le lenti di Gramsci

sabato 4 luglio 2020

ANTROPOLOGIA e POESIA della CITTÀ OPERAIA ovvero la terra del rimorso nell’età del ferro (Pasquale Pinto)


presentazione:
Taranto: la città spogliata della sua vocazione culturale, la terra e il mare, con cui ha un rapporto atavico/ancestrale, per la sua mutazione antropologica nell’età del ferro, dal rimorso antico, nei versi del poeta-operaio Pasquale Pinto. (fe.d.)
“Taranto è vivace e mossa, la sua vita stradale è euforica; vi spira un’aria esilarante, stimolante, direi cantabile…Vive tra i riflessi in un’atmosfera traslucida ada...tta a straordinari eventi di luce. Questo porticciolo orientale, questa popolazione di pesci e molluschi, è uno dei miei migliori ricordi italiani’’
(Guido Piovene, Viaggio in Italia, 1957)
Chi parlerà di voi uomini rossi
senza età senza bestemmie?
Chi parlerà dei vostri Natali
accanto alla ghisa lontano dai canneti
ove vivono gli ultimi gabbiani?
Pasquale Pinto è solo un uomo
costantemente denunciato
dai rivoli delle vostre fronti

Pasquale Pinto, Il capo sull’agave, Edizioni Centro sociale Magna Grecia Taranto, 1979


TARANTO: “LA TERRA DI FERRO” DI PASQUALE PINTO
di Stefano Modeo 


Quando si parla di Taranto, bisognerebbe sempre fare un salto indietro nel passato, ricucire lentamente, passo dopo passo, i fili che l’hanno condotta al suo complesso e tragico presente. Ovviamente, la storia di questa città negli ultimi sessant’anni è strettamente intrecciata con quella della grande fabbrica e della sua produzione d’acciaio, per questo parlare di ogni cosa che riguarda la vita e la sua rappresentazione, come la letteratura ad esempio, non è possibile senza considerare la presenza all’orizzonte dallo stabilimento Italsider prima, Ilva poi e Arcelor Mittal oggi. Cercherò in queste righe di riconnettere i fili di un poeta, Pasquale Pinto, operaio dell’Italsider scomparso nel 2004 e di cui difficilmente si riescono a recuperare opere e memoria; con quelli della più grande fabbrica siderurgica d’Europa.

Partiamo dunque da un territorio di quasi duemila ettari, una superficie più estesa di quella dell’intera città, un paesaggio ferroso e fumante fatto di cemento e ciminiere, nastri e carriponte, carrelli e gru, colline di minerale e palazzine da cui non s’intravede niente e nessuno. Un luogo che di notte s’illumina come una città e da cui si sollevano nubi arancioni che colorano il cielo, cancellando le stelle, il nero del buio. E che al proprio interno contiene una comunità enorme di lavoratori, operai, maestranze, tecnici, che pullula e si muove in un’ulteriore città attraverso autobus, automezzi, camion, furgoni.

A sera gli altiforni si infiocchettano di luci
i loro ventri rossi commuovono la sera
scesa a spalmarli di fresco.

Un carro – siluro
da circa venti minuti
allevia in silenzio le loro pance.

Come una lucciola
che colleziona giacigli di luna
un addetto con la tuta d’argento
scruta il colorito della ghisa.[1]

Erano gli anni Cinquanta quando, in un Mezzogiorno che arrancava, dopo la guerra, bisognava intervenire con pratiche massicce d’industrializzazione, le quali potessero sopperire al gap esistente nei confronti di un Nord in volata verso il boom economico. I governi democristiani dell’epoca immaginavano che, attraverso procedure d’investimenti pubblici, costruzioni di strutture e infrastrutture, si potessero fronteggiare: emigrazione, criminalità e disoccupazione. Taranto, dopo essere stata funzionale durante la guerra attraverso la Marina Militare, si ritrovò dimezzati gl’investimenti al proprio Arsenale Militare e di conseguenza dovette fare i conti con la disoccupazione.

