Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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mercoledì 20 maggio 2020

SCIENTISMO NEOPOSITIVISTA ed egemonia della TECNOCRAZIA


come sono apparse nell’epoca pandemica del virus Covid-19, sono speculari al DOMINIO RELIGIOSO e la sua oppressione inquisitrice delle inciviltà teocratiche.
Francesco Antonelli, su Il Manifesto del 19 maggio 2020, recensendo un libro curato da Guglielmo Chiodi e Maria Immacolata Macioti intitolato “Teocrazia e tecnocrazia” (Guida, pp. 180, euro 15), così ha scritto:
“ TRAMONTATE queste nuove «religioni secolari», nel mondo contemporaneo l’aura di sacralità, superiorità e indiscutibilità del potere è ricercata nella paradossale sacralizzazione di ciò che si proclama come più distante dal sacro: scienza e tecnica. Teocrazia e tecnocrazia non sono così i due poli contrapposti del sociale e del politico. Ma due elementi che si compenetrano e cercano tra loro, subendo molteplici metamorfosi.
Se il libro curato da Chiodi e Macioti aiuta a cogliere meglio questo elemento strutturale del mondo globale, l’evolversi stesso della crisi legata al Covid 19, che pur lo ha posto di nuovo in primo piano, ci fa intravedere la sua possibile crisi: scienza e tecnologia partono come base indiscutibile delle decisioni del potere e della sua riconfigurazione ma, mano a mano che avanziamo nella crisi, si mostrano per quello che sono. Incerte, parziali, frutto di accese discussioni e di pareri contrastanti. Di divismo contrapposto al duro lavoro quotidiano.”
- Riscoprire dunque il dubbio metodico e lo scetticismo metodologico, sarebbe salutare per far esercitare a un nuovo umanesimo la sua battaglia egemonica, e riarticolare il potere politico come autonoma potenza di rappresentanza, così come la relazione tra saperi, competenze, e i contenuti della conoscenza nella loro sovradeterminazione filosofica.
Ritorna il monito iperscettico di Metrodoro: “Nulla sappiamo, e non sappiamo neppure questa stessa cosa, che nulla sappiamo.” (cit. da Sesto Empirico) / ferdinando dubla, 19/05/2020


Metrodoro di Chio (V/IV secolo a.C.) 

sabato 16 maggio 2020

LA PRIMA VITA DI GRAMSCI


 dalle EDIZIONI di CULTURA SOCIALE agli EDITORI RIUNITI 

La prima biografia di Gramsci di Lucio Lombardo Radice e Giuseppe Carbone, pubblicata nel 1952, esattamente nell’aprile, dalle "edizioni di cultura sociale", la casa editrice del PCI, con collane dirette da Felice Platone e dallo stesso Palmiro Togliatti. Ad essa si ispirarono le successive vite, a partire dalla mirabile “Vita di Gramsci“ di Giuseppe Fiori, Laterza 1966, che però ruppe con l’iconografia di partito, facendo apparire l’opuscolo (comunque di ben 260 pagine), un’operazione sostanzialmente propagandistica. Leggendolo attentamente, però, così non è, avvalendosi di testimonianze di prima mano, tra cui Togliatti e Terracini. Alcuni nodi problematici non sono proprio affrontati, come il rapporto con il partito nel carcere di Turi, le lettere del 1926 e del 1928, la cui acribia filologica e dietrologica è posteriore, ma il travaglio e le sofferenze patite dal filosofo marxista sardo sono molto ben presenti, e di più e meglio di moltissime altre successive biografie. 

Le edizioni di cultura sociale poi si fusero con le edizioni Rinascita e l’Unita’, dando vita agli Editori Riuniti. 

