Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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sabato 10 gennaio 2026

LA CONTRADDIZIONE DELLA CONTRADDIZIONE / Mao. Gramsci e il movimento C-A-T

 



La rivoluzione non è un pranzo di gala, ma richiede metodo

Dialettica del potere: Mao, Gramsci e il movimento C-A-T

 

Nella storia delle rivoluzioni, il passaggio dalla "distruzione del vecchio" alla "costruzione del nuovo" è il momento più critico. Mao Zedong teorizzò per il Partito Comunista Cinese il movimento C-A-T (Critica-Autocritica-Trasformazione): un ciclo dialettico pensato per mantenere lo slancio rivoluzionario e risolvere le contraddizioni "in seno al popolo" attraverso il dialogo e la crescita collettiva.

Tuttavia, tra la teoria e la pratica si inserì un momento di rottura drammatico: la legge del 21 febbraio 1951 sulla "soppressione delle attività controrivoluzionarie". In una fase di estrema fragilità (Guerra di Corea, sabotaggi interni), il Partito scelse la linea dura.

Ma fu una scelta corretta o un errore di prospettiva? Se guardiamo alla lezione di Antonio Gramsci, la risposta si fa complessa. La rivoluzione è un processo di "lunga durata" dove bisogna saper distinguere quando agire con la "guerra di movimento" (l'urto frontale) e quando con la "guerra di posizione" (l'egemonia culturale e il consenso). 




in foto, Mao nel suo studio nelle grotte di Yen’an: fu qui che scrisse nel 1937 le sue opere filosofiche più importanti: “Sulla pratica” e “Sulla contraddizione”. 

Opere che contengono la distinzione tra “contraddizioni antagoniste” e “contraddizioni in seno al popolo”, principali e secondarie. E, in nuce, le riflessioni più specifiche degli anni ‘40 sulla “rieducazione” piuttosto che la “punizione” e i necessari cicli di critica e autocritica (CAT) che rimandano alla necessità di un’elaborazione collettiva dell’”intellettuale organico”, per utilizzare le categorie gramsciane piuttosto che alla repressione violenta e sommaria, come fu purtroppo nella attuazione della legge del febbraio 1951, i cui errori furono riconosciuti dallo stesso Mao (posteriormente). / fe.d.

 

L’errore del 1951 e il corto circuito delle "contraddizioni"

Quando il nemico è ovunque: il limite della coercizione

 

La legge del febbraio 1951 rappresentò quello che possiamo definire un errore strategico. In quel momento, la leadership maoista (supportata da figure come Kuo Mo-jo per la legittimazione intellettuale) applicò il metodo della "soppressione" – tipico delle contraddizioni antagonistiche (quelle con il nemico giurato) – su una scala vastissima, basata persino su quote numeriche.

Il rischio di questa impostazione è evidente: trattare ogni dissenso come un'attività controrivoluzionaria finisce per soffocare il movimento dialettico C-A-T. Se la critica diventa reato, l'autocritica diventa confessione forzata e la trasformazione diventa pura sottomissione.

Mao stesso sembrò rendersi conto di questo squilibrio. Nelle memorie di Bo Yibo (pubblicate tra il 1991 e il 1993), emergono i dati reali di quella stagione: oltre 700.000 esecuzioni. Un prezzo altissimo che pose il problema della "coerenza" tra i principi del marxismo e la pratica concreta di governo. Il Partito rischiava di trasformarsi in una macchina burocratica distante dai bisogni del popolo.

 

Note biblio

 

Bo Yibo (fonte primaria)

Le memorie di Bo Yibo sono fondamentali perché rappresentano il primo grande sforzo di sistematizzazione dei dati d'archivio del Partito nel periodo post-maoista.

• Autore: Bo Yibo (薄一波).

• Titolo Originale: Ruògān zhòngdà juécè yǔ shìjiàn de huígù (若干重大决策与事件的回).

• Traduzione: Riflessioni su alcune decisioni ed eventi importanti.

• Anno di 1ª Edizione: * Volume 1: 1991 (Copre il periodo 1949-1956, fondamentale per la legge del 1951).

• Volume 2: 1993 (Copre il periodo 1957-1966).

