le lenti di Gramsci

domenica 26 aprile 2020

Gramsci-De Martino e la ‘filosofia della prassi’


(Gramsci- +27 aprile 1937-27 aprile 2020)

In Ernesto De Martino, si fondono mirabilmente l’inchiesta antropologica sul campo, i contadini lucani, il rito della taranta, con le categorie filosofico-antropologiche di interpretazione dei fenomeni culturali, a partire da quelli del magismo, della ritualità protettiva, legati alla fenomenologia delle religioni. Queste categorie appartengono all’intera sua esperienza di formazione: all’origine crociana, di critica al naturalismo attraverso lo storicismo, in seguito di suggestione esistenzialista e heideggeriana di “essere-nel-mondo”, fino all’umanesimo marxista degli studi sulle classi subalterne di impianto gramsciano. Lo stesso materialismo storico ne viene vivificato, in quanto apre alla pluridimensionalita’ dell’essere umano, in una prospettiva olistica che include la sua spiritualità laicamente intrecciata ai bisogni della sua condizione materiale e ai rapporti sociali e di produzione come delle relazioni intersoggettive e delle rappresentazioni simboliche. De Martino svolge a pieno titolo, non solo per la sua militanza nel PCI, la funzione “organica” dell’intellettuale che non contempla, ma, interpretando, trasforma la sua stessa ricerca in itinerario di emancipazione e liberazione collettive.
E in Gramsci, è proprio questo riscatto possibile che passa dal momento della coscienza, a quello dell’orizzonte prossimo della prassi rivoluzionaria. (fe.d.)

LA FINE DEL MONDO in Ernesto De Martino

“La fine del mondo può ben rappresentare il culmine di un complesso processo speculativo che ha per oggetto costante, declinato nei modi piú vari, il problema dell’ esserci, teso tra il rischio della crisi radicale e la ricerca di riscatto. Crisi insita nella nozione stessa di presenza umana nel mondo che, per affermarsi come «trascendimento della situazione nel valore», è tenuta a difendersi dall’insidia permanente della sua dissoluzione, grazie all’azione protettiva esercitata, in prima istanza, dai sistemi simbolici magico-religiosi. Crisi che esplode allorché questi ultimi, caduti in desuetudine per ragioni storico-sociali, non sono sostituiti da nuove formazioni simboliche rispondenti al mutato spirito dei tempi. È in un simile «vuoto» che si materializza lo spettro della fine: [..] 

LA TERRA DEL RIMORSO 
(il tarantismo è) “un istituto mitico-rituale cui è demandato il compito fondamentale d’incanalare e di far defluire la crisi della presenza indotta dal «veleno» iniettato nel corpo dei tarantati dal morso di un ragno mitico, la Taranta per l’appunto. Il tessuto simbolico evoca, trasfigurandola, una condizione esistenziale marcata da una forma estrema di disagio e di smarrimento, che si manifesta in concomitanza con un momento particolarmente critico del ciclo agrario. Da qui il bisogno di ricorrere al potere catartico garantito dal rituale in cui l’elemento musicale, quello coreutico e quello cromatico, fusi insieme in modo mirabile, giocano un ruolo essenziale. “
Marcello Massenzio, in E.De Martino, La fine del mondo (anche in versione eBook) - Contributo all'analisi delle apocalissi culturali, ed.Einaudi 2019




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