Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

Powered By Blogger

lunedì 22 gennaio 2024

La carezza di Savasta (poesie didascaliche)

 


«La fase storica che ha caratterizzato il movimento degli anni ’60 e ’70 era impregnata di una forte connotazione ideologica. L’aspirazione collettiva era, pur se con metodologie diverse, cementata dalla comune adesione ai principi marxisti. L’esempio che ci proveniva dal Vietnam dalla Cina da Cuba era il punto di riferimento generazionale, pur essendo oggetto di una analisi che ne sopravvalutava il ruolo. La mancanza di un pensare collettivo, di una visione della vita basata sulla solidarietà fra persone dello stesso paese e non solo, sono ormai assenti da molto tempo, a prescindere dai contenuti ideologici di allora, nella cultura occidentale. I movimenti che attraversano questa fase, oltre ad essere privi di una visione ideologica e politica omogenea, fanno i conti con una società in cui trionfa l’individualismo e la passività culturale. L’interpretazione utopistica che del marxismo ha avuto il movimento degli anni ’60 ’70 ha prodotto si dei danni gravissimi, ma l’assenza dei valori di riferimento e la confusione ideologica potrebbero comunque produrne di ulteriori».
Mara Nanni, 22 gennaio 2007,

Le ragioni politiche del mio pentimento: in primis lo scollamento con i movimenti di massa e il ritenere la lotta armata l’unico perno della conflittualità antagonista, diventando così autoreferenziale.
(pp. 15,16) 28 aprile 1982, Interrogatori Antonio Savasta




Lì tra le sbarre di grida antiche

fermo sta ad aspettare il tempo

 

ti vedo complice di un assetto nuovo

 

la vedo dolce la dolorosa scelta e poso lo sguardo

dove gli altri non vede. Ma ciò che non si vede è. 

 

La mia carezza ti avvolge languida prostrata al tuo sorriso. 

 

Vengo da te, ma il tempo è andato via, il tempo non ci aspetta. 

 





RAGAZZI DEGLI ANNI 70

Vorrei vedere con i tuoi occhi, anche solo per un momento, vorrei quindi andare lontano, dove gli altri non vedono, portare con me quello sguardo. Le mie stelle, di notte, sono proprio gli occhi tuoi.

“poso lo sguardo

dove gli altri non vede. Ma ciò che non si vede è.“





RAGAZZI DEGLI ANNI 70 / 2.

Sento il coro degli antichi, quando il domani era come ieri. “Lì tra le sbarre di grida antiche/ fermo sta ad aspettare il tempo”.

Vedo le sbarre e i limiti del mondo, poi con voi mi metterò a volare, fuori di qui e nel niente che son loro. Se il sorriso non  vi basta, prendete le mie idee, lanciatele lontano, si poseranno nella bella città, quella del sole.


RAGAZZI DEGLI ANNI 70 / 3.

1.In corteo davanti ai cancelli di Mirafiori. Torino, 1973

2. Zurigo, 1974. Emigrante italiano

Fotografie originali Tano D’Amico

[Prendo ancora da voi la forza del pensiero, un ideale grande che l’amore cerca

e se tu lo troverai domani, non dirmi chi sono, dimmi chi siamo

quel giorno che il tempo si ferma, ci saremo anche noi]

fe.d., poesia didascalica







Sandalini o piedi nudi

gridate al mondo che volete andare a scuola

che non ci andate oggi perchè la scuola non c’è più

si son difesi da voi, distruggendola, perchè domani, con sapere coscienza e conoscenza

potreste far saper a quel mondo che le grida dei bambini

 non si sentono più.

 

opera di Domenico Campagna, gennaio 2024






Ferdinando Dubla, gennaio 2024








venerdì 19 gennaio 2024

L'irriducibile pentito: Savasta e le Brigate Rosse (5.) - La lettera dal carcere alla vedova Taliercio

 




Nel febbraio del 1985, dal carcere dove era finito dopo l’arresto avvenuto nel 1982 in seguito al quale divenne collaboratore di giustizia, Antonio Savasta scrisse una lettera a Gabriella, la vedova di Taliercio, nella quale si diceva: 

“Suo marito, in quei giorni, è stato come lei lo descrive: pacato, pieno di fede, incapace di odiarci, e con una dignità altissima. È vissuto serenamente, anche se i suoi pensieri e le sue preoccupazioni andavano a voi. Era lui che tentava di spiegarci il senso della vita e io, in particolare, non capivo dove prendesse la forza per sentirsi sereno, quasi staccato dalla situazione drammatica che viveva. Ha lottato per affermare anche a noi, che parlavamo un linguaggio di morte, il diritto alla vita, suo e di tutti. Lo so, signora, che questo non le restituirà molto. Ma sappia che dentro di me ha vinto la parola che portava suo marito. (..) È stata un seme così potente che nemmeno io, che lottavo contro, sono riuscito ad estinguere in me. È stata un fiore che voglio coltivare per poter essere io, a mia volta, a donarlo. Se non ci foste stati voi, io sarei ancora perduto nel deserto.”

tratto da Pierluigi Vito, I prigionieri, Augh! edizioni, 2021, pag. 253-254

Il racconto di Vito è una scrittura romanzata del sequestro e dell’omicidio di Giuseppe Taliercio, direttore del Petrolchimico di Porto Marghera (notte tra il 5 e 6 luglio 1981) ad opera delle Brigate Rosse. Cerca di dare voce ai protagonisti, ma attraverso testimonianze dirette dei brigatisti e ricostruzioni documentarie e atti processuali, comprese le confessioni di “Emilio”, Antonio Savasta, che sparò materialmente al dirigente industriale. La memoria è contenuta nei suoi interrogatori. - 

Cfr. Senato della Repubblica - Camera dei deputati VIII legislatura - Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia - Atti giudiziari - Interrogatori resi da Antonio Savasta a varie autorità giudiziarie, Roma, 1993, 

https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/284588.pdf 

 

