"Il grande silenzio"
di Alberto Asor Rosa
Laterza, 181 pagine,
12 euro
“(..) Si è esaurita l’intelligenza critica..). Il giudizio critico non si fonda su verità assolute ma sul senso del relativo. (..) L’«intellettuale legislatore» non è dunque quello che elargisce pensiero assoluto, ma quello che formula e propone pensiero critico.”, pp.110-111
Nel libro-intervista curato da Simonetta Fiori, il tramonto dell’intellettuale coscienza critica della società, coincide con il tramonto del ruolo di “maitre à penser” della sinistra dello stesso Asor Rosa. Questo libro ha il pregio di accorgersi di questo tramonto, con una disamina attenta e spietata delle tante contraddizioni sociali nell’epoca del ‘berlusconismo’ imperante, che deteriora il tessuto democratico del paese e corrompe quello civile. Ma il cessato ruolo dell’intellettuale ‘legislatore’ nella ‘civiltà montante’ si deve solo in parte alla degenerazione populistica e mediatica che alimenta il personalismo e il leaderismo nonché il dominio della cultura futile, evanescente e dannosa delle TV monopolio del padrone. In realtà, questo ruolo è divenuto secondario, non è cessato e comunque è fuori delle aule universitarie che Asor Rosa ha contribuito ad innovare. Egli cita poco Gramsci e la categoria di ‘intellettuale collettivo’, che invece diventa centrale oggi nell’epoca della Rete e delle connessioni infotelematiche. Sembra, a leggere nelle parole di Asor, non ci sia piena consapevolezza delle possibilità concrete di circolarità di un sapere diffuso e costruito in tempo reale senza stereotipata erudizione accademica, simboleggiati ad esempio nelle modalità dei progetti Wiki. O nelle recensioni a libri come questo, per il tramite di Anoobi, che a conti fatti ha più lettori della recensione scritta da Pigi Battista sul ‘Corriere della Sera’. O no?
martedì 18 maggio 2010
giovedì 13 maggio 2010
Report incontro su Gramsci militante comunista-Bari,10 maggio 2010
Moderato da Andrea Catone, direttore de “L’Ernesto” e responsabile regionale PRC per la Formazione, l’incontro ha avuto al centro le relazioni introduttive di Dubla e Fresu.
Secondo Dubla, la traccia di lavoro feconda per una attualizzazione del pensiero e dell’opera di Gramsci va rintracciata nella categoria di ‘intellettuale collettivo’. Se la sinistra di classe del nostro paese si trova in grave difficoltà è anche perché non è riuscita a dar vita ad un progetto di ‘intellettuale collettivo’, categoria gramsciana tra le più feconde, perché richiede non solo una lettura marxista degli avvenimenti, storici e del presente, ma la costruzione realistica di un’organizzazione capace di riarticolare le lotte sociali e renderle egemoni nella costruzione di un processo avanzato di emancipazione. In Italia Gramsci è poco studiato e gli indirizzi prevalenti, come quelli della Fondazione Gramsci, sono senza una finalità concreta di forgiare strumenti per la trasformazione strutturale delle società capitalistiche. Ricorda Giorgio Baratta, presidente dell’International Gramsci Society, morto recentemente, e la sua passione, nonché il suo entusiasmo per un Gramsci vivo e straordinario compagno da non rinchiudere nella torre eburnea dell’accademia erudita (e per lo più sterile). Gramsci assegna al partito e ai suoi intellettuali organici una funzione pedagogica, non calata dall’alto, ma autoformativa perché contribuisce all’organizzazione di un lavoro politico collettivo efficace, in cui viene esercitata una direzione consapevole e dove si struttura la sfida per l’egemonia. Una sfida che oggi, per esempio, ha la conoscenza come bene comune, da assolutizzare come bene primario, da rivendicare come diritto inalienabile: la nuova frontiera delle tecnologie informatiche e telematiche, della rete, offrono possibilità concrete di circolarità di un sapere diffuso e costruito in tempo reale senza stereotipata erudizione accademica, simboleggiati ad esempio nelle modalità dei progetti Wiki.