Casa Editrice della Scuola Centrale del Partito Comunista Cinese (中共中央党校出版社 - Zhōnggòng Zhōngyāng Dǎngxiào Chūbǎnshè), Pechino. /

 

la "Risoluzione del 1981" associata all'era di Deng Xiaoping (Xi Jinping ha redatto la terza risoluzione storica nel 2021). Quella del 1981 è la seconda ed è quella che definisce il "70% meriti, 30% errori" l’attuazione della legge del febbraio 1951.

• “Risoluzione su alcune questioni della storia del nostro Partito dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese”, 27 giugno 1981 (durante la 6ª sessione plenaria dell'11° Comitato Centrale del PCC). Si tratta della valutazione critica della Rivoluzione Culturale e “bilanciamento” dei contributi di Mao Zedong.

 

Gramsci, Mao e l’autodisciplina collettiva cosciente

 

L'idea di rivoluzione come "galateo" (attraverso l'autodisciplina cosciente) è la risposta al rischio del ribellismo fine a se stesso.

Se il subalterno prende il potere senza autodisciplina, rischia di riprodurre i comportamenti del vecchio oppressore.

Gramsci nel Quaderno 25 chiarisce che la storia dei subalterni è, per definizione, frammentata e episodica. I subalterni non hanno coscienza di sé perché subiscono l'egemonia culturale della classe dominante, che li vede come "natura" o "massa amorfa", mai come soggetti storici.

• Il parallelo con Mao: nella fase di Yan'an

 

[vedi LE GROTTE DI YAN'AN (a cura di Ferdinando Dubla, L'analisi e la classe, 28.09.2025)]

 

Mao si trovò di fronte a una massa di contadini "subalterni" che vivevano in una condizione pre-politica. Il suo lavoro non fu solo militare, ma fu quello di trasformare la "frammentazione" dei subalterni in una volontà collettiva.

• La formazione della coscienza: come suggerisce Ranajit Guha, la coscienza del subalterno nasce inizialmente per "negazione" (rivolta contro il padrone), ma deve elevarsi alla fase "positiva" (progetto di Stato). Lo strumento che permette al subalterno di criticare la propria subalternità e trasformarsi in dirigente è l’autodisciplina collettiva cosciente.

La disciplina cosciente gramsciana è ciò che permette al "Moderno Principe" (il partito/l'organizzazione) di non essere una gerarchia di comando, ma una scuola di autogoverno. È il momento in cui il subalterno impara a governare se stesso per poter governare la società.

 

Oltre il "pranzo di gala": disciplina e coscienza rivoluzionaria

 

Affinchè la critica e l'autocritica (C-A-T) non degenerino in estremismo, occorre tornare alla lezione di Antonio Gramsci. Nel 'Moderno Principe', la disciplina non è un ordine ricevuto, ma un traguardo raggiunto: è la disciplina cosciente.

L'autodisciplina collettiva è l'unico antidoto alla burocratizzazione e agli eccessi del potere. Mentre l'occidente imperialista accusa di 'autoritarismo',  la vera forza risiede nella capacità di ogni militante di essere giudice di se stesso e servitore del collettivo. La rivoluzione è un atto di forza contro il nemico (guerra di movimento), ma è soprattutto un atto di suprema coscienza in seno al popolo (guerra di posizione). Trasformare se stessi per trasformare il mondo: questa è la dialettica che lega Gramsci a Mao.

 

(a cura di Ferdinando Dubla)

 

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in questo blog:


lunedì 29 dicembre 2025

La transizione rivoluzionaria senza capitalismo

 

la nuova democrazia maoista è superamento di una doppia subalternità




gennaio 1940. Yan’an

Il nodo teorico della concezione di “nuova democrazia” di Mao è la transizione al socialismo. Stretto nella morsa dell’aggressione giapponese alla Cina e al furore anticomunista del suo alleato nazionalista, alleato che finora ha goduto della fiducia immotivata di Stalin e delle ‘spinte unitarie’ dei cominternisti del PCC come Wang Ming, Mao rimane saldo nell’obiettivo strategico: una democrazia di tipo nuovo, un “blocco storico” di classe ma che abbia forza motrice rivoluzionaria nella classe contadina povera; dunque il proletariato urbano diventa alleato ma non ha centralità egemonica nella lotta di classe e quindi perde di importanza la borghesia compradora rispetto alla borghesia latifondista. Non c’è bisogno alcuno di sviluppare nessun capitalismo come forma di dominio borghese, altrimenti si replicherebbe la causa imperialista dello stesso dominio. La ‘doppia subalternità’ del popolo cinese si deve alla struttura semifeudale delle campagne nella forma politica della semicolonia. Anche teoricamente, allora, il leninismo di Mao non è scolastico e meccanicistico, ma creativo marxismo aderente al reale contesto storico-politico nella pratica rivoluzionaria.

