le lenti di Gramsci

sabato 22 maggio 2021

LO SGUARDO DEL BRACCIANTE di MINERVINO in Ernesto de Martino


La civiltà dello spirito era la civiltà dell’Italia democristiana del 1948, quella in cui nel luglio si era consumato l’attentato a Togliatti, in cui una mobilitazione popolare senza precedenti aveva comunque affermato il protagonismo della vituperata civiltà del materialismo, quella aborrita dal clericalismo politico uscito vincitore dalle elezioni del 18 aprile. La civiltà dello spirito era il manto ideologico con cui la parte conservatrice, quando non apertamente reazionaria, della società italiana, rivestiva l’esercizio di un dominio che voleva svilupparsi in egemonia tramite i “valori” superiori in quanto trascendenti l’umano e suoi bisogni. Il 1948 è anche l’anno che consacra definitivamente l’etnologo e filosofo de Martino come interlocutore internazionale della cultura antropologica, con la pubblicazione, in gennaio (1.), introdotta da Cesare Cases, de Il mondo magico: l’analisi del fenomeno della magia ricollocava anche il rapporto tra storia, natura, cultura ed esseri umani.

E’ in questo contesto che de Martino, nell’estate di quell’anno, consegna all’Avanti! una riflessione antropologico-filosofica che cerca di svelare l’arcano del ritrovato fervore spirituale della cultura dominante, e lo fa con uno sguardo semplice, quello del bracciante di Minervino, nelle Murge pugliesi.

Ernesto de Martino, La civiltà dello spirito, Avanti!, 18 agosto 1948, in Id. Scritti minori su religione, marxismo e psicoanalisi, a cura di R. Altamura e P. Ferretti, NER, Roma, 1993, pp.115/117.

Un giorno un bracciante di Minervino mi tenne presso a poco questo discorso: “Compagno, ho cinquant’anni, sono vecchio, ho lavorato tutta la vita, ora le forze mi vengono meno. Forse ancora per un anno sarò capace di portare a casa il frutto del mio lavoro. Poi, quando non potrò più lavorare, diventerò un ingombro anche per i miei figli: perché da noi il padre è padre finché porta da mangiare. E poi? E poi l’ospizio nel quale mi costringeranno ad entrare in attesa della morte”. E sul volto del vecchio che così mi parlava parve distendersi tutta l’angoscia secolare che travaglia sordamente l’umanità desolata delle Murge. Più volte, in seguito, ho riflettuto su questo incontro e sul significato delle parole che avevo udito. Se l’oscuro bracciante di Minervino fosse stato capace di farsi ideologo conseguente della propria condizione umana, quale immagine avrebbe potuto formarsi della vita e del mondo se non quella di una greve dipendenza dalla “materia”, dalla zolla, dal cibo e dal sudore, dalla fatica senza orizzonte che gli aveva oramai incurvato la schiena? E quale idea si sarebbe egli potuto formare dello “spirito”, dei valori culturali della dignità della persona umana se non quella di un privilegio concesso a un’altra umanità? L’accusa fondamentale lanciata dalla cultura tradizionale contro il materialismo storico, l’accusa di “ricaduta nella barbarie della materia”, di negazione dell’indipendenza dei valori culturali e di spregio della libertà e della dignità della persona umana sta ora davanti a noi in tutta la sua immensa ipocrisia: il materialismo storico non è affatto una spiritosa invenzione metafisica escogitata dal cervello di alcuni ideologi isolati, ma è semplicemente il riconoscimento storico che nella società borghese vige la barbarie della materia, la dipendenza dei valori culturali dalla struttura sociale, la limitazione della libertà e della dignità della persona umana, a una cerchia ristretta di uomini. (..)

