le lenti di Gramsci

lunedì 28 dicembre 2020

Dina Bertoni Jovine e Labriola -- presentazione abstract integrale in Academia.edu

 

Dina Bertoni Jovine: Introduzione a Antonio Labriola, Scritti di pedagogia e di politica scolastica, Roma, Editori Riuniti, 1961

 

Dina Bertoni Jovine e Labriola -- presentazione abstract integrale in Academia.edu

 

Se la lettura filologica del pensiero di Marx in chiave di “filosofia della prassi” è stata uno dei meriti storici dell’ermeneutica di Antonio Labriola, la sua riflessione pedagogica fu determinante per la circolazione e l'influenza del suo pensiero. Ne scrive qui una delle più importanti storiche italiane della pedagogia, Dina Bertoni Jovine  (1898/1970), marxista e impegnata nelle fila del PCI, tra le più eminenti studiose di politica scolastica, con un'introduzione ad un'antologia sui temi educativi del filosofo cassinate, curata per gli Editori Riuniti ed edita nel 1961.

Labriola si mosse innanzitutto contro il formalismo didattico delle “lezioni oggettive” (positivismo metodico-scientista)  sostitutivo del confessionalismo (decadimento della corrente spiritualista).

Nel passaggio dall’hegelismo (e dal neohegelismo del suo maestro Spaventa nonchè dallo psicologismo sperimentale di Herbart) al marxismo (carteggio con Spaventa curato da Berti, cfr. Giuseppe Berti, Per uno studio della vita e del pensiero di Antonio Labriola, Roma, 1954) ebbe notevole importanza la sua riflessione sui temi della libertà morale e della pluralità dell’interesse, della realtà storica e politica, 

l'identificazione del problema della scuola con quello della politica sociale. 

Nell’opera del Labriola la scienza pedagogica appare sempre più organicamente legata alla politica e alla storia. Il periodo più intenso per il lavoro pedagogico si situa, per la B.J., tra il 1873 e il 1888 e sempre con lo sguardo allargato alla necessità di trasformazione dei rapporti sociali. 

La libertà ha un limite nella possibilità, cioè la libertà individuale ha il limite della possibilità che tutti siano liberi in base alle condizioni materiali dell’esistenza. La libertà individuale può basarsi solo sulla libertà sociale. La pedagogia non può isolare il rapporto educatore/educando, ma inserirlo nella realtà storico-sociale e la trasformazione di quel rapporto diventa possibile, nella stessa formazione del carattere e della volontà morale, nel cambiamento strutturale, rivoluzionario, di questa realtà. Educare alla libertà morale significa dunque educare alla responsabilità sociale e la premessa herbartiana di individuazione psicologica dei bisogni soggettivi dell’educando viene coniugata con l’esigenza di una diversa organizzazione sociale, che non isoli la stessa organizzazione scolastica e i metodi didattici in una separazione astratta e dunque sterile, ma le vivifichi con la complessiva e concreta prassi trasformatrice. 

L’educazione morale sociale diventa possibile con un diverso insegnamento della storia: è storia quella delle collettività e dei loro sforzi di incessante trasformazione della natura e delle relazioni umane, non solo quella dei grandi personaggi, guerre e dinastie. E così la geografia, studio delle condizioni naturali, ma allargata agli aspetti delle condizioni materiali e culturali, etnologici ed antropologici dei popoli. 

L’istruzione è abitudine alla riflessione, che forgia il carattere e il costume sociale, per comprendere il mondo e trasformarlo. 

La B.J. si sofferma inoltre sulla direzione di Labriola, dal 1877, del Museo dell’istruzione e dell’educazione di Roma (che terminò di fatto nel febbraio 1881), del suo impegno per un’adeguata preparazione didattico-professionale dei maestri fondata sul metodo sperimentale, sull'esigenza di una scuola popolare, architrave di un più esteso programma politico, sulla libertà e responsabilità della cultura. L’appello del Labriola di sottrarre ad un opprimente autoritarismo e accentramento burocratico la scuola, la cultura, la scienza, funzionali all’analfabetismo di massa, fu accorato, perchè  impedimento al progresso sociale e democratico dell’intera collettività nazionale. 

 

ferdinando dubla

https://www.academia.edu/44777929/Dina_Bertoni_Jovine_Introduzione_a_Antonio_Labriola_Scritti_di_pedagogia_e_di_politica_scolastica

ed.1961 -- introduzione di Bertoni Jovine

Dina Bertoni Jovine (1898/1970)

Antonio Labriola (1843/1904) 


domenica 27 dicembre 2020

L’ULTIMA FATICA di PIETRO


L'ultimo lavoro di Pietro Secchia fu la scelta e cura di suoi scritti nell’arco temporale compreso tra il 1945 e il 1973, consegnato all’editore Mazzotta prima del suo ricovero in clinica e la sua morte, avvenuta il 7 luglio di quell’anno. Il titolo, “La Resistenza accusa”, riecheggiava uno dei più celebri discorsi tenuti dal prestigioso dirigente del PCI in Senato, il 28 ottobre 1949, un consapevole atto politico di condanna di un’ intera classe dirigente sovvertitrice dei valori costituzionali e delle speranze resistenziali. Si perseguitavano i partigiani, li si arrestava, in un capovolgimento di colpe e delitti con i carnefici della guerra di liberazione dal nazifascismo. Una guerra, appunto, costata prezzi umani altissimi. Giuraste di tornare.... /
Il bel lavoro di digitalizzazione dei compagni di Resistenze.org


Pietro Secchia (1903/1973)


il CATALOGO autore ANOBII comprende dodici titoli
di cui ben cinque trattano della figura di Pietro Secchia, tre cit. anche in wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Secchia#Bibliografia
- il mio auspicio, nel primo centesimo anniversario della nascita del partito dei comunisti italiani nel 2021, è che la figura di Secchia venga finalmente tolta dalla mummificazione stereotipata della vulgata anticomunista o dall’ortodossia presuntivamente insurrezionalista e venga riconosciuto quale prestigioso dirigente comunista coerentemente marxista e prezioso memorialista e storico del movimento operaio, tanto da accompagnarci nel bilancio di una straordinaria esperienza, ma per camminare nel presente. ~ fe.d.



venerdì 25 dicembre 2020

COSCIENZA CRITICA


“senza dubbio la deliberata rimessa in causa di ogni feticizzazione naturalistica del mondo, la presa di coscienza che l’uomo non è riducibile ad oggetto fra oggetti, l’attiva demistificazione di quanto a noi si presenta col pigro prestigio dell’autorità e della tradizione, la deliberata conquista della soggettività variamente alienata, costituiscono un salutare esercizio in un’epoca come la nostra.”

Ernesto de Martino, Apocalissi culturali e apocalissi psicopatologiche, Nuovi Argomenti, 69, 1964, pag.138.