 

Mao prende il nucleo dell’analisi leninista dell’imperialismo ma la rilegge alla luce della realtà semicoloniale e semifeudale della Cina: la rivoluzione diventa principalmente rurale e antiimperialista. 

- Mantiene la concezione di un partito avanguardistico e centralizzato, ma la integra con una dottrina pratica (linea di massa, lotta fra due linee, rivoluzione di lunga durata) per garantire che la guida del partito resti saldamente radicata nel popolo e possa vincere in un contesto di guerra prolungata.

Dunque:

- rielaborazione del concetto leninista di democrazia rivoluzionaria nella dottrina maoista della nuova democrazia (Xin Minzhu Zhuyi), un adattamento diretto alla logica della "doppia subalternità". [cfr. La lotta di classe espressa con il pensiero: Lenin, Mao e la “doppia subalternità”, (a cura di Ferdinando Dubla) in L’analisi e la classe, 14.12.2025]

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2025/12/la-lotta-di-classe-espressa-con-il.html

 

 

La rielaborazione maoista del leninismo:  dalla dittatura democratica rivoluzionaria alla nuova democrazia

 

Il concetto di nuova democrazia (sviluppato da Mao tra la fine degli anni '30 e l'inizio degli anni '40, in particolare in Sulla nuova democrazia, 1940) rappresenta la risposta maoista alla domanda: "Quale forma politica e di governo è necessaria per guidare un paese a doppia subalternità (semi-coloniale e semi-feudale) attraverso una rivoluzione di lunga durata?"

Sulla nuova democrazia è un articolo pubblicato nel n. 1 della rivista Cultura cinese, fondata a Yenan nel gennaio del 1940. (cfr. Opere di Mao Tse Tung, vol. 7, ed. Rapporti Sociali, 1991-1994, pp.187-228)

 

Lenin, in Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica (1905), teorizzò che, nelle condizioni di arretratezza della Russia zarista, la fase immediatamente successiva al rovesciamento dello Zar non sarebbe stata una rivoluzione socialista, ma una rivoluzione democratica-borghese guidata dal proletariato e sostenuta dai contadini. L’obiettivo leninista: completa liquidazione del feudalesimo (monarchia, latifondo) e pieno sviluppo del capitalismo, per poi passare alla fase socialista.

La forma di potere è la dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini (un'alleanza di classi per compiti democratici).

Cfr. https://www.cheguevararoma.it/wp-content/uploads/2017/08/2a_-Due-tattiche.pdf 


 La specificità cinese e il superamento delle fasi (nuova democrazia)

Mao accetta la tesi leninista della necessità di una fase "democratica" in un paese arretrato. Tuttavia, data la doppia subalternità e la ferocia dell'imperialismo, conclude che non è possibile uno sviluppo capitalistico indipendente. Qualsiasi borghesia nazionale che tenti di instaurare una democrazia occidentale finirebbe rapidamente per ricadere sotto il controllo del capitale finanziario e dei compradores imperialisti (fallimento della borghesia nazionale).

• La rivoluzione democratica deve essere guidata dal proletariato (tramite il PCC): per garantire che la lotta anti-feudale e anti-latifondista mantenga un carattere anti-imperialista e non venga dirottata dal capitalismo mondiale.

La nuova democrazia è quindi l'applicazione pratica della teoria leninista, ma con una differenza cruciale: è una rivoluzione democratica che non mira alla dittatura della borghesia, ma prelude direttamente al socialismo, sotto la guida del partito proletario.

