Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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domenica 27 settembre 2026

MARGINI E BUIO: DUE SUD DEL MONDO -- bell hooks, Vincenza Castria

 

Un breve confronto tra la “scrittura al buio” di bell hooks e la scrittura dai “margini” delle lettere di Vincenza Castria

L'omaggio a Rocco Scotellaro e Carlo Levi nella lettera del 1998

Montescaglioso: una donna leader (R. De Rosa) 




bell hooks, Yearning: Race, Gender, and Cultural Politics, Turnaround Books, 1995

ed. it.: Elogio del margine/Scrivere al buio, a cura e traduzione di Maria Nadotti, Temu, 2020

 

Il libro in ed. italiana si apre con la celebre conversazione/intervista tra bell hooks e Maria Nadotti, intitolata «Abitare il margine», che introduce i temi cardine del pensiero dell'autrice sulla marginalità come luogo di scelta politica e di resistenza radicale.

Scrivere al buio, dunque: il pensiero dell'autrice viene declinato nella dimensione intima e quotidiana dell'atto del produrre teoria, della scrittura come emersione dal buio dell'invisibilizzazione e del legame indissolubile tra prassi pedagogica e liberazione.

 

Anche la biografia di Vincenza Castrìa, di Montescaglioso (MT), vedova di Giuseppe Novello, bracciante ucciso dalla polizia di Scelba durante i moti per la terra del dicembre 1949 e a cui Rocco Scotellaro dedicò una celebre poesia, cfr.

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2026/09/e-caduto-novello-sulla-strada-allalba.html

dimostra che la cosiddetta "rassegnazione secolare" delle plebi meridionali è categoria concettuale astratta, funzionale all'egemonia delle classi dominanti, e viene smentita dalla prassi materiale della storia./

 

Vincenza Castria: la rivelazione della politica. Lettere e interventi 1950-1989, a cura di Tommaso Russo, Adriana Salvia, Rosa Maria Salvia, Emilia Simonetti, prefazione di Susanna Camusso, nuova ediz. CalicEditori, 2022

 

Un breve confronto tra la “scrittura al buio” di bell hooks e la scrittura dai “margini” delle lettere di Vincenza Castria

Il confronto tra la «scrittura al buio» di bell hooks e la scrittura scaturita dai «margini» nelle lettere e negli interventi di Vincenza Castria evidenzia un profondo nesso di continuità nell'elaborazione della teoria critica e della prassi femminista e subalterna.

1. La «scrittura al buio» come spazio di emersione del sé

Per bell hooks, la scrittura rappresenta un atto di rottura contro l'invisibilizzazione imposta dalla struttura di dominio capitalista, patriarcale e razzista. Scrivere "al buio" significa dare parola a ciò che il potere e l'egemonia culturale hanno relegato nell'ombra: è il gesto politico di chi ricompone la propria frammentazione interiore e trasforma la ferita dell'emarginazione in consapevolezza teorica.

2. Le lettere dai «margini» di Vincenza Castria

Nelle lettere e negli interventi di Vincenza Castria (bracciante, militante dell'UDI e prima consigliera comunale di Montescaglioso), la scrittura nasce direttamente dalle viscere della lotta per la terra nel Mezzogiorno del dopoguerra. La sua presa di parola rappresenta l'accesso materiale all'alfabetizzazione politica per una donna del proletariato rurale: scrivere dai "margini" del feudo lucano significa spezzare il secolare silenzio imposto alle plebi meridionali dal latifondo e dalla morale clerico-patriarcale.

3. Il margine come sito di resistenza radicale

Il punto di convergenza più alto tra le due prospettive risiede nella ridefinizione del margine:

 Per bell hooks (Elogio del margine), il margine non è una mera condizione di privazione subìta, ma un «sito di resistenza radicale», un luogo politico da cui guardare il centro con sguardo antagonista e da cui edificare nuove relazioni comunitarie.

 Per Vincenza Castria, la periferia geografica ed economica della Basilicata cessa di essere spazio di rassegnazione per farsi avanguardia di classe. La sua scrittura epistolare e i suoi discorsi pubblici trasformano il dolore privato (il lutto per l'uccisione del compagno Giuseppe Novello) e la marginalità bracciantile in prassi organizzata, affermando la piena soggettivazione della donna lavoratrice.

In entrambe le esperienze, la scrittura cessa di essere un esercizio formale o un privilegio di ceto: si fa pedagogia della liberazione, strumento di riscatto e cartografia materiale in cui la parola scritta diventa il prolungamento necessario della lotta per la giustizia sociale. / fe.d. 

