martedì 10 settembre 2013
Anief. Decreto-legge Scuola: pasticcio del Governo sui precari
Anief - Ignorata la giurisprudenza nazionale e comunitaria. Pronta una nuova stagione di ricorsi in tribunale. Per Anief-Confedir è illegittimo assumere un precario a condizione di non pagargli l’anzianità di servizio, confermare i tagli delle scuole autonome cancellati dalla Consulta, escludere dalle nuove procedure concorsuali per dirigente i docenti con servizio pre-ruolo come indicato dal Tar Lazio o esonerare dei docenti per reggere le scuole scoperte mentre non si paga l’indennità di reggenza ai vicari, ritardare la stabilizzazione dell’organico di sostegno.
Scuola: sulle assunzioni Anief-Confedir ricorrerà alla Corte di giustizia europea
Il Governo prevede la stabilizzazione dei precari a condizione che siano pagati come supplenti, senza progressione di carriera, per evitare la condanna della UE. Programma un piano triennale di immissioni in ruolo dai numeri indefiniti ma congela gli aumenti di stipendio che spettano dopo anni di servizio. Plaudono quei sindacati che hanno già bloccato gli aumenti ai 90.000 assunti negli ultimi due anni con la firma del contratto del 4 agosto 2011.
Anief-Confedir non può barattare il diritto alla parità di trattamento tra i lavoratori alla base del decreto legislativo 29/93 che ha privatizzato il rapporto di lavoro nel pubblico impiego, tanto più se su richiesta del datore di lavoro che intende aggirare il principio di non discriminazione stabilito dalla normativa comunitaria (direttiva 1999/70/CE).
Grazie all’azione dell’Anief-Confedir, oggi, un supplente dopo quattro anni di servizio su posto vacante e disponibile ricorre al tribunale del lavoro per ottenere un risarcimento danno per la mancata stabilizzazione e gli scatti biennali di anzianità; ora per evitare nuove condanne il Governo interviene per assumere quel precario ma pagandolo sempre con lo stipendio iniziale per i prossimi dieci anni. Questo è un vero e proprio imbroglio. Se i posti sono vuoti si devono fare le immissioni e l’amministrazione non può fare quello che viene vietato dai giudici ad un’azienda privata, sfruttare i lavoratori precari. Da quanto l’ultima volta, infatti, i sindacati in un contratto hanno realizzato l’invarianza finanziaria come previsto dal decreto legge, è stata congelata la ricostruzione degli ultimi dieci anni di servizio. Non è precarizzando il rapporto di lavoro dei neo-immessi in ruolo che si combatte la piega del precariato.
sabato 7 settembre 2013
STOP AI TAGLI ALLA SCUOLA, BASTA CON IL PRECARIATO: lo conferma una ricerca di Save the children
All’avvio dell’anno scolastico, l’Organizzazione lancia un ritratto della scuola italiana: per circa il 40% dei genitori il livello della scuola italiana rimane elevato, ma 1 ragazzo su 4 lo ritiene appena accettabile. Il precariato degli insegnanti è un ostacolo per il percorso scolastico dei ragazzi per il 87% dei genitori, mentre per 84% la motivazione dei docenti influisce sul livello di insegnamento.
Quale fotografia della scuola emerge dalle considerazioni di genitori e ragazzi italiani? La visione dei genitori scattando l’istantanea sulla scuola, è un peggioramento più o meno grave (87%, 1 genitore su 4 ritiene il peggioramento molto grave, con picchi del 37% in Sardegna e 33% in Lazio), che viene imputato a carenza di fondi (35%, con picchi del 41% in Piemonte e Lombardia), depauperamento di strutture e dei servizi (27%, che tocca il 33% in Veneto e Puglia).
Questi alcuni dei dati inediti della ricerca “Il ruolo e le condizioni del sistema educativo italiano” 1 realizzata da Ipsos per Save the Children all’avvio dell’anno scolastico, che traccia un ritratto in chiaroscuro della scuola italiana.
