le lenti di Gramsci

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giovedì 3 giugno 2021

LA STORIA senza NARRAZIONE: studi subalterni in Italia


Subaltern studies Italia - una nuova narrazione dei subalterni e non per i subalterni. Citazioni da Gramsci, De Martino, Lombardi Satriani, Levi-Strauss

il mondo subalterno deve costituirsi come scandalo permanente della nostra organizzazione sociale
(L.M.Lombardi Satriani)



“Orientatemi
a Sud quando sarò spento / alle bionde montagne del sole, / alle penne rosse dei totem / alle vertigini delle stelle

Cristianziano Serricchio, poeta di Monte Sant’Angelo, cit. in “Sud. I poeti, vol.10, Macabor, 2021

 



Nella forma del collettivo di ricerca, il superamento del meridionalismo storico, del neo meridionalismo latitudinario, anche del cosiddetto pensiero meridiano, sta negli studi subalterni, Subaltern studies Italia, per un racconto non “dalla parte” dei dominati, ma dei dominati, che, come filosofia do oprimido, narri di uomini e donne che hanno costruito la storia senza la loro narrazione.

Creare una nuova cultura non significa solo fare individualmente delle scoperte «originali», significa anche e specialmente diffondere criticamente delle verità già scoperte, «socializzarle» per così dire e pertanto farle diventare base di azioni vitali, elemento di coordinamento e di ordine intellettuale e morale. Che una massa di uomini sia condotta a pensare coerentemente e in modo unitario il reale presente è fatto «filosofico» ben più importante e «originale» che non sia il ritrovamento da parte di un «genio» filosofico di una nuova verità che rimane patrimonio di piccoli gruppi intellettuali.
A.Gramsci, Quaderno 11 (XVIII) § (12) nota IV

“organizzare spedizioni in équipe” per raccogliere “materiale documentario per un’opera sull’angoscia della storia”. - E. de Martino, L’opera a cui lavoro, a cura di C. Gallini, Argo, Lecce 1996, p. 18.
‘Vai avanti, tu che sai, tu che puoi, tu che vedrai; non ci abbandonare, tu che sai, tu che puoi, tu che vedrai’”, E. de Martino, Intorno a una storia del mondo popolare subalterno, “Società”, v, 1949, p. 434.

- Paradossalmente, queste zone, questi uomini, che dovrebbero costituire il negativo - l’altro della società borghese che li nega nella misura in cui non può assimilarli totalmente - si pongono come signo contradictionis, come vivente testimonianza di possibilità culturali altre da quelle esperite dalle classi dominanti, come paradigmi di umanità altri da quelli imposti dalle classi al potere come gli unici universali.
Le cose - cui dovrebbero essere ridotti dall’egemonia borghese gli appartenenti alle classi subalterne - si ripresentano sulla scena della storia come fantasmi, come persone, radicalmente diversi, e quindi
portatori di inquietudine e di domande cui si deve dare risposta. (..)
L’etnocidio culturale sistematicamente tentato di confronti delle classi sfruttate del sud non è il segno arbitrario di una capricciosa “cattiveria delle classi sfruttatrici, ma il tentativo di compiere, secondo un lucido disegno politico, l’ultima espropriazione - culturale ed esistenziale - ai danni degli oppressi. Questi nel Sud costituiscono ormai - dopo le ultime rapine, anche culturali, effettuate contro di loro - un’umanita’ ferita, sottoposta a una nuova, tragica diaspora. [(..) il mondo subalterno deve, ndr]
costituirsi come scandalo permanente della nostra organizzazione sociale.
(..

L.M.Lombardi Satriani, Per un’inventivita’ antropologica: il cambiamento e la rassomiglianza, in (a cura di) De Angelis, Faeta, Malabotti, Piermarini, Sfruttamento e subalternità nel mondo contadino meridionale, Savelli, 1975, (page absque numero)

“una etnologia priva di opzioni filosofiche è una impossibilità teorica, perché è nella natura del conoscere far reagire l’oggetto con le proprie concezioni del mondo, e una povera illusione: quel che
può esistere è una etnologia inconsapevole delle proprie opzioni. (Archivio Ernesto de Martino, fascicolo 4.23), cit. in Gino Satta, “Fra una raffica e l’altra”, Il regno della miseria e la vita culturale degli oppressi, in Aut Aut nr. 366/2015.

