Chianciano Terme, 19 luglio 2013 -- relazione Oliviero Diliberto
sabato 20 luglio 2013
giovedì 11 luglio 2013
martedì 9 luglio 2013
Sull'etica comunista (Fosco Giannini)
Ripubblichiamo uno tra i più densi e interessanti contributi
di Fosco Giannini all’impresa della ricostruzione (in questo caso etica) del Partito Comunista in Italia, per la prima
volta apparso su Liberazione (organo
di stampa del Prc) nel marzo 2009 e ripubblicato oggi nel bel libro antologico “Da
una parte della barricata”, Affinità elettive ed., 2013, che consigliamo a
tutti i compagni di leggere per riflettere. (fe.d.)
PER UN’ETICA COMUNISTA
di Fosco Giannini
L'articolo di Luigi Vinci
(Liberazione, 7 marzo, "Partito sociale e fondazione di un'etica di
classe") è importante poiché pone questioni centrali dello stesso progetto
della rifondazione comunista. Vinci evoca il problema dell'etica comunista,
correlata alla democrazia interna ad un partito comunista e come anticipazione
del suo progetto strategico: che tipo di società socialista? Nell'essenza, egli
mette a tema la relazione tra burocratizzazione del partito comunista,
soppressione della democrazia interna e spegnimento del suo ruolo
rivoluzionario.
Tale relazione è verosimile ed anche storicamente constatabile. Ma il punto è: come si fa ad evitare il ritorno dei processi degenerativi (derive istituzionaliste, carrierismo, leaderismo) già conosciuti? Potrebbero aiutarci le riflessioni che su questo punto sviluppano oggi intellettuali marxisti latino americani, come Carlos Nelson Couthino, che riattualizza, nella temperie del suo continente il pensiero di Gramsci.
Mutuando la riflessione di Lenin e di Gramsci, Couthino pone il problema di un partito comunista che superi la tendenza tradunionistica della classe e si offra come intellettuale collettivo per la classe: «ll partito appare così come un'oggettivazione fondamentale di quello che Gramsci chiamava momento catartico… E' in questo senso che devono essere lette le osservazioni di Gramsci su spontaneità e direzione cosciente. In esse, Gramsci prende posizione contro il feticismo della spontaneità». Il partito, dunque, non è pura emanazione della "coscienza dall'esterno". Tra il suo ruolo e la soggettività sociale deve instaurarsi un rapporto dialettico: «Gramsci non crede che la volontà collettiva possa essere suscitata solo "dall'alto", senza tenere conto dei sentimenti spontanei delle masse». Per il Gramsci ordinovista, «l'elemento di "spontaneità" non fu trascurato e tanto meno disprezzato; fu educato, fu indirizzato, fu purificato…».
Ma quale partito comunista - si chiede il marxista brasiliano - è in grado di essere, dialetticamente, sia il "moderno Principe" che la cassa di risonanza della soggettività sociale? Couthino ne rilancia i tre punti essenziali: a) il partito comunista ha bisogno di una vasta base di militanti, perché «senza di essi il partito non esisterebbe, ma è anche vero che il partito non esisterebbe solo con essi»; b) esso «ha bisogno dell'elemento coesivo principale, che centralizza nel campo nazionale, dotato di forza altamente coesiva e disciplinatrice… i capitani». I quali da soli, non formano il Partito, ma senza i quali non c'è nessun partito comunista. Infine, c) vi è, come elemento innovativo la mediazione positiva e costante tra la base militante e "i capitani": è la democrazia interna attiva, senza la quale il "centralismo democratico" degenera in burocratico. Ma vi è qualcosa in più: il flusso democratico interno è anche funzionale alla costruzione della necessaria etica comunista.
E siamo ad un punto centrale: si può supporre una democrazia interna, un'etica comunista che si costituiscano solo dal flusso democratico interno?
Crediamo che per determinare un cambiamento generale dei costumi politici (costituire un tabù del carrierismo ecc.) occorra rifarsi (se non ad una delle categorie centrali della teologia: «è la Legge che crea la Morale») quantomeno all' essenza del Diritto («sono le Leggi che permettono il passaggio da una società incivile ad una civile»).
