le lenti di Gramsci

martedì 2 giugno 2020

E' NOSTRA STORIA: alle origini dello “strappo”


Bera, Vaia, l’editrice Aurora, Interstampa e il circolo culturale “Concetto Marchesi” di Milano


di Fausto Sorini

In occasione del 30° anniversario del Centro Culturale Concetto Marchesi (CM) mi è stato chiesto di ricordare le figure di Arnaldo Bera e Alessandro Vaia, che - insieme a Giuseppe Sacchi – furono i protagonisti principali della fondazione di quella cooperativa Editrice Aurora di cui il CM fu la filiazion...e milanese, ed Interstampa la filiazione nazionale. Di Sacchi (l'unico ancora vivente) parleranno diffusamente altri, che con lui ebbero una più assidua e durevole frequentazione.
Questi tre compagni furono per molti anni la triade strategica di una lunga lotta contro il processo di socialdemocratizzazione del PCI. E' una storia non ancora scritta compiutamente: forse è venuto il momento di contribuire a farlo, anche per colmare alcuni vuoti di informazione e interpretativi presenti nelle diverse ricostruzioni (parziali) che ne sono state fatte negli anni successivi al 1989. Tra queste, a mio parere, la meno incompleta sul piano informativo è quella prodotta da Sandro Valentini nel suo La vecchia talpa e l'araba fenice (Città del Sole, Napoli 2000), molto ricco di dati e informazioni sulle vicende di cui fu partecipe. Ma c'è ancora molto da raccontare.
Chi erano Arnaldo Bera e Alessandro Vaia? Cominciamo col ricordarne alcune brevi note biografiche.
- Arnaldo Bera nacque a Soresina (CR) nel 1915. Operaio, si iscrisse al PCd'I clandestino nel 1933 (aveva 18 anni) e tentò, senza riuscirvi, a causa di una bufera di neve, di varcare il confine per raggiungere la Spagna come volontario delle Brigate Internazionali.
Entrò nella Resistenza italiana subito dopo l’8 settembre e nel dicembre ’43 fu incaricato dal CLN regionale lombardo di costituire le Brigate Garibaldi in provincia di Cremona, di cui sarà Commissario ed Ispettore, mantenendo il collegamento con Milano tramite Giuseppe Alberganti.
Arrestato nel gennaio 1945, interrogato e torturato nel carcere di Mantova, fu processato dal Tribunale speciale e messo in carcere a Bergamo, da dove uscì il 25 aprile, appena in tempo per tornare a Cremona e partecipare all’insurrezione, organizzata per il 27.
Subito dopo la Liberazione fu dirigente del PCI a Cremona e candidato alla Costituente.
Nel 1946 col congresso CGIL (ancora unitaria) divenne segretario responsabile della Camera del Lavoro provinciale. Come dirigente sindacale e politico fu tra i protagonisti delle lotte sociali durissime di fine anni ’40.
Nell’ottobre 1947 fu nominato segretario della Federazione PCI di Cremona al posto di Alessandro Vaia. Nel 1949 partecipò al corso quadri delle Frattocchie. Nel 1950 entrò nella segreteria della Federazione di Milano (con segretario Alberganti), fino alla sostituzione di quest'ultimo con Armando Cossutta. Quindi fu segretario provinciale del PCI a Varese, segretario regionale della Lombardia, poi funzionario presso la Direzione a Botteghe Oscure.
Nel 1951 entrò nel Comitato Centrale come “membro candidato”.
Tornò a Cremona di nuovo come segretario della federazione nel gennaio 1960, fino al 1963, quando fu eletto senatore per due legislature, fino al 1972. Dal 1965 era presidente provinciale dell'ANPI, e tale rimase per molti anni, prima di ritirarsi a Soresina, dove morì nel 1999.
Pur con posizioni sempre più critiche, rimase iscritto al PCI fino al suo scioglimento, e non si iscrisse mai a Rifondazione, il cui gruppo dirigente egli considerò fin dall'inizio con profonda sfiducia.
Pietro Secchia - di cui Bera rimase fino alla fine uno dei più stretti compagni e collaboratori - lo aveva designato come erede del suo archivio, insieme al figlio adottivo Vladimiro; precisando, in una lettera autografa scritta a mano, che sulle decisioni riguardanti l'archivio, “l'ultima parola spettava a Bera”.

- Alessandro Vaia nacque a Milano nel 1907. Si iscrisse al PCd’I nel ’25 (a 18 anni) e l’anno dopo entrò in clandestinità. Arrestato nel ’28, restò in carcere per 5 anni, poi emigrò in Francia. Nel ’35 fu inviato alla scuola leninista di Mosca, politica e militare, dove divenne ufficiale. Da lì, nel ’37, venne inviato a combattere nelle Brigate internazionali in Spagna, dove – sotto la direzione di Luigi Longo – diventò Generale della 12° Brigata Garibaldi, che verrà solennemente definita “la migliore unità della 45a Divisione”. Sconfitta la Repubblica spagnola, dopo 4 anni di campo di concentramento e di carcere duro in Francia, riuscì a fuggire e rientrò in Italia nel ’44. Nel marzo ’45 sarà a Milano come Commissario di guerra del Comando Piazza, dove dirigerà l’insurrezione del 25 aprile e sarà poi insignito della Medaglia d'argento al valor militare.
Su tutta questa parte della sua vita vale la pena, tanto più in tempi di revisionismo imperante, di leggere e rileggere il suo libro autobiografico Da galeotto a generale (Teti, Milano 1977), con prefazione di Luigi Longo. Vaia fu spesso sollecitato (invano) dai suoi amici e compagni a scrivere la seconda parte di quel libro, dal 1945 fino agli anni '80, ma egli riteneva che fosse “troppo presto”.
Dirigente del PCI, segretario delle federazioni di Cremona e di Brescia, vice segretario della federazione provinciale di Milano, membro del CC, subirà dopo il ’56 – in nome del “rinnovamento” – l’epurazione della guardia partigiana vicina a Pietro Secchia: operazione che a Milano verrà condotta, congiuntamente, da Rossana Rossanda e Armando Cossutta, su direttiva di Togliatti. E fino alla sua morte, avvenuta nei giorni della nascita del PRC (12 febbraio 1991), Vaia parteciperà - insieme a Bera e Sacchi - da protagonista di primo piano, alla lotta contro la mutazione del PCI.
Sicuramente Brecht li avrebbe collocati tra gli “imprescindibili”, quelli che lottano per tutta una vita. Ma perchè parlo di una triade?
Per molti anni, dopo la morte di Secchia dovuta a “postumi da avvelenamento” (1973), questi tre compagni rappresentarono il nucleo dirigente ristretto e ispiratore della battaglia politica contro la mutazione genetica del PCI. Non furono certo gli unici protagonisti di quella lotta, ma fu fondamentalmente grazie alla loro decisione che avvenne la fondazione della cooperativa editrice Aurora (1978); di Interstampa, che nacque a Milano come agenzia (1981), anche se formalmente fu pubblicata inizialmente a Roma, poi divenne rivista, incautamente affidata alla gestione romana dell'editore Napoleone, e ritornò poi a Milano dopo la crisi di quella gestione editoriale. E fu in conseguenza di quelle scelte di portata nazionale e internazionale che, successivamente, nacque il Centro Culturale Concetto Marchesi (1984), che fu l'articolazione milanese di quel progetto politico e culturale.
articolo pubblicato @Marx XXI, 15/04/2014
CONTINUA A LEGGERE in 

domenica 31 maggio 2020

VIA DELLA SETA, alternativa per una diversa qualità dello sviluppo


Qui a Taranto l’alternativa c’è, come è spiegato molto bene in questo importante documento del PCI tarantino. E c’è chi fa doppio gioco e doppia facciata: in particolare la destra, leghista e sfascista, che accusa il governo di essere supino alla Cina. Invece, spiegano i falsi “sovranisti”, bisogna essere supini all’imperialismo NATO-USA, in caduta tendenziale. La diversificazione produttiva e l’allentamento monoculturale di derivazione dall’acciaio, che va reso pubblico e in sintonia con le linee di tendenza internazionale, inizia da qui. Taranto è l’Italia, il ridisegno geopolitico ed economico di un nuovo mondo. ~ fe.d.