L’intuizione politica di quegli anni era di far emergere, attorno al colosso industriale, piccole e medie imprese capaci di sviluppare un mercato locale. Tuttavia quest’idea non tenne conto in alcun modo del tessuto cittadino, composto da pochi oziosi nobili e pescatori, ma anche della storia che l’aveva portata a quella conformazione. Fu dunque un’idea calata dall’alto che rivelò ben presto, l’assenza di una classe imprenditoriale capace e volenterosa di rischiare.
Nel 1960 si pose la prima pietra dell’Italsider, ma la produzione cominciò nel 1964 raggiungendo immediatamente un’enorme capacità produttiva: dai 3 milioni di tonnellate all’anno del 1964 si passò alle 4,5 milioni di tonnellate del 1970 e alle 11,5 milioni del 1975. Nel 1980 all’Italsider ci lavoravano 21.791 unità. Da quest’iniezione massiccia di modernità, Taranto subì uno sviluppo incontrollato sotto ogni aspetto: nacquero ad esempio numerosi quartieri periferici che accoglievano lavoratori da ogni parte del meridione, soprattutto dalla Basilicata, dalla Calabria e dal Salento, generando un’espansione edilizia su cui si cominciò a speculare. All’inizio del Novecento la città contava 60.000 abitanti, negli anni Ottanta circa 245.000.
Il giornalista Walter Tobagi in un lungo reportage su Taranto apparso sul Corriere della sera nel 1979 scriveva: « Taranto è la più prospera fra le città del Meridione: il reddito pro capite sfiora il milione e 300 mila lire, che grosso modo corrisponde alla media nazionale. »

Antonio Cederna invece, nel 1972, sempre dalle colonne del Corriere della sera la descriveva come: « Una città disastrata, una Manhattan del sottosviluppo e dell’abuso edilizio, tale appare Taranto allo sbalordito visitatore. Stretta nella morsa della speculazione privata e di un processo di industrializzazione che si realizza al di fuori di qualsiasi piano di interesse generale, essa può ben essere presa a simbolo degli errori della politica fin qui seguita per il Mezzogiorno. » e concludeva osservando: « Quello che più colpisce è la grettezza, la corta veduta, la mediocrità culturale che ha presieduto, a Taranto come altrove, alla politica per il Mezziogiorno. Bastava che, dei duemila miliardi investiti nell’industria, una percentuale anche modesta venisse destinata alla soluzione dei problemi della città (traffico, verde pubblico, lotta all’inquinamento, eccetera), per garantire ad essa un’ambiente, una qualità di vita quotidiana meno inumani dell’attuale. Invece per dirla in due parole, nemmeno un albero è stato piantato a difesa dei cittadini dei quartieri popolari affumicati dal centro siderurgico ».
Ma facciamo nuovamente un salto indietro agli anni Cinquanta. Taranto vive ancora il sogno di essere una sorta di capitale del Mezzogiorno. Legata alla grandezza appunto della Marina Militare, compare spesso nelle sale cinematografiche ne La settimana Incom ed è una delle piazze culturalmente più ambiziose del meridione. Da qui passano e scrivono: Carlo Bo, Giuseppe Ungaretti, Alberto Savinio, Pier Paolo Pasolini, Giovanni Battista Angioletti, Aldo Palazzeschi, Felice Casorati.


“Taranto è vivace e mossa, la sua vita stradale è euforica; vi spira un’aria esilarante, stimolante, direi cantabile…Vive tra i riflessi in un’atmosfera traslucida adatta a straordinari eventi di luce. Questo porticciolo orientale, questa popolazione di pesci e molluschi, è uno dei miei migliori ricordi italiani’’
 (Guido Piovene, Viaggio in Italia, 1957)


In questo contesto culturale, infatti, comincia a muovere i primi passi Pasquale Pinto, classe 1940, il quale al termine degli anni Cinquanta, quasi ventenne, osserva la città attraversare una delle sue numerose svolte epocali. Scrive poesie, sulla rotta di Orazio e Virgilio. Tuttavia dai paesaggi bucolici magnogreci, dai tramonti e dai prati verdeggianti, nel 1964 è tra i primi a entrare in fabbrica come operaio e fare i conti con un mutamento antropologico, con quella realtà industriale. È per noi un punto di vista privilegiato Pinto, per diversi motivi.

Il primo è sicuramente quello di aver vissuto questo passaggio: dalla città umbertina e militare, che si cullava nelle idilliache sensazioni di trasporto lirico con una visione mediterranea e nostalgica, a quella in costante espansione, industriale e moderna.
E infatti appare in tutta la sua asettica manifestazione, nella sua poesia, il passaggio alla realtà nuova tecnologica: cattedrali di ferro, altoforni, colate di ghisa. E ancora il lavoro e la denuncia politica, le morti bianche.
È un momento epocale per il meridione, in cui si assiste al passaggio dall’artigiano, dal pescatore, dal contadino alla catena di montaggio, alla ripetitività, alla tecnica.
Sono le città stesse che cominciano a plasmarsi sul lavoro della fabbrica e a richiamare famiglie dalle campagne.

È nell’ora in cui la ghisa
scende in giallo nelle pance dei siluri
che io vedo uomini senza capo né braccia
prestarsi animo nei riverberi degli altiforni

Lì le aste di colate
sono carne rosa che la ghisa
avverte da tempo senza scomporre le sue vene

Chi parlerà di voi uomini rossi
senza età senza bestemmie?
Chi parlerà dei vostri Natali
accanto alla ghisa lontano dai canneti
ove vivono gli ultimi gabbiani?