I nuovi intellettuali ‘organici’ , nella traccia di lavoro e nella ricerca continua gramsciana, sono organici ad un progetto di classe e alla ricostruzione di un intellettuale collettivo, che combatta, nelle file della sinistra, i germi devastanti del leaderismo e dei ‘capi carismatici’, dell’individualismo e lo scimmiottamento deteriore dei valori che sono propri della destra e della sua egemonia culturale.
Fresu ha ripreso un’immagine suggestiva del Gramsci ordinovista, quella del partito come ‘barriera corallina’, che fa resistenza nei confronti del dominio capitalista e imperialista e ai suoi valori deteriori e organizza una controffensiva per una costruzione collettiva della società socialista. E il trait d’union con l’elaborazione dei ‘Quaderni dal carcere’, sta proprio nel fatto che secondo il marxismo di Gramsci, è dal luogo di produzione che si forma la coscienza di classe e dunque la sola, reale possibilità della costruzione di un processo rivoluzionario. Fresu ha emblematizzato nella stagione ‘bertinottiana’ del Partito della Rifondazione Comunista, l’abbandono di importanti categorie gramsciane e dunque il fallimento politico-culturale di una diversa identità rispetto a quella leninista, comunista, che ha portato oggi ad una situazione in cui è difficile persino parlare di unità dei comunisti nel nostro paese e dunque di agire conseguentemente. Un grande tema non solo dei ‘Quaderni’, ma dell'intera attività politica e teorica di Antonio Gramsci è stato il rapporto tra dirigenti e diretti nella scienza politica, l'utilizzo strumentale e interessato delle grandi masse da parte di ristretti gruppi che controllano oligarchicamente partiti politici, organizzazioni sociali, istituzioni rappresentative. Un tema di assoluta attualità, in un tempo nel quale con sempre più insistenza si discute della cosiddetta "casta" e si impone all'attenzione generale la crisi del rapporto di rappresentanza, la distanza della politica dai reali interessi popolari. La stessa preoccupazione è presente, nelle note dedicate al Generale Cadorna, che a suo modo costituisce una figura rappresentativa della mentalità delle classi dirigenti italiane e un emblema della contraddizione tra governanti e governati. In politica come in caserma, per i gruppi dirigenti, una volta individuata la direttiva essa va applicata con obbedienza, senza discutere, senza sentire l'esigenza di spiegarne la necessità e la razionalità. Il "cadornismo" consiste nella persuasione che una determinata cosa sarà fatta perché il dirigente la ritiene giusta e razionale, e per questa ragione viene affermata come dato di fatto indiscutibile. Esso per molti versi è la metafora di un problema storico irrisolto: l'utilizzo strumentale delle masse, il fatto che esse finiscano per essere un materiale grezzo nelle mani del "capo carismatico" di turno. Il superamento del "cadornismo", per Gramsci sarebbe dovuto avvenire attraverso il sostituirsi nella funzione direttiva di organismi politici collettivi e diffusi ai singoli individui, ai "capi carismatici", fino a sconvolgere i vecchi schemi "naturalistici" dell'arte politica.
L'antidoto al capo carismatico sarebbe stato l'intellettuale collettivo.
L’incontro si è concluso con un vivace e partecipato dibattito e con l’appello di Andrea Catone a lavorare sulle solide fondamenta del Gramsci ‘militante comunista’ e con l’analisi teorica mai disgiunta dal lavoro politico concreto per la trasformazione dello ‘stato di cose presenti’.
