Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

Powered By Blogger

giovedì 6 aprile 2023

LA STAFFA E IL DESTRIERO - su Rodolfo Morandi, Raniero Panzieri, Ernesto de Martino e Rocco Scotellaro

 

I 'QUADERNI ROSSI', CHE NACQUERO NELLE PROVINCE MERIDIONALI

Rodolfo Morandi elabora [dopo il 1946+, ndr] un'idea di partito che attraverso un mutamento qualitativo, basato cioè sulla formazione dei quadri, avrebbe potuto tessere un fitto legame con le masse e liberare, in tal modo, il partito dai legami clientelari che ancora lo condizionavano.  (..)

Panzieri viene inviato alla federazione socialista di Bari [x1] perchè avrebbe dovuto collaborare con la corrente di sinistra in previsione di una scissione socialdemocratica, che poi avverrà. Qui entra in contatto con gli esponenti della sinistra locale come Anna Macchioro De Martino, Paolo Franco, Mario Potenza , ma soprattutto ha l'occasione di approfondire la conoscenza con la personalità più eminente del gruppo, ovvero l'antropologo Ernesto De Martino, con cui aveva già avuto modo di stringere rapporti al Centro di studi sociali per la pubblicazione di Mondo magico, che però non avvenne perchè Lombardi giudicò lo storicismo di De Martino come impigliato a metà strada tra la "staffa crociana" e il "destriero marxista". De Martino era in effetti ancora influenzato da Croce e fu interesse di Panzieri orientarlo alla lettura dei "sacri testi". Ma chiaramente, per l'enorme spessore culturale di De Martino, l'influenza non potè che essere reciproca ed entrambi contribuirono allo sviluppo di quel particolare modus operandi  che negli anni successivi al '56, e per tutti gli anni Sessanta, verrà denominato "conricerca" o "inchiesta"; una metodologia culturale che tenterà continuamente di reagire a un marxismo ortodosso "citazionistico" (l'espressione è di Stefano Merli, nota in calce); proponendosi di riempire quel vuoto politico tra la base e il vertice che caratterizzerà tutta la critica panzeriana alle organizzazioni storiche del movimento operaio e che rappresenterà, nella fase matura di Panzieri, il metodo tout court del lavoro teorico-politico culminato nell'esperienza dei "Quaderni rossi".

Marco Cerotto, «Raniero Panzieri e i 'Quaderni rossi'. Alle radici del neomarxismo italiano», DeriveApprodi, 2021, pp.20-21.

+ Dall’11 al 16 aprile 1946 si era tenuto a Firenze il XXIV Congresso nazionale del PSIUP che aveva visto le dimissioni del Morandi dalla carica di segretario nazionale. Dopo il Congresso, insieme al giovane Panzieri, si era impegnato nella rivista del partito “Socialismo”. Un periodo caratterizzato dal dissidio con Lelio Basso.

x1. In vista del congresso successivo, gennaio 1947.

 

Recensione di Francesco Festa a «Raniero Panzieri e i 'Quaderni rossi'. Alle radici del neomarxismo italiano» di Marco Cerotto, pubblicato da DeriveApprodi, 2021 - il rapporto con Scotellaro e de Martino e il metodo della ”conricerca”.

su Il Manifesto, 4 giugno 2021

[integrale]

Cos’hanno in comune Raniero Panzieri e Rocco Scotellaro? Di primo acchito, niente. Molto, nella formazione politica. Entrambi hanno forgiato la propria militanza nelle campagne meridionali. Il poeta contadino denunciò, nel vivo delle lotte per la terra del dopoguerra, «la cultura italiana» che «sconosce la storia autonoma dei contadini, il loro più intimo comportamento, colto nel suo formarsi e modificarsi presso l’azione».

DISTANZIANDOSI dalla stessa cultura italiana, Panzieri volle toccare con mano quei contadini. Chissà, forse, ne intravedeva in nuce la potenza, sebbene fossero classi subalterne frammentate, disunite, irretite dall’egemonia della cultura italiana esercitata dagli intellettuali borghesi, tanto crociani-gentiliani quanto togliattiani.

Nel 1947, Panzieri si trasferì a Bari presso la Federazione Socialista e conobbe lo «spessore culturale di De Martino», con cui sviluppò un particolare «modus operandi»: un’inchiesta sociale in grado di interagire con la cultura profonda, le convinzioni e le condotte personali, e negli anni ’60 sarà denominata «conricerca».

METODOLOGIA che, l’anno dopo, Panzieri sperimentò in Sicilia, durante le lotte contadine, e dopo il ’56 contro la cultura italiana e il marxismo ortodosso, riempiendo il vuoto tra la base e il vertice delle organizzazioni del movimento operaio, e che sarà «il metodo tout court» dei «Quaderni rossi». In Raniero Panzieri e i «Quaderni rossi». Alle radici del neomarxismo italiano di Marco Cerotto (DeriveApprodi, pp. 128, euro 10), viene fuori un profilo molto interessante di Panzieri. Un volume agile che indaga tratti biografici trascurati dalla storiografia passata e da quella prodotta per i quarant’anni dalla sua morte.

L’AUTORE SVOLGE uno scavo archeologico sulla formazione di Panzieri: ne illumina aspetti del percorso giovanile che appaiono fondamentali per comprendere la prassi e la teoria sviluppati negli anni ’50. In particolare, l’apprendistato nel Mezzogiorno. Il che spiega le scelte professionali e politiche successive, come quella di pubblicare – poi rigettata dall’Einaudi tanto da costargli il posto – un’inchiesta coraggiosa di Goffredo Fofi sulla nuova classe operaia, L’immigrazione meridionale a Torino. Oppure l’avvicinarsi con metodi innovativi alla conoscenza degli operai meridionali a Torino: la «rude razza pagana», la nuova composizione operaia, irriducibile alla disciplina del Pci e alla cultura italiana, con cui ha interagito, seppur velocemente, ma senza perdersi l’entrata in scena dell’operaio massa nella rivolta di piazza Statuto del luglio ’62.

UN FIL ROUGE innestato nel tronco dell’operaismo, che lo ritroviamo nelle organizzazioni e nelle lotte operaie degli anni ’70, e nello studio magistrale di Luciano Ferrari Bravo e Alessandro Serafini, Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno d’Italia, sulla formazione della classe operaia a partire dal Sud.