Pasquale Pinto è solo un uomo
costantemente denunciato
dai rivoli delle vostre fronti[2]

Pinto in un decennio febbrile pubblica: Jonica nel 1971, poi In fondo ad ogni specchio nel 1976, Il Capo sull’Agave nel 1979. Infine dopo una lunga pausa La terra di ferro nel 1992. Di una pubblicazione, Il parco depresso, non conosciamo la data di pubblicazione, mentre grazie alle Edizioni della Provincia di Taranto vengono pubblicati Poemetti nel 1994 e I mari della corte nel 2003.

Lo notano e scrivono di lui Giacinto Spagnoletti, Libero de Libero, Michele Pierri, il quale lo definisce « poeta del macabro fiorito » e la sua poesia come una « ghigliottina sempre pronta a troncare le esaltazioni romantiche. ». Ma anche Giorgio Caproni, il quale scrive: « I versi di Pasquale Pinto hanno il pregio della genuinità, della schiettezza non offuscata da inutili orpelli o inquinamenti letterari. Un pregio certamente non comune che gli riconosciamo noi abituati a leggere quintali di versi. Dalle ultime raccolte poetiche trovo anzi questo poeta meridionale decisamente in progresso per le immagini che una volta lette rimangono indelebili nella mente. Nella poesia di Pasquale Pinto trovo intero ‘’l’incanto’’ della sua poetica che porrei in un’area tra Laforghe e Corazzini. Una poesia trasparentemente propria. Un altro punto a favore di questo poeta è la sua modestia: modestia che vuol dire coscienza e quindi maturità intellettuale. Sono certo che (per dirla con una orrenda parola) farà carriera. »

Un operaio
è caduto l’altro giorno
da un altoforno
70 metri
sempre in giù
sempre più giù
verso la terra dei vivi
salutata finalmente dal cielo.
La loppa tiepida
ha ripreso a fumare
col sangue delle narici.
Un tecnico
forse del nord
forse del sud
pieno di vita come il sole
gli si è chinato
con le mani di una madre
con le mani di tutte le madri
che attendono sugli usci gialli
come terra la pioggia di
settembre.

Sulle mense
c’è sempre un piatto
che non si decide a togliere
una giacca d’aria
e un viso in fondo ad ogni specchio.
Ed un cartellino con nessun orario.

Mentre
un addetto alle ferrovie
corre davanti ai vagoni
verso uno scambio
bollente d’estate
ghiacciato d’inverno
con vecchie parole
su una bandiera rossa.
In direzione gli uffici si gonfiano di carte
si dattiloscrive la nascita
la morte
l’infortunio accaduto
mentre tutti erano a tavola
e si discuteva sugli anni
da vivere.

Così comincia La terra di ferro. Probabilmente è la prima volta che in poesia, intesa come letteratura della città, si cominciano a denunciare le morti sul lavoro. La Taranto degli ori e della cultura magnogreca non esiste più. Ciò che si comincia a raccontare è la vita in fabbrica, l’alienazione della macchina, la figura dell’operaio e delle sue rivendicazioni politiche. Si rappresentava cioè quello che al nord esisteva già da diversi anni, la figura dell’operaio-massa: lavoratore generico di linea, scarsamente professionalizzato, posto alla catena di montaggio. Andava nascendo quella cultura industriale in cui gli operai si riconoscevano e rivendicavano i loro diritti. Tuttavia a Taranto non nacque una vera e propria classe operaia come potremmo immaginare quella torinese, ad esempio. Sempre Tobagi, infatti, a proposito della città ionica scriveva: « Il vero protagonista sommerso si chiama metalmezzadro. È metalmeccanico, lavora nello stabilimento Italsider grande due volte e mezzo la città. Abita nei paesi della provincia e trova il tempo per coltivare il pezzo di terra. Su trentamila stipendiati della più grande industria del Sud, almeno la metà appartiene alla categoria dei metalmezzadri. » e ancora « Nell’incredibile crogiolo dell’Italia sommersa, il metalmezzadro è una figura emblematica. È figlio della prima riuscita industrializzazione del Sud, dei diritti sindacali acquisiti in fabbrica, dei servizi sociali che garantiscono trasporti rapidi all’operaio pendolare. Ma documenta anche una tendenza nuova: il rapporto fra città e campagna, in certi casi, si va rovesciando a favore della campagna. »

È questo un punto cruciale della questione Taranto, che lascia le sue tracce ancora oggi. Buona parte degli operai infatti, vivono e sono della provincia. Questi, terminato il proprio turno di lavoro, mantengono vivo un rapporto con la campagna, con il proprio piccolo lotto di terra, con il paese e non con la città che non riconoscono in alcun modo come luogo identitario.

