le lenti di Gramsci

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sabato 24 aprile 2021

IL SUD dei SUBALTERNI

 

“Proveremo a pensare la storia del mondo come l’impensabile che è racchiuso all’interno dei suoi confini, (..) assumendo come punto di partenza il concetto di ‘popolo senza storia’”, Ranajit Guha, La storia ai limiti della storia del mondo, Sansoni, Milano, 2003, pag.23.


La storia viene tracciata dalle classi subalterne, ma raccontata dalle classi dominanti. Noi seguiremo le tracce non i racconti. 
[per i Subaltern Studies Italia]

- Se non tutti i governati sono subalterni, tutti i governanti sono classe dominante. Questo, oltre che per i rapporti tra Stato, società politica e società civile e per la composizione di classe che chiama in causa la soggettività antagonista e i livelli di “coscientizzazione” (Freire), anche per la dimensione culturale che diventa terreno per l’egemonia. La direzione dei gruppi sociali affini, infatti, si esercita proprio in quella dimensione, nella capacità persuasiva del senso comune. Il folklore dei subalterni, da espressione creativa del mondo popolare e dei suoi bisogni, diventa funzionalmente regressivo in quanto asservito al senso comune delle classi dominanti, “un agglomerato indigesto di frammenti di concezioni del mondo (..) e superstiti documenti mutili e contaminati”, Gramsci, Q.XXVII.

La passione - sofferenza e la rinascita - riscatto, sono simboli perenni dell’incedere dell’esistenza degli esseri umani. Il codice simbolico rimanda alla imperscrutabilità e all’ineffabilita‘ della sorte, del caso e della necessità. E alla speranza, mai sopita, di dominare gli eventi.

Nella lettura antropologica di de Martino, nessun escaton (riscatto) sarebbe possibile se non partendo dalle stesse tracce culturali dei subalterni e dal loro stesso senso di appartenenza ad una rappresentazione, simbolica come materiale, di un mondo e una storia scritti da loro, ma raccontati dai dominanti e resi così funzionali al loro dominio. I popoli “senza storia”, che rischiano di perdere la presenza nell’abisso della naturalità, nel fare la storia, ricostruiscono il loro esserci collettivo nella riappropriazione dell’identità culturale. La destorificazione del negativo si risolve nella storicizzazione dell’appartenenza comunitaria. 
-fe.d.


Ernesto de Martino (1908/1965)



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