Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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mercoledì 2 aprile 2025

LIMES-FINES

 



Un’antica e cadente porta semiaperta lascia intravedere il passato e il futuro. Forse sono i confini del mondo che non ci appartiene più o forse ciò che ci appartiene ancora quando accogliamo i sedimenti e le tracce di coloro che accolsero il tempo della storia restando muti.

foto Francesca Cianciulli

 

La stratificazione di civiltà è l’ispessimento della storia. Se le parole sono pietre, come scrisse Carlo Levi, le pietre sono parole. Della storia non più muta. Ed è essa che indica, al ricercatore attento, la tortuosa strada dell’essere.

La storia la devi respirare sul campo. Se non alzi lo sguardo dalle carte essa ti sfuggirà incuneandosi tra le pietre. Ma le pietre, i ruderi in macerie, le case diroccate, sono uno scrigno prezioso per il ricercatore di quel tanto astratto apparentemente “paradigma di civiltà” ora perduto o con tracce in via di estinzione o omologazione culturale che è la civiltà contadina dell’Italia meridionale.

Necessaria è una nuova narrazione, necessario è un nuovo paradigma che parta dalle macerie per ricostruire una nuova soggettività storica. Nelle giornate di sole, quasi sempre dunque, se si presta attenzione a quei ruderi, si vedrà nitidamente il sangue dei vinti, non più assorbito dalla terra.  



Muro Lucano - salita e scesa  - foto Francesca Cianciulli



Visioni Meridiane- foto Fabio Giove

 

I gruppi subalterni subiscono sempre l'iniziativa dei gruppi dominanti, anche quando si ribellano e insorgono: solo la vittoria "permanente" spezza, e non immediatamente, la subordinazione. (..) Ogni traccia di iniziativa autonoma da parte dei gruppi subalterni dovrebbe perciò essere di valore inestimabile per lo storico integrale., Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, Quaderno 25, ed. Einaudi, 1975, pag.2283/2284. -

 

La complicità tra l’imperialismo e la storia del mondo, (..), non rappresenta solo una questione di espropriazione del passato dei colonizzati da parte dei colonizzatori. Essa equivale anche alla globalizzazione di uno sviluppo locale specifico dell’Europa moderna, ovvero il superamento della prosa del mondo da parte della prosa della storia., Ranajit Guha, La storia ai limiti della storia del mondo, Sansoni, 2003, pag.64



Arturo Zavattini, tra i più grandi fotografi italiani, ci regala questo scatto capolavoro firmato nel 1952 a Tricarico, in provincia di Matera, durante il suo viaggio etnologico-etnografico in Basilicata con Ernesto de Martino. Emozioni.

Nello scrivere questa storia, secondo l’antropologo Ernesto de Martino, materiale e tecnica etnografica di indagine sono preziosi, per la loro capacità di cogliere «i depositi alluvionali lasciati in queste terre dal millenario fluire delle civiltà» (Introduzione a “La terra del rimorso”, Il Saggiatore, 1961, pag.28), ma restano – quel materiale e quei metodi di ricerca – subordinati a una conoscenza che è per sua natura storica.

Il progetto di “storicizzare il ‘popolare’ e il ‘primitivo’ “, si rivelerà essere lo strumento attraverso il quale pensare il processo di emancipazione dei popoli e delle classi oppresse, ovvero, come ebbe felicemente ad esprimersi de Martino, “l’irrompere nella storia del mondo popolare subalterno”. È nello sviluppo di questi presupposti che de Martino si verrà a incontrare nel dopoguerra con il pensiero gramsciano, in particolare collegando la propria riflessione alle note sul folklore e più in generale all’analisi dei rapporti egemoni tra classi dominanti e classi subalterne.


a cura di Ferdinando Dubla, Subaltern studies Italia 



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 Formato digitale sfogliabile di Subaltern studies Italia 1. Saggi su Guha, Gramsci, de Martino e i margini della storia. A cura di Ferdinando Dubla. Barbieri edizioni, Manduria, 2024

venerdì 28 marzo 2025

Il Quaderno 12: Gramsci e la ricerca del principio educativo

 


Il Quaderno 12 fu redatto da Gramsci a Turi nel 1932. Può considerarsi un vero compendio della sua filosofia dell’educazione, con concrete proposte di trasformazione rivoluzionaria delle politiche scolastiche adottate dalle classi dirigenti del Regno d’Italia, liberal conservatrici prima, fasciste dopo. Ma anche di critica delle pedagogie idealistiche, spontaneiste e/o attivistiche che non delineavano nessuna vera trasformazione rivoluzionaria, legate a schemi astratti affatto concreti. Il Quaderno profila infatti una vera e propria “pedagogia della praxis”. Riprendiamo di seguito alcune citazioni.

Il titolo complessivo del Quaderno 12 (XXIX) è “Appunti e note sparse per un gruppo di saggi sulla storia degli intellettuali”. Il suo compendio pedagogico è in particolare il § 2. Osservazioni sulla scuola: per la ricerca del principio educativo.

 

[cit.] Il concetto dell’equilibrio tra ordine sociale e ordine naturale sul fondamento del lavoro, dell’attività teorico-pratica dell’uomo, crea i primi elementi di una intuizione del mondo, liberata da ogni magia e stregoneria, e dà l’appiglio allo sviluppo ulteriore di una concezione storica, dialettica, del mondo, a comprendere il movimento e il divenire, a valutare la somma di sforzi e di sacrifizi che è costato il presente al passato e che l’avvenire costa al presente, a concepire l’attualità come sintesi del passato, di tutte le generazioni passate, che si proietta nel futuro.

[cit.] Se il corpo magistrale è deficiente e il nesso istruzione-educazione viene sciolto per risolvere la quistione dell’insegnamento secondo schemi cartacei in cui l’educatività è esaltata, l’opera del maestro risulterà ancor piú deficiente: si avrà una scuola retorica, senza serietà, perché mancherà la corposità materiale del certo, e il vero sarà vero di parole, appunto retorica. (..) un mediocre insegnante può riuscire a ottenere che gli allievi diventino piú istruiti, non riuscirà ad ottenere che siano piú colti.

