le lenti di Gramsci

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lunedì 8 novembre 2021

I CONCETTI DI INFORMANTE NATIVO E FORCLUSIONE NELL'OPERA DI SPIVAK

 

dai Subaltern ai Postcolonial studies (1.)   

contributi da Quaderni di Kaleidos e Pamela De Lucia 



Tra le analisi critiche delle ambivalenze della democrazia, del multiculturalismo e dello stesso femminismo occidentale nell'età del capitalismo globale, finanziario e transnazionale, spicca per radicalità e acutezza la riflessione della filosofa femminista di origine indiana-bengalese Gayatri Chakravorty Spivak. Pensatrice dalle molteplici "provenienze" - dai Subalterni Studies e dalla costellazione del marxismo postcoloniale, alla filosofia di Derrida -, Spivak vive tra gli Stati Uniti, dove insegna alla Columbia University, e l'India, dove da molti anni si dedica alla formazione di maestri nelle comunità aborigene del Bengala occidentale. Si è affermata nel dibattito internazionale con un celebre scritto, significativamente intitolato "Can the Subaltern Speak?", ripreso e rielaborato all'interno del ponderoso volume intitolato "Critica della ragione postcoloniale".

Per caratterizzare il senso generale del suo libro, attualmente considerato una delle pietre miliari del pensiero postcoloniale, Spivak dichiara nella prefazione di aver voluto intraprendere una critica - in un'accezione del termine che si richiama a Kant, in prima istanza, ma anche a Hegel e soprattutto a Marx -, nel senso di un esame delle "strutture della produzione della ragione postcoloniale".

In tale direzione, il testo si propone come ricognizione, a carattere decostruttivo, delle "tracce", di quel particolare "soggetto" che Spivak definisce "Informante Nativo" nelle "pratiche" responsabili della sua produzione. Ma chi è, innanzitutto, l'Informante Nativo? Il termine risale all'antropologia culturale, una scienza che, nel suo sorgere, accompagna il colonialismo e contribuisce in modo essenziale a costruire, confermare e rafforzare lo sguardo coloniale. In senso generale, l'Informante Nativo va inteso come quella figura eletta a rappresentazione della "cultura" di un determinato popolo e/o "etnia". Tale "cultura", per lo più pensata come un sistema unitario e totalizzante, viene contrapposta alla razionalità europea e/o occidentale intesa come misura di ciò che si può definire "umano" e che viene chiamata all'occorrenza in causa per promuovere una "necessaria" opera di modernizzazione e di "umanizzazione". Al di là dell'uso specifico del termine nell'antropologia, che nel corso della sua storia l'ha ampiamente sottoposto a critica e revisione, la figura dell'Informante Nativo può venire eletta come emblematica del modo in cui la modernità europea e occidentale prima, durante e dopo il colonialismo costruisce la propria autorappresentazione e autocelebrazione mediante e grazie alla produzione di Altri/e che vengono in diversi modi a occupare lo spazio di un "fuori" costitutivo del "dentro".

L'esame condotto da Spivak dei vari testi della tradizione filosofica e letteraria europea e occidentale, ma anche di episodi della storia coloniale e postcoloniale indiana, mette in luce come nella produzione del Discorso coloniale, e in forme diverse nel Discorso postcoloniale, che ne costituisce una sorta di Aufhebung hegeliana (che supera ma conserva), l'Informante Nativo si riveli nel contempo necessario e forcluso. Ciò significa che viene prodotto, come l'Altro dall'Europa, dalla ragione, dalla civiltà, secondo un codice che lo rende decifrabile, e nel contempo espulso e silenziato, perché la sua voce, e la sua specifica agentività (agency), vengono ignorate e/o significate unicamente all'interno del Discorso che lo nomina. Ciò che emergerà nel corso delle analisi, in cui l'adozione di un punto di vista femminista è esplicitata come fondamentale, è che "il modello dell'Informante Nativo attualmente forcluso sia la più povera donna del Sud". È su di lei che si esercita, in modo emblematico e in maniere diverse, dissimulate anche sotto forma di strategie di empowerment e di sviluppo (come le agenzie Onu su "genere e sviluppo"), quella violenza epistemica che marchia come "insensate” tutte le forme di resistenza che non rientrano negli schemi di senso, o economici, previsti, negando ogni agentività (capacità di agire) a quei soggetti, le donne più povere del Sud, che possono semmai essere vittimizzate per giustificare bellicose "missioni di pace” e interventi di civilizzazione. Le subalterne possono parlare? La risposta è evidentemente negativa.