Cfr. Categorie per una teoria della subalternità (a cura di Ferdinando Dubla), in L'analisi e la classe, 9.01.2023 http://ferdinandodubla.blogspot.com/2023/01/categorie-per-una-teoria-della.html

 

“Per il suo carattere sociale, nella sua prima fase o primo passo, la rivoluzione in una colonia o semicolonia resta fondamentalmente una rivoluzione democratica borghese e oggettivamente il suo obiettivo è quello di sgombrare il terreno per lo sviluppo del capitalismo; tuttavia questa rivoluzione non è più una rivoluzione del vecchio tipo, diretta dalla borghesia e mirante all’edificazione di una società capitalista e di uno Stato di dittatura borghese. Essa fa parte del nuovo tipo di rivoluzione, diretta dal proletariato e mirante all’edificazione, nella prima fase, di una società di nuova democrazia e di uno Stato di dittatura congiunta delle varie classi rivoluzionarie. Perciò questa rivoluzione ha il compito effettivo di aprire una strada ancora più larga per lo sviluppo del socialismo.”,

Mao Tse Tung, Opere, vol.7, ed. Rapporti Sociali, 1991-1994, pag. 191.

La “nuova democrazia” è dunque la dittatura congiunta di tutte le classi rivoluzionarie sotto la guida del proletariato. Essa è una forma statale di transizione tipica delle colonie e dei paesi semicoloniali, e differisce sia dal sistema statale della vecchia democrazia capitalista sia dalla dittatura socialista del proletariato (gennaio 1940).

Nel 1940, Mao Zedong era saldamente alla guida del Partito Comunista Cinese (PCC), basato nella regione di Yan'an, mentre la Cina era impegnata nella lotta contro l'invasione giapponese e nella guerra civile con i nazionalisti di Chiang Kai-shek, con i comunisti che svolgevano operazioni di guerriglia: da agosto a dicembre di quell’anno ci fu la famosa "Offensiva dei Cento Reggimenti" che consolidò il “potere rosso” nelle campagne, slancio per la vittoria finale della rivoluzione.

#critical_maoism #maoismo_critico

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foto 1. Yan’an 1940 



foto 2. un soldato comunista cinese sventola la bandiera della Repubblica di Cina durante l'Offensiva dei Cento Reggimenti (da Wikipedia)


domenica 14 dicembre 2025

LA LOTTA DI CLASSE ESPRESSA CON IL PENSIERO: Lenin, Mao e la 'doppia subalternità''

 


I ‘QUADERNI FILOSOFICI‘ DI LENIN

 

Non si può comprendere perfettamente Il Capitale di Marx e, in particolare, il suo primo capitolo, se non si è compresa e studiata attentamente tutta la Logica di Hegel.

Vladimir Ilic Lenin, Quaderni Filosofici, Opere Complete, Volume XXXVIII, Editori Riuniti, Roma, 1969, a cura di Ignazio Ambrogio, p. 179.

 

 

Gli appunti che compongono i "Quaderni filosofici" furono scritti in un arco di tempo che va all'incirca dal 1895 al 1917, ma la parte più significativa e teoreticamente rilevante, in particolare le note e i commenti alla “Scienza della Logica” di Hegel, risale principalmente agli anni della Prima Guerra Mondiale, tra il 1914 e il 1915. Furono anni cruciali in cui Lenin, in esilio, si dedicò a un profondo studio dei classici della filosofia per affrontare la crisi teorica e politica della Seconda Internazionale. Infatti Lenin, di fronte al fallimento politico-teorico della Seconda Internazionale (che aveva spesso ridotto il marxismo a un materialismo meccanicistico o a un positivismo dogmatico), si immerse nello studio di Hegel per recuperare l'anima dialettica del pensiero di Marx ed Engels.

I “Quaderni filosofici" furono pubblicati per la prima volta in Unione Sovietica solamente postumi, nel 1933. La pubblicazione in Italia fu un evento fondamentale nel dibattito filosofico e politico del secondo dopoguerra, contribuendo a un rinnovamento dell'interpretazione del marxismo, schematizzando, a un “superamento” dello storicismo legato al determinismo positivistico da una parte e all’idealismo crociano dall’altro, riveniente dal provvidenzialismo vichiano, e che aveva influenzato il marxismo italiano (Gramsci, ma soprattutto la lettura ‘togliattiana’ di Gramsci): la prima edizione italiana di rilievo apparve nel 1958 per l'editore Feltrinelli e fu curata da Lucio Colletti, il primo e giovane Colletti, con una celebre e influente introduzione intitolata “Il marxismo e Hegel”.