[cit.] Nella scuola attuale, per la crisi profonda della tradizione culturale e della concezione della vita e dell’uomo, si verifica un processo di progressiva degenerazione: le scuole di tipo professionale, cioè preoccupate di soddisfare interessi pratici immediati, prendono il sopravvento sulla scuola formativa, immediatamente disinteressata. L’aspetto piú paradossale è che questo nuovo tipo di scuola appare e viene predicata come democratica, mentre invece essa non solo è destinata a perpetuare le differenze sociali, ma a cristallizzarle in forme cinesi.

[cit.] L’impronta sociale è data dal fatto che ogni gruppo sociale ha un proprio tipo di scuola, destinato a perpetuare in questi strati una determinata funzione tradizionale, direttiva o strumentale. Se si vuole spezzare questa trama, occorre dunque non moltiplicare e graduare i tipi di scuola professionale, ma creare un tipo unico di scuola preparatoria (elementare-media) che conduca il giovinetto fino alla soglia della scelta professionale, formandolo nel frattempo come persona capace di pensare, di studiare, di dirigere o di controllare chi dirige.

[cit.] il discente non è un disco di grammofono, non è un recipiente passivamente meccanico. Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza. [*]

Negli anni ‘30 dunque Antonio Gramsci sistemerà, nei Quaderni dal carcere, i propri principi pedagogici (non separabili dall‟impianto generale della sua analisi teorico-politica complessiva) in forme non dissimili nella sostanza dalle concezione della didattica del collettivo di Makarenko, sviluppando una vera e propria pedagogia della praxis che, da una parte si collegava alle intuizioni di Antonio Labriola, dall’altra motivava la sua avversione al neoidealismo di marca crociana e specificatamente riguardo la cosiddetta “Riforma”, di marca gentiliana; e criticava il profilo educativo dei metodi attivistici che si erano diffusi in Europa grazie all’opera di Ferriére che aveva reso egemone la filosofia dell’educazione deweyana nel più generale slancio di rinnovamento delle metodologie educative, necessario per rompere una tradizione stantia e regressiva volta solo a selezionare le future classi dirigenti e a perpetuare la discriminazione e la divisione di classe.

 

*Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, cit. da edizione digitale Einaudi su Edizione 1975 curata da Valentino Gerratana. Le pos. relative sono da pag. 2133 a pag. 2141. 



 

a cura di Ferdinando Dubla 



Vedi anche in questo blog:

 

LA PEDAGOGIA DELLA PRAXIS e la dialettica educatore/educando

 

 

Antonio Labriola e la pedagogia della prassi


giovedì 6 marzo 2025

Storia e redenzione nelle Tesi sul concetto di storia di Walter Benjamin

 



Ferdinando Dubla - Francesco Morello, PERDERSI PER SALVARSI. NELLA STORIA / soggettivazione ed ‘escatologia’ dei subalterni in Walter Benjamin ed Ernesto De Martino (parte 2)

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2025/02/perdersi-per-salvarsi-nella-storia.html

 

Storicismo/antistoricismo e la dialettica della storia

Se si pone la lotta di classe come motrice della storia, i marxisti non possono non dirsi storicisti. Il materialismo di Marx è storico in quanto levatrice della storia è la trasformazione rivoluzionaria in senso e prospettiva storica. La storia si pone come ponte tra la natura e la cultura. E la natura è sia quella esterna dell’ambiente, sia quella interna dell’essere umano, non riducibile ad un’unica ratio pre-figurata.

Dunque tutto ciò che è nella natura, è nella storia. E la cultura, prodotta dagli esseri umani, diventa parte integrante della loro storia.

Ma se per storicismo intendiamo l’idea della storia, e non la dialettica rivoluzionaria nel conflitto delle classi, oppressi/oppressori, subalterni e dominanti, esso si configura allora come l’”astuzia della ragione” hegeliana, come filosofia presupposta alla storia, come disegno vichiano provvidenziale, che razionalizza l’imponderabile; che pensa i concetti di ‘progresso’, ‘regresso’, ‘civiltà’ o ‘barbarie’, ‘sviluppo’ e ‘sottosviluppo’, secondo una linea del tempo inesorabile che determina il fluire degli eventi; allora i marxisti non possono non dirsi antistoricisti. Perchè le braghe del pensiero idealista non si calzano alla storia. La dialettica tra natura e cultura è nella storia. Dunque, o lo ‘storicismo’ è dialettico, oppure non è.

Comparazioni triangolari

* Lo storicismo autodefinito ‘assoluto’ di Antonio Gramsci è un umanesimo integrale, una filosofia della prassi storica. L’antistoricismo di Benjamin è lo sguardo della storia all’essere umano che trascende se stesso. Lo storicismo antropologico di Ernesto de Martino è il riscatto collettivo della presenza tra natura e cultura, è umanesimo etnografico, è etnocentrismo critico. In tutti è presente la dialettica della storia. / Convergenze parallele nel ‘riscatto-redenzione-escatòn‘. Un marxismo critico dialettico nel nome della storia. 



Storia e redenzione nelle Tesi sul concetto di storia di Walter Benjamin

Francesco Morello

Una certa tradizione critica ritiene indiscernibile la sfera della storia, in cui si svolge la lotta politica dei gruppi subalterni, dall’idea di redenzione e dalla dimensione dell’eschaton. Per citare solo i nomi più noti, basti pensare a Ernst Bloch, Jacob Taubes, Giorgio Agamben. D’altro canto, una linea più sotterranea, trasversale e ancora da esplorare resta quella dell’antropologo Ernesto De Martino che, con il suo concetto di “ethos del trascendimento” coniugato alla ricerca sulla cultura dei gruppi subalterni, offre spunti inediti alla riflessione su questo tema[1].

