le lenti di Gramsci

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giovedì 4 novembre 2021

FOUCAULT a CALCUTTA: Partha Chatterjee e la ‘politica dei governati’

 

Anche la società civile è politica - dallo Stato-nazione sovrano alla provincializzazione democratico-radicale delle reti associative autogestite sui bisogni dei subalterni / questa è la negoziazione tecnica della “governamentalità“ postcoloniale

 

 

Partha Chatterjee

Honorary Professor of Political Science

Ph.D. (University of Rochester, USA), Former Director(1997–February 2007)

Centre for Studies in Social Sciences, Calcutta

R–1, Baishnabghata Patuli Township, Kolkata – 700 094, India

https://www.cssscal.org/faculty_partha_chatterjee.php


- Partha Chatterjee (पार्थ चटर्जी; Calcutta, 5 novembre 1947) è un sociologo indiano, membro fondatore del collettivo Subaltern Studies, è attualmente direttore del Centre for Studies in Social Sciences di Calcutta e Visiting Professor di Antropologia alla Columbia University.

Ha effettuato studi interdisciplinari, quali scienze politiche, antropologia e storia.

Si è laureato in scienze politiche a Calcutta e si è specializzato presso l'Università di Rochester, a New York.

È professore di scienze politiche ed è stato direttore del centro studi in scienze sociali a Calcutta, ed è attualmente docente alla Columbia University di New York.

Collabora alla pubblicazione della rivista letteraria Baromash.

Fra le sue pubblicazioni si ricordano Nationalist Thought and the Colonial World (1986), The Nation and Its Fragments (1993) e Oltre la cittadinanza (2003).

[scheda compilata per wikipedia]

 

In italiano per Meltemi, 2006: Oltre la cittadinanza. La politica dei governati. ~ l’opera, curata con dovizia da Sandro Mezzadra, che ne ha redatto la postfazione, è esaurita nelle librerie, il nostro invito all’editore è a ristamparla. /

dalla recensione di Michele Spanò

 

extract.:

- Foucault e Gramsci: questi i numi tutelari – l’uno implicitamente, l’altro in forme più latenti – del lavoro teorico di Partha Chatterjee. È, in particolare, il riuso di alcune griglie di intelligibilità offerte da Foucault, a permettere al discorso di Chatterjee di distendersi, non senza un salutare effetto di straniamento: Foucault è infatti strappato agli anfiteatri del Collège de France e trasportato a Calcutta, dove le sue invenzioni teoriche devono vedersela con occupanti abusivi di terreni demaniali, maestri molto poco elementari, amministratori comunisti che paiono democristiani nostrani d’antan e ferventi devoti di santoni pronti a reincarnarsi.

Fuor di metafora: è proprio all’arsenale concettuale della governamentalità che Chatterjee fa ricorso per raccontare «la politica popolare nella gran parte del mondo». Una politica che è il prodotto o l’effetto dell’attività governamentale che, trasversalmente, è dispiegata da ogni Stato secondo tecnologie politiche le più varie. Una politica che, propriamente, raccoglie la costellazione di rivendicazioni, istanze e negoziazioni prodotte e agite da quanti – nella gran parte del mondo – sono stati espulsi dall’immaginifico racconto della modernità. Cittadinanza, nazione, titolarità di diritti e via elencando, risultano così una rete concettuale a maglie troppo larghe per catturare realtà e movimenti che ne eccedono integralmente i presupposti discorsivi e pratici. Lo dice bene, Chatterjee, e con la giusta dose di perentorietà: «I cittadini abitano la teoria, le popolazioni il campo delle politiche» (p. 50).

In fondo, l’operazione teorica che il volume di Chatterjee implica e sollecita è nel segno di una radicale ‘provincializzazione’ del lessico giuridico-politico della modernità. Laddove, per l’autore, modernità è sinonimo, da un lato, di Occidente e, dall’altro, del modo di produzione – anche discorsivo – del capitalismo avanzato. Ebbene, all’omogeneità che struttura il tempo e lo spazio concettuale di questa parte di mondo, fa da contraltare un’eterogeneità complessiva dell’esperienza politica di quel resto del mondo – di cui l’India di Chatterjee costituisce un privilegiato osservatorio – che, con consapevole arroganza, la concettualità occidentale oblitera ed espunge. Eterogeneità che, però, ha effetti retroattivi sulla stessa esperienza occidentale, producendo crepe e faglie nella costruzione narrativa di se stessa e delle proprie presunte alterità. (..) Questa eterogeneità del sociale, che costituisce la materia bruta di ogni governamentalità è però anche, in potenza, un soggetto politico. Non già la società civile, entità creata ad arte dai teorici della sovranità dello Stato-Nazione proprio perché facilmente integrabile dagli addentellati dei diritti e dei doveri, ma società politica, figura politica dell’eterogeneo che, secondo tattiche e strategie puntuali – il più delle volte esondando il fragile argine della legalità – guadagna spazio in autonomia ed emancipazione lavorando politicamente sullo stesso terreno delle tecnologie governamentali che sono intese a controllarla, produrla e gestirla. Comunità nazionale e proprietà, “interrotte” dalle politiche assistenziali del Welfare, divengono il terreno di uno scontro negoziale, frutto di strategie paralegali che pretendono di riscrivere – dunque: di tradurre – un codice che ha parlato per troppo tempo la lingua muta del monolinguismo dell’altro. (..). fine extract.

leggi tutto in:

https://www.syzetesis.it/doc/rivista/prima_serie/2008/Chatterjee.pdf 




Partha Chatterjee (पार्थ चटर्जी; Calcutta,1947)




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