IL CUORE DEL POTERE (3)
Jiang Quing e Mao Ze Dong a Yenan, 1936
Cimentarsi
con la figura di Jiang Qing significa confrontarsi con l’essenza stessa della
Cina maoista. La parabola politica di colei che nel 1938 divenne la compagna di
Mao Zedong nella roccaforte di Yan’an, va sottratta all'aneddotica per essere
analizzata in termini rigorosamente storici.
In
Occidente, la comprensione della sua figura è stata spesso distorta dal
successo editoriale delle opere di Anchee Min: Red Azalea (1994) e Becoming
Madame Mao (2000). Attraverso la decostruzione di questi testi, condotta
secondo il canone degli studi subalterni, ci proponiamo di profilare una figura
centrale: Jiang Qing non come l'emblema di un passato interrotto, ma come un
tassello imprescindibile di quella «rivoluzione di lunga durata» che ha posto
le basi per la Cina contemporanea.
Rifiutando
le letture caricaturali che vedono nella Cina attuale un "tradimento
revisionista", il nostro studio si muove nel solco della continuità: la
Cina di oggi, protagonista dell'egemonia mondiale del socialismo dalle
caratteristiche cinesi, non esisterebbe senza la titanica costruzione maoista
(1921-1976). Decostruire la
narrazione di Jiang Qing oggi significa dunque comprendere le radici profonde
della potenza cinese attuale, oltre i miti e le demonizzazioni della "letteratura
della diaspora".
Il link
dall’Archivio de Il Manifesto:
l’articolo di Alessandra Spalletta del 23/02/2017 da cui muove la nostra analisi
sulla figura di Jiang Quing (link https://ilmanifesto.it/la-gru-delle-nevi-diventata-madame-mao
)
La «Gru delle Nevi» diventata «Madame Mao»
Figura tragica e capro espiatorio: la storia della
vita di Jiang Qing, quarta moglie del Grande Timoniere morta con l’infamia di
«demonio dalle bianche ossa».
Shanghai
1935. Al Jincheng Theatre va in scena il testo di Ibsen «Casa di Bambola» con
la regia di Zhang Ming. In città non si parla d’altro. Nella storia del teatro
cinese quello fu poi ricordato come l’«anno di Nora», a testimoniare l’acceso
dibattito sul femminismo suscitato da quell’opera.
Nel
ruolo della protagonista è stata scelta Lan Ping («Mela Azzurra»), pseudonimo di
Li Shumeng, bellissima ventunenne originaria di una piccola città dello
Shandong. In fuga dalla Cina feudale, è approdata nella grande metropoli delle
concessioni straniere: la «Parigi d’Oriente», meta di avventurieri, miliardari,
intellettuali, artisti.
Eppure,
al fascino di un luogo alla moda, con una forte industria cinematografica, si
mescolano la miseria e lo squallore di una città decadente. La Shanghai degli
anni Trenta non è solo glamour: il Paese è scosso dalla guerra civile, il
governo nazionalista è corrotto. Proprio da qui, tre anni prima, i comunisti
sono fuggiti, braccati dalla polizia di Chiang Kai-shek, per rifugiarsi nelle
basi rosse rivoluzionarie nello Jiangxi, da dove è partita la Lunga Marcia.
E così,
mentre Shanghai celebra «l’anno di Nora», altrove nella provincia del Guizhou,
la conferenza di Zunyi elegge Mao presidente del Partito Comunista Cinese
(PCC). «Voglio scoprire chi ha ragione, io o la società», Nora dice a Helmer.
L’applauso del pubblico rende Lan Ping tronfia di un successo a lungo atteso.
Ha sempre sognato di essere Nora. Un giorno diventerà Madame Mao, la prima
attrice della grande tragedia rivoluzionaria. Il capro espiatorio delle colpe
del suo quarto marito. Yan’an, luglio 1937. Lan Ping arriva in questo
paesino dello Sha’anxi scavato nella roccia, tra le colline della Cina
centro-settentrionale, punto di arrivo della Lunga Marcia e scelto dal PCC come
roccaforte.
A
Shanghai è iniziata l’occupazione giapponese, e per gli artisti è la vigilia di
un’epoca buia: a molti non resta che darsi alla fuga. La guerra civile
conoscerà una breve, seppur fragile, tregua in cui PCC e Guomindang si uniranno
per respingere l’invasore e liberare infine il Paese, nel 1945. Lan Ping in
quegli anni si era avvicinata al marxismo e decide di entrare nella scuola del
Partito.
Vuole
cominciare una vita nuova. Mentre dal finestrino del treno vede scorrere la
campagna dove qualche anno prima 3mila persone sono morte di fame, deve aver
rivolto lo sguardo al suo passato. Da piccola nessuno a casa la chiamava per
nome, l’identità delle bambine cinesi veniva definita in virtù delle relazioni
familiari.
