Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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giovedì 31 agosto 2023

“LA FINE DEL MONDO“ COME PERCORSO DI LIBERAZIONE - su De Martino, Marx e Gramsci

 

Negli appunti de “La fine del mondo” di Ernesto de Martino, scritti dopo la pubblicazione de “La terra del rimorso” del 1961 e fino al 1965, anno della sua morte, sottotitolati “Contributo all'analisi delle apocalissi culturali”, tema centrale in quegli anni delle sue indagini di natura antropologico-filosofica; poi classificati, riordinati e interpretati dalla sua allieva Clara Gallini con la supervisione iniziale di Angelo Brelich per la prima edizione Einaudi del 1977, molti (+) hanno visto una ‘cesura’ nella riflessione dell’etnologo partenopeo, una vera e propria ‘rottura filosofica’ con il lavoro di ricerca precedente, in particolare con l’inchiesta antropologica sulle popolazioni contadine del Mezzogiorno. Lo stesso Gramsci verrebbe ‘reinterpretato’ (insieme a Marx e al marxismo). In realtà non si tratta di nessuna ‘rottura’, difficile da concepire in un autore che spese tutta la sua vita in quello studio: piuttosto si tratta di un allargamento dello sguardo, presente già nell’anteriore coscienza filosofica demartiniana, storicista eretico perchè dialettico, antinaturalista e ora più compiutamente antipositivista e conseguentemente antideterminista. I troppi -ismi utilizzati poi, potrebbero far velo alla comprensione, perchè di quello sguardo l’antropologo volle utilizzare uno dei suoi cardini principali, e cioè l’”ethos del trascendimento”. Che integra la filosofia della prassi gramsciana rendendola cogente e attiva nella ricerca dei percorsi di liberazione rivoluzionaria dei subalterni, piuttosto che implicarla nelle metafisiche dell’astrattezza ontologica. / fe.d.

+ per un’introduzione sommaria a questo dibattito cfr. Book Forum, Ernesto De Martino - La fine del mondo, a cura di Antonio Maria Pusceddu e Antonio Fanelli, Annuario Università di Cagliari, Vol. 10, n° 2, dicembre 2021: 49-109 link:

 UniCa.it

https://ojs.unica.it › anuac › article › download

 

Riproponiamo l’articolo scritto per L’analisi e la classe dell’agosto 2021 e che parte da una lettura filologica del testo demartiniano.

Il Gramsci di de Martino ne “La fine del mondo”

cfr. su questo blog:

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2021/08/il-gramsci-di-de-martino-ne-la-fine-del.html

Il robusto filo che riconnette gli appunti de "La fine del mondo" alla ricerca antropologica sul campo, tra i contadini lucani e le ritualità catartiche delle tarantate, è il costante tentativo di una fondazione filosofica del cammino umano per l’evitamento di questo ‘infinito perdersi’ e dei percorsi/processi di liberazione possibili, fondamenti che riplasmino (per usare un’espressione cara a de Martino) una comprensione integrale, olistica, della psiche umana, individuale, e collettiva in termini di ‘civiltà’. 

La critica al marxismo è ai suoi “limiti”, non al suo impianto, all’assenza di una fondazione presupposta alle condizioni materiali di vita che determinano l’essere sociale e la sua coscienza collettiva, è un tentativo di “oltrepassamento”, di allargarne lo sguardo.

Riplasmazione, reintegrazione e riscatto in Ernesto de Martino: Marx, Gramsci e “la fine del mondo"

cfr. su questo blog:

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2020/08/riplasmazione-reintegrazione-e-riscatto.html

 

a cura di Ferdinando Dubla - Subaltern studies Italia



domenica 6 agosto 2023

OUR THE NEXT REVOLUTION - LA NOSTRA PROSSIMA RIVOLUZIONE

 

L’unico aggettivo appropriato accanto a comunista è rivoluzionario: rivoluzionari perchè comunisti, comunisti perchè rivoluzionari. L’abolizione degli -ismi, le sedimentazioni dell’esperienza storica del socialismo, passa per una riflessione rinnovata dei fondamenti teoretici del comunismo. Per la nostra prossima rivoluzione.

1. Intelletto e inconscio collettivo

Bisognerebbe lavorare intorno al nesso intelletto collettivo - inconscio collettivo. Molti punti teoretici sulla riflessione del comunismo come felicità collettiva non sono di interesse dell’accademia, da sempre funzionale agli apparati egemonici di potere, tranne lodevoli eccezioni s’intende. Ma la crisi del comunismo realizzato nel corso del XX secolo è dovuto anche a questo, cioè alla perdita di fascino dell’ideale comunista dovuto alla troppa durezza delle condizioni storiche. Il che è paradossale: il comunismo marxiano nasce come risposta ai bisogni umani fondamentali e sovrastrutturali, cioè il soggetto proletario irrompe nella storia e rompe il dominio della borghesia, sia in termini economici, sia in termini di felicità collettiva, benessere sociale, la cultura per tutti, rendendo ridicoli i falsi valori della im/moralità borghese.

Ma di collettivo c’è anche l’inconscio, la relazionalità interpersonale che diventa modalità del comunismo come realizzazione psicologica dell’ideale teoretico.