Secondo Dubla, la traccia di lavoro feconda per una attualizzazione del pensiero e dell’opera di Gramsci va rintracciata nella categoria di ‘intellettuale collettivo’. Se la sinistra di classe del nostro paese si trova in grave difficoltà è anche perché non è riuscita a dar vita ad un progetto di ‘intellettuale collettivo’, categoria gramsciana tra le più feconde, perché richiede non solo una lettura marxista degli avvenimenti, storici e del presente, ma la costruzione realistica di un’organizzazione capace di riarticolare le lotte sociali e renderle egemoni nella costruzione di un processo avanzato di emancipazione. In Italia Gramsci è poco studiato e gli indirizzi prevalenti, come quelli della Fondazione Gramsci, sono senza una finalità concreta di forgiare strumenti per la trasformazione strutturale delle società capitalistiche. Ricorda Giorgio Baratta, presidente dell’International Gramsci Society, morto recentemente, e la sua passione, nonché il suo entusiasmo per un Gramsci vivo e straordinario compagno da non rinchiudere nella torre eburnea dell’accademia erudita (e per lo più sterile). Gramsci assegna al partito e ai suoi intellettuali organici una funzione pedagogica, non calata dall’alto, ma autoformativa perché contribuisce all’organizzazione di un lavoro politico collettivo efficace, in cui viene esercitata una direzione consapevole e dove si struttura la sfida per l’egemonia. Una sfida che oggi, per esempio, ha la conoscenza come bene comune, da assolutizzare come bene primario, da rivendicare come diritto inalienabile: la nuova frontiera delle tecnologie informatiche e telematiche, della rete, offrono possibilità concrete di circolarità di un sapere diffuso e costruito in tempo reale senza stereotipata erudizione accademica, simboleggiati ad esempio nelle modalità dei progetti Wiki.
I nuovi intellettuali ‘organici’ , nella traccia di lavoro e nella ricerca continua gramsciana, sono organici ad un progetto di classe e alla ricostruzione di un intellettuale collettivo, che combatta, nelle file della sinistra, i germi devastanti del leaderismo e dei ‘capi carismatici’, dell’individualismo e lo scimmiottamento deteriore dei valori che sono propri della destra e della sua egemonia culturale.
Fresu ha ripreso un’immagine suggestiva del Gramsci ordinovista, quella del partito come ‘barriera corallina’, che fa resistenza nei confronti del dominio capitalista e imperialista e ai suoi valori deteriori e organizza una controffensiva per una costruzione collettiva della società socialista. E il trait d’union con l’elaborazione dei ‘Quaderni dal carcere’, sta proprio nel fatto che secondo il marxismo di Gramsci, è dal luogo di produzione che si forma la coscienza di classe e dunque la sola, reale possibilità della costruzione di un processo rivoluzionario. Fresu ha emblematizzato nella stagione ‘bertinottiana’ del Partito della Rifondazione Comunista, l’abbandono di importanti categorie gramsciane e dunque il fallimento politico-culturale di una diversa identità rispetto a quella leninista, comunista, che ha portato oggi ad una situazione in cui è difficile persino parlare di unità dei comunisti nel nostro paese e dunque di agire conseguentemente. Un grande tema non solo dei ‘Quaderni’, ma dell'intera attività politica e teorica di Antonio Gramsci è stato il rapporto tra dirigenti e diretti nella scienza politica, l'utilizzo strumentale e interessato delle grandi masse da parte di ristretti gruppi che controllano oligarchicamente partiti politici, organizzazioni sociali, istituzioni rappresentative. Un tema di assoluta attualità, in un tempo nel quale con sempre più insistenza si discute della cosiddetta "casta" e si impone all'attenzione generale la crisi del rapporto di rappresentanza, la distanza della politica dai reali interessi popolari. La stessa preoccupazione è presente, nelle note dedicate al Generale Cadorna, che a suo modo costituisce una figura rappresentativa della mentalità delle classi dirigenti italiane e un emblema della contraddizione tra governanti e governati. In politica come in caserma, per i gruppi dirigenti, una volta individuata la direttiva essa va applicata con obbedienza, senza discutere, senza sentire l'esigenza di spiegarne la necessità e la razionalità. Il "cadornismo" consiste nella persuasione che una determinata cosa sarà fatta perché il dirigente la ritiene giusta e razionale, e per questa ragione viene affermata come dato di fatto indiscutibile. Esso per molti versi è la metafora di un problema storico irrisolto: l'utilizzo strumentale delle masse, il fatto che esse finiscano per essere un materiale grezzo nelle mani del "capo carismatico" di turno. Il superamento del "cadornismo", per Gramsci sarebbe dovuto avvenire attraverso il sostituirsi nella funzione direttiva di organismi politici collettivi e diffusi ai singoli individui, ai "capi carismatici", fino a sconvolgere i vecchi schemi "naturalistici" dell'arte politica.
