Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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giovedì 9 maggio 2024

NON C’È PACE TRA GLI ALTOFORNI_SUL ROMANZO OPERAIO DI FABIO BOCCUNI

 



di Ferdinando Dubla

 

Credeva nel lavoro, nonno Pietro, credeva che il lavoro fosse l’elemento determinante per l’emancipazione delle classi subalterne e credeva che la fabbrica fosse lo strumento principale di quell’emancipazione. Aveva una fiducia smisurata nella classe operaia ed era orgoglioso di averne fatto parte; sosteneva che, un giorno, prima o poi, la classe operaia sarebbe riuscita finalmente a cambiare il Paese, a cambiare il mondo addirittura. Non avrebbe avuto nulla in contrario se io, suo nipote, in futuro avessi raccolto la sua eredità di operaio: «Deciderà lui…» diceva. «Deciderà lui, in base alle sue capacità e alle sue aspirazioni.», Fabio Boccuni, “La settimana decisiva - Memorie dall’ultima fabbrica”, bookabook, 2024, digit. § corrispondenti

 

Nel 1989 l’editore Piero Lacaita di Manduria, con quell’intuizione culturale straordinaria che lo contraddistingueva, mandava alle stampe “Il metalmezzadro - Gli anni della crisi e dello sviluppo dell’area jonico salentina” di Antonio Romeo. Quando scrive questo saggio, Romeo, uomo dalle forti radici nella sua terra, Castellaneta, aveva concluso il suo mandato politico da Senatore della Repubblica per il Partito Comunista Italiano dal 1983 e si era dedicato a quella che oggi definiremmo inchiesta storica, contornata dalla stessa memoria dell’autore, documento di prima mano e testimonianza diretta di attivo dirigente provinciale comunista negli anni dell’Italsider di Stato (1960-1989). Gli anni successivi saranno gli anni della privatizzazione dell’asset suderurgico considerato strategico per le sorti produttive dell’intero paese. Ebbene, Romeo, in quel saggio divenuto abbastanza famoso, riprende da Walter Tobagi la categoria di ‘metalmezzadro’, per indicare non solo la composizione del nuovo operaio-massa di ‘ferro’ addetto alla produzione d’acciaio nell’inferno delle siviere, ma anche per indicarne la bidirezionalità della sua provenienza e del suo ascendente: la terra. Dunque anche il suo rapporto (finanche psicologico) con la fabbrica e il territorio. Di vocazione contadina mezzadrile e marinara, proprio come Castellaneta e la sua marina, quella Castellaneta che ora dava giovani terroni alle officine di fuoco sulla terra degli ulivi. “Non c’è pace tra gli ulivi” aveva titolato il suo film, capolavoro del neorealismo, il regista Giuseppe De Santis nel 1950. E dieci anni anni dopo, proprio tra gli ulivi e gli schiamazzi di entusiasmo proprio di tutti, era nato il IV Centro siderurgico, nella distesa di ulivi tra il territorio della placida e bizantina Massafra e la salubre (per l’aria) collinetta che torreggia dopo il declivio della valle d’Itria. Il metalmezzadro non proveniva solo dalla terra, ma ritornava alla terra. Nelle ore libere e liberate dal fardello della produzione strategica degli altiforni e anche dalle lotte sindacali, le vertenze, i conflitti con la direzione statale, per i propri diritti, per i troppi infortuni, per le morti e la sicurezza, per i fumi e l’inquinamento. Che avevano portato il terrone a conquistare progressivamente una coscienza politica. Anzi, più propriamente di classe, in quanto componente ne era anche l’orgoglio di appartenenza.

Il libro di Fabio Boccuni, La settimana decisiva - Memorie dall’ultima fabbrica, bookabook 2024, è un diario composto negli anni dell’Ilva privata, un diario personale di una storia collettiva. Del metalmezzadro in fabbrica ora c’è poca traccia, se non nelle memorie di chi la fabbrica la ha materialmente costruita. La memoria operaia, che pure l’attività sindacale che Luca Russo, il protagonista autobiografico di Fabio, conduce, dovrebbe tramandare, come quella di nonno Pietro, è fioca, sottotraccia, troppo silenziosa. E il nuovo operaio non è nè massa nè sociale, per riprendere le categorie del primo e secondo ‘operaismo’, nè il metalmezzadro di Tobagi e di Romeo. È il giovane piuttosto della ‘società liquida’ di Bauman, alla ricerca del ‘posto’ per poter vivere la sua vita di consumatore. E anche il sindacato non è più lo stesso.

Non è all’offensiva, è sulla difensiva. E la città? Alla ricerca dell’antico spirito guerriero spartano, cancellato dalla storia ma ripreso per ‘brand’ turistico mercatista, prende sempre più coscienza che l’industria del progressivo cammino emancipatorio, il progresso lineare della civiltà, non dà il lavoro e basta (e lo dà sempre di meno) ma dà morte, tumori, intossicazioni, distruzione di antiche vocazioni, produttive e culturali, quelle vere, non la guerra degli spartani, ma molto di più la Taranto ricostruita dalle sue fondamenta distrutte dai Saraceni nel caldo agosto del 927 e ricostruita, forse cinquant’anni dopo, da Niceforo II Foca.

