. /fe.d.


L’INTELLETTUALE SECONDO SAID

Quella dell’intellettuale, tuttavia, è voce solitaria e ha risonanza soltanto qualora si coniughi liberamente con la realtà di un movimento, con le aspirazioni di un popolo, con un ideale collettivo da perseguire. In Occidente, per esempio, dove perlopiù prevale la critica indiscriminata al terrorismo e all’estremismo palestinese, la legge dell’opportunismo esige una condanna senza mezzi termini, salvo poi tessere le lodi della democrazia in Israele. Dopo di che sarà opportuno aggiungere qualche parola a favore della pace. Il senso di responsabilità impone che l’intellettuale dica ai palestinesi tutte queste cose,  ma soprattutto cha a New York, Parigi o Londra, dove il suo discorso può avere massima risonanza, egli sostenga l’idea della libertà per i palestinesi nonchè della libertà dal terrore e dall’estremismo per tutti gli attori coinvolti, non soltanto la parte più debole e più vulnerabile.

Dire la verità al potere non è idealismo alla Pangloss: significa soppesare scrupolosamente le alternative, scegliere la migliore e rappresentarla con sapienza là dove si rivela più efficace per modificare la realtà secondo giustizia.

 

Edward Said, Dire la verità - Gli intellettuali e il potere, Feltrinelli, 2014 (ed.or. 1994), pag.108.

 

EDWARD SAID - LA QUESTIONE PALESTINESE

La questione palestinese. La tragedia di essere vittima delle vittime (The Question of Palestine, 1979; con nuova introduzione ed epilogo, 1992), trad. di S. Chiarini e A. Uselli, Gamberetti Editrice, 1995; Collana La Cultura, Milano, Il Saggiatore, 2011.

/ scheda ed. 2011 /

Molti sono i collegamenti e le affinità tra la storia degli arabi e quella dei palestinesi, così come si sono definiti nel secolo scorso. Ma l'incontro traumatico con l'occupazione israeliana ha reso unica la storia dei palestinesi. L'unicità di questa storia e di questo popolo, con le sue vite vissute, le sue tante sofferenze e le sue profonde aspirazioni, è messa a fuoco e analizzata in "La questione palestinese". La storia nazionale palestinese testimonia uno scontro perdente tra un'ambiziosa ideologia, fondamentalmente europea, e l'incapacità di convincere l'Occidente della giustezza della causa anticolonialista araba. Eppure, nonostante questo tragico fallimento, nonostante i palestinesi siano stati dispersi, frazionati, espropriati dei loro territori, essi hanno saputo sviluppare una sorprendente capacità di resistenza e, soprattutto, dare vita alla loro specifica identità di popolo. A partire dalla realtà storica del suo popolo, Edward W. Said in questo libro mette crudamente alla prova l'infondatezza delle gabbie interpretative già criticate in "Orientalismo", fornendo la definizione più esauriente e illuminante della questione palestinese.

 

#subalternstudiesitalia #questionepalestinese #EdwardSaid #AntonioGramsci









mercoledì 13 settembre 2023

UN ARCOBALENO DI PACE IN EUROPA

 



PACE, TERRA e DIGNITÀ:  Michele Santoro e Raniero La Valle indicono un'ASSEMBLEA il 30 SETTEMBRE per portare in Europa le ragioni della pace, della rivoluzione ecologica, dell’uguaglianza sociale. L’appello - piattaforma

Noi sottoscritti, amanti della pace e più ancora della vita, sgomenti per gli sviluppi incontrollati della guerra d’Ucraina e per l’istigazione da parte dei governi a perpetuarla ed estenderla, sentiamo l’urgenza di un impegno personale e intendiamo riunirci in una pubblica Assemblea il 30 Settembre prossimo a Roma

per promuovere un’azione responsabile volta ad invertire il corso delle cose presenti, istituire la pace e ristabilire le condizioni di un sereno futuro.