L'antidoto al capo carismatico sarebbe stato l'intellettuale collettivo.
L’incontro si è concluso con un vivace e partecipato dibattito e con l’appello di Andrea Catone a lavorare sulle solide fondamenta del Gramsci ‘militante comunista’ e con l’analisi teorica mai disgiunta dal lavoro politico concreto per la trasformazione dello ‘stato di cose presenti’.
martedì 11 maggio 2010
Video lectio magistralis sulla Resistenza -- Manduria
Dall'evento Facebook:
La città di Manduria ricorda i valorosi partigiani che salvarono il Paese dagli orrori del nazifascismo. Il Pd, SeL e Federazione della Sinistra organizzano per il 25 aprile una manifestazione in cui c'è stata musica, buon vino e cultura storica. Nella spaziosa cornice del Corso XX Settembre il compagno ed autorevole storico Ferdinando Dubla ha tenuto una lectio magistralis dal titolo "L'attualità dei valori della Resistenza antifascista".
A seguire si è esibito un gruppo pop-folk di pizzica: i Malarazza trio. Riprese di Francesco Pasanisi, Anselmo Dimitri e Roberta Giuliano. Montaggio di Francesco Pasanisi.
http://www.vimeo.com/11557844
http://www.vimeo.com/11574729
http://www.vimeo.com/11559294
La città di Manduria ricorda i valorosi partigiani che salvarono il Paese dagli orrori del nazifascismo. Il Pd, SeL e Federazione della Sinistra organizzano per il 25 aprile una manifestazione in cui c'è stata musica, buon vino e cultura storica. Nella spaziosa cornice del Corso XX Settembre il compagno ed autorevole storico Ferdinando Dubla ha tenuto una lectio magistralis dal titolo "L'attualità dei valori della Resistenza antifascista".
A seguire si è esibito un gruppo pop-folk di pizzica: i Malarazza trio. Riprese di Francesco Pasanisi, Anselmo Dimitri e Roberta Giuliano. Montaggio di Francesco Pasanisi.
http://www.vimeo.com/11557844
http://www.vimeo.com/11574729
http://www.vimeo.com/11559294
venerdì 7 maggio 2010
incontro su Gramsci militante comunista
Via Borrelli 32 - Bari
di fronte al Piccolo teatro, a pochi minuti dalla stazione ferroviaria e dal parcheggio ex Rossani
Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.
Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo.
Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.
lunedì 10 maggio
ore 18.30
2° incontro su Gramsci militante comunista
intervengono
Ferdinando Dubla, autore, tra l’altro, di
Gramsci e la fabbrica
Il Gramsci di Turi
Gianni Fresu, università di Cagliari, autore, tra l’altro, di
“Il diavolo nell’ampolla - Antonio Gramsci, gli intellettuali e il partito
Oltre la parentesi - Fascismo e storia d'Italia nell'interpretazione gramsciana
ore 20.30 – Proiezione video:
Gramsci l’ho visto così (1988)
di Giorgio Baratta e Gianni Amico
di fronte al Piccolo teatro, a pochi minuti dalla stazione ferroviaria e dal parcheggio ex Rossani
Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.
Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo.
Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.
lunedì 10 maggio
ore 18.30
2° incontro su Gramsci militante comunista
intervengono
Ferdinando Dubla, autore, tra l’altro, di
Gramsci e la fabbrica
Il Gramsci di Turi
Gianni Fresu, università di Cagliari, autore, tra l’altro, di
“Il diavolo nell’ampolla - Antonio Gramsci, gli intellettuali e il partito
Oltre la parentesi - Fascismo e storia d'Italia nell'interpretazione gramsciana
ore 20.30 – Proiezione video:
Gramsci l’ho visto così (1988)
di Giorgio Baratta e Gianni Amico
martedì 20 aprile 2010
Dichiarazione da sottoscrivere in difesa di Cuba
A proposito della risoluzione dell’11 marzo del Parlamento Europeo su Cuba, noi, intellettuali, accademici, che lottiamo per la società, pensatori critici e artisti della Rete In Difesa dell'Umanità dichiariamo:
1.Che condividiamo la sensibilità mostrata dai parlamentari europei circa i prigionieri politici. Come loro, ci pronunciamo per l'immediata e incondizionata liberazione di tutti i prigionieri politici, in tutti i paesi del mondo, compresi quelli dell'Unione Europea.
2. Che ci rammarichiamo profondamente, come loro, per il decesso del prigioniero comune Orlando Zapata, ma non ammettiamo che la sua morte, la prima "… in quasi quarant’anni", secondo lo stesso Parlamento, sia travisata a fini politici molto diversi e contrari a quelli della difesa dei diritti umani.
3. Che sollecitare "... le istituzioni europee affinché diano appoggio incondizionato e incoraggino senza riserve l'inizio di un processo pacifico di transizione politica verso una democrazia pluripartitica a Cuba" non è solo un atto di ingerenza che disapproviamo in virtù del nostro impegno sui principi di non intervento e di autodeterminazione dei popoli - difesi anche dall'ONU -, e contro la colonizzazione, ma presuppone anche un modello unico di democrazia che, di sicuro, si mostra ogni volta di più insufficiente e discutibile. La ricerca e l’approfondimento della democrazia implica, tra le altre cose, di superare i suoi livelli formali e di inventare nuove forme autenticamente rappresentative che non necessariamente sono ristrette al pluripartitismo che, come ben si sa, frequentemente cela il fatto che le decisioni sui grandi problemi mondiali sono prese unilateralmente da piccoli gruppi d’interesse con immenso potere, al di sopra del regime di partiti.
4. Che pretendere di giustificare un'intromissione negli affari politici interni del popolo cubano manipolando mediaticamente il caso di Orlando Zapata - delinquente comune e in nessun modo prigioniero politico -, coincide con le politiche anti-ribellione che si stanno applicando in America Latina per fermare o distorcere i processi di trasformazione emancipatrice che sono in corso, e si somma al criminale blocco al quale è stato sottoposto il popolo cubano, per il semplice fatto di non accettare imposizioni e di difendere il suo diritto a decidere il proprio destino con dignità e indipendenza.
5. Che condividiamo la preoccupazione mostrata dai parlamentari sul rispetto dei diritti umani a Cuba ma la estendiamo al mondo nella sua totalità. Così come li preoccupa il caso del delinquente morto (che non ha nessun antecedente simile in 40 anni), li invitiamo ad esigere la fine dell'occupazione di Gaza e della vessazione del popolo Palestinese, che ha provocato non uno ma migliaia di morti; dell'intervento in Iraq e in Afghanistan seminando morte e terrore in paesi e città; dei bombardamenti in quei luoghi con il pretesto di difendere la democrazia; la fine della doppia occupazione di Haiti; la chiusura della prigione di Guantanamo e la consegna di quel territorio a Cuba a cui appartiene; la restituzione delle isole Malvinas all'Argentina; e, ovviamente, la fine di un blocco che viola i diritti umani del popolo cubano e che può mettere in dubbio la qualità morale di chi esige un trattamento umano per un delinquente quando lo si nega a un popolo intero.