E' il problema delle regole interne, quelle che permettono che la linea si formi attraverso il più ampio dibattito politico e teorico; che il dissenso non sia demonizzato; che il consenso non sia premiato come valore in sé, anche nell'obiettivo che la necessaria dialettica non si cristallizzi nelle correnti e nelle frazioni organizzate.
Al dunque, parliamo del "terzo elemento" gramsciano rimesso in luce da Couthino: il nesso democratico interno ad un partito comunista, sostenuto però da regole forti, innovazioni senza le quali vengono meno il ruolo del "moderno Principe", quello dei "capitani" e la volontà di lotta dei militanti.
Tale relazione è verosimile ed anche storicamente constatabile. Ma il punto è: come si fa ad evitare il ritorno dei processi degenerativi (derive istituzionaliste, carrierismo, leaderismo) già conosciuti? Potrebbero aiutarci le riflessioni che su questo punto sviluppano oggi intellettuali marxisti latino americani, come Carlos Nelson Couthino, che riattualizza, nella temperie del suo continente il pensiero di Gramsci.
Mutuando la riflessione di Lenin e di Gramsci, Couthino pone il problema di un partito comunista che superi la tendenza tradunionistica della classe e si offra come intellettuale collettivo per la classe: «ll partito appare così come un'oggettivazione fondamentale di quello che Gramsci chiamava momento catartico… E' in questo senso che devono essere lette le osservazioni di Gramsci su spontaneità e direzione cosciente. In esse, Gramsci prende posizione contro il feticismo della spontaneità». Il partito, dunque, non è pura emanazione della "coscienza dall'esterno". Tra il suo ruolo e la soggettività sociale deve instaurarsi un rapporto dialettico: «Gramsci non crede che la volontà collettiva possa essere suscitata solo "dall'alto", senza tenere conto dei sentimenti spontanei delle masse». Per il Gramsci ordinovista, «l'elemento di "spontaneità" non fu trascurato e tanto meno disprezzato; fu educato, fu indirizzato, fu purificato…».
Ma quale partito comunista - si chiede il marxista brasiliano - è in grado di essere, dialetticamente, sia il "moderno Principe" che la cassa di risonanza della soggettività sociale? Couthino ne rilancia i tre punti essenziali: a) il partito comunista ha bisogno di una vasta base di militanti, perché «senza di essi il partito non esisterebbe, ma è anche vero che il partito non esisterebbe solo con essi»; b) esso «ha bisogno dell'elemento coesivo principale, che centralizza nel campo nazionale, dotato di forza altamente coesiva e disciplinatrice… i capitani». I quali da soli, non formano il Partito, ma senza i quali non c'è nessun partito comunista. Infine, c) vi è, come elemento innovativo la mediazione positiva e costante tra la base militante e "i capitani": è la democrazia interna attiva, senza la quale il "centralismo democratico" degenera in burocratico. Ma vi è qualcosa in più: il flusso democratico interno è anche funzionale alla costruzione della necessaria etica comunista.
E siamo ad un punto centrale: si può supporre una democrazia interna, un'etica comunista che si costituiscano solo dal flusso democratico interno?
Crediamo che per determinare un cambiamento generale dei costumi politici (costituire un tabù del carrierismo ecc.) occorra rifarsi (se non ad una delle categorie centrali della teologia: «è la Legge che crea la Morale») quantomeno all' essenza del Diritto («sono le Leggi che permettono il passaggio da una società incivile ad una civile»).
E' il problema delle regole interne, quelle che permettono che la linea si formi attraverso il più ampio dibattito politico e teorico; che il dissenso non sia demonizzato; che il consenso non sia premiato come valore in sé, anche nell'obiettivo che la necessaria dialettica non si cristallizzi nelle correnti e nelle frazioni organizzate.
Al dunque, parliamo del "terzo elemento" gramsciano rimesso in luce da Couthino: il nesso democratico interno ad un partito comunista, sostenuto però da regole forti, innovazioni senza le quali vengono meno il ruolo del "moderno Principe", quello dei "capitani" e la volontà di lotta dei militanti.
sabato 6 luglio 2013
Imprinting
Imprinting
La scuola è neutra, nella dinamica dello scontro sociale?