Rivolgiamo perciò un appello:

Ai pacifici, alle donne e agli uomini di buona volontà, ai resistenti perché nessun volto sia oltraggiato e la dignità sia riconosciuta a tutti gli esseri viventi, agli eredi di milioni di uomini e donne che hanno lottato per il lavoro, per l’emancipazione e per la libertà dal dominio pubblico e privato, a quanti si ribellano al sacrificio degli uni per il tornaconto degli altri, ai giovani che abbiamo perduto, a cui non abbiamo saputo garantire il futuro.

Ai credenti e ai non credenti, agli organizzati e ai disorganizzati, ai militanti di tutti i partiti, agli elettori di

tutte le liste, agli assenti dalle urne e a quelli di deluse speranze, a quanti godono di buona fama e a chi soffre di una cattiva reputazione, agli inclusi e agli scartati.

Noi ci rivolgiamo a voi non perché siamo più importanti, ma perché siamo voi.

E vogliamo dare una rappresentanza a tre soggetti ideali che ancora non l’hanno o l’hanno perduta, a tre beni comuni: la PACE, la TERRA e la DIGNITÀ.

La Terra: è in pericolo, essa non è un patrimonio da sfruttare, un ecosistema da aggredire, ma la casa comune da custodire, da tornare a rendere abitabile per tutte le creature, da arricchire con i frutti del nostro lavoro e le opere del nostro ingegno.

La Dignità: è la condizione umana da riconoscere, restaurare e difendere. La dignità della libertà e della ragione, del lavoro e del tenore di vita, del migrante per diritto d’asilo e del profugo per ragioni economiche, del cittadino e dello straniero, dell’imputato e del carcerato, dell’affamato e del povero, del malato e del morente, della donna, dell’uomo e di ogni altra creatura.

La Pace: tutti dicono di volere la pace nel mondo, ma questa non si può nemmeno pensare se prima non finisce questa guerra in Europa, dunque è una seconda pace, ed è una bugia quella di chi dice di volere la seconda pace se non vuole e impedisce la prima. Noi sappiamo invece che la pace del mondo è politica, imperfetta e sempre a rischio. È assenza di violenza delle armi e di pratiche di guerra, vuol dire non rapporti antagonistici né sfide militari o sanzioni genocide tra gli Stati, implica prossimità e soccorso nelle situazioni di massimo rischio a tutti i popoli.

Il sistema di guerra è diventato il vero sovrano e comanda ogni cosa, pervade l’economia e domina la politica anche quando la guerra non c’è o non è dichiarata. È questa la ragione per cui la stessa guerra d’Ucraina non riesce a finire, benché in essa entrambi i nemici già ne siano allo stesso tempo vincitori e sconfitti e non finisce perché, così ben piantata nel cuore dell’Europa per rialzare la vecchia cortina sul falso confine tra

Occidente e Oriente, la guerra d’Ucraina, è funzionale o addirittura necessaria a quel sistema, e perciò gli stessi negoziati sono stati proibiti.

È esplosa con la funesta offensiva di Putin ma ha subito suscitato una reazione straordinaria avente lo scopo di dividere l’Europa su una frontiera di odio e di sangue tra Ucraina e Russia, così da lasciare agli Stati Uniti una potenza ineguagliabile, e la Cina come vero e ultimo nemico.

LA TERRA stessa è in pericolo, le politiche ecologiche sono sospese e rovesciate, il clima si arroventa e le acque si rompono. Già ora i Grandi col nucleare sfregiano la Terra (in Ucraina con le bombe ricche di uranio impoverito). Per i potenti della Terra si direbbe che non esiste il futuro.

LA DIGNITÀ delle persone e di tutte le creature viene negata e umiliata, a cominciare dalla dignità dei migranti che sono abbandonati al mare o vengono scambiati per denaro perché siano trattenuti nei lager libici o nei deserti tunisini.