- - - 
Il PCI di Taranto crede che la via della seta porterà benefici sul territorio ionico, e indubbiamente farà si che il porto di Taranto diventi un centro strategico per gli scambi commerciali marittimi e non solo. Ogni polemica è dunque strumentale e va CONTRO gli interessi del nostro territorio! “Il sogno Americano di dominare il mondo è infranto dalla forza dei fatti e dall’ineluttabilità delle tendenze attuali. Tutto indica che sarà attorno alla Cina, e non all’imperialismo statunitense, che si potrà formare un fronte di paesi all’insegna della pace e della cooperazione internazionale”.
- La Repubblica Popolare Cinese ha da tempo previsto, predisposto e pianificato l'espansione marittima attraverso la rete di porti strategici disseminati lungo rotte transoceaniche per lo scarico e carico delle produzioni cinesi o degli scambi di merci utili allo sviluppo ulteriore del Paese comunista. Come storicamente accertato, da tali vie non passano solo le merci ma le culture, le idee, lo sviluppo sociale ed economico del pianeta. Recentemente l'Italia ha deciso, con il primo governo Conte, di aderire alle proposte del governo cinese. Sono scoppiate polemiche a tutti i livelli, soprattutto politiche, che tendevano a mettere in dubbio l'adesione al progetto cinese della "nuova via della seta". Intanto nel progetto cinese sono rientrati per volere del governo Gentiloni: Venezia, Trieste e Genova in collaborazione. Il PCItaliano, che pure è all’opposizione, sociale e politica, del governo italiano, ritiene che sia giusto aderire a tale progetto. Non c'è nessun altro porto così strategico come quello di Taranto per l'Italia e nel Mezzogiorno in particolare. Se in precedenza il porto di Taranto non veniva preso in considerazione per l'incombente occupazione dell'Ilva, ora con il passaggio ad AM (e se AM dovesse lasciare lo stabilimento nonostante il contratto firmato, come tutte le azioni della multinazionale dell'acciaio stanno facendo capire ampiamente) il vuoto produttivo ed economico sarebbe devastante socialmente!
- Urge dunque un lavoro politico strategico che riapra la programmazione portuale a Taranto, facendo rientrare a pieno titolo il porto di Taranto nella nuova via della seta. Utile snodo per i mercati medio orientali e africani, dove la Cina è già presente con ingenti investimenti, a differenza delle mire preminentemente imperialiste degli USA. Si prospetta così il futuro per la nostra città e per la provincia dando una scossa ai settori primario e terziario. Tutto sostenibile e compatibile.
- Il nostro partito già da tempo spinge affinché l'Italia rientri a pieno titolo in questo progetto proposto dal governo cinese e appoggia tutte le iniziative politiche volte a dare un nuovo e migliore sviluppo del territorio tarantino e più ampiamente del Paese, favorendo così lo svincolo dalla decadente e decaduta industria siderurgica svenduta ai turbo capitalisti o meglio furbo-capitalisti globali, che di fatto stanno riducendo produzione e occupazione pur di mantenere quote di mercato globale. Il PCI sostiene il rafforzamento delle relazioni tra Italia e Cina per le sue ricadute economiche occupazionali che ciò avrebbe nel breve periodo,e per il beneficio rappresentato nel lungo periodo dalla costituzione di legami economici, politici e culturali tra i due paesi ed i due popoli. E’ molto importante che vengano confermati gli investimenti sul territorio ionico: in nome dell’acciaio, in nome del ricatto occupazionale, ci hanno privato di quei settori importantissimi che sono l’agricoltura e la mitilicultura, che per la via della seta potranno essere di vitale importanza e sviluppare un settore che per Taranto è anch'esso strategico, quello del turismo. Il PCI si batte per questa città, i suoi lavoratori e i cittadini, perché possano vedere oltre l'acciaio, una crescita e uno sviluppo sostenibile, socialmente e culturalmente e soprattutto alternativo alla monocultura dell'acciaio. 
(La sezione del PCI di Taranto)




sabato 30 maggio 2020

E' NOSTRA STORIA: l'esperienza di INTERSTAMPA e Ambrogio Donini


prima dello scioglimento del PCI, un gruppo di comunisti storici della componente della sinistra comunista danno vita ad una rivista che ebbe un ruolo fondamentale nel tentativo di arginarne la dissoluzione. 