Sua
madre, una concubina, a un certo punto è scomparsa. Il nonno le ha dato il nome
di Yunhe («Gru delle Nubi») e l’ha introdotta alla letteratura e all’opera
classica. «Sei un pavone in un pollaio» le diceva, e quella era la prima volta
che imparava a sognare. Presto sono cresciuti in lei sentimenti di ambizione e
sete di potere. A sedici anni il primo divorzio dal primo marito, sposato per
denaro, e il trasferimento a Qingdao, dove ha studiato alla scuola di teatro e
incontrato il primo grande amore, Yu Qiwei, leader comunista, il primo cenno di
un destino che s’intreccia con la storia del Partito.
Se Yu
incarnava l’anima della Cina, lei era il suo discepolo. Uno schema che si
ripeterà all’epoca della rivoluzione culturale, quando vorrà essere definita
come la più fedele interprete e portavoce del pensiero di Mao. Dopo un divorzio
drammatico in anni di tensioni politiche, la fuga a Shanghai. Qui è diventata
un’attrice affermata, ma non una diva: è attratta dalla cinematografia di
denuncia sociale, e ha sposato il critico teatrale Tang Nah, dal quale ha poco
dopo divorziato per incompatibilità caratteriale. Lan Ping è un’attrice
patriota, impegnata nella diffusione del pensiero marxista.
Nel
1937, Mao Zedong, 44 anni, vive in una casa scavata nella pietra, la
tipica yaodong, venerato come un Buddha dai fedeli soldati dell’Armata Rossa, i
reduci della Lunga Marcia: dei centomila che in un anno hanno percorso oltre
diecimila chilometri, ne sono arrivati quattromila.
Disteso
sul kang (giaciglio di mattoni o di argilla), Mao, il genio della guerriglia,
passa il tempo a scrivere trattati di guerra e a comporre poesie. Nella sua
grotta, il Grande Timoniere elabora il pensiero che guiderà la Cina fino alla
sua morte, nel 1976. Un giorno Kang Sheng, stretto collaboratore di Mao,
accompagna l’attrice venuta da Shanghai nella grotta del leader.
I due
iniziano a frequentarsi, e poco dopo decidono di sposarsi. Da ora in poi si
chiamerà Jiang Qing, ma la strada è tutta in salita. Convive con il fantasma di
He Zizhen, la terza moglie di Mao, l’eroina della Lunga Marcia, spedita a Mosca
a curarsi.
Jiang
Qing ambisce a un ruolo: vuole essere moglie, non amante, e punta a una
posizione dirigenziale. Ma l’attrice non è amata dai dirigenti del Partito, che
vedono in lei un’usurpatrice dal passato fosco, infilatasi nel letto di Mao in
assenza della moglie lontana. Anche il popolo di Yan’an non la giudica con
benevolenza, così distante dall’integrità morale delle precedenti consorti:
prima di He, Yang Kaihui, la seconda sposa, catturata e giustiziata dal
Guomindang.
La
drammaturgia degli anni ’80 esalterà lo spirito di sacrificio delle prime mogli
di Mao, un’operazione finalizzata alla canonizzazione di Jiang Qing come icona
suprema di dissolutezza. Il partito acconsente infine al matrimonio ma impone
come condizione l’esclusione di Madame Mao dalle riunioni del Politburo e dalla
vita pubblica. Fino all’inizio degli anni ’60, sarà tenuta nell’ombra.
Da
Yan’an i comunisti partono per la conquista del Paese. La lunga marcia verso il
potere si conclude nel 1949 con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese
e la fuga dei nazionalisti a Taiwan.
Ormai
onnipotente, il presidente Mao (Mao Zhuxi) si trasferisce a Pechino. Continua a
dormire sul kang e a usare la sedia di vimini, ma è incline alla lussuria. Ogni
giorno Kang Sheng gli porta una giovane fanciulla per soddisfarlo. Jiang Qing
cade in depressione. Sono finiti i tempi in cui la rivoluzione era una cosa
bella, e loro due erano una coppia innamorata.
Voleva essere l’imperatrice, è diventata una concubina, come la madre
dimenticata. Quel ruolo arriva solo dopo il disastroso Grande Balzo in Avanti,
quando il consenso di Mao si indebolisce.
Mao
lancia il Movimento di educazione socialista, affidando il compito di riformare
l’opera di Pechino a Jiang Qing, la quale produce le otto opere modello che
domineranno la scena teatrale di quegli anni, e rimodella in seguito anche il
cinema.
Si getta
nella vita politica nel 1966, quando Mao lancia la Rivoluzione Culturale per
sconfiggere i veterani che si oppongono alla sua politica, e dai quali si sente
messo da parte. Per farlo si serve della moglie.