Nonostante tutto però, il 40% dei rispondenti trova di qualità elevata la scuola italiana (51% in Sicilia e 45% in Piemonte) e l’insegnamento impartito (l’8% dei genitori è completamente d’accordo con questa affermazione, il 32% abbastanza d’accordo), mentre lo stato di inadeguatezza (se non di fatiscenza vera e propria) delle strutture ospitanti è rilevato da 9 su 10 intervistati (90%), dato che arriva alla quasi totalità del campione in Sicilia (96%) e Lazio (94%)
“I dati di questa indagine ci dimostrano che il nostro Paese si caratterizza sempre di più per le forti disuguaglianze educative. Nel percorso scolastico dei bambini hanno sempre più peso i divari di tipo economico, sociale e culturale delle famiglie e dei territori di provenienza”, dichiara Raffaela Milano Direttore Programmi italia – EU di Save the Children. “L’anno scolastico si apre in uno scenario allarmante: meno tempo scuola, scarse opportunità di formazione dei docenti, edifici insicuri, classi affollate, taglio delle attività extrascolastiche, discriminazione nei servizi di refezione, offerta insufficiente di servizi per la prima infanzia: tutto questo colpisce i minori, in particolare quelli dei contesti più svantaggiati, e compromette le loro opportunità di crescita.”
La famiglia gioca un ruolo chiave nel sostegno economico delle attività scolastiche, provvedendo molto spesso (78% di adulti) all’acquisto o al finanziamento dell’acquisto di materiali destinati alla didattica, come carta, e fotocopie (valori che salgono all’86% in Puglia e Piemonte e all’81% in Toscana e Emilia, ma anche di altre necessità di carattere più generale (tipicamente, la carta igienica – 51% tra i genitori, che arriva al 61% in Puglia e 60% in Piemonte).
I genitori concorrono anche a sostenere l’insegnamento di alcune materie, più spesso in aggiunta al corso di studi (44%, 52% in Piemonte e 48% in Lazio), ma anche materie previste dal curriculum studiorum (31%, che diventa 40% in Campania e 39% in Lazio).
Anche i ragazzi confermano questi dati: il 70% di loro dice che la famiglia contribuisce all’acquisto di materiale didattico, il 26% parla del materiale igienico-sanitario, 24% dei costi sostenuti per le materie extra curricolari e il 17% per quelle curricolari.
Secondo la stragrande maggioranza dei genitori italiani, questi costi sono nettamente aumentati nell’ultimo periodo: ben l’81% dice di aver dovuto contribuire in misura maggiore all’acquisto del materiale didattico nell’ultimo periodo (carta, fotocopie etc.), dato che arriva al 92% in Lombardia e 86% in Liguria. Per il 78%, gli aumenti hanno riguardato il contributo per l’insegnamento di materie curricolari (il dato arriva a ben il 93% in Campania), mentre il 76% dice di aver subito l’impennata dei costi del servizio mensa (con picchi dell’84% in Lombardia e 82% in Veneto) e i contributi per il materiale non didattico (che arriva all’84% in Sardegna e all’83% in Lombardia).
I genitori italiani, inoltre, riconoscono che le precarie condizioni in cui gli insegnanti si trovano a lavorare agisce da barriera in due sensi, da un lato perché di fatto essa ostacola un percorso scolastico organico e fluido per i ragazzi (87%, che arriva al 91 e 90% rispettivamente in Sicilia ed Emilia Romagna), dall’altro perché la motivazione dei docenti influisce sul livello di insegnamento (84%, che tocca il 90 e 88% rispettivamente in Sicilia e Toscana) e sul riconoscimento della figura del docente come adulto di riferimento (79%, con picchi dell’86 e 84% in Puglia e Campania).
Anche i ragazzi hanno una chiara percezione delle difficoltà finanziarie del sistema scolastico italiano (33%), e della scarsa qualità delle strutture scolastiche (21%). 1 ragazzo su 4 ritiene che la condizione della scuola sia appena accettabile, il 12% di essi la ritiene bassa, mentre 1 ragazzo su 10 la reputa molto buona.