A tutto questo noi diciamo NO. Siamo sicuri che se si potesse fare un referendum mondiale, la grande maggioranza dei popoli e dei cittadini della Terra direbbe NO alla guerra come salute dei popoli, NO all’entusiasmo per il massacro, NO alla competizione strategica per il dominio del mondo, NO alla sfida culminante dell’area euro-Atlantica con la Russia e con la Cina.

Noi non neghiamo rispetto e stima ai partiti e alle loro personalità più eminenti e non condividiamo la ripulsa e il discredito di cui oggi sono fatti oggetto. Il nostro è piuttosto un Partito Preso per la Pace, per la Terra e per la Dignità delle creature, senza riserve ed eccezione alcuna.

La prima occasione in cui tutto ciò sarà messo alla prova saranno le elezioni europee.

Risuona per l’Europa la domanda gridata da papa Francesco: “Dove vai Europa?”. Dove stai navigando, senza la bussola della pace?

Il primo punto di un programma elettorale è per noi il rifiuto della creazione di un esercito europeo, erroneamente considerata, nell’attuale deriva politica, il naturale coronamento dell’unità europea. È invece il residuo di una cultura arcaica che ritiene essenziale per la sovranità il potere di guerra e il disporre di un’armata. Un esercito europeo sarebbe integrato nella Nato con gli Stati Uniti al comando, renderebbe permanente la guerra civile europea innescata dal conflitto in Ucraina e il pericolo di una deflagrazione finale in una guerra mondiale già di fatto iniziata.

È invece l’Europa che dovrebbe promuovere la riforma dell’Onu e una politica attiva per il disarmo, con l’inclusione del Brasile, dell’India e del Sudafrica, nazioni che formano i BRICS, nel novero dei Cinque Membri Permanenti del Consiglio di sicurezza. In tal modo la leadership mondiale sarebbe direttamente rappresentativa del 47 per cento (quasi la metà) della popolazione mondiale.

L’Europa ha interesse a sostenere l’opposizione del presidente brasiliano Lula alla supremazia mondiale del dollaro e a sottrarre la moneta e il debito al dominio delle banche private e alla speculazione liberista del mercato di carta per recuperare la sovranità perduta e riconsegnare i beni comuni ai cittadini.

Il sistema di guerra è incompatibile con la democrazia

perché porta inevitabilmente a galla fascismi vecchi e nuovi.

Non ci affascinano i Palazzi ma i Parlamenti. Vorremmo una scuola che non trasformi i ragazzi in capitale umano, in merce nel mercato del lavoro, in pezzi di ricambio per il mondo così com’è, ma in padroni della parola, coscienti e cittadini. Si decida di rendere vero anche nei fatti che la guerra è ripudiata come il patriarcato, che si salvino per primi “gli ultimi”, perché solo in questo modo si salvano anche i primi.

Amiamo l’Europa e l’Occidente ma non pretendiamo un mondo a nostra misura, tanto meno uniformato al modello di “democrazia, libertà e libera impresa”, che si è voluto esportare con le guerre umanitarie e per procura, consacrando così l’economia che uccide.

Per promuovere l’Assemblea del 30 settembre a Roma chiediamo a tutti di firmare questo appello continuando a camminare insieme.

Raniero La Valle

Michele Santoro

 

Invia una mail a associazione.serviziopubblico@gmail.com indicando il tuo nome e cognome e fallo circolare e unisciti all’Assemblea nelle modalità che in seguito Servizio Pubblico comunicherà.



lunedì 10 luglio 2023

L'Unione Popolare, forza della sinistra di classe

 

L’unità della sinistra di classe è un obiettivo politico strategico di Unione Popolare, l’unica strada per riportare all’offensiva le rivendicazioni del mondo del lavoro e applicare le prerogative costituzionali e per lo sviluppo della democrazia sociale nel nostro paese. / fe.d. /

Unione Popolare cresce sempre di più come movimento politico sociale ampio e plurale, in cui singoli e partiti, collettivi e comitati, si uniscono per creare un'alternativa pratica a una politica che non funziona, che porta avanti interessi di pochissimi, che è sorda rispetto ai problemi e ai sogni di tutti noi, che siamo la maggioranza del Paese.

