Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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venerdì 13 marzo 2015

La 'pessima' scuola di Renzi: Ecco cosa ne pensiamo noi studenti

Studenti e studentesse del Liceo delle Scienze Umane (F. De Sanctis) Manduria (TA)

-Dilauro Stefano 3 as/um
"I professori devono conoscere le discipline del sapere,non il preside"

Galianni Martina,Quaranta Teresa,Lenti Erika 3 as/um
"La democrazia è partecipazione,non comando. La vera riforma della scuola dev'essere svolta da noi studenti e dai docenti,con la partecipazione delle famiglie,non dagli incompetenti!"

-Dimaggio Flavia 3 as/um
"Classi pollaio,politici polli. La scuola siamo noi"

-Pompigna Virginia 3 as/um
"Un corpo docente di raccomandati"

Dinoi Michele 3 as/um
"Il sapere è libero,teniamolo fuori dalle catene dell'ignoranza."


mercoledì 11 marzo 2015

Mario Alighiero Manacorda: l'uomo onnilaterale (la pedagogia di Marx)



L’UOMO ONNILATERALE --- Mario Alighiero Manacorda ---

[..] In Marx l’ambito pedagogico, implicito tanto negli scritti “filosofici” giovanili quanto in quelli “economici”, coinvolgeva tutto il suo pensiero. Si tratta infatti del problema dell’uomo, del suo rapporto con la natura e coi suoi simili nel dominarla e umanizzarla per produrre la propria vita materiale e spirituale, e della sua storia, che attraverso la divisione del lavoro lo ha portato, da una “disponibilità” naturale a ogni attività, alla disumana “unilateralità” tanto del capitalista quanto dell’operaio. Eppure, proprio per dominare la totalità delle moderne forze produttive occorre lo sviluppo di una “totalità di uomini totalmente sviluppati” o, come anche dice, allaseitig, che ho tradotto alla lettera con “onnilaterali”: dunque, un “ricupero”, al più alto livello consntito dallo sviluppo storico, della disponibilità originaria. Si trattava dunque di capire come formare quest’uomo onnilaterale. E possiamo dire, con un po’ di schematismo, che Marx affronta la tematica pedagogica da due punti di vista: il principio socialista dell’unione di istruzione e lavoro, e il principio liberale della libertà dell’istruzione. Lavoro e libertà: due principi naturalmente associabili e perciò inscindibili. Non a caso, per l’uno e per l’altro, Marx, intransigente critico della società capitalistica borghese, tanto nel Capitale quanto nei dibattiti politici nell’Internazionale non esitava a richiamarsi all’esempio della società liberale inglese e americana del suo tempo, in cui ritrovava un modello concreto delle sue speranze. Del resto, non potè forse il maggiore lettore italiano di Marx a fine Ottocento, Antonio Labriola, richiesto dai suoi studenti alla Sapienza, intercalare ai suoi corsi di marxismo, senza cambiare tono, un seminario sull’idea di libertà? Questo intreccio di liberalismo e comunismo è oggi, per me, il punto centrale di una positiva rilettura di Marx dopo le idiozie che sul suo conto si sono dette per più di un secolo. Nel suo essere stato in cerca di una “libertà maggiore” è il segreto del marxismo, las grande “ideologia” moderna di liberazione dell’uomo dalla disuguaglianza, dallo sfruttamento, dall’oppressione, dalla “alienazione”. Spero che ciò risulti chiaramente dalla lettura che io facevo di lui oltre quarant’anni fa. […]

 da Al lettore, sta in M.A.Manacorda, Marx e l’educazione, Armando, 2008, pp.14-15, raccolta già presente in Il marxismo e l’educazione, Editori Riuniti, 1966

domenica 1 marzo 2015

Domanda intelligente sull'inconscio

 

L’inconscio è intelligente o stupido?

