le lenti di Gramsci

venerdì 30 novembre 2018

IL '68: un 'possente' movimento rivoluzionario (1)


NON SOLO ANNIVERSARIO
non retorica, ma lavoro storico-politico/
per coloro i quali dal '68 'continuons le combat'
ripubblichiamo la prima parte del cap. 3 del libro di Ferdinando Dubla:
“Secchia, il PCI e il ‘68”, Edit. Datanews nel 1998 in occasione del 30* anniversario
le note seguono le pagine e si rinominano da 1 e vanno lette dal basso verso l'alto.

3. Il ‘possente’ movimento rivoluzionario 


Tra queste date-simbolo, che abbiamo citato solo per una  traccia schematica di tappe significative che costituiscono comunque il fulcro di un determinato periodo storico che, iniziato a metà degli anni '60 continua fino ai primi anni '70 e ha un'incidenza profonda anche per la genesi e lo sviluppo del cosiddetto 'movimento del '77',[1] la sua tipologia insieme creativa e tragica (la stagione del terrorismo, gli 'anni di piombo'), si intrecciarono ovviamente eventi tumultosi e carichi di significato simbolico a livello internazionale, basti pensare all'esperienza della rivoluzione culturale cinese nel biennio '66/'67, preceduta dalla campagna dei 'centofiori', alla morte del Che Guevara in Bolivia nell'ottobre 1967, alla guerra del Vietnam (offensiva del Tet, 30 gennaio 1968), la 'primavera di Praga' che iniziò proprio nei primi mesi del '68 con il CC del PC Cecoslovacco e le dimissioni del segretario generale del Partito Novotny a favore di Alexander Dubcek e poi l'ingresso delle truppe del Patto di Varsavia nella notte dal 20 al 21 agosto,  l'assassinio di Martin Luther King il 4 aprile del '68, il 'maggio francese' e le leadership di Rudy Dutschke e Cohn-Bendit, [2]  l'assassinio di Robert Kennedy (fratello dell'ex Presidente John F.Kennedy assassinato nel 1963) il 5 giugno, l'inizio della guerriglia dei Tupamaros in Uruguay in agosto, il massacro di decine e decine di studenti da parte della polizia messicana in ottobre, l'eccidio di Avola il 2 dicembre, rimanendo in un ambito quasi esclusivamente politico (le influenze culturali dirette/indirette furono altrettanto numerose e significative) in "una miscela straordinariamente possente", per usare un' espressione di Paul Ginsborg (o l'imagination au pouvoir, come recitava il titolo dell'intervista a J.P.Sartre e Cohn-Bendit sull'edizione speciale del Nouvel Observateur del 20 maggio 1968). [3]

Se dunque la scintilla e la originale connotazione prevalentemente studentesca del movimento è da ritrovarsi "nel meccanismo dell'apprendimento, denunciato come passiva ricezione e condizionamento, che non lascia allo studente alcuna funzione di dialettica con l'istituto, gli ordinamenti, il docente, il tipo di nozioni che gli vengono imposte",[1] la sua genesi profonda è nel cuore dei sistemi capitalistici dell'occidente. In Italia, poi, il contesto politico e sociale giocava un ruolo specifico anche in riferimento all’uso dei movimenti dell’estrema destra, della ‘destra radicale’, da parte di apparati dello Stato e da parte di una borghesia impaurita dalle conseguenze dell’accentuata conflittualità sociale: “Qui la protesta iniziò prima che negli altri Paesi (la prima occupazione universitaria ebbe luogo nell’autunno del 1967, alla Cattolica di Milano), durò più a lungo (praticamente fino alla fine degli anni settanta) e abbracciò un fronte molto più vasto. (..) Se l’avvento relativamente inoffensivo del centro-sinistra aveva suscitato, nel ‘cartello dell’ansietà’, l’allarme (..), sarà facile comprendere che gli sviluppi molto più radicali del 1968 innalzarono tale allarme a livelli di vero panico.[2]