Uno dei testi fondanti di questa tradizione sono le Tesi sul Concetto di Storia di Walter Benjamin. Testo arduo, a tratti impervio, ma dall’indubbio fascino stilistico, questo scritto in forma di diciotto brevi tesi assume un significato tragico alla luce del contesto in cui è stato scritto e ritrovato. Si tratta di pochi fogli ritrovati nella valigetta che Benjamin portava con sé quando, in fuga dalla Francia ormai occupata dai nazisti, si tolse la vita a Portbou, in Catalogna, il 26 settembre 1940, disperando di riuscire a sfuggire alle guardie franchiste per salpare alla volta degli Stati Uniti. L’amara ironia della storia volle che alcuni dei suoi amici e collaboratori intellettuali, tra cui Theodor Adorno, Hannah Arendt e Bertold Brecht, riusciranno in seguito a raggiungere indenni la loro destinazione d’oltreoceano.

In queste tesi Benjamin offre una concezione della storia e della rivoluzione estremamente originale, in grado di stimolare ancora oggi prospettive critiche e posture di lotta che scuotono molte delle rassicuranti certezze del pensiero progressista. Vi troviamo il caratteristico e “scandaloso” intreccio di materialismo storico e messianismo ebraico che rappresenta la cifra della sua filosofia politica.

Alla definizione del rapporto tra i due elementi, Benjamin dedica la prima, suggestiva tesi:

 

E’ noto che sarebbe esistito un automa costruito in modo tale da reagire ad ogni mossa di un giocatore di scacchi con una contromossa che gli assicurava la vittoria. Un manichino vestito da turco, con un narghilè in bocca, sedeva davanti alla scacchiera, posta su un ampio tavolo. Con un sistema di specchi veniva data l'illusione che vi si potesse guardare attraverso da ogni lato. In verità c'era seduto dentro un nano gobbo, maestro nel gioco degli scacchi, che guidava per mezzo di fili la mano del manichino. Un corrispettivo di questo congegno si può immaginare nella filosofia. Vincere deve sempre il manichino detto «materialismo storico». Esso può competere senz'altro con chiunque se prende al suo servizio la teologia, che oggi, com'è a tutti noto, è piccola e brutta, e tra l'altro non deve lasciarsi vedere.[2]

 

In una contemporaneità contraddistinta dalla secolarizzazione, la teologia è piccola e brutta, ma soltanto il suo motore segreto consente alla lotta di classe di riportare le sue vittorie. Il materialismo storico non deve recidere il suo legame con la dimensione messianica, con una sfera di pienezza di senso della storia, pena la sconfitta delle classi subalterne. La teologia è il nucleo segreto che alimenta un inaggirabile bisogno di riscatto delle classi oppresse.

Il tempo storico, secondo Benjamin, è caratterizzato da un’intrinseca aspirazione alla redenzione e da un indice messianico, radicati dialetticamente proprio nella sua costitutiva caducità e incompiutezza. La storia è cosparsa di schegge messianiche, frammenti incompiuti, possibilità inespresse, che devono raccogliersi e salvarsi in una dimensione escatologica e di apocatastasi che Benjamin pensa come atto rivoluzionario.

 

[…] l'immagine di felicità che custodiamo in noi è del tutto intrisa del colore del tempo in cui ci ha oramai relegati il corso della nostra esistenza. Felicità che potrebbe risvegliare in noi l'invidia c'è solo nell'aria che abbiamo respirato, con le persone a cui avremmo potuto parlare, con le donne che avrebbero potuto darsi a noi.

A conferire alla storia la sua apparente continuità è l’immedesimazione dello storico con le classi dominanti, che nasce da una sua complice e viziosa forma di accidia. Lo storico che si immedesima nel corso lineare della storia si immedesima nel vincitore. A lui si contrappone il materialista storico, che coglie nel passato i frammenti incompiuti che non sono stati assimilati dalla tradizione dominante, i sentieri interrotti, le spinte abortite di un possibile mondo alternativo. Così li fa suoi nel presente in cui scrive, mai neutrale, sempre intento a “spazzolare la storia contropelo”.

 

[…] se ci si chiede con chi poi propriamente s'immedesimi lo storiografo dello storicismo. La risposta non può non essere: con il vincitore. Quelli che di volta in volta dominano sono però gli eredi di tutti coloro che hanno vinto sempre. L'immedesimazione con il vincitore torna perciò sempre a vantaggio dei dominatori di turno. Con ciò, per il materialista storico, si è detto abbastanza. Chiunque abbia riportato sinora vittoria partecipa al corteo trionfale dei dominatori di oggi, che calpesta coloro che oggi giacciono a terra. Anche il bottino, come si è sempre usato, viene trasportato nel corteo trionfale. Lo si designa come il patrimonio culturale. Esso dovrà tener conto di avere nel materialista storico un osservatore distaccato. Infatti tutto quanto egli coglie, con uno sguardo d'insieme, del patrimonio culturale gli rivela una provenienza che non può considerare senza orrore. Tutto ciò deve la sua esistenza non solo alla fatica dei grandi geni che l'hanno fatto, ma anche al servaggio senza nome dei loro contemporanei. Non è mai un documento della cultura senza essere insieme un documento della barbarie. E come non è esente da barbarie esso stesso, così non lo è neppure il processo della trasmissione per cui è passato dall'uno all'altro.[7]

 

E’ interessante notare a questo punto una sorprendente convergenza tra questo concetto benjaminiano di una storia degli oppressi che, abbandonata alla discontinuità e alla frammentazione, aspira alla reintegrazione messianica, e un passaggio chiave del quaderno 25 di Gramsci, proprio dedicato alla costruzione di una lettura della storia basata sulla categoria dei “subalterni”.

 

"§ Criteri metodologici. La storia dei gruppi sociali subalterni è necessariamente disgregata ed episodica. È indubbio che nell’attività storica di questi gruppi c’è la tendenza all’unificazione sia pure su piani provvisori, ma questa tendenza è continuamente spezzata dall’iniziativa dei gruppi dominanti, e pertanto può essere dimostrata solo a ciclo storico compiuto, se esso si conchiude con un successo. I gruppi subalterni subiscono sempre l’iniziativa dei gruppi dominanti, anche quando si ribellano e insorgono: solo la vittoria «permanente» spezza, e non immediatamente, la subordinazione. In realtà, anche quando paiono trionfanti, i gruppi subalterni sono solo in istato di difesa allarmata (questa verità si può dimostrare con la storia della Rivoluzione francese fino al 1830 almeno). Ogni traccia di iniziativa autonoma da parte dei gruppi subalterni dovrebbe perciò essere di valore inestimabile per lo storico integrale; da ciò risulta che una tale storia non può essere trattata che per monografie e che ogni monografia domanda un cumulo molto grande di materiali spesso difficili da raccogliere." [8]

 

Senza voler appiattire l’una sull’altra le riflessioni dei due autori, non si può fare a meno di notarne la prossimità persino lessicale (quando si parla di “cumulo di […] materiali difficili da raccogliere”). Anche in Gramsci la tradizione degli oppressi è disgregata, e allo stesso tempo anela ad una sotterranea unificazione storiografica e rivoluzionaria che la strappi dall’oblio riscattandola.