 
Nel 1992, sull’Ame­ri­can Jour­nal of Psy­cho­logy, apparve un lavoro che ebbe un grande impatto:“L’inconscio è intel­li­gente o stu­pido?” Da allora la ricerca sulla pos­si­bi­lità del pro­cessi incon­sci di svol­gere fun­zioni sofi­sti­cate ha avuto uno svi­luppo note­vole. Sulla rivi­sta dell’Accademia Nazio­nale delle Scienze degli Stati Uniti, è stato pub­bli­cato recen­te­mente uno stu­dio, inti­to­lato «Leg­gere e fare arit­me­tica non con­scia­mente», che dimo­stra come fun­zioni men­tali di alto livello ( pro­ces­sare un numero di parole e risol­vere equa­zioni arit­me­ti­che) non richie­dono la coscienza.
A uno sguardo distratto, lo stu­dio può appa­rire come con­ferma della teo­ria psi­coa­na­li­tica dell’inconscio. In realtà esplora la coscienza subli­mi­nale, la quale se ha un legame con i con­cetti freu­diani, ce l’ha con quello del «pre­con­scio»: il pen­siero che, restando sullo sfondo, è e, al tempo stesso, non è pre­sente nella coscienza, in attesa di allog­giare pie­na­mente in essa.
Il dato inte­res­sante nei risul­tati otte­nuti dai stu­diosi ame­ri­cani, è la dimo­stra­zione che il pen­siero pre­con­scio non è un pen­siero poten­ziale in attesa di entrare in azione e pren­dere forma reale nel momento oppor­tuno, ma un insieme di pro­cessi subli­mi­nali che sot­ten­dono il pen­siero cosciente, lavo­rando, in gran parte, con le sue stesse moda­lità. Per­ve­niamo solo par­zial­mente alla con­sa­pe­vo­lezza dei pro­cessi logici con cui rap­pre­sen­tiamo, e ordi­niamo, il nostro rap­porto con la realtà.
Il limite di que­sto approc­cio alla cono­scenza dei pro­cessi men­tali incon­sci, è l’assunto che si pos­sano misu­rare sulla base della loro equi­pa­ra­zione, sul piano for­male, con quelli con­sci. Ciò che si misura in que­sto modo è la dif­fe­renza tra la con­sa­pe­vo­lezza e la coscienza. La seconda include un fun­zio­na­mento logico subli­mi­nale che estende il campo del pen­siero preconscio.
L’inconscio come lo inten­dono gli psi­coa­na­li­sti, è un pen­siero che non tiene conto del prin­ci­pio di non con­trad­di­zione (o a è b o a non è b).Nei nostri pro­cessi men­tali con­flui­scono moda­lità di rap­pre­sen­ta­zione con­sce che rispet­tano il prin­ci­pio di con­trad­di­zione e moda­lità incon­sce che non lo rispet­tano. Que­ste ultime cor­ri­spon­dono al pen­siero con­scio di un bam­bino che comu­nica con i gesti (inclusi quelli sonori) ma non sa ancora par­lare. Tale pen­siero, che con l’avvento della parola ini­zia ad essere rimosso e a diven­tare incon­scio, per­si­ste fino all’età di cin­que anni (la soglia in cui si fer­mano i nostri ricordi) con­vi­vendo, tem­po­ra­nea­mente, con il pen­siero logico desti­nato a sosti­tuirlo. Il pen­siero misto che rap­pre­senta la realtà in accordo e, al tempo stesso, in con­tra­sto con il prin­ci­pio di non con­trad­di­zione, soprav­vive nella dimen­sione oni­rica del sonno e della veglia, dove incon­scio e coscienza/preconscio si com­pe­ne­trano. Que­sto pen­siero, che si dif­fonde nella coscienza, men­tre una sua parte resta immersa nell’inconscio, è il luogo di ispi­ra­zione e tra­sfor­ma­zione crea­tiva dei pro­cessi cogni­tivi logici, dove l’apertura sog­get­tiva alla vita incon­tra le con­di­zioni ogget­tive della realtà.
Il pen­siero oni­rico sor­regge la coscienza, la fa sus­si­stere nella sua forma subli­mi­nale e in quella con­sa­pe­vole, col­mando le lacune del pen­siero logico. Se, da una parte, i pro­cessi logici oltre­pas­sano la coscienza in senso stretto, dall’altra, in modo più signi­fi­ca­tivo, la coscienza oltre­passa i con­fini della rap­pre­sen­ta­zione logica delle cose, sfu­man­doli. L’inconscio non è «intel­li­gente» (né tan­to­meno stu­pido). Imprime nel pen­siero un movi­mento che tra­sforma l’intelligenza com­pu­ta­zio­nale, che pro­cessa parole e numeri, in intel­li­genza del vivere.

da Verità nascoste. La rubrica settimanale su Il Manifesto di Sarantis Thanopulos del 27 febbraio 2015

giovedì 19 febbraio 2015

PRENDETEVI LE ALBE (Franco Arminio)

 