occorre però che il marxismo si liberi dal materialismo volgare, dalle contaminazioni positivistiche, dalla metafisica, dalla ricerca della “vera causa” della storia in generale, per diventare essenzialmente, nel suo aspetto più propriamente culturale, l’analisi concreta, particolareggiata, in continuo sviluppo, delle “apparenze” dello Spirito nella società borghese, la denunzia sistematica di queste apparenze, e la liberazione reale, rivoluzionaria, dell’uomo dal momento servile, di inevitabile dipendenza materialistica, che vulnera la cultura tradizionale. Noi dobbiamo metterci dal punto di vista del bracciante di Minervino, per il quale il mondo storico nel quale viviamo “dipende” di fatto dalla zolla, dal cibo e dal sudore: ma col bracciante di Minervino dobbiamo avvertire tutta l’angoscia connessa alla precarietà di una vita così poco umanamente vissuta. E’ questa coscienza analitica della situazione di fatto, è questa angoscia maturantesi in ribellione, che fa noi marxisti, più liberi e più umani di coloro che usano dell’idea di libertà ma solo per ribadire spietatamente la condizione umana che lega il bracciante di Minervino alla zolla al cibo e al sudore.”

Quello sguardo rimarrà nella mente e nella penna di Ernesto de Martino permanentemente come sguardo non mediato dei subalterni sul mondo della storia, che si erge come potenza estranea alla propria condizione esistenziale e trascende i singoli destini. Lo “spirito” come privilegio di un’umanita’ non dolente cela il volgare e barbaro materialismo delle cose e degli oggetti, e degli uomini come cose nella società di classe, in cui i dominanti riducono i valori spirituali a simulacri metafisici con la cancellazione della narrazione subalterna e della sua soggettività storica.

Rientrare nella storia, allora, sarà la possibilità di autodeterminare il proprio destino con l’escatòn, frutto stesso, “per entro” la cultura, dell’ethos del trascendimento. L’angoscia della precarietà dell’esistenza non rende irreversibile “questo” essere nel mondo, perché è l’essere stesso che determina la coscienza.

“si trattava di liberarsi, attraverso la scienza dell’ethnos, dai cosiddetti «etnocentrismi occidentali» e dalle loro inconsapevoli proiezioni sia nelle civiltà dell’ethnos sia nella «natura umana in generale»; si trattava di analizzare le condizioni storiche in cui, nelle civiltà primitive, erano maturate esperienze e risposte culturali diverse dalle nostre, e di chiarire come quelle esperienze e quelle risposte, lasciate rigerminare nelle condizioni della civiltà moderna, perdevano la loro autenticità e maturavano in conflitti e in contraddizioni che, in ultima istanza, avrebbero condotto la civiltà moderna alla catastrofe. Ma soprattutto si trattava di una presa di coscienza culturale che, nel momento stesso in cui si apriva alla comprensione delle civiltà cosiddette primitive, poneva in causa la stessa determinazione borghese della civiltà occidentale, la sottoponeva a verifica, ne misurava i limiti interni di origine e di sviluppo.”

da E.de Martino, Furore, simbolo, valore, Il Saggiatore, 2013, pp. 78/79. Si tratta del saggio Promesse e minacce dell’etnologia, i cui spunti erano già presenti in Etnologia e cultura nazionale negli ultimi dieci anni, in Società, IX, 1953, nr.3

Secondo R.Altamura, il programma di ricerca demartiniano è di un integrale umanesimo “improntato al perseguimento ed all’espansione di una lotta, di portata potenzialmente collettiva, per la ‘liberazione umana’ da ogni specie di ‘servitù’, sia economica che esistenziale, (.) per la lotta ad ogni aspetto delle umane alienazioni.”, op.cit., pag.11.

- Quale “superamento” del marxismo, dunque, se con esso ne viene allargato lo sguardo? (2.)

Con esso, non senza di esso, perché, a restringere l’ispirazione marxista gramsciana dell’etnologo partenopeo all’inchiesta sul campo e le interpretazioni conseguenti della “trilogia meridionalista”, lo si divide e riduce a pensatore isolato che, per universalizzare la sua ermeneutica antropologica, decontestualizza la sua ricerca. Si tratta cioè di consegnare la sua opera all’acribia filologica degli accademici o fargli respirare la contemporaneita’ e le sue contraddizioni, i drammi e le speranze del presente, specifiche dell’epoca o universali perché storiche, culturali e, per l’appunto, antropologiche.