Contributo per Wikipedia - sequestro e omicidio Taliercio - voce: Antonio Savasta

redatto da: Ferdinando Dubla




Il sequestro di un dirigente di fabbrica in Veneto era stato ideato dalle BR agli inizi del 1981. Il Comitato esecutivo aveva fondato il Fronte fabbriche, di cui Savasta era parte dirigente, per individuare gli obiettivi da colpire, con la logica politica della centralità operaia nella lotta di classe armata, per un’organizzazione che era fortemente scossa dalle lacerazioni interne che avevano provocato la scissione della colonna milanese della “Walter Alasia” e l’autonomizzazione sempre più spinta del Partito-Guerriglia  di Giovanni Senzani , appoggiato dal Fronte carceri.[1]

Fu scelto l’ingegnere Giuseppe Taliercio, 53 anni, direttore dello stabilimento del Petrolchimico della Montedison di Porto Marghera, che era al centro di un’aspra vertenza sindacale e che il 29 gennaio dell’anno precedente aveva già visto l’omicidio di Sergio Gori, il vice direttore.[2]

Il 20 maggio 1981, alle 13,00, un commando di quattro brigatisti mascherati da finanzieri riuscirono ad inserirsi nella sua abitazione di corso Milano, imbavagliarono la moglie e due giovani figli, lo rinchiusero in un baule e fuggirono. Due di loro, dalle ricostruzioni processuali e le confessioni di Savasta, rimasero ancora un’ora nell’abitazione per sorvegliare i familiari imbavagliati e si cucinarono un piatto di pasta. Erano lo stesso “Emilio” e Pietro Vanzi.  Gli altri due erano Gianni Francescutti e Francesco Lo Bianco, che portarono il rapito in un casolare di Tarcento (UD) per sottoporlo a processo da parte di un ‘tribunale del popolo’. Dopo 47 giorni di prigionia, l’ingegnere venne assassinato con 20 colpi con due diverse pistole sparati contro il baule in cui era stato costretto a entrare.  Fu Savasta a esplodere i colpi, come da sue confessioni.[3]

Alle due di notte circa del 6 luglio una Fiat 128 venne ritrovata a pochi passi da uno dei cancelli del Petrolchimico di Marghera con il cadavere di Taliercio nel bagagliaio.

1) Cfr. Nicola Rao, Colpo al cuore - Dai pentiti ai “metodi speciali”: come lo Stato uccise le BR. La storia mai raccontata, Sperling & Kupfer, 2011, cit. da eBook, pos. 241

2)  https://www.vittimeterrorismo.it/vittime/sergio-gori/

3) di PABLO DELL'OSA, 20 maggio, su Il Centro, 19 maggio 2023.


Video Antenna Tre 








giovedì 11 gennaio 2024

Sull'operaismo, gli operaisti e Potere Operaio

 



 “Alberto Magnaghi, Stefano Lepri, Valerio Morucci, Franco Berardi, Oreste Scalzone, Francesco Bellosi, Lanfranco Pace, Letizia Paolozzi, solo per citare alcuni nomi. Finalmente, a distanza di quasi trent'anni,”, - dalla scheda di presentazione - “chi tentò più o meno direttamente di combattere i poteri dello Stato ha deciso di parlare. Questo volume restituisce, al di fuori di ogni cautela, le testimonianze inedite dei protagonisti di Potere operaio. scheda di Aldo Grandi, <Insurrezione armata>, [Bur, Rizzoli, 2013].

- Per Derive e Approdi, Gigi Roggero ha pubblicato nel 2019 un’introduzione 'didattica' allo studio dell’operaismo politico italiano, “Genealogia, storia, metodo”, di cui consigliamo la lettura e lo studio. Gli studi subalternisti, che ricercano sulla soggettività antagonista della classe, si collegano al metodo dell’inchiesta sociale, sia nelle forme dei “Quaderni Rossi” di Panzieri, sia in quelle più direttamente legate alla prassi politica.

 

cfr. RIBELLARSI QUANDO E' GIUSTO: l'inchiesta sociale nei 'Quaderni Rossi' di Panzieri e in Mao-Tse-Tung, http://ferdinandodubla.blogspot.com/2023/03/linchiesta-sociale-nei-quaderni-rossi.html



             Raniero Panzeri (1921-1964)

PER UNA CRITICA DELL’OPERAISMO

 

 “Lotta continua e Potop avevano molto in comune, ambedue erano gruppi antideologici, antimaoisti, che avevano come riferimento la classe operaia (oggi, ripensandoci, credo che la classe operaia a cui facevamo riferimento era altrettanto astratta delle massime di Mao, ma, allora, ci sembrava, invece, concretissima).” Andrea Barzini, testimonianza in Aldo Grandi, Insurrezione armata, Rizzoli, 2005, cit. da e.book, pos.190.

- Lotta Continua, più che antideologica, era un’organizzazione ’di movimento’ con diversi tipi di idealità politiche al suo interno, dal marxismo all’anarchismo, dando forma, contenuti e metodi di lotta al ribellismo del marginale metropolitano. Non si poneva obiettivi generali strategici se non quelli che scaturivano dalla stessa battaglia politica di resistenza o ‘resistenza offensiva’.

- Potere operaio fu invece l’organizzazione che fece proprie le tesi operaiste. Ma quali? Del secondo ‘operaismo’, nelle versioni di Antonio Negri in particolare, che infatti nutrirono anche l’Autonomia operaia che si sviluppò dopo la dissoluzione di POTOP al convegno di Rosolina nel giugno 1973.

#LavoroPolitico per la storia dei movimenti antagonisti              

 

 

Sul ‘primo’ e ‘secondo’ operaismo, sull’”operaio-massa” e l’”operaio sociale”

 

- Si erano formati sui «Quaderni rossi» e su «Classe operaia», sugli scritti estetizzanti, ma terribilmente coinvolgenti di Mario Tronti. Leggevano libri difficili: “Operai e capitale” innanzitutto, e testi di Marx dimenticati e riscoperti da poco, indicati con un titolo quasi confidenziale, come il «Frammento sulle macchine» nei Grundrisse, da poco tradotti da uno studioso amico di Tronti, Enzo Grillo. (..)

Per loro il comunismo doveva essere qualcosa del tutto nuovo, da reinventare in Occidente, al punto più alto dello sviluppo, dove non era il capitale a essere più debole, ma la classe operaia a essere più forte. (..)