La tesi psicoanalitica di Jung e dei suoi allievi Erich Neumann e Marie Louise von Franz sulla «grande madre» come archetipo è questa relazione.

L’inconscio collettivo, virtuale e imprendibile, può essere colto attraverso nuclei di significato, gli «archetipi», aventi matrici comuni perché connessi alle condizioni fondamentali di vita sulla terra. L’ARCHETIPO permette di rafforzare la coscienza individuale e di respingere le conflittualità della psiche.

- Come Subaltern Studies si tratta di ricercare il doppio sguardo di Gramsci e De Martino (post in successione) cercando anche di trarli fuori dalle secche dell’accademia, ad esempio portarli con noi nella sperimentazione politico-sociale delle nostre compagne e compagni del Rojava del confederalismo democratico, della assoluta parità di genere, del dibattito circolare per la deliberazione collettiva, del superamento della nazione e la convivenza delle culture dei popoli nella libertà e nell’autodeterminazione. / ferdinando dubla

seguirà 2. Our next Revolution - la nostra prossima rivoluzione e il pensiero eretico libertario

3. Il superamento degli ismi

#SubalternStudiesItalia

OUR THE NEXT REVOLUTION - la nostra prossima rivoluzione

DALLE PAGINE DI MURRAY BOOKCHIN, COMUNALISTA ANARCHICO IRREGOLARE

Occorre una nuova e totale prospettiva rivoluzionaria che sia in grado di affrontare, in modo sistematico, le varie problematiche che possono portare potenzialmente la maggior parte della società a opporsi a un sistema capitalista in continua evoluzione e cambiamento [per] una società che, oltre che rendere piacevole la vita dei suoi membri, può renderla tranquilla al punto di consentirgli di impegnarsi nello sviluppo intellettuale e culturale necessario per creare una civiltà e una vita politica vivace, (..) una società libera, fondata sulla condivisione dei valori umani fondamentali. (1.)

 

(1.) Il passo è tratto da Il progetto comunalista, novembre 2002, in Murray Bookchin, La prossima rivoluzione - dalle assemblee popolari alla democrazia diretta, BFS ed., 2018 (ed.or. 2015), pp. 39-42.

 

L’ecologia sociale [è] una visione coerente di sviluppo sociale che analizza l’impatto reciproco di gerarchia e di classe nella storia della civilizzazione umana, ha per decenni sostenuto che dobbiamo riorganizzare i rapporti sociali in modo che l’umanità possa vivere in un sano equilibrio con il mondo naturale. (..) Il comunalismo attinge alla migliore tradizione delle vecchie ideologie di sinistra - marxismo e anarchismo o, più propriamente, la tradizione socialista libertaria - offrendone una visione più vasta e rimarchevole per il nostro tempo. Dal marxismo deriva il progetto fondante di formulare un socialismo razionale, sistematico e coerente che integri la filosofia, la storia, l’economia e la politica. Dichiaratamente dialettico, esso tenta di integrare la teoria con la pratica. Dall’anarchismo trae la sua determinazione antistatalista e confederalista, così come il suo riconoscimento che la gerarchia è un problema di fondo che può essere superato   solo con una società socialista libertaria. (1.)

 

1.) Il passo è tratto da Il progetto comunalista, novembre 2002, in Murray Bookchin, La prossima rivoluzione - dalle assemblee popolari alla democrazia diretta, BFS ed., 2018 (ed.or. 2015), pp. 40-41.



Murray Bookchin (1921-2006)











mercoledì 19 luglio 2023

MEZZOGIORNO DI FUOCO

 

La battaglia politica contro l’autonomia differenziata è anche lotta culturale per un alter-meridionalismo senza latitudine

IL RESIDUO PRIMITIVO

Dall’articolo di Vincenzo Di Mino su Machina - https://www.machina-deriveapprodi.com/post/oltre-eboli-dalla-critica-dell-identità-ad-un-nuovo-alter-meridionalismo

- La criminologia positiva è pensata e praticata come una tecnologia politica di immunizzazione del residuo primitivo delle popolazioni meridionali, che necessitano di un supplemento pedagogico coloniale per essere inserite nel palcoscenico ufficiale del divenire storico stesso.

La figura del bandito, dunque, è una soglia per l’accesso alle verità storiche ufficiali. Le interpretazioni socialiste e marxiste (Hobsbawm, Molfese) + hanno letto questa figura come espressione del ribellismo sociale diffuso, quindi legandola ad una condizione di classe e a specifici rapporti di forza nel passaggio all’organizzazione capitalista moderna.

+ Ndr / di Eric Hobsbawm, - I Ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, Collana Saggi n.386, Einaudi, Torino, 1966.

- I Banditi. Il banditismo sociale nell'età moderna (ed. originale 1969), trad. Eladia Rossetto, Collana Piccola Biblioteca, Einaudi, Torino, 1971-1974-1987.