Gli studenti intervistati concordano con gli adulti che la misura più urgente per migliorare ulteriormente la loro scuola prevede la garanzia di un corpo insegnanti stabile, al fine di garantire un corretto percorso di studi (51%), ma vada altresì garantita la formazione dei docenti (25%), gli interventi sulla struttura che ospita la scuola (16%), come la lotta alla precarietà come leva motivazionale (9%).
“Il governo ha assunto alcuni impegni importanti sul fronte scolastico, come lo stanziamento dei fondi per l’edilizia scolastica o il rilancio dei programmi di contrasto alla dispersione nelle regioni del Sud. È indispensabile rafforzare questo impegno, invertire decisamente la rotta rispetto alla stagione dei tagli degli investimenti per l’istruzione (nel periodo 2008-2011 la scuola ha subito tagli per 8,4 miliardi di euro e l’Italia spende per la scuola il 4,7% del PIL rispetto al 6,3% della media OCSE). Non possiamo lasciare solo sulle spalle degli studenti, delle famiglie e dei docenti questo enorme problema. E’ indispensabile rimettere concretamente la scuola al centro dell’attenzione delle istituzioni e della opinione pubblica”, conclude Raffaela Milano.
Per scaricare l’intera ricerca “ Il ruolo e le condizioni del sistema educativo italiano ”
mercoledì 4 settembre 2013
Lettera di inizio anno alla ministra Carrozza
Gentile Carrozza, continua la campagna denigratoria nei confronti dei docenti italiani di ogni ordine e grado. Nonostante siano i meno pagati d'Europa. Si parla di aumentare le ore di docenza frontale sulla classe da 18 a 24 ore. E di tagliare le ferie un po' a tutti per recuperare ore da richiedere poi ai docenti per coprire le supplenze.
Perché una cosa ormai è chiara: se un docente si ammala, lo stato non è disposto più a pagare altre ore per un supplente. Restano perciò dubbi sul pagamento del diritto alle ferie del personale precario per la scuola, che l'Unione Europea continua a condannare. Perché? Ci viene ripetuta una cosa: che bisogna ulteriormente risparmiare. Sempre sulla pelle degli studenti. E sulla nostra. Ma bisogna farlo con stile. Salvaguardando la qualità. Anzi, possibilmente incrementandola. Non è possibile? Allora si faccia almeno un po' di buon marketing nei confronti dell'«utenza», dei «clienti» della «scuola-azienda»: i genitori degli studenti della scuola pubblica.
Cara Carrozza, parliamo di soldi prima di riempirci la bocca con tante altre parole come è stato fatto in questi anni. Perché senza soldi è ridicolo parlare di incremento della qualità. La vera qualità è il rapporto tra numero dei docenti e numero degli studenti, e qui le classi continuano a essere sempre più numerose. Non va bene. Sempre a proposito di soldi: quando e come verrà rinnovato il contratto collettivo nazionale del comparto scuola fermo dal 2009? Il mondo è andato avanti alla velocità della luce, ma le retribuzioni sono bloccate: le retribuzioni del personale scolastico vedono gli scatti di anzianità ancora sospesi. Si parla di riformarli: come? Si dice «secondo la produttività» del singolo lavoratore: può spiegare, per favore, cosa intende per maggior produttività di un docente? E con la sicurezza delle scuole, siamo a posto? Con quanti alunni per classe? E in caso di infortuni agli studenti, di chi è la colpa?