In Italia il Sessantotto rappresentò una rivoluzione culturale senza concreto sbocco politico, e gli elementi generali e quelli nazionali specifici si fusero in una miscela potenzialmente deflagrante, che scosse le fondamenta dell’edificio reazionario delle classi dominanti e segnò una generazione intera  più che in altri paesi:

“Al di sotto dello scontro politico e ideologico vi era la grande massa dei giovani che viveva il ’68 in primo luogo come rivoluzione culturale personale. La prima conquista fu il concetto di democrazia di massa e del rifiuto della delega, che si accompagnò a una rivoluzione nel costume di vita contro la morale, i sistemi di vita borghesi e l’individualismo, per conquistare una nuova dimensione della vita collettiva. Una seconda acquisizione – questa più immediatamente politica – fu costituita dalla comprensione di che cosa rappresentasse il sistema di potere democristiano: la sua chiusura a ogni concessione e la sua incapacità di rispondere alle esigenze delle masse e alle richieste di democrazia. La rottura con la società borghese sviluppò invece l’interesse nei confronti dell’esperienza dei popoli rivoluzionari, e in particolare della Rivoluzione culturale cinese. (..)Per le masse studentesche, quindi, il socialismo, l’alleanza con la classe operaia, l’assunzione del marxismo-leninismo-pensiero di Mao non costituivano una prospettiva culturale, ma un obiettivo rispondente ai loro bisogni materiali.”[3]

- Una vera e propria temperie che non poteva non travolgere proprio i soggetti politici, come i partiti comunisti più forti nell' occidente capitalistico, l'italiano e il francese, che si dibattevano, in forme differenti l'uno dall'altro, in una contraddizione che veniva sottolineata da sponde diverse sia dal 'movimento' che dagli avversari politici, dalle forze reazionarie; la contraddizione era tra la perorazione di principi astrattamente rivoluzionari e la prassi palesemente riformista, accusati dagli uni come 'revisionisti' e dagli altri considerati inaffidabili per gestire le sorti della borghesia nazionale: contenitori, dalla grande storia e tradizione, di teorizzazioni marxiste-leniniste e pratiche della socialdemocrazia, insieme 'radical' e liberal'. Proprio per questo, il PCI soprattutto, venne comunque considerato un punto fondamentale della tattica e della strategia dei movimenti, bersaglio di una critica serrata, finanche rabbiosa, ma comunque forza della sinistra di cui non si poteva ignorare la capacità di mobilitazione di massa e di 'controllo' del conflitto di classe. La tradizione comunista, d'altra parte, era ripresa in tutte le sue versioni, quella che molti conglobano come 'critica' e quella che viene da alcuni definita 'ortodossa': entrambe erano presenti come culture all'interno del PCI.