 

 

IL MAOISMO LENINISMO

il leninismo di Mao

 

"Una scintilla può incendiare una prateria" (1930) — nel discutere il ruolo del partito e dell'agitazione, Mao riprende il principio leninista della avanguardia dirigente e la necessità di combinare teoria rivoluzionaria e lavoro di massa per far avanzare la rivoluzione.

"Sulla pratica" (1937) — Mao sostiene che la teoria deve derivare dalla pratica e essere continuamente verificata da essa; in questo contesto richiama il metodo leninista come indispensabile per trasformare l'analisi teorica in guida pratica per la rivoluzione.

"Sulla contraddizione" (1937) — Mao sviluppa la dialettica materialista e riconosce l'importanza delle categorie dialettiche leniniste; afferma che la comprensione scientifica delle contraddizioni (metodo leninista) è essenziale per definire la strategia politica corretta.

"Sulla guerra prolungata" (1938) *— Mao utilizza analisi strategiche che si richiamano all'eredità leninista in tema di guerra popolare e alleanze politiche, sottolineando l'importanza di una teoria rivoluzionaria che coordini politica, economia e strategia militare. Per Mao la guerra prolungata è uno strumento e una componente essenziale nella strategia complessiva della “rivoluzione prolungata” in contesti come la Cina degli anni ’20–’40: la dimensione militare (guerra prolungata) serve la conquista del potere, mentre la dimensione politica (organizzazione di masse, costruzione del partito, alleanze) sostiene e amplia la dimensione militare (“rivoluzione di lunga durata”).

Per cui, la “guerra prolungata” è una teoria tattico‑militare specifica; la “rivoluzione di lunga durata” è il processo politico‑storico più ampio di cui quella guerra può essere parte.

* Ciclo di conferenze tenuto da Mao a Yenan dal 26 maggio al 3 giugno 1938 all’Associazione per lo studio della Guerra di resistenza contro il Giappone.

"Sulla nuova democrazia" (1940) - Mao colloca la rivoluzione cinese nel quadro di una transizione nazional-democratica e richiama i principi leninisti sul rapporto tra rivoluzione borghese e rivoluzione socialista e sul ruolo del partito comunista nell'unificare forze sociali diverse.

 

Mao Zedong considerava i “Quaderni filosofici” di Lenin un punto di riferimento importante per il suo pensiero filosofico e politico. Fornirono a Mao una cornice teorica ed epistemologica che supportava il suo impegno per un marxismo adattato alla realtà sociopolitica cinese, e ciò lo aiutò a costruire le basi per le sue politiche e strategie rivoluzionarie.

 

«La spartizione del mondo fra i trusts, i cui domini sono senza confini; la spartizione del mondo tra le grandi potenze, che non sempre hanno i primi posti per la rapidità di sviluppo delle forze produttive, ma che mantengono il predominio in quanto possiedono il bottino coloniale. È per questo che le "alleanze" di pace [...] non sono altro che un "momento di respiro" tra una guerra e l'altra.»

V. I. Lenin, L'imperialismo, fase suprema del capitalismo (1916)

https://www.marxists.org/.../1916/imperialismo/index.htm

«La società cinese è una società coloniale, semicoloniale e semifeudale. [...] i signori della guerra, i burocrati, i compradores e i grandi proprietari terrieri in collusione con gli imperialisti, così come la parte reazionaria degli intellettuali ad essi asservita, sono i nostri nemici.»

Mao Tse-tung, Analisi delle classi della società cinese (Marzo 1926) *

https://www.nuovopci.it/arcspip/IMG/pdf/02.pdf, pp.47-55

 

La doppia subalternità

La messa a fuoco sul nemico interno (signori della guerra, grandi proprietari terrieri) e sul nemico esterno (imperialisti, compradores) dimostra l'adattamento della teoria leninista a un contesto prevalentemente rurale (non capitalista maturo) e doppiamente oppresso.

 

La “doppia subalternità” in Lenin e Mao Tse-Tung

È una prospettiva analitica estremamente ricca e pertinente che unisce il canone marxista-leninista-maoista con gli strumenti teorici sviluppati dai Subaltern Studies (Guha) e la riflessione gramsciana. Estendere l'analisi del leninismo di Mao attraverso il prisma della "doppia subalternità" permette di evidenziare la sua specificità rivoluzionaria.

