Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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venerdì 13 febbraio 2026

QUELLA STELLA DELLA CINA CHE BRILLA NEL CIELO (2a parte)

 

IL CUORE DEL POTERE (3)



Jiang Quing e Mao Ze Dong a Yenan, 1936 


Cimentarsi con la figura di Jiang Qing significa confrontarsi con l’essenza stessa della Cina maoista. La parabola politica di colei che nel 1938 divenne la compagna di Mao Zedong nella roccaforte di Yan’an, va sottratta all'aneddotica per essere analizzata in termini rigorosamente storici.

In Occidente, la comprensione della sua figura è stata spesso distorta dal successo editoriale delle opere di Anchee Min: Red Azalea (1994) e Becoming Madame Mao (2000). Attraverso la decostruzione di questi testi, condotta secondo il canone degli studi subalterni, ci proponiamo di profilare una figura centrale: Jiang Qing non come l'emblema di un passato interrotto, ma come un tassello imprescindibile di quella «rivoluzione di lunga durata» che ha posto le basi per la Cina contemporanea.

Rifiutando le letture caricaturali che vedono nella Cina attuale un "tradimento revisionista", il nostro studio si muove nel solco della continuità: la Cina di oggi, protagonista dell'egemonia mondiale del socialismo dalle caratteristiche cinesi, non esisterebbe senza la titanica costruzione maoista (1921-1976). Decostruire la narrazione di Jiang Qing oggi significa dunque comprendere le radici profonde della potenza cinese attuale, oltre i miti e le demonizzazioni della "letteratura della diaspora".

 

Il link dall’Archivio de Il Manifesto: l’articolo di Alessandra Spalletta del 23/02/2017 da cui muove la nostra analisi sulla figura di Jiang Quing (link https://ilmanifesto.it/la-gru-delle-nevi-diventata-madame-mao )

 

La «Gru delle Nevi» diventata «Madame Mao»

 

Figura tragica e capro espiatorio: la storia della vita di Jiang Qing, quarta moglie del Grande Timoniere morta con l’infamia di «demonio dalle bianche ossa».

 

 

Shanghai 1935. Al Jincheng Theatre va in scena il testo di Ibsen «Casa di Bambola» con la regia di Zhang Ming. In città non si parla d’altro. Nella storia del teatro cinese quello fu poi ricordato come l’«anno di Nora», a testimoniare l’acceso dibattito sul femminismo suscitato da quell’opera.

Nel ruolo della protagonista è stata scelta Lan Ping («Mela Azzurra»), pseudonimo di Li Shumeng, bellissima ventunenne originaria di una piccola città dello Shandong. In fuga dalla Cina feudale, è approdata nella grande metropoli delle concessioni straniere: la «Parigi d’Oriente», meta di avventurieri, miliardari, intellettuali, artisti.

Eppure, al fascino di un luogo alla moda, con una forte industria cinematografica, si mescolano la miseria e lo squallore di una città decadente. La Shanghai degli anni Trenta non è solo glamour: il Paese è scosso dalla guerra civile, il governo nazionalista è corrotto. Proprio da qui, tre anni prima, i comunisti sono fuggiti, braccati dalla polizia di Chiang Kai-shek, per rifugiarsi nelle basi rosse rivoluzionarie nello Jiangxi, da dove è partita la Lunga Marcia.

E così, mentre Shanghai celebra «l’anno di Nora», altrove nella provincia del Guizhou, la conferenza di Zunyi elegge Mao presidente del Partito Comunista Cinese (PCC). «Voglio scoprire chi ha ragione, io o la società», Nora dice a Helmer. L’applauso del pubblico rende Lan Ping tronfia di un successo a lungo atteso. Ha sempre sognato di essere Nora. Un giorno diventerà Madame Mao, la prima attrice della grande tragedia rivoluzionaria. Il capro espiatorio delle colpe del suo quarto marito.  Yan’an, luglio 1937. Lan Ping arriva in questo paesino dello Sha’anxi scavato nella roccia, tra le colline della Cina centro-settentrionale, punto di arrivo della Lunga Marcia e scelto dal PCC come roccaforte.

A Shanghai è iniziata l’occupazione giapponese, e per gli artisti è la vigilia di un’epoca buia: a molti non resta che darsi alla fuga. La guerra civile conoscerà una breve, seppur fragile, tregua in cui PCC e Guomindang si uniranno per respingere l’invasore e liberare infine il Paese, nel 1945. Lan Ping in quegli anni si era avvicinata al marxismo e decide di entrare nella scuola del Partito.

Vuole cominciare una vita nuova. Mentre dal finestrino del treno vede scorrere la campagna dove qualche anno prima 3mila persone sono morte di fame, deve aver rivolto lo sguardo al suo passato. Da piccola nessuno a casa la chiamava per nome, l’identità delle bambine cinesi veniva definita in virtù delle relazioni familiari.