 

  È che questo ‘paradigma di civiltà’, come argutamente avvertiva Pasolini, produce una ‘mutazione antropologica’. Da qui anche la scomparsa del ‘metalmezzadro’. La distruzione del retroterra socio-culturale non è specifico della città dei due mari, ma dell’intero sistema del profitto capitalista della in-civiltà industriale su cui basa l’intera sua impalcatura finanziaria e speculativa. Non si tratta di nostalgia passatista fuori tempo, ma la constatazione che questa in-civiltà, così ben analizzata da Marx, ha come conseguenza una mutazione antropologica degli esseri umani. Nel caso specifico, da operai-contadini o legati alla terra, a operai-consumatori del proprio tempo storico indifferenti al riscatto dei subalterni. Quali subalterni, poi? se Gramsci spende pagine nel Quaderno 25 per avvertire della necessità di ricompattare un esercito ‘disgregato’, frantumato anche dall’egemonia del senso comune, l’apparenza dell’integrazione ai valori capitalisti è forte e depotenzia la volontà del riscatto. Si è cioè subalterni due volte: per posizione e ruolo sociale e per mentalità. Ma anche questo si può rovesciare: il vuoto del presente di Luca è nel passato della memoria e l’inevitabile speranza del futuro, inevitabile perchè la speranza non è illusione, come vogliono far credere, ma istinto e passione. E con quella i conti si devono fare.

LA SCRITTURA DEV’ESSERE OPERAIA


E se la scrittura ‘operaia’ rappresentasse in sè questa speranza? Non era un altro pugliese, la ‘tuta blu’ Tommaso Di Ciaula, era il 1978, a mettere in discussione l’intermediazione intellettuale per la rabbia del terrone costretto in fabbrica? Sembrava l’inizio di un filone, lo scrittore-operaio, appunto, insieme ad altri nel magma degli anni ‘70, come i preti-operai, i poeti-operai, tutti operai, la fine degli intellettuali come tradimento dei chierici, lo sberleffo all’accademia come cinghia di trasmissione del dominio culturale delle classi egemoni. Pure l’intellettuale ‘organico’ di Gramsci entrava in crisi.

Una scrittura asciutta, diaristica, che si fa documento, fonte diretta di narrazione della classe, senza intermediazioni, interpretazioni, interpolazioni, critica, ermeneutica del testo. Come nella tradizione dei Subaltern Studies (Ranajit Guha e Gayatri Chakravorty Spivak) “Can the workers Speak?” - Non c’è mediazione: la scrittura si fa operaia, l’operaio si fa scrittore. La storia è di chi vive la propria condizione, in fabbrica e fuori dalla fabbrica. La storia, è di chi fa la storia.

Luca Russo (Fabio Boccuni) non è più il “metalmezzadro”, l’esorcista della memoria, che affonda nel cosmopolitismo le sue radici culturali, espiando la colpa sociale della cancellazione dell’identità. Qui e ora l’dentità viene riaffermata, nella sua aspra e cruda contraddizione. Per quella che è, ma che non sarà più già domani. Perchè così nacque ed è già morta l’urbe operaia siderurgica. Ed è da qui che bisogna ripartire.

 

Chi parlerà di voi uomini rossi senza età senza bestemmie? Chi parlerà dei vostri Natali accanto alla ghisa lontano dai canneti ove vivono gli ultimi gabbiani?

Pasquale Pinto, poeta-operaio,  (1940/2004)

da  «La terra di ferro e altre poesie (1971 – 1992)», a cura di Stefano Modeo, Marcos y Marcos, 2023

 

 

LA CLASSE NON C’È PIÙ: IL “COSTO DEL LAVORO” ALL’ILVA DI TARANTO

dal romanzo di Fabio Boccuni “La settimana decisiva - Memorie dall’ultima fabbrica”, bookabook, 2024

- Gianluigi aveva appena ventitré anni, era morto colpito alla testa da una pesante trave di ferro staccatasi a seguito di uno scontro tra due carriponte.

Era morto per una casualità, nella zona parcheggio della campata, alla fine del suo turno di lavoro, dopo aver fatto il suo dovere. Negli anni ne morirono molti altri: Domenico, di ventisei anni, schiacciato tra due tubi di acciaio al reparto tubificio due; Andrea, di diciannove anni, operaio di una ditta dell’appalto, colpito alla testa da un grosso martello mentre faceva la manutenzione all’altoforno numero quattro; Silvio, di trentotto anni, al quale crollò un ponteggio sotto i piedi, facendolo precipitare al suolo; Valerio, di trentatré anni, schiacciato da un tubo nel reparto tubificio longitudinale; Luca, di cinquantacinque anni, rimasto incastrato in uno dei nastri trasportatori; Claudio, di ventinove anni, morto schiacciato da un locomotore; Ciro, di quarantadue anni, precipitato da una pensilina nell’area cokerie; Antonio, di quarantacinque anni, colpito da un gancio di una gru al reparto acciaieria uno; Giacomo, di ventitré anni, operaio di una ditta di appalto con contratto a termine, morto schiacciato da un rullo che stava manutenendo; Alessandro, di trentacinque anni, colpito da un getto di ghisa incandescente al reparto altoforno numero due; Francesco, di ventinove anni, spazzato via da un tornado insieme alla gru sulla quale stava lavorando nel reparto portuale. Morti a cui nessuno avrebbe più dato la parola. Ricordati appena, talvolta usati, all’occorrenza. Quanti ce n’erano stati dalla nascita della fabbrica? Non si sa, nessuno lo sapeva con certezza, nessuno era mai riuscito a contarli con precisione. Come se morire in fabbrica fosse un rischio da calcolare, come se fosse una cosa normale, un prezzo da pagare.




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