le lenti di Gramsci

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mercoledì 4 agosto 2021

Il Gramsci di de Martino ne “La fine del mondo”

 

4.10. Gramsci, Il materialismo storico e la filosofia di B. Croce, Einaudi, Torino 1948. (..)

p. 142: «Questo processo di unificazione avviene con la sparizione delle contraddizioni interne che dilaniano la società». Una «materia» dunque, ma organizzata, storicizzata, antropologizzata mediante l’attività sensibile umana: legame con i Manoscritti economico-filosofici del ’44 e le tesi su Feuerbach. 

È molto importante in Gramsci questa ripresa dei motivi del giovane Marx, sotto il triplice stimolo dell’imbarbarimento positivistico del marxismo (Engels), della sua mitologizzazione in quanto energia rivoluzionaria concretamente operante in un paese determinato, fra masse in movimento e in un ambiente culturale definito (Lenin, Stalin), e del rinnovato esorcismo idealistico che in Italia porta il nome di Croce. Gramsci inizia effettivamente l’ulteriore approfondimento e sviluppo del marxismo e la sua «attualità» è destinata a crescere sempre di piú anche se per il momento la sua influenza nella cultura italiana (e ancor piú in quella mondiale) è relativamente modesta o non quale meriterebbe di essere. Contro l’imbarbarimento positivistico del marxismo Gramsci restituiva alla «materia», il suo significato storico di un risultato – in continuo divenire – dell’attività sensibile dell’uomo in società; onde questa attività, sempre di nuovo condizionata e modificata e sempre di nuovo condizionante e modificante, è per un verso «oggettivazione» come «percezione di oggetti» e per un altro verso «oggettivazione» come trasformazione di situazioni (ma l’attuale «percezione di oggetti» è sempre presa di possesso di precedenti storiche «trasformazioni», e l’attuale trasformazione è istituzione di nuove condizioni percettive e operative per il futuro), senza che mai sia possibile incontrare l’oggetto in sé, la natura in sé, ecc., o lo Spirito assoluto. Ma questa «prassi» storica resta in Gramsci senza principio trascendentale di intellegibilità, cioè senza ulteriore qualificazione della interna forza di organizzazione dialettica che distacca sempre di nuovo l’umano dal naturale, secondo una prassi che si inaugura con l’attività sensibile, con la produzione materiale della vita, ma che non soltanto non esaurisce mai tale attività (come si figura il mito di una natura interamente sottomessa dall’uomo) ma che non si esaurisce neanche come attività sensibile e produzione materiale della vita in quanto su tale attività valorizzatrice si innesta tutta una serie di valorizzazioni non riducibili al progetto comunitario dell’utilizzabile, e a loro volta reagenti variamente su esso. La «prassi» di Gramsci (come del resto l’attività sensibile del giovane Marx) è un semplice presupposto (che è cosí perché è cosí), senza raggiungere il principio interno intellegibile del suo movimento dialettico oltre la natura nell’economico e «oltre» l’economico nelle altre valorizzazioni: questo principio che è l’ethos trascendentale del trascendimento della vita nelle attività intersoggettive (sociali) valorizzatrici, non trova posto in Gramsci (le ragioni storiche di ciò sono trasparenti: in Gramsci operano ancora, in modo immediato, come già nel giovane Marx, le ragioni polemiche contro lo «Spirito» idealistico, e queste ragioni mascherano a lui, come già a Marx, non già l’astrazione dello spirito, ma la potenza che condiziona ogni astrazione e ogni ritorno al concreto, cioè appunto l’ethos del trascendimento). Questo mancato riconoscimento dell’ethos del trascendimento è responsabile in Gramsci di alcune ombre mitologizzanti che ancora gravano sul suo marxismo riformato: quando Gramsci parla di un processo di unificazione del genere umano che mette capo alla «sparizione delle contraddizioni interne che dilaniano la società», o di una «lotta per l’oggettività» come punto di arrivo raggiunto il quale si potrà anche riparlare di Spirito, rispunta il tema – di derivazione religiosa, teologica, idealistico-hegeliana – di un processo a termine, e della esauribilità storica della lotta per la oggettività; che la «società borghese» racchiude delle contraddizioni, che queste contraddizioni si vengano maturando in condizioni per l’avvento della società socialista, che fra queste condizioni vi sono le nuove forze storiche che possono operare tale avvento, che ogni uomo deve oggi lavorare, come meglio sa e può, per sopprimere le contraddizioni della società borghese, tutto ciò non significa che la società socialista (e comunista) sopprimerà una volta per sempre «tutte» le possibili contraddizioni sociali, e che non se ne genereranno di nuove mai esperite nella storia umana, e che non si dovrà prendere coscienza di esser e lottare per la loro soppressione. Né d’altra parte ciò significa che, attraverso la pianificazione socialistica del dominio tecnico della natura il distacco dell’umano dal naturale cesserà di essere un problema, e la natura sarà interamente «asservita» all’uomo e lo «spirito» sarà liberato una volta per sempre (tutte frasi che possono anche, nell’emozione dell’azione rivoluzionaria, ritenere un significato propulsivo, ma nelle quali in ultima istanza non si pensa affatto ciò che dicono, perché ciò che dicono è nulla, e si pensa in realtà soltanto qualcosa di molto storicamente determinato; si pensa cioè che le contraddizioni della società borghese «debbono» essere soppresse e che il contraddittorio deve essere spostato a un livello piú umano, cioè piú omogeneo al reale sviluppo raggiunto dall’umanità).