- Il titolo rimanda ad un’espressione utilizzata da de Martino come programma di studi subalterni, (“Subaltern studies” come si sarebbero chiamati posteriormente dal lavoro dello storico indiano Ranajit Guha) indispensabili di più che generici appelli di intellettuali in riconnessione con il popolo: “pensare piuttosto che il compito degli intellettuali sia di decidersi a scrivere la “drammatica storia culturale degli oppressi”, che nessuno ha ancora mai scritto.(..) Noi non ci rassegneremo a registrare soltanto le raffiche di vento che sollevano gli stracci del regno della miseria: ma cercheremo anche di conoscere che cosa accade nel frattempo, fra una raffica e l’altra.“, da Il rinnovamento d’Italia, 4 agosto e 1 settembre 1952, cfr. E. de Martino, L’opera a cui lavoro, a cura di C.Gallini, Argo, Lecce 1996, pp. 25-37 e 38-42, cit. in Satta, ivi, note 37-39.

“La coscienza di essere prigionieri di un umanesimo circoscritto” e la “irruzione di fatto nella storia dei popoli coloniali e semicoloniali […] pongono alla nostra cultura obiettivamente il compito di accostarsi al mondo primitivo e popolare in generale”. (..) ‘Cultura popolare’ non significa soltanto guadagnare alla cultura le classi popolari, ma anche far penetrare mediatamente nella cultura, accogliere nella luce della spiegazione, gli interessi, le esigenze, le esperienze del mondo che (per riprendere l’immagine che piacque al Levi) ‘vive oltre Eboli’”., E. de Martino, Recensione a Miti e leggende di Raffaele Pettazzoni, “Avanti!”, 157, 4 luglio 1948, p. 3.

- Secondo l’etnologo partenopeo il “Cristo” di Levi ha il merito di introdurre per la prima volta “il cosiddetto materiale folkloristico in una passione civile attuale, che è condizione certamente non sufficiente ma necessaria affinché quel materiale cessi di essere curiosità erudita e diventi argomento di storia.”, cfr. Id. Etnografia e Mezzogiorno, “Il Contemporaneo”, 3, 15 gennaio 1955, p. 5.


- fondamentale per la ricostruzione del dibattito C.Pasquinelli (a cura di), Antropologia culturale e questione meridionale: Ernesto De Martino e il dibattito sul mondo popolare subalterno negli anni 1948-1955, La Nuova Italia, Firenze 1977;
Invece su de Martino (estraneo) nella scrittura post coloniale:
E.G. Berrocal, The Post-colonialism of Ernesto De Martino: The Principle of Critical Ethnocentrism as a Failed Attempt to Reconstruct Ethnographic Authority, “History and Anthropology”, 2, 2009,

“(..) se l’Occidente ha prodotto degli etnografi è perché un cocente rimorso doveva tormentarlo, obbligandolo a confrontare la sua immagine con quelle delle società differenti, nella speranza di vedervi riflesse le stesse tare, o di averne un aiuto per spiegarsi come le proprie si fossero sviluppate. (..) L’etnografo non può disinteressarsi della sua civiltà né sconfessarne gli errori, in quanto la sua stessa esistenza è comprensibile solo se considerata come un tentativo di riscatto: egli è il simbolo dell’espiazione”,
C.Levi-Strauss, Tristi tropici, Milano, 1960, pag.377

- accenti non dissimili in de Martino per la necessaria autocoscienza della civiltà occidentale e il processo di “espiazione” delle sue colpe nell’incontro con l’”alieno”, il diverso da me, l’altro da me, che supportano la sua concezione dell’etnocentrismo critico e dell’umanesimo etnografico, in cui la dimensione antropologico-filosofica diventa concreta prassi per la ricerca di riscatto delle classi subalterne.
vedi http://ferdinandodubla.blogspot.com/2020/11/ernesto-de-martino-etnologia-e-civilta.htm

- La storia senza narrazione è quella di chi la storia la costruisce materialmente, concretamente, pagando questa sua costruzione con l’assenza di coscienza della propria soggettività storica e ricollocando la propria appartenenza ai codici simbolici dei riti collettivi. La cultura diventa così il riconoscimento reciproco ma in una rappresentazione aliena perché altro-da-sè, in cui è possibile la riproduzione del dominio dei dominanti sui subalterni. Non è dunque il semplice disvelamento dell’apparenza che si sviluppa, perché ciò minerebbe la funzione di protezione dell’appartenenza, ma l’isolamento dell’antagonismo nella formazione “molecolare” della coscienza della forza collettiva.



(a cura di Ferdinando Dubla)

 




L.M.Lombardi Satriani (Briatico, 1936)



  

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