“Per noi gli operai non erano quelli che organizzavano un ordine nuovo, che costituivano l’alleanza con gli intellettuali organici, ma erano forza distruttiva il cui compito era far saltare il “piano” del capitale, questa enorme capacità del capitalismo moderno di proseguire lo sfruttamento al di fuori della fabbrica”. (Lanfranco Pace, dicembre 2001)

in Aldo Grandi, La generazione degli anni perduti - Storia di Potere Operaio, Chiarelettere ed., 1.ed. digitale 2003, pag.12 e 15.

 

- Sembra estranea la riflessione di Gramsci sugli intellettuali, ma, per il ‘primo’ operaismo di Raniero Panzieri il ruolo dell’intellettuale si riposiziona e da specialista, diventa ”specialista+politico” (Gramsci), cioè ’organico’ alla classe. Come tale, assume la conricerca, il collettivo, il gruppo di studio, la collaborazione, come strumento di lavoro. Diventa ’intelletto collettivo’.

Per il ‘secondo’ operaismo la critica alla funzione borghese dell’intellettuale specialista diventa critica alla stessa forma accademica di costruzione dei saperi e alla loro espropriazione ad opera del potere delle classi dominanti.

Essendo il movimento formato prevalentemente da intellettuali metropolitani separati dalla classe di cui dovevano descriverne la composizione per renderla centrale nel processo rivoluzionario, il ‘secondo’ operaismo è particolarmente efficace nel conio di nuove categorie, come ‘operaio massa’ e ‘operaio sociale’: il primo anticipa il secondo, è prevalentemente l’immigrato meridionale sradicato che in fabbrica prende coscienza e raddoppia la rabbia, deprofessionalizzato con mansioni parcellizzate e ripetitive; il secondo, nella seconda metà degli anni ‘70, sarà prevalentemente la teorizzazione di Negri sull’estensione della marginalità dalla fabbrica alla società e costituirà un substrato teorico del movimento del ‘77 egemonizzato dall’Autonomia.

 

Il convegno di Rosolina [RO] (maggio-giugno 1973): addio a Potere Operaio

 

Nei giorni 31 maggio, 1, 2 e 3 giugno 1973 si svolse a Rosolina, una località che avrebbe dovuto rimanere e sarebbe rimasta segreta, la quarta conferenza di organizzazione di Potere operaio, un convegno per delegati che fu, senza ombra di dubbio, il canto del cigno del gruppo. Quest’ultimo arrivò al congresso già profondamente diviso e l’atmosfera che si respirò in quei giorni di tarda primavera non fu certo delle più felici, ma, anzi, triste e malinconica. Non c’erano soltanto le differenze e le divergenze sulla linea politica adottata e da adottare. (..)

«La scelta di Rosolina, una località così fuori mano e fuori stagione, fu opera mia» racconta Novak «e fu del tutto casuale anche se dettata dall’esigenza di poterci ritrovare in un luogo che consentisse di riflettere con calma sulla situazione di quella nostra esperienza e delle nostre vite. Certo, eravamo nell’occhio del ciclone, e un po’ di cautela non bastava mai. Dopo aver prenotato l’albergo, quando arrivammo io non feci altro che consegnare il documento di una nostra compagna, si chiamava Tullia, che era quella dal look più rispettabile, e stilare un elenco di nomi presi di petto dalla guida telefonica. Nell’albergo non ci chiesero altro; d’altronde pagai tutto fino all’ultima lira e i gestori ne furono ben lieti. Rosolina fu un convegno drammatico e sancì la definitiva spaccatura tra Franco e Toni e la fine di Potere operaio anche se restò in vita ancora qualche mese, e segnò una lacerazione fortissima delle coscienze di molti. Qualcuno si abbandonò al pianto, alcuni scontri furono durissimi.»

Testimonianza di Jaroslav Novak in Aldo Grandi, La generazione degli anni perduti - Storia di Potere Operaio, Chiarelettere ed., 1.ed. digitale 2003, cit. da e-book, pag.357 e 359. Franco è Franco Piperno, Toni è Toni Negri.

 

 Le derive dei tardi epigoni “operaisti”. E sul ‘primo’ e ‘secondo’ operaismo



Un militante è sempre un individuo collettivo, e quando cessa di esserlo, tornando a pensare e a pensarsi come un io, cessa di essere un militante.

Gigi Roggero, L’operaismo politico italiano - Genealogia, storia, metodo, DeriveApprodi ed., 2019, pag.7

 

- “Con “Quaderni Rossi” inizia invece a porsi il problema di una messa in discussione dell’uso borghese della sociologia, con l’obiettivo di riformulare l’inchiesta operaia. (..), cit. pag. 26.

“L’operaismo in senso stretto comincia con <Classe operaia>. Coerentemente a questa interpretazione, Steve Wright definisce correttamente ‘Quaderni Rossi’ come il periodo di incubazione dell’operaismo. Panzieri porta a estrema tensione il rapporto tra autonomia di classe e istituzioni del Movimento operaio, però lì si ferma, all’interno cioè di una speranza che si rivelerà illusoria di poter trasformare le seconde al servizio della prima. [..] Panzieri (sosteneva) che per ripensare l’azione politica bisognasse partire dalla distanza che si è creata tra le istituzioni del Movimento operaio (partito e sindacato) e il movimento reale di classe; ora possiamo aggiungere che quella distanza, per Panzieri e il suo gruppo, va colmata, mentre per gli altri va approfondita,”, cit. pag.40.

 

L’operaismo in senso stretto, se ha avuto nei “Quaderni rossi” il suo periodo di incubazione e tra “Gatto selvaggio” e “Classe operaia” il suo pieno sviluppo, si può dire che finisca nel 1967. È la tesi di Tronti: “Quaderni rossi” e “Classe operaia” punto, poi comincia un’altra storia. (…) Non diversa, seppur con una prospettiva opposta, è la valutazione di Negri, espressa con chiarezza nell’introduzione alla ristampa di “Classe operaia” uscita nel 1979 per Macchina libri; nello stesso anno l’argomento viene sviluppato, articolato e approfondito nella sua intervista sull’operaismo curata da Paolo Pozzi e Roberta Tommasini, “Dall’operaio massa all’operaio sociale”. Non la pensa in modo differente Alquati, che negli anni successivi alla fine dell’esperienza collettiva non segue nè Tronti “dentro e contro” il PCI, nè i veneti e gli altri nel percorso che avrebbe condotto alla formazione di Potere operaio.

