le lenti di Gramsci

giovedì 9 gennaio 2020

Omicidio Soleimani: USA e il terrorismo di Stato


guerra morte e distruzioni: contro i popoli, contro la storia. / l’imperialismo e’ terrorismo — fe.d. 

Angelo d'Orsi, Marx21.it

Non ci si può più stupire davanti al terrorismo di Stato, rappresentato sul piano globale dagli Stati Uniti, quale che sia l’Amministrazione che ne guida la politica. Siamo altresì stanchi di manifestare una impotente indignazione, davanti ad atti come quello compiuto ieri dagli yankees a Baghdad. E diciamolo che non ne possiamo più del silenzio della “comunità internazionale” quando invece dovrebbe far sentire la sua voce, nel senso della verità e della giustizia.  Siamo provati, anzi stremati davanti all’impunità che gli Usa e il loro fedele servo-padrone Israele, hanno garantita, potendo permettersi ogni violazione del diritto internazionale, tra cui gli infamissimi “omicidi mirati”: una di queste operazioni, compiuta fuori del  territorio nazionale, ha eliminato una figura di militare e di politico di grandissimo rilievo, un vero eroe nazionale in Iran, come il generale Qassed Soleimani.

- Un gesto che nessuna giustificazione può avere, e che si rivelerà ben presto controproducente per chi lo ha compiuto, togliendo dalla scena non solo colui che è stato probabilmente il principale artefice della sconfitta di Daesh in Siria, ma anche a ben vedere un possibile interlocutore politico proprio degli Stati Uniti.  Un gesto che inoltre danneggia pesantemente l’Europa per le conseguenze che potrà avere, a partire dall’innalzamento del costo del petrolio. Una Europa che al solito non solo non ha una voce unitaria, ma balbetta o tace; brilla per inconsistenza il Governo italiano, con Di Maio agli Esteri, e con il “presidente-suo-malgrado” Giuseppe Conte che aspetta l’imbeccata per parlare. Ha parlato, anzi blaterato, l’ex vicepresidente Matteo Salvini con un post grottesco, in cui lo zelo del servitore si profonde a piene mani; è la dinamica servo-padrone, che si manifesta, ed è in fondo simile a quella che in atto da sempre, tra il presidente statunintese  e il capo del governo israeliano, chicchessia a rivestire i due ruoli. E questo chiacchiericcio trova riscontro in pseudo-analisi di pseudo-giornalisti della solita compagnia di giro pronta soltanto a cantare le lodi di Washington e a giustificare Tel Aviv.
Ma come è possibile che personaggi come quelli che pullulano in tutte le redazioni giornalistiche (della carta o radiotelevisiva, o del web) siano professionalmente degli “opinion maker”? ossia coloro che costruiscono e indirizzano l’opinione pubblica, obnubilandola, deformando la verità dei fatti, imbottendo i crani delle persone di verità prefabbricate, “ad usum”… E inevitabilmente ci si chiede: ma “ci sono o ci fanno”? Ovvero, detto in modo più forbito: la loro è mera incompetenza politologica, ignoranza della storia e della geografia, magari accompagnate dal pregiudizio ideologico (compresa una punta di razzismo, verso i “barbari” islamici)? O si tratta semplicemente di servidorame? Di “pennaruli”, come si dice a Napoli, che vendono la loro penna a un padrone, scrivendo ciò che viene loro ordinato; spesso andando anche oltre? Avendo l’animo servile, possono spingersi assai più in là di quanto i loro padroni si attendono, diventando, ridicolmente, pateticamente, più realisti del re. Leggere quanto scrivono in questa come in altre occasioni non tutte ma la maggior parte delle “grandi firme” del “Corriere della Sera”, della “Stampa”, de “la Repubblica”, dei vari TG e programmi radiofonici, costituisce il maggior incentivo a spegnere apparecchi radio e televisori, a non comprare più un quotidiano (con l’eccezione del “Manifesto” e per la politica estera, francamente, almeno in pare “Avvenire”, e “Il Sole 24 Ore”). Si salvano, insomma, in pochissimi, come Alberto Negri, o Nicola Pedde (Direttore dell’Institute of Global Studies) o Fulvio Scaglione, su “Famiglia Cristiana”, che tanto fa arrabbiare Salvini, dunque è sulla buona strada.
Rimane il problema del divario tra un gigantesco apparato di propaganda che ci sovrasta, e sempre più ridotte aree di libero pensiero, isole di informazione non precostituita dai manutengoli di “lor signori”, sommerse da un mare di menzogna. E ci si sente davvero impotenti, sempre più isolati, frammentati, vinti.
Eppure dobbiamo resistere. Non mollare, come scrivevo solo pochi giorni or sono: non abbandonare un lavoro tenace e perseverante di “controinformazione”, che in realtà è vera informazione. Quanto meno insinuare il dubbio nelle granitiche certezze propalate via video, via microfono, via carta stampata, via web: usiamo anche noi, ossia coloro che “non la bevono”, il web, il microfono, il video, la stampa, se ci consentono di farlo, per gridare sui tetti la verità. Oggi la verità da gridare è questa: l’uccisione del generale Solemaini è stato non sol un crimine gravissimo, sul piano internazionale, ma altresì un atto sconsiderato che rischia di innescare un conflitto di proporzioni gigantesche. Una delle principali conseguenze, lo sappiano Salvini e la sua fedelissima Maria Giovanna Maglie, sarà una gigantesca ondata di profughi. Chiuderemo i porti, blinderemo le frontiere, dispiegheremo l’esercito nelle città, faremo nuovi “decreti sicurezza”…? E poi? Dichiareremo guerra all’Iran, accanto agli yankees?



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