Piccola lettera ai ragazzi italiani

 
Cari ragazzi, abi­tate da poco una terra antica, dipinta con le tibie di albe gre­che, col san­gue di chi è morto in Rus­sia, in Alba­nia. Avete den­tro il san­gue, il freddo delle navi che anda­vano in Ame­rica, le gri­gie mat­tine sviz­zere den­tro le baracche.
Prima il mondo filava le sue ore len­ta­mente e ogni scena era per tanti, tutti insieme nel pochis­simo bene che c’era e nel male che aveva il suono sotto le cop­pole e le man­telle nere. Era la terra dei cafoni e dei galan­tuo­mini, era il sud dell’osso, era un uovo, un pugno di farina, un pezzo di lardo.
Ora è una scena dis­san­guata, ora ognuno è fab­bro della sua soli­tu­dine e per stare in com­pa­gnia si è costretti a bere, a diva­gare nel nulla, a tenersi lon­tani dal cuore. È uno stare che non con­te­sta niente, ma è senza pace, senza convinzione.
Ora non vi può con­vin­cere nessuno.
Dovete cam­mi­nare nel mistero di que­sta epoca fri­vola e dan­nata, in que­sta terra che muore e che gua­ri­sce, dovete stare nelle crepe che si sono aperte tra una strada e l’altra, tra una fac­cia e l’altra, tra una mano e l’altra. Tutto è spac­cato, squar­ciato, sepa­rato. Sen­tiamo l’indifferenza degli altri e l’inimicizia di noi stessi.
È una scena che non si muta in un solo giorno, ma è impor­tante sol­le­vare lo sguardo, allun­garlo: la rivo­lu­zione del guardare.
Uscite, con­te­state il vomito invec­chiato su una mat­to­nella a cui si è ridotta la politica.
Con­te­state con durezza i ladri del vostro futuro: sono qui e a Milano e a Fran­co­forte, guar­da­teli bene e fate­gli sen­tire il vostro disprezzo.
Siate dolci con i deboli, feroci coi potenti.
Uscite e ammi­rate i vostri pae­saggi, pren­de­tevi le albe, non solo il far tardi.
Avvol­gete con stri­sce di luci le ombre in cui dimo­rano i vostri nonni. Vivere è un mestiere dif­fi­cile a tutte le età, ma voi siete in un punto del mondo in cui il dolore più facil­mente si fa arte: e allora suo­nate, can­tate, scri­vete, foto­gra­fate. Non lo fate per darvi arie crea­tive, fatelo per­ché siete la prua del mondo: davanti a voi non c’è nessuno.
L’Italia è un inganno e un pro­di­gio. Lasciate gli inganni ai mestie­ranti della vita piccola.
Pen­sate che la vita è colos­sale. Siate i ragazzi e le ragazze del prodigio.

martedì 17 febbraio 2015

E ora, guardiamoli dall'alto, Giordano, i tagliagole dell'Inquisizione nuova ci sono ancora, eccome...

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NON VOGLIO PENTIRMI. NON HO DI CHE PENTIRMI. 

NON SO DI COSA PENTIRMI. 

giordano bruno




Il 17 febbraio del 1600 il filosofo Giordano Bruno fu condannato a morte per eresia dalla Santa Inquisizione. A Roma, la lingua straziata in una morsa di ferro perché non parlasse, il filosofo fu condotto in piazza Campo de' Fiori, spogliato nudo, legato a un palo e bruciato vivo.


lunedì 9 febbraio 2015

Enrico Berlinguer: il partito come formazione pedagogica


Forte tensione ideale, prospettiva rivoluzionaria e il partito come “scuola” e intellettuale collettivo

 dall’intervento al CC del PCI del 15 gennaio 1970

Enrico Berlinguer (1922-1984)

