le lenti di Gramsci

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sabato 26 giugno 2021

Gramsci può parlare? - Il Gramsci della Spivak

 

Il mio Gramsci - da Lettera internazionale : rivista trimestrale europea : 115, 1, 2013.

https://www.torrossa.com/it/authors/chakravorty-spivak-gayatri.html

L’influenza del decostruzionismo di Jacques Derrida ci sembra molto piu’ forte nella riflessione della Spivak di quella di Gramsci; la difficolta’ della critica postcoloniale a concepire compiutamente la soggettivita’ rivoluzionaria e il ruolo dell’intellettuale collettivo organico ai gruppi subalterni, crediamo possa derivare dalla priorita’ data all’oggetto stesso dell’indagine conoscitiva: la modernita’ e le sue forme negli assetti del mondo globale (che presuppone dunque la logica binaria arretratezza/modernita’) piuttosto che le modalita’ concrete, radicate storicamente, del dominio imperialistico colonialista e neocolonialista sui subalterni e dunque il condizionamento/decondizionamento culturale. Le tesi della Spivak risentono, anche dalla sua formazione come 'subalternist', della specifica esperienza storico-politica dell'India e della rivolta del movimento contadino Naxalita (+) e hanno punti di contatto rilevanti con quella che potrebbe essere definita 'ermeneutica post', per il tramite di derivazione da pensatori come Deleuze, Foucault e, appunto, Derrida. La lettura e interpretazione di Gramsci, dunque, è mediata da queste evidenti influenze.
- Nella 'Critica della ragione postcoloniale' (ed.it. Meltemi, 2004, su ed.or., 1999), la Spivak apprezza di Gramsci la necessità dell'"inventario delle tracce non in elenco" del Quaderno 11 e l'impostazione della 'quistione meridionale', "la straordinaria intuizione di Gramsci - l'informante/i nativo/i, come un luogo di tracce non in elenco. (..) Gramsci introdusse lo sviluppo ineguale attraverso la 'Questione Meridionale' (..) In testi come ad esempio, la Questione meridionale, Gramsci considera il movimento dell'economia storico-politica in Italia all'interno di quella che può essere letta come allegoria della lettura, che deriva da o che prefigura una divisione internazionale del lavoro. (..)                                                                                                                                                    Ivi, pag.32, 102/103, 281.

I margini della storia, le tracce dei subalterni, da soggetto di analisi per una nuova narrazione, vengono collocati in un processo globale di 'decostruzione' e demistificazione del linguaggio con cui quei margini stessi vengono raccontati.
~ fe.d.

+(dal nome del distretto Naxalbari-Bengala occidentale, dove nel maggio 1967 scoppiò una rivolta di poveri contadini contro il latifondo, poi confluita nell'organizzazione del People's Liberation Guerrilla Army, successiva alla scissione nel 1964 dei due maggiori partiti comunisti indiani, il Partito Comunista Indiano e il Partito comunista Indiano Marxista)

 

Il testo riprende parti dell’intervista di B. Bhattacharya  all’autrice contenuta in N. Srivastava e B. Bhattacharya
(eds), The Postcolonial Gramsci, Routledge, 2012.

 

stralci:

Il mio saggio “Can the Subaltern Speak?” (“Il subalterno può parlare?”, 1988) è stato presentato come conferenza prima che avessi letto Subaltern Studies – gli studi sulla storiografia dell’indipendenza indiana. Questo dettaglio non si notava per via della forte influenza che il gruppo dei Subaltern Studies esercitava su di me. Ma in quel saggio mi muovevo soprattutto sotto la spinta della necessita di una nozione di coscienza di classe affinchè la resistenza dei subalterni fosse riconosciuta cosi come la troviamo nel Diciotto Brumaio di Marx. (..) sono partita studiando i subalterni e ho finito per imparare da loro, (..) Alcuni studiosi di Gramsci in Italia, tra gli altri Sergia Adami e Giorgio Baratta, mi incoraggiarono in questo senso, dicendomi che, riconoscendo la necessita di produrre intellettuali subalterni nel piu ampio settore dell’elettorato indiano, avevo “portato” Gramsci altrove. Fu proprio questo a indurmi a tornare a Gramsci e, iniziando a insegnarlo con attenzione, a comprendere che cosa stavo facendo. Questa operazione non si può fare pensando di usare in maniera accademica Gramsci, Freire, Dewey o Montessori. No.

Dovevo imparare da Gramsci o da Freire in modo mediato: da gente che non poteva di fatto “insegnare” in maniera per me riconoscibile. Dovevo essere consapevole, al di fuori di ogni sentimentalismo, che, qualunque cosa quelle persone dicessero, erano profondamente condizionate dalla storia di cui io sono al tempo stesso agente e vittima, cosi come lo sono loro,(..) La subalternità di genere, dunque, è “altrove”. In questo, è rilevante l’argomento gramsciano delle ≪tracce accolte senza beneficio di inventario≫ [Quaderno 11, §12],(..) Nessuno sembra particolarmente interessato a ciò che Gramsci chiama il rapporto del discepolo con l’ambiente subalterno e che io definisco imparare a imparare dal basso. L’attivista borghese sa subito come risolvere il problema. E io lo so, lui non imparerà mai dal basso, anche se sarà d’accordo con me e condividerà la mia linea di pensiero. Questa è la parte più difficile del mio progetto intellettuale: potenziare l’avanguardismo espandendo la possibilità dell’auto-metonimizzazione. (..)  E l’intellettuale nuovo? È una cosa diversa. Lui o lei (Gramsci conosceva intellettuali donne, anche se il suo tono è benevolmente patriarcale) è un intellettuale organico del socialismo democratico. Scrivo di questo nell’introduzione al mio libro Aesthetic Education in the Age of Globalisation. La versione sentimentale accademico-populistica dell’intellettuale organico coglie ciò che è controintuitivo in Gramsci e lo trasforma in un luogo comune. (..) Gramsci dice che è l’ambiente subalterno che deve insegnare all’intellettuale. Insomma, è un atto di sabotaggio.

 

Gayatri Chakravorty Spivak, filosofa statunitense di origine bengalese, insegna alla Columbia University, occupandosi di studi postcoloniali, di femminismo, di teoria letteraria e di studi di genere.


Gayatri Chakravorty Spivak (1942)



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