 

di Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l'Unità, Milano, Feltrinelli 1ed. marzo 1964 - vedi BRIGANTI SI MUORE - Franco Molfese e il brigantaggio come insorgenza meridionale

 

BRIGANTI SI MUORE - Franco Molfese e il brigantaggio come insorgenza meridionale

 

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2023/02/briganti-si-muore-franco-molfese-e-il.html

 

L’orizzonte è anche un nuovo meridionalismo che rompa con gli stereotipi del senso comune delle classi dominanti e costituisca un’alternativa ai modelli colonialisti imposti dal sistema capitalista. Il Sud del mondo abbraccia il Mezzogiorno d’Italia. In questo senso, leggere Gramsci e Scotellaro (di cui ricorre il centenario della nascita) significa rendere forte di motivazioni ideali la battaglia politico-culturale contro l’autonomia differenziata.

#SubalternStudiesItalia #seminario_permanente #Avetrana #collettivodistudio


L’ ALTER-MERIDIONALISMO E GLI STUDI POSTCOLONIALI vs. NEOBORBONISMO

 

- La nostalgia del passato Borbonico, legato a doppio filo con le storie e le leggende legate all’universo brigantesco, dislocano la stessa narrazione storica su un piano meramente oppositivo a quella del carattere modernizzatore del processo unitario, presentandola ex abrupto come processo di unificazione coloniale. Il concetto di colonialismo è usato da autori come Pino Aprile alla stregua di un significante vuoto, buono a coprire sia gli effetti drammatici delle dinamiche di State-Building nel Meridione, e non le nefandezze e le repressioni portate avanti dalla monarchia borbonica. Questo insieme di elementi si apre a due considerazioni: la prima riguarda la dimensione plurale del colonialismo nel Meridione, a cavallo tra la monarchia borbonica e la storia dell’unità nazionale; l’altra riguarda l’esistenza delle storie singolari e dimenticate, storia di resistenza e di insurrezioni fallite e represse, nascoste dalle narrazioni dominanti.



INSORGENZE E SUBALTERNI

 

- Il terzo asse di lettura del libro è quello più intensamente politico, e riguarda le storie e le memorie delle lotte e delle resistenze meridionali, con lo sguardo proiettato sempre sulle stringenti questioni dell’attualità. Le molteplici storie delle lotte del Sud appartengono di diritto alla benjaminiana «tradizione degli oppressi», e, sebbene silenziate, consentono di guardare alla Storia ufficiale con uno sguardo situato e minore, di valorizzare queste emergenze soggettive e leggerle sotto il segno della lotta di classe. Conflitti legati alla dimensione politica della soggettività, infatti, hanno segnato quei tentativi di insorgenza durante il processo unitario (basta pensare alla tragica spedizione di Carlo Pisacane) e quell’insieme spontaneo di lotte contadine che hanno attraversato per intero la storia del Meridione: valgano gli esempi dei Fasci Siciliani, coraggioso ed innovativo tentativo di produrre soggettività ed organizzazione nel contesto post-unitario in cui, per utilizzare l’abusato adagio gattopardiano, non erano cambiati gli assetti della proprietà fondiaria nonostante la transizione ad una nuova forma di governo, e delle lotte contadine avvenute nel secondo dopoguerra, che stimolarono la promulgazione dei «Decreti Gullo» e della parziale riforma agraria che provò a destrutturare il potere dei latifondisti e dei rentier agrari. È utile, a questa altezza del discorso, tornare al laboratorio gramsciano, per leggere la complessità delle differenti forme in cui si è presentata sul palcoscenico storico la soggettività politica nel Meridione. Conelli, nel quinto capitolo, squaderna in tutta la sua poliedricità il concetto gramsciano di «subalternità» come chiave di lettura dei processi di soggettivazione. Gramsci, notoriamente, pensa al concetto di subalternità in termini «negativi», ossia attraverso l’incapacità dei subalterni stessi di organizzare una propria narrazione sul mondo e, latu sensu, di costruire organizzazione politica ma, allo stesso tempo, evidenzia la ricchezza della storia e delle storie dei subalterni, seppure «disgregate ed episodiche». In queste condizioni, il concetto si apre alla pienezza del piano storico materiale: subalternità è allo stesso tempo l’espressione soggettiva di una conflittualità e di una più generale indisposizione al comando che è emersa più volte nella storia a cui è stata proibita la parola.

Vincenzo Di Mino recensione al libro di Carmine Conelli, Il rovescio della nazione - La costruzione coloniale dell’idea di Mezzogiorno, Tamu, Napoli, 2022

 

op.cit. Vincenzo Di Mino, da Oltre Eboli. Dalla critica dell'identità ad un nuovo alter-meridionalismo

 

 

Su questo blog vedi anche:

 

IL SUD dei SUBALTERNI

 

 

LA CONTRONARRAZIONE DEL SUD: noi non siamo il non-nord

 

 

 

#altermeridionalismo #studipostcoloniali

 

#SubalternStudiesItalia #MeridianoSUD











lunedì 10 luglio 2023

L'Unione Popolare, forza della sinistra di classe

 

L’unità della sinistra di classe è un obiettivo politico strategico di Unione Popolare, l’unica strada per riportare all’offensiva le rivendicazioni del mondo del lavoro e applicare le prerogative costituzionali e per lo sviluppo della democrazia sociale nel nostro paese. / fe.d. /

Unione Popolare cresce sempre di più come movimento politico sociale ampio e plurale, in cui singoli e partiti, collettivi e comitati, si uniscono per creare un'alternativa pratica a una politica che non funziona, che porta avanti interessi di pochissimi, che è sorda rispetto ai problemi e ai sogni di tutti noi, che siamo la maggioranza del Paese.