Gigi Roggero, L’operaismo politico italiano - Genealogia, storia, metodo, DeriveApprodi ed., 2019, cit. pag. 59.

                             

---------------------------

 

- Nel 1998 Franco Berardi, detto “Bifo”, dette alle stampe, per Castelvecchi, un agile libretto, “La nefasta utopia di Potere operaio”, in cui, inebriato di nuovismo cibernetico infotelematico, forse un avo dell’attuale ’intelligenza artificiale’, misurava la distanza siderale ormai tra il cosiddetto “metodo di scomposizione-ricomposizione del reale”, la categoria di “high-tech proletariat“, propugnati come cogenti stati di fatto della realtà in trasformazione incessante e i presupposti teorici e politici che avevano invece mosso la formazione di Piperno e Scalzone scioltasi nel giugno 1973 nel celeberrimo convegno di Rosolina. POTOP aveva ripreso le seconde tesi operaiste di Tronti e Toni Negri di “Classe Operaia” (ma con strade politiche differenti, il primo ‘entrista’ delle storiche organizzazioni del movimento operaio, in particolare il PCI, il secondo percorrendo e sviluppando l’”autonomia operaia”) distanziandosi a loro volta dall’impostazione del primo operaismo di Raniero Panzieri e lasciando in eredità la categoria di centralità della classe operaia per un processo rivoluzionario di lunga durata.

 

- L’allora direttore de Il Partito-Linea Rossa on line (poi #lavoropolitico_webserie) Angiolo Gracci,

https://it.wikipedia.org/wiki/Angiolo_Gracci

il partigiano fiorentino ‘Gracco’, fondatore nel 1966 del PCd’I - ‘linea rossa’, ci invitò a scrivere una recensione, quella che vi riproponiamo. Gracci era persuaso che il ‘primo‘ operaismo dei “Quaderni Rossi” di Panzieri si distanziasse di molto dal ‘secondo‘ operaismo. Panzieri proponeva un metodo di lavoro empirico diretto per l’inchiesta sociale della configurazione di classe, senza presupporre la centralità operaia, che era questione politica, ma per la verifica del fondamento teoretico della soggettività antagonista della classe. Il ‘secondo‘ operaismo presupponeva invece assiomaticamente la centralità operaia come motore della trasformazione rivoluzionaria, per cui l’inchiesta diventava, sul campo, la capacità politica della classe di rendersi egemone rispetto a tutti gli altri gruppi subalterni. ‘Bifo’, figura di spicco del movimento riconosciuto ala creativa del movimento del ‘77, con il suo testo superava le distinzioni, le cestinava e proponeva la scomparsa della classe (o, meglio, la sua aleatorietà eterea) come motore di una nuova storia. Quella del capitale, però, e l’omologazione ad essa, seppure nelle forme del ‘cognitivismo’. Nel frattempo, nel 2023, è stata ristampata la pubblicazione del giornalista Aldo Grandi sulla storia di POTOP, “La generazione degli anni perduti. Storia di Potere Operaio“, per Castelvecchi, ma originariamente edita nel 2003 da Einaudi, che però, storia nella storia, non ne volle mai una seconda edizione, nonostante il testo fosse andato esaurito. Aldo Grandi è l’autore anche di una meritoria antologia documentale delle fonti dirette, “Insurrezione armata”, per Rizzoli nel 2005, una ricerca storico-politica potremmo dire con il metodo di Panzieri, e anche ‘maoista’ a sua insaputa, dell’inchiesta sociale.

Lì c’è anche Franco Berardi, che ribadisce, rafforzandole, le tesi della sua “nefasta utopia“.

Ecco la nostra recensione in tempo reale di allora, 1998:

 

La nefasta utopia
di 'Bifo'


-- Ferdinando Dubla --

Il titolo dell'ultimo libro di 'Bifo' (Franco Berardi), già teorico del movimento degli 'indiani metropolitani' del '77, è mutuato dall'articolo che Giorgio Bocca scrisse agli inizi del 1979 per le colonne di 'Repubblica' e che imputava alle concezioni operaiste di essere state la matrice ideologica degli anni di piombo. Ma francamente, non sappiamo che idea un giovane si possa fare leggendo quell'articolo e questo saggio dallo stesso titolo, La nefasta utopia di Potere Operaio, sull'esperienza del Potop, come sinteticamente veniva indicata quell'organizzazione negli anni '68/'69. Entrambi, a nostro modesto avviso, fanno torto a quell'esperienza e alle passioni, alla militanza che suscitò nell'area della sinistra comunista e più generalmente antagonista. Bifo, infatuato delle teoretiche sulla comunicazione infotelematica e approdato tramite le teorie dei 'nuovi filosofi' francesi Deleuze e Guattari, all'astratta categoria dell' high-tech proletariat (il Levy di Cyberculture e N.Witheford) trasforma l'operaismo e la sua articolazione teorico-pratica nel padre del cosiddetto metodo composizionista, una metodologia eclettica di composizione-scomposizione del reale, a metà strada tra i funambolismi fenomenologici alla Husserl del mondo-della-vita (Lebenswelt) e le concezioni di rifiuto del lavoro di Antonio Negri.