Tra le
prime vittime, Liu Shaoqi, accusato di «seguire la via capitalistica»:
violentemente epurato, muore in prigione nel 1969. Jiang si allea con Lin Biao
e assume il comando del Gruppo della Rivoluzione, insieme a Chen Boda.
Imbruttita, in divisa militare, compare davanti alle masse, organizza le
Guardie Rosse.
Dietro
di lei, Mao orchestra. Non ha scrupoli nell’usare il suo potere per vendicarsi
di chi in passato l’ha disprezzata, come alcuni esponenti culturali della
Shanghai di un tempo. Una crudeltà che non lascia scampo neanche alla moglie di
Liu Shaoqi, Wang Guangmei, di cui è invidiosa perché per molti anni è stata
l’unica first lady ad apparire in pubblico.
Nel 1966
la espone all’oltraggio delle Guardie Rosse facendola girare con una collana di
palline di ping pong appesa al collo, in disprezzo della sua collana di perle.
Alla fine dei «dieci anni di calamità», Jiang Qing guadagna ancora più potere
ponendosi al comando di quella che Mao ha soprannominato la «Banda dei
quattro», gli esponenti della fazione radicale (insieme a lei, Zhang Chunqiao,
Yao Wenyuan, Wang Hongwen). Cioè gli unici impostori che dopo la morte di Mao
nel 1976, il nuovo potere targato Deng Xiaoping, che offusca l’erede designato
Hu Yaobang, mette sotto processo.
La
condanna del 1981 alla pena di morte con sospensione verrà poi tramutata in
ergastolo. Madame Mao non ha mai temuto di pagare per gli eccessi
rivoluzionari, si è sentita protetta dal marito fino alla fine. Durante il
processo, sfida i giudici «revisionisti». Mao le aveva predetto che dopo la sua
morte la destra l’avrebbe annientata.
Durante
il processo, alla sua biografa Roxane Witke sussurra che la nuova linea
politica ha bisogno di un capro espiatorio. La compagna Jiang diventa
l’acerrima nemica del popolo. Nel maggio del 1991, scarcerata per motivi di
salute, il «demonio dalle bianche ossa» si uccide appendendosi a una
corda. Resta ancora oggi una delle figure più controverse della storia cinese.
Fu per alcuni stupida, per altri vittima, per pochi
coraggiosa.
«Bombardare il quartier generale»: Kuai Dafu e l'etica
del “ribellarsi è giusto”
Sostenuto da
Jiang Qing, Kuai divenne il volto della mobilitazione studentesca contro il
"quartier generale revisionista". La sua figura incarna la fase di
massima spinta dal basso della rivoluzione di lunga durata, prima della
successiva normalizzazione operata dalle squadre operai-contadine.
Tutto ha inizio nel giugno del 1966 a Pechino, quando un giovane studente di chimica decide di sfidare apertamente le squadre di lavoro inviate dai vertici del Partito per calmare le acque nelle università. Quel giovane è Kuai Dafu e la sua resistenza solitaria attira subito l’attenzione di Mao Zedong e di sua moglie Jiang Qing, che vedono in lui un’avanguardia entusiasta per scardinare le vecchie burocrazie. In pochi mesi Kuai passa dall’essere un ‘ribelle’ sorvegliato dalla polizia a diventare il comandante del “Gruppo dei Monti Jinggangshan“, guidando migliaia di Guardie Rosse nel cuore della capitale. La foto lo ritrae proprio in quel momento di massima espansione, quando il motto "ribellarsi è giusto" sembrava poter ridisegnare ogni gerarchia sociale e politica. Fu lui a organizzare le clamorose sessioni di critica pubblica contro i dirigenti ritenuti distanti dalle masse, trasformando il campus della Tsinghua nel centro del mondo rivoluzionario. La sua parabola storica resta una delle più intense di quel periodo, segnata dal passaggio bruciante dalla protezione dei massimi leader alla successiva emarginazione quando il Paese dovette ritrovare la stabilità produttiva. Ricordare oggi Kuai Dafu significa immergersi in quella fase in cui la politica cinese uscì dai palazzi per farsi strada nelle piazze e nelle aule universitarie attraverso la voce di una generazione che credeva di poter bombardare il quartier generale per l’”assalto al cielo”.
in foto Kuai Dafu, leader della
fazione radicale dell'Università Tsinghua, arringa le masse durante una
sessione di lotta nel 1967
La "Corrente avversa di febbraio"
L'episodio
del 18 febbraio 1967 è passato alla storia come la "Corrente avversa di
febbraio" (Er-yue ni-liu). Rappresenta uno dei momenti di massima tensione
drammatica e politica della Rivoluzione Culturale, poiché segna lo scontro
frontale e definitivo tra la Commissione Militare e i veterani del Partito da
una parte, e il Gruppo per la Rivoluzione Culturale (GRC) guidato da Jiang Qing
dall'altra.