Sua madre, una concubina, a un certo punto è scomparsa. Il nonno le ha dato il nome di Yunhe («Gru delle Nubi») e l’ha introdotta alla letteratura e all’opera classica. «Sei un pavone in un pollaio» le diceva, e quella era la prima volta che imparava a sognare. Presto sono cresciuti in lei sentimenti di ambizione e sete di potere. A sedici anni il primo divorzio dal primo marito, sposato per denaro, e il trasferimento a Qingdao, dove ha studiato alla scuola di teatro e incontrato il primo grande amore, Yu Qiwei, leader comunista, il primo cenno di un destino che s’intreccia con la storia del Partito.

Se Yu incarnava l’anima della Cina, lei era il suo discepolo. Uno schema che si ripeterà all’epoca della rivoluzione culturale, quando vorrà essere definita come la più fedele interprete e portavoce del pensiero di Mao. Dopo un divorzio drammatico in anni di tensioni politiche, la fuga a Shanghai. Qui è diventata un’attrice affermata, ma non una diva: è attratta dalla cinematografia di denuncia sociale, e ha sposato il critico teatrale Tang Nah, dal quale ha poco dopo divorziato per incompatibilità caratteriale. Lan Ping è un’attrice patriota, impegnata nella diffusione del pensiero marxista.

Nel 1937, Mao Zedong, 44 anni, vive in una casa scavata nella pietra, la tipica yaodong, venerato come un Buddha dai fedeli soldati dell’Armata Rossa, i reduci della Lunga Marcia: dei centomila che in un anno hanno percorso oltre diecimila chilometri, ne sono arrivati quattromila.

Disteso sul kang (giaciglio di mattoni o di argilla), Mao, il genio della guerriglia, passa il tempo a scrivere trattati di guerra e a comporre poesie. Nella sua grotta, il Grande Timoniere elabora il pensiero che guiderà la Cina fino alla sua morte, nel 1976. Un giorno Kang Sheng, stretto collaboratore di Mao, accompagna l’attrice venuta da Shanghai nella grotta del leader.

I due iniziano a frequentarsi, e poco dopo decidono di sposarsi. Da ora in poi si chiamerà Jiang Qing, ma la strada è tutta in salita. Convive con il fantasma di He Zizhen, la terza moglie di Mao, l’eroina della Lunga Marcia, spedita a Mosca a curarsi.

Jiang Qing ambisce a un ruolo: vuole essere moglie, non amante, e punta a una posizione dirigenziale. Ma l’attrice non è amata dai dirigenti del Partito, che vedono in lei un’usurpatrice dal passato fosco, infilatasi nel letto di Mao in assenza della moglie lontana. Anche il popolo di Yan’an non la giudica con benevolenza, così distante dall’integrità morale delle precedenti consorti: prima di He, Yang Kaihui, la seconda sposa, catturata e giustiziata dal Guomindang.

La drammaturgia degli anni ’80 esalterà lo spirito di sacrificio delle prime mogli di Mao, un’operazione finalizzata alla canonizzazione di Jiang Qing come icona suprema di dissolutezza. Il partito acconsente infine al matrimonio ma impone come condizione l’esclusione di Madame Mao dalle riunioni del Politburo e dalla vita pubblica. Fino all’inizio degli anni ’60, sarà tenuta nell’ombra.

Da Yan’an i comunisti partono per la conquista del Paese. La lunga marcia verso il potere si conclude nel 1949 con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese e la fuga dei nazionalisti a Taiwan.

Ormai onnipotente, il presidente Mao (Mao Zhuxi) si trasferisce a Pechino. Continua a dormire sul kang e a usare la sedia di vimini, ma è incline alla lussuria. Ogni giorno Kang Sheng gli porta una giovane fanciulla per soddisfarlo. Jiang Qing cade in depressione. Sono finiti i tempi in cui la rivoluzione era una cosa bella, e loro due erano una coppia innamorata.
Voleva essere l’imperatrice, è diventata una concubina, come la madre dimenticata. Quel ruolo arriva solo dopo il disastroso Grande Balzo in Avanti, quando il consenso di Mao si indebolisce.

Mao lancia il Movimento di educazione socialista, affidando il compito di riformare l’opera di Pechino a Jiang Qing, la quale produce le otto opere modello che domineranno la scena teatrale di quegli anni, e rimodella in seguito anche il cinema.

Si getta nella vita politica nel 1966, quando Mao lancia la Rivoluzione Culturale per sconfiggere i veterani che si oppongono alla sua politica, e dai quali si sente messo da parte. Per farlo si serve della moglie.