Fare storia non significa ricostruire oziosamente il passato, ma raccogliere da esso quelle schegge messianiche nell’attimo del pericolo, rappresentato dal rischio che la tradizione degli oppressi si dissolva o venga mistificata. «Neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince»[9].

Ad una storia intesa come ricostruzione di un’immagine eterna del passato, Benjamin contrappone la costruzione di una costellazione di significato a partire da un’immagine del passato che “guizza via”, e che spetta al materialista storico afferrare con prontezza nel suo presente. Ogni determinato punto del passato attende di essere raccolto da un determinato, specifico, presente. Salvare il passato, riscattarlo, significa riconoscere il presente come “significato” da esso, come destinatario del suo appello alla redenzione[10]. Bisogna recuperare l’”altro” del passato, riaprendo in questo modo la storia al possibile, strappandola alla sua reificazione. In questo modo il passato, lungi dal manifestarsi come un passaggio necessario e transitorio per giungere al presente, appare come una serie di momenti irripetibili che gridano il loro appello alla salvezza, in attesa che qualcuno ne colga il lato nascosto, quello che non è stato incorporato nella tradizione dominante.

La rivoluzione deve essere pensata secondo la stessa struttura messianica di recupero dell’inespresso e del suo compimento. L’attività dello storico materialista e del rivoluzionario finiscono così con il convergere, anche se su piani differenti. Ciò rende particolarmente originale e spiazzante il concetto benjaminiano di rivoluzione. Invece di essere orientata verso il futuro, essa guarda verso il passato; naturalmente non per restaurarlo, ma per raccogliere in esso i frammenti sparsi della storia degli oppressi, e vendicare nell’attimo rivoluzionario tutte le generazioni passate di subalterni. Egli ritiene di poter ricondurre questa concezione della rivoluzione allo stesso Marx dei Manoscritti economico-filosofici del 1844. 

 

Il soggetto della conoscenza storica è di per sé la classe oppressa che lotta. In Marx essa figura come l'ultima classe resa schiava, come la classe vendicatrice, che porta a termine l'opera di liberazione in nome di generazioni di sconfitti.[11]

 

Tuttavia, nelle note preparatorie alla stesura del testo, è lo stesso Benjamin a segnalare un potenziale elemento di distanza dal pensatore di Treviri. La rivoluzione, a differenza della nota espressione di Marx, non è la “locomotiva della storia”, ma il suo “freno d’emergenza”[12].

La rivoluzione arreca un arresto messianico al continuum della storia; è una frattura che sospende nell’istante del kairos (l’attimo dell’opportunità) la sua precipitosa corsa verso la catastrofe. Il gesto rivoluzionario si compie in quello che Benjamin chiama Jetztzeit (tempo-ora, tempo dell’adesso), in cui i frammenti e le possibilità irrisolte del passato entrano in una congiunzione diretta con il presente, che li porta a compimento rovesciando l’esistente. Così come il materialista storico non scrive la storia come se essa si svolgesse in un tempo “omogeneo e vuoto”[13], allo stesso modo il rivoluzionario agisce in un adesso carico di senso, e ricapitola in un’istante tutti i frammenti disparati della storia, portandola a compimento. Robespierre strappava a forza l’antica Roma dalla tradizione dominante per consegnarla ai rivoluzionari; durante la rivoluzione di luglio c’è chi testimonia di aver visto i rivoluzionari sparare sugli orologi dei campanili per scardinare il tempo[14]. La rivoluzione accade nell’attimo in cui l’intera storia umana si cristallizza in una monade[15].

Con queste tesi Benjamin lascia in eredità una prospettiva feconda e ricca di spunti per il pensiero critico, deciso ad interrogarsi sul significato e sul senso della storiografia e della lotta rivoluzionaria. Come ogni pensatore vitale e storicamente decisivo, il terreno da lui dissodato lascia aperte diverse questioni, interrogando il nostro presente e stimolandolo a cercare nuove risposte.

Il progressismo costituisce uno strumento adeguato alla lotta dei subalterni contro l’egemonia delle classi dominanti? La dimensione teologica, per quanto secolarizzata, è davvero inaggirabile per lasciar sprigionare la scintilla dell’anelito al riscatto di popoli e classi oppresse? Gli sfruttati in conflitto organizzato contro gli sfruttatori possono fare a meno di prospettive progettuali per il futuro, nel loro tentativo di invertire il corso catastrofico della storia?

 

NOTE

[1] Per una lettura originale del pensiero di Ernesto de Martino in chiave subalternista, anche in rapporto all’ethos del trascendimento, si veda il saggio di Ferdinando Dubla contenuto nel IV capitolo dei «Subaltern Studies Italia.1», Barbieri, 2024,  pp. 31-37

[2] W. Benjamin, Angelus Novus, tr. it. di Renato Solmi, Einaudi, Torino 1995, p. 75, Tesi 1.

[3] ivi, pp. 75-76, Tesi 2.

[4] ivi, Tesi 13, 17. Sul conformismo e il determinismo economicistico della socialdemocrazia, cfr. anche Tesi 11.

[5] ivi, p. 79, Tesi 8.

[6] ivi, p. 80, Tesi 9.

[7] ivi, pp. 78-79, Tesi 7.

[8] Antonio Gramsci, Q.25 (XXIII), §2, Ai margini della storia. Storia dei gruppi sociali subalterni, Einaudi, 1975, p.2290

[9] W. Benjamin, Angelus Novus, cit., p. 78, Tesi 6.