Un approfondimento su questo è possibile anche in rete: Il partito editore, Libri e lettori nella politica culturale del Pci 1945-1953 di Daniela Betti - tesi di laurea università di Bologna anno accademico 1986-1987


http://www.reteparri.it/…/uploads/ic/RAV0053532_1989_174-17…

stralci

- Gramsci e Gobetti costituiscono i due riferimenti teorici per il Pci che — ancora non è finita la guerra — già ha approntato tre strumenti differenziati di diffusione e for­mazione delle idee: ‘L'Unità”, “Rinascita”, i libri. La triade quotidiano-rivista-libro è una costante nell’attività di propaganda e formazione ideologica del partito per tutto il periodo dell’esilio e della clandestinità; le Edizioni l’Unità nascono proprio dall’esigenza di pubblicare anche in Italia — ora che le condizioni lo consentono — quello che già da tempo il partito pubblicava all’estero. Il nucleo principale del catalogo delle Edizioni l’Unità, e ancor più delle successive Edizioni Rinascita, è costituito infatti dagli scritti di Marx, di Engels, di Lenin e di Stalin, sulla cui importanza per la formazione dei quadri insisteva Gramsci da Mosca fin dal 1925, invitando il partito a non abbandonare l’attività editoriale anche in una situazione di semiclandestinità.

[in nota: - II primo libro pubblicato dalla Società editrice l’Unità esce a Roma nell’estate del 1944 col titolo: Gramsci, scritti di Togliatti, Negarville, et al.; si tratta della riedizione di una antologia di scritti commemorativi e memorialistici pubblicata in Francia dalle Edizioni italiane di cultura sociale nel 1938, nel primo anniversario della morte di Gramsci.
- Fra la fine del 1920 e l’inizio del 1930 operano a Parigi e a Bruxelles le Edizioni italiane di cultura sociale: diretta da Ambrogio Donini, e per un breve periodo da Giorgio Amendola, la casa editrice pubblica una “Piccola biblioteca marxista” in volumi dalla carta leggerissima che vengono introdotti clandestinamente in Italia. In Unione Sovietica, dal 1936 al 1941, Togliatti collabora con la Casa editrice in lingue estere assieme a Luigi Amadesi, Felice Platone, Elena Montagnana Robotti; il gruppo editoriale svolge un’accurata opera di traduzione di numerosi testi di Marx, Engels e Lenin, pubblicazioni che, finita la guerra, giungeranno in migliaia di copie in Italia, almeno fino al 1949, anno in cui il governo italiano ne vieterà l’importazione (cfr. VII Congresso nazionale del Pci, Relazione sull ’attività dei gruppi parlamentari e delle commissioni centrali, Documenti per i delegati, Roma, 1951, p. 151).
- Antonio Gramsci, Necessità di una preparazione ideologica di massa (1925), in Scritti politici, a cura di Paolo Spriano, Roma, Editori Riuniti, 1978, vol. IlI, pp. 120-121.]
- 
La data di nascita degli Editori Riuniti è fissata nel marzo 1953, ma fino al 1956 sulle copertine dei libri pubblicati rimangono le diciture “Edizioni Rinascita” e “Edizioni di cultura sociale”, e solo nel copyright viene nominata la nuova casa editrice. Questo vale non solo per il completamento delle vecchie collane, ma anche per alcune nuove serie inaugurate dopo il 1953. Gli Editori Riuniti nascono da una fusione amministrativa delle due precedenti strutture che, almeno fino al 1956, mantengono una certa autonomia reciproca di programmazione editoriale. A conferma di ciò vale l’assenza di una sanzione ufficiale della nascita degli Editori Riuniti nella stampa comunista, nei documenti ufficiali di partito e sullo stesso “Giornale della libreria”. (..) 
La risoluzione dell’agosto 1949, a conclusione del dibattito dell’Ufficio nazionale del Pci per il lavoro culturale, sottolinea che i compiti della lotta contro l’“oscurantismo” non possono essere affidati a questo o quel partito, ma anzitutto all’iniziativa degli intellettuali in prima persona, alle case editrici e alle istituzioni culturali, a una utilizzazione sistematica della produzione libraria democratica che deve assumere forme organizzate, attraverso la creazione di una rete di biblioteche popolari e una grande campagna di “illuminazione culturale”. L’editoria di partito è considerata dunque, dal Pci, come parte integrante di un sistema editoriale democratico che nel suo insieme è strumento di battaglia contro le forze più arretrate della cultura e della politica italiana.
[in nota: - Contro l'oscurantismo imperialista e clericale, Risoluzione della Direzione del Pci, 12 agosto 1949, VII Congresso. Documenti politici del Comitato centrale della Direzione e della Segreteria, Documenti per i delegati, Roma, 1951, pp. 132-138]