 

“Qui si passa dalla microbiografia isolata ad una ricostruzione storica: si parte dalla denuncia della condizione di miseria dei braccianti meridionali e dal richiamo alle jacqueries tradizionali (bruciavano i municipi) per poi individuare nell'organizzazione, e in particolare nella nascita dei partiti e dei sindacati, l'elemento di passaggio alla moderna lotta di classe, fino ad arrivare ai risultati ottenuti dopo l'assalto al latifondo. Spicca, in questo intervento, il ricordo delle figure di Carlo Levi e Rocco Scotellaro; in particolare quest'ultimo è rievocato, con finezza, attraverso un ricordo personale. Vincenza mostra di cogliere il ruolo dei partiti di sinistra e dei sindacati dei municipi rossi quali mediatori tra un mondo contadino percorso da arcaismi e una opinione e azione pubblica diffusa, moderna, repubblicana e democratica, quale quella che si affermò in quella stagione di lotte: Rocco Scotellaro, sindaco di Tricarico, sostenne gli scioperi dei salariati ed il movimento contadino; Francesco Bubbico, sindaco di Montesaglioso dal 1946 al 1948, partecipò alle occupazioni delle terre di quel comune; Carlo Antonini, sindaco di Venosa, fu fra i dimostranti dello sciopero alla rovescia del 1956. Nel secondo dopoguerra in Basilicata viene infatti ripresa la tradizione democratica lucana del municipalismo rosso di fine Ottocento e inizi del Novecento: si pensi a Irsina, il cui circolo socialista, fondato nel 1896 dall'avvocato Canio Musacchio, arrivò ad eleggere nel 1898 tre consiglieri comunali socialisti e conquistò il Comune nel 1904. Si tratta di una tradizione largamente condivisa con i villaggi dell'area mediterranea, come scrive, a proposito del Sud della Francia e in riferimento alla fine dell'800, Maurice Agulhon: «L'insurrezione ha giocato il suo destino nei municipi [...]. Nelle epoche di sovvertimento sociale era proprio la cittadella municipale che costituiva il fulcro della sicurezza collettiva, grazie all'organizzazione di misure elementari di sorveglianza [...]. O il sindaco aveva dato origine alla sommossa o aveva dato il suo beneplacito». In definitiva, Vincenza passa dalla testimonianza individuale alla costruzione di una vera e propria biografia politica che in più riprese nel corso della sua vita traccia il diagramma della pratica militante. “

Vincenza Castria, op.cit., pp. 98-99

Vincenza Castria

LETTERA AL SINDACO DI TRICARICO (1998)

 

Desidero esprimere al Signor Sindaco di Tricarico, alle autorità qui presenti, a tutta la cittadinanza, il mio più vivo ringraziamento per essere stata invitata a questa tavola rotonda, che mette in risalto una pagina di storia lucana, dei lavoratori e delle donne che mezzo secolo addietro, ebbero la forza il coraggio di superare tutta la timidezza, le umiliazioni, il modo di vivere, sottomessi e rassegnati a un destino arcaico di fame e di miseria dei nostri antenati che, presi dallo sconforto e dalla disperazione, fatta di stenti e di stenti e di duro lavoro come bestie da soma senza avere, non solo una dignità personale che veniva soltanto calpestata ma neanche un tozzo di pane sicuro per loro e per le loro famiglie. 

Nei momenti più brutti, di una esasperata ribellione non sapendo come esprimere la loro rabbia, bruciavano i Municipi, come se questa forma di protesta poteva approdare a qualche cambiamento della loro vita.

Poi col passare del tempo hanno cominciato a capire che unendosi, organizzandosi, prendendo coscienza, che l'unione fa la forza, ebbero la chiarezza che lottando insieme, qualche cosa sarebbe cambiata. E questo si è riuscito a capirlo bene quando, alla fine della 2ª terribile guerra mondiale, il vento di libertà spazzò le nubi che intristivano le genti.

Le organizzazioni politiche e sindacali cominciarono ad uscire allo scoperto, dando inizio alle organizzazioni di massa in difesa dei cittadini più deboli, parlando a questi dei propri diritti e doveri e a far capire la propria sacrosanta libertà di ogni cittadino di questo popolo italiano.

Ecco come iniziò dal 1945, la lotta per la sopravvivenza per coloro che erano riusciti a ritornare vivi dalla guerra; una vera, grande speranza, nacque nell'anima dei lavoratori e vedemmo uomini, donne e anche bambini, come lo dimostra ancora oggi qualche foto dell'epoca, partire per l'assalto al latifondo, fiduciosi che finalmente qualcosa di nuovo di vero, sarebbe avvenuto. 