Ci trucchiamo di coke.
Dietro colline di carbone
abbiamo nascosto la nostra ombra
su un piazzale
un operaio
forse un ex contadino
rimuove una terra di ferro.
Da un pezzo
ha terminato
le sue
sigarette.
Una gru
si è capovolta sui binari.
40 cavalli
rovesciati senza un grido
nessun ventre è da ricucire.
Su un fianco
il suo numero
si meraviglia
del cielo.

I soccorritori
hanno evitato
di guardare in cabina.
Qualcuno è scivolato
sull’olio.
Il gruista
s’è inventato un titolo di giornale.

I versi di Pinto qui sembrano avere voce profetica, se ricordiamo la tragica fine di Francesco Zaccaria, ventinovenne, gruista, che nel 2012 in un giorno di novembre vide un tornado abbattersi sulla gru sulla quale lavorava. Non fece in tempo a scappare, il suo corpo fu cercato in mare per giorni. Solo sette anni dopo, sulla stessa identica gru, in condizioni meteo simili, trovò la morte allo stesso modo Cosimo Massaro, quarantaduenne, collega di Francesco Zaccaria. O Ciro Moccia, 42 anni, operaio dell’indotto, il quale mentre era a lavoro su un ponteggio senza parapetto, venne trascinato nel vuoto dal crollo di quest’ultimo. O ancora Claudio Marsella caduto dalla piattaforma di una motrice urtando il torace contro i respingenti di un vagone, durante le operazioni di aggancio di un carro ferroviario.
Potremmo andare avanti, la lista purtroppo è lunga.
Ma non è profezia, bensì uno stato troppo comune di cose.

In questo senso Pinto si iscrive a pieno titolo anche in un filone di letteratura operaia, insieme ad altri nomi illustri, pensiamo a Paolo Volponi, Ottiero Ottieri, Goffredo Parise o al più recente Luigi Di Ruscio. Poeti capaci di tradurre la condizione operaia in condizione umana. Il suo verso è breve, tagliente, scarno di figure retoriche, ritmato, essenziale, come la sua produzione. Un uomo dal carattere schivo, solitario, al riparo dalla mondanità e dai corteggiamenti letterari. Egli inaugura, probabilmente, una ricca letteratura che dall’insediamento della grande fabbrica ha cominciato a muovere i propri passi, consapevole di raccontare un luogo emblema della crisi ambientale ed ecologica, ma anche lavorativa, del diritto alla salute e alla vita. Sono numerosi i nomi di autori che, figli della generazione di Pinto, hanno compreso che Taranto potesse parlare al mondo: Alessandro Leogrande, Girolamo De Michele, Giancarlo De Cataldo, Cosimo Argentina, per citarne alcuni.

Soprattutto dunque, questo poemetto, La terra di ferro, è una testimonianza importante per chi vuole leggere le violente contraddizioni della questione Taranto, ma più in generale dell’industrializzazione al meridione alla luce della grave crisi sistemica ambientale – economica- politica e per quello che deve ancora venire. Affinché si possa recuperare la capacità di costruire una visione complessiva del Sud, partendo da un’analisi critica delle cose che possa stimolare la politica. Quello che vediamo oggi è il prodotto di ciò che è stato deciso addirittura sessant’anni fa. Da allora quella crisi non ha mai cessato il suo processo, continuando a generare: morte, criminalità, emigrazione, disoccupazione. E questo ci porta a riflettere, quanto meno, su come sono e saranno importanti e incisive le azioni prese oggi. Sarebbe importante riuscire a recuperare memoria del poeta Pasquale Pinto attraverso le sue opere, curarne nuove ristampe, affinché si rintreccino i fili di una narrazione che ora risulta spesso parziale, ma soprattutto esterna ai fatti e a quel mondo industriale.

Chiamo a raccolta i vivi
che vivono sui morti
per verificare tutte le vene
per aprire un dialogo di sguardi
perché da qualche parte si dice
le parole non servono più.
Forse la Poesia è terra di morti
tanto i vivi la chiamarono a giudizio
con la saliva amara dei loro denti d’oro.
O c’è qualcuno
che ha imparato a vivere senz’occhi
senza cuore per la sua terra
che confina coi pali nelle radici?

Bibliografia e sitografia


  • La terra di ferro, Pasquale Pinto, 1992, Comune di Taranto – Assessorato alla Cultura

  • Fumo sulla città, Alessandro Leogrande, 2013, Fandango libri

  • Dalle macerie, Alessandro Leogrande, 2018, Feltrinelli

  • Tarentinità, un’identità residuale, Roberto Nistri, 2012, Scorpione Editrice







[1] Pasquale Pinto, La terra di ferro, 1992, Comune di Taranto – Assessorato alla Cultura
[2] Pasquale Pinto, Il capo sull’agave, Edizioni Centro sociale Magna Grecia Taranto, 1979




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