Come lei sa, signora Carrozza, la nostra scuola è stata trasfigurata dai processi di aziendalizzazione e razionalizzazione, che nella pratica hanno significato solo pesantissimi tagli. È veramente impensabile oggi dare più risorse alla scuola, assegnare maggiore importanza al ruolo degli insegnanti, ridurre il numero di alunni per classe ed evitare assolutamente un aumento delle ore di insegnamento? Da un'indagine realizzata dalla Swg per la Gilda degli Insegnanti, emerge che il problema ritenuto più importante riguarda le scarse risorse destinate alla scuola (78% «molto importante» e 17% «abbastanza importante»), seguito dalla scarsa importanza sociale di cui gode la categoria («molto importante» 71%, «abbastanza importante» 23%). Al terzo posto, il numero eccessivo di alunni per classe (rispettivamente 70 e 24%); subito dopo gli stipendi troppo bassi e l'inadeguatezza delle strutture e il degrado degli ambienti.
Un'ultima cosa: le prove Invalsi. Sono giudicati dal 78% dei docenti non utili per la valutazione delle scuole. E non tanto, come si dice, perché i docenti sono refrattari a essere giudicati ma perché ancora nessuno ha detto chiaramente cosa si intende per merito di un docente. Non vorremmo che, come accadde per alcune categorie lavorative - i soldati, i religiosi, i burocrati, eccetera, - un certo grado di obbedienza acritica e servilismo possa essere considerata come criterio di merito per una professione come quella del docente. Quando si afferma di voler legare le progressioni di carriera e di retribuzione anche a fattori legati al merito, riducendo la rilevanza del parametro anzianità, occorre chiarire nei particolari cosa si intende per merito o il discorso è vuoto.
lunedì 2 settembre 2013
Siria: NO alla guerra
di Fosco Giannini ( segretario regionale Marche PdCI) e
Maurizio Belligoni ( segretario regionale Marche PRC)
Sempre più insistenti si levano le voci di guerra contro la
Siria. Rivolgiamo quattro domande a coloro che non si sono ancora fatti un’idea
della crisi siriana, o che hanno già scelto di stare dalla parte degli USA e
della NATO: primo, la Siria è così lontana che l’Italia non deve temere nulla
da una guerra, dal proprio coinvolgimento nel conflitto? Secondo, il
coinvolgimento italiano avrà un prezzo economico? E se lo avrà, chi lo pagherà?
Terzo, come e perché si è aperta la crisi siriana? Quarto, perché gli USA
vogliono attaccare? Andiamo per ordine: è del tutto evidente che la Siria è
vicinissima all’Italia e se il governo Letta scegliesse di entrare in guerra il
nostro territorio, le nostre popolazioni , potrebbero divenire immediatamente
obiettivi di ritorsione terroristica e a colpire potrebbe essere ognuna delle
schegge estremistiche che la guerra stessa ha liberato. La guerra, inoltre,
favorirebbe un esodo di massa che troverebbe, innanzitutto nelle sponde
italiane, il primo approdo. Avrebbe un prezzo il coinvolgimento italiano? Lo
avrebbe e sarebbe un prezzo economico altissimo.
Quando gli USA decidono le loro guerre e chiedono all’Italia
di intervenire ( Afghanistan, Jugoslavia, Libia e tante altre aree del mondo)
le spese belliche non sono sostenute da chi la guerra la decide: paga l’Italia,
paga il popolo italiano, i lavoratori, i pensionati, i giovani, i disoccupati.
La crisi è già alta, ormai tante, troppe, famiglie italiane vendono l’oro di
casa per sopravvivere: un nuovo impegno militare italiano significherebbe,
subito, nuovi tagli alla scuola, alla sanità, ai trasporti, ai già magrissimi
salari e stipendi, alle pensioni. La guerra italiana non la pagherebbero né gli
USA, né la NATO, né i ricchi italiani: la pagherebbe il popolo, la povera gente.