Nel febbraio
del 1967, la Cina era nel pieno del "Vento di Shanghai" e della
destituzione dei quadri locali. La vecchia guardia, guidata da marescialli come
Tan Zhenlin, Chen Yi e Xu Xiangqian, era allarmata dal collasso dell'ordine e
dagli attacchi delle Guardie Rosse contro i veterani. In varie riunioni a
Zhongnanhai, questi leader esplosero in una protesta veemente, accusando Jiang
Qing e i suoi collaboratori di voler distruggere il Partito e l'Esercito.
Anchee Min (Il pavone rosso, cit., pag.241-243)
individua correttamente in questo passaggio il consolidamento del potere di
Jiang Qing. Quando Mao decise di schierarsi apertamente contro i veterani
(definendo la loro protesta, appunto, una "corrente avversa"), fornì
al Gruppo per la Rivoluzione Culturale un'investitura totale:
Mao chiarì
che attaccare Jiang Qing e Chen Boda significava attaccare la sua stessa linea
politica. Da quel momento, il GRC divenne l'organo esecutivo supremo, svuotando
di fatto il Politburo. Il sostegno di Mao a Jiang Qing fu blindato
dall'appoggio di Lin Biao e dell'Esercito Popolare di Liberazione. Questo
binomio (ideologia culturale e forza militare) divenne il perno del governo
cinese per gli anni successivi.
Dopo questo
scontro, i leader della "vecchia guardia" furono messi da parte,
isolati o costretti all'autocritica, lasciando il campo libero alla
radicalizzazione guidata da Jiang Qing.
È qui che
nasce la "linea di massa" e si definisce il ruolo del Partito come
avanguardia che impara dal popolo per poi dirigerlo. Mentre la letteratura
della diaspora si concentra sulle privazioni di questi anni, la nostra analisi
sottolinea come questa stabilità dottrinale e questa vicinanza fisica tra
leader e popolo abbiano gettato le basi per la legittimità storica del
socialismo dalle caratteristiche cinesi.
Yu Huiyong (1935-1977):
l'architetto sonoro della Rivoluzione Culturale
Compositore d'avanguardia e Ministro della Cultura, Yu Huiyong fu l'uomo che tradusse in musica l'ideale estetico di Jiang Qing. La sua tragica fine e la sua collaborazione con il Gruppo della Rivoluzione Culturale sono state spesso rilette dalla narrativa contemporanea (come in Anchee Min) attraverso la lente del melodramma sentimentale. Tuttavia, Yu Huiyong resta il simbolo di un tentativo titanico di creare un'arte proletaria di eccellenza tecnica, capace di sfidare i canoni occidentali e feudali.
Lungi
dall'essere la trama di un melodramma sentimentale come ipotizzato dalla
narrativa di Anchee Min, questo scatto documenta il legame tra i vertici del
Gruppo per la Rivoluzione Culturale e la realtà produttiva del Paese. Yu
Huiyong, qui nel suo ruolo di Ministro della Cultura e geniale innovatore
dell'Opera di Pechino, accompagna Jiang Qing nel luogo simbolo della resistenza
contadina. L’immagine dunque rappresenta l'unione tra l'avanguardia
intellettuale di Shanghai e la base rurale: un tentativo di “sintesi egemonica“
volto a costruire un'estetica nazionale che fosse, allo stesso tempo,
tecnicamente raffinata e profondamente popolare. Decostruire il mito della
"passione proibita" significa restituire a queste figure la loro
reale dimensione di quadri dirigenti impegnati nella “rivoluzione di lunga
durata”.
Oltre ai
“romanzi” di successo di Anchee Min, c’è un testo da decostruire ed è quello di
Ross Terrill, “Madame Mao: The White Boned Demon” (originariamente pubblicato
come “The White-Boned Demon: A Biography of Madame Mao“), 1984 (con una
versione pesantemente rivista e ampliata nel 1992/1994, pubblicata da Simon
& Schuster e successivamente da Stanford University Press).
Nonostante
l'importanza del testo, non è mai stato tradotto in italiano. Ross Terrill è un
autorevole sinologo australiano-americano che ha insegnato ad Harvard e ha
scritto anche una celebre biografia di Mao Zedong.
Terrill
esplora la tesi secondo cui Jiang Qing sia stata guidata da un senso di rivalsa
contro le ingiustizie subite in gioventù e da una perenne ricerca di
palcoscenico, prima come attrice a Shanghai e poi come "attrice
politica" nella Rivoluzione Culturale. Il titolo stesso, "Il demone
dalle bianche ossa" (The White Boned
Demon), riprende l'epiteto spregiativo con cui fu bollata dopo la caduta,
un riferimento a un mostro mutaforma dell'opera classica “Il viaggio in
Occidente”.
(continua)
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