Tra le prime vittime, Liu Shaoqi, accusato di «seguire la via capitalistica»: violentemente epurato, muore in prigione nel 1969. Jiang si allea con Lin Biao e assume il comando del Gruppo della Rivoluzione, insieme a Chen Boda. Imbruttita, in divisa militare, compare davanti alle masse, organizza le Guardie Rosse.

Dietro di lei, Mao orchestra. Non ha scrupoli nell’usare il suo potere per vendicarsi di chi in passato l’ha disprezzata, come alcuni esponenti culturali della Shanghai di un tempo. Una crudeltà che non lascia scampo neanche alla moglie di Liu Shaoqi, Wang Guangmei, di cui è invidiosa perché per molti anni è stata l’unica first lady ad apparire in pubblico.

Nel 1966 la espone all’oltraggio delle Guardie Rosse facendola girare con una collana di palline di ping pong appesa al collo, in disprezzo della sua collana di perle. Alla fine dei «dieci anni di calamità», Jiang Qing guadagna ancora più potere ponendosi al comando di quella che Mao ha soprannominato la «Banda dei quattro», gli esponenti della fazione radicale (insieme a lei, Zhang Chunqiao, Yao Wenyuan, Wang Hongwen). Cioè gli unici impostori che dopo la morte di Mao nel 1976, il nuovo potere targato Deng Xiaoping, che offusca l’erede designato Hu Yaobang, mette sotto processo.

La condanna del 1981 alla pena di morte con sospensione verrà poi tramutata in ergastolo. Madame Mao non ha mai temuto di pagare per gli eccessi rivoluzionari, si è sentita protetta dal marito fino alla fine. Durante il processo, sfida i giudici «revisionisti». Mao le aveva predetto che dopo la sua morte la destra l’avrebbe annientata.

Durante il processo, alla sua biografa Roxane Witke sussurra che la nuova linea politica ha bisogno di un capro espiatorio. La compagna Jiang diventa l’acerrima nemica del popolo. Nel maggio del 1991, scarcerata per motivi di salute,  il «demonio dalle bianche ossa» si uccide appendendosi a una corda. Resta ancora oggi una delle figure più controverse della storia cinese.

Fu per alcuni stupida, per altri vittima, per pochi coraggiosa.

 

 

 

«Bombardare il quartier generale»: Kuai Dafu e l'etica del “ribellarsi è giusto”

 

 

Sostenuto da Jiang Qing, Kuai divenne il volto della mobilitazione studentesca contro il "quartier generale revisionista". La sua figura incarna la fase di massima spinta dal basso della rivoluzione di lunga durata, prima della successiva normalizzazione operata dalle squadre operai-contadine.

Tutto ha inizio nel giugno del 1966 a Pechino, quando un giovane studente di chimica decide di sfidare apertamente le squadre di lavoro inviate dai vertici del Partito per calmare le acque nelle università. Quel giovane è Kuai Dafu e la sua resistenza solitaria attira subito l’attenzione di Mao Zedong e di sua moglie Jiang Qing, che vedono in lui un’avanguardia entusiasta per scardinare le vecchie burocrazie. In pochi mesi Kuai passa dall’essere un ‘ribelle’ sorvegliato dalla polizia a diventare il comandante del “Gruppo dei Monti Jinggangshan“, guidando migliaia di Guardie Rosse nel cuore della capitale. La foto lo ritrae proprio in quel momento di massima espansione, quando il motto "ribellarsi è giusto" sembrava poter ridisegnare ogni gerarchia sociale e politica. Fu lui a organizzare le clamorose sessioni di critica pubblica contro i dirigenti ritenuti distanti dalle masse, trasformando il campus della Tsinghua nel centro del mondo rivoluzionario. La sua parabola storica resta una delle più intense di quel periodo, segnata dal passaggio bruciante dalla protezione dei massimi leader alla successiva emarginazione quando il Paese dovette ritrovare la stabilità produttiva. Ricordare oggi Kuai Dafu significa immergersi in quella fase in cui la politica cinese uscì dai palazzi per farsi strada nelle piazze e nelle aule universitarie attraverso la voce di una generazione che credeva di poter bombardare il quartier generale per l’”assalto al cielo”. 



in foto Kuai Dafu, leader della fazione radicale dell'Università Tsinghua, arringa le masse durante una sessione di lotta nel 1967 



La "Corrente avversa di febbraio"

 

L'episodio del 18 febbraio 1967 è passato alla storia come la "Corrente avversa di febbraio" (Er-yue ni-liu). Rappresenta uno dei momenti di massima tensione drammatica e politica della Rivoluzione Culturale, poiché segna lo scontro frontale e definitivo tra la Commissione Militare e i veterani del Partito da una parte, e il Gruppo per la Rivoluzione Culturale (GRC) guidato da Jiang Qing dall'altra.