a cura di Ferdinando Dubla



sabato 9 maggio 2020

CUMPANIS, unire la grande frammentazione comunista


Care e cari, vorrei invitarvi a conoscere la nuova rivista che dirigo, "CUMPANIS" ( "cum panis" sono, come sapete, due parole latine che significano dividere il pane, essere solidali, uniti). Questa nuova rivista on-line è pubblicata dalla Casa Editrice di Napoli " La Città del Sole", la quale ha voluto affidarmene la direzione.

"Cumpanis" ha una natura antimperialista e internazionalista; intende studiare la storia del movimento operaio e soprattutto intende analizzare la fase attuale, internazionale e nazionale.

Ha un obiettivo: di fronte agli attacchi sempre più forti della classe dominante intende lavorare per unire 
("cumpanis") la grande frammentazione comunista e della  sinistra anticapitalista  in Italia (se ne avete voglia potete leggere l'editoriale della rivista).

Naturalmente un compito immenso, quello di unire, ma questa è la linea politica e culturale della rivista.

Vi invio il link della rivista, ma per aprire il giornale non cliccatte sopra questo link, ma copiatelo e portatelo su Google.


 Se poi riterrete opportuno, fate per favore girare la rivista.  Grazie.

Saluti carissimi 
Fosco Giannini 

giovedì 7 maggio 2020

FASI di TRANSIZIONE e ascendenze teoriche


Molti pensano che il contrario di libertà sia schiavitù. Può esser vero, ma sul piano astratto. Il contrario di libertà è necessità. E lo è sul piano storico, non astratto. Così è per le certezze assolute: esse scientificamente possono essere assunte solo come probabilità.
/ “Io so che il problema non è quello della 'libertà' ma quello dei suoi 'limiti'” (e. de martino)/
Il comunismo marxiano, critico del liberalismo classico, in quanto formalistico, converge progettualmente con l’anarchismo, che tende alla conquista della reale libertà sociale, che è l’autodeterminazione, obiettivo che Gramsci indicherà, nei Quaderni, come ‘società autoregolata’. La polemica di Marx, molto aspra, con gli anarchici della Prima Internazionale (che conduce all'espulsione di Bakunin e dei “bakunisti”, decisa da parte di Marx al Congresso di Hague nel 1872) riguardava la battaglia politica di immediato-medio raggio, le fasi di transizione, appunto, in quanto la prospettiva socialista transitoria si compie solo con l’estinzione dello stato come strumento di coercizione e in quanto autorealizzazione dell’”uomo onnilaterale”. Mentre l'orizzonte del liberalismo, a partire da Locke, è quello della "tolleranza" e della preservazione della proprietà privata, l'orizzonte comunista si allarga alla società senza classi, in cui l'autodirezione si conquista dall'eterodirezione del collettivo sull'individuo. Dunque, il libertarismo, non il liberalismo, è ascendenza teorica del socialismo marxista.

- l’autodisciplina intellettuale e l’autonomia morale, categorie che Gramsci impiega soprattutto nelle sue note sulla scuola e sulla pedagogia, sono conquiste possibili solo costruendo la società «autoregolata», antitetica alla concezione di stato liberale e liberista come "guardiano notturno" degli squilibri di mercato, non discendono dall’empireo delle idee astratte, ma dal concreto operare della lotta delle classi. ~ fe.d.