La pagherebbe quella stessa persona, quel lavoratore, cui “la guerra non
interessa”, ma che deve invece sapere che con tutti i soldi che i governi
italiani hanno già speso in Afghanistan, per aderire alla guerra americana, si
sarebbero potute mettere in sicurezza le scuole italiane, si sarebbe potuto
eliminare il ticket sulla sanità, si sarebbero potute aumentare le pensioni da
fame. Ma come e perché si è aperta la crisi siriana? Si è essenzialmente aperta
attraverso la stessa strada che gli USA e i paesi del vecchio e nuovo
colonialismo europeo (Francia e Gran Bretagna in testa) avevano già utilizzato
contro la Libia: organizzando, addestrando e pagando sempre più nutriti gruppi
militari, paramilitari, terroristici interni ed esterni alla Siria, affidando loro
il compito di unirsi alle forze contrarie al governo, per destabilizzare
l’intera Siria. Il paradosso è che, attraverso questo disegno, gli USA hanno
evocato e messo in campo, in Siria, le stesse forze islamiste radicali vicine
ad al Qaeda che Obama vuole combattere a livello mondiale e che nella Siria
laica di Assad sono ferocemente antigovernative. Ma perché gli USA ( con gli
alleati a fianco) hanno voluto ostinatamente aprire la crisi siriana? Perché
vogliono far fuori (con la guerra) il legittimo potere di Assad , rischiando di
mandare al potere, a Damasco, l’islamismo estremista? Semplice: perché la Siria
di Assad è vicina ai paesi del Brics ( Brasile, Russia, India, Cina, Sud
Africa), è vicina ai paesi dell’America Latina che cercano una loro indipendenza,
al Venezuela che vuol costruire il socialismo, è vicina ai nuovi , sette,
grandi paesi dell’Africa che vogliono affrancarsi dagli antichi domini
imperialisti e coloniali e cercano un’alleanza con i paesi del Brics; perché la
Siria di Assad è vicina al popolo palestinese e non è subordinata ad Israele.
Per gli USA questa politica siriana, specie in Medio Oriente, è intollerabile.
Dunque, hanno sostenuto un vastissimo attacco terroristico dall’esterno che ha
già distrutto la Siria e provocato un genocidio. Ma oggi, l’attacco diretto
della NATO è particolarmente pericoloso, poiché proprio in virtù del fatto che
la Siria ha profonde relazioni con l’intero e vasto mondo progressista, a
partire dai paesi del Brics, la possibilità di un allargamento internazionale
del conflitto è verosimile. Ma perché, oggi, gli USA vogliono attaccare
direttamente, con i loro aerei da guerra e con le bombe della NATO?
Semplicemente, perché il terrorismo portato dall’esterno non riesce a vincere;
semplicemente perché la stragrande maggioranza del popolo siriano è con Assad e
contro i “ribelli” sostenuti dagli USA, dalla NATO, dalla Turchia e dall’
Arabia Saudita. Ora che gli USA vogliono attaccare, serve loro la prova estrema
della “ferocia” antiumana di Assad e raccontano al mondo del gas nervino che
l’esercito siriano avrebbe utilizzato contro le popolazioni. Dieci anni fa
Colin Powell, per motivare la decisione USA di attaccare l’Iraq, mostrò
all’ONU, in una sceneggiata ormai storica, una fialetta vuota che doveva dimostrare
che l’Iraq disponeva di armi chimiche. Ma quando i marines entrarono nell’Iraq
distrutto dai bombardamenti USA, inutilmente, per mesi e mesi, cercarono “ la
pistola fumante” irachena, le armi chimiche, atomiche. Non c’era nulla, solo la
distruzione di un Paese e il massacro di un popolo, pianificati dalla Casa
Bianca. Negli ultimi cinquant’anni è stata la stessa CIA, dopo le guerre (dopo
quella del Vietnam, ad esempio) a rivelare al mondo i casus belli costruiti ad
arte dagli USA per motivare un attacco. Oggi,di nuovo, gli USA e la NATO, dopo
aver deciso di colpire direttamente la Siria, ci dicono che il 21 agosto
l’esercito di Assad avrebbe fatto uso, a Ghouta, di gas nervino. Al di là del
fatto che i servizi segreti USA dovrebbero aver inciampato in qualche errore,
nel percorso di preparazione del casus belli, poiché la strage del 21 agosto
era già raccontata , su Internet, il 20 agosto, prima che accadesse, ma il
punto è: dobbiamo essere ancora così bambini da credere a tutto ciò che
vogliono (cioè, la guerra) gli USA e la NATO? Oppure è il tempo di prendere
coscienza, di difendere la pace, la nostra indipendenza e i nostri stessi
interessi, economici e politici? Per noi comunisti non c’è dubbio: è tempo di
lottare, tutti assieme, per la pace, per la democrazia, per gli interessi dei
lavoratori. Lo affermiamo con forza perché le parole rassicuranti di Emma
Bonino, che si dice contraria all’intervento italiano, stridono sinistramente
con i rombi di guerra che si sentono a Pisa, dove i C-130 italiani sempre più
spesso si levano in volo verso le basi mediterranee.