di Sandro Valentini 

AMBROGIO DONINI, INTERSTAMPA E LO “STRAPPO”
Era la fine del 1981, ascoltavo in televisione la conferenza stampa di Berlinguer durante la quale, in riferimento ai fatti di Polonia, pronunciò la famosa frase: «Si è esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre». Mi strofinai gli occhi, sobbalzai dalla poltrona, non ci volevo credere. Ripreso dalla sorpresa, prima fui invaso dallo sconforto e dopo mi assalì la rabbia. Non ci dormii la notte. Dissi tra me: «Devo assolutamente fare qualcosa». La mattina dopo chiamai il mio amico Sergio Laudati che lavorava al “bottegone”, Sezione Autonomie locali che era diretta da Armando Cossutta. Anche lui era scoraggiato e scosso. Gli chiesi di farmi sapere che intenzioni avesse l’Armando. Il giorno dopo ero a cena a Trastevere con Sergio. Davanti a una pizza mi informò che Cossutta intendeva dare battaglia. Questa notizia mi sollevò un po’.
Ci fu infatti la Direzione del partito. In quella sede fu approvato, con il solo voto contrario di Cossutta, un documento, Aprire una nuova fase per la lotta al socialismo, in cui, oltre a condannare il nuovo governo militare presieduto dal generale Jaruzelski in Polonia, si ribadiva il giudizio espresso da Berlinguer nella conferenza stampa televisiva, cioè che «la fase dello sviluppo del socialismo che ebbe inizio con la Rivoluzione d’Ottobre ha esaurito la forza propulsiva». Alcuni giorni dopo, all’inizio del 1982, il 6 gennaio esattamente, L’Unità pubblicava un articolo di Cossutta in prima pagina dal significativo titolo In che cosa dissento dal documento sulla Polonia. Era lo “strappo”, l’atto con il quale Cossutta iniziò una lunga guerra che lo ha condotto a non aderire al PDS e a fondare il PRC. Ma in quel momento Cossutta non sapeva ancora che lo sbocco della sua lotta sarebbe stato la fondazione di un nuovo partito.
Il 6 gennaio, oltre a essere l’Epifania è anche il compleanno di Sergio, così lo chiamai per gli auguri di rito, ma in realtà ero ansioso di scambiare con lui qualche opinione sull’articolo dell’Armando appena pubblicato su L’Unità. Tra l’altro avevo letto da qualche parte che un gruppo di intellettuali e di personalità politiche, tra cui Ambrogio Donini, Ludovico Geymonat e Nino Pasti, avevano dato vita a una rivista in dissenso con le politiche del PCI. Volevo sapere se Sergio ne sapesse qualcosa. Ci vedemmo e parlammo in modo entusiasta dell’articolo dell’Armando, ma eravamo anche molto preoccupati della sua futura sorte e soprattutto di quella del PCI. Anche lui aveva sentito parlare del gruppo di intellettuali che avevano dato vita alla rivista, ma ne sapeva quanto me. Ci lasciammo con l’intesa che si sarebbe informato da Cossutta, il quale sicuramente doveva avere molte più informazioni di noi.
Passò qualche giorno, se rammento bene, e Sergio mi telefonò. «Armando ti vuole parlare», mi disse. Dopo un paio di giorni andammo a casa sua, in Viale Aventino. Cossutta fu molto affettuoso, lo conoscevo bene, dai tempi in cui era nella FGCI ed ero amico del figlio, Dario. Entrò subito nel merito della proposta che intendeva farmi.
«Lavori con l’ANSA. Non hai più incarichi di partito. Ti va di essere il mio contatto, l’uomo di collegamento tra me e Interstampa? Dobbiamo organizzare la battaglia nel partito, ma con il centralismo democratico non si scherza. Non posso direttamente seguire il loro lavoro politico. Devo fare molta attenzione. Se decidi di sì avrai anche un po’ di soldi per le tue spese, ogni due o tre mesi. Che ne pensi?».
Appresi così che la famosa rivista di cui si vociferava si chiamava Interstampa. Un nome insignificante, anonimo, non mi piaceva, Avrei preferito un titolo più ridondante, tipo Ottobre o Mondo Nuovo, come si chiamava il bel settimanale del PSIUP. Con gli anni poi il nome Interstampa mi è entrato nel cuore. Decisi di accettare la proposta senza pensarci neppure un attimo. Stavo facendo la mia scelta di vita. Volevo fare qualcosa, la mia adesione al PCI, dal settembre del 1970, non poteva finire con la fase nuova indicata da Berlinguer.

continua a leggere in

INTERSTAMPA rivista (1981/1989) 

Ambrogio Donini (1903/1991)
storico delle religioni e dirigente del PCI 




venerdì 22 maggio 2020

Guardate la classe operaia negli occhi


Chi ha permesso ai franco-indiani di licenziare per un post su FB, chi ha permesso ai padroni dell’acciaio mondiale di mettere in cassa integrazione via web? Chi ha permesso agli squali privati di infestare la nostra terra e il nostro mare? Voi glielo avete permesso, voi che dicevate che privato è bello, è buono, basta con il pubblico, l’aborrito “statalismo”. Ora venite a Taranto e guardate negli occhi questa classe operaia che vi permette di avere il frigorifero nuovo, e l’auto, e la lavatrice. Strategici? E allora pubblici. E non inquinati. 

Nel silenzio generale scioperano gli operai dell’ ex Ilva di Taranto. Solo noi possiamo guardarli negli occhi. ~ fe.d.

IL CAPITALISMO DI ARCELOR MITTAL E LA CASSA INTEGRAZIONE COMUNICATA VIA WEB 
Negli ultimi trent’anni gli italiani sono stati convinti in mille modi che se i padroni, le imprese, fossero state meglio trattate, tutti ne avrebbero goduto.La realtà dimostra che così non è stato e che anzi, mentre i padroni hanno visto crescere i loro profitti, i lavoratori hanno visto svanire i loro diritti e diminuire i loro stipendi. Nonostante l’evidenza però, quel “prima le aziende” è il mantra che ancora in questi giorni riecheggia prepotente dalle pareti dei Palazzi del potere alle stanze dei giornali e degli studi televisivi di servizio. Così il padronato italiano si è portato a casa, tra i vari interventi stanziati dal Governo per la crisi pandemica 150 miliardi - una enormità rispetto agli interventi sulle pensioni e sul reddito di cittadinanza, per i quali proprio Confindustria grida e strepita allo scandalo- e come se non bastasse, alle grida si aggiungono le querule lamentele contro una burocrazia ritenuta inutile per l’impiego di questa montagna di denaro, come se degli imprenditori ci si debba fidare a prescindere. Difatti, chi ha mai saputo in questi anni di imprese che hanno preso i soldi pubblici e trasferito produzioni e proprie sedi fiscali all’estero? Chi ha mai letto di padroni che hanno preso soldi pubblici per investimenti mai realizzati? Chi ha mai sentito di aziende che hanno intascato soldi pubblici, di tutti, ma non hanno pagato mai tasse che servono a pagare i servizi per tutti? E’ del tutto evidente dunque, come l’imprenditoria italiana non offra grandi dimostrazioni di affidamento e non possa rivendicare granché fiducia, fatti salvi quei casi in cui una ordinaria correttezza sia inevitabilmente necessaria. La stessa fiducia che la classe padronale italiana ha rivendicato nella pressione esercitata per fare riaprire le attività, chiuse in via precauzionale rispetto al dilagare dell’infezione virale, sostenendo che l’imprenditore sa come “proteggere i propri collaboratori” poiché è il primo a cui sta a cuore la loro salute, trova gravissime smentite. Imprenditori spregiudicati, smentiti dai dati su morti sul lavoro ed infortuni che nel solo anno 2019, senza Covid 19, registrano una media di 3 morti al giorno e di 641.638 infortuni( fonte INAIL), che dovremmo credere in ciò che normalmente non garantiscono, dovrebbero garantire in questa situazione eccezionale? Però la spinta alla riapertura è stata forte, concentrica ed impetuosa,su un Governo che ha poco resistito al ricatto, perché di questo si tratta tra salute e lavoro! ; lo stesso continuo ricatto a cui i cittadini ed i lavoratori di Taranto, della Provincia di Taranto e di tanta parte della Puglia sono piegati da decenni. Oggi la pandemia ha rimossi i confini di questo disagio, facendo vivere sulla pelle di tutto il Paese la condizione di “ostaggi” sequestrati dal capitalismo.Tutto il Paese è stato spinto dal potere industriale, economico, finanziario e mediatico, a scegliere se morire di pandemia o morire di fame, come se non ci fossero alternative. Un mix di pesante disagio sociale e condizionamento mediatico spinge i lavoratori a convenire con le ragioni dei sequestratori, mentre questi incassano il cospicuo riscatto di 150 milioni di euro. Noi Comunisti sappiamo come finirà questa vicenda, lo sappiamo perché lavoratori ed abitanti di questa provincia tarantina e di questo territorio meridionale che quotidianamente ne subisce le dannose conseguenze. La fiducia concessa alla classe padronale con la riapertura senza reali garanzie di salubrità sui posti di lavoro e la grande iniezione di soldi pubblici non salverà il lavoro degli italiani. A Taranto infatti la ricetta non ha funzionato!, anzi per moltissimi versi la fiducia riposta nel privato ha peggiorato le condizioni: i problemi della salute pubblica non sono stati risolti e si continuano a perdere posti di lavoro. Si è voluto vendere ad Arcelor Mittal fidandosi degli impegni presi e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Altri 1000 lavoratori sono stati posti in cassa integrazione riducendo ulteriormente la forza lavoro, ormai lontanissima dall’impegno sottoscritto che la fissava in 10.000 dipendenti, mentre tuttora assenti sono gli interventi di bonifica e sicurezza tanto acclamati dalle parti contraenti. Questa volta la cassa integrazione non è stata nemmeno comunicata direttamente; i lavoratori si sono trovati di fronte cancelli chiusi e tornelli bloccati: avrebbero dovuto leggere la notizia sul sito web aziendale ! . Cassintegrati via web secondo i dettami modernisti di intensificato sfruttamento del lavoro smart-working. Oggi AcelorMittal sta facendo di tutto per farsi cacciare, visto che quello che voleva lo ha già preso in un anno e mezzo di presenza: le quote di mercato! Non siamo certamente contenti di dover dire: era prevedibile! lo avevamo denunciato per tempo!, perché questo riguarda la vita ed il reddito nostro e di migliaia di nostri concittadini lavoratori e loro famiglie. Non siamo contenti di essere facili profeti, perché tutto questo malessere sociale colpisce la nostra Città, il nostro territorio, il nostro Paese, ma non possiamo continuamente subire il ricatto d’un lavoro scambiato con salute, rimanendo continuamente nelle mani di chi genera il ricatto. E’ per questo che da oltre 8 anni il PCI a Taranto come nel resto dell’Italia continua a sostenere, in ogni occasione di incontro e con ogni forma di comunicazione, che l’unica soluzione per l’EX-ILVA è la sua nazionalizzazione. Di fronte ai lavoratori tutti, di fronte alla Città di Taranto, di fronte alle mobilitazioni delle Organizzazioni Sindacali, di fronte alle forze politiche rispettose della Costituzione della Repubblica Antifascista, il Partito Comunista Italiano continua a sostenere, ancora e più fermamente, che solo un piano strategico di nazionalizzazioni importanti può rappresentare la corretta via di uscita dalla crisi anche etica e morale che attanaglia l’Italia ed offende i suoi lavoratori. Taranto 21.05.2020 