Con accanimento e con animo felice si partecipò all'assalto delle terre incolte, senza dare peso alla stanchezza dei Km. e Km. di strada da percorrere mattino e sera a piedi, né alla grande fatica di dissodare quelle terre che finalmente avrebbero potuto portare i primi frutti, con le bionde spiche mature per produrre pane a sufficienza per tutti coloro che conoscevano veramente la fame. 

Sono anch'io una, fra le tante donne che ha lottato e sofferto per conquistare questo cambiamento. Un prezzo molto alto, terribile; ho pagato di persona in quella tragica notte del 14-12-1949.

Il nostro Comune, Montescaglioso, fu messo in stato di assedio, tolto la corrente elettrica, si recarono dietro le porte delle persone più in vista, di coloro che organizzavano queste lotte bracciantili e, se non venivano aperti, con i calci dei loro fucili sfondavano le porte creando terrore nelle persone e maggiormente nei bambini che disperati piangevano senza capire il perché di tale comportamento verso i loro genitori che venivano presi a spintoni e trascinati via.

La parte più bestiale la subimmo quando, svegliati dalle grida delle persone, accorremmo in piazza, ove già una gran massa di gente era già lì, a subire i colpi che gli venivano assestati con i calci dei fucili ed a sentirsi soffocare dagli effetti degli scoppi delle bombe lagrimogene ma tanti di noi videro sparare; il crepitio dei mitra ci facevano capire quanto eravamo vicini a cadere sul selciato.

Infatti, mio marito, Giuseppe Novello che era al mio fianco ed altri lavoratori caddero. 

Questa la breve storia, se così vogliamo chiamarla!

Pagammo con la vita, con anni di carceri, con processi e paure il nostro grande contributo, ma un varco come la presa di Porta Pia, riuscimmo ad abrirlo anche noi, ottenendo quella Riforma stralcio che tolse migliaia di ettari di terra ai divertimenti dei padroni per andare a caccia e assegnate a gente povera, morta di fame che per la prima volta, in modo reale vedeva realizzare i frutti delle grandi lotte!

Oggi, dopo lunghissimi anni mi trovo in questo vostro Comune ed ho il dovere, unito a un grande sentimento di affetto che ho serbato sempre nel cuore di esprimere pubblicamente al vostro grande e straordinario maestro, Rocco Scotellaro il più vivo ringraziamento, il più caro ricordo per le lotte che ha condiviso con noi e condotto insieme, nella nostra Provincia. 

Nel 1950 a Matera partecipai ad un convegno, mi vidi avvicinare da questo giovane che timidamente mi disse: tenga signora, in ricordo per Giuseppe Novello! Fui presa da una grande commozione che appena mi fece farfugliare un modestissimo “grazie!” e non sapevo ancora, chi mi onorava così, con un pensiero tanto delicato e gentile, verso una categoria di braccianti che si batteva.

Non conoscevo Rocco, né immaginavo una così grande testimonianza affettiva e poetica da parte sua, questo intellettuale che amava i braccianti e si confondeva con loro, dedicando una poesia a Novello, donando tutta l'intelligenza, l'energia il sapere che c'era in lui, come prova di amore di legame profondo a questa categoria tanto umiliata e calpestata, incitandoli a lottare per il proprio riscatto!

E Carlo Levi, l'altro grande uomo che ha tanto amato la nostra terra e la sua gente, fino al punto di rimanere fra noi anche con le sue spoglie per sempre, oltre all'inestimabile valore delle sue tele, che raccontavano la vita contadina del passato. Con il quadro dedicato a Italia 61 e che ha fatto il giro del mondo per far conoscere la nostra situazione e gli insegnamenti che Rocco impartiva per far conoscere a tutti i sentimenti di fraternità, di giustizia di dignità che bisognava conquistarsi per vivere degnamente da persone civili e non più come bestie!

Ecco perché, desidero cogliere l'occasione oggi, trovandomi fra di voi e insieme dedicare un pensiero di ringraziamento e di viva gratitudine a Rocco, con l'impegno di andare avanti nella sua memoria e con i suoi insegnamenti saperli tramandare ai nostri giovani e saperne fare tesoro. Egli conobbe anche le carceri come se fosse un malfattore, questo giovane sindaco che amava la sua gente e la sua terra, quindi vollero punire Rocco per la sua bontà e chiarezza di idee, anziché punire coloro che hanno sempre calpestato i diritti dello uomo!