Il libro di Cerotto ha un enorme pregio: illuminare il passato panzieriano, dove si trovano le radici della lettura innovativa del Capitale e dell’operaismo («neomarxismo»). E si chiude con un capitolo sintesi del primo operaismo e della parabola dei «Quaderni rossi»: Divergenze teoriche tra Panzieri e Tronti. Le ragioni potrebbero sembrare inverosimili, ma i dissapori si reggevano su una profondità teorica oggi inconcepibile. La consapevolezza di vivere una fase storica completamente diversa in cui s’imponeva una continua ricerca sia del capitale che della classe operaia: da una parte, la posizione di Panzieri, sulla «scientificità del marxismo dall’altra, quella trontiana, sulla «rivoluzione copernicana». 

 

Essa stessa dogmatica, ché vedeva nella classe operaia un antagonismo per antonomasia, non il «capitale variabile»; invece Panzieri sapeva come il passaggio dalla «classe in sé» alla «classe per sé», non era automatico, richiedeva un metodo scientifico d’inchiesta (conricerca). Metodi simili li aveva visti all’opera, nel suo passaggio a Sud, scoprendo «la storia autonoma dei contadini»; dove, forse, conobbe Scotellaro, attorno al quale nel ’54 promosse a Matera il convegno «Intellettuale del Mezzogiorno».

Con questo libro Panzieri è riportato lì dove si forma la sua militanza eretica. E se l’operaismo si sviluppa fuori i cancelli di Mirafiori, la sua ontologia è nelle province meridionali.

 

a cura di Subaltern studies Italia


Rodolfo Morandi (1902-1955) e Raniero Panzieri (1921-1964)

Il nr.1 di Quaderni rossi e Rocco Scotellaro






Vedi anche su questo blog

PAOLO FERRERO: Raniero Panzieri, l'iniziatore dell'altra sinistra


RIBELLARSI QUANDO E' GIUSTO: l'inchiesta sociale nei 'Quaderni Rossi' di Panzieri e in Mao-Tse-Tung






lunedì 3 aprile 2023

PAOLO FERRERO: Raniero Panzieri, l'iniziatore dell'altra sinistra

 

L’INCHIESTA SOCIALE DI CLASSE COME METODO DI RICERCA COLLETTIVA

 

L’inchiesta sociale è lo strumento di ricerca principe dei collettivi Subaltern Studies, in quanto metodologicamente capace di comprimere l’interpolazione delle fonti dirette al solo gruppo di lavoro che ha esplicita la finalità di recidere la mediazione della cultura dominante. / #SubalternStudiesItalia

 

Etichette come neomarxismo e marxismo ortodosso non ci piacciono e crediamo in un loro ”superamento” nella visione di un marxismo come ricerca collettiva aperta senza ulteriori aggettivazioni. Di qui anche l’accostamento tra la riflessione di Panzieri e l’esortazione maoista all’inchiesta per il ‘diritto di parola’. Panzieri mutua da Rodolfo Morandi, originale figura di leninista libertario, il legame tra l’organizzazione e la spontaneità delle forme e dei modi della classe, tra la strutturazione in partito e la con-formazione della base sociale per la trasformazione rivoluzionaria.

 “Il solido classismo e il ripudio di ogni politicismo sono quindi elementi della lezione morandiana che Panzieri ha assorbito nel corso della sua militanza da dirigente socialista e su queste basi matura un distacco dalla sinistra interna.”, Paolo Ferrero (a cura di) Raniero Panzieri l'iniziatore dell'altra sinistra - Postfazione di Marco Revelli, ShaKe ed., 2021, e.book pos. 97 di 518

 

L’origine della conricerca di Panzieri è meridionalista, in una modalità che era stata sperimentata dai “Contadini del Sud” di Rocco Scotellaro (opera incompiuta pubblicata postuma nel 1954).  Nel metodo e nei contenuti, il ricercatore sociale analizza l’oggetto di studio senza preliminare interpretazione soggettivista ma con una finalità esplicita per poter dare voce a chi voce non ha con la sua stessa voce. L’oggetto di studio è la classe operaia e la sua composizione; oltrepassando quello che sarà chiamato ‘operaismo’ (il gruppo di Tronti e di ‘Classe operaia’) in una attualizzazione estensiva, l'inchiesta riguarda i gruppi subalterni nel quadro strutturale dei rapporti di produzione come posizione all’interno dei rapporti sociali e il loro stato nelle relazioni umane. Come posizione conflittuale nella società capitalista e la sua scaturigine immediata nella coscienza singola, ‘mediata’ nella coscienza critica di massa ed emancipata come coscienza di classe proprio per il legame che deve crearsi tra organizzazione e classe. /fe.d.

 

RANIERO PANZIERI. L’INIZIATORE DELL’ALTRA SINISTRA

di Paolo Ferrero

Cento anni fa nasceva Raniero Panzieri. In questo libro, venti persone che lo hanno conosciuto ce lo raccontano con testimonianze e approfondimenti sulla sua elaborazione. Panzieri merita di essere ricordato per come ha vissuto, per le scelte che ha fatto e per come le ha fatte. Ci dice Franco Fortini: “Di destini come quello di un Panzieri – noi abbiamo bisogno. (…) che Panzieri, per noi, molto più di quello che egli è stato, è quel che non è stato. Egli è stato innanzitutto diverso dagli altri, il diverso da quelli. Chi cerca le proprie amicizie tra gli invisibili diviene presto invisibile. Questo ha saputo Panzieri attuare inflessibilmente.” Panzieri merita di essere scoperto per il suo contributo teorico e politico. A partire dalla grande svolta del ‘56, negli anni che precedono il ciclo di lotte del 68-69, elabora un metodo analitico, una cultura politica e una strategia che attualizza il tema della rivoluzione in Occidente. Una elaborazione che molto ha da dirci oggi, in un tornante storico simile a quello scandagliato da Panzieri perché caratterizzato dalla sconfitta di un ciclo di lotta precedente, dalla modifica complessiva della composizione di classe e dal salto tecnologico e organizzativo del capitale. Panzieri è quindi un vero e proprio classico e ci fornisce molti spunti per andare oltre la situazione in cui siamo impantanati. Infine, questo libro vuol affrontare un equivoco. Panzieri viene sovente presentato come il padre dell’operaismo, ma questo non è vero. L’operaismo nasce in reazione agli stessi problemi da cui muove Panzieri: dalla crisi del movimento comunista in seguito al disastro dello stalinismo all’inefficacia dell’impostazione togliattiana nell’affrontare lo sviluppo del neocapitalismo per arrivare alla centralità politica dello scontro tra capitale e lavoro. Su questa base comune Panzieri e alcuni di coloro che diventeranno operaisti, danno vita insieme ai Quaderni rossi. Però le strade presto si divaricheranno. Panzieri ruppe con loro e segnatamente con Tronti – il vero padre dell’operaismo – appena questi andò precisando la sua teoria e la sua proposta politica da cui poi nacque la rivista “Classe Operaia”. La grandezza di Panzieri consiste proprio nel non limitarsi a un rovesciamento della tesi che contesta ma di aprire una strada nuova, superando in avanti il fallimento dello stalinismo e la crisi del togliattismo senza cadere nella metafisica operaista. Una strada che ha avuto alcuni elementi di concretizzazione nelle lotte a cavallo degli anni Settanta, ma che è in larghissima parte da sviluppare. Nelle pagine che seguono potrete leggere una stringatissima biografia di Panzieri e la presentazione di alcuni nodi del suo pensiero. Buona lettura e un’ultima sottolineatura: la spaccatura della redazione di “Quaderni rossi” avvenne senza che i principali esponenti della stessa perdessero mai la stima reciproca. Mi pare una lezione di stile attualissima e lo spirito partigiano di questo libro vorrebbe collocarsi in quel solco.