L'assillo economico e mediatico al quale è sottoposta Cuba, anche da prima del decesso del prigioniero comune Orlando Zapata, costituisce un attentato contro i diritti umani e politici di un popolo che ha deciso di percorrere una strada diversa.
Esigiamo rispetto per i processi interni del popolo cubano per definire ed esercitare la sua democrazia, e coerenza con i principi universali di non intervento accordati dalle Nazioni Unite
Red En defensa de la Humanidad
Per firmare questo appello:
entrare nel sito web En defensa de Cuba www.porcuba.org
1.Che condividiamo la sensibilità mostrata dai parlamentari europei circa i prigionieri politici. Come loro, ci pronunciamo per l'immediata e incondizionata liberazione di tutti i prigionieri politici, in tutti i paesi del mondo, compresi quelli dell'Unione Europea.
2. Che ci rammarichiamo profondamente, come loro, per il decesso del prigioniero comune Orlando Zapata, ma non ammettiamo che la sua morte, la prima "… in quasi quarant’anni", secondo lo stesso Parlamento, sia travisata a fini politici molto diversi e contrari a quelli della difesa dei diritti umani.
3. Che sollecitare "... le istituzioni europee affinché diano appoggio incondizionato e incoraggino senza riserve l'inizio di un processo pacifico di transizione politica verso una democrazia pluripartitica a Cuba" non è solo un atto di ingerenza che disapproviamo in virtù del nostro impegno sui principi di non intervento e di autodeterminazione dei popoli - difesi anche dall'ONU -, e contro la colonizzazione, ma presuppone anche un modello unico di democrazia che, di sicuro, si mostra ogni volta di più insufficiente e discutibile. La ricerca e l’approfondimento della democrazia implica, tra le altre cose, di superare i suoi livelli formali e di inventare nuove forme autenticamente rappresentative che non necessariamente sono ristrette al pluripartitismo che, come ben si sa, frequentemente cela il fatto che le decisioni sui grandi problemi mondiali sono prese unilateralmente da piccoli gruppi d’interesse con immenso potere, al di sopra del regime di partiti.
4. Che pretendere di giustificare un'intromissione negli affari politici interni del popolo cubano manipolando mediaticamente il caso di Orlando Zapata - delinquente comune e in nessun modo prigioniero politico -, coincide con le politiche anti-ribellione che si stanno applicando in America Latina per fermare o distorcere i processi di trasformazione emancipatrice che sono in corso, e si somma al criminale blocco al quale è stato sottoposto il popolo cubano, per il semplice fatto di non accettare imposizioni e di difendere il suo diritto a decidere il proprio destino con dignità e indipendenza.
5. Che condividiamo la preoccupazione mostrata dai parlamentari sul rispetto dei diritti umani a Cuba ma la estendiamo al mondo nella sua totalità. Così come li preoccupa il caso del delinquente morto (che non ha nessun antecedente simile in 40 anni), li invitiamo ad esigere la fine dell'occupazione di Gaza e della vessazione del popolo Palestinese, che ha provocato non uno ma migliaia di morti; dell'intervento in Iraq e in Afghanistan seminando morte e terrore in paesi e città; dei bombardamenti in quei luoghi con il pretesto di difendere la democrazia; la fine della doppia occupazione di Haiti; la chiusura della prigione di Guantanamo e la consegna di quel territorio a Cuba a cui appartiene; la restituzione delle isole Malvinas all'Argentina; e, ovviamente, la fine di un blocco che viola i diritti umani del popolo cubano e che può mettere in dubbio la qualità morale di chi esige un trattamento umano per un delinquente quando lo si nega a un popolo intero.