Marx e Bakunin


lunedì 4 maggio 2020

GIORDANO BRUNO, compagno del nostro tempo


di Aldo Masullo
Giordano Bruno, maestro di anarchia” (2016)

“ E’ il vero fondatore della modernità. Di questo pensatore noi italiani dovremmo essere più orgogliosi di quanto si sia. Perché la tesi bruniana dell’infinità dell’universo, dell’infinità dei mondi, trasferita sul piano antropologico, significa che gli uomini sono tutti uguali. Come nell’universo fisico nessun punto è il centro, ma ogni punto è centro, così nell’universo umano: nessun uomo ha una sua particolare supremazia sugli altri, tutti hanno la stessa dignità. Questa non è soltanto l’estensione al piano antropologico dell’idea cosmologica dell’infinità dei mondi. Bruno lo dice chiaramente: ogni uomo è un mondo. Testuali parole. Allora se ogni uomo è un mondo, se ogni mondo è centro, non esiste più un’architettura verticale del potere. Il potere non viene dall’alto verso il basso…”.

“Il Nolano pensa insieme l’idea cosmologica e il principio etico, che fondano la modernità politica, la forma democratica dell’ordine civile. Per lui ogni individuo umano, in quanto centro irriducibile tra infiniti centri irriducibili, con cui non può non essere sempre aperto a comunicare, è portatore di responsabilità piena. Ma proprio perciò nessun capo è assoluto. L’ordine umano è anarchico.
C’è ordine in una società, solo quando tutte le diversità sono ugualmente rispettate. La dignità umana comporta il rifiuto dell’unità e la ricerca dell’unione. (..)
Il pensiero di Bruno è il canto della ragione, la quale non può rinunciare alla prospettiva in cui la sua essenza consiste. Se non pensiamo la questione dei ‘diritti umani’ come centrale struttura problematica del presente, non possiamo comprendere il nostro tempo nei nostri pensieri. Tra la struttura problematica del tempo di Bruno, in cui egli pensa la ragione intendendola come paritaria dignità degl’infiniti centri di soggettività, e la struttura problematica del tema dei ‘diritti umani’, in cui noi oggi pensiamo il nostro tempo, l’analogia è evidente. È questo uno dei motivi per cui Bruno, nel suo tempo, ci è compagno, nel nostro tempo.”

Aldo Masullo, filosofo avellinese di statura internazionale, fenomenologo, di idee profondamente democratiche, scomparso a 97 anni il 24 aprile u.s. è stato anche un grande estimatore e studioso del pensiero di Giordano Bruno. Al grande Nolano ha dedicato uno dei suoi ultimi studi: “Giordano Bruno, maestro di anarchia”, ed. Saletta dell’Uva, 2016, una lettura “bruniana” dello stesso Giordano Bruno, e per questo, dunque, originale.
vedi http://www.irpinianews.it/il-filosofo-irpino-aldo-masullo-firma-giordano-bruno-maestro-di-anarchia/
L’idea di fondo che ha mosso sempre Masullo nella sua ricerca è che l’umano è contrassegnato dalla non separatezza degli individui, dalla loro relazione, una concezione olistica della natura e dell’essere umano e della natura dell’essere umano. ~ fe.d. 

Aldo Masullo (1923/2020) 

Giordano Bruno (1548/1600) 

domenica 3 maggio 2020

L’INTELLETTUALE e IL PARTIGIANO (1)


- centralismo e democrazia dell'intellettuale collettivo, temi della corrispondenza tra il grande filosofo antropologo, che rivendica un‘ autonomia della ricerca, uno spazio aperto per la cultura, meno centralismo e più democrazia, e il dirigente comunista considerato il più partigiano, perché orgogliosamente “di parte”, che ritiene necessario anteporre il noi all’io, e il legame della cultura con le lotte politiche e sociali, in un partito che, se è giusto superi lo ‘stalinismo’ (lo voglia o no, perché la situazione storica è cambiata) vivifichi e attualizzi la lezione di Lenin. ~ fe.d. 