[10] ivi, p. 77,  Tesi 5.

[11] ivi, p. 82, Tesi 12.

[12] W. Benjamin, Sul concetto di storia. Scritti 1938-1940, in Opere complete. VII , a cura di Hermann Schweppenhäuser, Rolf Tiedemann, Enrico Ganni, Einaudi, Torino, 2006, p. 497.

[13] W. Benjamin, Angelus Novus, cit., p. 83, Tesi 14.

[14] ivi, p. 84, Tesi 15.

[15] ivi, p. 85, Tesi 17.

 

Come nella scrittura dei Subaltern studies a citazioni invertite, cioè la fonte autoriale è primaria, l’ermeneutica secondaria, “adattamento” necessario del testo all’interpretazione. *

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- Walter Benjamin ed Ernesto de Martino: due personalità filosofiche accomunate dall’analisi ‘emozionale’, potremmo dire, dei gruppi subalterni. Il doppio sguardo, se partiamo dal Marx dell’onnilateralità dell’essere umano e la reintegrazione dalla frammentarietà e disgregazione dei gruppi subalterni nel Gramsci del Quaderno 25. Nonostante le ‘ermeneutiche’ in gran parte accademiche, sempre a induzione di narrazioni dominanti di tipo metafisico e idealista, che contorcono i testi, la comparazione è, non solo possibile, ma feconda di suggestioni per il pensiero (e la prassi) rivoluzionari. I percorsi di liberazione costituiscono, di per sè, atti rivoluzionari, perchè inducono a una narrazione altra, eversiva, quella dei dominati che si costruiscono come soggetto storico.

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2021/07/ranajit-guha-ladattamento-di-gramsci.html

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2021/08/la-questione-del-metodo-filologico.html

Cit. da Peter D.Thomas sui ‘fraintendimenti creativi’ e i ‘laboratori dialettici’ riferiti a Gramsci e gli studi internazionali. Quello di ‘far finta’ che non esista un soggetto interpretante che utilizza il testo filologico degli autori [acribia filologica] con una tesi dunque precostituita sul soggetto di studio, magari in chiave di ‘interpretazione’ del presente [filologia vivente] è vizio di storicismo idealistico, di carattere metafisico, subalterno alle narrazioni dominanti, a cui i Subaltern studies diretti da Ranajit Guha, metodologicamente, hanno contrapposto la dialettica soggetto/oggetto, la fonte, il testo, l’adattamento e l’ermeneutica, per ricostruire una narrazione altrimenti afasica.

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2021/07/i-fraintendimenti-creativi-e-il.html

La storia non è lineare, non è progressiva, non v’è nessuna ‘astuzia della ragione’. Il ‘progressismo’ è infatti deriva-azione dello storicismo idealistico. Lo storicismo marxista è dialettico.

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2020/06/storicismo-dialettico.html

 

* a cura di Ferdinando Dubla e Francesco Morello - laboratorio di filosofia politica - Filosofia Pop -Arci Calypso (Sava), anno antiaccademico 2024/2025, anno filosofico 425 d.GB., (dopo Giordano Bruno) 



Sava (TA), 20 febbraio 2025


sabato 1 marzo 2025

SUBALTERN STUDIES ITALIA - pubblicazioni on line 1_2

 

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 Formato digitale sfogliabile di Subaltern studies Italia 1. Saggi su Guha, Gramsci, de Martino e i margini della storia. A cura di Ferdinando Dubla. Barbieri edizioni, Manduria, 2024



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I margini della storia. Gramsci e i Subaltern studies. Una pagina di Gramsci sullo studio dei gruppi subalterni. A cura di Ferdinando Dubla.

Un’introduzione per chi voglia studiare il Quaderno 25 di Gramsci, redatto a Formia, nella Clinica Cusumano, nel 1934-1935 * e il rapporto con i Subaltern studies internazionali, in particolare con la filosofa statunitense di origini indiane Gayatri Chakravorty Spivak.

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* In questo blog

IL GRAMSCI di FORMIA 


mercoledì 26 febbraio 2025

ESTERNO GIORNO: la trattativa per salvare la vita di Moro era possibile

 



ESTERNO GIORNO

Mario Scialoja, giornalista de l’Espresso quando era l’Espresso, autore del libro “A viso aperto”, in cui nel 1994 fa ricostruire allo stesso Renato Curcio, fondatore delle Brigate Rosse, la storia dal punto di vista dell’organizzazione armata, ha riproposto una sua intervista a Franco Piperno, recentemente scomparso, militante e teorico dell’Autonomia rifugiato, all’epoca dell’intervista (23 dicembre 1984) in Canada. È importante, questa intervista, per una serie di ragioni. Piperno è testimone diretto e attendibile della ‘trattativa’ che poteva salvare la vita dell’on. Moro, senza le immaginifiche ricostruzioni complottarde nelle inchieste farlocche delle commissioni parlamentari. Ebbe infatti una funzione di ‘pontiere’. Il partito della ‘fermezza’ statolatrica da un lato, congiunzione della ‘difesa dello Stato democratico’ della DC e del PCI, dall’altra la richiesta di un ‘riconoscimento politico’ al nemico del tutto simbolico, in quanto il ‘riconoscimento politico’ era stato comunque conquistato militarmente con la strage di via Fani a colpi di mitra e morti ammazzati e rapimento. Non ebbe esiti questo tentativo di Piperno e l’Autonomia di farsi latori, per il tramite di Morucci e Faranda ormai eretici bierre e di Claudio Signorile per il PSI, di uno sbocco politico che avrebbe salvato la vita dell’onorevole, rappresentante paradossalmente ‘il cuore dello Stato’. Quello Stato che di lì a poco avrebbe trattato con il partito-guerriglia di Senzani, un movimento prepolitico selvaggio e criminogeno scissionista, infiltrato dalla camorra, alleato della criminalità organizzata, che permise, a suon di miliardi di riscatto, siamo nel luglio 1981, di liberare Ciro Cirillo, già Presidente della Regione Campania. L’Unità e il PCI aprirono allora un’inchiesta giornalistica, ma era troppo tardi per cambiare politicamente la ‘linea della fermezza’. Approfondiremo prossimamente questo importante snodo, che è tutto politico. / fe.d 

L'INTERVISTA DI MARIO SCIALOJA A FRANCO PIPERNO IN CANADA (23 dicembre1984)

di Mario Scialoja

Nel mio post del 15 gennaio 2025, in occasione della morte di Franco Piperno, ho raccontato, tra molto altro, di averlo intervistato in Canada, ma che non riuscivo a rintracciare l'articolo. Un mio gentile ex collega dell'Espresso, molto più attrezzato di me, dopo aver letto, mi ha mandato fotocopia dell'intervista fatta a Montreal.