E tale consapevolezza dovrebbe costituire un elemento di critica e autocritica anche per tutti quelli e quelle che si dichiarano in qualche modo i portavoce dei subalterni, come gli/le intellettuali migranti dai paesi ex coloniali impegnati negli studi di genere, postcoloniali, culturali, che nell'inevitabile assunzione della posizione dell'Informante Nativo non riescono sempre a evitare una complicità con la logica del dominio imperialista e dell'ingiustizia redistributiva nell'età del capitalismo globale transnazionale. In tal senso, Spivak osserva: "Il multiculturalismo liberal, senza una consapevolezza socialista globale, non fa altro che espandere la base statunitense, corporativa o comunitaria”.

Nella prefazione all'opera, Spivak chiarisce come tale consapevolezza critica delle ambivalenze della posizione dei Cultural Studies e della critica postcoloniale, anche femminista, muove dall'esigenza di "gettare uno sguardo all'indietro, per vedere come altri ci vedrebbero. Non tuttavia nell'intento di un'interruzione del lavoro, ma affinché esso risulti meno fazioso".

Il soggetto che emerge dalla decostruzione di Spivak, soggetto femminista, postcoloniale, marxista, - secondo le principali autorappresentazioni dell'identità della stessa Spivak -, è un soggetto che nel suo agire, nell'esercizio della sua libertà, si lascia disfare dall'irruzione dell'imprevisto, rispondendo all'ingiunzione di un'alterità che è letteralmente differente (in quanto lo destabilizza, lo destituisce e lo ricostituisce). Parafrasando Emmanuel Lévinas, Spivak sottolinea come solo così l'etico, inteso come ineffabile potenza di un agire "fuori dai cardini", possa interrompere l'epistemologico, quell'imperialismo dell'Uno all'opera, forse inevitabilmente, in ogni desiderio di soggettivazione.

da Quaderni di Kaleidos, nr.6/2014, redazionale




 

IMMAGINI in DISSOLVENZA - Lettura “interessata” di Can The Subaltern Speak? di Gayatri Chakravorty Spivak

di Pamela De Lucia 

in DEP - Deportate, esuli, profughe, rivista telematica di studi sulla memoria femminile, nr.21/2013 - afferisce al Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati dell’Universita’ di Venezia.

 

1^parte vedi 23 ottobre 2021 post SSI - 



https://www.facebook.com/Subaltern-studies-Italia-102006355428935

VIOLENZA EPISTEMICA, concetto da DECOSTRUZIONE


 LA FORCLUSIONE dell’INFORMANTE NATIVO in SPIVAK [pag.103, nota 31] 

 (1.) 

La forclusione dell’informante nativo è il filo rosso che percorre tutta la Critica della ragione postcoloniale. Innanzitutto, l’informante nativo è una figura centrale del discorso antropologico novecentesco: è il “nativo”, inteso come “non-nativo-europeo”, che opera una mediazione tra l’antropologo ed il gruppo studiato. È colui che opera concretamente, essendo stato addestrato a farlo, la “traduzione” dell’alterità nell’unica lingua che la Ragione intende, rendendole possibile un accesso all’Altro che rafforza il Soggetto occidentale operando, però, una “forclusione”. Il termine “forclusione”, così come è usato da Spivak, è liberamente tratto dall’impianto concettuale di Lacan: a differenza della rimozione, che prevede il ritorno del rimosso, la forclusione cancella definitivamente un avvenimento che non rientrerà più nella memoria psichica. Secondo Lacan ciò che è stato forcluso dal simbolico riappare poi, in forma allucinatoria, nel reale. In Spivak la forclusione passa dalla speculazione psicanalitica alla responsabilità etica, per cui l’espulsione o il rigetto dell’Informante Nativo dal nome dell’Uomo “è servito e serve da energica ed efficace difesa della missione civilizzatrice”. O, ancora: “Penso all’informante nativo come nome per quel marchio di espulsione dal nome di Uomo – un marchio che elide l’impossibilità della relazione etica” (in Critica della ragione postcoloniale, p. 31). La forclusione è lo strumento della violenza epistemica dell’imperialismo, che non opera attraverso un gesto puramente negativo di esclusione, bensì produce un soggetto coloniale che, secondo l’efficace definizione di Spivak, “si autoimmola per la glorificazione della missione sociale del colonizzatore”

(in Critica della ragione postcoloniale, p. 143).

 

+ Gayatri Chakravory Spivak, Critica della ragione postcoloniale, Verso una storia del presente in dissolvenza, trad. it. di Patrizia Calefato, Meltemi, 2004.










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