Insomma, una miscellanea che nel libro si propone e pretende di interpretare in modo efficace le mutazioni sociali e tecnologiche, cancellando politica ed economia, consegnando la prima all'archeologia del XX secolo e la seconda, più prosaicamente, alla globalizzazione capitalista.
Conviene dunque partire dagli approdi del discorso: "La novità implicita nella digitalizzazione del processo produttivo sta qui: il ciclo capitalistico si è, per la prima volta nella storia del capitale, scollegato dal conflitto sociale. La società reale non può bloccare il circuito di connessione produttiva." [pag.233], che tradotto significa che la lotta di classe è morta. Ma non c'è solo questo, c'è di più e ben altro: "La verità è che la sinistra, realista o vittimista, liberista o statalista, è morta, e sopravvive come rappresentazione di un ceto residuale e di identità prive di futuro." [pag.234]; fine della sinistra, dunque. Allora, solo macerie? Si salva unicamente il 'principio femminile', ma attenzione, non l'esperienza, pur contraddittoria, del movimento femminista, ma il principio come sottrazione: "socialità senza competizione, irriducibilità del corpo al disciplinamento economico, primato del dono rispetto allo scambio salariato, ecc.." [pag.236].
Come è possibile questo 'guazzabuglio' di teorie e prestiti culturali che si vedono incollati al modo di un mosaico inguardabile? Se non fosse perché, nel trentennale del '68, questo libro di F.Berardi potrebbe arrivare a dei giovani in cerca di documentazione storica, non varrebbe sinceramente la pena di interessarsene. Il metodo composizionista, la digitalizzazione del flusso vitale intercomunicativo, l'esaltazione della disoccupazione come tempo di vita liberato et similia, poco c'entrano con Potere Operaio. Organizzazione che può avere avuto delle colpe e delle responsabilità storiche anche pesanti nel non essere riuscita a dare esito e sbocco compiuto alla lotta di classe e al movimento del '68/'69, ma che sono ben altre rispetto ai torti imputatigli da 'Bifo'. Il quale data al primo convegno nazionale del gennaio 1970 lo sviluppo della degenerazione leninista, un Lenin-salma che nulla poteva dire per le contraddizioni nelle metropoli (l'unico a capirlo, in quegli anni, oltre a Berardi naturalmente, fu il povero H.J.Krahl, ridotto a un antileninista antelitteram) contraddizioni che pure Potop intuisce essere centrali nell'interpretazione delle fasi capitalistiche e del conflitto capitale/non-lavoro e dei cicli della valorizzazione.
"Ma che senso può mai avere il leninismo nelle metropoli?" - si chiede (retoricamente) 'Bifo' -, "che senso può mai avere l'idea del partito di quadri quando il lavoro mentale diviene un continuum superindividuale che connette e globalizza innumerevoli cervelli? Il leninismo non poteva vedere altro che la rottura politica. Il lavoro mentale vede distintamente che il problema non è quello della forma politica ma quello del paradigma." [pag.69]
Ed è per la netta visione di questo paradigma (che rivendica l'azzeramento della contraddizione dialettica in favore dell' asimettria paradigmatica, alla Francois Lyotard) che l'antileninismo porta a conclusioni ovviamente anticomuniste e financo grottesche? Quelle, ad es., che liquidano le esperienze socialiste del XX secolo come 'criminali', in quanto "il comunismo è stato una forma di violenza antiproletaria e antiumana, un mostro di oppressione autoritaria, di conformismo culturale, di ipocrisia ripugnante, di dominio delle burocrazie feudali e militari più feroci, più ignoranti, più fasciste.", [pag.144] e anche oggi, pensate, Cina e Russia "sono (..) due potenze capitaliste a direzione nazi-comunista", [pag.235], affermazioni tipiche di una deriva, oltre che 'futurologica', reazionaria e becera, oggettivamente di destra, che infatti conclude con la vecchia, stravecchissima eternità del capitale: " Il capitale è probabilmente eterno, insuperabile. Questa è un'altra acquisizione filosofica dell'antistoricismo." [pag.145] Bifo e la sua 'nefasta utopia' arrivano dunque allo stesso punto di Ricardo e A.Smith, queste 'novità teoriche' di un secolo e mezzo fa. Dove si dimostra che l'antileninismo non può che approdare al liberismo premarxista, camuffandosi solo goffamente con teorie nuoviste e iperuraniche!
Per cui un merito il libro ce l'ha: dimostra l'impossibilità di connettere una concezione leninista con gli esiti estremi dell'operaismo. Una vera lezione, di metodo e di contenuto.

Franco Berardi (Bifo):
LA NEFASTA UTOPIA DI POTERE OPERAIO
Lavoro tecnica movimento nel laboratorio politico del Sessantotto italiano
Castelvecchi 1998


scritto nell'ottobre 1998 da
Ferdinando Dubla






mercoledì 10 gennaio 2024

Il Gramsci della centralità del soggetto rivoluzionario (Ferdinando Dubla, Marilia G. Machado)

 



 

- Marília Gabriella Machado -

DUBLA, Ferdinando. Gramsci e la fabbrica: produzione, tecnica e organizzazione del lavoro nel pensiero gramsciano (1913-1934). Manduria: Lacaita, 1986

da §Gramsci e a Fábrica: americanismo e fordismo de tipo operário (1919-1920)

 

Quando encarcerado, além de combater o fascismo, Gramsci reflete sobre os acontecimentos de sua juventude e também sobre categorias que começou a desenvolver e que ganharam, anos depois, uma finalização forçada devido sua morte precoce. Um dos textos de Gramsci que ficou muito conhecido foi o Americanismo e Fordismo, escrito em 1934. Nesse texto, assim como em Alguns temas da Questão Meridional, o comunista não deixa de lado a experiência do Biennio Rosso e entende que os operários de Turim forjaram um americanismo e fordismo de novo tipo com os princípios da autoeducação e da autogestão do trabalho. Dessa forma, o esforço de Gramsci era o de compreender as transformações de Turim e de dar forma política ao antagonismo espontâneo das massas, de maneira que a iniciativa subjetiva pudesse se objetivar na ação política de acordo com a produção e com o movimento da sociedade. (DUBLA, 1986, p.41).

tr.: Durante la prigionia, oltre a combattere il fascismo, Gramsci rifletté sugli avvenimenti della sua giovinezza e anche su categorie che aveva cominciato a elaborare e che, anni dopo, furono costrette a porre fine a causa della sua morte prematura. Uno dei testi di Gramsci che divenne molto noto fu Americanismo e fordismo, scritto nel 1934. In questo testo, come in Alcuni temi della questione meridionale, il comunista non lascia da parte l'esperienza del Biennio Rosso e comprende che il i lavoratori forgiarono un nuovo tipo di americanismo e fordismo con i principi di autoeducazione e autogestione del lavoro. In questo modo lo sforzo di Gramsci fu quello di comprendere le trasformazioni torinesi e di dare forma politica all'antagonismo spontaneo delle masse, affinché l'iniziativa soggettiva potesse oggettivarsi nell'azione politica in accordo con la produzione e il movimento della società. (DUBLA, 1986, p.41).