Faccio notare che è datata 23 dicembre 1984, assai prima che cominciassero a fiorire libri di tutti i tipi sulle Brigate Rosse, tra cui spericolate narrazioni dietrologiche e complottistiche.

Penso possa essere interessante pubblicare dei passaggi di quella testimonianza.

"Giaccone imbottito, sovrascarpe di gomma contro la poltiglia nevosa che già da tempo copre la città, quando Franco Piperno entra nell'albergo appare assolutamente mimetizzato. Si trova in Canada da più di tre anni...".

Durante il sequestro Moro lei collaborò con i socialisti, presentandosi come qualcuno che poteva far arrivare messaggi alle BR e ricevere segnali sugli umori dei brigatisti...

" Non sono io che mi sono presentato ai socialisti, ma loro che mi hanno cercato. Accettai di collaborare al loro tentativo di salvare la vita di Moro perché mi sembrava che in gioco non c'era solo un fatto umanitario, ma anche il futuro di tutto il Movimento nato col '68. Durante i 55 giorni del sequestro non ho avuto incontri diretti con nessun dirigente BR, ivi compreso Morucci. Però in quel periodo alcuni militanti di Potere Operaio erano entrati nelle BR pur continuando a mantenere dei collegamenti con i vecchi compagni. Era quindi relativamente facile far arrivare e ricevere messaggi...".

E' stato detto che lei si incontrò con Mario Moretti e che lui, durante una vivace discussione, la minacciò con una pistola.

"Non mi sono mai incontrato con Moretti durante il sequestro. L'avevo conosciuto anni prima e l'ho rivisto dieci mesi dopo la morte di Moro. Durante quell'incontro Moretti tentò di giustificare l'uccisione del leader democristiano sostenendo che le BR non avevano avuto scelta: secondo lui l'irremovibile rigidità della Dc e del PCI non avevano lasciato nessuno spazio di manovra. Ovviamente, i nostri punti di vista divergevano, ma la discussione fu pacata e non venne fuori nessuna pistola." ...

Moretti e Morucci hanno affermato che "la vita di Moro fu salvabile fino all'ultimo". Alcuni pentiti invece affermano che la sua uccisione era decisa fin dall'inizio...

"Tutti i segnali che mi sono arrivati durante il sequestro  stavano ad indicare che una trattativa era possibile. Addirittura, nei primi giorni di maggio, quando ero in contatto con Claudio Signorile, avevo avuto la sensazione che una soluzione positiva era vicinissima, a portata di mano...

Mi risulta che in quei 55 giorni all'interno delle BR la discussione su come gestire il sequestro fu una discusswione reale e non fittizia. Voglio dire che non vi eraq un esito prefissato. Quanto alle affermazioni dei pentiti che sostengono che Moro era comunque condannato a morte, sono convinto che più che di testimonianze si tratti di ricostruzioni di comodo ad uso del partito della fermezza che tenta così di legittimare il suo rifiuto di qualsiasi tentativo di salvare la vita di Moro"

....

"Mi sono incontrato con Signorile tre o quattro volte. La prima, nella secona metà di aprile, a casa del direttore del vostro giornale Livio Zanetti. Le altre volte a casa di un comune amico. Signorile mi presentò la proposta studiata dai socialisti : liberazione di un paio di detenuti politici per motivi di salute e alleggerimento del regime delle carceri speciali...Fu durante il terzo incontro, all'inizio di maggio, che una soluzione sembrò delinearsi. Signorile aveva parlato con Fanfani, spiegandogli che era fondamentale dimostrare una disponibilità a stabilire un dialogo pubblico con le BR. Fanfani si disse d'accordo, "per salvare la vita all'amico Moro", ad esprimere una sua disponibilità in occasione di un comizio elettorale che doveva aver luogo nel pomeriggio di domenica 7 maggio...

Purtroppo, domenica mattina Signorile mi fece avvertire che la dichiarazione non l'avrebbe fatta Fanfani, ma il senatore Giuseppe Bartolomeo.

La sera sentii in televisione i farfugliamenti di Bartolomeo e capii che la situazione non poteva che precipitare. Ma non potevo fare niente perché non avevo la possibilità di stabilre un contatto con i brigatisti a mio piacimento. Se avessi potuto, gli avrei suggerito di attendere il discorso di Fanfani previsto per martedi mattina, alla direzione DC.

Ricostruendo la vicenda col senno di poi mi convinco sempre di più che per salvare Moro mancò pochissimo: resta per me un mistero perché Fanfani non pronunciò quella piccola frase che avrebbe potuto salvare una vita".

Il pentito Carlo Bozzo, ex brigatista della colonna genovese, ha detto in un'intervista all'Espresso, che "un autorevole esponente del PSI si sarebbe incontrato con Moretti in una villa fuori Roma per tantare la liberazione". Lei ne sa qualcosa ?

"Non escludo affatto la possib ilità che leader BR si siano incontrati durante il sequestro con dirigenti del PSI. In quei 55 giorni, infatti, i brigatisti attivarono tutti i loro contatti possibili col mondo politico proprio perché erano interessati a trattare e ottenere un risultato. Credo però di poter escludere che un leader BR come Moretti si sia incontrato in quei giorni con Craxi o Signorile".

Perché dice questo ?

"Perché se Signorile avesse visto Moretti non avrebbe avuto bisogno di me. Quanto a Caxi, quando lo incontrai un paio di mesi dopo l'uccisione di Moro, ebbi la precisa impressione che la sua conoscenza, o meglio mancata conoscenza, del fenomeno brigatista escludesse dei suoi precedenti colloqui con personaggi come Moretti"

Come mai lei vide Craxi ?

