le lenti di Gramsci

lunedì 29 giugno 2020

L'ULTIMA LECTIO DI CESARE LUPORINI, TRA STORICISMO E DIALETTICA



(a cura di Ferdinando Dubla)


L’ultima lezione di Luporini, a cui lo scrivente ha assistito nell’Università di Firenze il 25 maggio 1979, è stata pubblicata sul fascicolo monografico de Il Ponte, nr.11/2009 

Di origini emiliane, Luporini si laureò a Firenze dove ritornò a svolgere gran parte del suo magistero come docente di filosofia morale. Personalità assolutamente non dogmatica, si avvicinò al marxismo dopo l’esperienza ‘tedesca’ a lezione di Heidegger e Hartmann, ricavandone una sensibilità esistenzialista che sintetizzò nel suo primo impegnativo testo del 1942, Situazione e libertà nell'esistenza umana, le cui eco si ritroveranno maggiormente nell’oggetto della sua elaborazione più creativa, una lettura della figura di Giacomo Leopardi come poeta e personalità ‘progressiva’. Lo stessa esistenza umana, centro della sua riflessione giovanile, non è mai concepita come vissuto di un’esperienza irripetibile, in quanto “la libertà del singolo, guadagnata sull’essere di fatto, coinvolge radicalmente la socialità. Si fa, dunque, politica”. [1] E la dimensione sociale della politica, tutt’uno con il sostrato culturale che deve permearla, diventa l’interesse precipuo del Luporini impegnato nelle fila del Partito Comunista e disegna il suo profilo di intellettuale e filosofo marxista. 

Così, nella sua ultima lectio del 1979, Luporini ricorderà quel passaggio tra guerra e fine del fascismo:

“Mentre cresceva sempre piú l’inquietudine, lentamente in noi si produceva un rivoluzionamento culturale – “molecolare”, avrebbe detto Gramsci. Gli elementi di rottura, erano molto precisi. (..) Noi, eravamo uno strato sottile, modesto, di studenti, giovani professori di liceo; e piú o meno – parlo dell’Italia – ci si conosceva tutti. Si veniva costituendo, direi, un nuovo antifascismo, o almeno una nuova potenzialità di antifascismo, indipendente, ripeto, dai partiti antifascisti dell’emigrazione. E credo che questo sia molto importante, perché credo che senza questo passaggio non si spiegano tante cose, a cominciare dai quadri intellettuali della Resistenza, che i partiti organizzati non ebbero nemmeno il tempo di formare; col che si avrà poi anche il ricongiungersi con un movimento popolare. E neppure si spiega, direi, quell’esplosione di idee che ci sarà dopo la Liberazione, quella che Cesare Pavese, nel suo diario, uscito postumo, Il mestiere di vivere, ha chiamato la «pienezza»degli anni ’45 e ’46.”

C’era allora, nella cultura italiana, una vera e propria dittatura, quella idealistica, nei suoi due rami, crociano e gentiliano. Per il passaggio ad un marxismo militante, da intellettuale ‘organico’, fu per Luporini decisiva la lettura di Stato e rivoluzione di Lenin ed è sintomatico che il nesso strettissimo tra Lenin e Marx, e tra questi e Gramsci, fu una delle chiavi di lettura di una concezione materialistica della storia che rifuggiva dal determinismo e da letture storiciste, ma stabiliva più che una continuità, una coerenza di rapporto nel metodo di procedura dell’analisi sociale: nella rivista Società Luporini porta l’idea di una saldatura fra quella cultura degli anni trenta di cui si prendevano le distanze e la cultura di quelli che venivano da fuori, soprattutto i dirigenti comunisti, e segnatamente Togliatti. 