Materiali per articolo-saggio rivista Cumpanis 

L'INTELLETTUALE e il PARTIGIANO
il libero pensiero nell'organizzazione comunista, centralismo e democrazia dell'intellettuale collettivo, temi della corrispondenza tra il grande antropologo e il dirigente comunista.
"Non c'è alcun problema che sia soltanto di ordine culturale, che non sia al tempo stesso un problema di lotta politica e sociale, così come non vi è alcun problema di liberta' e democrazia che sia soltanto un problema di rapporti interni di partito o tra partito e la classe o le classi sociali, che non sia al tempo stesso un problema di lotta contro i monopoli e contro il grande capitale". Secchia, attr. febbraio-marzo 1957.
"Si può alle volte pensare meglio degli altri, ma non si può pensare in modo giusto, non si può trovare la verità senza gli altri. La forza del movimento nostro non sta nell'individuo, ma nel partito, nella classe, nel popolo." Secchia, 21 aprile 1957.
"Appare evidente che il compito degli intellettuali comunisti nel momento presente sia quello di orientare la loro attività culturale (e di lotta in quanto lotta culturale) in rapporto alla nuova situazione. (..) Di qui la necessità di avere a disposizione uno strumento culturale definito, cioè una rivista non di partito che ristabilisca e dia impulso a quella circolazione orizzontale dei problemi e dei dibattiti culturali che la struttura essenzialmente verticale del partito non può dare, almeno allo stato attuale delle cose.", De Martino, attr. febbraio-marzo 1957.
"Tu sai che per me i due problemi di fondo restano quello della democrazia interna di partito e della prospettiva offerta al paese circa l'esercizio del potere socialista una volta che lo si sia conquistato. (..) Siamo immersi nel pantano dell'empirismo, del praticismo senza principi.(..) Io so che il problema non è quello della 'libertà' ma quello dei suoi 'limiti', (..) mettersi a cavallo delle scelte inevitabili e perentorie non aiuta a restare in sella a lungo senza essere prima o poi disarcionato.", De Martino, attr. inizio 1963

dalle lettere di Ernesto De Martino e Pietro Secchia
Compagni e amici, a cura di Riccardo De Donato, La Nuova Italia, 1993

Pietro Secchia (1903/1973)
Ernesto De Martino (1908/1965) 



sabato 2 maggio 2020

Officina demartiniana (1)


Officina demartiniana (1) :  la riflessione antropologico-filosofica, categorie e interpretazioni del laboratorio teorico - presentazione introduttiva

Le ultime due opere di De Martino sono di riflessione filosofico-antropologica: lui stesso raccolse scritti sparsi e li pubblicò nel 1962 con il titolo “Furore, simbolo e valore”, saggi scelti e ordinati da Ernesto De Martino che testimoniano i molteplici interessi che hanno alimentato le sue ricerche; in successione, vi si trova un saggio consacrato alla storia delle religioni (Mito, scienze religiose e civiltà moderna), uno studio che fa il punto sul ruolo della scienza etnologica (Promesse e minacce dell’etnologia); una serie di scritti (Itinerari meridionali) che rimanda alla celebre trilogia inaugurata da Morte e pianto rituale.
L’altra opera è postuma. Si tratta dell’opera oggi più studiata di De Martino nell’antropologia filosofica contemporanea, in quanto è di riflessione teorica sulle stesse categorie interpretative presenti nelle opere precedenti. Si tratta comunque di un’opera incompiuta, in quanto l’autore mori’ precocemente nel 1965. Una serie di appunti sparsi, a volte difficili da riordinare, a cura della sua assistente Clara Gallini e della sua compagna-collaboratrice Vittoria De Palma. Il titolo è però dello stesso De Martino: “La fine del mondo. Contributo alle analisi delle apocalissi culturali”, pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1977 (ci sono state diverse edizioni, ultima quella del 2019 con il contributo di studiosi francesi), sebbene il sottotitolo rinvi ad un saggio, Apocalissi culturali e psicopatologiche, edito nel 1964 sulla rivista “Nuovi Argomenti”, che rappresenta l’anticipazione meglio strutturata de La fine del Mondo.
qui una scheda gia’ pronta dell’opera di Valeria Cafarelli http://www.giornalecritico.it/risorse/biblioteca/deMartino_01.pdf