da Paolo Ferrero (a cura di) Raniero Panzieri l'iniziatore dell'altra sinistra - Postfazione di Marco Revelli, ShaKe ed., 2021

a cura di Subaltern studies Italia

vedi anche su questo blog: RIBELLARSI QUANDO E' GIUSTO: l'inchiesta sociale nei 'Quaderni Rossi' di Panzieri e in Mao-Tse-Tung














giovedì 23 marzo 2023

LE LOTTE DI CLASSE IN FRANCIA (Marx)

 

Lottare e studiare - Riscriviamo in appendice - aggiornamenti, quella meravigliosa cronaca-analisi di Marx “Le lotte di classe in Francia”, una serie di articoli scritti da Karl Marx per il quotidiano Neue Rheinische Zeitung nel 1850. Le opere furono raccolte e ripubblicate nel 1895 da Friedrich Engels. Nel 1871 poi, l’epopea (tragica ma eroica) de la Commune de Paris, che Marx analizzò nello scritto “La guerra civile in Francia“, opuscolo pubblicato per la prima volta il 13 giugno di quell’anno a Londra: si trattava di una dichiarazione ufficiale del Consiglio Generale dell'Associazione internazionale dei lavoratori sul carattere e il significato della lotta dei comunardi comunisti comunalisti. /

 

La rimozione storica del massacro della Comune, la rossa primavera del 18 marzo-29maggio 1871, è opera della borghesia europea, marchio di classe di quell’assassinio di massa di oltre 20mila morti accertati, ma erano molti di più, non c’erano fosse e foibe capaci di contenerli. Molto più grave che la rimozione avvenga tra le fila di coloro che dovrebbero tener viva la memoria di un avvenimento rivoluzionario epocale, che dimostra storicamente e politicamente come la “dittatura del proletariato”, espressione di Blanqui poi ripresa da Marx ed Engels in contrapposizione alla “dittatura della borghesia”, si possa costruire come democrazia sociale autogestionaria al modo, oggi, del confederalismo democratico del Rojava e di Shengal, riprendendo le fila di una prassi comunalista comunista libertaria, un vero e proprio spettro per la borghesia imperialista e la sua finta democrazia del denaro in occidente.

Poiché «la classe operaia non può mettere semplicemente la mano sulla macchina dello Stato bella e pronta, e metterla in movimento per i propri fini», essa dovette costruire un nuovo potere politico, e la Comune ne fu la forma positiva. Fu soppresso l'esercito permanente e sostituito con il popolo in armi, spogliata la polizia delle sue attribuzioni politiche, resa gratuita la scuola e liberata dall'ingerenza della Chiesa, resi elettivi i magistrati, eliminati i dignitari dello Stato, retribuiti con salari operai i funzionari pubblici e gli stessi membri della Comune, questa non fu «un organismo parlamentare, ma di lavoro, esecutivo e legislativo».,  Karl Marx, La guerra civile in Francia, Ed.Riuniti, 1974, pag. 76 e 80-81 - finita di scrivere il 30 maggio 1871.

Istituiamo ogni 18 marzo il giorno della Comune / #SubalternStudiesItalia

LA RIVOLUZIONE NON È UN PRANZO DI GALA, È UN PROCESSO, DIALETTICO - LA SCONFITTA DELLA RIVOLUZIONE [1848, ndr]

 - anzichè distruggere il movimento operaio (il cui rafforzamento era inevitabile nel quadro dell’espansione capitalistica), anche se esso si trovò momentaneamente in crisi, gli permise invece, in quegli anni in cui esso doveva formarsi ancora le ossa, di acquisire la maturità politica senza la quale non sarebbe stato successivamente in grado di vincere la sua battaglia storica e di costruire una società nuova: (..) Le rivoluzioni proletarie invece, quelle del secolo  decimonono, criticano continuamente se stesse; interrompono ad ogni istante il loro proprio corso; ritornano su ciò che sembrava cosa compiuta per ricominciare daccapo; si fanno beffe in modo spietato delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi; sembra che esse abbattano il loro avversario solo perchè questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di nuovo più formidabile di fronte ad esse; si ritraggono continuamente, spaventate dall’infinita immensità dei loro propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno indietro e le circostanze stesse gridano: Hic Rhodus, hic salta. Qui è La Rosa, qui devi ballare”. 

Giorgio Giorgetti, dalla prefazione alla IV edizione (agosto 1973) di Marx, Le lotte di classe in Francia, Editori Riuniti (1_ed. 1962) - traduzione di Palmiro Togliatti, pag. 13. La citazione di Marx è da “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”, articoli scritti dal dicembre 1851 al marzo 1852, Edizioni Rinascita, 1948, pp.331 e sg.

Implicitamente dunque, anche la rottura rivoluzionaria, secondo Marx, è un processo dialettico, storico e politico, la rivoluzione è intreccio di quelle che Gramsci chiamerà ‘guerra manovrata’ e ‘guerra di posizione’, anche nella sconfitta contingente c’è inevitabilmente il seme della conquista di una società nuova. /

https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1852/brumaio/prefmarx.htm

 

Non ci furono foibe a contenerli i nostri morti ma le nostre idee a tenerli in vita. / fe.d

vedi anche su questo blog 

LA COMMUNE è THE 'NEXT REVOLUTION'













sabato 18 marzo 2023

A CONQUISTARE LA ROSSA PRIMAVERA_ La Comune degli insurrezionalisti rivoluzionari

 

Uno spettro per la borghesia, un’altra concezione della democrazia - La Commune de Paris

I FANTASMI DEL PASSATO - L’angoscia della borghesia è storica, ogniqualvolta sente parlare di attualità della Comune e, in generale, dell’attualità dell’ideale comunista come massima espressione della democrazia autogestionaria. (fe.d.)




