le lenti di Gramsci

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giovedì 8 luglio 2021

Alle origini dei Subaltern Studies: come nacquero dai margini di Gramsci

 

Ranajit Guha: Omaggio a un maestro - L’uso di Gramsci nei Subaltern studies indiani

 

 [la paragrafazione è nostra --- Subaltern studies Italia]

 

  • L'influenza internazionale di Gramsci 

 La Fondazione Gramsci mi ha fatto un grande onore, invitandomi a parlare dell'influenza di Gramsci in India. Io posso farlo soltanto come un allievo che rende omaggio a un maestro: perché questo è Gramsci, per noi che abbiamo ideato e realizzato il progetto dei Subaltern Studies. Nella relazione tra allievi e maestro, l'influenza agisce in un processo a doppio senso, nel quale sono attive entrambe le parti. per questo che una buona lezione porta beneficio all'allievo che partecipa, ma non lascia tracce nello studente che rimane indifferente. Sotto questo aspetto, l'influenza somiglia un po' a quello che i biologi chiamano «adattamento». Gramsci stesso usa questo termine come metafora quando afferma che la continuità può creare una tradizione sana se il popolo può partecipare attivamente a quello che egli definisce «sviluppo organico». Secondo Gramsci, questo processo è un «è un problema di educazione delle masse, della loro "conformazione" secondo le esigenze del fine da raggiungere» (Quaderno 6 § 84, Q, p. 757). Un tempo le scienze biologiche consideravano l'adattamento un fenomeno provvidenziale strettamente circoscritto ad alcuni ecosistemi secondo uno schema preordinato; dopo Darwin, è stato riconosciuto come un processo del tutto casuale, nel quale un organismo si adatta in maniera contingente dovunque abbia l'opportunità di sopravvivere e riprodursi. Questa contingenza basta, da sola, a spiegare perché il pensiero gramsciano sia fiorito meglio in paesi lontani che nel suo continente di origine. Ma anche in India, con tutto il successo che ha incontrato, non si è radicato dove ci si sarebbe aspettati, ma in un contesto del tutto diverso. Infatti, sfidando ogni prevedibilità, ha scelto per germogliare e propagarsi un progetto accademico come quello dei Subaltern Studies, invece che i due partiti comunisti ufficiali.

 