giovedì 22 agosto 2013
30,000 posti vacanti il governo vuole assumere solo 11.268 docenti. Cgil: "E' inaccettabile"
"Questo è quello che risulta dalle bozze di provvedimenti inviateci in previsione dell'incontro di informativa del 20 agosto. Non e' questa la strada per dare operativita' alla scuola e per rispondere alle legittime aspettative dei precari". Ad affermarlo è Domenico Pantaleo, Segretario generale Flc Cgil, prima dell'incontro al ministero dell'Istruzione dedicato all'informativa per l'immissione in ruolo dei docenti.
"Questa scelta minimalista risulta ancora piu' inaccettabile da parte di un Governo che sbandiera il superamento della precarieta' come priorita' del suo agire politico. Particolarmente grave - ha aggiunto Pantaleo - la mancata previsione delle assunzioni del personale ATA oggetto di una vera e propria discriminazione sociale, in particolare per gli assistenti amministrativi e tecnici".
"Al Governo - aggiunge - chiedo un segno tangibile della volonta' di procedere ad una reale politica di stabilizzazione degli organici e del personale, attraverso quegli interventi piu' volte annunciati e mai praticati. Come la cancellazione della norma sul passaggio forzoso dei docenti inidonei nei profili Ata che rappresenta una priorita' assoluta non piu' procastinabile o come la stabilizzazione dei posti dell'organico di fatto. Invece ad oggi l'unico messaggio chiaro arrivato da questo governo al personale della scuola e' rappresentato dalla proroga del blocco dei contratti e dei salari: non esattamente cio' che si attendeva questo personale vessato da anni di tagli. E' l'ora di passare dalle dichiarazioni di principio ai fatti. Cio' vuol dire investire nella scuola pubblica per attuare l' organico funzionale docente e ATA come primo passo per rimettere al centro la qualita' della didattica e stabilizzare quasi 100.000 precari che da anni garantiscono il funzionamento delle scuole. Il Ministro - conclude Pantaleo -non perda l'occasione del Decreto D'Alia sulla pubblica amministrazione per restituire fiducia al mondo della scuola e offrire un futuro migliore ai giovani e ridare qualita' all'offerta formativa".