PARTITO COMUNISTA ITALIANO 
Franco DE MARIO Maurizio ROMANAZZO Segretario Comitato Regionale Puglia Segretario Federazione Provinciale Taranto




 

mercoledì 20 maggio 2020

SCIENTISMO NEOPOSITIVISTA ed egemonia della TECNOCRAZIA


come sono apparse nell’epoca pandemica del virus Covid-19, sono speculari al DOMINIO RELIGIOSO e la sua oppressione inquisitrice delle inciviltà teocratiche.
Francesco Antonelli, su Il Manifesto del 19 maggio 2020, recensendo un libro curato da Guglielmo Chiodi e Maria Immacolata Macioti intitolato “Teocrazia e tecnocrazia” (Guida, pp. 180, euro 15), così ha scritto:
“ TRAMONTATE queste nuove «religioni secolari», nel mondo contemporaneo l’aura di sacralità, superiorità e indiscutibilità del potere è ricercata nella paradossale sacralizzazione di ciò che si proclama come più distante dal sacro: scienza e tecnica. Teocrazia e tecnocrazia non sono così i due poli contrapposti del sociale e del politico. Ma due elementi che si compenetrano e cercano tra loro, subendo molteplici metamorfosi.
Se il libro curato da Chiodi e Macioti aiuta a cogliere meglio questo elemento strutturale del mondo globale, l’evolversi stesso della crisi legata al Covid 19, che pur lo ha posto di nuovo in primo piano, ci fa intravedere la sua possibile crisi: scienza e tecnologia partono come base indiscutibile delle decisioni del potere e della sua riconfigurazione ma, mano a mano che avanziamo nella crisi, si mostrano per quello che sono. Incerte, parziali, frutto di accese discussioni e di pareri contrastanti. Di divismo contrapposto al duro lavoro quotidiano.”
- Riscoprire dunque il dubbio metodico e lo scetticismo metodologico, sarebbe salutare per far esercitare a un nuovo umanesimo la sua battaglia egemonica, e riarticolare il potere politico come autonoma potenza di rappresentanza, così come la relazione tra saperi, competenze, e i contenuti della conoscenza nella loro sovradeterminazione filosofica.
Ritorna il monito iperscettico di Metrodoro: “Nulla sappiamo, e non sappiamo neppure questa stessa cosa, che nulla sappiamo.” (cit. da Sesto Empirico) / ferdinando dubla, 19/05/2020


Metrodoro di Chio (V/IV secolo a.C.) 

sabato 16 maggio 2020

LA PRIMA VITA DI GRAMSCI


 dalle EDIZIONI di CULTURA SOCIALE agli EDITORI RIUNITI 

La prima biografia di Gramsci di Lucio Lombardo Radice e Giuseppe Carbone, pubblicata nel 1952, esattamente nell’aprile, dalle "edizioni di cultura sociale", la casa editrice del PCI, con collane dirette da Felice Platone e dallo stesso Palmiro Togliatti. Ad essa si ispirarono le successive vite, a partire dalla mirabile “Vita di Gramsci“ di Giuseppe Fiori, Laterza 1966, che però ruppe con l’iconografia di partito, facendo apparire l’opuscolo (comunque di ben 260 pagine), un’operazione sostanzialmente propagandistica. Leggendolo attentamente, però, così non è, avvalendosi di testimonianze di prima mano, tra cui Togliatti e Terracini. Alcuni nodi problematici non sono proprio affrontati, come il rapporto con il partito nel carcere di Turi, le lettere del 1926 e del 1928, la cui acribia filologica e dietrologica è posteriore, ma il travaglio e le sofferenze patite dal filosofo marxista sardo sono molto ben presenti, e di più e meglio di moltissime altre successive biografie. 

Le edizioni di cultura sociale poi si fusero con le edizioni Rinascita e l’Unita’, dando vita agli Editori Riuniti. 

Un approfondimento su questo è possibile anche in rete: Il partito editore, Libri e lettori nella politica culturale del Pci 1945-1953 di Daniela Betti - tesi di laurea università di Bologna anno accademico 1986-1987


http://www.reteparri.it/…/uploads/ic/RAV0053532_1989_174-17…

stralci

- Gramsci e Gobetti costituiscono i due riferimenti teorici per il Pci che — ancora non è finita la guerra — già ha approntato tre strumenti differenziati di diffusione e for­mazione delle idee: ‘L'Unità”, “Rinascita”, i libri. La triade quotidiano-rivista-libro è una costante nell’attività di propaganda e formazione ideologica del partito per tutto il periodo dell’esilio e della clandestinità; le Edizioni l’Unità nascono proprio dall’esigenza di pubblicare anche in Italia — ora che le condizioni lo consentono — quello che già da tempo il partito pubblicava all’estero. Il nucleo principale del catalogo delle Edizioni l’Unità, e ancor più delle successive Edizioni Rinascita, è costituito infatti dagli scritti di Marx, di Engels, di Lenin e di Stalin, sulla cui importanza per la formazione dei quadri insisteva Gramsci da Mosca fin dal 1925, invitando il partito a non abbandonare l’attività editoriale anche in una situazione di semiclandestinità.