Potremmo definire coscienza critica la necessità storica dell’epoca presente, ciò che unisce la riflessione antropologica demartiniana con la genesi molecolare della formazione della coscienza di classe nel pensiero di Gramsci, come critica al senso comune di massa, al feticismo della merce e del denaro in quanto alienazione collettiva, come l’archetipizzazione del feticismo naturalistico e la pigra accettazione dei valori dominanti per il tramite dell’autorità e della tradizione. La “filosofia della prassi” è in questo filologicamente marxiana, tradotta dall’ermeneutica di Labriola, dentro elaborazioni che tendono alla demistificazione destrutturante delle apparenze fenomeniche delle società capitaliste e, oltre esse, alla critica dei paradigmi di civiltà entro cui sono inserite. 
~ fe.d.


“Per noi sta, cioè, indiscusso il principio, che non le forme della coscienza determinano l'essere dell'uomo, ma il modo d'essere appunto determina la coscienza (Marx). Ma queste forme della coscienza, come son determinate dalle condizioni di vita, sono anch'esse la storia.(..) 
[Il socialismo scientifico] non è più la critica soggettiva applicata alle cose, ma è il ritrovamento dell’autocritica che è nelle cose stesse. La critica vera della società è la società stessa.” 

Antonio Labriola, Del materialismo storico, Dilucidazione preliminare. III.VII.,1896 - https://www.marxists.org/italiano/labriola/1899/materialismo_storico.htm


"Il lavoratore medio opera praticamente ma non ha una chiara conoscenza teorica di questo suo operare-conoscere il mondo; la sua coscienza teorica anzi può essere «storicamente» in contrasto col suo operare. Egli cioè avrà due coscienze teoriche, una implicita nel suo operare e che realmente lo unisce a tutti i suoi collaboratori nella trasformazione pratica del mondo, e una «esplicita», superficiale, che ha ereditato dal passato. La posizione pratico-teorica, in tale caso, non può diventare «politica», cioè quistione di «egemonia». La coscienza di essere parte della forza egemonica (cioè la coscienza politica) è la prima fase di una ulteriore e progressiva autocoscienza, cioè di unificazione della pratica e della teoria. Anche l’unità di teoria e pratica non è un dato di fatto meccanico, ma un divenire storico, che ha la sua fase elementare e primitiva nel senso di «distinzione», di «distacco», di «indipendenza». Ecco perché altrove ho osservato che lo sviluppo del concetto-fatto di egemonia ha rappresentato un grande progresso «filosofico» oltre che politico-pratico."


Gramsci, Quaderno 8 (XXVIII)
§ (169), ed. Einaudi, 1975, p.1042

Antonio Labriola (1843/1904)

Ernesto de Martino (1908/1965)

Antonio Gramsci (1891/1937)


giovedì 17 dicembre 2020

L’INTELLIGENZA SOCIALE e L’APPROPRIAZIONE CAPITALISTA


- su ‘general intellect’, individuo sociale e intelletto collettivo - 

 Il secolo del PCI nel gennaio 2021 potrebbe essere occasione di riflessione collettiva, con l’intento di unire comunisti e sinistra e per un’efficace azione politica, senza la quale ogni riflessione, seppur elevata, diventa sterile.

Il FRAMMENTO sulle macchine degli appunti per “Il Capitale” di Marx, noti come Grundrisse (Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, composti tra il 1857 e il 1858) ha avuto diverse interpretazioni (ermeneutiche) in chiave di riattualizzazione, che, come nel caso di Antonio Negri (già a partire da “Marx oltre Marx. Quaderno di lavoro sui Grundrisse”, Feltrinelli, Milano 1979) lo hanno pregiudizialmente collocato nel versante cripto-critico del marxismo, tra ribellismo indistinto, slancio utopico e pensiero oscuro. In realtà quel frammento contiene due categorie importantissime per l’analisi delle strutturali contraddizioni del sistema capitalista: il “general intellect” e l’individuo sociale. Se il complessivo sapere dell’intelligenza sociale (non solo i mezzi di produzione, ma la conoscenza ad essi connessi, la cultura, l’arte e la scienza, capitale fisso dell’intera umanità) non viene condiviso, l’appropriazione privata del “general intellect” colliderà con gli strumenti stessi di quella intelligenza. E’ l’unica traduzione possibile, in termini politici (e gramsciani) di una fondamentale contraddizione di sistema, strutturale e sovrastrutturale. Coniugata con l’elaborazione dell’”intellettuale collettivo” nella riflessione di Gramsci, essa squaderna tutta la sua attualità oggi, nell’era pandemica, dove la proprietà privata della scienza e della tecnica, nei sistemi capitalistici, si scontra con il benessere sociale. ~ fe.d.





giovedì 10 dicembre 2020

F. Engels compie 200 anni


appunti su: 

-il pensiero ecologico di F.Engels -


Più si conosce la natura e si diradano i misteri degli universi, più è necessaria la socializzazione delle conoscenze e l’universalizzazione delle sue applicazioni. A partire da “La situazione della classe operaia in Inghilterra”, scritto nel 1843/44 frequentando la Manchester di Mary Burns e pubblicato nel 1845, in cui il nesso ambiente/salute/lavoro e sfruttamento viene a porsi come indice della civiltà industrialista del capitalismo, per finire alla serie di saggi tra filosofia della scienza e scienza della logica pubblicati nel 1883 con il titolo di “Dialettica della natura”, il fraterno compagno di Marx viene ad assumere profilo autonomo nel marxismo per la sensibilità naturalistica della concezione materialistica della storia.

- Dialettica della natura e natura della dialettica -


Engels, dopo il suo trasferimento a Londra nel 1870, meno oberato da compiti lavorativi e da affari, si impegnò nello studio assiduo e sistematico delle scienze. L’opera risultante da quello studio, “Dialettica della natura” (1883), e’ una serie dunque di saggi stilati in quel periodo storico ed è tra le più controverse all’interno stesso del marxismo, in quanto in essa si potrebbe intravedere la pretesa della concezione materialistica della storia di trasformarsi in concezione materialistica della natura, tramite la dialettica, che, da dialettica storica di lotta di classe, si estenderebbe a dialettica, appunto, della natura. Complice fu la vulgata del DIAMAT, la lettura metastorica e dogmatica che negli anni ‘30 fu, su indicazioni di Lyssenko, predominante in URSS. 

Ma se si pensa che tutto ciò che è nella storia è inevitabilmente nella natura  degli umani e del loro rapporto con la natura esterna, può comprendersi che il movimento dialettico non sia “legge” della natura, non sia di essa interpretazione meccanicista (contro Dühring e la sua ‘imago mundi’), determinista e dogmatica di “rispecchiamento” tra struttura e sovrastruttura, ma sia il modo di intenderla a partire dalle reali e materiali condizioni di esistenza degli esseri umani e della loro intelligenza collettiva trasformatrice.