L'assillo economico e mediatico al quale è sottoposta Cuba, anche da prima del decesso del prigioniero comune Orlando Zapata, costituisce un attentato contro i diritti umani e politici di un popolo che ha deciso di percorrere una strada diversa.
Esigiamo rispetto per i processi interni del popolo cubano per definire ed esercitare la sua democrazia, e coerenza con i principi universali di non intervento accordati dalle Nazioni Unite
Red En defensa de la Humanidad
Per firmare questo appello:
entrare nel sito web En defensa de Cuba www.porcuba.org
sabato 10 aprile 2010
venerdì 2 aprile 2010
QUELL'ITALIA TRADITA
Come è difficile commentare il voto delle regionali 2010!
Siamo infatti avvolti da una grancassa mediatico-propagandistica che cerca di celebrare trionfi laddove ci sarebbe invece bisogno di un’analisi attenta e pacata, nonché molto, moltissimo preoccupata.
E’ andato in secondo piano il dato più rilevante di tutti: l’alto tasso di astensionismo, ormai quasi il 40% dell’elettorato avente diritto, che dimostra una crisi grave della politica del nostro paese, una disaffezione che sta crescendo sempre di più, una risposta certamente sbagliata, ma rimarchevole, che diminuisce i già angusti spazi della nostra democrazia che sta assomigliando sempre più ad un regime soffocante e autoritario.
Il PDL sta cantando la vittoria del suo duce, quando, in voti assoluti, rispetto alle europee, ha perso 2 milioni e mezzo di elettorato!!
E il PD, che ne ha perso un milione, minimizza per non riflettere a fondo sui tanti, troppi errori commessi, in specie in Piemonte, Lazio, Campania e Calabria. E si sarebbe aggiunta anche la Puglia, se non ci fosse stata la fermezza di Nichi Vendola che li ha trascinati obtorto collo alle primarie e alla fine, con la sua vittoria, ha lasciato aperta la porta di una possibile speranza di rinnovamento del quadro politico a sinistra.
I veri vincitori di queste elezioni, purtroppo, oltre gli astensionisti, sono stati i leghisti del nord, senza dei quali la destra sarebbe alle pezze. E c’è davvero da amareggiarsi se si pensa che stiamo andando alle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. E’ un’Italia tradita quella del Risorgimento, che tanto costò in vite umane e sacrifici inenarrabili.
Non c’è bisogno della retorica patriottica, di cui la destra è piena solo a parole, ci sarebbe bisogno invece di una rinnovata coesione sociale nelle politiche attive e nella salvaguardia dei nostri principi costituzionali.
I meridionali che votano a destra, si rendono conto che stanno consegnando l’Italia a questa banda di razzisti xenofobi che solleticano i bassi istinti delle loro popolazioni? La Lega si avvantaggia del vuoto di speranze e prospettive: si presenta addirittura come partito anti-sistema, di protesta, quando occupa tutto il potere, al governo e nelle istituzioni: i miracoli all’italiana!
E i migliori alleati dei leghisti sono, qui al Sud, le mafie, le attività della criminalità organizzata, l’ignobile voto di scambio, il clientelismo malato che trasforma il diritto in favoritismo (vedi le denunce circostanziate di Roberto Saviano e di Rifondazione Comunista in Campania).
La sinistra fuori del PD ha difficoltà a radicarsi in una società civile ammalata e corrotta, che non vota secondo ideali, secondo valori, secondo limpide opzioni politiche: la unitaria Federazione della sinistra (Rifondazione con il PdCI come assi portanti) sconta un clima avvelenato, in cui, tra sbarramenti elettorali e discriminazioni inaccettabili, si vede privare di molti consensi tra le fasce più deboli e esposte al ricatto occupazionale. Non basta avere ragione: è necessario anche contare nelle stanze del potere, altrimenti si rischia l’estinzione.