(..)Non basta che una prospettiva sia in sè rivoluzionaria: occorre che sia riconosciuta e sentita come tale da grande masse. Ecco il punto da cui dobbiamo partire. Ora, questo problema ci si propone oggi in termini che, in parte, sono del tutto nuovi, anche perché esso è strettamente unito allo sforzo che vogliamo compiere in modo sempre più coerente per affermare una visione della lotta per il socialismo che comporta la liberazione da elementi messianici, di utopia. Ma, anche e proprio perché riteniamo necessario compiere questo sforzo, dobbiamo in pari tempo proporci con forza il problema del mantenimento e del recupero su terreni che in parte devono essere necessariamente diversi da quelli del passato, di valori e sentimenti che restano e sempre saranno essenziali per la lotta rivoluzionaria della classe operaia e dei suoi alleati, perché il movimento di emancipazione dei lavoratori non può vivere ed avanzare se viene privato della carica di una forte tensione ideale.
(..)
Su questi terreni, che sono di lotta politica e di cultura insieme, sono convinto che possiamo collegarci più saldamente e ampiamente a tutte quelle forze e a quelle spinte che si ribellano, che respingono i modi di vita e l'assenza di valori dell'attuale civiltà capitalistica e cercano una via di uscita; e che, nella ricerca di questa via di uscita, nella lotta e costruzione di una società nuova possano portare un loro peculiare apporto non solo di lotta, ma anche di valori. Io credo però che anche all'assolvimento di questi compiti è affidata in larga misura, e più in generale, l'affermazione di quel ruolo insostituibile che ha nella situazione italiana il partito comunista, in quanto partito diverso da tutti gli altri. Partito capace, ceto, prima di tutti, di essere l'animatore, l'organizzatore delle lotte; di essere uno degli elementi fondamentali dell'unificazione, della sintesi politica, del raggruppamento delle alleanze attorno alla classe operaia; ma capace anche di proporre sempre col respiro necessario una generale prospettiva rivoluzionaria che sia riconosciuta e sentita. (..) la prospettiva rivoluzionaria richiede sempre un grado di elaborazione politica ed ideale elevata che solo un partito concepito e costruito come intellettuale collettivo può assicurare.
(..) Bisogna cioè ricordare sempre che il partito, se è certo, e prima di tutto, organizzazione di lotta o politica, è anche " scuola". E scuola deve essere anche la Federazione giovanile comunista. Tutti dobbiamo impegnarci alla costruzione di una grande autonoma organizzazione giovanile comunista di masse e di lotta. (..) Lenin non aveva esitazioni a mettere in luce l'importanza che deve avere per un partito rivoluzionario il momento della pedagogia. Noi tutti sappiamo bene, del resto, quale rilievo questo momento ha avuto negli scritti di un altro nostro grande maestro, Antonio Gramsci, e quale contributo Gramsci abbia dato alla elaborazione non solo della pedagogia in generale, ma anche al modo specifico con cui i problemi della pedagogia si pongono per il partito politico del proletariato.
 
Sull'ultimo numero di Lavoro Politico
 
di estrema attualità per noi e il nostro impegno (fe.d.)

domenica 1 febbraio 2015

Le origini del Carnevale nei misteri eleusini e nei riti dionisiaci



dalle rispettive voci di Wikipedia


(..) I riti eleusini erano antichissimi, si svolgevano già prima dell’invasione ellenica (periodo miceneo, circa 1600-1100 a.C.). Secondo alcuni studiosi il culto di Demetra fu fondato nel 1550 a.C.[1] Quando, nel VII secolo a.C. Eleusi diventò parte dello Stato ateniese, i riti si estesero a tutta la Grecia antica e alle sue colonie. Ebbero larga diffusione anche a Roma e perfino Cicerone, gli imperatori Adriano, Marco Aurelio (che ebbe come mistagogo Erode Attico) e Gallieno vi presero parte.

I misteri rappresentavano il mito del ratto di Persefone, strappata alla madre Demetra dal re degli Inferi, Ade, in un ciclo di tre fasi, la "discesa" (la perdita), la "ricerca" e l'ascesa, dove il tema principale era la "ricerca" di Persefone e il suo ricongiungimento con la madre.

Il rito era diviso in due parti: la prima, piccoli misteri, era una specie di purificazione che si svolgeva in primavera nel mese di Antesterione, la seconda, grandi misteri, era un momento consacratorio e si svolgeva in autunno nel mese di Boedromione (settembre-ottobre).[2] La cerimonia voleva rappresentare il riposo e il risveglio perenne della vita delle campagne.

I riti erano in parte dedicati anche alla figlia di Demetra, Persefone, poiché l’alternarsi delle stagioni ricordava l’alternarsi dei periodi che Persefone trascorreva sulla terra e nell’Ade.

I riti, le cerimonie e le credenze erano tenute segrete. Gli iniziati credevano che avrebbero ricevuto la giusta ricompensa dopo la morte.[3] I vari aspetti dei Misteri sono rappresentati su molti dipinti e ceramiche. Poiché i Misteri comprendevano visioni e invocazioni a una vita oltre la morte, alcuni studiosi ritengono che il potere e la longevità dei Misteri Eleusini derivasse da agenti psichedelici, collegati all'utilizzo di pane a base di segala cornuta, cioè segala contaminata dal fungo claviceps purpurea.[4][5][6] (..)