 Nella Dialettica della natura Engels scrive che «tanto la scienza che la filosofia hanno finora trascurato completamente l'influsso dell'attività umana sul suo pensiero: esse conoscono soltanto la natura da una parte e il pensiero dall'altra. Ma il fondamento più essenziale e immediato del pensiero umano è proprio la modificazione della natura a opera dell'uomo, non già la natura in quanto tale e l'intelligenza dell'uomo crebbe nella misura in cui l'uomo apprese a modificare la natura».

Ad ogni passo ci vien ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo: tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle nel modo più appropriato.

Friedrich Engels, Dialettica della natura.

Più si conosce la natura e si diradano i misteri degli universi, più è necessaria la socializzazione delle conoscenze e la riappropriazione collettiva di tutte le sue applicazioni. 

-  L’interesse di Friedrich Engels per le scoperte scientifiche della sua epoca fu appassionato, innanzitutto per il primo principio della termodinamica e il principio della selezione naturale nell’origine delle specie darwiniana. Costante la ricerca dei nessi intercorrenti tra filosofia e scienza, tra elaborazione filosofica ed epistemologia, tra teoria e metodo. Lontano dallo speculativismo astratto autosussistente così come del mero empirismo solo induttivo, concepì la natura come svolgimento dialettico, non però in base a deduzioni e schemi teoretici da ricercare in essa (un a posteriori che diverrebbe a priori), semmai “cerca di cogliere i tratti specifici della dialettica della natura (..) si sforza di enucleare la dialettica propria di questo o quel processo naturale. “, (..) non si trattava di costruire le leggi dialettiche introducendole nella natura, ma di rintracciarle in essa e di svilupparla da essa”,  Lucio Lombardo-Radice, Prefazione a F.E., “Dialettica della natura”, Ed.Riuniti, IV ed. 1978, pag.18. 

Sia la natura esterna (ambiente) sia la realizzazione della natura umana attraverso il lavoro, sono un costante processo dialettico, che, proprio perché nella natura (esterna-interna e il loro rapporto trasformativo), si esprimono nella storia. 

fe.d., per i 200 anni di Engels


Friedrich Engels (1820/1895)


 

martedì 1 dicembre 2020

In bilancio 6 miliardi di nuove armi che contro il Covid non servono


Non mettete i fiori nei vostri cannoni, eliminate i cannoni e coltivate i fiori.

E' estremamente grave che un governo, pur in presenza di una pandemia, invece che investire sui servizi sociali alla collettività come sanità, istruzione e sostegno al reddito, spenda soldi per gli armamenti che, tra l'altro, renderanno ancora più asservita la nostra sovranità nazionale all'imperialismo USA-NATO.  - fe.d.

LEGGE DI BILANCIO • Le campagne Sbilanciamoci e la Rete Italiana Pace e Disarmo propongono una moratoria per il 2021 su tutte le spese di investimento in armamenti. per destinare i soldi alla sanità e all’istruzione: questa è oggi la nostra priorità.


Questa legge di bilancio ha certo alcune luci (soldi per la cassa integrazione, assegno universale, asili nido) ma anche tante ombre (non si tagliano i sussidi ambientalmente dannosi, ci sono solo poche briciole per la scuola, regali alle imprese senza condizioni, ecc.) e tra queste una delle più clamorose sono i 6 miliardi stanziati per i nuovi sistemi d’arma. Sì, nel 2021 il governo con la legge di bilancio ha deciso di continuare a spendere 6 miliardi per sommergibili, fregate, cacciabombardieri, blindo veloci, lanciamissili e chi più ne ha più ne metta.

Da ricordare che da qui al 2035 dei 146 miliardi di investimenti pubblici programmati ben 37 (il 25% del totale) andranno alla Difesa (non dal Covid, ma da invasioni marziane) e solo qualche spicciolo a sanità e istruzione. Nell’emergenza della prima ondata il nostro sistema ha quasi chiuso completamente, non l’eccezione delle «attività strategiche»: sono state considerate tali anche le industrie che fanno armi. Alcuni lavoratori si sono ammalati di Covid-19 per montare le strategiche ali dei cacciabombardieri.

Veniamo alla legge di bilancio. Come ricordano le campagne Sbilanciamoci e la Rete Pace e Disarmo in un recente documento «nel 2021 il solo bilancio del Ministero della Difesa prevederebbe infatti al momento un aumento di 1,6 miliardi (quasi tutti per spese investimento) arrivando al totale di 24,5 miliardi di euro».

Non è facile valutare con precisione la spesa complessiva prettamente militare (ai fondi della Difesa vanno aggiunti quelli di altri dicasteri e vanno sottratte le funzioni non militari); è invece più semplice per le risorse destinate all’acquisto di nuove armi: analizzando i capitoli specificamente legati all’investimento troviamo poco oltre i 4 miliardi di euro allocati sul Bilancio del Ministero della Difesa e circa 2,8 miliardi in quello del Ministero per lo Sviluppo Economico, a cui vanno aggiunti i 185 milioni per interessi sui mutui accesi dallo Stato per conferire in anticipo alle aziende le cifre per specifici progetti d’arma pluriennale.

«Ciò porterebbe dunque ad un totale di ben 6,9 miliardi che probabilmente è una sovrastima (nei Documenti Pluriennali di Programmazione il Ministero della Difesa esplicita la cifra di 5,9 miliardi) ma che ci consente di confermare la nostra valutazione di 6 miliardi spesi nel 2021 per nuove armi». Risorse che peraltro vengono decise e destinate in un quadro di opacità e mancanza di trasparenza: nei documenti del Ddl di Bilancio non vengono infatti forniti dettagli sui sistemi d’arma acquisiti, esplicitati dalla Difesa solo a mesi di distanza. Così, come al solito, i parlamentari sono costretti a votare al buio.

Vogliamo fare noi qualche esempio di quanto costano queste armi e cosa si potrebbe fare con gli stessi soldi? Con i soldi di un carro armato ariete (7milioni) potremmo riaprire 20 piccoli ospedali e con il costo di una fregata potremmo assumere 1200 infermieri per 10 anni. Al posto di un blindo centauro (13milioni) potremmo dare 2800 borse di studio per studenti fuori sede. Con i soldi che spendiamo (44milioni) per un elicottero nh-90 potremmo acquistare 4.500 ventilatori polmonari. Al posto di spendere soldi per un pattugliatore d’altura ppa (427milioni) potremmo ammodernare 410 ospedali.

E non ci facciamo mancare niente, abbiamo pure i sottomarini: con i soldi (670milioni) di un sommergibile u-212 potremmo pagare lo stipendio a 1000 medici per dieci anni. Non può mancare una nave anfibia che ha per nome «Trieste»: con gli stessi soldi (1miliardo e 171milioni) potremmo abolire le tasse universitarie ad un milione di studenti. Dulcis in fundo i cacciabombardieri F35. Siamo arrivati al costo di 195milioni di euro. Potremmo rimettere a nuovo con gli stessi soldi 380 scuole che cadano a pezzi.