- A produção organizada pelos Conselhos de Fábrica estabelecia o necessário para o desenvolvimento da consciência de classes no processo produtivo com a racionalização da classe operária, a organização científica do trabalho e com o desenvolvimento técnico da transformação do trabalho e do trabalhador. É nesse sentido que a consciência crítica e revolucionária precisa, para Gramsci, romper o nexo produção/ técnica, libertando o modo de produção dos vínculos capitalistas e formando os homens do Novo Estado. (DUBLA, 1986, p.50).

tr.: La produzione organizzata dai Consigli di fabbrica stabilì ciò che era necessario per lo sviluppo della coscienza di classe nel processo produttivo con la razionalizzazione della classe operaia, l'organizzazione scientifica del lavoro e lo sviluppo tecnico della trasformazione del lavoro e dell'operaio. È in questo senso che la coscienza critica e rivoluzionaria ha bisogno, per Gramsci, di rompere il nesso produzione/tecnica, liberando il modo di produzione dai vincoli capitalistici e formando gli uomini del Nuovo Stato. (DUBLA, 1986, p.50)

 

- Segundo Dubla, “o que mais uma vez é analisado é o modo de formação da classe trabalhadora em classe dominante e, portanto, o tema da conquista do Estado” (DUBLA, 1986, p.173), que nos coloca com contato com a análise de transformação da classe subalterna em classe dominante para a conquista/substituição do Estado. Esse é um dos pontos mais importantes da obra gramsciana, pois é na organização do trabalho autônomo que o proletariado demonstra a capacidade de pensar e de refletir por si próprio – mesmo enquanto trabalha – já que a fábrica é controlada pela classe trabalhadora.

tr.: Secondo Dubla, “ciò che viene ancora una volta analizzato è il modo in cui la classe operaia si è formata in classe dominante e, quindi, il tema della conquista dello Stato” (DUBLA, 1986, p.173), che ci pone a contatto con l'analisi della trasformazione delle classi subalterne in classe dominante per la conquista/sostituzione dello Stato. Questo è uno dei punti più importanti dell’opera di Gramsci, poiché è nell’organizzazione del lavoro autonomo che il proletariato dimostra la capacità di pensare e riflettere per se stesso – anche mentre lavora – poiché la fabbrica è controllata dalla classe operaia.

- Marília Gabriella Machado,  Professor Bolsista · UNESP - Universidade Estadual Paulista "Júlio de Mesquita Filho", cit. da Conselhos de Fabrica e Partido no jovem Gramsci Conselhos de Fabrica e Partido no jovem Gramsci, Novas Edicoes Academicas, 2018



Operai, società e capitale - Gramsci, la classe e i gruppi subalterni

CLASSICO SUBALTERNO - la centralità della fabbrica in Gramsci

- Dall'Ordine Nuovo ad Americanismo e fordismo (il Q.22), il Gramsci della centralità della fabbrica è il Gramsci della soggettività antagonista della classe nella 'formazione economico-sociale' capitalista (Cesare Luporini). Il passaggio alla trasformazione rivoluzionaria ha la sua forza motrice, ma in un quadro politico che deve rimodularsi sul terreno dell'egemonia tra gruppi dominanti e gruppi subalterni e, nella critica alla teoresi astratta, fondare la prassi politica e la riforma intellettuale-morale, per una nuova società autoregolata dai produttori.

- Ferdinando Dubla, Gramsci e la fabbrica - Lacaita, 1986. Prefazione di Carmelo D'Amato (Storia della filosofia moderna e contemporanea - Università di Firenze)




La centralità della fabbrica dovrebbe essere la centralità della classe operaia nella sfera del politico. Ma non è una questione quantitativa o dimensionale. La centralità di un soggetto sociale è politica. Spetta al partito della classe porre questa centralità. La centralità politica trasforma la classe operaia in soggettività motrice della trasformazione rivoluzionaria, ma è la lotta sociale e il conflitto di classe a verificarne la trasformazione. È il passaggio cruciale, leninista, dalla coscienza critica alla coscienza di classe. È questa a muovere la storia. Tutti i gruppi subalterni sono alleati della classe operaia, ma decisivo diventa il loro ruolo produttivo, perchè conforma i rapporti di produzione e dunque le relazioni sociali. Ognuno di essi, infatti, può prendere la direzione egemonica della lotta sociale di sistema, in base alla qualità dell’organizzazione del conflitto. Esiste, cioè, una battaglia per l’egemonia sia di sistema, sia all’interno dei gruppi subalterni per la soggettività rivoluzionaria. Ciò che è importante in Gramsci è il considerare la centralità trasformatrice non un apriori ‘ideologico’, ma, soprattutto, la capacità del partito-intellettuale collettivo di leggere la composizione di classe e rendersi egemone nell’organizzazione del conflitto di ‘sistema’. E' rileggere unitariamente il Gramsci consiliarista, il Quaderno 22 e il Quaderno 25. / fe.d.


cfr. anche

- Dubla F., Il Quaderno 22 di Gramsci: americanismo e fordismo, in «Marxismo oggi», 3-4, 1989.

- I margini della storia, Gramsci e i Subaltern Studies. Una pagina di Gramsci sullo studio dei gruppi subalterni

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2021/04/i-margini-della-storia-gramsci-e-i.html




Articoli correlati:

https://scholar.google.com/scholar?q=related:hmsU7TxXMpYJ:scholar.google.com/&scioq=Gramsci+e+la+fabbrica+:+produzione,+tecnica+e+organizzazione+del+lavoro+nel+pensiero+gramsciano,+1913-1934&hl=it&as_sdt=0,5




a cura di Subaltern studies Italia 

sabato 6 gennaio 2024

La scelta di Savasta: il tornante storico di San Basilio (8 settembre 1974)

 



DOPO SAN BASILIO NIENTE È PIÙ COME PRIMA

[cosa rappresentò San Basilio, settembre 1974]

- un decisivo passaggio dalla coscienza critica alla coscienza di classe, l’esperienza di movimento e la teorizzazione dei bisogni - settembre 1974, nella borgata di San Basilio, Roma, famiglie che avevano occupato, spinte dal bisogno, oltre cento abitazioni IACP in via Montecarotto e via Fabriano, vengono attaccate dalla polizia.