"Su sua iniziativa. Mi fece sapere che era interessato a parlarmi...Il colloquio durò più di due ore. Mi espose la sua convinzione che la lotta armata in Italia fosse segretamente diretta da "potenze straniere". Usava associazione di fatti e circostanze assolutamente fragili e anche sbagliate. Più che capire il fenomeno terroristico, sembrava interessato a darne una lettura che fornisse degli spunti in chiave anti-PCI. Rimasi sconcertato dalla sua disinformazione...Io tentai di esporgli un punto di vista più realista: il carattere assolutamente endogeno della lotta armata in Italia. Le mie affermazioni sembrarono deluderlo."






L’ESISTENZIALE È POLITICO: “Diego” - “Emilio” e Antonio Savasta 






INCHIESTA SOCIALE

La ricerca storico-politica come inchiesta sociale: le ‘ali di piombo’ in Occidente. #SubalternstudiesItalia



venerdì 21 febbraio 2025

PERDERSI PER SALVARSI. NELLA STORIA / soggettivazione ed ‘escatologia’ dei subalterni in Walter Benjamin ed Ernesto De Martino (1)

 


Walter Benjamin ed Ernesto de Martino 


“Essere perduti nel mondo… Questo esser perduti si configura come un “negativo” da cui riscattarsi: la fenomenologia indica la Weltvernichtung, la epoché, come la “via” per questo riscatto. Eppure questo “negativo” è in realtà un positivo, e questo oblio racchiude una liberazione: l'”oblio del mondo” è un momento necessario del “progetto comunitario dell’utilizzabile”, progetto che comporta tra l’altro la salutare possibilità di dimenticare.”

E.de Martino, La fine del mondo, Einaudi, 1977, pp.64445

Quando i  percorsi di liberazione collettivi costituiscono atto rivoluzionario

Escatologia è termine prevalentemente teologico, una delle ancelle degli dei nella filosofia.

Ma con escatologia (dal greco antico ἔσχατος éskhatos 'ultimo') si indica una dottrina volta a indagare il destino ultimo del singolo individuo, dell'intero genere umano e dell'universo; escatologica è dunque la ‘salvezza’ degli ultimi. I subalterni. I subalterni, la classe degli ultimi ai margini della storia, soggetto dell’analisi gramsciana del Q.25, non avranno mai storia se non prendono coscienza (e dunque organizzazione) della loro subalternità. Costruire la prospettiva storica dell’escatòn, come lo chiama Ernesto de Martino, è la stessa redenzione dei vinti delle tesi sulla storia di Walter Benjamin.

 

cfr. http://ferdinandodubla.blogspot.com/2021/04/lescaton-dei-subalterni-subaltern.html

 

Le pagine culturali del quotidiano cattolico Avvenire si rivelano molte volte  feconde di stimoli culturali in ottica ‘subalternista’, come questo articolo di Gianni Vacchelli su Walter Benjamin (pubblicato l'11 marzo  2023 ”Walter Benjamin: la storia è redenzione dei vinti”)

https://www.avvenire.it/agora/pagine/benjamin-la-storia-redenzione-dei-vinti

 

“La critica radicale di Benjamin al progresso, alla storia lineare e a ogni storicismo (da quello hegeliano alla banalizzazione positivista o socialdemocratica) porta ad un’altra concezione del tempo, dove il passato è attivo, feconda il presente ed è da esso stesso modificato. L’eredità benjaminiana è immensa e ci invita a «riaprire la storia», Ellacuría direbbe a «rilanciarla in un’altra direzione», che non abbia al centro la cupidigia del capitale, ma una debole e insieme forte rammemorazione messianica, che si incarna anche in noi, come singoli e come generazioni coscienti della nostra responsabilità di liberazione dei piccoli, degli oppressi, dei vinti. In tre proposte sull’autore tedesco si va dalla celebre opera sull’arte al raffronto con altri pensatori Fino alle consonanze con la teologia della liberazione. Nella riflessione di Löwy il concetto di “rammemorazione messianica” invita a rilanciare le responsabilità del presente in un’altra direzione rispetto alla cupidigia del capitale, come sosteneva Ellacuría”, [estratto]

 

Walter Benjamin (Berlino, 15 luglio 1892 – Portbou, 26 settembre 1940) è stato un filosofo, scrittore, critico letterario e traduttore tedesco; si è occupato di epistemologia, estetica, sociologia, misticismo ebraico e materialismo storico. Il lavoro di Benjamin, riconosciuto postumo, ha influenzato filosofi (quali Theodor Adorno, György Lukács e Hannah Arendt), mistici (come Gershom Scholem) e drammaturghi (come Bertolt Brecht).

Tra la fine del 1939 e il maggio del 1940 scrive le “Tesi di filosofia della storia” (Über den Begriff der Geschichte), il suo ultimo lavoro e testamento spirituale. Le Tesi avrebbero dovuto essere l'introduzione del Passagen-Werk, che Benjamin non poté completare e che grazie a Georges Bataille fu nascosto e conservato alla Bibliothèque Nationale.  Gli abbozzi furono trovati da Giorgio Agamben nel 1981 alla Bibliothèque Nationale tra le carte di Bataille e furono pubblicati in Italia da Einaudi, prima nel 1986 con il titolo Parigi, capitale del XIX secolo e poi nel 2000 con il titolo I «passages» di Parigi.

“Nell’idea di felicità, in altre parole, vibra indissolubilmente, l’idea di redenzione. Lo stesso vale per la rappresentazione del passato, che è il compito della storia. Il passato reca seco un indice temporale che lo rimanda alla redenzione. C’è un’intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra. Noi siamo stati attesi sulla terra. A noi, come ogni generazione che ci ha preceduto, è stata data in dote una <debole > forza messianica, su cui il passato ha un diritto. Questa esigenza, non si lascia soddisfare facilmente. Il materialismo storico lo sa”. Walter Benjamin

da Tesi di filosofia della storia, ed.dig. Mimesis, 2012, tesi 2 pos.30

 




L’inserimento di Walter Benjamin tra gli autori degli studi subalterni si trova primariamente nella comparazione tra l’escatòn (riscatto) contro la crisi della presenza che abdica “senza compenso“, categoria dell’antropologia filosofica di Ernesto de Martino e la redenzione dei vinti, dei subalterni, nel filosofo berlinese; che combatte lo storicismo dell’”astuzia della ragione” hegeliana, perchè il materialismo, ‘storico’ appunto, sappia guardare oltre il possibile razionale e fondi un’escatologia per la liberazione, individuale solo perchè collettiva.