Siamo coloro per cui un’Italia uguale, felice e verde è possibile e necessaria. La pagina FB di Unione Popolare è https://www.facebook.com/UnionePop




ASSEMBLEA DI UNIONE POPOLARE, ROMA - 9 LUGLIO 2023 / 1.

Il compagno Michele di Ultima generazione si è definito comunista confederalista democratico, il socialismo comunalista libertario sperimentato in Rojava dal popolo curdo e l’autonomia democratica degli Ezidi di Sengal, su cui anche teoricamente anche (soprattutto) coloro che hanno la progettualità della rifondazione comunista devono sviluppare come elaborazione delle nuove idealità del XXI secolo. Soprattutto, Michele ha spronato a trasformare in azione politica conflittuale concreta la proposta politica, discutendo forme e modi di questa azione. Siamo d’accordo, ma crediamo che la prassi della trasformazione strutturale di ‘sistema’, dunque rivoluzionaria, sia formata da una combinazione di forme di lotta insieme tradizionali e innovative, evitando che vi sia eco negativa nel senso comune di massa e prendendo più esempio dal collettivo ex GKN di Campi Bisenzio, vera avanguardia operaia di questo paese. Unione Popolare deve continuare ad essere un cantiere aperto e unire la sinistra di classe nelle sue espressioni più avanzate e convivere con processi paralleli di soggettività antagoniste.




ASSEMBLEA DI UNIONE POPOLARE, ROMA - 9 LUGLIO 2023 / 2.

Unione Popolare: da un’assemblea partecipata, si apre la nostra fase costituente.

- Sono state/i in centinaia a raccogliere l’appello per l’apertura della fase costituente di Unione Popolare, nonostante il caldo soffocante di Roma. L’incontro di ieri, che si è protratto fino alle 17.00, si è tenuto presso il Circolo Arci Concetto Marchesi, nella periferia romana, dove Rifondazione Comunista, stava svolgendo la sua festa cittadina. Luigi de Magistris, aprendo i lavori, ha rilanciato la proposta di uno spazio ampio e inclusivo, non composto solo da forze politiche ma che deve coinvolgere coloro che oggi condivide le nostre opinioni ma non è rappresentato dalla politica esistente.

Al mattino ci sono state relazioni per esplicitare le campagne su cui UP è già impegnata: dal rifiuto della guerra, di tutte le guerre, a partire da quella in Ucraina che per Unione Popolare, vanno fermate e non continuamente rifornite di micidiali armamenti. Su questo UP intende proporre a tutto il movimento contro la guerra, una manifestazione nazionale in autunno. E poi le questioni sociali, in primis la Legge di iniziativa popolare, per l’istituzione di un salario minimo orario di 10 euro, indicizzato; l’opposizione al disegno di legge “Calderoli” e a qualsiasi tentativo di imporre l’autonomia regionale differenziata, contro cui saremo in piazza il prossimo 30 settembre; le questioni ambientali, le forme di lotta da intraprendere per fermare il “migranticidio” che avviene ogni giorno alle frontiere della Fortezza Europa.

Nel pomeriggio, su queste relazioni c’è stato un ricco dibattito.

