Nello studio etno-antropologico
della cultura subalterna del Sud Italia — secondo le direttrici teoriche
tracciate da Ernesto de Martino — i tabernacoli e le edicole campestri non
costituiscono semplici decorazioni del paesaggio, ma svolgono precise funzioni
simboliche, sociali e materiali.
Nella geografia mitica del mondo
contadino, i bivi e gli incroci stradali erano considerati luoghi liminari,
esposti all'insidia del "male", dello smarrimento o di presenze
infauste. L'edicola votiva presidiava lo snodo viario: era un punto di
riferimento visivo per i viandanti e al contempo un presidio simbolico che
rassicurava il bracciante che si recava nei campi alle prime luci dell'alba o
rientrava al tramonto.
- C’è una grave desertificazione
culturale del patrimonio rurale meridionale. La tutela e il censimento di
queste micro-architetture religiose e contadine rappresentano un atto
necessario per preservare la memoria materiale e antropologica delle classi
subalterne.
Cappella
votiva rurale o dell'involucro murario di un edicola/tabernacolo campestre
(localmente definita anche focaredda, cappelledda o majestas)
- La vita contadina era
contrassegnata da una perenne precarietà economica e dall'incertezza climatica
(siccità, parassiti, epidemie). La costruzione del tabernacolo presso un
incrocio o lungo i percorsi di transito agricolo (come la direttrice
Leporano-vicinale Pegne/ San Donato-Talsano) serviva a "tracciare un
confine di protezione sacra" sui campi circostanti. Il Santo o la Vergine
raffigurati nella nicchia agivano da tutori del lavoro agricolo e della
sopravvivenza del borgo.
- In assenza di una
chiesa strutturata nelle campagne dell'agro tarantino, il tabernacolo diventava
un altare aperto e comunitario. I contadini vi si fermavano per brevi
preghiere, accendevano lumini, deponevano fiori campestri e recitavano il
rosario durante le rogazioni (le processioni per la benedizione dei raccolti).
Si tratta di una religiosità spontanea, vissuta al di fuori del controllo
istituzionale del clero, in cui la devozione popolare si saldava direttamente
al ciclo biologico e lavorativo della terra.
foto 1. Ricostruzione
con AI del sito originario con l’icona di San Donato che dà il nome all’intera
contrada.
foto 2. Persistenza e
distruzione: la stessa all'incrocio tra via Zuzzaro (Leporano) e via per San
Donato, frazione di Talsano (Ta)
Secondo le credenze
popolari (analizzate da de Martino nelle sue indagini sul Mezzogiorno), i
crocevia e i limiti delle proprietà rurali erano considerati luoghi liminari e
critici, esposti alla presenza delle “ombre” o degli spiriti dei morti.
L’edicola votiva — spesso edificata ex voto da una famiglia contadina a ricordo
di un congiunto scomparso sul lavoro o in un incidente nei campi — funge da
presidio protettivo, “addomesticando” la soglia tra il mondo dei vivi e quello
dei morti.
In chiave etnologica,
queste piccole edicole in pietra calcinata sulle Murge tarantine e baresi testimoniano
una perfetta persistenza culturale: la sacralizzazione della soglia e il patto
di protezione tra gli antenati (i defunti/i Lares) e la comunità dei viventi
che continua a coltivare la terra.
DIARIO ETNOLOGICO:
edicole votive e culto dei Lares
In foto: le edicole
votive campestri e i piloni votivi ritratti nelle immagini scattate nelle
campagne di Toritto (Bari) e nella sua frazione agricola di Quasano. Questi
manufatti, collocati lungo i tratturi, i muretti a secco e i confini dei fondi
agricoli murgiani, presentano una profonda continuità storico-religiosa ed
etno-antropologica sia con la religione romana arcaica sia con la ritualità del
2 novembre.
- I Lares compitales:
nella Roma antica, i Lares erano le divinità protettrici dei campi, dei confini
e dei crocevia (compita). Presso i trivi e i quadrivi si ergevano piccoli
sacelli (sacella) o edicole contenenti l’immagine dei Lares, posti a guardia
della proprietà fondiaria e a protezione del lavoro agricolo e dei contadini.
- I Lares viales:
parimenti, le edicole rurali pugliesi erette lungo i muretti a secco o agli
incroci dei tratturi (come si nota distintamente nella prima e seconda
immagine) ereditano la funzione di sacralizzare il passaggio, proteggendo il
viandante, il contadino e il bestiame dalle insidie e dalle precarietà
dell’ambiente esterno.
- Il cattolicesimo
popolare non ha cancellato la struttura mitico-rituale romana, ma ha sostituito
l’effigie del Lare con le immagini di Cristo, della Madonna (particolarmente
diffuso nel territorio il culto della Madonna degli Angeli di Quasano) o dei
Santi protettori del raccolto e degli animali (San Pietro, San Nicola,
Sant’Antonio Abate).
- Il legame tra
l’edicola votiva rurale, i Lares e il culto dei defunti si manifesta attraverso
diretti passaggi etnologici:
secondo l’elaborazione dell’antropologia e
della storia delle religioni, i Lares erano originariamente concepiti come le
anime degli antenati divinizzate (Manes) che continuavano a vegliare sul fondo
agricolo lavorato in vita. La terra coltivata è la terra dove riposano o da cui
provengono gli avi.
2 novembre: nella
prassi della religiosità popolare contadina meridionale, l’edicola votiva
campestre non è soltanto un luogo di devozione ai santi, ma un dispositivo per
la memoria del passato familiare e comunitario. Presso l’edicola campestre si
accendevano i “lumini” e si recitava il rosario di suffragio in occasione delle
ricorrenze dei defunti, in particolare nei giorni dell’Ottavario dei Morti
(inizio novembre).
leggi in questo blog
Lo
svelamento delle tracce della civiltà rurale dell’Italia meridionale
PERSISTENZE
SUBALTERNE (1. guida metodologica)
------- PERSISTENZE
SUBALTERNE (2. Casa 'campesina' - Italia meridionale)
PERSISTENZE
SUBALTERNE (3. Lo "iazzu")