Nel 1968/69, Secchia non era più da tempo il PCI, sebbene egli individualmente e politicamente, anche per le cariche istituzionali che continuava a rivestire (fu vice-presidente del Senato dal 1963 al 1972) si sentisse legato ad esso come corpo organico e inscindibile. Proprio nei 'diari' riferiti a quegli anni, annotò:  "Il partito mi ha dato di più? Certo, mi ha dato molto, ma molto ho dato anche io. Cosa sarei io senza il partito? Nulla! Ma nella vita? Se le energie, tutta la gioventù e l'intera vita dedicata al partito l'avessi dedicate con lo stesso impegno ad altra attività, cosa sarei?" e in polemica, sebbene affettuosissima, con un dirigente ormai del passato che stimava grandemente, Eduardo D'Onofrio, criticava la '"concezione religiosa del partito".[1] A rimarcare, siamo nel febbraio 1967, che la sua sconfitta politica all'interno del PCI, ha coinciso con una divaricazione rispetto agli ideali e ai principi con cui si erano combattute le fasi precedenti al 1954, e sempre più progressivamente: una deriva moderata, 'revisionista' appunto, che non era stato affatto invertita dalla segreteria di Longo dopo la morte di Togliatti (1964), nonostante le grandi speranze che in lui aveva suscitato l'elezione del suo compagno più vicino negli anni della Resistenza. Il partito è allora sì tutto, per la sua personale connotazione politico-biografica, ma non si doveva rimanere ciechi dinanzi alla contraddizione palese ed evidente proprio in quegli anni e che caratterizzò la stagione comunista di fronte ai movimenti del '68/'69: quella tra riferimento teorico e azione politica. E' evidente che proprio per queste riflessioni, Secchia si ritrovasse in pieno con lo slancio generoso delle giovani generazioni studentesche e in un rapporto nient'affatto paternalistico o strumentale; inevitabile divenne un rapporto di reciproca 'attenzione affettuosa' tra lui,  vecchio dirigente comunista escluso dal gruppo dirigente per la tenacia con cui contrastava la variante moderata e tatticista del togliattismo e il movimento che cercava un legame, critico sin che si vuole, ed un' identità importante con la storia del marxismo militante in Italia. Per questo, quando egli scriverà del 'movimento' non userà toni di 'affettazione' o tartufeschi: sarà ricambiato con una stima pressochè generalizzata (a parte alcune punte talmente esasperate che ai giorni nostri hanno esasperato la loro stessa immagine di allora all'incontrario, Lucio Colletti o A. Brandirali, ad es.). Conviene dunque seguire Secchia, oltre che per la sua autonoma produzione storica e di divulgazione della memoria politica di avvenimenti di cui era stato protagonista e testimone, produzione che ebbe, tramite Feltrinelli, di cui era amico fraterno e compagno, un'influenza notevole sulla formazione dei militanti dell'arcipelago di organizzazioni del 'movimento', specie di quelle marxiste-leniniste, anche per le sue uniche e dirette impressioni sul movimento studentesco annotate nei 'Diari' nel 1968:


" Sugli studenti e loro lotta avanzata in tutti i paesi è mia opinione che si tratti del più possente movimento rivoluzionario di questi anni. Lotta di generazioni e lotta di classe. Il movimento studentesco ha assunto una dimensione politica che va al di là delle rivendicazioni universitarie. E' un movimento di classe e di generazioni così impetuoso quale non si aveva da cinquant'anni. Non tutte le loro posizioni sono chiare e accettabili, non tutti gli obiettivi sono precisi. Non c'è ancora un'organizzazione, una guida che li raggruppi, li coaguli, come nel 1920. Ma il dato positivo che esce fuori è che tutto il movimento è orientato a sinistra per la pace, per la lotta, per il potere e per il socialismo (allora nel 1919 la gioventù in parte andò col fascismo). (..) L'influenza che esercitò allora la rivoluzione russa l'hanno esercitata in questi anni le rivoluzioni dei popoli per la loro indipendenza. Le guerre di liberazione Cina, Cuba, Vietnam (..)"[1]





[1] Ivi, pag.534. Temi che ritorneranno sia in un articolo di Secchia per la rivista Baita, il 18 aprile 1968,  in cui sottolineerà che "il contrasto fondamentale dell'epoca nostra non è un contrasto tra generazioni (anche se elementi del genere sono presenti, differenze di età, di bisogni, di cultura, di modi di sentire), ma è il contrasto tra il capitalismo con le sue vecchie strutture che rappresenta il passato e il socialismo che rappresenta l'avvenire.", sia nell'opera pubblicata postuma nel 1973 Lotta antifascista e giovani generazioni , su cui torneremo. 




[1] Cfr. AS, op.cit., parte II I diari, pag.506. Il 19 febbraio 1967 Eduardo D'Onofrio gli aveva mandato in lettura una lettera già inviata al segretario Longo, in cui annunciava di non volersi più ricandidare al Parlamento nelle elezioni future, adducendo motivi di salute ma anche ben precisi motivi politici: in breve, noi non siamo più quelli di prima e neanche il partito, ma tra noi e il partito deve prevalere quest'ultimo. La risposta di Secchia, sempre schematicamente, è in pratica: disciplina sì, quella rivoluzionaria, fideismo no. Nel 1970 Secchia rincarerà la dose contro la concezione dei rapporti partito/disciplina di D'Onofrio, scrivendo, sempre nei 'diari', che "sono diverso da lui in quanto per lui, per un motivo o per un altro, non viene mai il momento in cui un compagno può avere delle posizioni critiche nei confronti del partito.", ivi, (datato 5 maggio, quaderno n.6), pag.545. 