Nella Comune di Parigi i rivoluzionari più attivi risultarono i blanquisti. Comunisti, essi ponevano in primo piano la necessità della conquista del potere politico. Per ottenere questo risultato, ritenevano sufficiente l'organizzazione di un piccolo nucleo di risoluti cospiratori, disciplinati ed efficienti che, una volta impadronitisi del potere, avrebbero instaurato un governo dittatoriale, necessario per stroncare ogni opposizione e, insieme, per attirare a sé le masse popolari. Le trasformazioni sociali sarebbero avvenute più tardi: «il comunismo non si realizza con i decreti» - aveva scritto Blanqui - «ma sulla base di decisioni prese volontariamente dalla nazione stessa, e queste decisioni possono avvenire solo sulla base di una larga diffusione dell'istruzione». (A. Blanqui, Critique sociale, I, 1885, p. 109).

Tutti i blanquisti parteciparono attivamente alla Comune: Casimir Bouis, Frédéric Cournet, Gaston Da Costa, Émile Eudes, Théophile Ferré, Gustave Flourens, Ernest Granger, Alphonse Humbert, Victor Jaclard, Eugène Protot, Raoul Rigault, Gustave Tridon, Édouard Vaillant.

L’INSURREZIONE È RIVOLUZIONARIA

L’influenza di Auguste Blanqui (1805-1881) e del “blanquismo” sulla teoretica del movimento operaio (+),  è stata molto più estesa, in maniera a volte esplicita, il più delle volte implicita, di quanto appaia.

Blanqui et les blanquistes: Actes du Colloque Blanqui (French Edition) - Editore: ‎Sedes (réédition numérique FeniXX -1986)

/scheda/ trad. di #SubalternStudiesItalia

- La tumultuosa vita di Auguste Blanqui terminò nel 1881. Il centenario della sua morte nel 1981 fu l'occasione per la Società per la Storia della Rivoluzione del 1848 e le Rivoluzioni del XIX secolo per organizzare un colloquio internazionale su Blanqui e i Blanquisti. Perché c'erano i blanquisti... L'uomo indomabile che fu in prigione sotto quattro diversi regimi politici ("L'Enfermé", nota dr) e che uscì dalla prigione o dall'ospedale solo per organizzare le barricate successive fu anche un pensatore e un teorico; lasciò oltre a una memoria romantica un'opera scritta e una teoretica, e ebbe discepoli almeno fino al 1914.

 

nota dr - Per aver trascorso, dal 1831 al 1879, complessivamente trentasei anni e cinque mesi in prigione, ci si riferisce a lui come all'Enfermé (il Recluso).

 

Uomo d'azione più che elaboratore di teorie, egli era convinto che il proletariato potesse creare una società di liberi e di uguali solo mediante un'insurrezione armata guidata da una piccola minoranza ben organizzata e decisa ad imporre la propria “dittatura del proletariato”. Fu il primo ad elaborare questo concetto, poi ripreso da Marx e Engels, che lo specificarono in contrapposizione alla ”dittatura della borghesia”.  L’esperienza della Commune de Paris fu prevalentemente a direzione blanquista: Édouard-Marie Vaillant ne era stato uno dei dirigenti più rappresentativi. , cfr. i giudizi sull’esperienza comunarda parigina repressa nel sangue nel 1871 in questo blog -

LA COMMUNE Next Revolution società regolata (Marx, Engels, Bookchin, Gramsci)

- Il teorico della “dittatura” rivelò, nella prassi della repubblica parigina, il socialismo comunitario come massima estensione della “democrazia” autogestionaria.

- Blanqui dedicò la sua intera esistenza a questa causa, senza lasciarsi scoraggiare né dall'esilio né dalle pene carcerarie cui fu ripetutamente condannato.

(+) per “teoretica del movimento operaio” o “proletaria”, intendiamo le teorizzazioni e la fondazione filosofica aristotelicamente ”prima” (’teoretica’ deriva da essa)  legate all’azione che si sono susseguite nella storia delle organizzazioni rivoluzionarie. /

#AugusteBlanqui

LA PEDAGOGIA COMUNALISTA del blanquista VAILLANT. I GIORNI de LA COMMUNE DE PARIS

- Fin da marzo era stata avanzata la questione dell'istruzione. La Società per una nuova educazione aveva richiesto alla Comune la separazione della scuola dalla Chiesa - nessuna istruzione religiosa e nessun oggetto di culto negli edifici scolastici - e l'istruzione obbligatoria, gratuita e impostata su basi scientifiche. La Comune si era dichiarata d'accordo e dal 21 aprile la Commissione istruzione si occupò del problema.

Il 19 maggio fu emanato il decreto sulla laicità della scuola. Nel suo manifesto del 18 maggio il commissario Édouard Vaillant aveva scritto che «il carattere essenzialmente socialista» della «rivoluzione comunale» doveva poggiare su «una riforma dell'insegnamento che garantisca a ciascuno la vera base dell'eguaglianza sociale, ossia l'istruzione integrale alla quale ogni cittadino ha diritto». Il 21 maggio furono raddoppiati gli stipendi dei maestri e a questi furono parificate le retribuzioni delle maestre.

in Bruhat, Dautry, Tersen, La Comune del 1871, Editori Riuniti, 1971, p. 221.

Nella foto storica sotto Eduard Vaillant (1840 -1915), nei giorni della rivoluzione comunarda aveva dunque 31 anni



Édouard-Marie Vaillant (1840-1915) nella foto in qualità di candidato alle elezioni presidenziali del 1913 in cui risultò terzo, impegnato nella SFIO, il Partito socialista francese aderente alla Seconda Internazionale, figura carismatica della gauche francese in quanto tra i principali animatori rivoluzionari di ispirazione blanquista della Comune di Parigi. - Copertina del testo citato che gli Editori Riuniti pubblicarono nel centenario della Comune e che ha costituito la lettura formativa, storico-informativa per centinaia di militanti comunisti




Uno spettro per la borghesia, un’altra concezione della democrazia - La Commune de Paris

LA COMMUNE DI LOUISE

Louise Michel, La Comune, Edizioni Clichy - 2021, trad. di Chiara Di Domenico - e.book (ed.or. del 1898, Paris)




/scheda/

Testimonianza appassionata e in prima linea di Louise Michel, da maestra elementare a eroina della prima democrazia d'Europa. La Comune è una cronaca ardente che racconta i giorni e le notti che videro la strada prendere il potere, le barricate alzarsi e cadere sotto i cannoni, migliaia di donne e bambini combattere accanto agli uomini. Una storia corale di sangue, coraggio e passione, appassionante come un romanzo e vera come la storia. Dedicata a chi ancora non ha smesso di lottare.