[wiki] Società era una rivista trimestrale che era stata fondata a Firenze nel 1945 da Ranuccio Bianchi Bandinelli e da un gruppo di intellettuali comunisti composto, oltre che da Luporini, da Romano Bilenchi e Marta Chiesi e che tendeva, come si recitava nel primo numero che recava la data del gennaio-giugno 1945, a "integrarsi nella nostra cultura in modo polemico e dialettico richiamandosi alla tradizione di concretezza di quella parte di intellettuali del Risorgimento che riuscirono a portare l'Italia a livello europeo". Successivamente entreranno a far parte della redazione intellettuali prestigiosi, come Mario Alicata, Antonio Banfi, Carlo Muscetta, Carlo Salinari e Natalino Sapegno.[wiki]

"Dopo i primi due anni, però, l’impresa di «Società» fallí; certo, per debolezze nostre, culturali e politiche, ma anche non solo per questo. 
(..) 
Per l’intellettuale – intendo per chi in qualche misura è un produttore di conoscenza – è sempre tutto abbastanza difficile, quando si sia anche impegnati direttamente nella vita politica. Semmai, mi consentirei di dare una specie di indicazione per chi s’incamminasse appunto per questa strada, peraltro affascinante, e che io ho sentito comunque come doverosa. Anzi, due indicazioni. La prima, di non diventare mai cortigiano, rispetto a chi ha il potere, nelle organizzazioni di cui si faccia parte. La seconda, ancora piú importante, di non tenere troppo al proprio nome, quanto alle idee politiche che uno riesca, o creda di riuscire, a elaborare. Quel che importa è la loro socializzazione: che entrino, per esempio, nella testa dei dirigenti. Ma, perché possano socializzarsi, queste idee devono partire da esperienze reali, e in qualche modo avere un rapporto con le masse. Ciò non significa sparire nell’anonimato, ma distinguere piani diversi: altra cosa è il piacere, credo legittimo, anche sacrosanto, di vedere il proprio nome sopra un libro o in fondo a un saggio critico, e altra è appunto quel tipo d’elaborazione a cui mi riferivo." 
  • Negli scritti marxisti degli anni ’60 il tono problematico di quelle prime indagini appare attenuato, a vantaggio di un approccio teoreticamente più strutturato. Ora la soggettività viene analizzata con riferimento costante alle relazioni storico-sociali, che sembrano costituire per la coscienza un orizzonte quasi intrascendibile, nel senso che i singoli individui umani si risolvono nei rapporti sociali in cui sono inseriti. 
- Nel saggio Marxismo e soggettività (in Dialettica e materialismo, 1974, ma il saggio è del 1962),  Luporini affronta un’analisi dettagliata della nozione di soggettività, sia in termini epistemologici, riallacciandosi alla tradizione moderna che inizia con Galileo e Cartesio e alla relazione soggetto/oggetto nel processo conoscitivo, sia in termini ‘materiali’, ossia in relazione alla dottrina del materialismo storico e del suo ‘presupposto’, «l’esistenza di individui umani viventi». Analizzando la marxiana Introduzione del ’57 egli cerca di delineare, in termini che escludono sia semplificazioni dogmatiche che derive ideologiche o contaminazioni umanistico-esistenzialistiche, il complesso rapporto tra la «coscienza degli individui» (la coscienza, ripete più volte, è sempre individuale; la «coscienza collettiva» è una nozione mistica) e il processo di produzione-distribuzione-consumo, strutturato secondo forme di teleologia che piegano, pur senza annullarne del tutto gli spazi di libertà, i comportamenti individuali e condizionano i contenuti della coscienza, in modi diversi a seconda del ruolo che i singoli giocano nel sistema – dando luogo a identificazione quasi senza residui, da parte della soggettività del capitalista impegnato nella valorizzazione del capitale; ad ambivalenza e parziale distanza da parte dell’operaio per il quale il rapporto con la sua funzione è oggettivamente contraddittorio. 




[1] “Esistenza” è il titolo di tre articoli pubblicati sulla rivista fiorentina  Argomenti, (nr.1-2-3) nel 1941, di cui tra l’altro si occupa E.Garin, Esistenza e libertà, in Critica marxista, nr.6, 1986


Cesare Luporini (1909/1993)

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