Perciò le campagne Sbilanciamoci e la Rete Italiana Pace e Disarmo propongono una moratoria per il 2021 su tutte le spese di investimento in armamenti: 6 miliardi da destinare alla sanità (ai servizi territoriali e all’assunzione di personale) e all’istruzione: questa è oggi la nostra priorità. È questa la scelta da fare, quella veramente indispensabile. Chi ci difende di più dal Covid-19: una santabarbara di armi o una sanità che funziona?

di Giulio Marcon, integrale da Il Manifesto, 1/12/2020



sabato 28 novembre 2020

LA PEDAGOGIA del collettivo di A.S. MAKARENKO


LA PEDAGOGIA del collettivo di A.S. MAKARENKO 
 famiglia e collettivo nella società educante

 è il titolo della prima lezione seminariale congiunta che si terrà MARTEDÌ 1 dicembre p.v. in aula virtuale presso l’Universita’ degli Studi di Macerata. A questa lezione parteciperà anche la classe V D scienze umane del liceo “Vittorino da Feltre” di Taranto. ore 11.00/13.30 con:
- prof. Raffaele Tumino, associato di Psicologia sociale e della famiglia, per corso di laurea magistrale presso il Dipartimento di Scienze dell’educazione
-prof. Ferdinando Dubla, docente di filosofia e scienze umane del liceo “Vittorino da Feltre” di Taranto, curatore degli scritti in trad.it. delle opere di Makarenko.

Esempio di sinergia possibile tra Università degli Studi e licei in modalità DAD/DDI e, si spera, quanto prima in presenza. 

su Academia.edu sono disponibili:

Introduzione a A.S.Makarenko, Consigli ai genitori, ed. Città del Sole, 2005
https://www.academia.edu/43682031/Introduzione_a_A_S_Makarenko_Consigli_ai_genitori_ed_Citt%C3%A0_del_Sole_2005


Anton S. Makarenko [1888/1939] e la didattica del collettivo: una nuova metodologia per l'organizzazione del processo educativo

https://www.academia.edu/43704558/Anton_S_Makarenko_1888_1939_e_la_didattica_del_collettivo_una_nuova_metodologia_per_lorganizzazione_del_processo_educativo



Giuseppe Berti, prefazione a A.S.Makarenko: Consigli ai genitori, 1^ ed. italiana, 1950











                                                                                                                                  

A.S.Makarenko (1888/1939)

cop. dell'ed.italiana del 1955 introdotta da Lucio Lombardo-Radice



Hegel, o il pensiero oscuro


LA CIVETTA di HEGEL

“Quando la filosofia dipinge il suo grigio su grigio, allora una figura della vita è invecchiata; e con grigio su grigio essa non si lascia ringiovanire, ma soltanto conoscere; la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo.” Hegel, Prefazione, in Lineamenti di filosofia del diritto (1821)
- la civetta è la filosofia, essa vola all’imbrunire, simbolo di Atena, ma fugge al chiarore di ogni nuova alba. 


La coscienza infelice (Fenomenologia dello Spirito - Hegel, 1807)
Come conciliare il finito con l’infinito, il determinato con l’indeterminato, il fenomeno come appare e la sua essenza? Lo può solo la coscienza, ma in un drammatico cammino: nel suo stesso percorso storico filosofico si trova quello spirito assoluto che non si sa come tale, e dunque si ferma a guardare se stessa come aliena da sé, per questo infelice, come forma religiosa che anela il trascendente, ma trova solo sepolcri.
E’ il dramma dell’uomo scisso, lacerato dall’alienazione.
La dialettica è un processo, il superamento di un’opposizione tramite la mediazione. Riguardata dalla fine, è lo stesso spirito assoluto continuamente scisso da sé ma riproduttivo di sè. 


vecchia strix ormai stanca/ urla la civetta di notte / ma il chiarore dell’alba/ la farà riposare/nella notte dei tempi affonda il suo sguardo/il suo volo/ ora / è per domani.

HEGEL: QUANDO IL PENSIERO LOGICO PENSA SE STESSO /
Dal nulla non nasce nulla, ma, secondo Hegel, solo dal nulla può svilupparsi la determinazione dell’essere. Infatti l’essere è vuoto, indeterminato e solo nel nulla, negazione dell’essere, può trovarlo. La negazione è sempre negazione di qualcosa, e quindi determina l’indeterminato. Nasce dal nulla il divenire, e lo svolgimento dialettico dell’intera realtà che, pensata, è realtà del razionale.
Logica-filosofia della natura-filosofia dello spirito
Logica soggettiva: dottrine dell’essere e dell’essenza.
Logica oggettiva: dottrina del concetto.
[Hegel, Scienza della logica, 1812/1816] 

~ e voi che pure credete all’astuzia della ragione, non riuscite a pensare che dal nulla è nata la vita dell’universo. E che il concetto di spazio, come quello di tempo, non sono contraddittori, ma dialettici: essi sono in sé, per sé e in sé e per sé. Se infatti lo spazio nasce dall’idea di vuoto, a negare lo spazio è il suo stesso limite, cioè il pieno. E se il tempo nasce dal concetto di eterno, cioè senza tempo, il suo limite è la misura, cioè il tempo sottratto all’eterno.
E’ il pensiero che pensa se stesso, autocoscienza del concetto.
Si potrebbe anche dire: quando il pensiero si avvolge in se stesso tramite i concetti. Ecco perché, a mio avviso, il pensiero di Hegel è un pensiero notturno, oscuro, come il volo della civetta. . ~ fe.d.


F.W.Hegel (1770/1831)


sabato 21 novembre 2020

La RICONVERSIONE ECOLOGICA per la nuova società - Taranto laboratorio per un cambio di paradigma: PCI e POTERE al POPOLO e la lotta di classe per l’ambiente, la salute e il lavoro.

 due importanti documenti di analisi della sinistra di classe che, partendo dall’osservatorio di Taranto, ridisegnano la necessità di non considerare più il “modello dello sviluppo” capitalista-industrialista, ma un intero paradigma di civiltà ecologico per una nuova società. ~ fe.d. 

No a Taranto avamposto dell'imperialismo USA-NATO

 

Si ad una diversificata progettualità per il futuro della città dei due mari, con al centro il rilancio del porto, commerciale e turistico. No alla monocoltura inquinante dell'acciaio, si alla Via della seta e ad un'economia che valorizzi le valenze produttive del territorio urbano e provinciale.

 

1) le motivazioni politiche, ideali e culturali

 

CARO CONTE, CARO GOVERNO,  il nostro futuro non è essere schiavi, né dell'acciaio dei veleni, né dell'imperialismo USA-NATO.

Taranto, una città monopolizzata dall'imperialismo USA-NATO e dalla monocoltura inquinante  dell'acciaio deve riappropriarsi delle vocazioni territoriali della sua identità culturale.

NO a Taranto avamposto dell'imperialismo USA-NATO, si ad una diversificata progettualità per il futuro della città dei due mari, con al centro il rilancio del porto, commerciale e turistico. No alla monocoltura dell'acciaio, sì alla via della seta.