Il concetto di "doppia subalternità" – ovvero l'essere oppressi simultaneamente su due fronti, quello internazionale (economico/coloniale) e quello nazionale (feudale/borghese) – funge da ponte concettuale che rende la rielaborazione maoista del leninismo non solo un adattamento tattico, ma un profondo sviluppo teoretico.

- L'analisi di Lenin nell'Imperialismo, fase suprema del capitalismo (1916) scomponeva il mondo in nazioni sfruttatrici e nazioni sfruttate. Per le colonie e semi-colonie, Lenin evidenziava che l'oppressione è esercitata attraverso due vettori, uniti da un nesso strutturale:

 il vettore esterno (imperialismo): il capitale finanziario dei paesi avanzati che esporta capitali e spartisce il mondo per materie prime e mercati, mantenendo il dominio coloniale;

 il vettore interno (classi compradore/latifondiste): l'alleanza delle classi dominanti nazionali (borghesia parassitaria, latifondisti) che agiscono come agenti dell'imperialismo, fungendo da "compradores" e mantenendo le strutture semi-feudali per un efficiente sfruttamento.

Lenin pone così le premesse per la doppia natura della rivoluzione (anti-imperialista e anti-feudale) nei paesi dipendenti, un presupposto fondamentale per Mao.

L'innovazione maoista risiede nell'individuazione del soggetto storico di questa doppia lotta.

Mao, nella sua Analisi delle classi della società cinese (1926) e nei Rapporti su un'inchiesta nel movimento contadino nello Hunan (1927), riconosce che il soggetto rivoluzionario non può essere la minoranza operaia urbana (limitata dal debole capitalismo cinese) ma la stragrande maggioranza rurale.

 Secondo Mao la forza principale della rivoluzione cinese è il proletariato rurale, cioè i braccianti senza terra e i contadini poveri. Essi sono il motore più potente della rivoluzione e la forza principale nella liquidazione delle forze feudali e semicolonialiste.

L'uso del termine "subalterno" gramsciano trova qui una perfetta corrispondenza. La classe contadina è doppiamente subalterna:

sfruttamento feudale/nazionale, cioè oppressa dai latifondisti e dal sistema semi-feudale (latifondo/usura);

sfruttamento capitalistico/internazionale, cioè oppressa indirettamente dall'imperialismo che, attraverso la mediazione delle classi compradore, impone prezzi, mercati e distrugge le economie rurali tradizionali.

Il nesso gramsciano (Quaderno 25)  



Il Quaderno 25 (Ai margini della storia) di Antonio Gramsci riflette sulla difficoltà, per i gruppi subalterni (come i contadini meridionali in Italia), di articolare una propria coscienza di classe e di uscire dalla dispersione e dalla frammentazione.

Gramsci analizza sia l'eterodirezione storica dei gruppi subalterni (essere diretti dalle classi egemoni o dagli intellettuali di altre classi) e sia la frammentazione e la mancanza di un'unità organica di questi strati sociali.

Mao risolve il problema gramsciano della subalternità contadina attraverso la sua teoria del partito: la linea di massa.

Il Partito Comunista Cinese (PCC), in quanto avanguardia leninista, agisce come l'"intellettuale organico" che non impone la linea ma la rielabora e la concentra dalle esperienze sparse delle masse (linea di massa), realizzando così l'unità politica e l'egemonia che i contadini non potevano costruire spontaneamente, trasformando la loro subalternità in forza egemonica rivoluzionaria.

La lotta tra due linee e il superamento della passività

La lotta tra due linee interna al PCC (lotta tra la linea proletaria/rivoluzionaria e le linee borghesi/"revisioniste") è, in questa chiave di lettura, un meccanismo per impedire che il partito d'avanguardia stesso, una volta al potere o nel corso della lunga marcia, cada preda dell'opportunismo o di una burocrazia che finirebbe per riprodurre forme di oppressione interna e di dipendenza esterna.

La lotta tra due linee maoista è l'applicazione costante della dialettica leninista (unità e lotta degli opposti) per impedire la trasformazione della doppia oppressione (anti-imperialista/anti-feudale) in una nuova subalternità interna (burocratica/statalista). Mantiene il Partito in costante collegamento critico con la base.