da Ernesto de Martino, “La fine del mondo - Contributo alle analisi delle apocalissi culturali”, cap. IV. Il dramma dell’apocalisse marxiana, par.242, nell’ed. 2002 curata da Clara Gallini e Marcello Massenzio, Einaudi, la cit. è alle pp. 439/441.

OLTRE LA PRASSI LO SGUARDO DELL'ETHOS

I punti su cui si sofferma l’etnologo sono:
  • L’imbarbarimento positivistico del marxismo, imputato anche ad Engels, ma sotto la lente è la lettura positivistico-meccanica, empirica e unilineare che il positivismo ha offerto del materialismo storico, il mito alimentato dall’energia rivoluzionaria specificatamente bolscevica e sovietica, l’idealismo crociano che ne esorcizza i contenuti di classe.
  • Materialismo è partire dall’attività sensibile umana e Gramsci combatte la metafisica dello Spirito nella storia, ricollocando filologicamente il marxismo come “filosofia della prassi” tipicamente umana, storicizzando i presunti lineamenti antropologici di una “natura” collocata fuori dalla storia.
  • Nella sua (giusta) battaglia antimetafisica, Gramsci condivide però uno sguardo importante, quello alle materiali condizioni di vita dell’essere umano che ne determinano la coscienza, sebbene non in maniera immediata e diretta, non andando “oltre” la genesi e la fondazione di rappresentazioni del mondo che quella coscienza elabora collettivamente, essendo l’uomo, di per se’, essere sociale “multidimensionale”, che costruisce il proprio rapporto con la natura attraverso la storia.
  • Il socialismo non è la fine della storia e la lotta delle classi non “esaurisce” le contraddizioni fra uomo, natura e storia e la ragione si trova nell’ethos del trascendimento, un principio che non si completa nelle categorie dell’”utilizzabile” e dell’”operabile”, ma si sostanzia in un’attività chiamata ‘spirituale’, sempre preda dell’alienazione e della crisi, del pericolo di perdere se stessi e la comunità di appartenenza nel ritorno alla natura ancestrale e dunque in cerca di protezione, reintegrazione e riappartenenenza. 

Lo “sguardo” spirituale della trascendenza completa l’analisi marxiana e gramsciana, non cercando rifugi metafisici, ma cercando di interpretarli e spiegarli. Che questo sia un “superamento”, come potrebbe chiamarsi, o un “completamento”, com’è nell’intera riflessione antropologico-filosofica di de Martino, è punto che si risolve nel nuovo umanesimo, raccordo tra l'umanesimo del giovane Marx della dis/alienazione, del Gramsci della società autoregolata dall'intelletto collettivo, e del de Martino del principio trascendentale che interpreta la crisi del soggetto in dissoluzione entro un paradigma di civiltà.
La ricerca del riscatto dalle condizioni di vita dei subalterni, trova la strada della liberazione nell’autocoscienza stessa della civiltà occidentale, quella che ha partorito i rapporti sociali e di produzione capitalistici che, pericolosamente, tendono all’annichilimento del mondo, alla sua fine “senza compenso”.

Ferdinando Dubla, agosto 2021






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