Dai prossimi giorni sarà possibile, anche e soprattutto a coloro che non fanno parte delle organizzazioni fondatrici, (Prc, PaP, ManifestA, DemA), aderire ad Unione Popolare, condividendone il manifesto e iscrivendosi ad una piattaforma informatica. Verrà generalizzata la realizzazione di coordinamenti di Unione Popolare nei diversi territori, si sta perfezionando uno statuto e ci si sta preparando al vero e proprio appuntamento costituente che si terrà in autunno. Ma Unione Popolare nasce soprattutto per unire uomini e donne nei luoghi di sfruttamento e di conflitto, sarà quello il banco di prova in cui si proverà a crescere e a riappropriarci di uno spazio del Paese, che pone al centro l’applicazione integrale della Costituzione a cui da molti, anni, le istituzioni hanno rinunciato. e che viene sempre di più ignorata e stravolta

Coordinamento Unione Popolare, 9 luglio 2023















martedì 18 ottobre 2022

DEMOCRAZIA, UN'UTOPIA CONCRETA - report Subaltern studies Italia

 

”I più larghi orizzonti consentono di allargare lo sguardo oltre le nubi, laddove c’è il sole“

  • Next revolution: la prossima rivoluzione
  • Solidarietà fraterna e solidarietà strumentale
  • La Comune di Parigi: Marx e il presente
  • Per Gramsci
  • Espropriare gli espropriatori (Marx)
  • Next Revolution - Communalism - Comunism

Intensa serata ad Avetrana di conoscenza e sostegno al popolo curdo e al confederalismo democratico del Rojava. Sul concetto filosofico di democrazia e in particolare di democrazia diretta, dalle origini greche, a Marx, Gramsci, Murray Bookchin e il sogno realizzato e da realizzare di un altro Occidente, la next revolution. Relazione #FerdinandoDubla - #SubalternStudiesItalia

assistenza #RobertaGalati #MilviaRenna #PierfrancescoGalati, e con la partecipazione del direttore della Scuola di Filosofia “Giulio Cesare Vanini” di Manduria prof. senior #OronzoCaprino.

I video a cura dell’Associazione culturale ‘Hortus animae’

https://www.facebook.com/profile.php?id=100063857542662

Si ringraziano il Sindaco Antonio Iazzi e l’Assessore alla Cultura Emanuele Micelli di Avetrana (TA) per la loro partecipazione e per l’ospitalità nella Sala Consiliare.

Progettata nel dibattito la solidarietà attiva al popolo curdo e al confederalismo democratico nel Rojava attraverso i possibili aiuti materiali e la ricerca collettiva seminariale sugli studi subalterni al #MeridianoSUD 

 

La filosofia incontra la democrazia, la democrazia e l’Occidente, il concetto e la sua realizzazione, l’utopia e la realtà. Il concetto di democrazia e la filosofia politica, una ricerca necessaria per alimentare continuamente la democrazia politica con la democrazia sociale. La critica della ragione politica diventa critica della ragione democratica. Per la “guerra di posizione” diventa transizione verso la società autoregolata perchè autodeterminata (il Marx di Gramsci) con la soggettività antagonista dell’’intellettuale collettivo’. Per un’altra idea di Occidente. “Rojava" (/roʒɑˈvɑ/), il  termine in lingua curda significa "l'Occidente".

NEXT REVOLUTION: la prossima rivoluzione.

La ‘Next Revolution’, il progetto di società prossima ventura, è un altro concetto di democrazia come utopia concreta, confederale e dal basso, di un altro occidente che comprenda tutti i sud del mondo, di una ricerca, incessante e continua, del sogno scientifico approdo del comunismo di Marx, del comunalismo libertario della democrazia politica come democrazia sociale di Murray Bookchin, del socialismo dell’autoregolazione e dell’autodeterminazione dell’’intelletto collettivo’ di Antonio Gramsci.

È possibile riannodare il filo ‘comune’ della suggestione libertaria di Murray Bookchin, l’analisi di Marx (il giudizio sulla Commune di Paris e l’approdo al comunismo come società in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti, il ‘general intellect’), la riflessione di Gramsci prima sui consigli operai autogestionari, poi sull’’intelletto collettivo’ e la società autoregolata dei produttori nei Quaderni?  Nel Rojava (Kurdistan occidentale), dove è in atto la sperimentazione del confederalismo democratico, credono di sì. È lì che nascerà un nuovo Occidente? Il Rojava, un altro Occidente, comprende tutti i Sud del mondo.