- Marx definisce la Comune il primo governo del popolo operaio, Bakunin la prima rivoluzione della città operaia contro lo Stato dei proprietari nobili e dei borghesi. Di certo, è la prima vera guerra civile operaia, proletaria: a nemmeno cent’anni dalla Rivoluzione francese, Parigi è la capitale di quel «socialismo del sentimento» che non fa strategie, come invece succederà più tardi in Russia, ma assalta il cielo, annega nel sangue, resta nella storia come un mito, una leggenda, e continua ad accendere gli animi come solo chi muore giovane sa fare. Invece di fare uno Stato, la Comune fa letteratura. O il successo, o la gloria: questo è il dilemma. La Comune è, prima di tutto, una tragedia. Intesa come messa in scena di un dramma umano che ancora oggi ci parla. A differenza della tragedia greca, dura non un giorno, ma nove settimane. Nove settimane in cui una città messa sotto assedio dall’ennesima guerra decide, anziché recitare la parte del solito coro di vittime, di diventare protagonista corale di una rivoluzione. Tante cose succedono per la prima volta a Parigi tra il 18 marzo e il 28 maggio 1871. Per la prima volta sono gli operai a insorgere, per la prima volta almeno una parte di loro gode dell’istruzione minima che gli permette di scegliere il proprio destino e non vedere il padrone come un semidio a cui obbedire o rubare. Per la prima volta sono le donne ad aprire le danze, impedendo ai soldati governativi di portar via i cannoni di Montmartre che il popolo di Parigi ha comprato con una sottoscrizione cittadina per difendersi dai prussiani. E questa prima battaglia la vinceranno loro, «convertendo» molti soldati alla rivoluzione. Donne, e insieme a loro tanti ragazzini, come i Ragazzi perduti, leggendaria milizia di adolescenti che scelsero di morire combattendo piuttosto che crescere servi. (..) Per la prima volta, i miserabili hanno deciso di prendersi insieme al potere anche la parola. (..) La Comune di Louise Michel è un testo quasi dimenticato. Perché non è bello, e a dirla tutta, nemmeno lei lo è. E nemmeno la storia che stiamo per raccontare, così piena di sangue e di dolore, di rabbia e di addii. Questo libro vuole testimoniare. Nella letteratura dell’epoca è considerato un ibrido tra un diario, un racconto corale, un saggio e una cronaca.

I fatti riportati vengono raccolti dalla Michel al ritorno dalla colonia penale in Nuova Caledonia, nel 1898, e dopo un’ulteriore reclusione di qualche anno. Molti dei suoi scritti sono andati persi, come ammette lei stessa. Resta un ricco epistolario, alcune opere poetiche, alcune opere teatrali. Ecco il teatro che torna. Leggete questo lungo racconto come la mise en éspace di un immenso coro di protagonisti. Non lasciatevi impressionare dalla mole capillare di fatti raccontati, dalla pletora di nomi: lo fa perché è l’unico modo per permettere di vivere in eterno a chi è morto per l’eternità dell’Idea. Tutti devono essere ricordati, tutti sono importanti. L’edizione che avete tra le mani nasce sulla traccia di quella italiana più popolare, pubblicata da Editori Riuniti e allegata in omaggio agli abbonati di «Rinascita», nel 1969. -

Chiara Di Donato, dalla prefazione all’edizione digitale cit.

NOI SIAMO SPETTRI ANCORA VIVI IN MEZZO AI NOSTRI MORTI

- Oggi, la Comune è pronta per la storia. A distanza di venticinque anni i fatti si delineano nettamente, si scoprono nel loro aspetto più autentico. Visti da lontano, gli avvenimenti si presentano come allora, con la differenza che ieri era insorta solo la Francia, mentre oggi tutto il mondo si è risvegliato. Qualche anno prima della sua fine l’impero rantolante si aggrappava a tutto, al ciuffo d’erba come alla roccia, tutto gli sfuggiva e ciononostante si aggrappava sempre, con gli artigli sporchi di sangue e i piedi sospesi nel baratro. Ma venne la disfatta. La montagna, franando, lo schiacciò. Tra i giorni di Sedan e i nostri le cose appaiono spettrali, e anche noi siamo spettri ancora vivi in mezzo ai nostri morti. Quest’epoca è il prologo del dramma che cambierà le basi delle società umane. Le nostre lingue imperfette non possono rendere esattamente l’impressione magnifica e terribile del passato che si dissolve confondendosi con l’avvenire che sorge.

 Louise Michel, 1898

* Louise Michel (Vroncourt-la-Côte, 29 maggio 1830 – Marsiglia, 9 gennaio 1905) è stata un'anarchica, insegnante, scrittrice e rivoluzionaria francese, ricordata per il suo ruolo preminente durante la Comune e il suo sostegno all'emancipazione femminile.

- In Francia c’è il Muro dei Federati della Comune, nel cimitero del Père-Lachaise a Parigi: il muro contro cui vennero ammassati e fucilati migliaia di comunardi (cinquemila in un sol giorno – maschi come femmine, vecchi come giovani, operai e artigiani come piccoli commercianti, artisti come prostitute). Accadde tra il 21 e il 28 maggio, nella terribile “semaine sanglante” in cui la borghesia francese scatenò la sua sete di vendetta e di morte.