Il governo ha deciso di destinare 200 milioni di euro per rendere la nostra città ancora più vincolata e chiusa, per sbarrare la strada a diversificazioni produttive e di sviluppo possibili in base alla cooperazione internazionale, in particolare con la Cina. E' un investimento a perdere, che renderà Taranto una città chiave delle SNF(Standing Naval  Forces) che costituiscono il nucleo marittimo della Very high Readiness Joint Task  Force del fianco sud della NATO, avamposto dunque dell'aggressivo imperialismo guerrafondaio degli USA, che supporta ormai le guerriglie commerciali dei dazi del presidente degli U.S.A.: dove non si arriva con la competizione capitalista del falso libero mercato, deve pensarci la violenza della guerra.

 

2) Il porto di Taranto può (per il PCI deve) diventare un volano di sviluppo commerciale, per la nostra città. turistico e industriale

Taranto città portuale si scontra con i veti statunitensi che imprigionano e bloccano le iniziative di diversificazioni sul nostro territorio come quella commerciale con la Cina, "La Nuova Via della Seta”, che per i cinesi è un punto focale di un grande progetto di  investimenti e infrastrutture nel Mediterraneo e al quale l’Italia ha aderito dal marzo 2019.

Taranto è sede dello Standing Nato Maritime Group 2 e sta svolgendo una funzione militare sempre più importante e delicata tanto da allertare l’intelligence in merito alle possibili presenze della Cina nel porto e vi è subito l’appoggio servile del governo che risponde agli statunitensi aderendo al progetto di ampliamento della base Nato, finanziando opere per 203 milioni di € di cui 191 per l’ammodernamento della Base Navale e 11,6 per la riqualificazione dell’area Chiapparo e con il dragaggio dei fondali fino a una profondità di 25m.

Tra gli altri sviluppi del porto emergono:

Il Molo San Cataldo per l’approdo a Taranto delle navi da crociera per le quali ci sono già interessi di due  importanti terminalisti del traffico  crocieristico, che gestiscono le diverse attività a terra, le quali hanno presentato istanza di concessione demaniale marittima all’Autorità di sistema portuale del Mar Ionio - porto di Taranto - per occupare un’area scoperta di 450 metri quadrati della banchina di ponente del molo San Cataldo. Si tratta della Port Operation Holding, con sede a Milano, e della Global Ports Melita Limiteds, con sede a Malta. Ciò potrà portare ulteriori sviluppi turistici nella provincia di Taranto.

L’arrivo al porto dei Turchi di Yilport, il tredicesimo operatore mondiale per volume di attività e primo del 2018, che hanno avuto una concessione di 49 anni su una banchina di 1900 metri. La holding turca/cinese Yilport è proprietaria del 25% di Cma Cmg, il terzo vettore marittimo mondiale per il traffico container.

La svolta è segnata con l’arrivo del gruppo Ferretti, leader mondiale nella progettazione, costruzione e vendita di yacht a motore e da diporto. Il gruppo Ferretti, management e con professioni specifiche italiane, possiede e gestisce cantieri navali in tutta Italia, il cui 58% è in mano alla cinese Weichai, tra le più grandi società cinesi e mondiali che operano nella componentistica di auto e veicoli pesanti.

Inoltre tutto ciò può rilanciare la  retroportualità e aprire finalmente la piastra logistica, struttura costruita da anni e mai attivata.

 

 

3) Come la siderurgia continua a danneggiare  lavoro,  lavoratori,  ambiente, salute economia e sviluppo alternativo e compatibile.

 

La situazione attuale dei lavoratori di Taranto in Ilva as e quelli di AM è da considerarsi drammatica:1600 lavoratori inseriti in Ilva AS e 10600 lavoratori in AM nei vari siti, 3500-4000 lavoratori sono stabilmente collocati in Cigo.

Innanzitutto noi comunisti italiani crediamo che le politiche vadano impostate per il futuro dando uno sguardo al passato; una politica di sviluppo va costruita per le nuove generazioni guardando e tutelando tutte quelle fasce sociali che hanno perso non solo il lavoro e la dignità, ma soprattutto quei diritti conquistati negli anni attraverso le lotte di classe. Oggi più che mai siamo chiamati a riorganizzarci, confrontarci e unirci contro il nuovo capitalismo.

Karl Marx sosteneva che:

”il capitale non è una potenza personale, bensì è una potenza sociale.” “Quanto più la classe dominante è capace di assorbire gli elementi migliori della classe oppressa, tanto più solido e pericoloso è il suo dominio”

In Marx, i veri protagonisti della trasformazione sociale sono le classi sociali. Egli intende la classe come l’insieme degli individui che all’interno del sistema sociale si trovano nella stessa posizione e hanno le stesse possibilità di accesso alle risorse economiche sociali. Qualora gli individui dovessero diventare coscienti della loro appartenenza in quella determinata classe, essa può diventare anche soggetto politico promotore di cambiamenti anche rivoluzionari dell’ordine sociale e non alienandosi al capitalismo. Ed è in questa prospettiva che il comunismo appare la vera e propria via di salvezza al fine di sovvertire e contrastare il regime di una politica neoliberista, oligarchica e lobbista. Nella prospettiva marxista bisogna fare un’analisi strutturale e duratura nel tempo.

Il Presidente di Federacciai afferma che la produttività dello stabilimento di Taranto è molto importante, è il secondo stabilimento in grandezza e capacità in Europa dopo la Germania, e se è molto importante la produzione di acciaio dell’industria italiana e quindi la produzione non deve essere a regime di lavorazione basso ma mantenere un regime di lavorazione  altissimo, questo fa capire che in queste condizioni Taranto con la sua provincia siano destinati ad essere vincolati ad una sola industria e continuare a subire violenze psicologiche (ricatto salute/lavoro) e  violenze per l'inquinamento costante industriale, a continuare ad essere succubi di una precarietà e disoccupazione altissime che il nostro territorio da molto tempo soffre.

- Noi  PCI  di Taranto continuiamo a sostenere prima di tutto una vera nazionalizzazione totale e non parziale dell’ industria considerata strategica e che  tutti i lavoratori vengano reintegrati nel proprio posto di lavoro, perché se consideriamo la media dell'età anagrafica dei lavoratori di 45 anni e l’età contributiva di 23-25 anni, questo significa che le maestranze ci sono e non si spiega il motivo di tenerle fuori dal mondo del lavoro.

Dunque siano i lavoratori nel loro complesso i promotori del proprio futuro, unendosi e diventando classe operaia in sè e per sè, riconquistando i propri diritti nelle lotte di classe. In questo senso bisogna pretendere investimenti industriali con bonifiche radicali dei siti inquinati dall'amianto, materiale ferroso, polveri sottili; riconversione industriale con introduzione delle nuove tecnologie verdi per eliminare definitivamente il carbon  coke; riqualificazione e bonifiche, oltre che della fabbrica, dell'intero territorio ionico.