[1] Ivi, pag.74.
[2]Cfr. F.Ferraresi: Minacce alla democrazia - La Destra radicale e la strategia della tensione in Italia nel dopoguerra, Feltrinelli, 1995, pp.164/65. Nel periodo 1968/1973 l’Italia ebbe i più alti indici di conflitto in Europa, misurati in termini di: azioni di protesta per 100.000 lavoratori; lavoratori coinvolti, giornate di lavoro perdute. Per quel che riguarda il primo e terzo indicatore, il periodo 1968-1973 registrò i valori più alti di tutta la storia italiana, cfr. L. Bordogna- G.C.Provasi: La conflittualità, in G.P. Cella-T.Treu (a cura di): Relazioni Industriali. Manuale per l’analisi dell’esperienza italiana, Il Mulino, Bologna, 1982, pp.215/245.
[3] Cfr. E. Criscione, prefazione a S.Toscano: A partire dal ’68 – Politica e movimento di massa, Mazzotta, 1978. Si tratta di una raccolta di scritti del leader del Movimento Studentesco dell’Università  Statale di Milano, poi primo segretario, nel 1976, del Movimento Lavoratori per il Socialismo., ‘Turi’ Toscano (1938/1976).



[1] Cfr. l'opera che tratta il legame '68/'77 di M.Monicelli: L'ultrasinistra in Italia - 1968/1978 - , Laterza, 1978.
[2] Il 3 maggio del ’68 il movimento studentesco parigino diede il via a una serie di scontri intorno alla Sorbona e nel Quartiere Latino. Era l’inizio di un movimento di rivolta contro il regime gollista che dapprima coinvolse le scuole e le univerisità. Ma dopo gli scontri in Boulevard Saint Germain (600 feriti, 400 arrestati), al movimento di lotta per la scarcerazione degli arrestati aderirono interi settori dell’intellettualità francese e gli studenti raccolsero grandi simpatie nelle masse popolari. Il 24 maggio una forte mobilitazione popolare contro le manovre reazionarie e repressive di De Gaulle, fu brutalmente attaccata dalla polizia. La ‘rivoluzione del maggio’ diventò ben presto l’emblema della carica rivoluzionaria dell’intero movimento del ’68, a livello internazionale. Sul movimento del  maggio francese, sebbene con tesi discutibili, si veda A.Touraine: Le mouvement de mai ou le communisme utopique, Paris, Seuil, 1968, pag.112. Preferibile la lettura diretta  di D. e G. Cohn-Bendit in traduzione italiana, L’estremismo, rimedio alla  malattia senile del comunismo, Torino, Einaudi, 1969, pag.60.
[3] Uno dei giudizi a caldo più calzanti sul movimento fu quello di R.Rossanda: "Per trattarsi, insomma, d'una presa di coscienza soggettiva ai limiti di una evidente e canonica contraddizione materiale, il fenomeno non è di minore rilevanza. Al contrario, esso si presenta come un potenziale di insofferenza, una contraddizione tipica del capitalismo maturo, della quale vanno individuate anche le basi materiali e che, per la stessa originalità della sua esplosione e delle sue forme ideologiche, denuncia un ritardo nell'elaborazione e quindi una crisi di egemonia da parte del movimento operaio. (..) A monte dell'anno degli studenti sta il Vietnam, sta la scoperta della guerriglia latino-americana e il frantumarsi emblematico del personaggio del 'Che'. Sta il logorarsi della formula politica che parve 'rinnovatrice' agli inizi degli anni Sessanta, sotto la spinta di conflitti di classe sempre più aspri. Stanno la fatica e le tensioni del movimento comunista in occidente. Sta la 'rivoluzione culturale' in Cina. Ognuno di questi fatti contribuirà a mettere insieme quel detonatore che provocherà (..)la nascita e il dilagare del movimento studentesco", op.cit., pp.10/11.




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