 

Nel febbraio del 1967, la Cina era nel pieno del "Vento di Shanghai" e della destituzione dei quadri locali. La vecchia guardia, guidata da marescialli come Tan Zhenlin, Chen Yi e Xu Xiangqian, era allarmata dal collasso dell'ordine e dagli attacchi delle Guardie Rosse contro i veterani. In varie riunioni a Zhongnanhai, questi leader esplosero in una protesta veemente, accusando Jiang Qing e i suoi collaboratori di voler distruggere il Partito e l'Esercito.

 

Anchee Min (Il pavone rosso, cit., pag.241-243) individua correttamente in questo passaggio il consolidamento del potere di Jiang Qing. Quando Mao decise di schierarsi apertamente contro i veterani (definendo la loro protesta, appunto, una "corrente avversa"), fornì al Gruppo per la Rivoluzione Culturale un'investitura totale:

 

Mao chiarì che attaccare Jiang Qing e Chen Boda significava attaccare la sua stessa linea politica. Da quel momento, il GRC divenne l'organo esecutivo supremo, svuotando di fatto il Politburo. Il sostegno di Mao a Jiang Qing fu blindato dall'appoggio di Lin Biao e dell'Esercito Popolare di Liberazione. Questo binomio (ideologia culturale e forza militare) divenne il perno del governo cinese per gli anni successivi.

Dopo questo scontro, i leader della "vecchia guardia" furono messi da parte, isolati o costretti all'autocritica, lasciando il campo libero alla radicalizzazione guidata da Jiang Qing.

È qui che nasce la "linea di massa" e si definisce il ruolo del Partito come avanguardia che impara dal popolo per poi dirigerlo. Mentre la letteratura della diaspora si concentra sulle privazioni di questi anni, la nostra analisi sottolinea come questa stabilità dottrinale e questa vicinanza fisica tra leader e popolo abbiano gettato le basi per la legittimità storica del socialismo dalle caratteristiche cinesi.



Yu Huiyong (1935-1977): l'architetto sonoro della Rivoluzione Culturale

Compositore d'avanguardia e Ministro della Cultura, Yu Huiyong fu l'uomo che tradusse in musica l'ideale estetico di Jiang Qing. La sua tragica fine e la sua collaborazione con il Gruppo della Rivoluzione Culturale sono state spesso rilette dalla narrativa contemporanea (come in Anchee Min) attraverso la lente del melodramma sentimentale. Tuttavia, Yu Huiyong resta il simbolo di un tentativo titanico di creare un'arte proletaria di eccellenza tecnica, capace di sfidare i canoni occidentali e feudali. 



in foto Jiang Qing e il compositore Yu Huiyong in visita a Dazhai (metà anni '70)


Lungi dall'essere la trama di un melodramma sentimentale come ipotizzato dalla narrativa di Anchee Min, questo scatto documenta il legame tra i vertici del Gruppo per la Rivoluzione Culturale e la realtà produttiva del Paese. Yu Huiyong, qui nel suo ruolo di Ministro della Cultura e geniale innovatore dell'Opera di Pechino, accompagna Jiang Qing nel luogo simbolo della resistenza contadina. L’immagine dunque rappresenta l'unione tra l'avanguardia intellettuale di Shanghai e la base rurale: un tentativo di “sintesi egemonica“ volto a costruire un'estetica nazionale che fosse, allo stesso tempo, tecnicamente raffinata e profondamente popolare. Decostruire il mito della "passione proibita" significa restituire a queste figure la loro reale dimensione di quadri dirigenti impegnati nella “rivoluzione di lunga durata”.



Oltre ai “romanzi” di successo di Anchee Min, c’è un testo da decostruire ed è quello di Ross Terrill, “Madame Mao: The White Boned Demon” (originariamente pubblicato come “The White-Boned Demon: A Biography of Madame Mao“), 1984 (con una versione pesantemente rivista e ampliata nel 1992/1994, pubblicata da Simon & Schuster e successivamente da Stanford University Press).

Nonostante l'importanza del testo, non è mai stato tradotto in italiano. Ross Terrill è un autorevole sinologo australiano-americano che ha insegnato ad Harvard e ha scritto anche una celebre biografia di Mao Zedong.

Terrill esplora la tesi secondo cui Jiang Qing sia stata guidata da un senso di rivalsa contro le ingiustizie subite in gioventù e da una perenne ricerca di palcoscenico, prima come attrice a Shanghai e poi come "attrice politica" nella Rivoluzione Culturale. Il titolo stesso, "Il demone dalle bianche ossa" (The White Boned Demon), riprende l'epiteto spregiativo con cui fu bollata dopo la caduta, un riferimento a un mostro mutaforma dell'opera classica “Il viaggio in Occidente”.

 

 

(continua)

 

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