§ ⟨55⟩. Originalità e ordine intellettuale. Una massima di Vauvenargues: «È piú facile dire cose nuove che metter d’accordo quelle che sono già state dette». Si può analizzare questa massima nei suoi elementi. È piú difficile instaurare un ordine intellettuale collettivo che inventare arbitrariamente dei principi nuovi e originali. (..) Nella pretesa dell’originalità c’è molta vanità e individualismo, e poco spirito creatore.

Antonio Gramsci, dal Quaderno II - <Introduzione allo studio della filosofia>

Anche il concetto di ‘società regolata’ Gramsci lo approfondisce da Marx e in particolare riguardante il tema dell’approdo di una nuova società dell’uguaglianza nella libertà e, in quanto democraticamente autodeterminata, in grado di ‘dileguare’ la stessa ‘dittatura del proletariato’ come fase centrale della transizione. Dunque non è, come sostengono alcuni critici, sinonimica della stessa.

 

SOLIDARIETÀ FRATERNA e SOLIDARIETÀ STRUMENTALE

 

C’è un modo non solo per solidarizzare ma fraternizzare con il popolo iraniano e in particolare con il movimento femminile laico che sostiene il duro scontro con l’impero teocratico confessionale e reazionario dei pope al governo: il sostegno attivo a chi ha combattuto e combatte il fanatismo cruento dei tagliagole terroristi dell’ISIS, le straordinarie milizie femminili del Kurdistan - Rojava (l’amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est), l’Unità di Protezione delle Donne o Unità di Difesa delle Donne (curdo: Yekîneyên Parastina Jin; AFI: /jɛkiːnɛjeːn pɑːɾɑːstɯnɑː ʒɪn/), impegnate a difendere, sviluppare e rafforzare la sperimentazione politica del confederalismo democratico, basato sulla democrazia diretta, su un'economia solidale ed ecologica, sulla liberazione sociale delle donne e assoluta parità di genere. Se il regime fascioteocratico iraniano accusa per ‘i disordini’ il complottismo esogeno dell’imperialismo statunitense e il suo braccio armato del governo israeliano, questi ultimi si guardano bene dal solidarizzare con l’YPG e la resistenza curda, perchè il loro sostegno al movimento iraniano sviluppatosi dopo la morte di Masha Amini e che vede ora coinvolta la nostra connazionale #AlessiaPiperno, è solo strumentale.

 

La Comune di Parigi: Marx e il presente

 

La Comune di Parigi è stata un evento e un modello. Un evento capace di determinare una discontinuità radicale, una possibilità che prima non esisteva. Nel caso della Comune, questa possibilità era quella di un ‘governo del popolo per il popolo’. Un modello perché capace di ispirare un secolo di pensiero rivoluzionario: “Parigi operaia, con la sua Comune, sarà celebrata in eterno, come l’araldo glorioso di una nuova società”, scrive Marx chiudendo il testo.

Riconsiderare oggi l’importanza, il valore e l’attualità della Comune, significa quindi ragionare su tre piani: la sua specificità storica; la lettura che ne ha dato Marx e il suo significato nell’opera marxiana; i legami tra i valori e le sperimentazioni di cui è stata promotrice e le trasformazioni politiche dei nostri giorni.