[in nota: - II primo libro pubblicato dalla Società editrice l’Unità esce a Roma nell’estate del 1944 col titolo: Gramsci, scritti di Togliatti, Negarville, et al.; si tratta della riedizione di una antologia di scritti commemorativi e memorialistici pubblicata in Francia dalle Edizioni italiane di cultura sociale nel 1938, nel primo anniversario della morte di Gramsci.
- Fra la fine del 1920 e l’inizio del 1930 operano a Parigi e a Bruxelles le Edizioni italiane di cultura sociale: diretta da Ambrogio Donini, e per un breve periodo da Giorgio Amendola, la casa editrice pubblica una “Piccola biblioteca marxista” in volumi dalla carta leggerissima che vengono introdotti clandestinamente in Italia. In Unione Sovietica, dal 1936 al 1941, Togliatti collabora con la Casa editrice in lingue estere assieme a Luigi Amadesi, Felice Platone, Elena Montagnana Robotti; il gruppo editoriale svolge un’accurata opera di traduzione di numerosi testi di Marx, Engels e Lenin, pubblicazioni che, finita la guerra, giungeranno in migliaia di copie in Italia, almeno fino al 1949, anno in cui il governo italiano ne vieterà l’importazione (cfr. VII Congresso nazionale del Pci, Relazione sull ’attività dei gruppi parlamentari e delle commissioni centrali, Documenti per i delegati, Roma, 1951, p. 151).
- Antonio Gramsci, Necessità di una preparazione ideologica di massa (1925), in Scritti politici, a cura di Paolo Spriano, Roma, Editori Riuniti, 1978, vol. IlI, pp. 120-121.]
La data di nascita degli Editori Riuniti è fissata nel marzo 1953, ma fino al 1956 sulle copertine dei libri pubblicati rimangono le diciture “Edizioni Rinascita” e “Edizioni di cultura sociale”, e solo nel copyright viene nominata la nuova casa editrice. Questo vale non solo per il completamento delle vecchie collane, ma anche per alcune nuove serie inaugurate dopo il 1953. Gli Editori Riuniti nascono da una fusione amministrativa delle due precedenti strutture che, almeno fino al 1956, mantengono una certa autonomia reciproca di programmazione editoriale. A conferma di ciò vale l’assenza di una sanzione ufficiale della nascita degli Editori Riuniti nella stampa comunista, nei documenti ufficiali di partito e sullo stesso “Giornale della libreria”. (..) 
La risoluzione dell’agosto 1949, a conclusione del dibattito dell’Ufficio nazionale del Pci per il lavoro culturale, sottolinea che i compiti della lotta contro l’“oscurantismo” non possono essere affidati a questo o quel partito, ma anzitutto all’iniziativa degli intellettuali in prima persona, alle case editrici e alle istituzioni culturali, a una utilizzazione sistematica della produzione libraria democratica che deve assumere forme organizzate, attraverso la creazione di una rete di biblioteche popolari e una grande campagna di “illuminazione culturale”. L’editoria di partito è considerata dunque, dal Pci, come parte integrante di un sistema editoriale democratico che nel suo insieme è strumento di battaglia contro le forze più arretrate della cultura e della politica italiana.
[in nota: - Contro l'oscurantismo imperialista e clericale, Risoluzione della Direzione del Pci, 12 agosto 1949, VII Congresso. Documenti politici del Comitato centrale della Direzione e della Segreteria, Documenti per i delegati, Roma, 1951, pp. 132-138]

a cura di Ferdinando Dubla



sabato 9 maggio 2020

CUMPANIS, unire la grande frammentazione comunista


Care e cari, vorrei invitarvi a conoscere la nuova rivista che dirigo, "CUMPANIS" ( "cum panis" sono, come sapete, due parole latine che significano dividere il pane, essere solidali, uniti). Questa nuova rivista on-line è pubblicata dalla Casa Editrice di Napoli " La Città del Sole", la quale ha voluto affidarmene la direzione.

"Cumpanis" ha una natura antimperialista e internazionalista; intende studiare la storia del movimento operaio e soprattutto intende analizzare la fase attuale, internazionale e nazionale.

Ha un obiettivo: di fronte agli attacchi sempre più forti della classe dominante intende lavorare per unire 
("cumpanis") la grande frammentazione comunista e della  sinistra anticapitalista  in Italia (se ne avete voglia potete leggere l'editoriale della rivista).

Naturalmente un compito immenso, quello di unire, ma questa è la linea politica e culturale della rivista.

Vi invio il link della rivista, ma per aprire il giornale non cliccatte sopra questo link, ma copiatelo e portatelo su Google.


 Se poi riterrete opportuno, fate per favore girare la rivista.  Grazie.

Saluti carissimi 
Fosco Giannini 

giovedì 7 maggio 2020

FASI di TRANSIZIONE e ascendenze teoriche


Molti pensano che il contrario di libertà sia schiavitù. Può esser vero, ma sul piano astratto. Il contrario di libertà è necessità. E lo è sul piano storico, non astratto. Così è per le certezze assolute: esse scientificamente possono essere assunte solo come probabilità.
/ “Io so che il problema non è quello della 'libertà' ma quello dei suoi 'limiti'” (e. de martino)/
Il comunismo marxiano, critico del liberalismo classico, in quanto formalistico, converge progettualmente con l’anarchismo, che tende alla conquista della reale libertà sociale, che è l’autodeterminazione, obiettivo che Gramsci indicherà, nei Quaderni, come ‘società autoregolata’. La polemica di Marx, molto aspra, con gli anarchici della Prima Internazionale (che conduce all'espulsione di Bakunin e dei “bakunisti”, decisa da parte di Marx al Congresso di Hague nel 1872) riguardava la battaglia politica di immediato-medio raggio, le fasi di transizione, appunto, in quanto la prospettiva socialista transitoria si compie solo con l’estinzione dello stato come strumento di coercizione e in quanto autorealizzazione dell’”uomo onnilaterale”. Mentre l'orizzonte del liberalismo, a partire da Locke, è quello della "tolleranza" e della preservazione della proprietà privata, l'orizzonte comunista si allarga alla società senza classi, in cui l'autodirezione si conquista dall'eterodirezione del collettivo sull'individuo. Dunque, il libertarismo, non il liberalismo, è ascendenza teorica del socialismo marxista.

- l’autodisciplina intellettuale e l’autonomia morale, categorie che Gramsci impiega soprattutto nelle sue note sulla scuola e sulla pedagogia, sono conquiste possibili solo costruendo la società «autoregolata», antitetica alla concezione di stato liberale e liberista come "guardiano notturno" degli squilibri di mercato, non discendono dall’empireo delle idee astratte, ma dal concreto operare della lotta delle classi. ~ fe.d.



Marx e Bakunin


lunedì 4 maggio 2020

GIORDANO BRUNO, compagno del nostro tempo


di Aldo Masullo
Giordano Bruno, maestro di anarchia” (2016)

“ E’ il vero fondatore della modernità. Di questo pensatore noi italiani dovremmo essere più orgogliosi di quanto si sia. Perché la tesi bruniana dell’infinità dell’universo, dell’infinità dei mondi, trasferita sul piano antropologico, significa che gli uomini sono tutti uguali. Come nell’universo fisico nessun punto è il centro, ma ogni punto è centro, così nell’universo umano: nessun uomo ha una sua particolare supremazia sugli altri, tutti hanno la stessa dignità. Questa non è soltanto l’estensione al piano antropologico dell’idea cosmologica dell’infinità dei mondi. Bruno lo dice chiaramente: ogni uomo è un mondo. Testuali parole. Allora se ogni uomo è un mondo, se ogni mondo è centro, non esiste più un’architettura verticale del potere. Il potere non viene dall’alto verso il basso…”.