Concludo con l'incitamento ai giovani a prendere esempio, a non farsi vincere dallo sconforto della disoccupazione, né dai tanti pericoli che ledono il loro morale nò, cari giovani, avete testimonianze di lotte, di coraggio e non è stato facile attuarle. Ora è il vostro momento sappiate unire le vostre energie, le vostre intelligenze e sappiate intraprendere una via sicura, pulita, che possa dare sbocco alle vostre necessità.

Questo è l'augurio che vi porge con tutto il cuore, una donna anziana, che non si è mai stancata di lottare per l'avvenire dei propri figli, delle nuove generazioni. 

Tricarico, Tavola rotonda 11-5-1998

Ivi, pp. 102-105

 

Writing in the dark

Per bell hooks, "scrivere al buio" significa produrre teoria e narrazione partendo da una condizione di oscuramento imposta dal potere egemonico: è la condizione di chi abita il margine, dove le luci del "centro" (la cultura ufficiale, l'accademia, i media) non arrivano o arrivano solo per distorcere la realtà. Dunque “scrivere al buio” significa dar voce a ciò che è stato reso muto. È l'atto di tracciare segni in uno spazio dove il potere ha decretato che non debba esserci storia.

 

 

MONTESCAGLIOSO: UNA DONNA LEADER


Immagine AI 


“Li ha ricostruiti, raccontati mille volte quei fatti Vincenza Castria, un'altra delle donne leader del movimento per la terra, scomparsa recentemente, proprio alla vigilia del cinquantesimo delle lotte per la riforma agraría. Una delle grandi protagoniste. Una perdita annunciata dalla grave e lunga malattia di cui soffriva, ma non per questo accettata con rassegnazione. 

Ogni volta che ne discutevo, Vincenza dava la sensazione di essere stata sulle terre un minuto prima, a organizzare, dirigere, preparare. Esattamente come cinquant'anni fa quando la sua giornata coincideva con le vicende del latifondo e le lotte del movimento bracciantile. 

Per lunghi anni ha avuto una salute fragile: è stato così sin dal momento in cui ha visto cadere il marito sotto il piombo dei carabinieri. Una specie di conseguenza fatale, inevitabile. Messa a dura prova dagli eventi, Vincenza è stata fino all'ultimo esattamente quello che era ieri, animata da una forte volontà di costruire nel mondo della terra una democrazia vera. Cosa che in fondo coincideva con la ragione del movimento di braccianti e contadini. È nato così, sul campo, il profilo di una donna leader, pronta a tutto, intelligente, attenta, capace di interpretare il nuovo che andava avanzando dopo quella che per lei era stata una tremenda sconfitta, una ferita inguaribile. 

Il peregrinare per i congressi, le assemblee, il suo essere presente in televisione, nei dibattiti, la sua profonda conoscenza degli eventi della storia e della politica di quegli anni di fuoco sono i tratti di una persona che ha vissuto  rimanendo ben salda su una scena assai difficile. 

Vincenza ha sempre saputo che quei fatti appartenevano alla storia ed erano un pezzo non marginale, tutt'altro, di un secolo in cui sono accadute cose atroci. 

Lucidissima nella memoria, non aveva mai dimenticata neppure una virgola dei particolari, ed ogni volta era come se proiettasse un film, per nulla sbiadito a causa degli anni. È lei la donna che tentò di dissuadere il brigadiere Vittorio Conte dal proposito di fare fuoco sulla folla indifesa, aggrappandosi alla sua divisa. Arrivando a parlare a tu per tu con un "uomo della legge" inavvicinabile ai più, grazie alla sua stessa divisa di carabiniere. 

Un gesto che ha scavato in profondità, nello spirito di Vincenza, nella sua fisionomia di persona che si è trovata da protagonista a vivere un evento tragico e sconvolgente. Di quelli che lasciano appunto tracce incancellabili. Si, perché Vincenza Castria ha trascorso davvero il resto dei suoi giorni avendo davanti a sé quei momenti indescrivibili, dai quali non si è allontanata neppure per un istante negli anni che sono trascorsi dal dicembre del 1949. 

Sembra strano, ma neppure il tempo, soprattutto il tempo non è mai riuscito a far superare le ombre fitte di Montescaglioso. A tener lontani quei fantasmi di morte e di distruzione, ormai radicati nell'esistenza della principale protagonista delle lunghe ore di angoscia e di tormento, passate prima in piazza e poi al capezzale di Giuseppe morente. 