sabato 10 agosto 2013
Lo Scotellaro di Iarussi (Gazzetta del Mezzogiorno)
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Rocco e i
suoi fratelli, ragazzi del Sud d’oggi
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di OSCAR IARUSSI __ su GdM, 9
agosto 2013
«Venga il mattino per i giovani del 1953 / e sulle bocche arse rispunti il sorriso». L’anno potrebbe benissimo essere questo 2013 e i versi non perderebbero di forza, di ostinata speranza per la gioventù del Sud che continua a sognare riscatti, risvegliandosi puntualmente delusa e amareggiata. Rocco Scotellaro muore di infarto il 15 dicembre 1953, trentenne, a Portici (Napoli). A Matera nel magnifico museo di palazzo Lanfranchi lo «si ritrova» ritratto nel grande dipinto Lucania 61 di Carlo Levi, che ne restituisce il vigore e la luce, l’aspetto arcaico e una paradossale modernità postuma. «Rosso di capelli», come lo ricorda l’ex compagno di collegio potentino Giovannino Russo, oltre che di fede politica. A Portici si era trasferito tre anni prima per collaborare con l’Osservatorio di economia agraria diretto da Manlio Rossi-Doria, concependo lì l’ambiziosa ricerca antropologica Contadini del Sud, che, in stadio embrionale, sarebbe apparsa nei «Libri del Tempo» di Vito Laterza nel 1954. Portici fu un «esilio» dalla politica, donde in seguito si sarebbe allontanato lo stesso Rossi-Doria, l’autore del cruciale discorso su «la polpa e l’osso» nell’agricoltura meridionale come opportunità di rinascita nazionale, riferendosi alle zone fertili costiere e a quelle interne da soccorrere. Ex comunista e poi senatore socialista, Rossi-Doria prese a definire «pidocchi» i politici del Sud. Scotellaro, nato a Tricarico (Matera) nel 1923, votò tutte le sue energie ai contadini lucani in un momento storico decisivo: la guerra, la liberazione, le lotte per la riforma agraria, e, non da ultimo, la pubblicazione di Cristo s’è fermato a Eboli di Carlo Levi (1945). Pagine folgoranti per il giovane Rocco, figlio di un calzolaio e di una sarta-scrivana, Francesca Armento, anche lei ritratta in Lucania 61. Un secolare silenzio s’infrangeva e il Cristo del medico torinese che era stato confinato dal fascismo in Basilicata offriva voce a un mondo obliterato da tutti. Ciò avveniva, tragicamente, quando quel mondo era ormai prossimo a finire: una nuova massiccia ondata emigratoria dettata dalla fame l’avrebbe presto spopolato e talora desertificato. E l’omologazione «televisiva» ne avrebbe edulcorato i costumi in un innocuo folklore e quindi fagocitato lo spirito (ieri e oggi si celebrano in molti Comuni del Mezzogiorno le giornate dell’emigrante). «Lungo il perire dei tempi / l’alba è nuova, è nuova». L’orizzonte crepuscolare iscrive l’opera di Scotellaro come un oscuro presagio, cui però egli si ribella. Iscritto dal 1943 al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, nel 1946 fu eletto sindaco di Tricarico e nel 1950 una disavventura giudiziaria gli costò quaranta giorni di carcere a Matera, prima che fosse riconosciuto estraneo all’episodio di concussione, e, anzi, vittima di «una vendetta politica» secondo l’atto di proscioglimento. Nei quattro anni da amministratore, il «sindaco discolo» o «Pelo rosso» - come lo chiamavano alla Rabata, l’ancestrale quartiere tricaricese - si spese per migliorare in concreto le condizioni di vita del paese e ispirò la sua azione a criteri che oggi verrebbero ascritti alla «cittadinanza attiva»:
«Abitudine alla collaborazione;
apprendimento della vita: i nostri maestri sono i contadini; la ribellione e
il perdono; la pace e il lavoro».
Colpisce l’inserimento del
«perdono » nell’agenda politica locale, un tema alto della riflessione
filosofica europea (Hannah Arendt) ben oltre l’amnistia togliattiana
riservata a quanti s’erano compromessi col fascismo.
Contemporaneamente, Rocco Scotellaro scriveva. Poesie, racconti, interventi, memoriali, sceneggiature, l’abbozzo del romanzo autobiografico il cui titolo avrebbe eternato una metafora di generosa incompiutezza, L’uva puttanella (Laterza, 1956). La sua breve, febbrile stagione politica e letteraria è per intero compresa nell’Italia ibernata nelle certezze ideologiche della «guerra fredda». La critica marxista di Alicata e compagni lo contrastò per gli stessi motivi che in seguito avrebbero spinto lo storico delle tradizioni popolari Giovanni Battista Bronzini ad apparentare Scotellaro a Kafka: «C’è in comune l’assunzione, sul proprio non-essere, di tutto il negativo della civiltà».