“Il Nolano pensa insieme l’idea cosmologica e il principio etico, che fondano la modernità politica, la forma democratica dell’ordine civile. Per lui ogni individuo umano, in quanto centro irriducibile tra infiniti centri irriducibili, con cui non può non essere sempre aperto a comunicare, è portatore di responsabilità piena. Ma proprio perciò nessun capo è assoluto. L’ordine umano è anarchico.
C’è ordine in una società, solo quando tutte le diversità sono ugualmente rispettate. La dignità umana comporta il rifiuto dell’unità e la ricerca dell’unione. (..)
Il pensiero di Bruno è il canto della ragione, la quale non può rinunciare alla prospettiva in cui la sua essenza consiste. Se non pensiamo la questione dei ‘diritti umani’ come centrale struttura problematica del presente, non possiamo comprendere il nostro tempo nei nostri pensieri. Tra la struttura problematica del tempo di Bruno, in cui egli pensa la ragione intendendola come paritaria dignità degl’infiniti centri di soggettività, e la struttura problematica del tema dei ‘diritti umani’, in cui noi oggi pensiamo il nostro tempo, l’analogia è evidente. È questo uno dei motivi per cui Bruno, nel suo tempo, ci è compagno, nel nostro tempo.”

Aldo Masullo, filosofo avellinese di statura internazionale, fenomenologo, di idee profondamente democratiche, scomparso a 97 anni il 24 aprile u.s. è stato anche un grande estimatore e studioso del pensiero di Giordano Bruno. Al grande Nolano ha dedicato uno dei suoi ultimi studi: “Giordano Bruno, maestro di anarchia”, ed. Saletta dell’Uva, 2016, una lettura “bruniana” dello stesso Giordano Bruno, e per questo, dunque, originale.
vedi http://www.irpinianews.it/il-filosofo-irpino-aldo-masullo-firma-giordano-bruno-maestro-di-anarchia/
L’idea di fondo che ha mosso sempre Masullo nella sua ricerca è che l’umano è contrassegnato dalla non separatezza degli individui, dalla loro relazione, una concezione olistica della natura e dell’essere umano e della natura dell’essere umano. ~ fe.d. 

Aldo Masullo (1923/2020) 

Giordano Bruno (1548/1600) 

domenica 3 maggio 2020

L’INTELLETTUALE e IL PARTIGIANO (1)


- centralismo e democrazia dell'intellettuale collettivo, temi della corrispondenza tra il grande filosofo antropologo, che rivendica un‘ autonomia della ricerca, uno spazio aperto per la cultura, meno centralismo e più democrazia, e il dirigente comunista considerato il più partigiano, perché orgogliosamente “di parte”, che ritiene necessario anteporre il noi all’io, e il legame della cultura con le lotte politiche e sociali, in un partito che, se è giusto superi lo ‘stalinismo’ (lo voglia o no, perché la situazione storica è cambiata) vivifichi e attualizzi la lezione di Lenin. ~ fe.d. 

Materiali per articolo-saggio rivista Cumpanis 

L'INTELLETTUALE e il PARTIGIANO
il libero pensiero nell'organizzazione comunista, centralismo e democrazia dell'intellettuale collettivo, temi della corrispondenza tra il grande antropologo e il dirigente comunista.
"Non c'è alcun problema che sia soltanto di ordine culturale, che non sia al tempo stesso un problema di lotta politica e sociale, così come non vi è alcun problema di liberta' e democrazia che sia soltanto un problema di rapporti interni di partito o tra partito e la classe o le classi sociali, che non sia al tempo stesso un problema di lotta contro i monopoli e contro il grande capitale". Secchia, attr. febbraio-marzo 1957.
"Si può alle volte pensare meglio degli altri, ma non si può pensare in modo giusto, non si può trovare la verità senza gli altri. La forza del movimento nostro non sta nell'individuo, ma nel partito, nella classe, nel popolo." Secchia, 21 aprile 1957.
"Appare evidente che il compito degli intellettuali comunisti nel momento presente sia quello di orientare la loro attività culturale (e di lotta in quanto lotta culturale) in rapporto alla nuova situazione. (..) Di qui la necessità di avere a disposizione uno strumento culturale definito, cioè una rivista non di partito che ristabilisca e dia impulso a quella circolazione orizzontale dei problemi e dei dibattiti culturali che la struttura essenzialmente verticale del partito non può dare, almeno allo stato attuale delle cose.", De Martino, attr. febbraio-marzo 1957.
"Tu sai che per me i due problemi di fondo restano quello della democrazia interna di partito e della prospettiva offerta al paese circa l'esercizio del potere socialista una volta che lo si sia conquistato. (..) Siamo immersi nel pantano dell'empirismo, del praticismo senza principi.(..) Io so che il problema non è quello della 'libertà' ma quello dei suoi 'limiti', (..) mettersi a cavallo delle scelte inevitabili e perentorie non aiuta a restare in sella a lungo senza essere prima o poi disarcionato.", De Martino, attr. inizio 1963

dalle lettere di Ernesto De Martino e Pietro Secchia
Compagni e amici, a cura di Riccardo De Donato, La Nuova Italia, 1993

Pietro Secchia (1903/1973)
Ernesto De Martino (1908/1965) 



sabato 2 maggio 2020

Officina demartiniana (1)


Officina demartiniana (1) :  la riflessione antropologico-filosofica, categorie e interpretazioni del laboratorio teorico - presentazione introduttiva

Le ultime due opere di De Martino sono di riflessione filosofico-antropologica: lui stesso raccolse scritti sparsi e li pubblicò nel 1962 con il titolo “Furore, simbolo e valore”, saggi scelti e ordinati da Ernesto De Martino che testimoniano i molteplici interessi che hanno alimentato le sue ricerche; in successione, vi si trova un saggio consacrato alla storia delle religioni (Mito, scienze religiose e civiltà moderna), uno studio che fa il punto sul ruolo della scienza etnologica (Promesse e minacce dell’etnologia); una serie di scritti (Itinerari meridionali) che rimanda alla celebre trilogia inaugurata da Morte e pianto rituale.
L’altra opera è postuma. Si tratta dell’opera oggi più studiata di De Martino nell’antropologia filosofica contemporanea, in quanto è di riflessione teorica sulle stesse categorie interpretative presenti nelle opere precedenti. Si tratta comunque di un’opera incompiuta, in quanto l’autore mori’ precocemente nel 1965. Una serie di appunti sparsi, a volte difficili da riordinare, a cura della sua assistente Clara Gallini e della sua compagna-collaboratrice Vittoria De Palma. Il titolo è però dello stesso De Martino: “La fine del mondo. Contributo alle analisi delle apocalissi culturali”, pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1977 (ci sono state diverse edizioni, ultima quella del 2019 con il contributo di studiosi francesi), sebbene il sottotitolo rinvi ad un saggio, Apocalissi culturali e psicopatologiche, edito nel 1964 sulla rivista “Nuovi Argomenti”, che rappresenta l’anticipazione meglio strutturata de La fine del Mondo.
qui una scheda gia’ pronta dell’opera di Valeria Cafarelli http://www.giornalecritico.it/risorse/biblioteca/deMartino_01.pdf



giovedì 30 aprile 2020

La critica dell’estremismo e il rigore dello storico (Gian Mario Bravo)