I morti della Comune non sono morti invano, e l’esempio della Comune ha innervato speranze, organizzazioni, rivolte nel corso del tempo, nella storia e nella geografia del nostro pianeta che non è soltanto “l’aiuola che ci fa così feroci” ma è e deve tornare a essere nonostante tutto anche il luogo delle utopie indispensabili, dei “domani che cantano”. Goffredo Fofi,  I giorni della Comune - Parigi 1871, con una cronologia di Mariuccia Salvati, ed.e/o, 2021 - ed.digitale, pos.55 di 251

vedi anche: 

LA COMMUNE è THE 'NEXT REVOLUTION'


giovedì 9 marzo 2023

RIBELLARSI QUANDO E' GIUSTO: l'inchiesta sociale nei 'Quaderni Rossi' di Panzieri e in Mao-Tse-Tung

 

L’inchiesta sociale, uno dei cardini della metodologia di ricerca e studio subalternista, diretta alle fonti senza mediazioni per ridare la parola ai ‘margini’ della storia e alle ‘tracce’ per un inventario non ‘interpolato’ dalle classi dominanti (Gramsci) .

Il metodo dell'INCHIESTA consente di cogliere la realtà concreta nella sua complessità, le caratteristiche specifiche della situazione in cui si lotta, quelle delle forze sociali che sono in campo, le convergenze e le divergenze di interessi, i loro problemi più urgenti, il peso dei retaggi culturali e di tutti quei fattori che non possono essere desunti dogmaticamente dai “testi sacri”. - Roberto Sassi, da FB

 

L’”OPERAISMO” NACQUE DALL’INCHIESTA SOCIALE

“1. Chi non fa inchieste non ha diritto di parola.

2. Anche chi non fa inchieste giuste non ha diritto di parola.” (Mao-Tse-Tung, 1931)

-Seppur distante dal ’maoismo’, anche se la datazione della perorazione di Mao la situi nel movimento rivoluzionario cinese della creazione delle ’basi rosse’, nel 1961 nasce l’’operaismo‘ italiano con i «Quaderni rossi», rivista e gruppo di studio fondato da Raniero Panzieri che proviene dal Psi, e Mario Tronti, dal Pci. A Torino, il gruppo studia la condizione della classe operaia e le trasformazioni avvenute nell’ultimo decennio nel mondo del lavoro, in particolare la nuova composizione della classe operaia, l’organizzazione del lavoro nella fabbrica fordista e le nuove forme di lotta. Si fa inchiesta, attraverso gruppi di studio ai quali partecipano intellettuali e operai delle grandi fabbriche, Fiat e Olivetti, con obiettivi pratici e teorici al tempo stesso, diretti ad organizzare la lotta e le iniziative della base operaia, fuori e contro la mediazione di partiti e sindacati. Svolgeranno un importante ruolo nella rivolta di piazza Statuto. Dall’esperienza di «Quaderni Rossi» ha origine nel 1963 «Classe operaia» (ne fanno parte tra gli altri Negri, Tronti, Asor Rosa, Cacciari), rivista e gruppo di inchiesta, studio e intervento nelle fabbriche di Porto Marghera. Nel 1968-69 da quest’area nasceranno i due maggiori gruppi della sinistra extraparlamentare Potere Operaio e Lotta Continua. Da prospettive diverse, come i gruppi marxisti-leninisti esprimono una frattura profonda con la cultura politica del Pci, considerato partito dell’aristocrazia operaia.

- Raniero Panzieri, fondatore dei Quaderni rossi, muore nel 1964, all’età di 43 anni. Di formazione filosofica, intreccia per molti versi la propria esperienza intellettuale a quella di Franco Fortini, e, nel quinquennio 1956-1961, è vicino agli studi e le elaborazioni di Ernesto de Martino e a Galvano della Volpe.

 

redazionale #SubalternStudiesItalia

Chi non fa inchiesta non ha diritto di parola!

- https://www.infoaut.org/approfondimenti/chi-non-fa-inchiesta-non-ha-diritto-di-parola

Quella che segue è una direttiva indirizzata dal Dipartimento politico generale della Commissione militare rivoluzionaria del Comitato centrale del PCC a tutti i governi locali di vario livello e a tutti i dipartimenti dell’Esercito rosso. Nel febbraio 1931 l’Esercito rosso aveva respinto con successo la seconda campagna di “accerchiamento e annientamento” lanciata dal Kuomintang e allargato la zona sovietica. Nel PCC, nonostante la critica della linea di Li Li-san avesse avuto successo, continuava il contrasto tra la linea patrocinata da Mao Tse-tung (di cui la direttiva qui pubblicata è espressione) e la linea prevalente nel CC, la linea patrocinata da Wang Ming, che per molti aspetti continuava la linea di Li Li-san.


Abbiamo stabilito due formulari di inchieste sulla popolazione e la terra. Essi riguardano principalmente il rapporto fra popolazione e terra per ogni classe e, ancora più concretamente, rispondono con la ferrea forza dei fatti ai nostri numerosi problemi odierni.


In molti luoghi, anche quando ci passiamo con l’Esercito rosso, spesso si trascura di indagare sulla situazione reale e si decidono i piani di lavoro e si dirige l’attività di coloro che stanno ai livelli inferiori basandosi esclusivamente sulle proprie fantasie. Allora ne risulterà che i piani non funzioneranno e la direzione sarà errata.

Se compileremo con la massima attenzione e serietà i due formulari, risolveremo molti dei nostri problemi; in particolare speriamo di tutto cuore che i dipartimenti politici dell’Esercito rosso facciano ovunque attente indagini sui numerosi problemi reali che scaturiscono dall’attuale distribuzione delle terre, che gli organi di potere locale vadano in ogni distretto a fare altrettanto e che tutti i responsabili dell’Esercito rosso e del governo facciano, secondo i tempi e i luoghi, queste inchieste e queste statistiche.

I requisiti necessari perché i risultati delle inchieste siano veritieri e corretti sono i seguenti.

1. È necessario formarsi un metodo appropriato a questo lavoro, guardare con chiarezza alla sua importanza: solo allora si potrà procedere con diligenza.

2. Chi fa tali inchieste non deve temere fastidi nel procedere alle indagini in un villaggio, deve trovare i registri in cui sono annotati la terra e la popolazione alla quale era stata distribuita la terra e deve intervistare i membri del comitato addetto a tale mansione in quel villaggio e coloro che sono ben al corrente della situazione. Innanzitutto bisogna distinguere chiaramente l’appartenenza di classe di ogni famiglia e di ogni mu di terra (se appartenga a proprietari terrieri, a contadini ricchi, a quelli medi o a quelli poveri), quindi calcolare con precisione matematica e scrivere le cifre reali.