Da qualche anno, in occasione delle mie visite, Vincenza mi riceveva nella sua casa di Montescaglioso. Nel soggiorno con due poltroncine e un televisore c'è un quadro di Giuseppe Novello, che Ciro Candido - il secondo marito di Vincenza - considera non come un cimelio, ma come una testimonianza forte del passato. Forte e autentica. 

Ancora oggi in quella casa si respira l'aria antica degli anni Cinquanta, al punto che le occupazioni delle terre del latifondo e le battaglie dei braccianti sono ben visibili in ogni angolo. Si ha la sensazione di ascoltare voci e urla dei contadini sui trattori di Tre Confini o della Dogana. 

 

Finanche la stanchezza della donna ha sempre mostrato la forza e l'impegno del passato, con quel vigore insostituibile del contadini, radicato nel profondo dell'anima.

"Nonostante siano trascorsi cinquant'anni - mi disse molto tragico. Già si stava sulle spine perché si temeva l'arrivo della polizia. Gli agrari del momento - lo sapevano tutti - mandavano la polizia per spaventare, per cacciare questa gente, per cancellare quella grande volontà di lavorare e di costruire qualcosa di positivo." 

Cosa accadde la notte del 14 dicembre? 

"Noi abitavamo in periferia, non avevamo sentito quel che stava succedendo nel centro. Fummo svegliati nel sonno, da qualcuno che bussò alla porta. Ci dissero: alzatevi, andate in piazza perchè sta succedendo il finimondo! Si può capire cosa avvenne nell'animo nostro. Cercammo di accendere la luce e la luce non c'era. Avevano tolto la luce in tutto il paese. E allora ci vestimmo con la candela accesa... Che devo dire! Son cose che mi fa male ricordare. Mio marito voleva andare da solo, ma io temevo per la sua vita. Andai anch'io e mi trovai a vedere tutto quel che accade..." 

Rosario Panebianco, il motociclista del battaglione mobile dei carabinieri di Bari, dice di essere stato aggredito dai contadini a bastonate quella notte. 

"No, non è vero. Lo ricordo invece quella gran massa di gente timorosa che voleva che i dirigenti arrestati fossero rilasciati. Pensavamo tutti che fossero in caserma, ma invece i carabinieri arrestavano i contadini e li portavano nei camion fermi sulla strada per Matera. Nessuno si è lanciato contro. No, non è così." 

Oggi cosa rimane di quelle lotte, di quei fatti, di quella pagina di storia? 

"Per chi ha vissuto la tragedia di quella notte il ricordo non è ancora scomparso dalla mente. Sono cose indimenticabili, se si pensa quello che è stato fatto non è cosa di poco conto. Eravamo usciti dal fascismo. Non si poteva parlare, non si poteva chiedere nulla. Molti giovani oggi non sanno cosa ha significato fascismo, cosa ha significato la guerra, la miseria. 

Quanta gente è morta, quante lotte... Sono morte tante donne, da Giuditta Levato a Maria Margotti. Tante lotte per riuscire a conquistarci quel poco che abbiamo conquistato. Quindi oggi c'è qualcosa per cui mi possa dire un tantino soddisfatta, perchè qualcosa è cambiata. Ma un cambiamento che non soddisfa, che non ha reso quello che si sperava avrebbe reso non solo la lotta per la terra, ma la lotta sotto tutti gli altri aspetti. 

Prima si lottava tanto. Oggi c'è una certa stanchezza, questo mi dispiace, specie quando noto tante migliaia di giovani senza lavoro, ed io faccio il confronto con il passato..." “ 

da R. De Rosa, Morire di terra. Cinquant'anni fa le lotte contadine nel Sud, Lacaita, 1999, pp. 64-68

 

Le biografie come quelle di Vincenza Castria che cosa dimostrano? Che la “rassegnazione secolare” del popolo del Sud dei subalterni è categoria concettuale, non storica. Dopo l’insorgenza del brigantaggio, le lotte per la terra nel secondo dopoguerra. E con protagonista anche la “soggettivazione” femminile e femminista. L’articolo 3 della Carta scritto da Teresa Mattei trovò i fucili e la repressione della polizia di Scelba , così come i briganti l’esercito sabaudo. Il ‘riscatto’ del Sud fu tentato, ma sacrificato con il piombo al ‘colonialismo interno’.

a cura di Ferdinando Dubla, Subaltern studies Italia

 

In questo blog:

"È caduto Novello sulla strada all’alba"

 Giuseppe Novello, Vincenza Castria, Rocco Scotellaro e la "foglia perenne" del riscatto del Sud a Montescaglioso (1949)

 

IL RIFIUTO DEL ‘DESTINO’ NEGLI STUDI SUBALTERNI

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