La critica dell’estremismo e il rigore dello storico delle dottrine politiche in Gian Mario Bravo
colpito dal Covid è scomparso a Torino il 29 aprile

- Allievo di Luigi Firpo a Torino, fu professore ordinario di Storia delle dottrine politiche dal 1971. Tra i maggiori studiosi del pensiero di Marx e Engels, si occupò soprattutto della storia del socialismo e del comunismo ottocentesco in Italia e Germania, pubblicando oltre 20 monografie, una trentina di curatele e diverse centinaia di articoli e saggi, tradotti in molte lingue.
Preside della facoltà torinese di Scienze Politiche dal 1979 al 1998, fu direttore scientifico della Fondazione Luigi Firpo e membro della Fondazione Luigi Einaudi. Fu presidente della Società italiana degli Storici delle dottrine politiche. [wiki]

- storico di ispirazione marxista serio e rigoroso, Gian Mario Bravo è autore di studi condotti con filologica acribia documentaria, le origini del marxismo (e la sua ricezione labriolana in Italia), il socialismo, l’anarchismo, le loro tendenze ideali e gli orientamenti politici. Fu critico del radicalismo “estremista” con una pubblicazione del 1977, anno del “movimento” considerato dallo studioso e da molti, gia’ estraneo all’ispirazione originaria del marxismo, come invece ne era stato influenzato, seppur parzialmente (condannandone comunque le derive "gruppettare") quello del '68. ~ fe.d.
Cosi’ lo ricorda Angelo D’Orsi dalle colonne de Il Manifesto del 30 aprile 2020:
- C’era una volta l’Accademia, quella con la maiuscola. Oggi se n’è andato (anche lui a causa del covid-19) uno degli ultimi rappresentanti di quel mondo, Gian Mario Bravo, studioso di ineccepibile rigore, docente di enorme professionalità, osservatore critico della contemporaneità, che non esitava a scendere in campo, lontano però da ogni esibizionismo, del tutto estraneo al protagonismo di cui tanti suoi colleghi, anche assai più giovani, danno prova quotidiana.
ERA NATO NEL 1934, e la sua è stata davvero la «vita degli studi», quella a cui Gioele Solari (nell’accademia torinese, «il maestro dei maestri»), incitando il suo allievo Norberto Bobbio, proponeva come insegna di chi compiva la scelta quasi monastica dell’insegnamento universitario. Bravo, della generazione seguente ai Bobbio, ai Firpo, ai Passerin d’Entrèves, incarnò quella tradizione, nel modo più alto e nobile, ma le diede una torsione a sinistra, per così dire: già, perché in quel mondo paludato, in particolare entro i recinti della Storia delle dottrine politiche che fu il suo ambito disciplinare (e vorrei dire il suo regno), essere dichiaratamente marxisti non era facile.
SOCIALISTA DI SINISTRA, aderente poi alla scissione del Psiup, Bravo si era formato alla ferrea scuola della Ddr, dove aveva perfezionato, in biblioteche di cui non cessava di tessere le lodi, il proprio metodo, conquistando, insieme con la padronanza della lingua tedesca, un vero primato negli studi su Marx ed Engels, e allargando il cerchio, su numerosi esponenti di quella filiera. Aveva tuttavia studiato anche, con grande attenzione, sia pure in modo severamente critico, l’anarchismo, di cui riconosceva la nobiltà, e riteneva fosse necessario sottrarlo al puro ambito della militanza. È stato uno dei primi, da questo punto di vista, Bravo, a far diventare il pensiero anarchico un «oggetto accademico», senza cancellarne la pregnanza politica, naturalmente. 
NON NASCOSE MAI le proprie simpatie o le proprie idiosincrasie politiche, ma da autentico homo academicus, sapeva distinguere e separare l’ideologia della scienza, da seguace di Max Weber, e teneva a bada le proprie passioni politiche, pur dichiarandole. Nessuno potrebbe dire – cosa rarissima nel mondo universitario – che Gian Mario Bravo sia stato meno che corretto in un oltre mezzo secolo di carriera, in cui egli rivestì ruoli importanti e di prestigio, che sarebbe impossibile elencare, come sarebbe impossibile restituire in poche parole la misura della passione, ma anche del rigore con le quali egli svolse quei ruoli. Dentro e fuori l’Ateneo torinese, il nome di Gian Mario Bravo significò sempre e soltanto «serietà». Fu accusato sovente di formalismo – per esempio quando in una delle fasi della sua lunghissima presidenza di Scienze Politiche, impose ai docenti di presentarsi alle sedute di laurea in giacca e cravatta, sottolineando come per le famiglie dei candidati quello era un momento solenne –, ma il suo era l’atteggiamento di chi non ha scelto l’insegnamento e lo studio come una professione, ma come una missione.
Dei suoi studi (Marx, Engels, Labriola, socialismo, marxismo, anarchismo, socialdemocrazia…) bisognerà parlare, con l’attenzione che meritano, tutti condotti su fonti di prima mano, nelle lingue originali, leggendo tutto il leggibile (e pure l’illeggibile, nel suo inguaribile perfezionismo), confrontando, valutando alla luce di una competenza che ben pochi, a livello internazionale, potevano vantare.
MA BRAVO coltivava anche uno spirito sarcastico, che esplicò con una verve che pochi si sarebbero aspettati. In una recente recensione (forse l’ultimo suo scritto) a una pessima biografia di Marx, presentato come «insignificante studioso», «profittatore», «pessimo marito e padre», con la sottolineatura come un dato fondamentale (e forse misterioso!), il fatto che nel suo soggiorno ad Algeri alla vigilia della morte, Marx si fosse fatto tagliare la barba, Bravo commentava: «meglio le forbici del barbiere che la penna di sedicenti storici».

(Gian Mario Bravo, 1934/2020)



domenica 26 aprile 2020

Gramsci-De Martino e la ‘filosofia della prassi’


(Gramsci- +27 aprile 1937-27 aprile 2020)

In Ernesto De Martino, si fondono mirabilmente l’inchiesta antropologica sul campo, i contadini lucani, il rito della taranta, con le categorie filosofico-antropologiche di interpretazione dei fenomeni culturali, a partire da quelli del magismo, della ritualità protettiva, legati alla fenomenologia delle religioni. Queste categorie appartengono all’intera sua esperienza di formazione: all’origine crociana, di critica al naturalismo attraverso lo storicismo, in seguito di suggestione esistenzialista e heideggeriana di “essere-nel-mondo”, fino all’umanesimo marxista degli studi sulle classi subalterne di impianto gramsciano. Lo stesso materialismo storico ne viene vivificato, in quanto apre alla pluridimensionalita’ dell’essere umano, in una prospettiva olistica che include la sua spiritualità laicamente intrecciata ai bisogni della sua condizione materiale e ai rapporti sociali e di produzione come delle relazioni intersoggettive e delle rappresentazioni simboliche. De Martino svolge a pieno titolo, non solo per la sua militanza nel PCI, la funzione “organica” dell’intellettuale che non contempla, ma, interpretando, trasforma la sua stessa ricerca in itinerario di emancipazione e liberazione collettive.
E in Gramsci, è proprio questo riscatto possibile che passa dal momento della coscienza, a quello dell’orizzonte prossimo della prassi rivoluzionaria. (fe.d.)