La ricezione di un’opera diventa la storia di un impatto tra ricerca e “senso comune” intellettuale. E’ Il mondo magico (1948) l’opera in cui de Martino già teorizza la fondamentale categoria di “crisi della presenza”, (3.) la cui pregnanza ermeneutica, in particolare in rapporto alla soggettività storica, è argomento di confronto attuale tra chi considera l’etnologo partenopeo un filosofo esistenzialista che incidentalmente si occupa delle classi subalterne sulla traccia di Gramsci oppure un appassionato ricercatore di Subaltern studies che può essere attualizzato oggi per uno sguardo antropologico-filosofico sugli stessi.
L’impegno politico diretto attraversa la biografia di de Martino per tutti gli anni ‘40 e ‘50 e non può essere espunto certo come parentesi incidentale, semmai è indicativo del suo stesso programma di ricerca ed esistenziale.
Lo sguardo demartiniano non è senza orizzonte. “E’ come si perde l’orizzonte / ai contadini nella sera”, cantava Scotellaro (R. Scotellaro, Capostorno, in E’ fatto giorno, a cura di Franco Vitelli, 1982, pp.70-71).

note

1. cfr. V. Salvatore Severino, Cronaca della prima ricezione de Il mondo magico, Italia 1948/1955, "Quaderni di storia, antropologia e scienze del linguaggio" e "Territori e culture", 

2. “la componente marxista è solo un dato marginale della riflessione demartiniana (..) semplice riferimento interlocutorio. (..) ha luogo una successione di fasi distinte (..)”, cfr. P.Cerchi-M.Cerchi, Ernesto De Martino: dalla crisi della presenza alla comunità umana, Liguori ed.,1987, pag.312 e il giudizio di Roberto Altamura ne riprende l’impostazione: “un marxismo strutturalmente incapace (..) [in] tutta la debolezza riduttivistica e l’incompletezza astrattizzante dei costrutti teorici che lo sostanziano.”, Id., op.cit., pag.19. Dalle “fasi distinte” dello spezzatino della ricerca demartiniana, si confonde la critica specifica e motivata ad una certa lettura marxista o pseudo tale, imbevuta di positivismo, ‘volgare’ perché determinista, addirittura”metafisica”, perché per de Martino non ‘onnilaterale’, alla liquidazione dell’officina marxiana e dunque gramsciana che ha forgiato gli strumenti per la ricerca dell’etnologo napoletano e corroborato la sua volontà militante nella dimensione politica. Il “superamento” è l’andare oltre, scrutare le multidimensionalità umane in atto e in prospettiva, anche nella riflessioni “fur ewig“ de La fine del mondo (vedi anche Interpretazioni dell'apocalisse: le tre edizioni de La fine del mondo di Ernesto de Martino,


3.Il magico mondo di de Martino e la genesi della labilità della presenza.
Riferito al particolare stato psichico chiamato latah dai Malesi, olon dai Tungusi, irkunii dagli Yukagiri, caratterizzato dalla perdita dell’io e frantumazione dell’identità personale come dissoluzione della coscienza che dunque viene potenzialmente agita da altri, l’etnologo partenopeo scrive:
“Il fatto negativo della fragilità della presenza, del suo smarrirsi e abdicare, è incompatibile per definizione, con qualsiasi creazione culturale, che implica sempre un modo positivo di contrapporsi della presenza al mondo, e quindi una esperienza, un dramma, un problema, uno svolgimento, un risultato. Ma l’olonismo presenta anche un aspetto che contiene un orientamento suscettibile di sviluppo culturale. Soprattutto in dati casi, l’olonizzato oppone una resistenza visibile. Non accetta la propria labilità, non si concede ad essa passivamente, ma reagisce. Un’angoscia caratteristica lo travaglia: e quest’angoscia esprime la volontà di esserci come presenza davanti al rischio di non esserci. La labilità diventa così un problema e sollecita la difesa e il riscatto: la persona cerca di reintegrare la propria presenza insidiata.”

E. de Martino, Il mondo magico, cap. II Il dramma storico del mondo magico, ed. Boringhieri 1973, pp.94/95.





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