Qualche segnale positivo c’è stato dal responso delle urne: il declino di Cito qui a Taranto, che ha visto l’affermazione di Vendola oltre il 50%, la non elezione del leghista Castelli e del ministro fannullone Brunetta a sindaci di Lecco e Venezia. Bene, ma troppo poco. La battaglia deve continuare, anche (e soprattutto) a urne chiuse.
Che una vera Pasqua di resurrezione sia vicina.
Siamo infatti avvolti da una grancassa mediatico-propagandistica che cerca di celebrare trionfi laddove ci sarebbe invece bisogno di un’analisi attenta e pacata, nonché molto, moltissimo preoccupata.
E’ andato in secondo piano il dato più rilevante di tutti: l’alto tasso di astensionismo, ormai quasi il 40% dell’elettorato avente diritto, che dimostra una crisi grave della politica del nostro paese, una disaffezione che sta crescendo sempre di più, una risposta certamente sbagliata, ma rimarchevole, che diminuisce i già angusti spazi della nostra democrazia che sta assomigliando sempre più ad un regime soffocante e autoritario.
Il PDL sta cantando la vittoria del suo duce, quando, in voti assoluti, rispetto alle europee, ha perso 2 milioni e mezzo di elettorato!!
E il PD, che ne ha perso un milione, minimizza per non riflettere a fondo sui tanti, troppi errori commessi, in specie in Piemonte, Lazio, Campania e Calabria. E si sarebbe aggiunta anche la Puglia, se non ci fosse stata la fermezza di Nichi Vendola che li ha trascinati obtorto collo alle primarie e alla fine, con la sua vittoria, ha lasciato aperta la porta di una possibile speranza di rinnovamento del quadro politico a sinistra.
I veri vincitori di queste elezioni, purtroppo, oltre gli astensionisti, sono stati i leghisti del nord, senza dei quali la destra sarebbe alle pezze. E c’è davvero da amareggiarsi se si pensa che stiamo andando alle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. E’ un’Italia tradita quella del Risorgimento, che tanto costò in vite umane e sacrifici inenarrabili.
Non c’è bisogno della retorica patriottica, di cui la destra è piena solo a parole, ci sarebbe bisogno invece di una rinnovata coesione sociale nelle politiche attive e nella salvaguardia dei nostri principi costituzionali.
I meridionali che votano a destra, si rendono conto che stanno consegnando l’Italia a questa banda di razzisti xenofobi che solleticano i bassi istinti delle loro popolazioni? La Lega si avvantaggia del vuoto di speranze e prospettive: si presenta addirittura come partito anti-sistema, di protesta, quando occupa tutto il potere, al governo e nelle istituzioni: i miracoli all’italiana!
E i migliori alleati dei leghisti sono, qui al Sud, le mafie, le attività della criminalità organizzata, l’ignobile voto di scambio, il clientelismo malato che trasforma il diritto in favoritismo (vedi le denunce circostanziate di Roberto Saviano e di Rifondazione Comunista in Campania).
La sinistra fuori del PD ha difficoltà a radicarsi in una società civile ammalata e corrotta, che non vota secondo ideali, secondo valori, secondo limpide opzioni politiche: la unitaria Federazione della sinistra (Rifondazione con il PdCI come assi portanti) sconta un clima avvelenato, in cui, tra sbarramenti elettorali e discriminazioni inaccettabili, si vede privare di molti consensi tra le fasce più deboli e esposte al ricatto occupazionale. Non basta avere ragione: è necessario anche contare nelle stanze del potere, altrimenti si rischia l’estinzione.
Qualche segnale positivo c’è stato dal responso delle urne: il declino di Cito qui a Taranto, che ha visto l’affermazione di Vendola oltre il 50%, la non elezione del leghista Castelli e del ministro fannullone Brunetta a sindaci di Lecco e Venezia. Bene, ma troppo poco. La battaglia deve continuare, anche (e soprattutto) a urne chiuse.
Che una vera Pasqua di resurrezione sia vicina.
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