Siamo coloro per cui un’Italia uguale, felice e verde è possibile e necessaria. La pagina FB di Unione Popolare è https://www.facebook.com/UnionePop




ASSEMBLEA DI UNIONE POPOLARE, ROMA - 9 LUGLIO 2023 / 1.

Il compagno Michele di Ultima generazione si è definito comunista confederalista democratico, il socialismo comunalista libertario sperimentato in Rojava dal popolo curdo e l’autonomia democratica degli Ezidi di Sengal, su cui anche teoricamente anche (soprattutto) coloro che hanno la progettualità della rifondazione comunista devono sviluppare come elaborazione delle nuove idealità del XXI secolo. Soprattutto, Michele ha spronato a trasformare in azione politica conflittuale concreta la proposta politica, discutendo forme e modi di questa azione. Siamo d’accordo, ma crediamo che la prassi della trasformazione strutturale di ‘sistema’, dunque rivoluzionaria, sia formata da una combinazione di forme di lotta insieme tradizionali e innovative, evitando che vi sia eco negativa nel senso comune di massa e prendendo più esempio dal collettivo ex GKN di Campi Bisenzio, vera avanguardia operaia di questo paese. Unione Popolare deve continuare ad essere un cantiere aperto e unire la sinistra di classe nelle sue espressioni più avanzate e convivere con processi paralleli di soggettività antagoniste.




ASSEMBLEA DI UNIONE POPOLARE, ROMA - 9 LUGLIO 2023 / 2.

Unione Popolare: da un’assemblea partecipata, si apre la nostra fase costituente.

- Sono state/i in centinaia a raccogliere l’appello per l’apertura della fase costituente di Unione Popolare, nonostante il caldo soffocante di Roma. L’incontro di ieri, che si è protratto fino alle 17.00, si è tenuto presso il Circolo Arci Concetto Marchesi, nella periferia romana, dove Rifondazione Comunista, stava svolgendo la sua festa cittadina. Luigi de Magistris, aprendo i lavori, ha rilanciato la proposta di uno spazio ampio e inclusivo, non composto solo da forze politiche ma che deve coinvolgere coloro che oggi condivide le nostre opinioni ma non è rappresentato dalla politica esistente.

Al mattino ci sono state relazioni per esplicitare le campagne su cui UP è già impegnata: dal rifiuto della guerra, di tutte le guerre, a partire da quella in Ucraina che per Unione Popolare, vanno fermate e non continuamente rifornite di micidiali armamenti. Su questo UP intende proporre a tutto il movimento contro la guerra, una manifestazione nazionale in autunno. E poi le questioni sociali, in primis la Legge di iniziativa popolare, per l’istituzione di un salario minimo orario di 10 euro, indicizzato; l’opposizione al disegno di legge “Calderoli” e a qualsiasi tentativo di imporre l’autonomia regionale differenziata, contro cui saremo in piazza il prossimo 30 settembre; le questioni ambientali, le forme di lotta da intraprendere per fermare il “migranticidio” che avviene ogni giorno alle frontiere della Fortezza Europa.

Nel pomeriggio, su queste relazioni c’è stato un ricco dibattito.

Dai prossimi giorni sarà possibile, anche e soprattutto a coloro che non fanno parte delle organizzazioni fondatrici, (Prc, PaP, ManifestA, DemA), aderire ad Unione Popolare, condividendone il manifesto e iscrivendosi ad una piattaforma informatica. Verrà generalizzata la realizzazione di coordinamenti di Unione Popolare nei diversi territori, si sta perfezionando uno statuto e ci si sta preparando al vero e proprio appuntamento costituente che si terrà in autunno. Ma Unione Popolare nasce soprattutto per unire uomini e donne nei luoghi di sfruttamento e di conflitto, sarà quello il banco di prova in cui si proverà a crescere e a riappropriarci di uno spazio del Paese, che pone al centro l’applicazione integrale della Costituzione a cui da molti, anni, le istituzioni hanno rinunciato. e che viene sempre di più ignorata e stravolta

Coordinamento Unione Popolare, 9 luglio 2023















domenica 9 luglio 2023

ANALFABETISMO FUNZIONALE E SENSO COMUNE DETERIORE

 

La moderna ‘rivoluzione passiva’ del ‘senso comune’

 

Gli esclusi non sono astrazioni etniche o geografiche: formano la parte prevalente dell’umanità con le sue culture, letterature, religioni, filosofie e così via. Il filosofo (*) osserva sistematicamente la moltitudine per scovarli uno a uno e depositarli nella terra desolata della preistoria. -

 

(*) qui Guha intende Hegel e, per estensione, il pensiero del dominio coloniale

Ranajit Guha - La storia ai limiti della storia del mondo - con un testo di Rabindranath Tagore e Introduzione di Massimiliano Guareschi, Sansoni, 2003, pag.49.