In conclusione, la "doppia subalternità" non è solo una descrizione sociologica della Cina maoista (oppressa fuori e dentro); essa è il presupposto strutturale che spiega perché la soluzione leninista (il Partito d'avanguardia) dovesse essere applicata non al proletariato urbano, ma ai contadini doppiamente sfruttati, e perché il meccanismo della linea di massa e della lotta tra le due linee fosse indispensabile per trasformare una classe storicamente frammentata (i subalterni gramsciani) in una forza motrice capace di egemonia e rivoluzione di lunga durata.

per il Quaderno 25 di Gramsci, cfr. Antonio Gramsci, Ai margini della storia. Storia dei gruppi sociali subalterni / Einaudi, 1975, p.2290 e passim

IL PARAGRAFO 5 del QUADERNO 25

 

cfr. anche

MA NON E' UN PRANZO DI GALA - Gramsci e Mao sul concetto di rivoluzione

 

 

“colonialist imperialism urban and rural capitalism”

 

ANALISI DELLE CLASSI NELLA SOCIETÀ CINESE (marzo 1926) *

Questo articolo fu scritto da Mao Tse-tung per combattere le due deviazioni esistenti allora nel Partito. I fautori della prima deviazione, rappresentati da Chen Tu-hsiu, si preoccupavano solo di collaborare con il Kuomintang e dimenticavano i contadini. Erano gli opportunisti di destra. I fautori della seconda deviazione, rappresentati da Chang Kuo­tao, prestavano attenzione solo al movimento operaio, dimenticando anch’essi i contadini. Erano gli opportunisti di “sinistra”. I fautori di entrambe queste tendenze opportuniste si rendevano conto dell’insufficienza delle forze rivoluzionarie, ma non sapevano dove cercare le forze indispensabili e dove trovare un alleato di massa. Mao dimostrò che l’alleato più numeroso e fedele del proletariato cinese erano i contadini, dando così una soluzione al problema riguardante la forza motrice nella lotta di classe della rivoluzione cinese. Affermò inoltre che la borghesia nazionale era una classe oscillante, previde che lo slancio della rivoluzione avrebbe provocato in essa una scissione e l’ala destra sarebbe passata dalla parte dell’imperialismo. Gli avvenimenti del 1927 confermarono questa previsione.

 

 

a cura di Ferdinando Dubla



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martedì 9 dicembre 2025

Al filosofo è dato il volo

 

Amore e infinito -  l'infinito nell'amore - nei versi di Giordano Bruno

 

 

DE IMMENSO E INNUMERABILIBUS

1591

Brano da De immenso di Giordano Bruno




Etica del coraggio e destino dell’uomo

Al filosofo è dato il volo: non l’ali di carne, ma queste

che son ragione, memoria e ardente fantasia.

Chi osa e studia, rompe le tenebre del biasimo,

e naviga per i cieli come chi attraversa un mare.

Là scorge terre nuove, udendo voci e vedendo luci:

e quel che pareva mostro ai pigri giudizi si mostra nato,

muto il timore, e la meraviglia diviene sapienza.

Sì, chi dimora nel coraggio porta lume a molti.

 

dunque:

Al filosofo è concesso il volo — non con ali di carne, ma con quelle

della ragione, della memoria e di un’immaginazione che arde.

Chi osa e indaga dissipa le tenebre del pregiudizio

e naviga i cieli come chi solca un mare aperto.

Lì scopre terre nuove, ascolta altre voci, vede nuove luci:

ciò che ai pigri pareva mostruoso si rivela naturale,

il timore tace e la meraviglia si trasforma in conoscenza.

Chi vive con coraggio porta luce anche agli altri.

 

GIORDANO BRUNO: “de la causa, principio et uno”

 

 

12. Amore

 

Amore, per cui scorgo il vero più alto,

che apre porte di diamante e d’ebano;

per gli occhi entra il mio nume; e per vedere

nasce, vive, si nutre e regna eterno.

 

Fa scorgere ciò che hanno cielo, terra e inferno,

rende presenti le effigi degli assenti,

richiama le forze e, traendo diritto, colpisce,

cattura sempre il cuore e scopre ogni intimo.