Ovverosia: l’ordinamento della scuola e la sua struttura, hanno o non hanno alcun legame, organico con l’organizzazione, l’ordinamento e la struttura sociale ed economica della società?
La scuola, è scuola senza accezioni, o è scuola borghese, capitalistica, neocapitalista, liberista …?
Ovverosia: l’ordinamento della scuola e la sua struttura, hanno o non hanno alcun legame, organico con l’organizzazione, l’ordinamento e la struttura sociale ed economica della società?
La scuola, è scuola senza accezioni, o è scuola borghese, capitalistica, neocapitalista, liberista …?
Come potrebbe essere altrimenti?
Forse ci sono delle isole nel mare neoliberista, delle isole di resistenza di lotta, quali nel passato abbiamo potuto conoscere ed imparare, da Don Milani a Paulo Freire.
Forse ci sono delle isole nel mare neoliberista, delle isole di resistenza di lotta, quali nel passato abbiamo potuto conoscere ed imparare, da Don Milani a Paulo Freire.
Ma è certo che in clima di mercato la scuola rientra in una dinamica di trasformazione delle materie prime, di produzione di oggetti di consumo e di creazione di plusvalore.
In effetti, dobbiamo sottolineare come la richiesta di democratizzazione degli studi, in regime capitalistico opera in maniera contraddittoria.
Oggi la formazione generalizzata non corrisponde ad una analoga e corrispondenti richiesta di maggiori e migliori quadri, da parte dell’economia (come avvenne invece per la democratizzazione degli studi negli anni 60 e 70 del secolo scorso).
Anzi:
1) la democratizzazione produce giovani pluri-laureati, che restano senza lavoro e si ritrovano magari a guidare il taxi;
2) il valore formativo e culturale dei giovani laureati disoccupati è considerato come uno spreco per la società;
3) la disoccupazione intellettuale contribuisce a gestire e calmierare il mercato della disoccupazione, sviluppando il precariato che risulta così essere un fattore di equilibrazione sociale del mercato (tutti lavorano un po’);
4) favorisce la competizione interna fra categorie, il servilismo e mantiene bassi i costi del lavoro.
In effetti, dobbiamo sottolineare come la richiesta di democratizzazione degli studi, in regime capitalistico opera in maniera contraddittoria.
Oggi la formazione generalizzata non corrisponde ad una analoga e corrispondenti richiesta di maggiori e migliori quadri, da parte dell’economia (come avvenne invece per la democratizzazione degli studi negli anni 60 e 70 del secolo scorso).
Anzi:
1) la democratizzazione produce giovani pluri-laureati, che restano senza lavoro e si ritrovano magari a guidare il taxi;
2) il valore formativo e culturale dei giovani laureati disoccupati è considerato come uno spreco per la società;
3) la disoccupazione intellettuale contribuisce a gestire e calmierare il mercato della disoccupazione, sviluppando il precariato che risulta così essere un fattore di equilibrazione sociale del mercato (tutti lavorano un po’);
4) favorisce la competizione interna fra categorie, il servilismo e mantiene bassi i costi del lavoro.
La scuola moderna è neo-liberista nella sua struttura, che è competitiva ed individualista.
È borghese nei contenuti e nel metodo, che:
1) evitano accuratamente di porre i problemi sociali al centro dei processi d’insegnamento,
2) separano i contenuti reali dalle discipline, contrapponendo insegnamento e ricerca.
3) propongono precoci specializzazioni formative (la scelta a15 anni).
È borghese nei contenuti e nel metodo, che:
1) evitano accuratamente di porre i problemi sociali al centro dei processi d’insegnamento,
2) separano i contenuti reali dalle discipline, contrapponendo insegnamento e ricerca.
3) propongono precoci specializzazioni formative (la scelta a15 anni).
È gerarchica nella finalità, che è la selezione e la formazione dei gruppi dirigenti futuri, adagiati nella accettazioni di queste regole del gioco.
E’ capitalista nelle fondamenta, perché il diritto allo studio è sempre subordinato alle necessità finanziarie ed economiche del paese in primis, ma specialmente e molto concretamente è subordinato ad un salario.