 - - -

I più, le moltitudini direbbe qualcuno, nei paesi occidentali, ma in particolare in Italia, a causa della disinformatja strutturale che la “libera informazione” asservita al regime o al sistema politico se preferite, impone alla formazione del senso comune di massa, sono affetti da analfabetismo funzionale *, perchè credono di delegare l’accrescimento e dunque lo sforzo di conoscenza ai mezzi di comunicazione. Si crea così un cortocircuito che permette al cialtronismo politico e al parassitismo economico finanziario un’egemonia di “consenso passivo”.

* L'UNESCO definisce dal 1984 l'analfabetismo funzionale come «la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità» / OECD Statistics Directorate, OECD Glossary of Statistical Terms - Functionally illiterate Definition.

 

- La ricerca del consenso da parte delle classi dominanti passa dall’analfabetismo funzionale, che permette agevolmente, attraverso la monopolizzazione degli strumenti di comunicazione di massa, l’alimentazione e la riproduzione di quello che Gramsci definì “senso comune deteriore”. È una delle forme, sovrastrutturali ma decisive, della rivoluzione passiva, costituita da passivo consenso, con cui le classi dominanti e dirigenti plasmano il loro effettivo dominio sulle classi subalterne. Da queste raccolgono il folclore cosiddetto, non la sua espressione avanzata di espressione della caratterizzazione popolare, ma la ‘filosofia dei semplici’ infarcita di luoghi comuni e standardizzazioni generalizzatrici che la cultura d’élite riesce a indirizzare verso la subalternità permanente. Ogni traccia di iniziativa autonoma di classe, infatti, viene soffocata sia materialmente come repressione [ma così si avrebbe solo ‘dominio senza egemonia’ (Guha)] sia attraverso il pregiudizio e lo stereotipo moltiplicati proprio da quella ‘plasmazione’ proveniente dal folclore regressivo, per usare espressioni di Ernesto de Martino. Si costruisce egemonia attraverso apparati egemonici e rivoluzione passiva, in termini sovrastrutturali ma incidenti profondamente la struttura, che insieme costituiscono ‘sistema’. Così si legano le riflessioni del Q.25 di Gramsci redatto a Formia nel 1934-35 alle sue precedenti elaborazioni, principalmente nel Q.11 e in altri quaderni stesi a Turi.

Così si legano analfabetismo funzionale e senso comune deteriore oggi.

 

ferdinando.dubla per #SubalternStudiesItalia

 

 

- La formulazione più matura di ciò si trova espressa nel Quaderno 24 (1934): «Ogni strato sociale ha il suo 'senso comune' e il suo 'buon senso', che sono in fondo la concezione della vita e dell'uomo più diffusa. Ogni corrente filosofica lascia una sedimentazione di 'senso comune': è questo il documento della sua effettualità storica. Il senso comune non è qualcosa di irrigidito e di immobile, ma si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni scientifiche e di opinioni filosofiche entrate nel costume. Il 'senso comune' è il folclore della filosofia e sta sempre di mezzo tra il folclore vero e proprio (cioè come è comunemente inteso) e la filosofia, la scienza, l'economia degli scienziati».

 

- In rapporto a ciò è da vedere anche l'ardita problematica svolta da Gramsci intorno alla nozione di «conformismo». «Esistono molti 'conformismi', molte lotte per nuovi conformismi [...]». (Quaderno 15, 1933), nel quadro strategico complesso «del rinnovamento intellettuale e morale» (che non può essere «simultaneo in tutti gli strati sociali»). Tutte questioni da riportarsi ai grandi parametri gramsciani relativi al tema «spontaneità e direzione», all'interno del discorso sulla «egemonia». 

Cesare Luporini, filosofo (1909-1993) da Gramsci le sue idee nel nostro tempo.                        

Editrice l'Unità, Roma 1987 leggi in Senso comune e consenso - http://ferdinandodubla.blogspot.com/2017/05/senso-comune-e-consenso.html

- Nella polemica sviluppata nel Q.8 verso il Saggio Popolare di Bucharin, Gramsci riafferma la definizione (già presente nel Q.1), di senso comune deteriore: “Un lavoro come il Saggio popolare, destinato a una comunità di lettori che non sono intellettuali di professione, dovrebbe partire dalla analisi e dalla critica della filosofia del senso comune, che è la «filosofia dei non filosofi», cioè la concezione del mondo assorbita acriticamente dai vari ambienti sociali in cui si sviluppa l’individualità morale dell’uomo medio. Il senso comune non è una concezione unica, identica nel tempo e nello spazio: esso è il «folclore» della filosofia, e come il folclore si presenta in forme innumerevoli: il suo carattere fondamentale è di essere una concezione del mondo disgregata, incoerente, inconseguente, conforme al carattere delle moltitudini di cui esso è la filosofia (Q 8, 173, 1045).

