le lenti di Gramsci

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mercoledì 8 settembre 2021

PIETRO SECCHIA e GLI STEREOTIPI STORICI. L'intervista a Cumpanis (2)

 

Intervista a cura di Alessandro Testa, redazione di Cumpanis, sito web diretto da Fosco Giannini ed edito dalle edizioni Citta’ del Sole di Napoli, a Ferdinando Dubla, direttore di Lavoro Politico web serie e del collettivo dei Subaltern studies Italia.
/extract. che riguarda la figura di Pietro Secchia e gli stereotipi storici. /

A.T. - Cosa pensi del ruolo di Secchia nella costruzione del PCI, e come il suo allontanamento dall’organizzazione del partito può aver influito sulla sua successiva evoluzione?

F.D. - Pietro Secchia è stata una figura importantissima nella storia del movimento operaio italiano e, naturalmente, del PCI. Si è sempre portato dietro lo stereotipo del comunista filobolscevico/filosovietico “duro e puro”, pronto addirittura a passare, nelle fasi acute dello scontro di classe negli anni ’50/’60, alla lotta armata. Ma l’acribia filologica e, ancor più, la “filologia vivente” su testi e documenti, possono contribuire nel tempo, speriamo, a rompere gli schemi precostituiti e i pregiudizi che narrano fantasmi, non storie.
Ho lavorato per diversi anni sull’Archivio Secchia (Feltrinelli) seguendo la traccia del lavoro di Enzo Collotti e pubblicato diversi testi sulle varie fasi della parabola della sua biografia politica, cercando di connettere continuamente la sua filosofia dell’organizzazione con le riflessioni di Gramsci sulla natura e struttura del partito necessario per la transizione ad una società socialista.
Impegnato nelle fila dei giovani comunisti a tessere una fitta organizzazione del centro interno del partito, il suo arresto nel 1931 fu un duro colpo per l’intero antifascismo militante, come scrisse Palmiro Togliatti.
Dirigente politico di primo piano, guidò il settore organizzazione del PCI, che nel 1947 raggiunse e superò i due milioni di iscritti, fino ad assurgere, con Luigi Longo, alla vicesegreteria nel 1948. Nel 1954 fu esautorato dalle sue funzioni per l’affaire-Seniga e sostituito da Giorgio Amendola. Si dedicò con rinnovata passione, negli anni a seguire, al lavoro parlamentare e alla memorialistica storica. Morì nel luglio del 1973 convinto di essere stato avvelenato durante un suo viaggio in Cile nell’anno precedente.
- Un tema caro a Secchia fu sempre la necessità della formazione di quadri per un partito comunista che, di massa, non smarrisse mai la sua qualità rivoluzionaria. La formazione dei quadri è vitale in un partito comunista e lo è, per usare un lessico delle moderne scienze della formazione, con una funzione intenzionalmente pedagogica: la selezione dei gruppi dirigenti, l’organizzazione, non può che avvenire nella lotta di classe e per la lotta di classe, attraverso la capacità di dirigere l’azione politica, aborrendo il burocratismo che deriva dall’inazione e dalla passività.
L’intenzionalità pedagogica è rivolta all’ interno del partito stesso, ma il partito esso stesso diventa strumento di emancipazione all’esterno, per costruire gramscianamente l’egemonia, innanzitutto sul piano dello smascheramento analitico delle false apparenze e illusioni dell’ideologia e della prassi concreta con cui si sostanzia il dominio economico, politico, culturale, della borghesia.
Azione politica, studio e lotta di classe, organizzazione: il gramsciano “blocco storico” doveva essere antagonista e di massa, opporsi all’“apparecchio” delle classi dominanti dello Stato borghese, che aveva però dovuto cedere terreno, nell’immediato dopoguerra, alla legalità costituzionale proprio in virtù del grande ruolo assunto dal PCI nella lotta antifascista, un “apparecchio” potente e articolato, forte nelle minute pieghe della società subalterna, delle classi popolari, capace di una lotta a tutto campo, difensiva e offensiva, e in cui ogni tattica doveva divenire “opportuna”, non opportunistica, legata alla strategia e alla prospettiva socialista. Prospettiva che si costruisce con le proprie mani, non attendendo messianicamente l’intervento, prima o poi, della “patria socialista”.

Il periodo 1948/1951 fu per Secchia il periodo di massima incisività politico-organizzativa: si potrebbe affermare che è proprio la fase in cui il rapporto politica/organizzazione si rovescia; il primato dell’organizzazione è de facto lo strumento attraverso il quale, nonostante le ripetute dichiarazioni contrarie, Secchia tenta un’applicazione della linea politica elaborata da Togliatti (“partito nuovo-democrazia progressiva”) in chiave più marcatamente classista.
L’organizzazione non è uno schema prefabbricato, non predilige formulari dogmatici, ma è funzionale agli obiettivi politici; ecco perché la costruzione del processo rivoluzionario diventa tutt’uno con l’analisi politica derivante dalla “guerra di posizione”, conquista progressiva di “trincee” e “casematte” della società civile, organizzazione del consenso nelle pieghe minute della classe operaia e delle classi popolari: altro che piani K che il nemico strombazza per scongiurare il terrore che lo prende di fronte ad una capacità grande del partito di organizzare la lotta di classe. Non è l’apparato la forza del partito comunista, ma il suo profondo legame con le masse: il partito di quadri che riesce a radicarsi nel popolo, che diventa di massa e popolare, che non potrebbe vivere senza questa sintonia.
(..)
In realtà, dal 1951 al 1954, inizierà la tendenza ad accantonare l’idea che un Partito Comunista non settario né opportunista, di quadri e di massa, potesse continuare a lavorare per un processo rivoluzionario in direzione del socialismo, come indicato da Gramsci, e che frutterà sì postazioni favorevoli alle classi lavoratrici, ma pur sempre nel quadro delle compatibilità dettate dalle classi dominanti e dunque su basi non permanenti; un processo non lineare e immediato, lo ripetiamo, non privo di contraddizioni, specie perché filtrato dalla passione, dai sentimenti, dalla coscienza dei militanti e dell’intero popolo comunista. Ma anche qui, appunto, si scopre la fecondità della marxiana dialettica materialista nell’analisi e nell’interpretazione storica: sempre la realtà è più complessa delle rappresentazioni descrittive con cui ci si sforza di comprenderla. 
fine extract.

tutta l’intervista puo‘ leggersi su




Pietro Secchia (1903/1973)



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