E’ capitalista nelle fondamenta, perché il diritto allo studio è sempre subordinato alle necessità finanziarie ed economiche del paese in primis, ma specialmente e molto concretamente è subordinato ad un salario.
La richiesta di una sempre migliore e generalizzata formazione opera in maniera contradditoria, perché il valore di un giovane intellettuale disoccupato viene a decadere. “Ma perché studiare tanti anni se poi non posso professare”? “Perché investire negli studi se poi non c’è lavoro abbastanza”?
Lo studio ha sempre avuto una accezione legata alla formazione, alla crescita e all’arricchimento personali. Lo studio come formazione della personalità e tutte queste belle cose. La richiesta del diritto allo studio per tutti deve corrispondere a una trasformazione sociale ed economica della società, perché lo studio, in regime capitalistico, è sempre appannaggio di un concetto poco formativo ma molto produttivo.
Giovanni Galli, psicologo e psicopedagogista
martedì 2 luglio 2013
Immobilismo del governo dell'inciucio anche sulla scuola
La FLC_CGIL, in una nota, denuncia il temporeggiamento di questo governo delle 'larghe intese' e delle vedute ristrette in tema di politica scolastica. Si legge tra l'altro:
"Il tempo delle parole è scaduto, la scuola ha bisogno di fatti a fronte di
pressanti emergenze: immissioni in ruolo docenti e ATA, inidonei, revisione
delle norme sulle pensioni, organico funzionale, scuola dell’infanzia,
regolamento sulla valutazione, seconde posizioni ATA…. per citare solo alcuni
dei temi portati all’attenzione del Ministro.
Infine il Contratto. Abbiamo
chiarito che siamo indisponibili a confronti solo sulla parte normativa:
la valorizzazione professionale dei lavoratori della scuola parte dal dare una
risposta all’emergenza salariale dei lavoratori. Non ci sembra che il blocco
dei contratti fino al 2015 e il congelamento degli scatti di anzianità vadano
in questa direzione.
L’immobilismo che rileviamo nelle ultime settimane dalla
nomina del nuovo governo non può protrarsi oltre: ci
attendiamo risposte, impegni certi e un confronto vero con il sindacato."
La scuola come investimento e non come costo. Che la sinistra riprenda la parola.
giovedì 20 giugno 2013
Precari scuola. 59.000 assunzioni in 4 anni: ancora troppo poche
Nel corso delle interrogazioni a risposta immediata del 19 giugno 2013 alla Camera, il Ministro Carrozza ha risposto ad un quesito relativo alle modalità con le quali intende affrontare il tema dell'assorbimento del personale attualmente precario della scuola.
Nella risposta, il Ministro ha riconfermato che i dati del turnover restano limitati a sole 59.000 unità nei prossimi 4 anni ed in particolare per il 2013/2014 non sono ipotizzabili più di 15.000 assunzioni tra docenti ed ATA a causa degli effetti della riforma Fornero sui requisiti pensionistici.
Si tratta di numeri limitatissimi al confronto degli oltre 130.000 supplenti attualmente in servizio e dei posti messi a concorso.
Solo una reale scelta di consolidare in organico di diritto i posti dell'organico di fatto e l'introduzione dell'organico funzionale potrebbero garantire in tempi ragionevoli l'effettivo assorbimento degli attuali precari che garantiscono il funzionamento delle scuole.
Nel Dossier della FLC-CGIL "La scuola vince in quattro mosse", si dimostra che non sono sufficienti alcune scelte dal costo limitatissimo per ottenere sicuri benefici per la funzionalità delle scuole e per il futuro dei lavoratori precari.
domenica 16 giugno 2013
Professore preso a schiaffi? l'Italia presa a schiaffi.........