Non è presente qui la valenza ricostruttiva del senso comune da parte di una filosofia-scienza quale il marxismo (la ‘filosofia della praxis’, il materialismo storico) e di quelle forze (principalmente il partito comunista) che devono costruire una nuova ‘egemonia’ (elaborazioni invece presenti nel Q.11), ma si stabilisce un legame importante: quello tra senso comune e folclore. E’ questo passaggio che rende implicito il problema (o la ‘quistione’) del consenso. Schematicamente: il senso comune è il prodotto delle idee dominanti delle classi dominanti, e non è invariante, ma si trasforma con le mutazioni morfologiche delle formazioni economico-sociali; il folclore è la visione del mondo delle classi subalterne e si presenta nelle forme disgregate e incoerenti proprie delle classi di cui è espressione. Senso comune e folclore non si identificano, ma l’uno attinge dall’altro per la conservazione e l’alimentazione del dominio sui subalterni, e siccome l’egemonia non è solo forza e coercizione, è demandato proprio al senso comune il compito della ricerca del consenso, per il tramite delle visioni “inconseguenti” del folclore. Un nuovo senso comune per una nuova società. L’amnesia storica rimuove la critica serrata che Gramsci, compulsando in carcere testi e riviste di critica sociale che la censura permetteva, conduceva contro le sociologie di Robert Michels e Gaetano Mosca, le teorie delle elités e della ‘legge ferrea dell’oligarchia’, dei ‘capi carismatici’, cioè la teoria della casta e dell’antipolitica, giudicata "molto superficiale e sommaria, per caratteri esterni e generici" (Q.2).

Il ciclo populista genera un politico sempre più fragile e aleatorio, in cui il carisma di carta pesta inventato dai media si mescola con la degenerazione trasformista e con un discorso pubblico sempre più svuotato di ogni contenuto reale. (Paggi, 2016)

+

Il creativo marxismo di Gramsci permette invece, ancora oggi, di svelare l’arcano delle dinamiche politico-sociali moderne delle società capitaliste.

+ Le citazioni dai Quaderni sono tratte da Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica dell’Istituto Gramsci. A cura di Valentino Gerratana, Torino, Einaudi, 1977 (2ed.)

+ Leonardo Paggi, recensisce su Il Manifesto il lavoro di Michele Prospero La scienza politica di Gramsci, Bordeaux ed., 9/07/2016, puoi leggerlo qui - http://ferdinandodubla.blogspot.com/2016/07/studi-gramsciani.html

 

 

a cura di #SubalternStudiesItalia 



https://www.facebook.com/profile.php?id=100071061380125

cfr. anche Ferdinando Dubla, "Antipolitica" e senso comune, in questo blog http://ferdinandodubla.blogspot.com/2017/05/antipolitica-e-senso-comune.html





sabato 1 luglio 2023

Conversazioni su Antonio Gramsci e gli studi subalterni in Italia - Collettivo #SubalternStudiesItalia

 

I podcast di Subaltern studies Italia /  Voci: Ferdinando Dubla, Roberta Galati, Raffaella Nigro, Vanni Schiavoni - recordings #seminario_permanente_Avetrana 

Su Spotify e piattaforme podcast

 


I link: 

Canale https://open.spotify.com/show/6GLcZJx0keQdQTSgfZdYra?si=P-sy4ZmVR6OpHiHU1T97dw

 



L'“uomo collettivo di Gramsci” - Quaderno 11 paragrafo 25 da “I Quaderni del carcere” 

https://open.spotify.com/episode/240ETK0Aw5S1smlvYTd6Ds?si=RYuvWzrHQzuBls4zTRXuMg

 



Il Paragrafo 5 del Quaderno 25 de “I Quaderni dal carcere” di Antonio Gramsci. Lettura “Ai margini della storia. Storia dei gruppi sociali subalterni”  https://open.spotify.com/episode/6lcluW72cxBaWH8rafAkTb?si=xIup_29SQO64ekOXL7mrhg

 



La presenza di De Martino e gli studi subalterni in Italia - La presenza di De Martino e gli studi subalterni, s.2 ep.1 

https://open.spotify.com/episode/5M4unvbud5pb7HoKY4uvF4?si=Vx7oFeOtTqC8mZliwMf8EA





martedì 27 giugno 2023

DIPESH CHAKRABARTY ED ERNESTO DE MARTINO: UN CONFRONTO POSSIBILE

 

Gli autori che fanno parte dei Subaltern Studies propongono nuovi modi di considerare le categorie giudicanti della storia, facendo emergere il ruolo degli individui e dei gruppi emarginati

 


MA QUEL CONFRONTO ‘S’HA DA FARE’ (1.)

 

Nell’ambito di un confronto possibile e necessario fra l’opera e la metodologia di lavoro storico del più vicino degli allievi e collaboratori di Ranajit Guha, Dipesh Chakrabarty, lo studioso indiano dell’Università di Chicago autore dell’importante saggio “Provincializzare l’Europa” (Meltemi, 2016 - ed.or. 2000) ; e l’opera e la metodologia storicista della ricerca antropologica ed etnografica di Ernesto de Martino, da noi considerato importante e internazionale figura di intellettuale e scrittore dei Subaltern studies, in particolare per la cosiddetta ‘trilogia meridionalista’, sottoposta, specie negli ultimi tempi, continuamente ad interpretazione critica da chi separa la antropologia filosofica e l’ontologia etnologica e i fondamenti teoretici dello stesso autore. In effetti il confronto Chakrabarty - de Martino è sostanzialmente funzionale a un tema posto dallo stesso Ranajit Guha e su cui insiste Chakrabarty: il ruolo della religione e ancor di più della ritualità simbolica nella 1. ricostruzione narrativa dei subalterni; 2. traduzione nell’impegno politico-culturale alla soggettività ‘agente’ dei subalterni.