3. Al momento dell’inchiesta, i compagni che il governo di livello superiore manda per dirigere e quelli incaricati dal Dipartimento politico devono spiegare dettagliatamente e con chiarezza ai compagni che svolgono l’attività, il contenuto dei due formulari e i punti che meritano attenzione; devono dire chiaramente che il criterio per considerare un contadino ricco è vedere se parte considerevole del

suo reddito deriva da sfruttamento; che sono contadini medi quelli che danno o prendono in prestito piccole somme; contadini poveri quelli che (prima della rivoluzione) erano salariati e ora hanno ottenuto la terra da lavorare; si chiamano lavoratori indipendenti coloro che si guadagnano la vita basandosi sul lavoro indipendente (sarti, falegnami) e la cui famiglia non è tutta dedita alla coltivazione della terra; questi e coloro che lavorano parte nei campi e parte nell’artigianato, in base alla loro posizione economica rientrano fra i contadini poveri, medi o ricchi. La discriminante fra i liberi professionisti e i vagabondi sta nel fatto che i primi esercitano una certa attività professionale (come i medici o gli insegnanti) e i secondi non ne hanno una stabile, conducono una vita irregolare e commettono molte cattive azioni.

Se durante l’inchiesta non vengono chiariti tutti i suddetti punti necessari, si sbagliano le componenti di classe e si perde il giusto valore delle statistiche. I due formulari relativi uno alla terra e l’altro alla popolazione hanno una stretta relazione; devono essere compilati contemporaneamente. Una volta scritti, non importa se da un collettivo o individualmente, vanno sigillati e spediti direttamente al Dipartimento politico generale della Commissione militare rivoluzionaria del Comitato centrale.

Il nostro slogan è:

1. Chi non fa inchieste non ha diritto di parola.

2. Anche chi non fa inchieste giuste non ha diritto di parola.


INVESTIGAZIONE E RICERCA nella metodologia dell’inchiesta sociale di Mao-Tse-Tung / “ricercare” significa studiare.

“Niente investigazione, niente diritto alla parola”: sebbene questa frase sia stata posta in ridicolo come “gretto empirismo”, a tutt’oggi non mi rammarico di averla espressa; non solo non me ne rammarico, ma insisto nel sostenere che se non si è investigato non si può aver diritto alla parola. (..)

Se non è collegata con la pratica rivoluzionaria, la teoria diventa inutile. Se non è diretta dalla teoria rivoluzionaria, la pratica brancola nel buio. (..)

“ricercare” significa studiare. (..) per fare ciò, non dobbiamo basarci sull’immaginazione soggettiva, sull’entusiasmo di un momento, sui testi senza vita, ma sui fatti che esistono obiettivamente; dobbiamo prendere possesso del materiale dettagliatamente e, guidati dai princìpi generali del marxismo, trarre da esso conclusioni corrette. Acchiappare i passeri con gli occhi bendati o fare come “il cieco che annaspava per prendere il pesce”, essere grossolani, vanagloriosi, contentarsi di una conoscenza superficiale: questo è lo stile di lavoro 

estremamente cattivo, completamente contrario allo spirito fondamentale del marxismo, che continua ad esistere tra molti compagni del nostro partito. Marx, Engels, ci hanno insegnato a studiare coscienziosamente le situa-zioni, a procedere dalla realtà oggettiva e non dalle aspirazioni soggettive; tuttavia molti nostri compagni vanno direttamente contro questa verità. (..)

 

Bisogna usare la teoria e il metodo del marxismo per fare una sistematica e rigorosa indagine ed uno studio dell’ambiente circostante. Non bisogna basarsi sul solo entusiasmo, ma combinare lo slancio rivoluzionario con il senso pratico. Per capire la situazione, l’unico metodo è quello di fare un’indagine sociale, investigare le condizioni di vita di ciascuna classe della società. Per quanto riguarda coloro che sono incaricati del lavoro di direzione, il metodo fondamentale per capire la situazione è quello di fare un certo numero di indagini rigorose concen-trandosi, con un piano, su alcune città e alcuni villaggi, usando il punto di vista fondamentale del marxismo, cioè il metodo dell’analisi di classe.

Stralci dal Il libretto rosso. Pensieri di Mao, ed. digitale it. a cura di Paolo Mallizzi, Fermento, 2016, pos. 600 di 1127 - Il libretto rosso. Pensieri di Mao (Società, politica e ideologie Vol. 1) (Italian Edition)

 https://amzn.eu/3TKZ1Dq     

Una montagna di menzogne ci opprime, una filosofia dell’irreversibile e dell’ineluttabile vuole imporci l’accettazione incondizionata dello stato di cose presente. La Storia ci chiude la bocca, curva le nostre spalle. E son sempre di più quelli che, stanchi di cercare l’ago nel pagliaio, cominciano a pensare che la paglia non è poi tanto male… Tempi bui, davvero tempi bui: tempi di disastri e stragi, tempi di tirannia. Il Nuovo Ordine Mondiale Imperialista, dopo aver celebrato i suoi fasti, è precipitato in una crisi di sistema senza precedenti. Il mercato ha regolato tutti i conti, a modo suo, ma i conti non tornano. È tempo di incominciare la Rivoluzione.

di Roberto Sassi -  da Mao Tse Tung - Ribellarsi è giusto!, a cura di Roberto Sassi, ed. digitale, 2021, interno4edizioni

E-mail: interno4edizioni@gmail.com, pos.79 di 254




Raniero Panzieri (1921-1964)








mercoledì 8 marzo 2023

IL BLUES DI JAMES CONE: la divinità degli oppressi è black, la teologia è black, A Black Theology of Liberation

 

«Un nuovo spettro si aggira nelle società bianche e rende insicuri i teologi. Si chiama “teologia nera”. Dopo i socialisti, che hanno criticamente messo in discussione il posto che la teologia cristiana occupa nella società capitalista, è ora la volta dei neri, oppressi dalla colonizzazione e dalla schiavitù, che denunciano la nostra teologia come “teologia bianca”, perché condizionata e influenzata dalla situazione determinata dal predominio bianco nel mondo.» Con queste parole Jürgen Moltmann apriva un dibattito fra teologi sulla teologia nera negli anni '70. La nuova realtà teologica nasce dai movimenti per i diritti civili di Martin Luther King, dal costituirsi di Potere Nero e dall'emergere del gruppo rivoluzionario di presa di coscienza nera (Black Awareness Movement) e dell’impegno di Angela Davis, militante del Partito Comunista degli Stati Uniti d’America.

