le lenti di Gramsci

mercoledì 14 novembre 2018

Dimenticare il «capitale umano»


«Aprire le porte. Per una scuola democratica e cooperativa», a cura di Piero Bevilacqua, per Castelvecchi


Devono essere valorizzati i nuclei di resistenza al processo di trasformazione neoliberista della scuola e dell’università, i luoghi dove il processo di trasformazione antropologica dell’essere umano in imprenditore di se stesso è stato – ed è tutt’ora – più feroce. Si tratta di un’intellettualità diffusa e critica, costituita principalmente da docenti di scuola e universitari, forgiata dalla lettura delle critiche crociane di Gramsci con le più avanzate decostruzioni di quella peculiare pedagogia del capitalismo oggi conosciuta sotto il nome di «governamentalità».

La nozione coniata da Michel Foucault è stata approfondita, e straordinariamente sviluppata, anche nell’ambito di una spietata critica alla società della valutazione e della certificazione che domina tutti i processi che hanno travolto, e trasformato, la scuola e l’università nell’ultima generazione, in Italia a partire perlomeno dal 1989, l’anno della riforma Ruberti continuata con quella Berlinguer-Zecchino del Duemila e proseguita con le «riforme» Moratti, Gelmini e, in ultimo, quella «Buona Scuola» con la quale Renzi e il Pd hanno chiuso il cerchio.

È QUESTO IL CASO di un libro, politicamente decisivo, curato da Piero Bevilacqua: Aprire le porte. Per una scuola democratica e cooperativa(Castelvecchi, pp. 187, euro 17,50) che raccoglie brevi e taglienti saggi di alcune delle figure che, in questi anni, hanno proseguito una critica inflessibile, e non solitaria, della scuola trasfigurata dall’ideologia del «capitale umano»: tra gli altri Rossella Latempa, Tiziana Drago, Laura Marchetti, Anna Angelucci, Gianluca Carmosino, Massimo Baldacci, Enzo Scandurra e molti altri.

Questo nucleo della resistenza non è l’unico. Va anche qui ricordato il ruolo che ha avuto, e ha tutt’ora, il sito Roars dove negli anni sono apparsi contributi fondamentali alla critica della «nuova ragione del mondo», il capitalismo in regime neoliberista che non è soltanto un fenomeno economico, ma un progetto che aspira a modificare l’essere umano, oltre che il governo e le sue istituzioni, sin dalla prima entrata in un’aula scolastica, accompagnando il soggetto fino alla tomba, in tutte le evoluzioni a cui obbliga la precarietà a tempo indeterminato, in quella che è stata definita la società che apprende: la learning society.L’imperativo è: apprendere ad apprendere come gestire un precariato concepito come realtà irreversibile. A questo corrisponde la trasformazione dell’istruzione in trasmissione di pacchetti di «competenze», la costruzione della vita in un’esistenza subalterna all’imperativo della perfomatività assoluta raccontata da Anna Angelucci.

Aprire le porte va letto come una breve, e esaustiva, guida al dibattito sulle premesse e le conseguenze dell’alternanza scuola-lavoro, ad esempio, il pilastro di quella riforma capitalista con la quale la scuola è stata trasformata definitivamente in uno snodo fondamentale delle politiche attive del lavoro. In questa cornice si spiega il furore ideologico con il quale si vogliono imporre i test Invalsi sin dagli anni della scuola elementare.

LA RICERCA che su questo tema sta conducendo Rossella Latempa è formidabile. Questo libro, come esorta Tiziana Drago, non è l’esercizio di un lutto, la pratica della rassegnazione, la celebrazione di una sconfitta dei moltissimi che si sono opposti nell’ultimo trentennio. Invita, fortinianamente, al buon uso «delle rovine», alla spietata clinica di ciò che siamo, aprendoci contemporaneamente alla ricerca di un possibile, senza sottoporci alle nuove autorità che dicono di agire per il nostro bene, mentre in realtà collaborano al nostro autosfruttamento.

L’ALTERNATIVA al soggetto imprenditore passa dalla riscoperta delle pratiche della cooperazione, concetto centrale presente già in copertina e sviluppato nel corso del libro. Cooperazione dei saperi, cooperazione della forza lavoro, cooperazione degli incontri – senza finalità imperative, economiche, idealistiche o gerarchiche – che possono nascere, qui e ora, già nelle classi. E affermarsi nella vita. Non è utopia, è prassi di una vita sognata e vissuta, in ogni momento.

pubblicato su Il Manifesto del 13 novembre 2018


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