Se ne occupa una tesi di laurea delle Università di Padova e Cà Foscari di Venezia (Corso di Laurea Magistrale interateneo in Scienze delle Religioni) di Enrico Brisol (relatrice la prof.ssa Chiara Cremonesi): “Ernesto De Martino e Dipesh Chakrabarty: un confronto indispensabile ed inadeguato” che citiamo e titoliamo per una parte specifica. /

fe.d. #SubalternStudiesItalia

pubblicata su Academia.edu

 

L’Ethos del trascendimento, fondamento teoretico e ontologico dell’antropologia filosofica di de Martino

 

- L'origine del concetto di “ethos trascendentale del trascendimento della vita nella valorizzazione intersoggettiva” (questa la formulazione completa) è da rintracciarsi nella ricerca di una concezione universalmente umana della presenza, del fondamento dell'esserci-nel-mondo, vale a dire l'ultima e inderivabile pensabilità e operabilità dell'esistere. Il percorso che ha portato De Martino alla definizione di questo elemento è tortuoso e segnato tanto dall'influenza della filosofia di Croce quanto di quella esistenzialista di Heidegger e di Paci, che egli interpreta con una certa libertà prendendo in prestito riflessioni che assimila e riutilizza con rinnovata originalità in un proprio linguaggio. Per esempio è dall'esistenzialismo positivo italiano, in polemica con quello negativo di Heidegger, che De Martino acquisisce come fondamento dell'umana esistenza la nozione di “dover essere”, o meglio di “doverci-essere-nel-mondo”, che permette quello slancio valorizzatore intersoggettivo della vita, quella sempre rinnovantesi progettazione comunitaria dell'operabile, quell'emergere dalla situazione mediante il vario impegno di deciderla, secondo valore, che per un verso fondano la finitezza del singolo e la inesauribilità del suo compito operativo e per un altro verso garantiscono l'apertura del singolo all'essere.

 

 

Gramsci e Said: la nascita degli studi subalterni

 

- «Gli studi subalterni (e postcoloniali) ci riguardano?». Questo è il titolo dell'articolo pubblicato sulla rivista DeriveApprodi del 2003 da Marcello Tarì + [nota redazione] + che si interroga sullo statuto e l'utilità “per noi” di questi studi. Per rispondere a questa domanda, sapientemente posta e discussa nell'articolo, prima dobbiamo cercare di capire cosa intendiamo quando parliamo di studi subalterni e postcoloniali e quale sia la loro origine. Per far ciò non ci discosteremo di molto dalle riflessioni di Ernesto de Martino che è uno dei precursori di questi studi insieme ad alcuni antropologi italiani del secondo dopoguerra che attraverso il richiamo ad Antonio Gramsci (1891 – 1937) e alle discussioni riguardo al marxismo, cominciano a prendere sul serio i modi di vita subalterni e il folklore, con una particolare attenzione al contesto meridionale italiano.

 

 

+ nota: vedi in questo blog

PER UN DIBATTITO CRITICO SUI SUBALTERN STUDIES E POSTCOLONIAL STUDIES

 

 

#RanajitGuha #ErnestoDeMartino #DipeshChakrabarty

 

Nella fotocomposizione #SubalternStudiesItalia, in senso orario, Dipesh Chakrabarty, Ernesto de Martino, Ranajit Guha

 


 

MA QUEL CONFRONTO ‘S’HA DA FARE’ (2.)

 

C’È STORICISMO E STORICISMO

 

- La critica al modo unilaterale di concepire la storia [è] alla base del progetto degli subaltern studies: la ricerca sul tema del subalterno, sulla sua capacità di esprimersi, portata avanti prima da Gramsci e successivamente da Said, è fondamentale per il sorgere di questi studi. In tal modo anche gli autori che fanno parte del collettivo indiano propongono nuovi modi di considerare le categorie giudicanti della storia, facendo emergere il ruolo degli individui e dei gruppi emarginati. È in questo orizzonte che l’opera Provincializzare l’Europa, proponendo un tipo di storia alternativa e particolare, la storia 2, da affiancare alla storia 1, cioè quella analitica e generale europea, è sorta e diventata indispensabile.

