le lenti di Gramsci

martedì 18 dicembre 2018

Il lungo '68: come riprendere il sentiero interrotto dell’anticapitalismo


SAGGI. «È solo l'inizio. Rifiuto, affetti, creatività nel lungo ’68», un libro curato da Ilaria Bussoni e Nicolas Martino, edito da Ombre Corte





Movimento storico-politico che ha aperto un mondo, e fatto balenare l’impossibile nella nostra gabbia d’acciaio, il Sessantotto è identificato con l’inizio del neoliberismo, non con la prima opposizione al capitalismo neoliberale. A destra come a sinistra, il Sessantotto – che non coincide con un anno, ma con un processo globale lungo almeno un ventennio – preoccupa ancora perché è il nome di un’opposizione radicale a ciò che si presuppone sia il “reale” in nome di una vita altra e vera; di una militanza per un divenire imprevedibile, drammatico e incommensurabile che coincide con la vita intesa come mezzo di se stessa, non come strumento in mano ad altri; in un pensiero della vita, non in una meditazione sulla morte.

OGGI,COME IERI, il problema è imbrigliare il desiderio e le facoltà dell’essere umano, schierandoli contro il loro stesso soggetto, in una torsione epocale che può portare a desiderare di essere schiavi in nome di una presunta libertà: quella dell’imprenditore di se stesso che promuove il brand dell’Io sul mercato delle identità e dei valori. La rivendicazione di una vita priva di finalità, o apriori, salvo quelli che si danno nell’esperienza per essere superate, è rovesciata nella ricerca di un’autenticità, una comunità originaria, un “popolo”. Una storia del Sessantotto, e delle idee che lo hanno contrastato, come quella di Serge Audier (La pensée anti-68, La Découverte), ha dimostrato invece che questo conflitto è iniziato da subito, cinquant’anni fa, e fa parte di ciò che oggi chiamiamo “Sessantotto”. E si può dire che rappresenti la materia stessa della nostra politica: il rovesciamento nell’opposto delle istanze di emancipazione e liberazione, sempre presenti nel nostro sentire e pensare, è programmaticamente perseguito al fine di neutralizzare, o deviare su tutt’altri obiettivi, il conflitto contro l’alienazione, l’(auto)sfruttamento, la generazione di una conoscenza che è forza produttiva, non solo contemplazione del disagio o celebrazione delle occasioni mancate.

ECCO COSA E’ DIVENTATO il Sessantotto: il nome che indica uno strano conformismo dell’anomalo. Per questo è stato ridotto allo sfoggio di una soggettività consumistica; alla diatriba edipica mamma-papà-figlio; al discorso generazionale di chi cerca un posto sul mercato per i suoi piccoli sogni di imprenditore di se stesso; al discorso reazionario, e infondato, di una presunta superiorità dei “diritti civili” contro i “diritti sociali” oppure a quello di evento minore rispetto alla grande storia del politico con la maiuscola.

È SOLO L’INIZIO. Rifiuto, affetti, creatività nel lungo ‘68, il libro curato da Ilaria Bussoni e Nicolas Martino pubblicato da Ombre Corte (pp.199, euro 18), si sottrae a questo conformismo reazionario e tremebondo. Raccoglie saggi ostinatamente sintonizzati con la carica anti-autoritaria, anti-statale e anti-capitalista oggi lasciata nel lato oscuro della storia. In Claire Fontaine, Marco Scotini, Giuseppe Allegri, Pierre Dardot, Gilda Policastro, Lidia Riviello, Cristina Morini, Ida Dominjanni, Bifo, Andrea Colombo, Benedetto Vecchi, Giovanna Ferrara, Franco Piperno, tra gli altri, in totale 28 autrici e autori, emerge un aspetto unico in questo cinquantenario condotto in tono minore. Si dice che il Sessantotto “è l’inizio del nostro mondo”. La sua attualità consiste nel dimostrare la possibilità di “scioperare dalla paura” (della miseria, della polizia, del patriarcato, di non essere “normali”) e inventare insieme una forma di vita che ribalta il rapporto di forza con il potere che la assoggetta. I riferimenti all’arte, al cinema, alla letteratura e alla musica, oltre che ai movimenti a cominciare da quello delle donne permettono di capire che un movimento non è solo rivolta libertaria, o generazionale, né impero della politica “rivoluzionaria” o “di classe”.

OGNI MOVIMENTO – in questo mondo che è iniziato allora, e il Sessantotto non è stato un’eccezione, ma la prima volta – è in primo luogo una forma di sentire produttivo, riproducibile e tramandabile che ha al centro le facoltà dei soggetti e le loro relazioni. Non solo, dunque, la produzione materiale, la tecnologia, il politico. È ancora oggi, il Sessantotto, un prototipo di politica incarnata, un’etica della vita di chi si conduce criticamente in un mondo ridotto a rapporti servili, devastati dal microfascismo psichico delle passioni tristi o dell’auto-sabotaggio nel “realismo capitalista”.

NON E’UN IDEA PLATONICA, è un’“invenzione politica” alla portata di una prassi, individuale e collettiva imprevedibile e concreta. Il Sessantotto è un “sentiero interrotto”, lo si può riprendere. Anche se viviamo nella “carestia del desiderio”, non è escluso che si possa ricominciare a esprimerlo. Non è volontarismo, è l’opposto. La percezione di un possibile materiale e ideale ci attraversa, già ora, per quello che siamo, e non per quello che dovremmo essere. Oggi questa potenza, invece, è espressa con fatica nel suo opposto, facendoci illudere che la fine sia già arrivata, mentre siamo solo all’inizio. La vita è un rovesciamento delle prospettive. Politica è quella che lo rende desiderabile.

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recensione apparsa su Il Manifesto del 18 dicembre 2018 a firma di Roberto Ciccarelli

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