Ora è arrivato il momento di dire Basta! Alziamo una volta per tutte la testa: Taranto non è più disponibile a subire violenze di qualsiasi natura,

SI al progetto “Via della Seta”come è stata accettata per Genova e Trieste per un diverso sviluppo economico, sociale, commerciale e culturale.

Basta con le politiche delle lobbies e dei poteri forti, uniamo le forze per realizzare una Taranto diversa, ecologica e turistica, polo culturale storico e archeologico. Basta delegare! Qui bisogna essere partecipi del proprio futuro perché è il nostro e delle nuove generazioni.

 

 L'impegno politico ideale, socio-culturale ed economico che poniamo all'attenzione dei quadri dirigenti intermedi e nazionali come obiettivo di lavoro politico  del partito, per la coalizione con i compagni di Rifondazione Comunista  e di Risorgimento Socialista (lavoro già impostato proficuamente), con la sinistra di opposizione con cui già lavoriamo sul territorio e ovviamente a tutte le forze e i movimenti che a sinistra vogliano condividere il nostro percorso  politico, organizzativo.

Proposta nell'alveo di un'economia che parta dalle risorse del territorio già esistenti ma in perenne precarietà o peggio in perdita e trascurate e mal valorizzate: vedi settore culturale , settore pesca, produzione ittica, portualità e indotto artigianale e commerciale collegato o da collegare al nuovo modello di sviluppo che descriviamo in questo documento e che sarà oggetto di ampi approfondimenti tecnici, aderenti alla realtà, organizzativi.

Il PCI, attraverso tutte le proprie componenti dirigenziali e organizzative, chiede con fermezza che venga avviato da subito un processo di sviluppo economico alternativo a quello tuttora attivo, ma che è in evidente crisi produttiva e in permanente conflitto tra lavoro-salute-ambiente, con una conseguente economia bloccata.

Non solo protesta ma soprattutto proposta.

 

Comitato Cittadino PCI -Taranto

novembre 2020

 

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TARANTO OLTRE IL RICATTO OCCUPAZIONALE, VERSO UNA RICONVERSIONE ECOLOGICA: 4 TERMINI CHIAVE DELLE NOSTRA POSIZIONE

Questo comunicato vuole chiarire la posizione del nodo territoriale di Potere al Popolo Taranto sulla questione ex-Ilva, dileguando il più possibile dubbi e cercando di avviare una discussione produttiva e forte a livello nazionale su tutti i tavoli tematici.


Perché questo comunicato

L’esigenza di un’espressione unitaria e chiara da parte del nodo di Taranto nasce dalla troppa ambiguità che circonda la posizione di Potere al Popolo a livello nazionale sulla questione ex-Ilva. In un quadro cittadino come quello di Taranto, nel quale anni e anni di tradimenti delle lotte politiche e sociali hanno legittimamente fatto nascere un atteggiamento scettico, è necessario fuoriuscire il più possibile dall’ambiguità delle posizioni, mettendo in chiaro le nostre rivendicazioni a livello territoriale. Allo stesso tempo, bisogna modulare la nostra comunicazione a livello nazionale, in modo sensato e costruttivo. In questo momento storico e data la conformazione stessa della storia siderurgica tarantina, ad esempio, le necessarie e legittime rivendicazioni della popolazione genovese non possono essere assimilabili a quelle della popolazione tarantina. Bisogna, in questo senso, affermare e definire con forza la diversità che contraddistingue le lotte che i territori si trovano ad affrontare riguardo ai diversi siti produttivi dell’ex-Ilva.

Come nasce la nostra presa di posizione

Negli ultimi mesi ci siamo confrontati con operai/e e cittadin* nel tentativo di chiarire il più possibile la situazione che caratterizza lo stabilimento siderurgico. Abbiamo studiato molto e, nello stesso tempo, abbiamo riflettuto con sempre più insistenza sul nostro compito politico, sulle pretese che un movimento come Potere al Popolo dovrebbe portare avanti e, più in generale, su quale modello di società e di economia vogliamo per il nostro futuro. Il risultato di questo percorso non può essere una proposta esaustiva per il futuro di Taranto. Per questo servirebbe uno studio nazionale, che si confronti con diversi aspetti della questione, in modo tecnico, capace e in grado di dettare una visione propositiva. Ci sentiamo invece perfettamente in grado di denunciare con forza le esigenze del territorio, dalle quali nessuna retorica può più sfuggire e che pongono forze di sinistra come la nostra di fronte alla pretesa di una nuova visione lavorativa e ambientale.

4 TERMINI CHIAVE DELLA NOSTRA POSIZIONE

Chiusura: non si può più sfuggire a questa pretesa, che nasce in modo inequivocabile dalle condizioni dell’impianto, dalla sofferenza della città, dall’impatto economico della fabbrica. Questa chiusura non può essere parziale, della sola area a caldo. Non può comprendere vie di mezzo, come l’istallazione dei forni elettrici. Chiunque spinga verso una scelta simile non valuta correttamente quanto radicalmente quell’impianto abbia compromesso il territorio tarantino, e banalmente, sottovaluta le problematiche che affliggono l’intera città. Propugnare la salvaguardia dell’occupazione e della produttività nazionale, proteggendo la fabbrica dalla chiusura, significa sottomettersi ancora una volta a quelle logiche che, insieme al profitto, hanno determinato un modello di produzione che non può essere in linea con quanto una forza rivoluzionaria dovrebbe pensare. Se Potere al Popolo vuole definirsi una forza rivoluzionaria, capace di ripensare il rapporto tra ambiente e lavoro, non può sottrarsi dalla messa in discussione di una fabbrica siderurgica come quella di Taranto, che per posizione, grandezza, debito ambientale e sanitario, e fatiscenza, non può e non deve trovare posto in un modello che possa dirsi “popolare”.

Affrancamento: per salvaguardare l’occupazione dobbiamo ripensare radicalmente il modello lavorativo, spingerci oltre la pura lotta di posizione e ripensare, come nel caso di Taranto, alternative occupazionali non soggette al ricatto della produzione inquinante e monopolizzatrice. Taranto soffre di una grave crisi occupazionale, determinata in gran parte da un modello monoculturale fondato sull’acciaio. Bisogna tenere a mente che una tale condizione non è determinata contingentemente dall’immobilismo della progettazione industriale a livello nazionale. Il modello della città industriale – della grande industria – ha in sé l’inevitabile tendenza alla monocultura e alla conseguente distruzione di ogni capacità occupazionale del territorio. Il crescente tasso di disoccupazione è legato a doppia mandata alla distruzione di ogni diversificazione produttiva sul territorio. Salvaguardare l’occupazione, per noi, non può coincidere col tutelare un posto di lavoro all’interno di un impianto produttivo radicalmente in contraddizione con la nostra idea di sviluppo territoriale e nazionale. La folle corsa alla tutela dell’occupazione in un sito produttivo come quello di Taranto nasconde la maggior parte delle volte sotto un velo di inadeguato sindacalismo il ricatto occupazionale e il disastro ambientale e sociale di un intero territorio. Non prender consapevolezza di ciò, credere ancora nella necessità della grande fabbrica per la salvaguardia dei posti di lavoro significa abbandonare ogni idea di un mondo più giusto, fondato sulla dignità della vita umana, sia essa a livello lavorativo, abitativo, sanitario, etc.