“La tradizione degli oppressi ci insegna che lo «stato di emergenza» in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. Avremo allora di fronte, come nostro compito, la creazione del vero stato di emergenza; e ciò migliorerà la nostra posizione nella lotta contro il fascismo. La sua fortuna consiste, non da ultimo in ciò: che i suoi avversari lo combattono in nome del progresso come di una legge storica. Lo stupore perché le cose che viviamo sono «ancora» possibili nel ventesimo secolo è tutt’altro che filosofico. Non è all’inizio di nessuna conoscenza, se non di quella che l’idea di storia da cui proviene non sta più in piedi.”, Walter Benjamin, tesi 8. cit. vedi supra.

“Quando è il negativo a prevalere, e questo accade in fasi particolarmente drammatiche dell'esistenza umana (come la morte di una persona cara), può manifestarsi una crisi radicale, una “funesta miseria esistenziale”, per cui l’ethos del trascendimento non riesce più a risolvere la crisi nel valore e la mancata valorizzazione fa perdere anche l’operabilità sul reale. L’attività etica della valorizzazione è necessaria per impedire la destrutturazione dell'esserci”, in quanto il “vitale” vede per intero invaso il suo spazio, quello dell’intersoggettività e il rapporto con il mondo. Avviene allora che “la presenza abdica senza compenso”.,

Ernesto de Martino, Il mondo magico, 1948, ed. Einaudi, pag.43.

 

“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infinito. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso è questa tempesta.”, Walter Benjamin, tesi 9 cit. vedi supra.  



Angelus Novus è un acquerello dipinto nel 1920 da Paul Klee, conservato presso il Museo d'Israele, a Gerusalemme  


 Per entrambi, De Martino e Benjamin, il contrario di ‘riscatto’, escatòn, è ‘apocalissi’, di ‘redenzione’ è catastrofe.

 

QUANDO “LA PRESENZA ABDICA SENZA COMPENSO” in Ernesto de Martino

La presenza è un soffio effimero che il mondo rischia, in ogni momento, di inghiottire e di vanificare.

- La categoria di ‘crisi della presenza’ ne ‘Il mondo magico’, l’opera del 1948 che mette in interlocuzione l’antropologia italiana con l’antropologia culturale internazionale, da Ernesto de Martino, nel secondo capitolo,  viene messa in relazione allo ‘stato’ o ‘condizione olon’ studiata da S. M. Shirokogoroff in The Psychomental Complex of the Tungus (London 1935).

Una condizione osservata nei Tungusi, ma dello stesso tipo in altri popoli, chiamata latah dai Malesi, irkunii dagli Yukagiri, amurak dagli Yakuti, menkeiti dai Koriaki, imu dagli Ainu. È un comportamento di imitazione, una ‘coinonia’, cioè un’unione (la koinè greca classica) con gli altri, come il ripetere gesti e parole dette da altri spossessandosi di sè oppure imitando la natura, diventando albero o foglia o elemento naturale perdendo la propria identità. Non c’è più soggettivazione culturale, ma il perdersi. Un perdersi nel non-esser/ci nel nulla di uno stato di natura che imita sì, ma la morte della persona. Ma è questa vertigine del nulla la base di una ri-soggettivazione per il tramite dell’appartenenza rituale, di un riscatto (escatòn) della presenza collettiva dell’esser/ci nel mondo, primo tassello per l’uscita dalla natura e l’entrata nella storia per mezzo della cultura.

“Se analizziamo lo stato olon, ravvisiamo, come suo carattere, una presenza che abdica senza compenso. Tutto accade come se una presenza fragile, non garantita, labile, non resistesse allo choc determinato da un particolare contenuto emozionante, non trovasse l’energia sufficiente per mantenersi presente ad esso, ricomprendendolo, riconoscendolo e padroneggiandolo in una rete di rapporti definiti. In tal guisa il contenuto è perduto come contenuto di una coscienza presente. La presenza tende a restare polarizzata in un certo contenuto, non riesce ad andare oltre di esso, e perciò scompare e abdica come presenza.”

“Infatti il semplice crollo della presenza, la indiscriminata coinonia, lo scatenarsi di impulsi incontrollati, rappresentano solo uno dei due poli del dramma magico: l’altro polo è costituito dal momento del riscatto della presenza che vuole esserci nel mondo. Per questa resistenza della presenza che vuole esserci, il crollo della presenza diventa un rischio appreso in un’angoscia caratteristica: e per il configurarsi di questo rischio la presenza si apre al compito del suo riscatto attraverso la creazione di forme culturali definite. Per una presenza che crolla senza compenso il mondo magico non è ancora apparso; per una presenza riscattata e consolidata, che non avverte piú il problema della sua labilità, il mondo magico è già scomparso. Nel concreto rapporto dei due momenti, nella opposizione e nel conflitto che ne deriva, esso si manifesta come movimento e come sviluppo, si dispiega nella varietà delle sue forme culturali, vede il suo giorno nella storia umana”.

Ernesto de Martino, Il mondo magico, cit. da ed. digitale su ed. Einaudi 2021 curata da Marcello Massenzio, 2022, pp. 167-169. In nota de Martino cita autori come Lévy-Bruhl, E. Cassirer, L. Klages, H. Werner, R. Thurnwald.

La cultura del ‘primitivo’ si sgrana così come filogenesi dell’umanità storica.

a cura di ferdinando dubla

Subaltern studies Italia

 

In questo blog trovi anche:

Ma questo mondo non è più magico. De Martino, guerra e 'dramma della presenza'

 

La magia di De Martino - il musicologo Alessandro Portelli rilegge Ernesto de Martino  






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