Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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sabato 11 giugno 2022

I subalterni possono parlare? (Ania Loomba) 1a parte

 

Il dibattito nella critica postcoloniale sulla costituzione della soggettività antagonista e della parola ai subalterni (1a parte)


Ania Loomba - Colonialismo/Postcolonialismo

 

I subalterni possono parlare?

 

Secondo il punto di vista di Homi Bhabha, sottolineare la formazione delle soggettività postcoloniali come un processo che non è mai completamente o perfettamente terminato, ci aiuta a correggere l'enfasi posta da Said sulla dominazione e a concentrarci sulla soggettività dei colonizzati. Fondandosi tanto su nozioni psicoanalitiche che poststrutturaliste della soggettività e del linguaggio, Homi Bhabha sostiene che i discorsi coloniali non "funzionano" così facilmente come Orientalismo sembrerebbe suggerire. Nel corso del processo stesso con cui vengono diffusi, vengono anche ibridati, così che le identità fisse che il colonialismo cerca di imporre sia sui padroni che sugli schiavi diventano instabili. Al livello del discorso non c'è quindi nessuna chiara opposizione binaria fra colonizzatore e colonizzato, dal momento che entrambi sono coinvolti in una complessa reciprocità e i soggetti coloniali possono negoziare un proprio spazio nelle fratture dei discorsi coloniali in modi molto diversi. Altri critici, però, sostengono che sono proprio gli orientamenti poststrutturalisti, psicoanalitici e decostruzionisti dell'opera di Said e dei critici postcoloniali che a lui si rifanno, a cui deve essere imputata l'incapacità di questi autori di rendere conto delle voci antagoniste. Mentre Bhabha considera il processo della formazione del soggetto centrale per la caratterizzazione di un agente, Arif Dirlik lamenta che "la critica postcoloniale si è concentrata sui soggetti coloniali escludendo il mondo al di fuori del soggetto" (1994, p. 336). +1

Si tratta di una formulazione discutibile da diversi punti di vista, dal momento che la maggior parte dei marxisti e dei poststrutturalisti converrebbe sul fatto che "il soggetto" e il "mondo al di fuori del soggetto" non possono essere facilmente separati. Le vere differenze fra di loro dipendono dalle diverse concezioni del soggetto-agente coloniale e postcoloniale e dal modo in cui il mondo determina il soggetto. Come abbiamo già detto, per i pensatori poststrutturalisti il soggetto non è un'essenza fissa, ma viene costituito dal discorso. Le identità e le soggettività degli uomini sono in movimento e sono frammentate. Mentre alcuni critici e storici trovano che queste letture della formazione del soggetto facilitino la nostra comprensione delle possibili relazioni di reciprocità, delle negoziazioni e delle dinamiche del potere e della resistenza nelle relazioni coloniali, per altri la teorizzazione di un'identità frammentata ed instabile non ci permette di pensare a soggetti-agenti, capaci di costruire la propria storia. Una critica molto diffusa alla teoria postcoloniale è quella di essere troppo pessimistica in quanto figlia del post-moderno, questione sulla quale torneremo fra breve. Per il momento torniamo al fondamentale saggio di Gayatri Chakravorty Spivak, con il cui titolo abbiamo intitolato questo paragrafo. In "Can the Subaltern Speak?" (1985b), +2

Spivak sostiene che è impossibile per noi recuperare le voci dei soggetti "subalterni" ed oppressi. Anche un critico radicale come Foucault, scrive Spivak, che decentra totalmente il soggetto, tende a credere che i soggetti oppressi possano parlare per se stessi; questo avviene perché il filosofo francese non tiene in nessuna considerazione il potere repressivo del colonialismo e specialmente il modo in cui si è alleato con il patriarcato. Spivak affronta poi i dibattiti coloniali sull'immolazione delle vedove in India per illustrare la sua tesi che gli effetti combinati del colonialismo e del patriarcato hanno reso molto difficile per i subalterni (in questo caso la vedova indiana bruciata sulla pira del marito) articolare il proprio punto di vista. Studiose come Lata Mani hanno mostrato che nei prolungati dibattiti e nelle discussioni che hanno accompagnato le legislazioni del governo britannico contro la pratica del sati, le donne non erano presenti come soggetti del dibattito. Spivak legge questa assenza come emblematica della difficoltà di recuperare la voce del soggetto oppresso e come prova del fatto che: "non c'è uno spazio da cui i soggetti subalterni [sessuati] possono parlare”. Così Spivak contesta la divisione semplicistica fra colonizzatori e colonizzati inserendo la "donna di colore” come categoria oppressa da entrambi. Gli uomini che appartengono all'élite indigena possono aver trovato, secondo Spivak, un modo per parlare, ma per quelli che appartengono a strati più bassi della gerarchia, l’autorappresentazione non è possibile. L'intenzione di Spivak è anche quella di contestare la convinzione semplicistica che gli storici postcoloniali siano in grado di recuperare il punto di vista dei subalterni. Allo stesso tempo Spivak prende sul serio il desiderio degli intellettuali postcoloniali di mettere in luce l’oppressione e di fornire la prospettiva degli oppressi. Per questo suggerisce che gli intellettuali adattino la massima gramsciana "pessimismo della ragione e ottimismo della volontà"- combinando uno scetticismo filosofico sulla possibilità di recuperare la soggettività subalterna con l'impegno politico di rendere visibile la posizione dei marginalizzati. Sono quindi gli intellettuali che devono "rappresentare" i subalterni:

 

- I subalterni non possono parlare. Non c'è alcuna virtù nel comporre liste della spesa in cui per bontà d'animo si facciano figurare le donne - Il modo di rappresentare le donne non è cambiato. Per questo le donne intellettuali hanno un compito a cui non possono venir meno con facilità (1996, p. 308).- +3


da Ania Loomba - Colonialismo/Postcolonialismo, Meltemi, 2000, pp.226-228

Note

+1 Dirlik,A.,1994, The Postcolonial Aura: Third World Criticism in the Age of Global Capitalism, "Critical Inquiry", nr.20,2, pp.328-356.

+2 Spivak,G.C., 1985b, Can the Subaltern Speak? Speculations on Widow-Sacrifice, "Wedge", pp.120-130.

+3 Spivak,G.C., 1996, Post-structuralism, Marginality, Postcoloniality and Value, in   Contemporary Postcolonial Theory: A Reader, a cura di P.Mongia, London, Arnold.


Ania Loomba (Delhi, 1955) è una studiosa di letteratura indiana che lavora come professore all'Università della Pennsylvania. Il suo lavoro si concentra sul colonialismo e sugli studi postcoloniali, sulla teoria razziale e femminista, sulla letteratura e cultura indiana contemporanea e sulla prima letteratura moderna.





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