Collettività: Non possiamo astenerci dalla definizione dei mezzi che devono guidare un ripensamento della città di Taranto a partire dallo scioglimento del nodo ex-Ilva. Bisogna rivendicare il controllo popolare non solo sul destino dell’impianto siderurgico più grande d’Europa, ma anche sul destino dell’intera città. Pretendiamo quindi la collettivizzazione del processo di chiusura, smantellamento e riprogettazione dell’economia del territorio di Taranto. Lo Stato dovrà certamente farsi carico delle bonifiche e della riconversione produttiva e differenziata del territorio, considerando però quest’ultimo un soggetto ineludibile, tanto nelle decisioni, quanto nel coinvolgimento pratico nei processi.

Progettualità: Le monoculture hanno mostrato tutta la loro inefficienza in ogni loro declinazione. A Taranto, tanto nell’impianto, quanto nel suo indotto. Sostituire l’acciaio con il turismo o con un’economia basata in modo unilaterale sul terzo settore non può essere la soluzione per Taranto. Bisogna rivendicare con forza una progettualità capace di diversificare la produzione del territorio, avviando processi virtuosi basati sulla prossimità e sulla sostenibilità. Bisogna, in poche parole, fare di Taranto il centro di una rivoluzione “ecologista”. Superare il modello della città industriale per affacciarsi a produzioni diverse, capaci di rappresentare fino in fondo il territorio e, allo stesso tempo, di assicurare un futuro stabile a livello occupazionale.

Questo comunicato non ha il senso di un’esposizione esaustiva sulla questione siderurgica a Taranto, ma è l’espressione della nostra rivendicazione politica, maturata e acquisita in anni di confronto con le realtà territoriali e con le problematiche insite nella fabbrica. Vogliamo chiedere, a chi continua a credere che quella fabbrica debba rimanere aperta, che la continuità produttiva sia l’unico modo per tutelare l’occupazione sul territorio: in anni di procrastinazione, di continuità produttiva, che cosa ne è stato della città di Taranto? In che modo la presenza della fabbrica ha contribuito al futuro della città? Davvero il ricatto occupazionale ha vinto sulla nostra volontà di cambiare il mondo?
Come Potere al Popolo vogliamo tenere alto lo scontro, ampliare la conflittualità ed essere nelle lotte. Per fare questo a Taranto non si può più eludere il termine “chiusura”. Solo penetrandolo, facendolo nostro e, allo stesso tempo, radicalizzandone le rivendicazioni, potremo pretendere collettivamente un cambio di paradigma forte per il destino di una città che vive ormai di alienazione, ma che, nonostante ciò, continua a resistere.

Potere al Popolo Taranto, 10 settembre 2020

 

 

 





 

lunedì 16 novembre 2020

SINISTRA, COMUNISTI e COSCIENZA DI CLASSE


Il sistema capitalista è inserito in un paradigma, quello della civiltà produttivistica delle merci e degli esseri umani come merci, che costituisce un modello. E’ esso stesso che ha generato il modello, ma alimentando al suo interno la contraddizione strutturale del suo conflitto con il lavoro, e la sua seconda (J.O’ Connor) e terza contraddizione, quella contro l’ambiente, la natura e la salute pubblica. Per cui, chi voglia salvare l’homo deve salvare il sapiens, non l’insipiens, chi voglia por fine a una insensata e pericolosa depredazione dell’ambiente, deve trasformare, in senso rivoluzionario, la società dell’ineguaglianza di classe. La sinistra deve farsi promotrice di questa rivoluzione. E’ la sinistra di classe lo stesso soggetto rivoluzionario, perché ha appunto nella classe, quella del proletariato classico che ha subito in occidente la latenza della propria coscienza e quella del nuovo proletariato precario, che ha da formare una identità classista, sia in chiave economica che esistenziale, la propria forza motrice. 

I comunisti ritroveranno la propria dimensione storica in questo processo, nell’emancipazione della coscienza del proprio riferimento di classe si colloca la contesa dell’egemonia. - fe.d.

martedì 10 novembre 2020

IL VIRUS DEL LIBERISMO


                            

PFIZER: la multinazionale del VIAGRA aveva criticato Russia e Cina per la fretta sperimentale; ora si presenta con il 90%; non c’è da diffidare della scienza, ma dell’uso di questa in chiave di profitto, una delle più gravi contraddizioni del sistema capitalista, perché la salute non è merce. 
Il virus del liberismo permette il dilagare di tutti gli altri.

- Nel 2009 Pfizer si è dichiarata colpevole della più grande frode nella storia della sanità degli Stati Uniti e ha ricevuto la più grande sanzione penale mai riscossa; la frode è consistita nella commercializzazione illegale di quattro dei suoi farmaci nei dieci anni precedenti. Inoltre la Pfizer è responsabile di aver effettuato test per farmaci molto pericolosi sulle popolazioni nei Paesi terzomondiali, soprattutto in Africa e alcuni suoi funzionari sono stati sospettati di essere mandanti di omicidi ai danni di attivisti per i diritti civili. 
(Carrie Johnson, In Settlement, A Warning To Drugmakers: Pfizer to Pay Record Penalty In Improper-Marketing Case, in The Washington Post, 3 settembre 2009).
Tutti conoscono il nome della azienda farmaceutica, quasi nessuno il nome dei coniugi turchi della Biotech che hanno permesso con la loro ricerca l’approntamento tecnico dello stesso vaccino PFIZER. E’ una coppia di studiosi di origine turca cresciuti in Germania, Ugur Sahin e Özlem Türeci (in foto) che hanno avviato le ricerche sul vaccino già a gennaio, appena hanno avuto notizia del virus che si diffondeva in Cina.
- Uso della scienza in chiave di profitto capitalista, farmaci come capitale privato e non sociale, questo è il virus del liberismo, il cui unico vaccino è nella lotta, per un nuovo socialismo. ~ fe.d.






lunedì 9 novembre 2020

MAINSTREAM ha fatto BIDEN

 

Certo il mondo e gli USA si sono liberati del volto peggiore del capitalimperialismo, quello allo stato brado del ricco ignorante arrogante e idiota, ma l’entusiasmo per Viso Pallido dei media “mainstreams” tende al “politically correct”, in sostanza all’egemonia, per Gramsci, del senso comune di massa, con una faccia presentabile/perbene per un giudizio plaudente sui valori del sistema di dominio mondiale, quelli del liberismo protetto dal cordone “atlantico”, messo in crisi geopoliticamente ed economicamente innanzitutto dalla Cina, dalla Russia, e dai paesi che cercano di uscire dalla morsa del capitalimperialismo, Cuba, Vietnam e Venezuela in testa. 