 

PER GRAMSCI

 

”La Comune rappresenta per Gramsci il punto limite della capacità espansiva della borghesia e del capitalismo. Il dinamismo sociale determinato dal capitalismo conduce i ceti subalterni ad assumere un ruolo attivo, innalzandosi a ruoli dirigenti, migliorando le proprie condizioni di vita o lottando per espandere la sfera della cittadinanza.”, Loris Caruso, La Comune di Parigi: Marx e il presente

Feltrinelli, 2019, pag. 8

 

ESPROPRIARE GLI ESPROPRIATORI (Marx)

 

Si, o signori, la Comune pretendeva di abolire quella proprietà speciale di una classe che fa del lavoro di tutti la fortuna di pochissimi. Essa voleva espropriare gli espropriatori, essa voleva fare della proprietà individuale una verità trasformando i mezzi di produzione, la terra ed il capitale, oggi strumenti potenti per assoggettare e sfruttare il lavoratore, in semplici strumenti di lavoro libero ed associato. – Ma ciò è comunismo, comunismo «impossibile». – E che perciò? Forse che i membri della classe dominante i quali sono tanto intelligenti per vedere che il sistema attuale non è durevole (e sono molti) non sono divenuti i malaugurati e numerosi apostoli della produzione cooperativa? Se la produzione cooperativa non deve restare una chimera od una trappola, se essa deve rimpiazzare il sistema capitalistico, se le società cooperative riunite debbono regolare la produzione nazionale con un piano comune, ponendola sotto il loro controllo, e terminando, in questo modo, l’anarchia costante, le convulsioni periodiche, conseguenze della produzione capitalistica, che cosa sarebbe ciò, o signori, se non del comunismo, del comunismo «possibile»? Karl Marx, da La guerra civile in Francia del 1870-71, a cura di Palmiro Togliatti, editori Riuniti, 1974

 

NEXT REVOLUTION - COMMUNALISM - COMMUNISM

 

«Il Communalism rappresenta una critica della società gerarchica e capitalista nel suo insieme»

 

Il Communalism nella sua predisposizione teorica e il municipalismo libertario nella sua pratica sperimentale non costituiscono «una delle numerose tecniche pluralistiche attraverso le quali conseguire un vago e indefinito orizzonte sociale. Sono una sorta di destino dell’umanità, grazie al [loro] elemento fondamentalmente democratico e strutturalmente non-gerarchico, e per nulla una fattispecie di strumentazione politica o strategica da adottare o dismettere al fine di conquistare il potere. In realtà, il municipalismo libertario si sforza di definire i contorni istituzionali di una nuova società anche allorquando offre un messaggio pratico per una politica radicalmente innovativa adeguata ai giorni nostri» / Murray Bookchin, The Next Revolution. Popular Assemblies and the Promise of Direct Democracy, a cura di Debbie Bookchin e Blair Taylor, Verso, London-New York, 2015, pag.89.

Il concetto di ‘Next Revolution’, la prossima rivoluzione, permette di far convergere socialismo scientifico e anarchismo nel comunalismo ecologista ed egualitario, con un’architettura concreta per l’esercizio della democrazia diretta. Non è utopia teorica, ma sperimentazione politica in Rojava e nel Kurdistan turco (Siria settentrionale e Turchia sud orientale). Democrazia costituita da consigli e reti assembleari nel pensiero libertario del filosofo Murray Bookchin (1921-2006) ripreso da Ocalan. La rigenerazione del concetto di democrazia in Occidente può partire dal popolo invisibile, i curdi, che con le loro milizie femminili hanno combattuto e ancora combattono i tagliagole dell’ISIS. Implicitamente, l’ispirazione dello stesso Bookchin e del confederalismo democratico curdo, è la Comune di Parigi (Marx, Le guerre civili in Francia 1870-1871) e l’”intelletto collettivo” e la società autoregolata dei produttori di Antonio Gramsci (‘Ordine Nuovo’ e ‘Quaderni dal carcere’). La ‘Next Revolution’ supera la dicotomia tra anarchismo e comunismo. Non con un dibattito accademico, lo fa con una sperimentazione politica che bisogna sostenere con forza.

#NextRevolution, #prossimarivoluzione, #Communalism, #MurrayBookchin, #communism





Ferdinando Dubla (1956) ricercatore Subaltern Studies Italia, testimonial Rojava