Clemente Alessandrino (Protrettico II, 21, 2) ci ha tramandato la formula sacra dei misteri: "Ho digiunato; ho bevuto il ciceone; ho preso nel cesto e, dopo averlo maneggiato, ho deposto nel cesto, poi, riprendendo dal cesto, ho riposto nel cesto". Probabilmente il paniere rituale simboleggiava il mondo infero e l'iniziando, scoprendolo, scendeva agli Inferi. A seguito di questa misteriosa manipolazione degli oggetti sacri, l'iniziato era nato di nuovo e si considerava da ora in avanti come adottato dalla dea.[9] I misteri eleusini, come l'orfismo e i misteri dionisiaci, hanno le loro remote radici nella protostoria, da tradizioni cretesi, asiatiche, traci, arricchite ed integrate in un nuovo orizzonte religioso. [10]

La distruzione del tempio di Demetra nel 396 d.C., ad opera dei Visigoti, seguaci dell'Arianesimo e condotti da Alarico, sancì la definitiva interruzione delle celebrazioni.



(..) Successivamente venne identificato in special modo come Dio del vino, dell'estasi e della liberazione dei sensi, quindi venne a rappresentare l'essenza del creato nel suo perenne e selvaggio fluire, lo spirito divino di una realtà smisurata, l'elemento primigenio del cosmo, l'irruzione spirituale della zoé greca, ossia l'esistenza intesa in senso assoluto, il frenetico flusso di vita che tutto pervade.[3] Questo dio rappresenta in particolare lo stato di natura dell'uomo, la sua parte primordiale, animale, selvaggia, istintiva, che resta presente anche nell'uomo più civilizzato, come una parte originaria insopprimibile, che può emergere ed esplodere in maniera violenta se viene repressa, anziché compresa ed incanalata correttamente.

Veniva identificato a Roma con il dio Bacco (simile a Dionisio pur non essendo la stessa cosa), con il Fufluns venerato dagli Etruschi e con la divinità italica Liber Pater, ed era soprannominato lysios, "colui che scioglie" l'uomo dai vincoli dell'identità personale per ricongiungerlo all'originarietà universale. Nei misteri eleusini veniva identificato con Iacco.(..)

L'impetuoso avvento di Dioniso e la sua misteriosa presenza sono simboleggiate da un'immagine da cui traspare l'enigma perturbante della sua duplicità e con esso la sua frenesia: la maschera. Nella festa della vendemmia, ad esempio, Dioniso era presente in figura d’una maschera. La maschera, invero, ricorre anche in altri culti greci, ma solo quelle dionisiache rappresentavano il dio nella sua epifania (una di queste, in marmo, dalle proporzioni superiori al normale, con rami d'edera, risale alla seconda metà del VI secolo e appartiene al sacrario dionisiaco di Icaria nell'Attica, che ancora oggi s'intitola al dio; questa maschera serviva evidentemente a usi cultuali che ci sono noti dalle immagini vascolari). A causa delle notevoli dimensioni, tali maschere dunque non venivano indossate ma erano concepite come le immagini stesse del dio. La materia è ancora controversa, ma le diverse ipotesi confluiscono sul concetto della maschera come "epifania" ed essenza del dio, e non semplice simbolo.(..)

Il volto dagli occhi scrutatori è stato da tempi immemorabili considerato come la più caratteristica manifestazione delle nature di tipo umano o ferino, e questa manifestazione viene riaffermata efficacemente dalla maschera, in quanto essa è la più forte immagine della presenza, della frontalità, di ciò “che viene incontro”: i suoi occhi sbarrati davanti a sé sono tali che non si può fuggire, il suo volto è intenso, vibrante e ambiguo, simbolo contraddittorio di immediata presenza e assoluta assenza, di realtà e illusione, ragione e follia. La maschera di Dioniso si distingue da quella delle altre divinità perché è più penetrante e immediatamente sensibile, ed è collegata con l'infinito enigma della duplicità e della contraddizione: i misteri ultimi dell'essere e del non-essere fissano l'uomo con occhi smisurati in un’esperienza totalizzante, che investe tutta la sfera dell’essere. Questo spirito della duplicità che contraddistingue Dioniso e il suo regno ricorre in tutte le forme del suo operare, è la causa di quello stravolgimento che ogni elemento dionisiaco non manca mai di suscitare perché è lo spirito di una natura selvaggia e universale.(..)


https://it.wikipedia.org/wiki/Misteri_eleusini
https://it.wikipedia.org/wiki/Dioniso