Naturalmente, nel portare avanti un confronto simile non possiamo dimenticare i diversi ambienti culturali, sociali e storici nei quali i nostri autori hanno scritto. Chakrabarty nasce a Calcutta nel 1948, anno della pubblicazione de Il mondo magico, ed esattamente quarant'anni dopo la nascita di De Martino avvenuta nel 1908; inoltre, egli pubblica il volume che abbiamo analizzato, Provincializzare l'Europa, nel 2000, quindi 35 anni dopo la morte dello studioso italiano avvenuta nel 1965. Li separano circa due generazioni nelle quali, se dovessimo valutare con attenzione, il mondo e la civiltà umana hanno subito la trasformazione più considerevole mai registrata dalla storia. E ancora, ovviamente, li separano alcune migliaia di chilometri, anche se più importante della distanza fisica è rilevare il fatto che Chakrabarty cresce in un paese non occidentale e appartenente all'Impero Britannico, vale a dire colonizzato, ufficialmente fino all'anno prima della sua nascita (1947). Queste distanze “spazio-temporali” hanno evidentemente comportato anche degli orientamenti di studio differenti, almeno in apparenza: mentre De Martino, crociano della prima ora, si è occupato principalmente di storia, etnologia e antropologia delle religioni, Chakrabarty si dedica soprattutto al problema storiografico negli studi postcoloniali, ovvero a ripensare il ruolo dei popoli subalterni, in particolare quelli indiani, all'interno della narrazione storica dominante. Dico “apparentemente differenti” perché, da un certo punto di vista, la cosiddetta “trilogia meridionalista” può essere letta come un progetto che anticipa quello degli autori postcoloniali, in quanto rilegge l'arcaico, l'oppresso, il subalterno presente nel sud Italia in chiave marxista tenendo presente, come evidenziato per esempio da Pizza e Signorelli, quanto scritto nei testi di Gramsci che cominciavano a circolare proprio nel periodo in cui De Martino si avviava alla ricerca etnografica in meridione.

Ciononostante, se consideriamo questi due autori solamente in relazione alla distanza temporale e culturale che li separa, e che, tuttavia, deve essere sempre ben presente, non ci accorgiamo degli aspetti che li accomunano. Il più importante e fondamentale per la prospettiva storico-religiosa, quella di cui ci occupiamo qui, è il tentativo di superare la visione eurocentrica della storia. Essi cercano di superare l'etnocentrismo culturale europeo perché frutto di una prospettiva storiografica che tende esclusivamente alla correttezza scientifica e quindi alla verificabilità razionale dei fatti. Con ciò non intendo dire che tale posizione venga considerata errata sia da Chakrabarty che da De Martino; questi autori piuttosto, portano alla luce i problemi che hanno individuato nell'utilizzo di questa metodologia, come per esempio quello relativo al ruolo, al peso, all'influenza, al potere, che detiene il soggetto in una simile narrazione. La questione relativa all'etnocentrismo, e di conseguenza all'eurocentrismo, è, dunque, di primaria importanza per entrambi gli autori. Essi, seppur sviluppando argomentazioni differenti, ritengono che il problema che deriva da una simile concezione della storia sia dovuto a quello che possiamo definire naturalismo o atteggiamento scientifico, oppure, più in generale, al peso che hanno avuto la scienza e la ragione nella creazione delle categorie giudicanti delle moderne scienze storiche e sociali e di conseguenza dello storicismo.

Enrico Brisol

*dalla tesi di laurea delle Università di Padova e Cà Foscari di Venezia (Corso di Laurea Magistrale interateneo in Scienze delle Religioni) (relatrice la prof.ssa Chiara Cremonesi): “Ernesto De Martino e Dipesh Chakrabarty: un confronto indispensabile ed inadeguato”, § corrispondenti -

 

#SubalternStudiesItalia

pubblicata su Academia.edu

 

 

In conclusione

mi sembra che tra le prospettive dei due autori emerga, almeno grossolanamente, una comune critica al modo di affrontare l'altro-da-sé tipico della modernità europea. Il punto di convergenza è la critica mossa da entrambi allo storicismo e con esso all'eurocentrismo, anche se nell’autore italiano la valutazione negativa è rivolta allo storicismo “pigro”, a favore di uno “eroico”. In De Martino l'analisi parte dall'evidenziare il ruolo e l'importanza dell'atteggiamento naturalistico rispetto allo studio etnografico per poi ampliare lo sguardo, ne La fine del mondo, all'influenza delle scienze positive sulla filosofia, richiamando l'attenzione sul processo di universalizzazione e sulla sicurezza nel giudizio che ne scaturisce. In Chakrabarty la critica è rivolta alla prospettiva storicistica per intero, intendendo con questo termine, forse troppo semplicisticamente, l'intera prospettiva storica moderna. Anch'egli, in accordo con lo studioso italiano, individua nell'universalizzazione delle categorie giudicanti il vero problema di tale prospettiva storica; le sue osservazioni tuttavia sono in parte differenti e riguardano principalmente l'origine della coscienza storica europea, ovvero le espressioni moderne che ho schematicamente classificato con il termine anacronismo e con l’atteggiamento scientifico-razionale. Mi spingerei ad affermare, senza troppe cautele, l'ammetto, che in ambedue gli autori la classica divisione tra natura e cultura, fondamentale per la modernità europea, sembra essere messa in discussione o perlomeno sfumata.

Vorrei infine ricordare che in nessun caso i due autori rivendicano una prospettiva relativistica. De Martino indica più volte nei suoi testi l'indispensabilità di una storia con basi solide per uscire dalla perdita della domesticità del mondo contemporaneo; una storia che naturalmente deve essere consapevole della sua portata e dei propri limiti per poter proporre un confronto, una comparazione, con gli altri modi di essere uomini in società, ovverosia la “via difficile dell’umanesimo etnografico”. E lo stesso vale per Chakrabarty che mantiene e certo non cancella la storia analitica, la storia 1, la storia europea, “colpevole” di eliminare le differenze e di essere incompleta, ma comunque indispensabile per affrontare gli essenziali problemi sociali della giustizia e dell'equità nei paesi non-occidentali. Ivi, pag.70