le lenti di Gramsci

domenica 14 luglio 2019

L'ACCIAIO IN FUMO: perchè siamo arrivati all'età della rabbia


di Salvatore Romeo

- Cosa non ha funzionato nella relazione tra Taranto e grande industria

“Se ce lo avessero chiesto, avremmo costruito lo stabilimento anche in pieno centro cittadino. In piazza della Vittoria, nella Villa Peripato, a Lungomare”. Così Angelo Monfredi, sindaco di Taranto ai tempi della posa della prima pietra del siderurgico, rispondeva provocatoriamente a chi, già alla metà degli anni ’80, considerava l’acciaieria “la più grossa iattura” che fosse capitata alla città (la dichiarazione si trova in Nicola Caputo, “Parola di Sindaco”, Sedi 1985). Cosa era cambiato nel rapporto fra Taranto e la fabbrica al punto da spingere Monfredi ad assumere una “difesa d’ufficio” delle scelte prese alla fine degli anni ’50? Per le classi dirigenti tarantine del dopoguerra la prospettiva di accogliere una nuova grande fabbrica di portata nazionale si presentò come un’occasione per tornare a connettere la città con la matrice produttiva nazionale.
- Con la sconfitta bellica infatti era entrato in crisi il modello di sviluppo trainato dal “complesso militare industriale”, trascinando nel baratro quelle città, come Taranto, che ne erano state più legate. La battaglia della comunità ionica incrociò le istanze per lo sviluppo del Mezzogiorno sostenute dalla parte più avanzata delle classi dirigenti repubblicane. Queste tendenze dovettero mediare con le posizioni dell’industria di Stato, tutt’altro che favorevoli alla realizzazione di un siderurgico nel Sud. Se la politica ottenne la localizzazione dell’acciaieria a Taranto, Finsider (la società di IRI che controllava le attività siderurgiche) mantenne piena autonomia sul piano industriale. Lo stabilimento venne orientato a servire i mercati del Nord e la sua stessa progettazione rispose esclusivamente ad esigenze tecnico-economiche. La fabbrica non fu costruita in piazza della Vittoria, ma comunque a ridosso di un quartiere popoloso (22 mila abitanti nel 1961), che negli anni ’50 aveva conosciuto un rapido sviluppo. L’area fu scelta per la sua vicinanza al nuovo scalo marittimo che sarebbe sorto nella rada di Mar Grande, accanto al molo San Cataldo. All’approccio strumentale dell’azienda nei confronti del territorio fece riscontro la subalternità dei settori di vertice della società locale.
- Le imprese tarantine si collocarono nel sottobosco dell’appalto Italsider, mentre i principali detentori di capitali si lanciarono all’arrembaggio della città con operazioni speculative che hanno lasciato segni indelebili. Le stesse giunte di centro-sinistra si mossero in maniera contraddittoria, dimostrandosi incapaci di gestire l’impatto di quello sconvolgimento. L’ubriacatura durò poco: con il “raddoppio” dei primi anni ’70 vennero al pettine una serie di nodi cruciali. Il timore che Italsider puntasse a monopolizzare l’accesso al mare, i primi segnali dell’inquinamento ambientale, le lotte operaie per la sicurezza e per il riassorbimento della “disoccupazione di ritorno” al termine dei lavori di raddoppio confluirono nella cosiddetta “vertenza Taranto”. Il rapporto fra città e fabbrica divenne più conflittuale, ma soprattutto emerse l’idea che Italsider avrebbe dovuto contribuire allo sviluppo del contesto locale favorendo una strategia di diversificazione del tessuto produttivo. Protagonista di questa stagione fu il nuovo movimento operaio, che riuscì a ridefinire le gerarchie sociali e gli equilibri politici, ponendosi alla testa di un’ampia coalizione di forze. Le cose cambiarono drasticamente proprio nel momento in cui si sarebbero dovuti raccogliere i frutti di quelle lotte.
- Con l’inizio degli anni ’80 la siderurgia piombava in una crisi drammatica, mentre il nuovo corso liberista prendeva piede. Anche in riva allo Jonio si avviava una profonda ristrutturazione industriale. Il risanamento economico diventava una priorità imprescindibile per l’azienda; e lo stesso movimento operaio, di fronte al rischio del tracollo, si “disciplinava”, accettando un secco ridimensionamento dei suoi ranghi (circa 10 mila furono i “prepensionati” del sistema Italsider-appalto) e una disarticolazione del suo potere. Un processo giunto al culmine con i Riva attraverso un radicale ricambio di manodopera e una ridefinizione dei rapporti interni ed esterni alla fabbrica. Nel corso di quest’ultima fase si è prodotta una scissione drammatica fra città e stabilimento. Il siderurgico ha smesso di essere – e di essere considerato – un fattore di sviluppo per il territorio: mentre la produzione riprendeva quota, per la prima volta il contesto locale si impoveriva; contestualmente, l’autonomia dell’impresa si imponeva su ogni vincolo sociale. La percezione dell’estraneità dello stabilimento è andata così radicandosi in gran parte della popolazione, che ha preso a dividersi semmai sulla “soglia di tolleranza” nei confronti di quel corpo estraneo, fra chi lo considera un “male necessario” e chi lo ritiene un “mostro” da abbattere.
- Con l’arrivo di una multinazionale alla guida della fabbrica probabilmente quella separazione andrà accentuandosi. Taranto risentirà ancora di più delle fluttuazioni dell’economia globale, e si intensificherà la percezione della nostra impotenza davanti a processi di quella portata. In fondo è questa una delle cause della crisi della democrazia moderna e dell’emergere dei populismi. Finché non si conquisteranno nuovi ambiti di sovranità democratica (inevitabilmente sovranazionali) che consentano ai cittadini di incidere, in maniera organizzata, sulle dinamiche economiche non usciremo da quella che Pankaj Mishra ha definito “l’età della rabbia”. E la “guerra civile” che attraversa la nostra comunità conoscerà ulteriori e inattesi sviluppi.

di Salvatore Romeo
dottore di ricerca in Storia economica, autore di L'Acciaio in fumo - L'Ilva di Taranto dal 1945 a oggi, Donzelli ed., 2019






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