 

O dunque, plebe vile, presta attenzione al vero,

porgi l’orecchio al mio dire infallibile,

apri, apri, se puoi, gli occhi insani e biechi.

 

Lo credi fanciullo perché poco comprendi;

perché muta in fretta ti pare fugace.

Poiché tu sei orbo, lo chiami cieco.

 

Causa, principio e uno sempiterno,

da cui dipendono l’essere, la vita e il moto,

che si estende in lunghezza, larghezza e profondità

quanto si dice in cielo, in terra e nell’inferno;

con i sensi, con la ragione e con la mente riconosco

che atto, misura e calcolo non comprendono

quel vigore, quella mole e quel numero

che si spingono oltre ogni inferiore, medio e superiore.

 

Cieco errore, tempo avaro, rea fortuna,

sorda invidia, vile rabbia, iniquo zelo,

cuore crudele, empio ingegno, ardire straniero

non basteranno a rendere l’aria scura,

non porranno il velo davanti ai miei occhi,

non potranno mai impedire che il mio bel sole mi illumini.

 

Londra, 1854

 

Dai miei gemini lumi, io, povera terra,

sono solito non lesinare umor al mare;

da ciò che dentro il petto mi si stringe,

le avare aure ricevono spiriti non esigui;

e il vampo che dal cuore mi si dischiude

può salire al cielo senza diminuire.

Con lacrime, sospiri e tutto il mio ardore

do ad acqua, aria e fuoco la mia parte.

Acqua, aria, fuoco accolgono qualche frammento di me;

ma la mia dea si mostra così iniqua e rea

che né il mio pianto presso di lei trova posto,

né la mia voce ella ascolta, né mai pietosa

si volge al mio ardore.





da “Gli eroici furori”, Dialogo V

“Non han momento gli anni, Che vegga varïar miei sordi affanni.”

 

Trionfatore invincibile di Farsaglia,+

quando i tuoi guerrieri erano quasi estinti,

al vederti i più valorosi in battaglia

si riebbero e sconfissero i loro superbi nemici.

Così il mio bene, pari al bene del cielo,

alla vista dei miei pensieri,

che l’anima orgogliosa aveva spento,

li riaccende più potenti dell’amore.

La sua sola presenza — o memoria di lei — tanto li ravviva,

che con imperio e potere divino

doma ogni violenza contraria.

Ella mi governa in pace; e nondimeno

non fa cessare quel vincolo e quella fiamma.

 

 + Si tratta di Gaio Giulio Cesare. La battaglia di Farsaglia (Pharsalus), nel 48 a.C., vide Cesare sconfiggere Pompeo; il verso di Bruno richiama quell’immagine del vincitore che ridà coraggio ai suoi, usata come metafora per la forza rivitalizzante dell’amore o della memoria amata.

 

“Un tempo sparge, ed un tempo raccoglie; Un edifica, un strugge; un piange, un ride: Un tempo ha triste, un tempo ha liete voglie; Un s’affatica, un posa; un stassi, un side: Un tempo porge, un tempo si ritoglie; Un muove, un ferma; un fa vivo, un occide; In tutti gli anni, mesi, giorni ed ore M’attende, fere, accend’e lega amore. Continuo mi disperge, Sempre mi strugg’e mi ritien in pianto, È mio triste languir ogn’or pur tanto, In ogni tempo mi travaglia ed erge, Tropp’in rubbarmi è forte, Mai non mi scuote, mai non mi dà morte.”

- Talvolta sparge, talvolta raccoglie;

uno edifica, un altro distrugge; uno piange, uno ride:

talvolta è triste, talvolta ha liete voglie;

s’affatica, poi si riposa; ora sta, ora s’adagia.

Un tempo porge, un tempo si ritrae;

muove, poi ferma; dà vita, poi uccide.

In anni, mesi, giorni e ore

amore mi attende, mi ferisce, m’accende e mi lega.

Mi disperde senza posa;

sempre mi strugge e mi trattiene nel pianto;

è il mio triste languire, sempre così;

in ogni tempo mi tormenta e mi innalza.

È troppo potente nel rapirmi;

non mi scuote mai, non mi dà mai la morte.

- traslitterazioni  Ferdinando Dubla





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