Sappiamo per certo dunque ciò che Trump ha fatto ma anche ciò che Biden non farà. 

La politica estera di Joe Biden

L'arte della guerra. Le linee portanti del programma di politica estera che la nuova amministrazione Usa si impegna ad attuare sono espressione di un partito trasversale


di Manlio Dinucci 

Quali sono le linee programmatiche di politica estera che Joe Biden attuerà quando si sarà insediato alla Casa Bianca? Lo ha preannunciato con un dettagliato articolo sulla rivista Foreign Affairs (marzo/aprile 2020), che ha costituito la base della Piattaforma 2020 approvata in agosto dal Partito Democratico. Il titolo è già eloquente: «Perché l’America deve guidare di nuovo / Salvataggio della politica estera degli Stati uniti dopo Trump». Biden sintetizza così il suo programma di politica estera: mentre «il presidente Trump ha sminuito, indebolito e abbandonato alleati e partner, e abdicato alla leadership americana, come presidente farò immediatamente passi per rinnovare le alleanze degli Stati uniti, e far sì che l’America, ancora una volta, guidi il mondo».
Il primo passo sarà quello di rafforzare la Nato, che è «il cuore stesso della sicurezza nazionale degli Stati uniti». A tal fine Biden farà gli «investimenti necessari» perché gli Stati uniti mantengano «la più potente forza militare del mondo» e, allo stesso tempo, farà in modo che «i nostri alleati Nato accrescano la loro spesa per la Difesa» secondo gli impegni già assunti con l’amministrazione Obama-Biden.
Il secondo passo sarà convocare, nel primo anno di presidenza, un «Summit globale per la democrazia»: vi parteciperanno «le nazioni del mondo libero e le organizzazioni della società civile di tutto il mondo in prima linea nella difesa della democrazia». Il Summit deciderà una «azione collettiva contro le minacce globali». Anzitutto per «contrastare l’aggressione russa, mantenendo affilate le capacità militari dell’Alleanza e imponendo alla Russia reali costi per le sue violazioni delle norme internazionali»; allo stesso tempo, per «costruire un fronte unito contro le azioni offensive e le violazioni dei diritti umani da parte della Cina, che sta estendendo la sua portata globale».
Poiché «il mondo non si organizza da sé», sottolinea Biden, gli Stati uniti devono ritornare a «svolgere il ruolo di guida nello scrivere le regole, come hanno fatto per 70 anni sotto i presidenti sia democratici che repubblicani, finché non è arrivato Trump». Queste sono le linee portanti del programma di politica estera che l’amministrazione Biden si impegna ad attuare.
Tale programma – elaborato con la partecipazione di oltre 2.000 consiglieri di politica estera e sicurezza nazionale, organizzati in 20 gruppi di lavoro – non è solo il programma di Biden e del Partito Democratico. Esso è in realtà espressione di un partito trasversale, la cui esistenza è dimostrata dal fatto che le decisioni fondamentali di politica estera, anzitutto quelle relative alle guerre, vengono prese negli Stati uniti su base bipartisan.
Lo conferma il fatto che oltre 130 alti funzionari repubblicani (sia a riposo che in carica) hanno pubblicato il 20 agosto una dichiarazione di voto contro il repubblicano Trump e a favore del democratico Biden. Tra questi c’è John Negroponte, nominato dal presidente George W. Bush, nel 2004-2007, prima ambasciatore in Iraq (con il compito di reprimere la), poi direttore dei servizi segreti Usa.
Lo conferma il fatto che il democratico Biden, allora presidente della Commissione Esteri del Senato, sostenne nel 2001 la decisione del presidente repubblicano Bush di attaccare e invadere l’Afghanistan e, nel 2002, promosse una risoluzione bipartisan di 77 senatori che autorizzava il presidente Bush ad attaccare e invadere l’Iraq con l’accusa (poi dimostratasi falsa) che esso possedeva armi di distruzione di massa.
Sempre durante l’amministrazione Bush, quando le forze Usa non riuscivano a controllare l’Iraq occupato, Joe Biden faceva passare al Senato, nel 2007, un piano sul «decentramento dell’Iraq in tre regioni autonome – curda, sunnita e sciita»: in altre parole lo smembramento del paese funzionale alla strategia Usa. Parimenti, quando Joe Biden è stato per due mandati vicepresidente dell’amministrazione Obama, i repubblicani hanno appoggiato le decisioni democratiche sulla guerra alla Libia, l’operazione in Siria e il nuovo confronto con la Russia. Il partito trasversale, che non appare alle urne, continua a lavorare perché «l’America, ancora una volta, guidi il mondo».

fonte: https://ilmanifesto.it/la-politica-estera-di-joe-biden/

Non è dunque per rompere gli entusiasmi per la sconfitta del lercio, ma la documentazione inoppugnabile di Dinucci dimostra che politica e cultura imperialiste sono incardinate in un sistema, quello capitalista statunitense, che ammette solo un cambio di facciata, e che gli USA giocheranno ancora per l’egemonia mondiale “manu militari”. Dollari e armi sono l’essenza stessa di quel sistema, comunque al tramonto. - fe.d. 





domenica 8 novembre 2020

Ernesto de Martino - Etnologia e civiltà moderna, 1964

 

Ernesto de Martino / Etnologia e civiltà moderna / / “Cultura e scuola”, anno III, nr.11, luglio-settembre 1964 - direttore: Umberto Bosco, ed. da Ente Nazionale per le Biblioteche Popolari e Scolastiche, Roma (1964)

Lo “scandalo” dell’”alieno” visto da un’altra cultura, l’incontro etnografico come umanesimo moderno: senza le proprie categorie di osservazione nessun fenomeno è osservabile. Il paradosso è che, senza questa osservazione, è impossibile un esame di coscienza della cultura occidentale e della sua storia. L’etnocentrismo dogmatico viene allora superato dall’etnocentrismo critico, un sistematico incontro-confronto che mira a raggiungere il fondo umano comune e le specificazioni culturali con cui i popoli, e non le astratte concezioni speculative, pensano se stessi e il mondo. Ricerca continua, dunque, e ricerca interdisciplinare nel sapere antropologico, che ricolloca gli stessi saperi delle scienze umane in relazione con l’etnologia, spezzando l’isolamento delle specializzazioni, e riconducendo ad unità la scienza dell’uomo produttore di cultura. Impossibile non osservare con i propri occhi, ma è impossibile distogliere lo sguardo se l’altro ti guarda con i suoi propri occhi. L’articolo che Ernesto de Martino scrisse nel 1964 per la rivista di Bosco “Cultura e scuola”, è un vero e proprio manifesto dell’etnocentrismo critico e dell’umanesimo etnografico. -fe.d.
- a cura di Ferdinando Dubla

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Ernesto de Martino (1908/1965)