Ma già a metà anni Cinquanta
Eugenio Montale riconobbe in lui un originale impasto di «popolare» e
«internazionale», prossimo d’idee ad Alvaro o Pavese. Invero, soprattutto a
Pier Paolo Pasolini. Le prime liriche pasoliniane furono pubblicate nel 1946
sulle colonne de «La strada», la rivista di Antonio Russi che scoprì anche
Scotellaro.
Sull’orlo del «Dopostoria» che l’intellettuale lucano non fece in tempo a saggiare, Pasolini non lo riconobbe tra i fratelli - «Quella dello Scotellaro è una prosetta leggera capricciosa e divertita» -, tranne poi cercare nelle terre argillose di Rocco l’empatia con il mondo di ieri di cui era orfano per girare Il vangelo secondo Matteo (1964). Pasolini fu il cantore – lucido nella nostalgia – del traumatico inurbamento di massa, laddove in Scotellaro è ricorrente l’invettiva , la resistenza a una migrazione che dal Sud s’annunciava emorragica, quattro milioni di meridionali nei vent’anni dal 1950 al ’70. Sono passati sessant’anni dalla morte e novanta dalla nascita di Rocco e presto sarà il cinquantenario del Vangelo pasoliniano. Matera e la Basilicata li ricorderanno sicuramente con varie iniziative e sarà bene che nulla di nostalgico o di elegiaco vi risuoni. D’altronde, è appena stata pubblicata una versione a fumetti di Uno si distrae al bivio. La crudele scalmana di Rocco Scotellaro di Giuseppe Palumbo (Lavieri ed.). I versi del giovane Rocco sono echi di una rapsodia prossima a estinguersi eppure orgogliosa della propria identità terragna. «Spiriti pellegrini della notte», essi non prendono la parola, la rubano. Ben oltre il «santino proletario» cui s’è costretta l’immagine di Scotellaro, sarebbe importante riconoscergli un tormento, un’indecisione, un’utopia nel passo doppio della sua vita fra politica e scrittura, la prima amarissima fino all’onta del carcere subito per le calunnie sulla condotta di pubblico amministratore, la seconda celebrata solamente post-mortem. Per non parlare dei dilemmi in amore, che trovano eco nelle liriche struggenti dedicategli da Amelia Rosselli. Questa lacerante «debolezza» è in realtà una forza in grado di proiettare Rocco fino a noi: polifonico nella scrittura, a caccia dei talenti, cioè delle voci del suo mondo, perché parimenti a caccia del proprio talento, di un’America interiore, di un’anelata lontananza non meno cogente dell’appartenenza meridionale. Condannato dalla fine prematura a essere fratello minore o figlio adottivo delle generazioni di Levi e Rossi-Doria, così Rocco potrebbe oggi divenire un fratello maggiore di chi va scoprendo che la polpa è l’osso, ovvero che la ricchezza sta nel riuso, in una nuova sobrietà, nelle prassi comunitarie e fantasiose contro la crisi. «Non siamo acini maturi, ma piccoli in un grappolo di uva puttanella». La lotta per la sopravvivenza, per la salvezza, per il domani è oggi più dura che ieri per Rocco e i suoi fratelli (come il celebre film di Visconti), cioè i ragazzi del 2013: «siamo entrati in giuoco anche noi / con i panni e le scarpe e le facce che avevamo» . |
domenica 4 agosto 2013
FERMARE LA GRAVE MANOMISSIONE DELLA COSTITUZIONE
Bisogna assolutamente fermare la grave manomissione che questo governo dell'inciucio tenta nei confronti dell'art.138 della nostra Carta Costituzionale
http://www.change.org/it/petizioni/costituzione-non-vogliamo-la-riforma-della-p2-firma-l-appello?share_id=SRjInJiimH&utm_campaign=signature_receipt&utm_medium=email&utm_source=share_petition
firma e fai frirmare
http://www.change.org/it/petizioni/costituzione-non-vogliamo-la-riforma-della-p2-firma-l-appello?share_id=SRjInJiimH&utm_campaign=signature_receipt&utm_medium=email&utm_source=share_petition
firma e fai frirmare
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