LA FINE DEL MONDO in Ernesto De Martino

“La fine del mondo può ben rappresentare il culmine di un complesso processo speculativo che ha per oggetto costante, declinato nei modi piú vari, il problema dell’ esserci, teso tra il rischio della crisi radicale e la ricerca di riscatto. Crisi insita nella nozione stessa di presenza umana nel mondo che, per affermarsi come «trascendimento della situazione nel valore», è tenuta a difendersi dall’insidia permanente della sua dissoluzione, grazie all’azione protettiva esercitata, in prima istanza, dai sistemi simbolici magico-religiosi. Crisi che esplode allorché questi ultimi, caduti in desuetudine per ragioni storico-sociali, non sono sostituiti da nuove formazioni simboliche rispondenti al mutato spirito dei tempi. È in un simile «vuoto» che si materializza lo spettro della fine: [..] 

LA TERRA DEL RIMORSO 
(il tarantismo è) “un istituto mitico-rituale cui è demandato il compito fondamentale d’incanalare e di far defluire la crisi della presenza indotta dal «veleno» iniettato nel corpo dei tarantati dal morso di un ragno mitico, la Taranta per l’appunto. Il tessuto simbolico evoca, trasfigurandola, una condizione esistenziale marcata da una forma estrema di disagio e di smarrimento, che si manifesta in concomitanza con un momento particolarmente critico del ciclo agrario. Da qui il bisogno di ricorrere al potere catartico garantito dal rituale in cui l’elemento musicale, quello coreutico e quello cromatico, fusi insieme in modo mirabile, giocano un ruolo essenziale. “
Marcello Massenzio, in E.De Martino, La fine del mondo (anche in versione eBook) - Contributo all'analisi delle apocalissi culturali, ed.Einaudi 2019




giovedì 23 aprile 2020

RESISTEREMO: il 25 aprile e i comunisti di terra jonica


Quest’anno il 25 aprile cade in un periodo particolarmente difficile per il nostro popolo, alle prese con un nemico subdolo e invisibile, ma che sta fortemente condizionando e intrecciando le vite di tutti noi in una condivisione di reciproci destini. Ma proprio l’unità popolare e la ricerca di un risorgimento civico e morale, oltre che politico sociale ed economico, erano gli obiettivi dei nostri partigiani, i fondatori della repubblica democratica fondata sul lavoro, che si è incardinata in una Costituzione avanzata e progressista, rendendo inviolabili principi e valori dello stato sociale e dello stato di diritto. E che interpreta la sovranità nazionale del proprio paese come “sacro dovere”, perché democratica e rispettosa dell’altrui sovranità, nella continua spinta alla collaborazione e cooperazione con gli altri stati e popoli sovrani. In un momento come questo, quei valori tornano egemonicamente di attualità, per resistere al presente e progettare un futuro prossimo di pace e benessere sociale. 
La Resistenza fu contro la tirannide fascista e il feroce occupante straniero nazista, a cui Mussolini aveva venduto il paese. Mentre si combatteva sulle montagne del Nord e gli angloamericani erano sbarcati al Sud, il “duce” consumava per intero il suo tradimento e rastrellava, torturava, seviziava, insieme allo spietato occupante hitleriano, i moderni patrioti della nuova Italia. I comunisti, vogliamo ricordarlo non per gloria ma con orgoglio, furono in prima fila contro i nemici della libertà e della patria, organizzati nelle Brigate Garibaldi, intitolate all’eroe dei due mondi, simbolo dell’unità nazionale, per riprendere un filo del Risorgimento incompiuto: su 1673 nominativi censiti di quadri partigiani combattenti e organizzatori della Resistenza, 168 provenivano dall’esercito o dalla vita civile, mentre ben 1505 erano dirigenti e militanti comunisti che avevano già fatto anni di carcere o di confino. Al momento dell’insurrezione nazionale erano diventati una forza di 250.000 combattenti. 
ANCHE TARANTO fu centro di Resistenza al fascismo, uno dei più attivi dell’intero Mezzogiorno. Fulcro, la classe operaia dell’arsenale militare e dei cantieri “Tosi”, perno dell’intera navalmeccanica nazionale. Vogliamo oggi ricordare e dedicare questo 25 aprile 2020 ai nostri compagni fraterni, i sarti Francesco e Federico Mellone. Nell’ottobre 1926, dopo una riunione clandestina di comunisti sia Federico che Francesco vennero arrestati. Qualche mese prima, nel giugno, era stato arrestato, insieme ad altri comunisti, Odoardo Voccoli, che in seguito diventerà il primo sindaco del dopoguerra. Rilasciati, i fratelli Mellone furono nuovamente arrestati, per attività "sovversiva", nel 1928. Federico e Francesco furono portati l'8 maggio di quell'anno davanti al Tribunale speciale ed alla corte fascista (Francesco, molto malato, vi fu portato in barella). Entrambi dichiararono, con coraggio e sprezzanti verso i nemici della libertà, di essere militanti comunisti. Solo per questo furono condannati rispettivamente a 10 e a 5 di carcere. Francesco dopo pochi mesi, non assistito, morì a causa del protrarsi della malattia. Federico, invece, fu mandato a scontare la sua pena nella casa penale di Castelfranco Emilia e morì di congestione polmonare il 29 maggio del 1936. Le carceri di Taranto (l’ex-convento Sant’Antonio) erano allora formate da due camerate denominate Voccoli una e l'altra Mellone e in esse vi erano custoditi più di quaranta detenuti politici. 

OGGI come IERI, i comunisti jonici sono al servizio della loro città, della loro popolazione, della classe operaia e dei lavoratori che l’hanno resa forte come l’acciaio. Oggi come ieri, RESISTERE. E resisteremo. 
da sez. PCI “D’Ippolito-La Tanza” e biblioteca popolare “Nino D’Ippolito” , Taranto / 24 aprile 2020 



E ALDO DISSE ANCORA


Nel 75° anniversario della Liberazione dal nazifascismo, MarxVentuno Edizioni celebra il 25 aprile pubblicando la cronistoria scritta da Pietro Secchia, che racconta il poderoso movimento di popolo guidato e coordinato dal CNL che portò all'insurrezione simultanea in tutto il Paese contro l'invasore, alla parola d'ordine "Aldo dice: 26x1".
La massa popolare fu protagonista operante e cosciente dell'insurrezione, la classe operaia fornì gli uomini e le donne, le idee, i quadri, i mezzi; parteciparono dal sud al nord Italia i contadini lavoratori, gli studenti, i professionisti, gli intellettuali.
In un tempo di violenta riscrittura della storia e tragica perdita della memoria, il libro "Aldo dice: 26x1. Cronistoria del 25 aprile 1945" si propone di conservare la traccia di quel giorno e tramandarla, ricordandone il prezzo di sangue, la tensione morale, la portata epica, il valore altissimo.
prefazione - Ferdinando Dubla
e con lo scritto “Una vita militante dedicata al movimento operaio” di Enzo Collotti
ed. MarxVentuno, aprile 2020
👉 https://www.marx21books.com/prodotto/secchia-aldo-dice-26x1/
#liberazione #25aprile #antifascismo #storia #libri