Un professore e un Paese presi a schiaffi
di Mila Spicola
16/06/2013
dal sito FLC.CGIL, articolo apparso su L'Unità
Un'insegnante è stata presa a schiaffi da un genitore per avergli bocciato il figlio, - no, non il figlio, per esser stato bocciato, l'insegnante. C'è qualcosa di cui ha bisogno adesso l'Italia più del pane e sono il rispetto collettivo per ciò che siamo come paese e ciò che siamo lo dobbiamo anche alla scuola, nel bene e nel male. Non è possibile affatto che in un angolo del Paese, fosse anche il più remoto, un genitore prenda a schiaffi un'insegnante nell'esercizio delle sue funzioni pubbliche. Chi l'ha permesso? Abbiamo alle spalle anni di logorio sociale e di attacco mediatico e politico a una professione inattaccabile e la responsabilità è di chi ha favorito tutto ciò, confondendo pericolosamente responsabilità individuali, - che possono e devono essere individuate e sanzionate, ma nessuno lo fa -, che ci sono statisticamente in ogni professione, e ruolo collettivo, - che non può essere mai messo in discussione e invece lo fanno tutti, persino i premier-. L'Europa ha chiesto all'Italia, tra i diktat per toglierla dal procedimento d'infrazione, di ridare ruolo sociale e di riqualificare il lavoro dei docenti, non è una richiesta peregrina: è un obiettivo strategico fondamentale. La nuova geografica del lavoro mondiale coincide con la geografia dei saperi, lo hanno capito tutti nel mondo, tranne l'Italia, che si barcamena in ricette improbabili per combattere la crisi rimanendoci sull'orlo perché non è capace di comprendere quello che serve: innovazione, saperi qualificati e sguardo lungo. Per innovare e guardare lontano si devono promuovere alti livelli medi di conoscenza nella popolazione, e non lo fai attaccando un docente, ma migliorando le condizioni del sistema che deve promuoverli. A parole tutti lo desiderano nei fatti non sanno metterlo in atto, semplicemente perché ci vogliono azioni efficaci e competenti decise da chi di problemi complessissimi come l'innalzamento dei livelli medi si occupa da anni. Quasi tutti i rapporti relativi ai sistemi d'istruzione individuano come motore vero dell'innovazione dei sistemi d'istruzione e dunque dei paesi l'esercito degli insegnanti, non le strumentazioni da fornire agli insegnanti, o la valutazione dei docente, ma la formazione, la selezione e la qualificazione continua degli insegnanti. Qualcuno ha confuso la riqualificazione dei docenti con la valutazione dei docenti, quello è l'ultimo anello della catena. Non cambi il risultato in un sistema se ti limiti alla valutazione delle variabili dipendenti (l'operato dei docenti, i livelli cognitivi degli studenti), devi agire sulle cause dì quelle variabili. Tre sono i passi. Il primo: riqualificare la formazione universitaria. Diventi insegnante chi ha nel proprio bagaglio formativo non solo le conoscenze disciplinari (accade oggi) ma anche un bagaglio di «attrezzi del mestiere» che sono discipline come la pedagogia, la docimologia, la psicologia infantile e adolescenziale, la gestione e il management scolastico. Il secondo passo: la selezione dei docenti. Concorsi seri e veri. Che accertino non solo le conoscenze con batterie ridicole di test (spesso sbagliati, spesso oggetto di ricorsi, spesso abbonati a tutti per non incorrere in procedimenti d'infrazione) ma che prevedano prove che accertino anche le competenze necessarie per diventare insegnanti, comprese le predisposizioni psicoattitudinali a un mestiere difficilissimo. Il terzo passo. Rivoluzionare la professione. Un docente torni ad essere un intellettuale: deve studiare, deve avere il tempo di farlo e deve avere il riconoscimento perché lo fa. 'È un lavoro intellettuale, che va praticato e riconosciuto come lavoro intellettuale, perché ciò accada bisogna, semplicemente porre in essere le condizioni affinché sia così. Non è peregrino immaginare che almeno ogni 4 anni un docente possa trascorrere sei mesi fuori dalle classi, a rotazione, per fare ricerca, dentro e fuori la scuola, per qualificarsi, studiare, partecipare a convegni, produrre sperimentazione, effettuare lavoro di supporto, organizzazione e produzione di saperi e attività dentro la sua scuola. Altro che tablet degli alunni. Tra 4 anni i tablet saranno obsoleti, la testa e il modo più adatto per usare qualunque strumento, prima di esserne usati, no. Studiare vuol dire coltivare parole, coltivare pensieri, discernere per agire e trasferire queste capacità agli alunni: è la qualità della democrazia, la pregiudiziale del lavoro. Altro che schiaffi
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