L’8 settembre viene ucciso dalla polizia Fabrizio Ceruso, 19 anni, di Tivoli, militante dei Comitati autonomi operai. Per molti giovani compagni fu una presa di coscienza politica per allargare gli obiettivi particolari di lotta alla strategia per il rovesciamento del sistema, per altri la scelta di uno scontro frontale militare con lo Stato, non riconoscendo più spazi democratici seppur marginali nell’alveo costituzionale. A dare forte sostegno a quelle lotte, infatti, era stato il Comitato comunista del limitrofo quartiere Centocelle, che nel 1975 darà anche vita ai CO.CO.RI., i Comitati Comunisti Rivoluzionari, che si dotarono allora di una struttura parallela armata, le FAC (Formazioni Armate Comuniste).

Le foto -simbolo di Tano D’Amico, la ricostruzione della vicenda attraverso l’Archivio storico Benedetto Petrone

http://www.pugliantagonista.it/fabrizio_ceruso.htm


estratto: L'8 settembre nella memoria storica non testimonia soltanto l'impari e iniziale Resistenza romana di Porta S.Paolo all'occupazione nazista del 1943, all'indomani della rovinosa caduta del fascismo e della precipitosa fuga della monarchia a Bari.
Nel cuore e sui muri di Roma, l'8 settembre, trova posto la figura del compagno Fabrizio Ceruso, ucciso a 19 anni dalla violenza dello Stato, mentre era a S.Basilio a sostenere la resistenza popolare per il diritto alla casa.
Era l'8 settembre 1974, il terzo giorno di un'estenuante resistenza opposta da una molteplicità di compagni/e agli sgomberi delle case occupate da centinaia di famiglie.
Quando l'enorme schieramento di Polizia tentò l'affondo con inusitata violenza, una proletaria, da una casa popolare di fronte a quella occupata,, imbracciato un fucile da caccia, sparò un colpo in aria con l'intento partecipe di fermare la bestialità dello sgombero.
Le cariche poliziesche non cessarono, anzi, i comandanti dettero l'ordine di sparare ripetutamente contro i manifestanti.
Il piombo di Stato uccise Fabrizio Ceruso alle 5 della sera dell'8 settembre 1974, aveva 19 anni, veniva da Tivoli, militava nei Comitati Autonomi Operai.
Immediatamente la ribellione serpeggiò per tutto il quartiere di S.Basilio, i lampioni vennero abbattuti e le strade abbuiate, migliaia di proletari si aggregarono ai manifestanti, assediando e colpendo con svariate armi la polizia assassina, che si era rifugiata nel campo di calcio della parrocchia.
Nella borgata rimbombava il grido: " pagherete caro, pagherete tutto!"; la rivolta di San Basilio fece battere in ritirata le forze dell'ordine e conquistò il diritto alla casa.

e il nostro contributo su Wikipedia al link permanente

https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Rivolta_di_San_Basilio&oldid=134037308





RACCONTI DAGLI ANNI ‘70. Il TORNANTE STORICO DI SAN BASILIO (ROMA)

La scelta

Dentro le ossa ancora si portava le giornate di inizio settembre del ‘74 a San Basilio, una delle borgate più misere di Roma, dove vivevano centinaia di poveracci senza casa a cui occorreva dare voce. Accorsero in tanti, di diverse formazioni di sinistra, per affrontare i celerini, arrivati in massa a sgomberare gli appartamenti occupati. Emilio non ricordava quale fu l’attimo in cui gli scontri iniziarono, ma la persistenza acre e tagliente dei lacrimogeni in gola, nel naso, negli occhi, quella sì; e le sassaiole, le molotov, le macchine incendiate. Fu una battaglia di barricate e fughe che durò tre giorni e tre notti; dalla loro parte si era schierata la gente che buttava acqua e cibo dalle finestre, e contro di loro gli spioni del PCI che li segnalavano agli agenti, guidandoli nel quartiere per venirli a stanare: volevano la legalità, gli infami, erano contrari alle occupazioni, perchè dicevano che le case popolari erano state assegnate. Bella legalità quella che lascia la gente sul lastrico! E poi arrivò l’8 settembre, il giorno fatale. La polizia non mollava, loro nemmeno. Quando gli agenti tirarono i lacrimogeni sull’assemblea popolare che stava decidendo il da farsi, contrattaccarono furiosi. Emilio sperava che gli sbirri avrebbero ceduto, che si sarebbero ritirati fiaccati dalla loro resistenza. Invece passarono alle maniere spicce. A via Fabriano le pallottole presero a fischiare ad altezza d’uomo, gli passarono accanto e colpirono un ragazzo arrivato da Tivoli per aiutarli. Preso in pieno petto, si accasciò piano, con un’espressione di stupore sul volto e una domanda inespressa negli occhi.

Nessuno lo sentì gridare, erano quelli intorno che urlavano portandolo via; Emilio non si mosse, pensando che tra le braccia degli improvvisati barellieri che correvano avrebbe potuto esserci il suo di corpo: aveva la stessa età di quel ragazzo, gli stessi sogni, ma un diverso destino. L’assalto dei suoi compagni che seguì costrinse la polizia a indietreggiare e ad asserragliarsi nel campo di calcio della parrocchia. Dopo una notte di assedio, le forze dell’ordine vennero fatte ritirare. A tutti coloro che avevano occupato gli appartamenti prima dell’8 settembre venne riconosciuta l’assegnazione della casa popolare. Avevano vinto. Aggirandosi tra i fumi delle barricate, calpestando pezzi di vetro e tracce di sangue, Emilio prese la sua decisione: non si sarebbe fatto ammazzare disarmato.