  • Partiti comunisti indiani e movimento Naxal

 Particolare ancora più ironico, il progetto non aveva neppure la sua sede nel subcontinente, pur essendo profondamente indiano per spirito e obiettivi. Nel nostro profondo desiderio di imparare da Gramsci, siamo stati del tutto autonomi e non abbiamo alcun debito verso i partiti comunisti tradizionali. Questi si erano scissi nel 1964, dando vita al Partito comunista indiano (PCI) e al Partito comunista indiano marxista (PCIM), l'uno allineato sulle posizioni di Mosca, l'altro di orientamento più radicale, filocinese. Nessuno dei due aveva posto per Granisci nella sua linea politica e nei suoi programmi. Anzi, il nome di Granisci era praticamente sconosciuto tanto alle gerarchie quanto alle rispettive basi, e nulla prova che i dirigenti di entrambi i partiti tenessero granché conto della sua vita e della sua opera fino al 1964. A quella data, alcuni intellettuali ai margini del più piccolo e debole PCI si interessarono al pensiero gramsciano, ma con scarse conseguenze per la linea filosovietica del partito. Il nostro progetto di Subaltern Studies si è tenuto a distanza dall'uno e dall'altro partito, che ai nostri occhi rappresentavano un'estensione liberale di sinistra dell'élite al potere. Non che fossimo apolitici o anticomunisti. Tutt'altro: nel nostro tentativo di elaborare una critica radicale al colonialismo e all'impronta colonialista rimasta nello studio della storia e nella società dell'Asia meridionale, ci consideravamo marxisti. Ci opponevamo ai due partiti comunisti ufficiali per l'uso opportunistico e dogmatico del marxismo che facevano. Le nostre simpatie andavano al movimento contadino che si ispirava alla rivoluzione cinese e alle idee di Mao Tse-tung. Noto come movimento Naxal (da Naxalbari, il distretto rurale dove si era formato), esso fu schiacciato dagli sforzi congiunti del Congresso e dei due partiti comunisti in una serie di feroci operazioni repressive tra il 1968 e il 1971. Pur sconfitto dal punto di vista organizzativo, il movimento Naxal ha lasciato una profonda eredità di dubbi e interrogativi. Dagli anni Settanta in poi, gli intellettuali indiani hanno fatto un uso creativo di quell'eredità in molti campi, dalla letteratura alle arti sceniche, alla storia e alle scienze sociali. Il nostro progetto dei Subaltern Studies è riconosciuto come una delle forze trainanti all'interno di quell'ampia formazione intellettuale. Ciò che rese il movimento Naxal così potente nella sua breve esistenza, fu uno scontento diffuso a livello nazionale per la formazione politica della nuova Repubblica Indiana che assunse il potere nel 1947, quando gli inglesi lasciarono finalmente il paese. I disastri degli anni Quaranta - la guerra, la carestia, la divisione del subcontinente in due Stati sovrani, che provocò l'esodo di centinaia di migliaia di profughi e un conflitto settario passato alla storia per stupri di massa e stragi senza eguali in questa parte del mondo - ebbero un impatto di cui la popolazione continuò a soffrire per decenni dopo l'indipendenza. Mentre i poveri delle città e delle campagne, compresa la classe media ridotta alla povertà, si erano aspettati dal nuovo governo dell'India indipendente un miglioramento della loro condizione, l'élite al potere rappresentata dal Partito del Congresso era fin troppo occupata a consolidare il suo controllo sul patrimonio ereditato dagli inglesi. Dava per scontato il consenso del popolo che aveva formato gli eserciti non violenti delle lotte antimperialiste, una campagna dopo l'altra, sin dai primi anni del XX secolo. Ma quando i padroni coloniali furono costretti ad andarsene e l'occupazione ebbe finalmente termine, le legioni smobilitate furono dimenticate, e i generali si diedero sùbito a manipolare l'apparato statale per assicurare gli interessi delle classi e delle comunità che rappresentavano. Inizialmente i comunisti e alcuni degli altri gruppi politici di sinistra tentarono di resistere a quel processo, ma con scarso successo. L'élite al potere piegò ogni resistenza ricorrendo abbondantemente all'esercito, alla polizia e a leggi draconiane, ogni resistenza ricorrendo abbondantemente all'esercito, alla polizia e a leggi draconiane, poi convinse i suoi critici ad accontentarsi di stare all'opposizione in parlamento. Il trucco funzionò, ma non abbastanza da ridurre al silenzio l'opposizione che cresceva al di fuori delle aule del parlamento. Alla fine degli anni Sessanta, la miseria aveva portato poveri e disoccupati a una disperazione tale che sarebbe bastata una scintilla per farli esplodere. Quella scintilla venne dal movimento contadino del Naxalbari. Iniziò come una semplice rivolta locale contro i proprietari terrieri, ma presto divenne il segnale per insurrezioni su piccola scala in altre zone delle campagne. Non è meno significativo il fatto che si diffuse anche nelle zone urbane. La forza di questo movimento nacque dalla delusione di due generazioni nei confronti della classe di governo e degli elementi dominanti della società, vale a dire dell'autorità a tutti i livelli. La generazione più anziana era delusa perché i governanti non avevano mantenuto le promesse di un futuro migliore che, quando erano a capo del movimento nazionalista, avevano usato per mobilitare le masse a combattere per l'indipendenza. La generazione più giovane era delusa perché i partiti, il governo - a dire la verità, tutte le istituzioni, dai consigli di villaggio e dai municipi fino alle scuole e alle fabbriche, dove l'autorità era rappresentata da uomini e donne più anziani - non avevano saputo assicurare loro un futuro meno cupo del passato in cui avevano trascorso l'infanzia. Da questo duplice scontento generazionale trassero forza anche i Subaltern Studies.

 

  • Le origini dei Subaltern Studies

 Nel gruppo editoriale, formato dai principali curatori della rivista omonima, io rappresentavo la generazione più anziana, gli altri - tutti con almeno venticinque anni meno di me - quella più giovane. Ricordo questo particolare ontologico per indicare come il nostro progetto fosse una parte organica della sua vita e dei suoi tempi, che partecipava al mondo al quale apparteneva e non era semplicemente un punto distaccato di osservazione accademica. Figlio dell'esperienza dotata di una formazione teorica, era empaticamente politico - un particolare che scosse il sistema accademico che fin dal XIX secolo era stato, in Inghilterra come in India, il custode degli studi sull'Asia meridionale. Cominciammo a lavorare insieme alla metà degli anni Settanta, quando la rivolta naxalita si era chiaramente affievolita, anche se le questioni che aveva sollevato erano rimaste senza risposta. Cercammo di collocare quelle questioni nel contesto del passato coloniale. La fine del dominio coloniale, infatti, non aveva originato nulla per rimpiazzare o modificare sostanzialmente il principale apparato del dominio coloniale: lo Stato, che fu trasferito intatto al nuovo regime. Di conseguenza, quando il potere passò nelle mani degli indiani ma la miseria del vecchio regime proseguì immutata sotto il nuovo, la situazione del presente rimandava direttamente all'immediato passato. Questo collegamento apriva un ampio spazio, grazie al quale le nostre domande e preoccupazioni poterono coagularsi intorno ai temi contigui dello Stato e della società civile. Su entrambi la lezione di Gramsci ci offriva un aiuto prezioso; tuttavia, per poterne beneficiare, dovevamo adattarla all'esperienza indiana, che, naturalmente, era molto diversa da quella italiana, e più in generale occidentale, su cui quelle riflessioni si basavano.

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da: Gramsci le culture e il mondo, a cura di Giancarlo Schirru, Viella, 2009, in collaborazione con Fondazione Istituto Gramsci onlus e International Gramsci society Italia, cit. da 1ed. e.book 2011 

 (traduzione di Cristina Coldagelli)

(1) continua





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