 

Il Dio/dio degli oppressi - La teologia dei neri americani, di qualsiasi chiesa e religione (specialmente il cristianesimo delle chiese nere e l’Islam nero), è incomprensibile senza accettare l’idea che la tradizione teologica di origine biblica è una teologia della liberazione, specialmente per i non bianchi e per coloro che furono soggetti al potere dei bianchi europei, in America e negli altri continenti. Questa è l’architrave della Black Theology di James Cone (1936-2018), nero dell’Arkansas che si appassionò anche alla musica blues e alla sua anima, agli spirituals e ai loro significati per l’antropologia del sacro; una Subaltern Theory dunque, ma ancor più propriamente una Post Colonial Theology.

James H. Cone insegnò teologia dal 1970, a New York, nel prestigioso seminario dell’Union Theological  e nel 1977 raggiunse l’apice della sua fama di teologo “sistematico”, conseguendo la cattedra di teologia “sistematica”, appunto, che era stata di Charles A. Briggs (1841 - 1913), già scomunicato dalla Chiesa presbiteriana per eresia a causa della sua teologia liberale riguardo alla Bibbia.

Accanto a Malcom X e Martin Luther King, James Cone, come d’altra parte Cedric Robinson e il ‘black marxism’, assurge a simbolo antimperialista e postcolonialista del razzismo classista dell’Occidente.

vedi anche su questo blog

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2023/01/il-black-marxism-e-i-margini-di-marx.html

 

STORIA, SPERANZA E  LIBERTÀ secondo JAMES CONE

La libertà è quella struttura e quel movimento nell'esistenza umana che permettono di lottare contro la schiavitù e l'oppressione. La storia è il luogo in cui si attua la libertà. La speranza è l'anticipazione della libertà che si attua poi nella storia. La speranza è la visione della libertà, e la storia è il contesto in cui la visione diventa realtà. Libertà, storia e speranza sono tra loro collegate in quanto esprimono l'essenza dell'umanità, il suo posto e anche la sua realtà futura. Quando la libertà è separata dalla storia, non è più vera libertà: è un oppio, un sedativo che rende gli uomini contenti perfino della negazione della libertà, cioè dell'oppressione. Si nega pure la libertà quando la si scinde dalla speranza, dalla visione di un nuovo cielo e di una nuova terra. La speranza è la trascendenza della libertà, è il riconoscimento da parte dell'anima che ciò che 'è' si suppone che non sia. La storia è l'immanenza della libertà, il riconoscimento che ciò che 'è' è il luogo in cui siamo chiamati a dare testimonianza al futuro, è il "non ancora" dell'esistenza umana. La libertà è dunque un progetto, non un oggetto. E' la proiezione dell'io nella storia contro le strutture che negano la libertà, per dare testimonianze al regno futuro della perfetta libertà.

James H.Cone, da Contesto sociale della teologia: libertà, storia e speranza, sta in Teologie dal terzo mondo - Teologia nera e teologia latino-americana della liberazione, a cura di Archie Le Mone, Queriniana, Brescia, 1974, pp.17-18. Si tratta delle relazioni tenute nel simposio teologico tenutosi a Ginevra dal 1 al 5 maggio 1973 da James H. Cone, Hugo Assmann, Paulo Freire, ed Eduardo I. Bodipo-Malumba.


a cura di 








giovedì 2 marzo 2023

Risorgimento, resistenza, rivoluzione - Le tre R di Angelo Gracci, il partigiano 'Gracco'

 

Risorgimento, resistenza, rivoluzione - recensione  alla 'Rivoluzione negata' del partigiano 'Gracco'

 

- Si deve ad Angiolo Gracci, 'Gracco', Brigata Sinigaglia, il primo libro sulla Resistenza italiana. Uscì nel 1945. Vicecomandante partigiano, era entrato con la brigata di Aligi Barducci ('Potente') nell'agosto del 1944 nella Firenze liberata e l'8 aveva visto la morte del suo eroico comandante.



Politicamente, nel 1966 Gracci contribuì a fondare il Partito Comunista d’Italia (m-l) a Livorno e si gettò nell’impresa con tutta la passione di cui era capace. Una passione che non lo abbandonò neanche quando la nuova organizzazione si divise e si frantumò tra le cosiddette ‘linea nera’ e ‘linea rossa’, ed egli divenne uno dei rappresentanti di quest’ultima con il giornale Il Partito.

‘Gracco’ non era un minoritario e la sua intransigenza sui princìpi non ha mai fatto velo alla sempre dichiarata esigenza di analizzare le fasi storico-politiche e della necessità della dimensione popolare e di massa della lotta delle classi subalterne, pur mosse, innestate e guidate dalle avanguardie coscienti in senso leninista.
Gracci aveva ben presente i tratti della questione meridionale italiana. E con convinzione ribadiva sempre che il processo rivoluzionario sarebbe stato impossibile senza il protagonismo del popolo del Mezzogiorno. Era stato al fianco del popolo di Battipaglia nelle lotte della Piana del Sele alla fine degli anni ’70 e successivamente, si era speso sino in fondo in una battaglia che riteneva decisiva, quella contro la mafia e la corruzione dei ceti dirigenti che la alimentano. E considerava l’episodio di Portella delle Ginestre del ‘47 come un ulteriore stupro nei confronti del popolo meridionale, che connotava i caratteri del nuovo dominio della borghesia capitalista del dopoguerra, violentatore degli aneliti alla liberazione e all’affrancamento da ogni assoggettamento. Da qui anche il suo interesse per la rivoluzione giacobina partenopea del 1799, che legò a tutte le vicende successive del nostro paese, al Risorgimento, alla Resistenza, alla nuova questione meridionale. E scrisse, nel suo bellissimo La rivoluzione negata (La Città del Sole, 1999) che “è, quindi, nel Meridione che la Rivoluzione italiana ripone, anche oggi, le sue maggiori speranze.”(pag.220).




Angelo Gracci, La rivoluzione negata. Il filo rosso della Rivoluzione italiana. Memoria storica e riflessioni politiche nel Bicentenario 1799-1999, Napoli, La Città del Sole, 1999

Lavoro politico web-Linea Rossa, nr.15 - aprile maggio 2000

Recensione di Ferdinando Dubla, direttore di Lavoro Politico e ricercatore Subaltern studies Italia


https://www.academia.edu/97788618/Risorgimento_resistenza_rivoluzione_recensione_alla_Rivoluzione_negata_del_partigiano_Gracco

 

Su Angelo Gracci vedi anche su questo blog - http://ferdinandodubla.blogspot.com/2012/04/angiolo-gracci-un-comunista-testa-alta.html





4 agosto 1944 - la Brigata 'Sinigaglia' entra nel quartiere d'Oltrarno a Firenze