[Emilio = Antonio Savasta, 18 anni non ancora compiuti; ragazzo di Tivoli = Fabrizio Ceruso, 19 anni, ucciso dalla polizia]

tratti da Pierluigi Vito, I prigionieri, Augh! edizioni, 2021, pag. 46-47. Il racconto di Vito è una scrittura romanzata del sequestro e dell’omicidio di Giuseppe Taliercio, direttore del Petrolchimico di Porto Marghera (notte tra il 5 e 6 luglio 1981) ad opera delle Brigate Rosse. Cerca di dare voce ai protagonisti, ma attraverso testimonianze dirette dei brigatisti e ricostruzioni documentarie e atti processuali, comprese le confessioni di “Emilio”, Antonio Savasta, che sparò materialmente al dirigente industriale. Pubblica anche la lettera dal carcere che quest’ultimo indirizzò alla vedova di Taliercio nel febbraio 1985. La ricostruzione dei fatti di San Basilio, che determinarono la scelta di passare alla lotta armata da parte di Savasta, e non solo la sua, è da attribuire allo stesso “Emilio”, concordante con la memoria contenuta nei suoi interrogatori. (Cfr. Senato della Repubblica - Camera dei deputati VIII legislatura - Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia - Atti giudiziari - Interrogatori resi da Antonio Savasta a varie autorità giudiziarie, Roma, 1993, https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/284588.pdf )





BRIGANTI METROPOLITANI

Il tempo della riflessione storica e politica attraverso le biografie dei combattenti armati in nome del comunismo in Italia (nel periodo cronologico cruciale 1973-1982), dei brigatisti, deve ancora superare gli stereotipi, imposti attraverso i tabù e le inquiete commissioni dell’inchiesta istituzionale, e la narrazione egemone del potere dominante. Senza fare sconti agli errori ed ‘orrori’ di una vicenda che, pur prendendo una piega militarista e suicida, rimane una vicenda eminentemente politica.

- Alla figura di Antonio Savasta, poi, il giovane militante della borgata di Centocelle che riuscì a mettere sotto scacco la NATO (e dopo l’uccisione di Moro e le sue conseguenze) è stata comminata la condanna alla ‘damnatio memoriae’ : inviso al potere che lo catturò e lo torturò, scambiò la liberazione politica con il pentimento, diventando inviso a tutto il movimento. Un ”irriducibile pentito” che fa la storia, la ricostruisce dal suo punto di vista e rischia di rimanere muto dinanzi ad essa. Sbloccata intanto la bozza, la sua biografia è ora su Wikipedia. / fe.d.

link: https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Savasta_(terrorista)


link permanente per mantenere la bozza originale: https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Antonio_Savasta_(terrorista)&oldid=137203648


a cura di Ferdinando Dubla, Subaltern studies Italia #inchiestasociale #alidipiomboinoccidente 




giovedì 4 gennaio 2024

VEDI ALLA VOCE RANAJIT GUHA - Antologia critica sullo storico indiano fondatore dei Subaltern Studies

 


antologia critica a cura di Ferdinando Dubla - sono qui raccolti scritti di Dipesh Chakrabarty, Subaltern studies Italia, Arjun Sengupta, Gennaro Ascione, Paolo Capuzzo, Ranajit Guha, Anna Cerchi, Bernardo A. Michael, apparsi su questo blog L'analisi e la classe 

 



LO STORICO INDIANO RANAJIT GUHA (Siddhakati, 1923-Purkersdorf, 2023)
fondatore dei Subaltern studies (1982)

- Alle classi subalterne non spetta un posto nella storia, sono la storia. Il dominio “senza egemonia” è prosa della storia, il disegno hegeliano di ‘astuzia della ragione’, dominio occidentale nella storia, coloniale e razzista, quelle delle élites dirigenti e della loro controinsurrezione. L’insorgenza dei subalterni è la prosa del mondo dei popoli senza storia, che si riappropriano della storia del mondo. Cioè della loro storia. Nelle società postcoloniali senza mediazione politico culturale delle classi dominanti, si sviluppa il processo rivoluzionario contro il sistema imperialista del colonialismo capitalista. È la battaglia per l’egemonia per sconfiggere il dominio senza egemonia (Dominance Without Hegemony) di Gramsci, il filosofo marxista che con il Quaderno 25, scritto a Formia dal 1934, sviluppa le fondamenta della teoretica rivoluzionaria e pone il tema dei subalterni. /

su Academia.edu

oppure richiedi il file per posta elettronica: subalternstudiesitalia@gmail.com 


Vedi alla voce Ranajit Guha - link permanente sullo storico indiano fondatore dei Subaltern studies

Abbiamo cercato di contribuire in maniera fondamentale al concepimento e sviluppo della voce <Ranajit Guha> in italiano su Wikipedia, anche in collegamento con 13 paesi tra cui la stessa India. Abbiamo cercato, in particolare, di renderla sintetica per una consultazione rapida, ma senza rinunciare alla diretta documentazione delle fonti e l’acribia, come nel caso del paragrafo interamente elaborato da noi e titolato <I Subaltern studies> che abbiamo chiesto di tradurre nelle altre 13 lingue ai nostri collaboratori internazionali.

Qui trovate il link permanente nella forma attuale - https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Ranajit_Guha&oldid=133794080

non ulteriormente modificata della voce

 Su Subaltern studies Italia_ 

https://www.facebook.com/profile.php?id=100071061380125

gli speciali su Ranajit Guha, lo storico indiano scomparso il 28 aprile 2023 in Austria. Il fondatore dei Subaltern studies (1982) nel ricordo e nell’impegno di ricerca e trasformazione sociale di chi alla sua figura si ispira nel presente.

 - Caratterizzante l’analisi di Guha sono anche le categorie di prosa del mondo, prosa della storia e prosa della controinsurrezione. Nella sua critica ad Hegel, secondo cui non c’è storia senza costruzione dello Stato, i popoli subalterni, coloniali, dominati dagli Imperi, sono fuori della ‘prosa della storia’, sono popoli senza storia, costituiscono la ‘prosa del mondo’. La prosa della ‘controinsurrezione’ è la narrazione delle classi dominanti contro l’insorgenza delle classi subalterne. [] Cfr. Ranajit Guha, “La storia ai limiti della storia del mondo” - con un testo di Rabindranath Tagore e Introduzione di Massimiliano Guareschi, Sansoni, 2003, pag.49.